WorldBuilding – 1

worldbuildingQualche mese fa la mia editor, Annalisa Monterisi, e amica via facebook, mi ha proposto una rubrica sul Worldbuilding da pubblicare, con puntate settimanali, sul gruppo facebook “È Scrivere – Community per Scrittori”. Questa è la prima puntata, ogni settimana ne pubblicherò una in “differita” con le attività del gruppo e revisionata per stare sul mio blog. È un progetto che mi sta prendendo molto tempo e che sto portando avanti nella convinzione che creare ambientazioni plausibili sia un “must” di ogni collega, che sia noto e blasonato o un semplice appassionato.
Nel mio piccolo sto riversando tutto quel che ne so in questi articoli che, spero, tornino utili.

Il Mondo in una pagina
Mi chiamo Andrea e mi piace costruire universi. Da piccoli quanto una stanza a vasti come il Multiverso immaginato da Heinlein e Zelazny, tutti gli universi letterari hanno delle caratteristiche comuni che ho cercato di studiare per poi riproporre anche io nelle mie storie.

In questo spazio che gli amici, ma soprattutto le amiche, di È Scrivere mi hanno concesso cercherò di spiegare come si crea il mondo in cui i personaggi di una storia si muovono: l’ambientazione.
Si tratta di praticare il mestiere più Antico del mondo. No, non quel mestiere, l’Altro.
Dio disse Kung.
E Kung Fu.
Al di là di facili battute quello del Creatore Demiurgo, Fattore e Padre dell’universo, penso sia il mestiere che sia comparso per primo. Il Demiurgo prende il caos e lo trasforma in ordine. Prende la materia (se pure letteraria) inanimata e gli dona la vita. Improvvisatore o architetto incallito, il Demiurgo plasma ogni cosa secondo la propria volontà e poi si siede ad ammirare il proprio operato che procede anche senza di lui… almeno per un po’.
Quando scrivete di Vampiri sbrilluccicosi, di elfi e Nani, di tartarughe astute e detective con la faccia triste, ogni storia che possa venirvi in mente, che sia realistica o più fantasiosa, date vita a un mondo.
È una bella responsabilità: fatelo bene.
Questo mi fa tornare in mente l’ultimo dialogo tra Harry Potter e Albus Silente: “È vero tutto questo? O sta accadendo dentro la mia testa?” dice Harry e Albus gli risponde “Certo che sta accadendo dentro la tua testa Harry, dovrebbe voler dire che non è vero?”
Ciò che raccontate è vero, anche se si tratta di un drago che sputa fuoco o di un detective con una cravatta decorata da canguri tristi e che tutto vive solo nella vostra immaginazione. Fare in modo che anche chi leggerà la storia possa crederci è ciò che fa la differenza tra una buona storia e quel che Shreck fa delle cattive storie all’inizio del primo, eccezionale, film.

Confini, Limiti, sedie e plastici ferroviari.
Avete mai giocato coi trenini? Io sì, è il motivo che mi spinge a utilizzare questo esempio invece di altri. Da piccolo immaginavo di sedere dentro al trenino e di osservare il mondo da là dentro. La visuale è limitata, si può vedere solo quel che è consentito dal tracciato e dal lato del treno in cui si siede. Quando si legge un libro ci si trova nella medesima circostanza. Aprire il libro è come aprire il finestrino e affacciarsi sul mondo immaginato dall’autore. Di tutto il mondo si ricevono solo quei frammenti che sono visibili dal nostro finestrino. Le persone che si vedono passare per le strade sono sfocate a causa dell’alta velocità e ne percepiamo solo quei dettagli che l’autore utilizza per farci immaginare il resto.
E allora come si fa? Proprio come in un diorama, un plastico ferroviario, cominciamo a mettere,casette, boschi, colline, corsi d’acqua… ogni altro dettaglio che poi sposteremo un poco per far spazio ai binari(la storia).
Salta subito all’occhio che per costruire un plastico credibile avremmo bisogno di un’area molto ampia dove posare tutta questa messe di dettagli, oppure ricorrere ad un trucco come il fondale dipinto. Quale che sia l’artificio utilizzato appare chiaro che da qualche parte, nel nostro plastico, c’è un Confine. Segnatevi in grassetto questa parola.

Il Confine.
Il Confine divide l’area del vostro diorama in due parti: quella dove i vostri protagonisti si muovono, e il lettore con loro, e quella dove non andranno mai per tutta la durata della vostra storia.
Una storia come quella raccontata in “Le sedie” di E. Ionesco, per esempio, o “Finale di Partita” di S. Beckett, si svolge interamente in una stanza. Dunque il confine è molto ristretto.
Una storia come “Il signore degli Anelli” o “Le pietre magiche di Shannara” si svolge su di un intero continente e dunque il confine è più ampio. Storie come “Guerre Stellari” o “Star Trek” coinvolgono molti mondi e molte specie aliene differenti, confine ancora più grande (una galassia lontana lontana, per esempio), storie come “Neanche gli Dei” o “Nove principi in Ambra” coinvolgono più universi… davvero non c’è limite alle dimensioni del Confine, ma quando vi accingete a creare la vostra ambientazione dovrete avere ben chiaro quale sia il Confine, l’area dove i vostri personaggi si muoveranno.
Che poi potrebbe, in corso d’opera, crescere o rimpicciolirsi va bene, ci sta. Però questo lavoro serve per posare la prima pietra e indirizzare il lavoro successivo.
Stabilito il Confine va tracciata un’altra divisione: il Limite.

Il Limite.
Il Limite è il fondale cartonato che mettete attorno al plastico e che serve a completare l’illusione di realtà per lo spettatore a bordo del treno. Avete presente “The Truman Show” il capolavoro di Jim Carey (che pure Man in the Moon metteva i brividi), vedere quel film rende bene l’idea di limite. Il vostro spettatore è come il buon Truman, prigioniero inconsapevole di un set cinematografico. Solo che mai e poi mai dovrete permettergli di toccare quel limite (cosa che nel film accade).
Il limite è lo spazio narrativo situato oltre il Confine. Vasto a piacere può contenere solo quello che può influenzare direttamente o indirettamente l’azione che si svolge entro il confine. Se c’è altro… be’, si potrebbero causare problemi.
Per tornare all’esempio minimale di un universo in una stanza, ne “Le Sedie” l’ambientazione è una stanza piena di sedie, il Confine è marcato dalle pareti (il palcoscenico) e dalle finestre che affacciano sulla scogliera.
La scogliera non si vede, ma ne parlano i protagonisti e in alcune versioni ci sono i tipici suoni come la risacca, i gabbiani, una nave che suona la sirena… e su di essa finiscono, alla fine della storia, i protagonisti.
Lo so, ti sto spoilerando una storia molto particolare e probabilmente per questo motivo non vorresti andare a vederla. Me ne farò una ragione. La cosa che mi preme dire è che la presenza di un elemento che NON C’È nella scenografia influenza l’azione dei personaggi.
I due scelgono di buttarsi di sotto lasciano intendere, senza nulla mostrare, che moriranno sfracellati sulle rocce sottostanti prima di essere inghiottiti dai flutti e loro vogliono morire per cui la scogliera influenzerà la loro decisione optando per un salto fuori scena.
Lo spettatore non sa che le rocce sono finte. Non le vede e quindi immagina rocce vere e i personaggi che fanno la fine che fanno.
Se il regista avesse messo delle rocce di cartapesta o di gommapiuma, che sarebbe successo? Che al momento culminante gli attori ci sarebbero rimbalzati sopra deformandole o distruggendole e addio “Sospensione dell’Incredulità” o Suspension of Disbelief, SoD per gli amici. La SoD si mantiene se e soltanto se gli elementi presenti entro il confine sono tutti coerenti tra loro e coerenti con gli elementi che stanno oltre il confine. Siccome non si può permettere agli attori di morire su una vera scogliera la sceneggiatura li fa sparire oltre il bordo della finestra e allo spettatore e alla sua immaginazione va il resto.
Per tornare all’esempio del plastico ferroviario, la coerenza si ottiene se gli elementi del fondale hanno una controparte all’interno del Confine. Se sul fondale è dipinto un fiume, nel plastico quel fiume diventa un vero corso d’acqua (e magari nascosta c’è una pompa che fa scorrere l’acqua, tanto dal treno non si vede). La SoD viene infranta se metti il fiume sul fondale cartonato e nel plastico lasci il praticello di erba finta, o dipingi una città e poi non c’è neanche una strada che va verso di essa. O viceversa: una strada arriva fino al fondale e poi si ferma davanti al cielo.
Per tornare all’esempio della Terra di Mezzo, Tolkien ha descritto in modo minuzioso tutto lo spazio dove Bilbo e compagni si muovono, mentre ha dedicato altri sforzi per descrivere tutto ciò che si trova a nord, a sud e ad est oltre Mordor di modo che ogni elemento di contorno alla narrazione (non dimentichiamo le lingue, influenzate da elementi geografici e storici) è legato agli eventi della narrazione in modo coerente.
La coerenza tra ciò che sta entro il Limite e il Confine dove avviene l’azione è fondamentale.
Prendiamo il Signore degli Anelli, entro il Confine troviamo tutta la TerraDiMezzo e un pezzetto di Mordor, almeno fino al monte Fato. Se tutto intorno avessimo piazzato l’Europa del 1939 che ne sarebbe uscito? Il nostro spettatore si sarebbe emozionato nel vedere Bilbo lasciare la sua Contea e poi invece dei Nazgûl avrebbe visto i messerschmitt nazisti bombardare Varsavia. Uhmm. Qualcosa mi dice che conciato così il libro NON sarebbe mai diventato il bestseller che oggi conosciamo.
Tolkien si lasciò ispirare dalla propria storia, ma grazie alla sua immensa cultura tramutò l’Europa nella Terra di Mezzo e tutto quel che c’era intorno venne sfumato nella leggenda. Orchi a posto dei soldati tedeschi, i Nazgul che, pur con una etimologia differente, ben ricalcavano gerarchi di tutt’altra organizzazione… e tanti altri eccetera. Si vede ancora la seconda guerra mondiale? Sì, se si studia un poco di storia. Ci sono caccia tedeschi a perseguitare le genti della terra di mezzo? No. La narrazione è coerente.

