Ma tanto è fantasy…

Oggi non scrivo io. Mi sono imbattuto in una signora, signorina, non so, ma ha centrato esattamente il punto che in questi anni ho tentato di portare alla luce. Si chiama Erika Sanciu o almeno questo è il nome con cui si firma.

E questa è la sua pagina FaceBook:
https://www.facebook.com/unicornoneroatelier/

Tuttavia quello che mi preme è ciò che ha pubblicato sul suo profilo oltre che in uno dei gruppi che seguo in cui si parla di scrittura.

Quanto conta l’ambientazione? Conta. Leggete e poi ponetevi la domanda.

 

 

 

“MA TANTO È FANTASY!”

Di Erika Sanciu

L’avete sentita la frase incriminata maledetta?!

Io sì, si sente spesso. Di solito accompagnata da schiere di coloro che si battono per smentire, e schiere di coloro che inneggiano alla leggerezza del fantasy, in un limbo sospeso di immaginazione e libertà, scevro da ingabbiamenti mentali troppo razionali.

Ma perché dovrebbe essere importante mantenere una certa coerenza in qualcosa che non esiste?
È maniacalità? Sono seghe mentali di altissimo livello di disagio?

La risposta suprema è: ATLANTIS.

Sì, sì. Rileggete bene. Ho scritto proprio Atlantis: il film d’animazione Disney. ( Non l’avete visto? Guardatelo, pagani che non siete altro!)

Confesso che l’illustratrice-wannabe che alberga impunita in me ha un debole per i “making of” e quindi devo capitolare. Quando posso, me li spulcio a dovere per capire cosa si nasconda dietro le quinte di progetti di tale portata.

Sul concept della città sommersa, una delle cose che mi è rimasta più impressa è stata una frase che suonava più o meno così: “Ecco cosa ho STUDIATO per rendere PLAUSIBILE la vita nella città”.

Plausibile?!
Stiamo parlando di gente millenaria che vive in una città scomparsa in fondo al mare, che è tenuta in vita da cristalli magici e fluorescenti… e che viene scoperta da una spedizione di esploratori, con mezzi a vapore, nei primi del Novecento… che al mercato mio padre comprò.

Perché sbattersi per renderlo plausibile?
Perché il #worldbuilding ha bisogno di #coerenza se si parla di qualcosa che non esiste?
Semplice. Perché voi volete che esista. Nel momento stesso in cui uno scrittore crea un mondo, ha la responsabilità di renderlo funzionante.

Come quando chiamate l’idraulico in casa per sistemarvi l’impianto e vi aspettate che aprendo il rubinetto esca effettivamente l’acqua. In questo modo sentite di aver speso bene i vostri soldi. Che la vostra fiducia è stata ripagata. No?

Torniamo ad Atlantis:
– La città è sprofondata nel sottosuolo ed è sospesa sopra un fiume di lava. Questo la rende difficilmente accessibile ed estremamente difendibile. Ma la sola lava non andrebbe bene, perchè creerebbe un clima con temperature eccessivamente alte. Una città ha bisogno di acqua e questa, in particolar modo, ancora di più.
– L’acqua che sgorga dall’interno e che circonda tutta la città, si riversa con enormi cascate nel fiume di lava ( i Terrapiattisti ringraziano). Sembra inutile, ma non lo è. È questo che lo rende un’ecosistema funzionante: lo sbalzo di temperatura crea vapore acqueo e un clima vivibile.
– Il vapore acqueo crea nuvole, che creano acqua piovana potabile e che rende le colture possibili, crea cibo per gli abitanti e per gli animali che compongono l’ecosistema.
Sì, ok. Ma che tipo di ecosistema? Uno che si avvicina molto a quello tropicale e che quindi prevederà piante rampicanti, o ad alto fusto, con foglie larghe e questo si riverserà sul tipo di abitazioni costruite, sul tipo di animali presenti e sul tipo di vita svolta dai cittadini.

Capite perché è importante?
Fa la differenza fra “Ohhhh, che bello!” e “Ma che minchiata è? Come potrebbero mai vivere per così tanto tempo senza ossigeno?”

La differenza sta tutta lì: nelle fondamenta che si sono gettate.

