Adra – Storia

La storia di Adra è lunga quasi 60.000 anni, da quando i Daikiniti sorsero e tramontarono “col botto” ad opera di Wu-Masau (e del dio degli elfi Lalof-Sal) circa 50.000 anni prima della fondazione di Maor.

Orbene anche 50000 sono tantini anche per un mondo fantasy. Perché se Tharamys è così popolata Adra è rimasto spopolato per tanto tempo? Spiegone (che si può saltare in scioltezza):

le esplosioni causate dalla fine di Daikin-Jadam sollevarono migliaia di km^3 di polveri ad elevata riflettività.
Le polveri rimasero sospese in aria per millenni incrementando in modo significativo l’albedo di tutto il pianeta col conseguente abbassamento delle temperature su tutta la superficie di oltre 2°C in meno di sei mesi.
I ghiacciai di tutto il pianeta si accrebbero, in particolare quelli circumpolari che si tramutarono in vere e proprie dighe planetarie al passaggio dell’acqua nei pozzi polari, la riduzione dello scambio termico tra “interno” ed “esterno” del pianeta privò la superficie di altro calore e aumentò ulteriormente il calore trattenuto all’interno del pianeta. In questa fase si sono avute temperature interne di 40°C medie ed esterne fino a 4 gradi sotto le medie stagionali. Privati di parte della loro energia i fenomeni atmosferici della superficie si fecero più miti e le precipitazioni assai ridotte, mentre all’interno violenti uragani spazzavano ogni continente  senza alcuna pietà.
Si è avuto un progressivo abbassamento del livello dei mari con conseguente ulteriore riduzione dello scambio termico. L’energia in eccesso nei sistemi meteorologici interni al pianeta trovò nei pozzi polari l’unica via di sfogo, ma le correnti calde provenienti dall’interno a contatto con le barriere ghiacciate circumpolari generarono enormi risalite di vapore che finirono per portare energia ai vortici polari: le tempeste perpetue che circondano i pozzi polari. Il ruolo di queste tempeste è fondamentale per tutto il meteo di Tharamys dato che sono il “motore” dei jetstream, le correnti a getto stratosferiche da cui dipendono tutti i fenomeni atmosferici. Rifornite con tutta l’energia che prima contribuiva a muovere le correnti oceaniche le due tempeste crebbero fino a coprire una porzione significativa di Tharamys e bombardandola letteralmente con neve e ghiaccio.

Per farla breve l’era glaciale generata da questo meccanismo (che include variazioni di salinità nei mari e bolle di calore provenienti dai pozzi polari) interessò tutto il pianeta per circa 30.000 anni.
La glaciazione innescata dall’esplosione era destinata ad interrompersi nel momento stesso in cui ebbe inizio. I ghiacci, mentre si formavano furono “inquinati” dal pulviscolo in lenta deposizione. Nel momento in cui il quantitativo di pulviscolo atmosferico (le famigerate PM10) si sono ridotte hanno lasciato passare più luce e più energia. I granelli intrappolati nel ghiaccio hanno catturato il calore e hanno innescato la fusione.
Anche aiutati in questo modo occorsero quasi 20000 anni prima che porzioni significative di Adra fossero accessibili per i colonizzatori.
Fino a 13000 anni fa le aree abitabili di Adra erano sulle coste e nella foresta di Invalis, ma agli elfi del clima è sempre importato poco: loro riescono a controllarlo con la magia, almeno a livello locale.
In pratica su tutto il pianeta la fascia abitabile era compresa tra 35°N e 35°S oltre la quale cominciava a far freddino e superati i 45°N solo le creature avvezze al freddo come i giganti dei ghiacci, le viverne lanose e i draghi bianchi (ad esempio, ma non solo) potevano sopravvivere senza particolari problemi.
Negli ultimi 4-5000 anni , col progressivo ritiro dei ghiacci, si sono avute lente migrazioni dalle zone equatoriali dirette verso nord e sud (ogni popolazione ha il suo pantheon di dei che se ne prende cura ed è restio a fargli cambiare area per più motivi). Gli effetti del cataclisma che ha spazzato via Daikin-Jadam si sono ridotti al punto da consentire nuovamente alle razze più “calde” di espandersi nuovamente.
Nei diecimila anni che hanno preceduto l’arrivo dei coloni Maorni gli Orchi hanno tentato a più riprese di creare una propria civilizzazione, ma le condizioni climatiche di superficie erano difficili anche per una razza coriacea come la loro. Tentarono a più riprese di espugnare Invalis, ma gli elfi, per quanto pusillanimi, dimostrarono di saper combattere all’occorrenza e riuscirono a salvare gli alberi su cui si erano rifugiati per preservare le loro miserabili vite. Gli orchi tentarono pure, mostrando anche coraggio, di espugnare la Casa-Di-Roccia e ottennero di conoscere i loro nemici giurati di sempre: il fiero popolo dei figli della roccia, i Nani.

Gli studiosi sono molto incerti su cosa possa essere avvenuto in questo periodo. Alcuni Unwurdig, Nani cacciati dalla Casa-di-Roccia perché considerati “indegni”, parlano di orchi resi schiavi e fuggiti poi in tempi remoti. Altri parlano di commerci tra gli orchi e i Nani prima che una guerra li rendesse i nemici giurati che sono ora. Le poche cose certe sono che gli Orchi parlano una lingua che ha molto in comune con il Lafshuakar, la lingua nanica e sono in possesso di conoscenze metallurgiche altrimenti note solo ai Nani.

Gli orchi riuscirono a sfuggire all’ira dei Nani, ma sopravvissero solo quelli che fecero ritorno nella regione di Daikin-Jadam, ora una distesa di roccia vetrificata ancora impestata di scorie radioattive, se pure molto meno pericolose di un tempo e nota col nome di “Le Brulle”. Di fronte a quella terra anche i Nani dovettero fare un passo indietro. Gli orchi invece ci si tuffarono dentro e scomparirono nelle sue profondità. Il sottosuolo delle Brulle è pieno di cavità prodotte dall’esplosione delle macchine daikinite e, radioattività a parte, è in grado di accogliere numerose città grandi come Kirezia e Maor messe insieme. Gli orchi ci si trovarono benissimo e diedero vita a Raht, la città-stato che ancora oggi governa quella regione del sottosuolo. Finalmente al sicuro e in un luogo accogliente gli Orchi si dedicarono a colonizzare quello che chiamarono Untherveld o “Mondo-di-sotto” e lasciarono la vita in superficie recandocisi solo per brevi e intense razzie. Alcune popolazioni tentarono la colonizzazione della superficie nell’area di Levot,  nella regione semidesertica a est di Malichar e nelle steppe sempreverdi, ma gli ultimi di loro furono cancellati dall’emergere della Repubblica Kireziana e dalle bellicose tribù che nel frattempo si erano insediate nella vasta piana dove nasce il Nacal-Dengar.
Spariti gli orchi, le navi di coloni provenienti da sud invece di essere predate appena mettevano piede a terra o intercettate sottocosta da bizzarre imbarcazioni di fattura orchesca, riuscirono a sbarcare i loro passeggeri sul continente e a farli sopravvivere abbastanza a lungo per costruire fortificazioni e difendersi. I primi a riuscirci furono i Maorni, ma qui termina la “preistoria” del continente di Adra e ha inizio la parte più interessante, quella più densa di eventi. Se può sembrare strano: ricordo che la fissazione per espandersi e colonizzare è una caratteristica tipica degli umani. Nani, elfi e persino gli elasson sono più stanziali. E anche le colonie umane, quando seguite da un dio, non si spostano molto se non per necessità. Il potere di un dio è tanto più grande quanto più il suo nome è sulla bocca (e quindi tra i pensieri) di tutti e concentrato in un determinato segmento spaziotemporale… una specie di “densità” religiosa. Malattie, incidenti, calamità, mostri giganti e piccini, fanno ridurre il numero di abitanti. Le migrazioni diluiscono il potere e vanno contenute, evitate o quando “inevitabili”  vengono gestite di modo che il popolo che “migra” continui ad accrescere il potere del dio cui appartiene, ma questa è un’altra storia. La parte che mi interessa è che quando c’è una migrazione tutte le divinità esistenti si contendono la fedeltà di quel popolo a suon di missionari. Lo scongelamento di Adra ha anche fatto scattare numerosi “campanelli di allarme” circa il possibile ritrovamento di un manufatto risalente all’epoca Daikinita scampato miracolosamente all’olocausto. Così preti di ogni confessione hanno seguito i popoli in migrazione e, attraverso i loro occhi e i poteri conferiti loro dalle divinità del loro credo, tenuto d’occhio la situazione. Come si scoprirà, qualcosa è sfuggito.