Rompere la SoD è facilissimo. In un racconto per altro molto bello, che mi è stato inviato per un parere, un Nano si ritrova ad affrontare un Drago e (ovviamente) vince grazie all’astuzia e all’ingegno oltre che al proprio martello da guerra e alla balestra a ripetizione che si porta dietro.
Il Nano possedeva anche un magico cristallo capace di far luce. Per attivarlo gli bastava pronunciare la parola magica “Lumen”.
Lumen è latino e vuol dire luce, perfetto no?
No.
Un Nano è una creatura fantastica, che vive in un mondo fantastico dove esistono i draghi.
Il Latino è una lingua morta molto in voga duemila anni fa proprio dalle mie parti e usata come lingua franca in tutta Europa e per tutto il medio evo. Come fa un Nano di un mondo fantastico a conoscere il Latino?
Allarme rosso, incoerenza in arrivo. O l’autore troverà un modo per insegnare il latino ai suoi Nani, o prima di pubblicare dovrà per forza cambiare quella parola in altro e trovare una spiegazione plausibile.
E ritorniamo al Confine e al Limite.
Lumen è un elemento che sta dentro al confine, la spiega del perché un Nano dovrebbe conoscere il latino sta (e deve rimanere) fuori, ma deve emergere dagli elementi della narrazione. Ovviamente l’autore deve conoscerla. Mettere una parola di qualcosa che si conosce solo perché “suona bene” o “appare molto evocativa” è pericoloso.
Da un punto di vista narrativo dunque, tu che ti accingi a creare il tuo mondo, ricorda che ogni parola che metti dentro (gli elementi entro il confine) deve avere la sua spiegazione che se è pure nascosta si trova entro il Limite.
In altri termini la parola “Lumen” pone una domanda “Come fa un Nano a conoscere il latino” e entro la fine della storia non viene data risposta.
Tutte le volte che c’è una domanda senza risposta si genera incoerenza e la SoD è a rischio.
Nel caso di Lumen è una questione di lana caprina: il racconto si regge bene anche se non c’è risposta a questa domanda. Però aiuta a rendere il tutto più plausibile.
Prima di (tentare di) spiegare meglio come si creano elementi coerenti ci sono altri due “confini” da esplorare e di cui parlerò martedì prossimo.
Limiti e confini temporali.

Visto che hai letto fino in fondo… mi piacerebbe sapere com’è che fai tu a creare il tuo mondo, se hai qualche domanda da fare o qualcosa da aggiungere al riguardo.
Sono molto curioso.

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Come sono nati i Principati di Malichar?

Bertrand De Malichar proviene dall’omonima isola nell’arcipelago di Vasconne situato nel canale di Lleendir 50 miglia a sud delle coste frastagliate che delimitano il confine meridionale dell’altopiano di Etsiqaar.

Lleendir era ed è una “Monarchia Teocratica” ovvero la figura del monarca è anche quella di suprema autorità religiosa.

2600 anni sembrano tanti, ma è un “tanto” relativo. Su Tharamys le divinità lavorano alacremente per frenare lo sviluppo tecnologico, onde evitare che si ripeta l’incidente occorso con Daikin-Jadam.

D’altro canto la scienza avanza lentamente di suo, visto che la magia permette di arrivare velocemente là dove sarebbero necessari decenni di ricerca e sviluppo per ottenere lo stesso risultato. La magia permea molti aspetti della vita quotidiana e non è raro che privati cittadini possano disporre di un qualche dispositivo realmente funzionante o permettersi un servizio come la ricostruzione di una mano o di un’intera dentatura. Allora a che serve un medico se un prete eploriano può far sparire un cancro o addirittura richiamare alla vita chi è morto prima del suo tempo? Ben inteso: più una società umana può beneficiare di questi… ritrovati e meno è propensa a sviluppare tecnologie, tecniche e quant’altro per svincolarsi dal controllo divino. Dunque nessuna tecnologia “nuova”? Non è esatto, ma nei circa 3000 anni che il continente di Adra è stato colonizzato si è passati da una tecnologia da età del ferro a una post-rinascimentale. Grossomodo simile a quella che era presente in Europa nel XVII secolo, ma senza polvere da sparo. Dalle nostre parti questo passaggio è avvenuto in poco più di 1000 anni (polvere nera inclusa) qui dopo 3000 ci si è appena arrivati e di polvere da sparo non se ne vede… ma sto divagando.
Il motivo per cui Bertrand de Malichar ha lasciato le sue belle isole per cercare fortuna al nord (un ritornello ben conosciuto anche da noi) va ricercato proprio nei metodi usati dagli dei per tenere a freno la ricerca scientifica senza ricorrere a metodi distruttivi. In Lleendir, complice la presenza di una Repubblica scomoda (Maor) a occidente, in rapida espanzione e a numerose altre presenze sui mari tra cui i pirati di Pelagòs (nei millenni la pirateria è stata abbandonata) la ricerca per mettere a punto mezzi navali adeguati stava dando risultati preoccupanti. Dai cantieri navali oltre a uscire navi a vela singola senza rematori capaci di sfruttare una vela secondaria tra prua e albero (un antesignano dello spinnaker) cominciavano a venir fuori tecniche capaci di avere influenza anche sotto altri aspetti: tessitura, produzione di cordami, calafataggio e numerosi altri eccetera. Questo avveniva anche in altri ambiti: nuove tecniche andavano a rimpiazzare le vecchie e ispiravano anche ambiti vicini. Per fare un esempio: la tessitura delle vele, eseguita mediante speciali telai navali. Qualcuno ebbe l’idea di usare un telaio del genere per produrre il velòs, un tessuto morbido e caldo usato per abiti di pregio. Il risultato fu che con la stessa manodopera necessaria per produrre una vela (e un quantitativo di lana adeguato) si ottenne quello che altrimenti sarebbe costato quanto dieci vele.
Eplor il Buono (ma buono per chi?) che all’epoca era il dio più in voga da quelle parti (ora un po’ meno, ma comunque il Re è ancora Vicario di Eplor in Lleendir) optò per un tiro di sponda più mirato. Non avrebbe mai cercato la morte del vivace imprenditore, né avrebbe impedito ad altri di imitarlo, ma doveva far passare una volta per tutte che simili comportamenti… non pagavano, basta. In questo aspetto emerge la sua “bontà d’animo”: lo adori e segui i suoi saggi consigli e tutto andrà per il meglio. Fai di testa tua e lui fa in modo che le cose vadano bene per qualcun altro.

Devo avere accennato al fatto che il Re è anche capo di stato e dunque detiene anche il potere temporale oltre a quello spirituale.  Come la storia del nostro mondo ci ha insegnato questa combinazione è letale e genera le peggiori dittature che si siano mai viste. Per esempio quella dello Stato Pontificio lo è stata. Possono esseci dittatori “illuminati”, ma comunque dittatori col loro strascico di sopraffazione e morte e chi non è d’accordo vada indietro nel tempo, nel 1599 a Roma, a raccontare che il Sole è solo una stella come le altre nel cielo, ognuna coi suoi pianeti che gli girano intorno e che potrebbero avere altri abitanti che pregano un altro dio.
Sniff sniff… sento puzza di bruciato, chissà cos’è. Sicuramente a Giordano Bruno non è piaciuto.

Che poi una volta entrato nel meccanismo non avevi scampo: anche se ti pentivi “in extremis” ciò che ottenevi era il posto in paradiso, in terra l’espiazione richiedeva il fuoco purificatore e quindi il boia scendeva dalla pira su cui eri legato e la accendeva conscio che così avrebbe distrutto il tuo corpo, ma salvato la tua anima… e tanto poi alla fine dei giorni saremmo risorti tutti no?
Molto conveniente, sicuro!
Via dai piedi una voce scomoda, silenziati i popolani con la promessa della redenzione e della vita eterna “post mortem” dalla quale nessuno in tempi storici è mai tornato per smentire, e controllo assoluto su chi invece aveva abbastanza cervello da capire come stavano in realtà le cose e che non aveva voglia alcuna di finire arrosto.

In Lleendir le cose non andavano troppo diversamente. Al rogo si preferiva l’abbraccio del mare, ovvero si legava al condannato una pietra bella massiccia e poi si buttava giù da una scogliera, in mare o in uno dei grandi laghi dell’entroterra. Se Eplor voleva che il condannato si salvasse i nodi si sarebbero sciolti nonostante tutte le accortezze usate per impedire tale sfortunato evento. Compito della pietra era, oltre di trascinare il malcapitato a fondo,  tenere il morto ancorato al fondale e quindi inaccessibile a chi avrebbe potuto resuscitarne il corpo o interrogarne lo spirito con facilità. Capite bene che in un mondo dove, da una manciata di ceneri, si può richiamare lo spirito di un defunto e magari farlo incarnare in un nuovo corpo può essere molto seccante dover eseguire una sentenza di morte più di una volta. La seconda potrebbe rivelarsi fatale per chi l’ha ordinata… e negli ultimi 2600 anni è accaduto spesso. In ogni caso l’innovazione e il cambiamento, proprio come il disperato tentativo di Giordano Bruno, sono combattuti con pervicacia (per non dire cazzimma).