Esiste un patto fra scrittore e lettore ( o spettatore) che riguarda la SOSPENSIONE DELL’INCREDULITÀ: io accetto di credere che Atlantide sia sprofondata e che sia ancora vivibile a patto che tu la inserisca in un contesto plausibile.
Ma esiste anche un limite a ciò che si può accettare. E quindi gli elementi “weird” vanno saputi dosare bene. In modo che siano bilanciati e coerenti fra di loro.
Il nostro cervello farà il resto: mischierà le informazioni ricevute con quelle che abbiamo nel nostro vissuto e intesserà una rete solida di fiducia in ciò che si sta guardando, o leggendo. Così, nessuno si stupirà se nel cielo di Atlantide si vedono volare animali con le ali membranose. Il cervello decreta che sì, “se po’ ffà!”.
Al contrario, inserendo elementi incoerenti, si creerà un senso di disagio che annullerà l’effetto del patto, interrompendo il “sense of wonder” in favore di un più realistico “ma cos?” ( o maccheccazz… come preferite).

Nessuno vi dice che serva lo spiegone di cosa state mettendo in piedi, anzi, la peste vi colga se vi azzardate!
Nessuno spiega come funzioni Atlantide nel film, ma lo si percepisce, perché tutte le informazioni convergono e rimangono nella pianificazione strutturale decisa.

Questo è solo un particolare; uno dei tanti.
Pensate al periodo storico, abbiamo detto primi del Novecento: ogni macchinario è concepito in modo che sia futuristico ma in una misura accettabile per il 1910. Dev’essere all’avanguardia, ma non per il 2018, per il 1910.

Riuscite a immaginare la mole immane di ricerca che è stata fatta? O il numero di domande che si sono posti per arrivare al risultato finale? Quanti confronti possono essere nati fra i membri del team di progettazione?
Non a caso progetti di questo tipo richiedono ANNI di lavoro.

Ogni parola, ogni scelta, ogni oggetto inserito nel campo visivo è stato attentamente valutato e passato al vaglio di uno specifico filtro. Un filtro coesivo che ci aiuti ad ambientarci, a provare empatia per i personaggi messi in scena e che ci trasmetta l’impulso di capire come si dipaneranno le vicende della trama.

In una parola: COERENZA.
Ma non solo negli esempi fatti, in tutto: nell’atmosfera, nel colore, nel linguaggio, nello stile, nella musica, in ogni singolo elemento che viene inserito.
Il filtro che mettete davanti agli occhi di chi guarda, fa la differenza in ciò che riuscirete a far vedere.

Ok, come si fa a capire se questo lavoro è stato fatto bene?

Facile: nessuno se ne accorge.
Il filtro deve esserci ma deve essere invisibile.

Mentre siete fra le pagine o davanti a uno schermo non notate niente di strano, perché tutto vi dice che ehi, è una figata!
Ci pensate dopo.
Perché in quel momento tutto suona sugli accordi giusti, la melodia è travolgente e il pianista sta suonando con competenza, così voi non dovete pensare alle note che vengono suonate, ma solo all’emozione che provate nel sentirle.

Ma se il pianista non fa altro che riversarvi addosso uno sproposito di stonature?
Riuscite comunque a godervi lo spettacolo?
O cominciate a pensare che potevate andare dal kebabbaro e spendere l’equivalente del biglietto del teatro in misteriosa alimentazione potenzialmente mortale, e che quel pianista è un cretino che dovrebbe cambiare mestiere?

(Non guardatelo troppo, potreste accorgervi che è il vostro idraulico…)

Alla luce di questo, riuscite ancora a prendere in giro coloro che pensano che sia importante capire se un drago depone le uova, se ha dei rituali di accoppiamento, se abita particolari ecosistemi e se questo ha un peso più o meno importante all’interno di una congrega di cavalieri di draghi?

Beh, io no. Io apprezzo persone di questo tipo.
Persone meticolose che dimostrano di avere a cuore non solo ciò che stanno creando ma anche coloro a cui poi sarà rivolto.

Siete ancora sicuri che non sia così importante essere coerenti?

#worldbuilding #coerenza #sospensionedellincredulità

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