La fondazione di Reub, la capitale di Maor determina l’anno zero di quella che ormai viene chiamata da tutti i popoli di Adra “era comune”, abbreviata e.c.
A partire dall’anno 0 altri popoli hanno tentato a più riprese di colonizzare Adra, ma dovettero scontrarsi con altre creature che avevano occupato quella terra in precedenza. Oltre a Nani ed Elfi vi era il drago Ogofedairp, che all’epoca era molto più attivo di adesso, una colonia di viverne sulla catena meridionale della Sierra D’Argento e nidi di Beobacht sparsi capaci di inghiottire un intero villaggio se questo si trovava entro il raggio d’azione di una di quelle micidiali creature. I Maorni fondarono una repubblica, poi un’impero e poi un paio di “crolli”: quello attuale è il loro terzo impero sorto dopo due tentativi di creare una democrazia stabile. Tentativo fallito dopo ben quattro secoli di crescita sotto la repubblica: nuovo colpo di stato e nuova fondazione dell’impero. Kirezia pure ebbe fortune alterne: inizialmente era una colonia commerciale Maorni, ma dopo la prima caduta si rese indipendente e riuscì ad arginare e contenere le ondate migratorie e le invasioni provenienti dal mare grazie al suo entroterra decisamente più accogliente di quello maorni. La prima repubblica Kireziana fu una federazione di popoli diversi. La colonizzazione dell’altopiano di Etsiqaar ad opera di popoli provenienti da Thanatos, in fuga dai tagliatori di teste, avvenne più o meno in quel periodo e il drago Ogofedairp prese a benvolere quella gente capace, a sua volta, di amare la terra e onorarla come una madre.

Ricostituita la repubblica i Maorni tentarono a più riprese di riprendersi le province occidentali divenuti Kirezia e il nuovo territorio conquistato dai Meroikan, un popolo proveniente dal sud dominato da un’aristocrazia guerriera molto simile a quella che resse il Sacro Romano Impero tra il settimo e il nono secolo d.C. . Tentativi a volte riusciti, a volte falliti. Il confine attuale è frutto di millenni di scontri e di “aggiustamenti” e di nidi di Beobacht bruciati con incendi mirati. Nonostante la loro devastante potenza i Beobacht si ritirarono verso le montagne a nord fino a scontrarsi col fiero popolo dei Nani che ha trasformato la maggior parte di essi in manufatti difensivi di varia potenza.
Kirezia invece, complice anche un’origine linguistica comune, non ha mai avuto problemi nell’arginare la politica espansiva maorni. Piuttosto ha avuto seri problemi con gli orchi delle Brulle. L’invasione di Uruk il possente è stata solo l’ultima di una serie che ha avuto inizio circa cinquecento anni dopo la fondazione della capitale e che a intervalli di 4-500 anni si è ripetuta regolarmente. I motivi sono legati al ciclo vitale degli orchi: in 400 anni almeno tre generazioni si sono riprodotte e il numero di individui eccede la capacità delle caverne in cui vivono di sostenerli. In quelle occasioni grandi masse di giovani individui (età compresa tra 15 e 120 anni) si riversano lungo la piana del Nacal Dengar e spazzano via tutto quello che incontrano lungo il loro cammino, o almeno: questo è quello che è accaduto la prima volta, quando anche la capitale Kirezia fu saccheggiata. La volta successiva, avvenuta intorno all’anno 1000 ec, ebbe un esito meno cruento e la capitale, complici delle difese più efficaci, riuscì a spezzare l’assedio e a disperdere l’orda. La repubblica si ritrovò nuovamente in ginocchio. La terza ondata intorno al 1600ec attirò l’attenzione della Casa-di-Roccia e l’invasione degli orchi fu spezzata dall’intervento di un piccolo esercito Nanico. Tra il 1605 e il 2000 vennero stipulati una serie di trattati commerciali tra Nani e Kireziani, questi ultimi furono attratti dalla possibilità di valicare in breve tempo le montagne della Wiegenstein (meglio nota come Steinshau la Casa-di-Roccia) e giungere in pochi giorni nel Frisør, nei regni del Nord e persino in Maor. Ai Nani interessava poter massacrare gli Orchi, ma pure l’acciaio meteorico assai raro sulle loro montagne e il luppolo che i kireziani hanno imparato a coltivare in modo intensivo per rifornire i birrifici nanici. Dopo l’invasione del 2110 ai Nani fu chiesto, dietro pagamento, di riprogettare e realizzare le nuove cinte murarie delle principali città con l’eccezione di Lain e Crugòn che erano state rase al suolo. Purtroppo le due sfortunate città continueranno, complice una cattiva gestione delle risorse cittadine, ad essere distrutte ogni 5 secoli circa fino all’arrivo di Uruk che ne segnerà la fine definitiva. I superstiti fonderanno un’unica città che prenderà il nome di Lain-Crugòn, ma per motivi “storici” non chiederanno l’aiuto dei Nani per la costruzione delle mura fino al 3846 quando il numero di convogli diretto a Cupiàl crescerà a dismisura e farà temere l’arrivo di una nuova ondata orchesca.  Un reparto di genieri sarà presente in città quando si svolgeranno i fatti de “L’ombra Scarlatta” e le mura della città verranno finalmente sistemate alla maniera dei Nani.

L’arrivo dei maghi Malichani in Kirezia avviene in sordina. Il minuscolo regno dei principi fondato tra il 1240 e il 1250 e.c. non destò alcun interesse: troppi Beobacht da quelle parti e troppa poca terra da conquistare, troppo ghiaccio e poco di tutto il resto. La merce esportata dal minuscolo principato era composta perlopiù da gemme, minerale grezzo e formaggio stagionato. La fortuna di Malichar è che il suo “scudo” magico venne scoperto relativamente tardi, circa un secolo dopo l’arrivo di Bertrand de Malichar e dei suoi compagni. La comunità composta dagli esuli di Vasconne, che di lì a tre secoli sarebbero diventati i dodici principati popolò in breve tempo quella che divenne la val d’Ambèr. L’improvvisa scomparsa di Bertrand dalla scena fu l’unica vera crisi che rischiò di spazzar via tutto. La migrazione spopolò quasi interamente l’isola di Vasconne, al punto da ingenerare allarme nella monarchia del sub-continente meridionale, ora una delle più antiche monarchie di Adra, ma che all’epoca subì un brusco cambio di regnante. La scomparsa di Bertrand coincise tuttavia con la scoperta della barriera: l’area attorno a Lavill risultava essere inaccessibile alle creature extra-planari che tanti guai causano ad ogni utente di magia appena un poco disattento. Questa scoperta garantì l’arrivo di un gran numero di studiosi, quasi tutti maghi, per studiare il fenomeno o addirittura stabilirsi entro i confini della nascente Malichar. Fosse accaduto prima la piccola comunità non aveva nemmeno la parvenza di un esercito e sarebbe stata assoggettata nel volgere di una stagione a una delle altre potenze già presenti sul continente o, addirittura, dagli stessi Lleenici o dagli orchi.