Bertrand era il figlio cadetto di Pierre De Malichar e Lyonnes Baishar. Har Prénor (una via di mezzo tra governatore e vescovo) di Vasconne, suo fratello Antòn avrebbe ereditato carica e beni terreni lui avrebbe dovuto lavorare come suo vice. Insomma una vita agiata e una carriera già definita fin dalla culla. A Bertrand la vita religiosa stava proprio stretta: troppe limitazioni, in particolare sullo studio e sul modo di pensare (ai preti eploriani è concesso un compagno o una compagna, secondo gusti e inclinazioni). Fin da piccolo Bertrand è stato un libero pensatore e poneva domande molto scomode come “chi è dio” o “perché una volta puniti con la morte i condannati non vengono resuscitati per continuare ad espiare le loro colpe con le azioni?” e cose del genere. Per caso (ma anche no: caso è il nome che Eplor usava quando voleva restare anonimo) scoprì la magia e il “sapere proibito” vale a dire la possibilità di lanciare incantesimi senza l’aiuto di dio. Un libro trovato in soffitta: un cliché dei luoghi comuni, ma efficacissimo.
Mentre un chierico, un prete insomma, riceve dal proprio dio il “download” degli incantesimi nella propria aura magica, il mago deve scriverli a manina attraverso dei rituali, delle procedure rigorose da eseguire con precisione maniacale pena la comparsa di effetti indesiderati anche letali durante la preparazione o nel momento di utilizzo dell’incantesimo. In Lleendir questi effetti sono visti come la punizione divina per aver acceduto al sapere proibito, ma per Bertrand divenne subito chiaro che si trattava “semplicemente” delle conseguenze di un errore. Divenne pure chiaro che con lo studio e la pratica tali errori potevano non solo essere prevenuti, ma addirittura sfruttati per ottenere nuova conoscenza, maggiore potere. Il libro fornito dal Caso a buon Bernard ebbe diversi effetti collaterali.

Bertrand allora dodicenne aveva un amico, Philippe Senrobon, figlio di un nobile minore che curava i beni della famiglia Malichar e col quale giocava ogni volta che poteva. Insieme ad altri ragazzi e ragazze che vivevano alla tenuta (una dozzina in tutto) avevano messo insieme un vero e proprio gruppo di studio dedito al sapere proibito. Insomma una specie di “scuola di magia” fatta in casa, che non provocò danni seri solo perché i ragazzi, oltre al libro  fornito da Caso e che conteneva rituali di una semplicità estrema, solo libri propedeutici e in grado di portare uno studente ad eseguire operazioni elementari con la propria aura magica.

Fu in quel periodo che morì Vascòn Maurice XVII il Re-Vicario e salì al trono suo  cugino, primo in linea di successione. Gualtier Maurice III aveva un’indole molto diversa. Soprannominato le Rei Chaman (il re stregone) segretamente praticava il sapere proibito fin dalla nascita o quasi. Sua madre era una strega e aveva manipolato il futuro marito per sposarla e procurargli un erede, meglio due, cui trasmettere le proprie conoscenze. Sfortuna volle che Gualtier divenne Re. Gualtier non amava molto il fatto di dover praticare la magia di nascosto, lontano da occhi indiscreti e una volta divenuto Re decise di cancellare il reato di “eresia” per i maghi. A patto che si dichiarassero pubblicamente e versassero annualmente una tassa allo stato proporzionata al reddito. Lo scopo era un altro.

Il numero di maghi “noti” passò da poche unità a qualche decina, fino a sfiorare la il centinaio nel giro di appena cinque anni. Tantissimi per gli standard Lleenici, troppo pochi per le idee di Maurice, oltretutto si trattava perlopiù di autodidatti assai difficili da convincere a collaborare (molti di essi erano, per ovvie ragioni, divenuti atei).

La “Loi de la Bonescòle” fu la risposta del Re a questa scarsità. Ogni famiglia di ogni ceto doveva inviare presso le scuole del regno almeno un figliolo, maschio o femmina non importava, per istruirlo secondo il volere di Eplor. Ne sarebbero usciti maghi votati indottrinati a dovere così da garantire al clero Lleenico maggior potere e controllo sul resto della popolazione (oltre alla possibilità di lanciare magie anche se Eplor non era proprio d’accordo).

Nei primi tempi la legge fu accolta con molto favore. L’istruzione a carico dello stato era una iniziativa senza precedenti dato che fino a quel momento entrare nella vita religiosa aveva costi che solo una famiglia benestante poteva permettersi. Il seguito tuttavia avrebbe preso una piega assai differente.

Un figlio, come tassa, è molto pesante e dopo il primo anno di funzionamento della “buona scuola” un decimo degli studenti aveva perso la vita a causa di un errore di qualche tipo. Tra le isole di Vasconne le morti piacquero ancor meno tant’è che le scuole vennero chiuse a furor di popolo nonostante i tentativi di Pièrre de Malichar di tenerle aperte. Gli edifici “scolastici” vennero presi d’assedio dai cittadini inferociti e dati alle fiamme in ogni isola dell’arcipelago. La repressione fu violenta e pesante e Bertrand assistette inerme alla distruzione di decine di famiglie la cui unica colpa era stata quella di aver perso un figlio o un fratello proprio a causa di quel re che aveva voluto la “Buona Scuola”. Con i suoi amici e compagni di gioco, ormai divenuti adulti, sognò una terra dove si potesse studiare quel che si voleva senza incorrere in punizioni tremende e che si entrasse a scuola su base volontaria e non sotto la minaccia di pesanti ritorsioni. Questo determinò il distacco definitivo tra Bertrand e il resto della sua famiglia, da sempre fedele a sua maestà il Re-Vicario. Eplor poteva far qualcosa al riguardo? Forse, ma aveva due grossi ostacoli: la capacità di libero arbitrio degli umani che li rendeva difficilmente controllabili e la necessità di agire per interposta persona. Un intervento diretto di un dio ha come risultati Daikin-Jadam, circa 30000 anni di effetti planetari dovuti al cataclisma e altri 20000 per recuperare almeno in parte. Troppi. Senza contare che il Re-Vicario poteva contare sulla magia per poter sopperire alle intemperanze di Eplor quando quest’ultimo negava il proprio aiuto.

Tre anni dopo Bertrand aveva cominciato a farsi notare come studioso. Il padre non era riuscito a convincerlo ad entrare nella chiesa di Eplor, ma la sua mente brillante e i suoi scritti gli avevano garantito una certa agiatezza anche senza l’aiuto della famiglia. Gli scritti di Bertrand spaziavano dall’astronomia alla chimica, al modo in cui le “cose accadono”. Un libro, ora considerato eretico, dal titolo “La nature des causes” suggeriva la possibilità di operare incantesimi sfruttando le leggi che regolano gli eventi naturali, anzi di sfruttare tali leggi per consentire il funzionamento di macchine e utensili senza l’aiuto di alcuna magia.

Fu l’incontro con Ysolin Cupial, che sarebbe divenuta la sua compagna di tutta la vita, a decretare la svolta: i bambini continuavano a morire nelle torri della stregoneria e nonostante le proteste, l’accresciuto potere del clero aveva portato repressioni ancora più violente ed efficaci. Bertrand si era reso conto che presto sarebbe potuto diventare padre e almeno uno dei suoi figli sarebbe finito dentro quei luoghi infernali. Non solo: visto che i figli dei preti dovevano diventare preti a loro volta (sempre per via dei tempi di formazione di un prete che sono lunghi) il re decretò che tutti i figli di un mago o di una maga (quindi sarebbe stato sufficiente che uno dei due fosse un utente di magia) sarebbero dovuti entrare nelle torri. Questa legge è ancora in vigore, sebbene l’addestramento al giorno d’oggi abbia un tasso di mortalità inferiore.

Bertrand, con i suoi studi e le sue pubblicazioni, aveva attirato molto l’attenzione e in molti si aspettavano che se mai avesse avuto dei figli sarebbero stati l’orgoglio delle torri di tutta Vasconne. Dal canto loro Bertrand e la sua futura moglie progettarono di abbandonare Lleendir.

I tempi erano maturi per una migrazione di massa. Tutte le famiglie dell’isola di Malichar e delle isole vicine che avevano figli piccoli furono contattate tramite gli incantesimi di Bertrand e invitate a prepararsi alla fuga o ad acconsentire di inviare tutti i propri figli alle torri. Il suo piano prevedeva di non radunarsi onde evitare di essere intercettati troppo presto, se non dopo aver lasciato le acque del sub-continente. Le mappe in suo possesso parlavano di una terra a nord coperta di ghiacci , ma pronta a sbocciare a nuova vita.

Le previsioni di Bertrand e Ysolin tuttavia furono disattese: al rendez-vous fissato per il sesto plenilunio dell’anno, presso la foce del Nacal-Dengar, giunsero più di duecento vascelli Lleenici ognuno con due o tre famiglie a bordo, a volte di più. Nei giorni successivi il numero si accrebbe ancora. La maggior parte erano persone del ceto medio: artigiani facoltosi, mercanti, proprietari terrieri medi e piccoli, persone abbastanza ricche da permettersi un’istruzione e un vascello, ma non abbastanza da avere accesso alla vita politica del paese tenuta in pugno dal nobil-clero.