La comparsa del culto di Dâr (o Dahr), il Dorato è di questo periodo. Si tratta di un culto sui generis: il nome in sé è la contrazione della parola Llenico-arcaica “daerp” che significa “barriera mistica” o “magica”, poi la e è finita inglobata nella a che s’è allungata in â e la p finale è caduta. Da sempre la presenza della mistica protezione, la cui estensione cresce lentamente di anno in anno, è associata a questo culto e al dio che rappresenta. I preti di Dâr tuttavia non sono sacerdoti in senso stretto: sono maghi. Acquisiscono potere come tutti gli altri utenti di magia, ma sono convinti che lo studio, la ricerca della conoscenza, il sapere acquisito con spirito critico, siano la preghiera e la glorificazione stessa di Dâr che ricompensa i suoi fedeli e tutti coloro che onorano la sua fede con lo studio attraverso l’efficacissima protezione che si estende fin oltre la città di Cupial, dentro le Brulle e tra Les Ertès, le montagne che circondano la val d’Ambèr. Nel corso dei secoli, tuttavia, preti di altri culti hanno tentato a più riprese di insediarsi tra la popolazione e offrire i loro servigi di guaritori. I primi che ci provarono finirono bruciati a furor di popolo anche grazie ai maghi locali che, memori delle persecuzioni subite in patria, li eliminarono senza troppo pensarci aizzando la popolazione contro di loro e contro i loro seguaci. Da qui la discutibile “tradizione” di mettere al rogo chiunque pratichi pubblicamente un culto differente da quello di Dâr. Come tutti gli dei tanto seguiti anche Dâr esiste e, come è facile intuire, non è ben visto dal resto della comunità “divina” di Tharamys. Dei tanti presenti in Adra è uno dei primi “autoctoni” del continente, cioè la sua essenza si è originata proprio grazie ai pensieri dei Malichani. Un altra divinità che è in divenire è Halden il guerriero, se i bardi elfici continueranno a cantarne le gesta e a far credere la popolazione così come stanno facendo da quattro secoli e rotti, ma anche questa… è un’altra storia. Malichar, potendo contare su una densità di utenti di magia dieci volte superiore rispetto a quella di qualsiasi altra nazione, a parte la lontana Dei-Talant, riuscì a debellare la presenza dei Beobacht da ogni valle in cui riuscì a far arrivare le torri dei suoi maghi e nei suoi duemila e seicento anni di storia ha conosciuto una lenta e costante crescita dovuta all’arretramento dei ghiacciai che, di anno in anno, donano nuove terre e con esse nuova vita ad uno degli stati più isolati e ricchi del continente.

I rapporti commerciali tra Kirezia e Malichar crescono velocemente se pure con l’ostacolo delle Brulle in mezzo. Nel 2350ec viene lanciata un’offensiva preventiva congiunta tra kireziani, malichani e Nani contro gli orchi delle Brulle. Migliaia di Orchi vengono massacrati e la temuta orda del 2500 si ripresenterà più tardi nel 2945, ma con un numero di orchi inferiore al previsto.
Dal 2950 ogni cinqant’anni viene lanciata una campagna di “deorchizzazione” delle Brulle, ma la campagna del 3000 non dà i risultati sperati e quelle successive portano all’eliminazione di poche centinaia di unità.
Laìn e Crugòn prosperano finalmente, ma non richiedono la costruzione di mura in pietra, preferendo investire le proprie risorse nel commercio con i Principati di Malichar.
L’orda del 3403 erutta dalle Brulle più di ventimila orchi, un migliaio dei quali adulti. Le città di cui sopra vengono obliterate e i loro abitanti divorati… almeno quelli che non erano scappati in tempo. Le altre, tutte dotate di mura Naniche, resistono alla furia, ma le campagne lungo il Nacal-Dengar sono devastate. La Casa di Roccia aveva inviato un manipolo di cento genieri alla neonata Nadear per la costruzione delle mura guidati dal Capitano Sarralga e poi invierà in fretta un corposo esercito che ridurrà a metà l’orda che si infrangerà contro le mura di Kirezia, mentre metà dei sopravvissuti tenterà di raggiungere la regione di Levot per reclutare gli orchi sopravvissuti alla colonizzazione kireziana e prendere la città di Nadear appena fondata. I Nani del battaglione Krorennert torneranno alla casa di roccia con il più alto numero di trofei mai riportato a memoria di Nano. A seguito di questa schiacciante vittoria il capitano Sarralga verrà prima nominato generale e poi diverrà l’attuale capo di stato maggiore. Tuttavia anche le sue campagne di deorchizzazione daranno risultati deludenti rispetto all’evento che lo ha reso celebre.
Piccola chiosa: il riprovevole comportamento avuto da Sarralga nei confronti del bardo elfico Alfos e dei suoi colleghi, sempre elfi, ebbe come conseguenza la “cancellazione totale” da canzoni e ballate sull’epica vittoria contro gli Orchi. Uruk il Pazzo, il guerriero alla guida dell’orda, venne rinominato Uruk il Possente e il giovane Halden divenne colui che lo uccise, mentre Flantius Miyosot, noto come Colle Ondoso, fu celebrato come l’artefice della strepitosa vittoria e colui che in una notte fece sorgere le mura. Ancora oggi nella città di Nadear sono ben visibili le statue in bronzo dedicate ai due eroi, mentre ai Nani del Krorennert e al capitano Sarralga sono dedicati un viale e una piazza cittadina. Nessuna statua, nessuna ballata, nessun altro “ricordo”.

Rispetto a Kirezia Meroikanev ha una storia più burrascosa: i primi coloni dell’area furono i Maorni, ma trovarono una micidiale “resistenza” nelle colonie di Beobacht celate nel territorio. C’era un motivo  se nemmeno gli orchi avevano mai tentato di prendersi quella terra ricca di foreste, fiumi e basse montagne. Il crollo del primo impero Maorni frammentò quello che sarebbe divenuto in il granducato in un paio di staterelli (Seravon e Avonreub) che sopravvissero per pochi decenni, prima che una nuova ondata migratoria e la caduta delle capitali ad opera di Qu, un gigantesco Beobacht con venti peduncoli, li spazzassero via quasi interamente. I superstiti, privi dell’appoggio di Maor che aveva i suoi problemi a riorganizzarsi durante il primo interregno, si unirono ai coloni, sconfissero Qu e insieme ad essi accettarono il nome di Meroikanev in onore di Meroin (la terra aldilà del mare) la patria da cui provenivano i nuovi venuti, situata a sud-ovest di Lleendir.

Per quel che riguarda i miei libri, per ora, gli eventi più importanti riguardano Malichar  i rapporti tra Impero e Granducato di Meroikanev. Il Granducato è il frutto di una intensa opera di mediazione tra meroikani e maorni. I primi sono discendenti di coloni provenienti da Meroikan (una penisola situata a sud-ovest di Lleendir, la propaggine più settentrionale di Ron-Menûr (il continente meridionale… oh, finalmente gli ho dato un nome!). La scelta del titolo “Granduca” è riguarda l’organizzazione militare-amministrativa di Meroikan, la madre-patria. Il capo di stato non può chiamarsi “Re”, quel titolo spetta al re. L’amministratore di una grande area, dove possono trovare posto marche di confine e contee abbastanza grandi da accogliere più baronie e talvolta anche feudi più piccoli, diviene un Duca e se il territorio consente la creazione di più ducati questo diventa Granduca e non più oltre. Il suffisso -ev significa “figlio” e quindi il senso del nome è molto chiaro. Meroikanev e Maor si sono fatti guerra per secoli, nel tentativo di prevalere l’uno sull’altro, ma interferenze divini soprattutto hanno sempre limitato la portata della distruzione: nessun dio è disposto a vedere il proprio potere ridotto per cause futili.

L’attuale Granduca: Stephanos I di Meroikanev è divenuto genero di sua Augusta Imperiale Grazia Neor II al fine di sugellare la pace tra i due stati. Trattative che procedono con estrema lentezza da secoli, da quando un colpo di stato provocò il crollo della fragile repubblica di Meroinia alcuni secoli prima. Il governo fantoccio installato al posto di quello legittimo era guidato da Maor e la creazione del granducato fu un tentativo di portare lentamente tutta l’area sotto la sfera di influenza maorni. La fiera resistenza dei meroikani tuttavia ha portato dapprima una guerra civile tra fazioni avverse durata alcuni anni e interrotta dall’arrivo sulla scena di Beria Tenzus-Reynek. Per chi vuol conoscere la genesi del nome… i meroikani hanno una lingua derivata dall’ungherese, poi occorre anagrammare un pochino. Beria e i suoi seguaci, con una serie di attacchi personali mirati, elimina uno dei capi delle fazioni legate a Maor e alcuni dei suoi seguaci ottenendo così l’attenzione degli altri. Si dice che abbia piegato la volontà con la magia, ma il succo fu che nessuno degli altri ci stava a farsi ammazzare, magari nel proprio letto. Beria passò alla storia come Beria il negromante, sebbene di magia non se ne intendesse molto, ma era abilissimo nel reperire informazioni e sfruttarle per eliminare un rivale. La struttura granducale instaurata da Maor, tuttavia, fu utile a Beria per mantenere il potere appena conquistato e invece di restaurare la repubblica decise di tenerselo: “Il potere logora chi non ce l’ha” è una delle frasi che ha pronunciato finché era in vita… e di sicuro non è stato l’unico politico a pronunciarla, nel corso della storia.
Dati i rapporti precari con l’impero, flottiglie di schiavisti hanno, con cadenza stagionale, razziato le coste meroikane portandosi via direttamente dalle loro case migliaia di persone nel corso dei decenni. Beria ha avuto numerosi figli e questo gli ha garantito una nutrita discendenza con cui tramandare il granducato e difenderlo.

A cambiare un poco le carte in tavola è proprio Stephanos, che in giovane età si era distinto per essersi opposto al padre Erim e per una serie di azioni di rappresaglia contro le coste maorni. Azioni che, inizialmente erano indirizzate alla raccolta di schiavi al pari dei razziatori maorni. L’incontro con Adriana di Maor mutò in modo drastico queste operazioni. Adriana, secondogenita di Neor II, era ed è molto contraria all’impiego di schiavi. Durante un assalto da parte di Stephanos alla città costiera di Epinolas la ragazza fu presa dal giovane rampollo meroikano che rimase colpito, in tutti i sensi, dall’energia di lei e dal modo in cui difendeva la libertà degli individui. Anche se molto giovane, all’epoca non aveva più di diciassette anni, Adriana aveva le idee molto chiare circa il modo di porre fine alla tratta degli schiavi e al modo in cui si poteva sviluppare un’economia capace di sostenere una popolazione senza dover ricorrere all’uso degli schiavi.
Neanche Adriana, tuttavia, rimase immune dal fascino del giovane e nerboruto meroikano, che oltretutto detestava la schiavitù e la imponeva solo per questioni di vendetta. Le razzie successive non furono più mirate a portare schiavi a Meroikanev, ma a liberarli e innescando moti di ribellione in tutta maor. Consapevole del rischio Neor prese la via della mediazione e dopo una fortunata missione diplomatica acconsentì alle nozze tra i due giovani in cambio di una cessazione delle razzie d’ambo le parti.
Poco dopo Stephanos divenne granduca, causa una malattia fulminante del genitore e ratificò la pace con Maor. Anche se ufficialmente da più di vent’anni nessuna nave maorni colpisce più le coste meroikane, di tanto in tanto una nave di razziatori tenta di assaltare i villaggi e le fattorie lungo la costa. La marina meroikana non è famosa per l’efficienza con cui  pattuglia le coste e il risultato è che Stephanos si ritrova improvvisamente con qualche decina di sudditi in meno e un’area più o meno vasta da ripopolare. Sua grazia Adriana, la granduchessa, ha mal digerito il fatto di non poter più assaltare i fori maorni dove ogni giorno decine di persone perdono la propria libertà e vengono vendute per gli scopi più vari (e abietti).
Segretamente (ma neanche troppo, visto che suo marito la appoggia) ha dato vita ad una gilda di ladri sui generis: rubano schiavi. L’attività della gilda procede indisturbata da oltre otto anni, nonostante la pressione dell’aristocrazia meroikana su Stephanos e i suoi più stretti collaboratori affinché venga estirpata questa minaccia all’economia nazionale.

Il commercio di schiavi è  ancora molto praticato in Meroikanev, specie dopo la fine di questo commercio nella vicina Kirezia: l’Anello di Ferro, dopo il varo dell’emendamento Musìn, ha trasferito in toto la sua attività nella città di Kaj Subdni al confine tra i due stati e ha dato nuova linfa vitale ad alcune delle famiglie avverse all’attuale casata regnante. La presenza dei “Ladri di schiavi”, che si fanno chiamare “Fiamme di Meroikanev”, è una tremenda spina nel fianco per ogni schiavista meroikano che vive col terrore che, prima o poi, i suoi profitti vadano in fumo e con essi la propria vita.

Di fatto vi è una contro-corrente migratoria che vede ogni giorno decine di aspiranti ex-schiavi fuggire da Maor, attraversare segretamente Meroikanev e giungere in Kirezia dove la schiavitù è abolita. Eron II sta tentando di arginare il fenomeno e, attraverso i buoni uffici di sua figlia Adriana, spera di poter convincere il genero ad agire in modo deciso contro questi criminali. Quello che non sa è che il capo dell’organizzazione è proprio Adriana la quale sta tentando di insediare un “focolaio” nella stessa Reub, la capitale di Maor. Il seguito… è oggetto del sesto e (per ora) ultimo libro delle Cronache di Tharamys, per cui non posso spoilerarne più di tanto il contenuto.