Non provenivano più dalla sola Vasconne, ma anche dall’isola di Lleendir, qualcuno persino dalla capitale. Bertrand immaginò che in mezzo a tanta gente ci dovevano essere anche delle spie, ma non se ne curò: les quincares avrebbero avuto quel che meritavano, ma con calma. Dove erano diretti c’era poco da riferire. Sotto gli sguardi preoccupati degli orchi che vivevano nella regione la flotta fu seguita mentre risaliva lungo il fiume e giunse alla “forchetta”, la confluenza tra il Tancour e il Nacal-Dengar. Il gradino alto cinque metri era invalicabile per le navi, ma con tutti gli orchi che vivevano da quelle parti era impensabile per gli esuli stabilirsi là.

Furono gli orchi a suggerire una soluzione. Dopo i primi scontri, conclusi sulla distanza a suon di fulmini, dardi magici e proiettili vari (è dura vedersela contro un esercito di maghi se la tua arma migliore è a due mani o ha una gittata inferiore) gli orchi si offrirono di parlamentare e indicarono la via per raggiungere una valle da poco sgombra dai ghiacci, ma troppo fredda per dei semplici orchi che non usano la magia.

In realtà gli Orchi ebbero paura che Bertrand potesse scegliere la loro terra e allearsi con uno dei loro nemici. Spedire Bertrand attraverso le brulle fino alla terra dei Tabe era la soluzione migliore per disfarsi di quegli invasori, sterminarli e magari rimediare qualcosa di utile nel caso in cui qualche superstite avesse osato riaffacciarsi nelle loro terre.

La storia ci narra che Bertrand riuscirà a portare i suoi oltre le Brulle e fino alla val d’Amber chiamata così per i faggi che d’autunno diventano del colore dell’ambra, prima di perdere le foglie. Là succederà qualcosa, ma non posso scriverlo quì perché è materia del libro  numero 5, che darà origine alla barriera. Barriera che terrà le creature extradimensionali come “Les yeux” (i famosi Tabe che tanto terrorizzavano gli orchi) e che permette ai maghi malichani di sopravvivere ai propri errori. Chi ha seguito questo blog potrebbe sapere di cosa si tratta, un indizio c’è. Pure più d’uno.
Per contro non deve stupire se i malichani per lungo tempo hanno bruciato sul rogo chiunque si facesse avanti a predicare gli insegnamenti di questo o quel dio.
Quando si rimane scottati anche l’acqua fredda fa paura.

Il danno recato da Bertrand ai piani di Gualtier fu enorme: metà dei maghi attivi di Leendir si dileguò. Dell’altra metà buona parte era impiegata nell’esercito regolare o nelle Torri della Stregoneria come docente, ma chi era libero da vincoli si imbarcò in tutta fretta e sparì a nord sulle tracce di Bertrand, che raggiunse poco tempo dopo. Gualtier si trovò a dover gestire una crisi interna più grave di quel che si possa immaginare.

Il costo di crescere ed educare una generazione si misura in anni. Una madre impiega vent’anni a fare di suo figlio un uomo (e una donna impiega 20 minuti a tramutarlo in un perfetto imbecille). Dietro questo simpatico proverbio si cela una verità importante: con Bertrand erano partiti centinaia di persone e non persone qualsiasi. Oltre ai maghi come Betrand c’erano persone colte, ricche e capaci di guidare altre persone. Nella val d’Amber giunsero circa 1200 famiglie che comprendevano almeno due generazioni se non tre. Molti villaggi Lleenici, a volte intere cittadine, restarono letteralmente senza persone capaci di guidarle. Nessuno possedeva le competenze necessarie per sostituire quelle di chi se ne era andato in fretta e furia senza lasciare neanche un erede. Ci sarebbero voluti almeno altri venti, forse trenta anni prima che Lleendir riuscisse a riprendersi dal colpo subito.

Nel giro di pochi anni centinaia di città medie e piccole di Lleendir conobbero un lungo periodo di miseria e fame. In compenso la richiesta di gente da far morire nelle scuole per produrre altri maghi crebbe. Gualtier aveva bisogno di gente colta da mettere al posto di quelli che se ne erano andati e non mostrò particolare compassione nel reclutare chiunque, anche dei bambini innocenti. Questo portò a una nuova rivolta, stavolta diretta contro il re e, già che c’era, il casato dei Maurice. Che si concluse con la salita al trono della casata dei D’Averoigne.

Ma è un’altra storia.

Calendiér Malicièn

 

E dunque ecco il calendario malichano, anzi Le Calendier Malicièn (e cominciamo a infilarci dentro un po’ dell’arcipelago di Vasconne da cui provengono… e ovviamente della Île de Malichar che poi è il feudo di origine del buon Bertrand)
L’idea di base era quella di partire da un calendario terrestre noto, ma ormai desueto e di “sonorità” francese. Mi sono soffermato un pochino sul calendario rivoluzionario, quello coi mesi “creativi” come “Germinale” “Pratile” o “Termidoro”. In francese era già più evocativo:

vendémiaire
brumaire
frimaire

nivôse
pluviôse
ventôse

germinal
floréal
prairial

messidor
thermidor
fructidor

i nomi sono legati alle condizioni climatiche e ad alcune attività legate ai lavori agricoli. Neve pioggia e vento d’inverno, vendemmia, nebbia e freddo per l’autunno, gemme, fiori e prati per la primavera e così via con l’estate che ha il suffisso -d’or  per indicare che è la stagione migliore.
Il calendario rivoluzionario fu deciso arbitrariamente dopo settimane di discussione, qui invece ho una civiltà millenaria controllata da un dio che ha a cuore lo studio e la conoscenza, prima di tutto, ma pure il benessere e la felicità di buona parte dei suoi fedeli. Prima che vi domandiate perché allora esistono divinità “malvage” vi ricordo che si tratta di concetti relativi: cos’è la felicità per un essere umano? E per un Elfo? E per un orco? E se l’adoratore medio di un dio è masochista piuttosto che vegano o pratica la chirurgia come arte voluttuaria? È difficile essere un dio. In un luogo poi dove la magia esiste e le idee possono condensare in divinità (se ci credono abbastanza persone) le cose si complicano ulteriormente.

Malichar esiste da circa 2600 anni, direi che un calendario ce l’ha e pure parecchio strutturato. E preciso: il 10% della popolazione pratica la magia (contro lo 0,5-0,8% delle altre nazioni). Un calendario preciso è indispensabile per garantirne la sopravvivenza, oltre alla “mitica” barriera.
Dal punto di vista geografico è un sistema di strette valli glaciali caratterizzate da boschi di conifere, fiumi a carattere torrentizio e ghiacciai in fase di arretramento. La popolazione vive concentrata nella parte più bassa delle valli, là dove l’insolazione è maggiore (e non ci sono più beholder e altre bestiacce). Il cielo è visibile, ma solo “in alto” dato che l’orizzonte è coperto da montagne che sfiorano i 4000 metri di media, ma le cime più a nord sfiorano i 6000. Uso i metri anziché i piedi kireziani perché mi tornano comodi per fare i conti.
Il giorno è suddiviso in cinque periodi di lunghezza differente. L’alba che va da quando sorge il sole a quando supera le montagne, il mattino che termina quando il sole è allo zenith, il pomeriggio che termina quando il sole sparisce dietro le montagne, il tramonto che colora di rosso il cielo, la sera che termina quando anche il crepuscolo è conclusosolare e poi la notte che ha termine con l’alba. Il “tramonto” in senso proprio (la scomparsa del sole oltre la curvatura del pianeta) è un fenomeno noto solo ai malichani che viaggiano.

Dal calendario rivoluzionario ho mutuato soprattutto le idee che esso veicolava, ma ho aggiunto parecchio di mio.

Primavera
safraneux – Safran è il nome del “Crocus Sativus” uno dei tanti bucaneve (i crochi) che fioriscono al disgelo. Da questi fiori si ricava lo zafferano, condimento molto popolare e spezia che viene esportata a carissimo prezzo. In questo periodo termina anche la stagionatura degli insaccati e lo sbottamento delle birre. Costellazione “Le safrain”, il bucaneve.
treflieux – Le Trefle è tanto il trifoglio, che abbonda nei prati. Dunque è tanto il mese del ritorno dei prati. Costellazione: “La petite Vailèt” (la vitella Minore… il nome è provvisorio come la prossima costellazione).

pelousien – il mese dei prati. Le mandrie salgono negli alpeggi e ci resteranno fino a fine estate. La grande Vailèt (Vitella Maggiore) è la costellazione che è allo zenith (a mezzanotte) in questo periodo.

Estate
Arréchaût – Mese del caldo. Il nome originario era “Rechauffageur”, ma la “R” iniziale è caduta sostituita da “arr” e a fine parola è rimasta la “û” al posto di “uffageu” mentre la r finale s’è incollata al palato diventando una t. Il solstizio cade in questo mese e poi le giornate inizierano ad accorciarsi. Le pecore vengono tosate adesso, così che al ritorno del freddo possano avere abbastanza vello da riscaldarsi di nuovo. Costellazione “les tisòires” ovvero le forbici. È anche il mese della maggior produzione di formaggi. Vacche, pecore e capre producono latte tutto l’anno.