Malichar, Kirezia, Meroikanev e Maor sono tutti regni popolati in massima parte da umani. Vi sono poi Invalis (elfi) e Steinshua (Nani) che invece hanno vissuto le vicende del continente in modo del tutto differente. I primi, che hanno un collegamento magico permanente con la madrepatria su Airumel, il continente orientale, praticamente non si sono nemmeno accorti dell’era glaciale provocata dall’esplosione di Daikin-Jadam anche se quest’ultima esplosione, come ben sappiamo, ne ha ridotto notevolmente la presenza sul continente. I secondi  invece sono rimasti dapprima infastiditi dal rumore provocato e poi piacevolmente divertiti dall’arrivo degli orchi, ma ne parlerò in un altro articolo.

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Avatar

No, non il film.

Deriva dalla resa anglosassone della parola sanscrita अवतार Avatāra e che indica l’apparizione o la discesa sulla terra della divinità avente lo scopo di ristabilire o tutelare il Dharma… l’ordine naturale delle cose, la legge divina… insomma credo abbiate capito.
Ora immaginatevi per un momento nei panni di Visnu e che nel vostro mondo le cose non stiano andando come avete previsto.

Stato A
Prendete il controllo della persona, delle persone che commetteranno un torto alla vostra “legge” e le costringete ad agire come avete deciso voi, in barba a quello che sono loro. In fondo: anche un maialino si arrampica su un albero quando viene adulato! (citazione)

Stato B
Scendete voi stessi scegliendo un corpo adatto alla vostra persona (un avatar, appunto) e sistemate le cose facendo sfoggio di fenomenali poteri cosmici, talvolta celati sotto forma di colpi di fortuna sfacciata (uno in fila all’altro) per non dar troppo nell’occhio.

…e poi c’è C come la fortuna quando ha la prima lettera maiuscola.
Riavvolgete il nastro del tempo, inserite “a monte” una serie di piccoli eventi e/o uno o più personaggi differenti e spingete tutta la storia nella direzione che avete previsto riscrivendola o riscrivendo la parte in questione. Se non funziona si ritenta e si ritenta finché le cose non vanno proprio come devono andare, ma senza aver “violato” il libero arbitrio… ma in fondo: se no che gusto c’è ad essere onnipotenti?

Perché questo incipit tanto strano?
Quando uno scrittore è all’opera parla sempre di sé stesso, del suo mondo, del suo modo di guardare le cose. Quanto più è abile, sensibile, capace… ecc… riesce a distaccarsi dalla propria realtà e usarla per guardare con gli occhi di un altro. Qualcosa di suo rimane sempre, alla fin fine è lui o lei che scrive, ma questo cambiamento permette a chi legge di immedesimarsi ed entrare lui nella vicenda. A mio avviso è la differenza che passa tra un bravo scrittore e uno che deve ancora imparare parecchio. Non che uno bravo non debba imparare e migliorarsi, ma almeno ha capito che si scrive per chi legge e non per sé stessi.
Poco prima di scrivere questo articolo ho letto la recensione scritta da Luca F. Morandi, un Blogger e un appassionato lettore (oltre che molte altre cose tra cui, da pochi giorni, anche laureato, congratulazioni Dottore!),  su un libro di cui non dirò il titolo. Nella recensione Luca parla dell’autrice e del suo personaggio principale che compie imprese mirabolanti e a volte apparentemente impossibili come spingere via l’uomo che la sta strangolando (sì anche il personaggio principale è una lei) e spedirlo a infilzarsi contro la lancia del compare e rimanere illesa.
Miracolo!
Vi ricorda nulla? Nella recensione Luca fa presenti errori come questo (cattiva gestione delle scene dinamiche), errori di punteggiatura ancora da limare e una certa ingenuità a livello di trama che consente al lettore di prevedere con largo anticipo gli esiti della storia. Per contro fa un raffronto con un libro precedente dell’autrice e apprezza il miglioramento dello stile e lo sforzo di produrre un testo migliore. Lo Sforzo vince sempre, lo dico sempre, ma battute a parte è stato corretto nei confronti di autrice e lettori mettendo in evidenza punti di forza e debolezze del libro in modo imparziale.

Spesso capita che in una narrazione ci sia l’avatar dell’autore: talvolta è un gioco voluto e controllato dall’autore stesso, come in alcuni romanzi di Clive Cussler dove passa proprio Clive Cussler che dà una mano al personaggio e poi sparisce. Altre volte sono personaggi “epici” che sopravvivono in modo un po’ rocambolesco e divertente. Molti sospettano che il “Nano” Tyrion Lannister sia l’avatar di Martin in Games of Thrones.
Altre volte l’autore risolve il conflitto ammantandosi da supereroe per cui finché il personaggio è sé stesso si comporta e agisce “da personaggio”, quando però veste i panni dell’eroe si trasforma completamente e diventa un altro. Vedi alla voce Zorro, Green Arrow, Batman, Superman… ecc…
Sembra un tocco di schizofrenia, forse, ma nel caso degli eroi mascherati ci può stare.

Chi scrive però dovrebbe tenere a mente che quello “sotto la penna” è un personaggio e in quei panni ci entrerà qualcun altro, il lettore presumibilmente. Scrivere usando un personaggio come avatar porta a trascurare dettagli che per un lettore, cui manca tutto il background dell’autore e conosce solo quello che viene mostrato dal testo, invece sono fondamentali. Se manca l’immedesimazione viene meno tutto il patto narrativo e la storia diventa difficile e pesante da seguire. Cosa si ascolta più volentieri? Un affabulatore esperto e capace di regalare emozioni, o l’amico fanfarone e un po’ logorroico col complesso del barone di Münchausen?

Uno scrittore in “Stato A” sta scrivendo male, tratta i personaggi come marionette e attrarrà lettori cui piacciono le marionette. Belle eh? Non dico di no, ma allora meglio andare a vedere le marionette a teatro, piuttosto che ritrovarsele di carta stampata.

Uno in “Stato B” invece ama il proprio mondo e ci si tuffa dentro, il che è già un bel passo avanti e nel momento in cui riuscirà a staccarsi dai propri personaggi e a lasciarli liberi di agire limitando i propri interventi al necessario per innescare la trama… eh, diventerà davvero bravo. Immagino sia per questo che Luca abbia incoraggiato l’autrice nella sua recensione. Io una che mi sbaglia la punteggiatura la stroncherei, se fossi senza peccato.

Uno in stato C sta lavorando duramente e se si accorge che c’è qualche errore, qualche incoerenza “riavvolge il nastro” ovvero salva il pezzo che gli pare sbagliato e riscrive da capo e poi se non funziona o col nuovo pezzo emerge qualche altro errore pregresso… ricomincia con infinita pazienza e attenzione, finché panta rei tutto scorre.

Sono stato in “Stato B” per parecchio tempo, convinto di saper scrivere. La prima versione di Conrad era nerboruta, si chiamava Kane, picchiava come un fabbro, lanciava le palle di fuoco e dispensava fenonmenali poteri cosmici spacciandosi per un inetto salvo poi stupire tutti mostrando di essere un semidio un po’ in tutto. Ahemm. La prima versione del Torto era molto diversa.

Bon. Ora si chiama Conrad Musìn, ha 12 anni, sporca i calzoni se la paura è troppa, di esagerato ha l’opinione di sè stesso, riesce a lanciare un incantesimo (da intrattenimento) dopo ore di preparazione e cerca disperatamente di far colpo su una ragazza… insomma un adolescente con tempesta ormonale in arrivo (anzi ormai già arrivata) e una vita un pelino movimentata.

Nel caso dei guai di Conrad eccomi, sono io il colpevole, quello che se dice “Potrebbe piovere” gli garantisce un diluvio sulla testa. Ho cercato in tutti i modi di tenere lontano Conrad da me, lasciarlo crescere e farlo diventare il personaggio che è adesso. Insomma sto passando allo stato C un poco alla volta. Mi piace ancora tuffarmi dentro la narrazione nei panni del personaggio su cui ho il punto di vista. Che casino quello. Interno, esterno, non focalizzato, focalizzato… argh! Il gioco di ruolo non prepara minimamente a questa parte della scrittura. Si parla sempre in seconda e terza persona, mai in prima e il punto di vista è sempre multiplo. Però mi sforzo di trattare i personaggi da personaggi e non come se fossero dei “posseduti” che dicono di essere una cosa e poi agiscono tutti allo stesso modo, cioè come se io fossi al loro posto e avessi i fenomenali poteri cosmici del demiurgo che sono. Questi sono onanismi mentali che, per quanto divertenti, annoiano chiunque altro legga i miei testi. Tipo l’articolo che, per motivi a me imperscrutabili, sei riuscito a leggere fino a qui.
Ti è mai capitato di scrivere storie di tipo A o B?

Non serve leggere Tolkien per scrivere fantasy…

 

tolkien_runa…magari!

Per scrivere del buon fantasy, non è certo la prima volta che lo dico, occorre molto lavoro. Personalmente credo si tratti del genere più difficile da rendere bene su carta. Se non si presta attenzione a ciò che si scrive si creano dei mostri (in senso letterario) capaci di allontanare i lettori come e peggio del peggior film di serie Z che possiate immaginare.
E allora perché tanta gente mi viene a dire “Scrivi Fantasy? Ma hai letto Tolkien?” come se la lettura di Hobbit e Signore degli Anelli (qualcuno si ricorda anche del Silmarillion e di Tom Bombadil) fosse un viatico indispensabile per poter scrivere romanzi di quel genere.