Arrecolt – Mese della raccolta: ha inizio adesso la raccolta delle messi dai campi e andrà avanti fino a tutto vendan. Costellazione “la Cueilleuse” (raccoglitrice di frutti). Stesso discorso per l’etimo: era Recolteur, la r iniziale è diventata Arr e poi il resto è caduto, ma trattandosi di finale di parola non è rimasta neanche una vocale circonflessa.
Nota: la “Arr” davanti deriva dalla pronuncia della R iniziale di quasi tutte le parole Maliciane… il risultato che di parole che iniziano per “r” praticamente non ce ne sono.

La Mesadoire
Anticamente (e in Lleendir è ancora così) era Meissonadoir, poi divenuto Mêsadoir e infine La Mêsadoire, ovvero la mietitrice.
La e circonflessa indica dove c’era “isson” chè è si è contratto in “ê” diventando com’è oggi e declinato al femminile. Le Meissonadoir era il modo in cui veniva citato spesso tanto l’uomo che falcia il grando, quanto un’altra figura comune a moltissime culture e che separa i vivi dai defunti: La Morte. Merat-Asua, una delle divinità più potenti da queste parti, ha di fatto infiltrato senza colpo ferire anche la rigida teocrazia maliciana. Pochi culti non ne sono permeati, quello di Einungis nei reami del nord dove ogni aspetto della vita dei fedeli è regolato dal “dio unico” (ein = uno) con metodi ancora più spietati (l’eresia è punita con la morte per crocifissione ad un albero, tradizionalmente un frassino, ma all’occorrenza va bene qualsiasi cosa: anche un muro con un albero disegnato). D’altro canto è questo mese in cui gli animali da macellare vengono uccisi, da qui il collegamento con la morte. Sempre In questo periodo si tengono le aste per le pietre-matrice migliori. Vengono avviate le produzioni di insaccati e derivati della carne che resteranno a stagionare per tutto l’inverno e parte della primavera. Quella delle pietre-matrice è una delle “industrie” più floride dei principati. Costellazione = La fille avec l’orcin d’obsidienne, la ragazza con l’orecchino di ossidiana. (piccola citazione di un certo quadro di Veermer, che adoro).

Autunno
vendan – mese della vendemmia e della preparazione del vino. Termina la raccolta di quasi ogni altro frutto. Rimangono solo alcuni frutti di bosco alle quote più basse come le more. Costellazione “l’Autinier” il vignaiolo. Ai suoi piedi c’è la costellazione della Bosarde, la Volpe. Volpi e uva hanno una lunga storia anche in Malichar. Giusto per ricordare: in francese volpe è “renard”, nei dialetti aostani/savoiardi è Bosaron. Metti insieme il prefisso Bos e il suffisso ard e una e finale per il femminile e ottieni “la bosarde” (e muta e d appena accennata) giusto per ricordare che onomaturgia, worldbuilding e “filologia” vanno di pari passo.

undès – undicesimo in antico Lleenico. Malichar ebbe origine 2600 anni fa da una diaspora guidata da Bertrand de Malichar, dall’isola di Wascòn nel sub-continente di Lleendir a sud-est di Adra. Nel corso dei secoli numerosi principi tentarono di dare un nome “mitico” a questo mese e al successivo, ma con la loro morte gli altri principi hanno sempre ripristinato il calendario tradizionale. Costellazione: “la barriere”. Tutti i cittadini pagano i tributi per mantenere e far crescere la barriera. La spiegazione ufficiale è che è la grande scuola di magia, la Brêndienne e i suoi maghi a mantenerla e farla prosperare. La spiegazione è un pelino più complicata, ma è indubbio che senza le sovvenzioni statali l’università pur con le rette elevatissime, non riuscirebbe a prosperare… il problema è costituito dalle sovvenzioni, ma siccome questo è oggetto di uno dei romanzi in costruzione non posso rivelarlo qui.

dodès – come sopra, dodicesimo e ultimo mese del calendario Lleenico che è legato agli eventi astronomici e col 30° giorno del dodicesimo mese aveva termine il calendario. Dodès è l’unico mese che può avere 31 giorni, quando capita il bisestile. Giusto per fare il pignolino: alla pubblicazione del Torto a Lavill si festeggiava il 2602° anno dalla fondazione. Costellazione: “l’Oeil”, il beholder. Durante i mesi più freddi accadeva in passato che queste creature scendessero a valle per procurarsi cibo. I malichani si son messi il promemoria in cielo.
Nota: la transizione da inverno a primavera segna l’inizio del nuovo anno in moltissime culture. Traccia di questo evento è presente anche nel nostro calendario. Dicembre è l’ultimo mese attuale, ma solo il decimo nel calendario giuliano che terminava a Febbraio. In questo caso invece si festeggia al solstizio d’inverno, quando le giornate tornano ad allungarsi. Del resto l’aumento della luce disponibile è quel che scandisce la vita in molte culture.

Inverno
Betânier – Unico mese con la maiuscola, nel 500 alf (alf è la sigla che indica la fondazione (a la fondatiòn) della prima città: Lavill’ )  il consiglio dei principi decise che il mese di Glassié (il ghiacciato: in occitano la radice glass- è legata alla parola ghiaccio) sarebbe cambiato in Bertrandier in onore del fondatore dei principati. Col tempo la r e la d sono state elise e fu segnata la a come circonflessa per ricordare che anche lì son cadute un po’ di consonanti. Tutte le feste sono concentrate in questo periodo, alla fine dell’anno solare. Del resto è il periodo con meno luce a disposizione e non è che si possa fare molto altro che starsene in casa al calduccio. L’anno inizia il primo giorno di questo mese. Eventuali aggiustamenti vengono inseriti prima del primo giorno dell’anno. Costellazione “Bertrand” c’era da chiederlo? Bertrand sorge e scaccia l’Oeil, e così inizia il nuovo anno.

neigeux – nevicoso o nevile, fate vobis. È il mese con le nevicate più abbondanti. Costellazione “les outiles” gli strumenti musicali. Bertrand ha vinto, si fa festa. Fuori di casa la neve ha bloccato tutto e l’unica cosa da fare è ballare. Ci si scalda meglio, si consuma meno combustibile e si sta allegri.
glacieux – piccolo gioco di parole, non si tratta del mese più freddo in assoluto, corrisponde infatti al periodo che sulla Terra va da fine febbraio a fine marzo. I ghiacci si staccano e scivolano a valle, a volte causando seri danni. Inoltre è la stagione in cui dalle montagne soffiano i venti più gelidi provocati proprio dalla fusione del ghiaccio. Costellazione:  la bërsache, lo zaino. La brutta stagione è al termine, il lavoro riprende e i pastori si recano a controllare, zaino in spalla, che i rifugi e i ricoveri per il bestiame siano in ordine. 

E via, si ricomincia.

Lo studio del Guascone (langued’Oc occidentale), dei dialetti Savoiardi (piemontese e valdostano), del Francese e una spolverata di Italiano sta dando vita al Malichano. Il guascone, occitano occidentale, è il medesimo strato che ha dato origine ai nomi llenici, quelli con la y tra un cognome e l’altro. Il sub-strato occitano e una spruzzatina di cataro ne influenza pronuncia e base del dizionario, il francese per quanto riguarda la pronuncia moderna e la deriva linguistica (da Meissonadoir a La Mêdoire), l’alta savoia perché comunque ci deve essere un dialetto alpino nel mio modo di vedere le cose e l’italiano. Quest’ultimo è fondamentale dato che 1) è la lingua del lettore 2) Il paese con cui Malichar ha maggior scambi in termini economici è Kirezia dove si parla italiano-veneto e che a sua volta deriva dal Maorni che invece è una forma imbastardita di Latino.
Sta diventando una cosa parecchio interessante.

Onomaturgia, questa disciplina.

Che vuol dire? Si tratta della creazione dei nomi, niente di più, niente di meno.

Avrete fatto caso che in alcuni romanzi, che siano fantasy o meno, ci sono dei personaggi, dei luoghi, degli elementi narrativi che fanno a pugni con il resto del contesto? O, il contrario: li vedete amalgamarsi tra di loro in modi armoniosi e assolutamente convincenti.
Come succede?
A me è successo così.
Mi piace molto fare trekking e per prepararmi bene mi stampo le mappe delle zone dove andrò a passeggiare, specie se non ci sono mai stato.
Preferisco carta e bussola al GPS perché non si scaricano mai le batterie.
Mi cade l’occhio su un posto dal nome curioso: le zinne. Un paio di colline dalla forma inconfondibile. Poco più in là “Fontanile dell’uccello” e subito sotto “ponton della sorca”. Cerco bene e trovo una serie di nomignoli di derivazione sessuale e non (come strada vicinale della femmina morta) che, per quanto bizzarri, erano tutti accomunati dallo stesso denominatore.
L’area si trova tra Tolfa e Cerveteri, in provincia di Roma, basta avere pazienza e cercare bene sulle cartine 1:25000 dell’istituto geografico militare. Ispirarsi ad aree esistenti, effettuare ricerche sulla storia dei nomi, la toponomastica, è il primo passo. Scoprire perché un posto si chiama in un certo modo può gettare luce su molti fatti interessanti. Così sì può scoprire un cartografo burlone che si annoiava e ha “battezzato” in modo goliardico tutta l’area di sua competenza, un passo (tra val Rendena e Val di Sole) chiamato Campo Carlo Magno perché intorno all’800 dC ci passò di là il futuro imperatore del sacro romano impero… ogni luogo ha un nome che ne riassume la storia. Aggiungete questo elemento alle vostre mappe e al nome dei vostri “luoghi” e comincerà ad accadere qualcosa.
Vi verrà voglia di aggiustare il nome, cambiare una vocale, aggiungere una consonante o magari un suffisso o un prefisso. Magari vorrete dedicare una valle o un passo ad un personaggio storico vero o inventato, per cui ecco il golfo di Malavoglia, la piana del Principe, il poggio Macchiavelli e monte Leonardo. Olè, in un colpo solo abbiamo disegnato una mappa con le parole.