Tolkien ha scritto e pubblicato soltanto due romanzi: Lo Hobbit e Il signore degli anelli. Per chi non li ha letti: si tratta di libri la cui traduzione comincia ad avere una certa età e il linguaggio suona un po’ datato. Splendidi eh? Però capisco quei lettori con metà (o meno) dei miei anni che si avvicinano a quei volumi e storcono il naso perché abituati ad altro: cambiano i tempi e le nuove generazioni mostrano di gradire stili e prose differenti.
Eppure si continua a citare Tolkien.
Talvolta a sproposito. Perché?
Per ignoranza, suppongo, o per pigrizia.
Poco fa ho detto che Tolkien ha scritto due romanzi (ovviamente c’è anche altro: racconti, poesie e altro ancora), ma se apriamo Amazon ne troviamo un terzo: il Silmarillion. Bene: il Silmarillion non è un romanzo ed è postumo (e se Tolkien non l’ha pubblicato c’è un motivo) e non va letto se prima non si è proceduto alla lettura dello Hobbit e del SdA. E comunque ne sconsiglio la lettura a meno che non si abbia l’intenzione di sviscerare l’opera di Tolkien e capire perché ogni cosa ha un nome preciso e la storia ha una certa forma. Perché? Perché a leggere quei libri esattamente in questo ordine, oltre a leggere una bella storia si ha una percezione stranissima del Silmarillion.
Mentre nei primi due, bene o male, si riesce a seguire una storia: lo scontro col drago e il ritrovamento dell’Anello per lo Hobbit; lo scontro tra Sauron e le razze di Arda (Elfi, Nani, Uomini, Hobbit) per il SdA. Nel Silmarillion? Si racconta di come è nata Arda, chi erano gli dei, come sono nate le razze, chi è Gandalf, chi è Sauron, perché l’Anello è stato forgiato e come ha fatto Sauron a… be’, sì, metterla in quel posto a tutte le razze e ai loro re. Il Silmarillion racconta, con una prosa molto pesante intervallata da poesie molto più complesse della “filastrocca” con cui inizia il SdA, di come e perché i Nani si scontreranno con Smaug e perché sarà proprio un hobbit a portare l’anello là dove tutti gli altri falliranno e si lasceranno corrompere. Non solo: a leggere attentamente tra le righe del Silmarillion si scopre perché e percome i Nani di Arda ce l’hanno a morte con gli elfi (e viceversa)… insomma ogni evento, personaggio, stirpe, lo strano Tom Bombadil (era strano forte, per me), tutto ha una spiegazione corredata di aneddoti, miti, leggende e tanti affascinanti eccetera. Il punto è che, ormai penso sia chiaro, il S. non è un libro. Era lo “zibaldone” su cui il Professor Tolkien, ormai docente di Filologia Anglosassone presso l’università di Oxford, si dilettava ad annotare ogni cosa gli veniva in mente per colorare e popolare la Terra di Mezzo e tutto quello che c’era attorno. Insomma state leggendo una (piccola) parte degli appunti di lavoro del Professore.
Dunque per poter scrivere Fantasy occorre aver letto il SdA? No. Occorre aver letto l’opera di Tolkien completa, più i suoi appunti di lavoro relativi l’ambientazione (il Silmarillion) e ad aver qlo un po’ del suo epistolario (la maggior parte in lingua inglese) con cui scambiava opinioni con altri colleghi: gli Inklings, termine intraducibile che suona approssivativamente come “Inchiostrini”. Per quanto buffo sembri il nome, gli Inklings erano tutti docenti di Oxford e penne di prima grandezza, di essi solo Tolkien e Lewis (Narnia) sono noti in Italia, anche se uno dei membri del “club” era Christopher Tolkien (terzogenito) la cui presenza è fondamentale per la divulgazione dei suoi testi.
Sì perché a differenza del padre, Chris aveva una mentalità molto più… uh… imprenditoriale e di sicuro aveva ben compreso il valore dell’opera completa. Dopo la morte del padre pubblicherà il Silmarillion e sarà un successo “in sordina”, ma getterà una luce nuova sull’opera di Tolkien (padre) perché darà valore alla profondità dell’ambientazione, assolutamente inarrivabile se non da pochi, pochissimi, altri autori. Marion Zimmer Bradley (Darkover), Zelazny (Amber), Clark Ashton Smith (Zoitique, Averoigne), anche la verbosissima Ursula K. Leguin (da poco scomparsa) e la sua Earthsea… gente di questo calibro arriva quasi a uguagliare Tolkien, che tuttavia ha fatto molto altro.
Perché il Silmarillion è solo un “riassunto” degli appunti del Professore.
Mettetevi comodi.
Tolkien era un filologo quindi conosceva molto bene il modo in cui la lingua (e il suo cambiare nel corso dei secoli) influenzava i popoli e, attraverso i suoi cambiamenti, ne rifletteva la società e il suo evolversi. Non solo: conosceva molto bene i meccanismi che sono alla base dell’evoluzione di una lingua: sono gli stessi per tutte le lingue del pianeta Terra. E allora che ha fatto? Ha creato varie lingue per i popoli di Arda, basandosi sulla loro storia e su un “filone linguistico” preciso copiato pari pari dalla cara vecchia Terra e fatto evolvere fino ad ottenere il Quenya per gli Elfi che a sentire il “Maestro” è nato così:
« Actually it might be said [Quenya] to be composed on a Latin basis with two other (main) ingredients that happen to give me ‘phonaesthetic’ pleasure: Finnish and Greek. » J.R.R. Tolkien, lettera 176 (fonte: Wikipedia).
Ma il Professore è stato modesto. Latino, finlandese e greco sono stati gli ingrediendi di base per il “Proto” linguaggio, che poi ha fatto evolvere applicando le regole di cui ho parlato poco fa: erre che si “liquefanno” in elle, vocali in fine di parola che cadono e una quantità di altri dettagli che, purtroppo, mi sfuggono e continueranno a sfuggirmi. Del resto faccio il programmatore mica il filologo. La “grandezza” di Tolkien sta nella vastità della sua cultura che gli ha permesso di giocare con gli elementi delle tre lingue (tra le tante che conosceva) per ottenere il “Quendi” l’elfico arcaico e arrivare al Quenya. C’è tutto dentro: forme verbali, modi, tempi, coniugazioni varie… ci credo che è impossibile confondere un nome di origine elfica con altri. L’etimologia di ogni nome, basata sul Quenya, è potente e precisa. Ogni nome ha un significato, in una lingua costruita a tavolino da un esperto filologo, e questo se pure in modo indiretto, arriva al lettore.
Stesso lavoro per il Khudzul, la lingua dei Nani… solo che questa volta il Professore s’è rivolto al medio oriente per usare un sistema linguistico in uso da quelle parti, comune alle lingue semitiche quali Ebraico, Arabo, Aramaico… ecc… ne segue che il Khudzul è ricco di suoni duri e pure musicali come il tedesco, solo decisamente alieno e allo stesso tempo familiare.
Troppo? Signori, ricordatevi che siamo nel 2018 e non nel 1925 (quando Tolkien cominciò a lavorare alla sua Arda) per cui se vi occorre conoscere qualche parola di arabo, piuttosto che di Maori dovete solo cercare un adeguato dizionario online che Tolkien manco si sognava. Prendete esempio dal gigante che è stato lui e la prossima volta che create un nome dategli una solida base linguistica che poi userete per il resto dell’ambientazione. E questa è solo una parte di tutta la lezione.
Ogni dettaglio di Arda ha alle spalle pagine e pagine di appunti, condensato in una prosa elegante e pure ricchissima di dettagli e suggestioni. La cura nell’onomaturgia, la creazione dei nomi, lega indissolubilmente nomi e culture da lui creati: gli hobbit hanno nomi a metà tra il latino e il celtico. Pipino è la contrazione di Peregrino (latino), Merry è la contrazione di Meriadoc (Celtico, gaelico credo, forse ispirato al sovrano gallese Conan Meriadoc IV sec a. C.) e si va a finire in un’altra delle numerose lingue che Tolkien ha inventato per creare lo strato culturale della terra di mezzo, l’Ovestron: una sorta di lingua universale parlata un po’ in tutta Arda se pure con vari dialetti dovuti alle barriere geografiche prima che a quelle politiche. Altro elemento che sottolinea la grandezza del Professore: tutte le lingue sono state fatte evolvere e, nel corso della narrazione (come pure a guardare la mappa) mostrano la loro presenza in base alla cultura dominante nell’area. Sei uno scrittore? Hai disegnato una mappa e l’hai infarcita di nomi? Aha. Ora valla a rivedere e, per ogni nome che compare là sopra, quanto hai lavorato? Cosa lega quel nome al territorio circostante? E agli abitanti? Tranquilli: non credo che il Professore si sia messo a tavolino e abbia dedicato chissà quante migliaia di ore di lavoro. Lo avrà fatto nei ritagli di tempo tra insegnamento, stesura delle pubblicazioni universitarie, attività legate alla sua professione: era un filologo e dunque aveva altro cui pensare che scrivere un paio di romanzi. Semplicemente aveva una cultura vasta, profonda e articolata che gli permetteva di creare anche romanzi fantasy molto curati anche dal punto di vista filologico oltre che linguistico.
Dunque: quando vi sentite dire che per scrivere Fantasy dovete aver letto Tolkien, potete star certi che ad affermare questo concetto sia una persona che non ha la più pallida idea di cosa sta dicendo. Così domandategli “come mai mi consigli questo?” e poi, se nulla vi dice del Silmarillion e, soprattutto, del fitto epistolario intrattenuto con gli altri membri degli Inklings in cui racconta la costruzione dei vari elementi di Arda (geografia, lingue, storia, mitologia, agiografia… ecc… ecc… ecc…) dedicatevi a fare a pezzi l’amor proprio di questo individuo spiegandogli dove sta la vera grandezza del Professor JRR Tolkien.
Tanto nello Hobbit che nel SdA ogni elemento, grazie al certosino lavoro del Professore, è coerente con gli altri a un livello profondo e sotto tutti i punti di vista. La storia parla di draghi, elfi, Nani, hobbit e tanto altro che non esiste nell’esperienza del lettore. Tuttavia la coerenza interna dei romanzi, che in Tolkien si genera grazie al suo essere filologo, è fortissima: non si riesce a dubitare neanche per un istante che chi sta raccontando quelle storie ha visto tutto quel che viene narrato. Moria e il Drago, i Nani e il Balrog, Saruman e il suo tradimento, Gandalf che da grigio diventa bianco… e tante altre indimenticabili leggende che hanno il sapore dei racconti epici di millenni fa. Sembra tutto “reale”. Dunque non “leggi Tolkien”, ma “studia il lavoro di Tolkien” e quindi non solo Hobbit e SdA, ma anche e in più Silmarillion, Quendi e Quenya, Khudzul, Ovestron, l’epistolario e tutto il resto che Christopher Tolkien ed eredi hanno tirato fuori dal cassetto del professore e tramutato in materiale da dare in pasto ai lettori: racconti perduti, racconti ritrovati, racconti incompiuti, mr. Bliss, l’atlante della Terra di Mezzo… e tanti altri affascinanti eccetera, perché il Professore sapeva scrivere bene anche quando tirava giù i propri appunti di lavoro. Ovviamente ogni lingua ha il suo alfabeto, il suo sistema di scrittura, verso ecc… il tutto legato filologicamente alla cultura cui appartiene. Rune, caratteri derivati dall’arabo, dal latino, dal greco… tutte cose note e studiate da Tolkien per “lavoro” divenute strumenti per “giocare” a fare il demiurgo.

Se paragoniamo Tolkien ad un iceberg, quella parte di ghiaccio che emerge dall’acqua e che rappresenta ciò che ha pubblicato in vita (Hobbit, SdA, le avventure di Tom Bombadil che è una raccolta di poesie, e alcuni racconti non tutti collegati alla Terra di Mezzo) rappresenta si e no 1/10 di tutto il lavoro. Sembra imponente? Quello che c’è sotto sono i 9/10 di quello che vedi “sopra” e che figlio e nipoti del professore stanno, un po’ alla volta, portando alla luce assieme alla Tolkien Society e alle migliaia di appassionati sparsi in tutto il mondo cui si devono i vari manuali per comprendere le lingue parlate su Arda e la ricostruzione del lavoro filologico seguito da Tolkien… ancora incompleto, ma molto preciso.