Il passo successivo è più complicato: desumere lo schema che ha portato alla formazione dei nomi veri e applicarlo ad una situazione immaginaria. Con altri metodi è il lavoro che svolge un filologo. Sebbene quest’ultimo si occupi di civiltà e culture esistenti, gli stessi metodi, talvolta in modalità “reverse engineering”, possono essere applicati anche ai nomi “inventati”.

Prendiamo la parola “Mûr-ku” (inventata or ora) costituita da un prefisso “mûr” e poi una radice… e decidiamo che una delle due è fissa e legata ad un concetto preciso. Per cui stabiliamo arbitrariamente che in lingua “Salsa” la radice -ku significhi “famiglia”, mentre il prefisso Mûr indica l’origine. Allora Mûr-ku può significare tanto antenato, che progenitore, avo… e con un cambio di prefisso ecco che abbiamo
Mûr-ku = antenato
Tal-ku = nonno
Dal-ku = nonna
Sal-ku = zio
Val-ku = zia
Pas-ku = padre
Ras-ku = madre… ecc…
si riempie in fretta un dizionario di parole inventate, ma coerenti. Le lingue Bantu funzionano pressappoco in questo modo. Un dizionario composto da prefissi e radici relativamente piccolo, più i composti che possono essere numerosissimi.
Un grande filologo ormai scomparso riuscì a creare una lingua “inventata” a partire dal lingue di origine semitica come l’aramaico. Si chiamava Tolkien.
Più è approfondita la conoscenza della lingua o delle lingue che si intende utilizzare per creare il proprio set di nomi e migliore sarà l’effetto finale. Dovete ricordare che una lingua è, prima di tutto, uno strumento per comunicare. Quindi deve essere “maneggevole”, perdonate l’espressione. Una lingua “bantu” è una delle cose più semplici da gestire e da far parlare. Lo studio filologico consente di espandere questa struttura a livelli epici, a riprova di ciò abbiamo varie lingue “fantastiche” tra cui il Quenya e il Kudzhul, ma pure il Klingon e il Romulano… e non so quante altre. La cosa importante della vostra lingua fantastica è che sia comoda e maneggevole.
Se non avete voglia di mettervi lì a scrivere dizionari e comporre ballate in klingoniano c’è il metodo “tognazzi”che potrebbe funzionare. Consiste nell’inventare parole che “suonano” come nella lingua madre, tipo il mitico “come fosse antani, ma onti a destra”. Sono parole prive di significato scritte nella nostra lingua, cioè nella lingua del lettore e per questo vengono riconosciute come “ingannevoli” se lette.
Adesso però mettiamoci nei panni del lettore tipo cui vi rivolgete.
Poi andate a pescare una cultura che nulla ha a che fare con lui, tipo giapponese o  uzbeco. Con l’aiuto di google translator prendete la frase che volete trasformare in una lingua “immaginaria” tipo “Buongiorno straniero, vi sentite bene?”.
Poi mettete il vostro protagonista nel quale si è immedesimato il lettore e tirate fuori

Xayrli tong
begona odam, siz o’zingizni yaxshi his qilasizmi? (la frase di prima tradotta in uzbeco con Google)
Per essere sicuro che anche un uzbeco non possa capire una beneamata basta lavorare di anagrammi.
Xyaril tnog beog’na odam, siz o’zinzikni ayxsih his qialsizmi?
le frasi suonano relativamente simili, ma le parole sono ora prive di significato e dell’uzbeco hanno solo una sorta di impronta.
Il trucco è quello di invertire o sbagliare solo alcune delle lettere all’interno della parola, ma lasciare iniziali e finali inalterate. Come per la supercazzola del conte Mascetti, le parole suonano ancora come fossero nella lingua originaria, ma nessun traduttore riuscirà mai a tradurle… come se fosse Antani, chiaro?
E allora che ci fai? Le metti in un file excel e, pian pianino, ti costruisci la tua lingua personale, magari mescolando termini provenienti da più lingue.
Sembra difficile?

Calvino nelle Cosmigoniche ha fatto qualcosa del genere. Qwfwq, protagonista di tutti i dodici racconti delle Cosmicomiche, è un nome di sole consonanti e non solo: è palindromo, ovvero lo si può leggere anche al contrario. La “regola” che emerge è particolare: tutti i nomi sembrano “alieni”, provenienti da una cultura molto diversa da quella umana e con regole sconosciute, ma precise. Qwfwq, Lll, N’ga e molti altri divengono rapidamente facili da ricordare e associare ai rispettivi personaggi. Se c’è riuscito lui possiamo farcela anche noi.

Un altro che mescolava le lingue era Kipling. Prendiamo il libro della Jungla. L’orso Baloo è la traslitterazione del termine hindi “Bhalū” e che vuol dire “Orso”. Se l’avesse semplicemente chiamato “Bhalū” il lettore più accorto, complice anche lo stretto legame tra Inghilterra e India nel XIX secolo, avrebbe fiutato subito l’inghippo. Con la traslitterazione invece ci si ritrova con un nome che non esiste nel dizionario”Baloo” e che pure si ricorda facilmente.
La genesi di Bagheera è simile, ma stavolta proviene dalla lingua malese. Kipling ha attinto a queste due lingue che conosceva bene per generare tutti i nomi del “Libro della Jungla”, da Shere-Khan a Mowgli, Kaa e tutti gli altri. Siamo nel 2018, hai svariati traduttori automatici e dizionari online di ogni lingua e dialetto parlati su questo benedetto pianeta… sicuro che non c’è qualcosa con cui puoi giocare?

Non sto qua a citare Tolkien, lui era un filologo e di queste cose ne aveva fatto un vero lavoro al punto da avere la cattedra di Filologia Anglosassone (tra le altre cose) a Oxford.

Non c’è solo l’assonanza (lettere iniziali e finali) cui fare attenzione. Quando crei i tuoi nomi usando la tua lingua “fittizia” oltre ad essere pignolo quando crei il dizionario devi anche stare attento alla lunghezza e alla forma dei nomi. Qwfwq si ricorda bene perché è un solo strano fonema e il testo è palindromo: basta che ti ricordi metà nome e trovi l’altra metà. Mowgli si ricorda perché viene ripetuto nmila volte nel libro e viene dato il suo significato: ranocchio. Importante anche questo aspetto: fai in modo che di ogni parola inventata il lettore possa conoscere il significato e ci arrivi da solo prima ancora che giunga la tua spiegazione. Meglio se con una descrizione funzionale come fece Kipling che prima descrisse l’andatura balzelloni del cucciolo d’uomo e poi gli diede nome Mowgli specificando che si trattava del ranocchio.

Anche la lunghezza di un nome va considerata: due, tre fonemi al massimo e poi basta. Parole troppo lunghe sono difficili da ricordare e stancano il lettore. Non dico di non usarle, ma di usarle con criterio. In fondo i miei Nani forniscono i visitatori di narrenssapmok per permettergli di orientarsi nei tunnel della Casa di Roccia senza stare a chiedere informazioni ad ogni passante. Narren = stupido, ssapmok = bussola. Facile no? Parlano tedesco al contrario, quasi. Suona come il tedesco, sembra tedesco, ma un tedesco non ci capisce una beneamata finché non si accorge che son tutti anagrammi, sciarade, inversioni e via discorrendo, in parte. In parte sono frasi costruite con le parole ottenute dai giochi linguistici utilizzando regole filologiche. Come lingua funziona. I nomi dei luoghi diventano così evocativi e unici, se poi sono corredati della loro scheda che spiega l’etimologia e magari la storia, l’ambientazione acquista profondità e offre innumerevoli spunti narrativi.

 

 

Adra – Morfologia

Adra è il nome che ho assegnato al continente che ospita Maor, Kirezia, Malichar e tutte le altre nazioni di cui ho parlato finora. Il nome è un anagramma che non tarderà a rivelarsi, specie agli appassionati di studi Tolkeniani. Insieme ad Airumel è il secondo continente che ho battezzato. Me ne restano altri 23… meno male che due continenti sono inabitabili.

Morfologia

Dal punto di vista morfologico Adra somiglia vagamente ad un grosso triangolo: la base va dalla penisola di Maor detta anche di Respheia a est e la penisola del drago a ovest, si individuano alcune grandi catene montuose, frutto di collisioni continentali avvenute in epoche remote. La catena vulcanica dei monti Resphidi che domina Maor, a est, seguita dal massiccio della Casa-Di-Roccia, poi la vasta pianura kireziana e, verso nord ovest, il massiccio della Sierra d’Argento che prosegue nelle Erte Malichane a Nord  e nei Colli Ondosi a sud e che fanno da baluardo al deserto D’Nis. Le Erte (Les Raides) proseguono in direzione Nord-Ovest fino alle gelide piane di H’Leyr, dove l’era glaciale non ha ancora lasciato il suo morso e gli strati di ghiaccio raggiungono uno spessore compreso tra cinquecento e seimila piedi (quasi 5900km).
Il vasto e complesso sistema di corrugamenti che attraversa il continente lungo l’asse NW-SE  termina in una lunga penisola ghiacciata in una terra senza nome e senza sole dato che si trova ben oltre il bordo del pozzo polare settentrionale. La costa orientale prosegue in direzione N-NW e man mano che i corrugamenti si spostano verso ovest il terreno diventa via via più pianeggiante e troviamo la Casa di Roccia, sulla costa i regni del Nord e le steppe sempreverdi nell’entroterra che si trasformano, verso nord, nelle gelide foreste del Frisør. Tra le due regioni l’invalicabile area dei monti “Sciabola” chiamati anche il regno dei Draghi. Come montagne non superano i tremila piedi, ma è sin troppo facile imbattersi in draghi e viverne che si contendono quel lembo di terra da che ha cominciato a spuntare da sotto i ghiacci. Il Frisør è una piana sub-glaciale, popolata perlopiù lungo la costa e caratterizzata da foreste di conifere e latifoglie. La città che domina questa regione è Nafhtagn, fondata poco prima di Nadear ed è l’unica colonia Dei-Talant sul continente. Dal golfo di Fhtagn la costa piega bruscamente verso ovest e punta, tra ghiacciai che scendono a mare e iceberg che rendono impossibile la navigazione, verso le gelide piane dove il pack e la terraferma sembrano non avere soluzione di continuità, poi man mano che la costa si avvicina al bordo del pozzo settentrionale i ghiacci si fanno sempre più alti e le montagne con loro fino a sparire, tra tempeste senza fine, oltre l’orlo del pozzo. Nota: in quest’area, complici le correnti calde provenienti dall’interno, il mare è relativamente sgombro dai ghiacci e se non fosse per le onde alte oltre trenta metri, sarebbe navigabile. Al contrario più in quota, oltre i mille metri, la temperatura è molto più bassa a causa dell’irraggiamento nullo e l’acqua torna a gelare. Il vapore che si solleva grazie al calore e alle onde sale a quella quota e si trasforma in neve che alimenta i giganteschi ghiacciai di questa penisola inospitale. Quando finalmente le gelide lingue di ghiaccio che si protendono per lo più sopra al mare cedono alla furia degli elementi generano mostruosi tsunami che devastano tutta la costa per miglia e miglia in tutte le direzioni. Superata la punta dell’istmo senza nome  (arrivare fin qui a piedi è dura e richiede tecnologia o incantesimi molto potenti) si ritorna verso sud e si incontra il terzo e ultimo grande corrugamento del continente: i monti della Follia che si estendono per oltre tremila km in direzione sud-ovest poi la catena fa una curva (in realtà si biforca, ma il corrugamento che procede verso SW entra nell’oceano occidentale ed è appena visibile sotto forma di isole vulcaniche) e prosegue verso sud fino a superare il bordo del continente e terminare nella penisola montuosa nota come “penisola del Drago” dove vivono i Ganas, chiamati anche uomini-serpente o uomini-drago. Nulla di soprannaturale in realtà: il culto più in voga da queste parti è quello di Nendos, il grande e saggio, spesso raffigurato come un drago “infinito” che si mangia la coda formando una specie di 8 orizontale. La religione si manifesta in ogni aspetto della cultura di questo popolo che intrattiene da alcuni secoli rapporti commerciali con Kirezia. Proseguendo verso est poco dopo la penisola del Drago il terreno si fa sempre più pianeggiante e arido: le nubi di piogge provenienti dall’oceano occidentale si fermano sui monti della Follia e la pianura sottostante riceve pochissime piogge, mentre la conformazione delle montagne fa in modo che quasi tutta l’acqua di fusione dei ghiacci finisca nel sottosuolo, solo lungo la costa si trovano villaggi (perlopiù umani) che vivono di pesca e pastorizia nomade con rarissime oasi dedicate all’agricoltura. L’economia dei villaggi costieri è incentivata dal transito di centinaia di convogli durante ogni mese dell’anno, diretti verso la penisola del Drago e altri luoghi che sto rifinendo in questi giorni. Circa a metà della costa meridionale di Adra vi è il massiccio di Etsiqaar dominato dall’omonimo altopiano, unica area semi-fertile perché riceve, durante la stagione invernale, precipitazioni sotto forma di neve. Come forse vi sarete accorti il clima di Adra è freddino, Etsiqaar ha un confine “a picco” sul mare dove l’accesso all’acqua è separato da un “muro” di oltre mille piedi di altezza e poi, al confine kireziano, si addolcisce bruscamente nei Colli Ondosi, dove la costa è ancora frastagliata, ma in alcuni punti accessibile via nave e incontriamo Port Enolau,  il porto più occidentale di Kirezia. Più oltre inizia il golfo di Kirezia e l’acqua diventa sempre più salmastra e poi addirittura dolce quando si incrocia la foce del Nacal-Dengar, il più grande fiume di Adra. La portata del fiume è di circa 180.000 m^3/s con punte durante le piene di oltre 200.000m^3/s, una serie di canali artificiali costruiti a monte favorisce la navigazione e, in caso di piena, un rapido deflusso delle acque verso il mare. Ancora più a est si incontra Meroikanev coi suoi boschi e si torna a Maor.

Risalendo il Nacal-Dengar dalla foce si prosegue verso Nord. Da ovest il fiume riceve l’acqua del lago Levot e dei numerosi canali artificiali navigabili che uniscono il lago al fiume, da est riceve le acque della foresta di Nivalis, entro la quale pochissimi possono accedere… anche perché agli elfi disgusta avere “non-elfi” in giro per casa e ai Kireziani piace commerciare cosa che li ha avvicinati in breve tempo ai Nani della Casa-Di-Roccia situata nell’estremo occidentale dei monti Resphidi, quella che diventa la catena della Wiegestein o “Culla della vita” come la chiamano i Nani. Risalendo il fiume verso Nord si incotrano numerose città che vivono di agricoltura e allevamento: Sanavei e Zusei, Damarne, Tolseta e infine Lain-Crugòn che fino a quasi cinquecento anni fa erano due città distinte. Poco più a nord si incrocia il “gradino”, un salto di roccia alto pochi piedi, ma netto e reso tagliente dalla catastrofe che spazzò via la città-stato di Daikin-Jadam e tutti i suoi abitanti. Il fiume ha una curva verso nord-est da dove proviene arricchito dalle acque delle steppe sempreverdi, il luogo più piovoso del pianeta (o almeno uno dei più piovosi attualmente) e, complice la portata praticamente costante, mantiene il nome Nacal-Dengàr che per i nomadi è “Il grande padre”. L’altro ramo è il fiiume Tancour che scende dalla valle di Malichar e ha portata molto più variabile. Sembra provenire da una spaccatura nella dura roccia delle Brulle, che attraversa. Nota come “la bocca di Wu-Masau” la spaccatura è ampia mediamente seicento piedi e nel punto di massima profondità non si riesce a vedere il fondo situato ottocento piedi più in basso. Per chi non l’avesse capito: le Brulle sono in salita. La “spaccatura” scavata dal Tancour, il ramo nord-occidentale, proveniente da Malichar, divide le Brulle in due ed è impossibile da attraversare a meno di non utilizzare la magia. La regione situata a ovest del Tancour  è attraversata ogni anno, tranne durante la stagione più fredda, da migliaia di convogli diretti tutti a Cupial e Lavill’ le principali città di Malichar. L’origine della spaccatura è in parte tettonica (negli ultimi 50.000 anni il suolo delle brulle vicino al confine malichano si è fratturato come un gigantesco mosaico e si è sollevato di oltre 500 piedi e solo negli ultimi 1000 anni di circa 26-28piedi (le Alpi hanno avuto velocità di sollevamento quasi doppia), ma a causa della vetrificazione della superficie dovuta all’esplosione l’erosione ha avuto poco o nessun effetto. Questo ha impedito al fiume (che durante l’esplosione è stato vaporizzato interamente) di erodere lo strato superficiale portandolo a scavare in profondità rendendo l’orlo della spaccatura molto insidioso. Le brulle sono un’area di “terreno caotico” in pendenza che “parte” da 700 piedi di altitudine (la quota del gradino poco dopo Lain-Crugòn) fino ai 1300 piedi del passo di Cupiàl detta anche la porta dei Principati, dove la magica protezione contro le creature extradimensionali comincia a diventare abbastanza intensa da avere effetti apprezzabili. Il fiume ha eroso “sotto” risparmiando uno strato compreso tra 2 e 30 metri, la spinta tettonica ha poi fatto il resto, portando i bordi del profondo cañon fino a 800 piedi sopra il livello del fiume.
A ovest della spaccatura del Tancour vi sono le colline di Taztoath dove si narra che il dio del Caos superno abbia trovato un luogo degno ove riposare ed essere adorato dai suoi fedeli servitori (alcune enclavi orchesce sfuggite al controllo di Wu-Masau, gnoll, troll e soprattutto Beholder). Le “colline” sono una serie di creste che spuntano dal suolo e che di collinoso hanno solo il nome nascondono migliaia di crepe e anfratti dove creature di ogni genere trovano rifugio e cibo (di solito entrambe le cose e a spese del precedente occupante), mentre a est la catena vulcaninca del Lezardèn ospita un lago di lava e una colonia di draghi per lo più rossi.

L’ho detto che le Brulle sono un luogo inospitale per umani e bipedi di quasi tutte le razze?

A est e a ovest vivono, nel sottosuolo, numerose colonie di Orchi. Incuranti della radioattività (o forse grazie ad essa) prosperano entro le grandi cavità vetrificate create dalle violente esplosioni dei generatori MTM costruiti dai daikiniti ed escono sulla superficie quando le riserve di cibo scarseggiano e ai più giovani viene ordinato di abbandonare la colonia per “raccogliere” cibo in superficie.

In una terra del genere non ci sono vere e proprie piste: il suolo non consente di lasciare tracce durature e l’inverno è duro. Il ghiaccio si deposita sulla roccia vetrificata senza riuscire a penetrare se non dove c’è una crepa, ma anche lì riesce a fare poco sempre che la crepa non contenga materiale radioattivo: allora rimane calda anche d’inverno e il ghiaccio forma una “bolla” attorno alla fonte di calore, in equilibrio tra congelamento e sublimazione. Metterci un piede sopra significa rompere la bolla e ricevere tutte le esalazioni venefiche prodotte dalla radioattività in un colpo solo.
Superate le Brulle si entra nella valle glaciale di Malichar dalla tipica sezione a U, creata dal passaggio e poi dalla fusione del ghiacciaio che qui ha lavorato per oltre quarantamila anni. La valle termina di fronte al lago di Lavill’ che ospita al suo centro la città. Il lago è artificiale, ma esiste da quando Bertrand de Malichar fondò la sua città e scoprì la barriera che a tutt’oggi protegge i principati e i suoi utenti di magia.
I Principati sono l’ultimo “Baluardo” umano nell’entroterra adrita (di Adra NdR) più a Nord i ghiacci sono ancora ben spessi e più a ovest, oltre le montagne c’è il deserto D’Nis e il cerchio si chiude. A est dei principati, oltre le montagne che accolgono le propaggini settentrionali della Wiegenstein, si stendono le steppe Sempreverdi, l’altopiano che digrada verso nord-est fino alle gelide pianure del Frisør e che è la principale fonte di acciaio meteorico del continente. In teoria anche il deserto D’Nis ne è pieno, ma è un pelino più inospitale. Le steppe sempreverdi si interrompono di fronte ai monti della Sciabola (o delle Zanne), la catena che separa l’altopiano dall’oceano orientale, dove i Draghi hanno ciò che loro chiamano città e prima che ci facciate un pensierino: no. Non se ne esce vivi, a meno che non siate abbastanza forti da affrontare senza uccidere un paio di draghi in simultanea. Ucciderli significherebbe attirare altri draghi.
Per chiudere questa lunga carrellata sul continente di Adra: a sud-ovest dell’altopiano di Etsiqaar si trova il sub-continente di Lleendir, direttamente a sud dell’estuario del Nacal-Dengar le isole di Pelagòs, il regno (anarchico) delle mille isole (anche se sono molte di più) e poi, molto più a sud gli atolli di Thanatos dove è costretto a fare scalo chi è diretto ancora più a sud, ma che ogni volta rischia grosso con cannibali, tagliatori di teste, pirati  e schiavisti maorni. Lungo la costa orientale si incontra il sub-continente Dei-Talant, chiamato anche “Isola dell’Alba” e che accoglie l’impero omonimo i Dei-Talant. Più Oltre sorge Airumel, la patria degli elfi.

E se riesco prima o poi metto su anche una mappa, magari a penna che in questi giorni ho pochissimo tempo per fare altro.

La storia infinita

C’è un meccanismo alla base delle mie storie che comincio ad afferrare solo adesso e che mi ha sorpreso non poco. Mentre ero alle prese con la mappa di Kirezia mi stavo lambiccando il cervello, per creare una quarantina di nomi di città coerenti con l’ambientazione, ho messo al lavoro il motore anagrammatico del gaunt per vedere se tirava fuori qualcosa di interessante. Quella di anagrammare nomi di città esistenti, o di regioni, paesi, città straniere è quasi un vicolo cieco: le città di Kirezia hanno suoni “veneti” evocati tramite un uso delle sillabe e dei suoni dolci di z,s e r, magari tramutando una z dolce in “ds” e una c dura in q senza u. Perso in elucubrazioni semantiche mi casca l’occhio su un post dell’edicola di giopep, un amico di vecchia data meravigliosamente esperto di cinema e col quale ho condiviso un periodo meraviglioso chiamato Studio VIT insieme ad altri straordinari personaggi coi quali ho mantenuto i contatti. Subito penso a lui e neanche a farlo apposta anagrammo il suo cognome reale tirando fuori Damarne città di un migliaio di abitanti che sorge nel bel mezzo della piana del Nacal-Dengar al centro della Repubblica di Kirezia. Avevo trovato la soluzione. In pochi minuti escono fuori tutti gli altri nomi: Port Enolau, Sanavei, Zusei, Kima, Xequde, Arret-Calac, Botiva, Tolseta, Chies, Bireill… tutti nomi che si accostano a Nadear, Lain-Crugòn e Kirezia come suono. Nessuno può sapere a chi mi riferisco, nè se il nome di una città è l’anagramma del nome o del nickname usato per lo studio VIT o quale altro collegamento tra una serie di lettere priva di senso come Zusei e una gatta siamese, per dire, piuttosto che un essere umano.
Quello che mi ha colpito è stato il modo in cui ho generato i nomi e la velocità con cui è avvenuto il… processo, che mi ha rievocato due bei ricordi. Il libro e il film della “Storia Infinita” da cui il titolo di questo breve articolo. Nel film, in particolare, Bastiano crea il personaggio di Atreiu leggendo il nome dell’indiano stampigliato sulla sua cartella. La trasformazione da disegno a giovane guerriero è velocissima e ritrovare un elemento reale dentro al mondo fantastico evocato dalle pagine del libro è stata un emozione davvero grande, al punto che ho dimenticato quasi tutta la punteggiatura di questo periodo.

Dunque ho iniziato a trasporre elementi reali, anagrammandoli ad arte per avere suoni coerenti con l’ambientazione… e a proposito di “suoni” talvolta l’anagramma è fonetico per cui si tratta di un nome “vero” trascritto con lettere diverse ma che, grazie alle regole fonetiche del mondo immaginario che vado costruendo suona identico. Un po’ come il “Colonnello Neopard” incontrato da PK che si esprimeva in linguaggio alieno “Staghatent ch’el broosha shoor!” e che ho impiegato un pochetto a capire perché la traduzione in fondo alla vignetta riportava “Stia attento che brucia, signore”. Poi ho riso come un matto.

Tra l’altro: in questo modo sto arricchendo i dialoghi del mio “Ladro di sogni” che ovviamente non si intolerà così dato che è un titolo iper-abusato, e per il quale ho trovato decine di nomi adatti per città e villaggi malichani con cui arricchire l’ambientazione.

Questo lavoro di “copia dal reale, rielabora e incolla nel fantastico” sta avendo un simpatico effetto collaterale: saltano fuori decine di personaggi, di spunti per trame, aneddoti, luoghi che a volte mi sfuggono, ma il più delle volte finiscono fissati nella carta e diventano storie in un processo che sembra autoalimentarsi e che ha tutta l’aria di voler durare molto a lungo… storia infinita?
EVVIVA!

Ololf e Alalf

coboldo-viQuasi mi dispiace metterli sotto i “cattivi”, ma… dopotutto se la son cercata.

Si tratta di due coboldi, una delle numerose razze senzienti che affollano Tharamys. Non superano il metro di statura, hanno l’aspetto di una lucertola bipede dal muso e la coda tozzi e ricoperti da una ispida peluria grigio sporco. Una via di mezzo tra un topo, un rettile e un cane su due zampe. I due soggetti in questione si imbattono nella fattoria musìn quasi per caso, quasi. Si son lasciati Nadear alle spalle diretti a sud, in cerca di qualche fattoria dove rubare uova, galline e magari anche qualcosa di meglio. Magro e nervoso Alalf, completamente rimbambito e ciccione Ololf hanno in comune una certa “passione” per la violenza gratuita a cose e persone. O meglio: rispettano gli altri coboldi, ma i non-coboldi li considerano prede o predatori, a seconda della… stazza.

Forza: abbastanza per svaligiare  una fattoria in un paio d’ore. In due, se no è il doppio.

Agilità: quella di una lucertola, specie se in fuga.

Intelligenza: media. Alalf sarebbe anche astuto, ma Ololf abbassa la media in modo drammatico.

Carisma: anche gli altri coboldi li trovano simpatici come un ascesso.

Alalf e Ololf sono schivi, sempre sul chi vive. Si tengono in disparte, attendono l’oscurità e colpiscono solo quando hanno la certezza matematica di farla franca. Usciti dallo stesso uovo (i coboldi hanno parecchio in comune con i monotremi) i due diventano inseparabili fin da subito. Chi li ha conosciuti di persona ha detto di loro che “in due riescono a fare quel che un uomo, con un po’ di cervello, riesce a fare da solo” e in effetti la coppia funziona proprio così. Alalf dirige le operazioni e Ololf ci mette la propria forza. Anche quando si cimenteranno con la fattoria dove vive Conrad adotteranno il medesimo, consolidato, schema. Non è la prima fattoria che derubano, ma vogliono il “colpaccio”, il salto di qualità che gli permetterà di vivere nel lusso per molto tempo e la fattoria Musìn è proprio l’occasione che stavano cercando: una grossa e grassa fattoria isolata in mezzo alle colline, abitata da un elasson pacioccone, un po’ di umani e qualche ragazzino che all’occorrenza potrebbe diventare uno spuntino gustoso.

Come? È inumano? Se ci sono umani che mangiano carne di rettile non può accadere il contrario, specie in un racconto fantasy?