Per tornare al titolo di questo articolo: per essere uno scrittore di Fantasy devi aver “letto Tolkien”? No. Devi saper fare come ha fatto lui? Sicuramente è un modo. Vuoi riuscirci? Studia. Filologia, storia, tante lingue diverse, studia la tua lingua madre, impara a farla evolvere mescolandola assieme ad altre lingue (che poi è quello che succede sempre quando popoli differenti entrano in contatto per vari motivi) crea dialetti differenti… e confrontati con altri autori di grande levatura culturale prima ancora che letteraria. Quindi: per cominciare ti puoi leggere Hobbit, SdA e Silmarillion per cominciare, ma poi dovrai affrontare molto, molto altro, imparare da ciò che studierai e metterlo in pratica sapendo che questo non farà necessariamente di te un grande scrittore, ma un discreto filologo della lingua che hai studiato. La facilità rispetto ad altri autori è che moltissimo materiale è disponibile e consultabile gratuitamente o a costi molto contenuti.

La lezione del Professore qual è? Quando scrivi metti in ciò che crei quel che sai fare meglio, il meglio di te.
Buona Scrittura.

Adra – Morfologia

Adra è il nome che ho assegnato al continente che ospita Maor, Kirezia, Malichar e tutte le altre nazioni di cui ho parlato finora. Il nome è un anagramma che non tarderà a rivelarsi, specie agli appassionati di studi Tolkeniani. Insieme ad Airumel è il secondo continente che ho battezzato. Me ne restano altri 23… meno male che due continenti sono inabitabili.

Morfologia

Dal punto di vista morfologico Adra somiglia vagamente ad un grosso triangolo: la base va dalla penisola di Maor detta anche di Respheia a est e la penisola del drago a ovest, si individuano alcune grandi catene montuose, frutto di collisioni continentali avvenute in epoche remote. La catena vulcanica dei monti Resphidi che domina Maor, a est, seguita dal massiccio della Casa-Di-Roccia, poi la vasta pianura kireziana e, verso nord ovest, il massiccio della Sierra d’Argento che prosegue nelle Erte Malichane a Nord  e nei Colli Ondosi a sud e che fanno da baluardo al deserto D’Nis. Le Erte (Les Raides) proseguono in direzione Nord-Ovest fino alle gelide piane di H’Leyr, dove l’era glaciale non ha ancora lasciato il suo morso e gli strati di ghiaccio raggiungono uno spessore compreso tra cinquecento e seimila piedi (quasi 5900km).
Il vasto e complesso sistema di corrugamenti che attraversa il continente lungo l’asse NW-SE  termina in una lunga penisola ghiacciata in una terra senza nome e senza sole dato che si trova ben oltre il bordo del pozzo polare settentrionale. La costa orientale prosegue in direzione N-NW e man mano che i corrugamenti si spostano verso ovest il terreno diventa via via più pianeggiante e troviamo la Casa di Roccia, sulla costa i regni del Nord e le steppe sempreverdi nell’entroterra che si trasformano, verso nord, nelle gelide foreste del Frisør. Tra le due regioni l’invalicabile area dei monti “Sciabola” chiamati anche il regno dei Draghi. Come montagne non superano i tremila piedi, ma è sin troppo facile imbattersi in draghi e viverne che si contendono quel lembo di terra da che ha cominciato a spuntare da sotto i ghiacci. Il Frisør è una piana sub-glaciale, popolata perlopiù lungo la costa e caratterizzata da foreste di conifere e latifoglie. La città che domina questa regione è Nafhtagn, fondata poco prima di Nadear ed è l’unica colonia Dei-Talant sul continente. Dal golfo di Fhtagn la costa piega bruscamente verso ovest e punta, tra ghiacciai che scendono a mare e iceberg che rendono impossibile la navigazione, verso le gelide piane dove il pack e la terraferma sembrano non avere soluzione di continuità, poi man mano che la costa si avvicina al bordo del pozzo settentrionale i ghiacci si fanno sempre più alti e le montagne con loro fino a sparire, tra tempeste senza fine, oltre l’orlo del pozzo. Nota: in quest’area, complici le correnti calde provenienti dall’interno, il mare è relativamente sgombro dai ghiacci e se non fosse per le onde alte oltre trenta metri, sarebbe navigabile. Al contrario più in quota, oltre i mille metri, la temperatura è molto più bassa a causa dell’irraggiamento nullo e l’acqua torna a gelare. Il vapore che si solleva grazie al calore e alle onde sale a quella quota e si trasforma in neve che alimenta i giganteschi ghiacciai di questa penisola inospitale. Quando finalmente le gelide lingue di ghiaccio che si protendono per lo più sopra al mare cedono alla furia degli elementi generano mostruosi tsunami che devastano tutta la costa per miglia e miglia in tutte le direzioni. Superata la punta dell’istmo senza nome  (arrivare fin qui a piedi è dura e richiede tecnologia o incantesimi molto potenti) si ritorna verso sud e si incontra il terzo e ultimo grande corrugamento del continente: i monti della Follia che si estendono per oltre tremila km in direzione sud-ovest poi la catena fa una curva (in realtà si biforca, ma il corrugamento che procede verso SW entra nell’oceano occidentale ed è appena visibile sotto forma di isole vulcaniche) e prosegue verso sud fino a superare il bordo del continente e terminare nella penisola montuosa nota come “penisola del Drago” dove vivono i Ganas, chiamati anche uomini-serpente o uomini-drago. Nulla di soprannaturale in realtà: il culto più in voga da queste parti è quello di Nendos, il grande e saggio, spesso raffigurato come un drago “infinito” che si mangia la coda formando una specie di 8 orizontale. La religione si manifesta in ogni aspetto della cultura di questo popolo che intrattiene da alcuni secoli rapporti commerciali con Kirezia. Proseguendo verso est poco dopo la penisola del Drago il terreno si fa sempre più pianeggiante e arido: le nubi di piogge provenienti dall’oceano occidentale si fermano sui monti della Follia e la pianura sottostante riceve pochissime piogge, mentre la conformazione delle montagne fa in modo che quasi tutta l’acqua di fusione dei ghiacci finisca nel sottosuolo, solo lungo la costa si trovano villaggi (perlopiù umani) che vivono di pesca e pastorizia nomade con rarissime oasi dedicate all’agricoltura. L’economia dei villaggi costieri è incentivata dal transito di centinaia di convogli durante ogni mese dell’anno, diretti verso la penisola del Drago e altri luoghi che sto rifinendo in questi giorni. Circa a metà della costa meridionale di Adra vi è il massiccio di Etsiqaar dominato dall’omonimo altopiano, unica area semi-fertile perché riceve, durante la stagione invernale, precipitazioni sotto forma di neve. Come forse vi sarete accorti il clima di Adra è freddino, Etsiqaar ha un confine “a picco” sul mare dove l’accesso all’acqua è separato da un “muro” di oltre mille piedi di altezza e poi, al confine kireziano, si addolcisce bruscamente nei Colli Ondosi, dove la costa è ancora frastagliata, ma in alcuni punti accessibile via nave e incontriamo Port Enolau,  il porto più occidentale di Kirezia. Più oltre inizia il golfo di Kirezia e l’acqua diventa sempre più salmastra e poi addirittura dolce quando si incrocia la foce del Nacal-Dengar, il più grande fiume di Adra. La portata del fiume è di circa 180.000 m^3/s con punte durante le piene di oltre 200.000m^3/s, una serie di canali artificiali costruiti a monte favorisce la navigazione e, in caso di piena, un rapido deflusso delle acque verso il mare. Ancora più a est si incontra Meroikanev coi suoi boschi e si torna a Maor.

Risalendo il Nacal-Dengar dalla foce si prosegue verso Nord. Da ovest il fiume riceve l’acqua del lago Levot e dei numerosi canali artificiali navigabili che uniscono il lago al fiume, da est riceve le acque della foresta di Nivalis, entro la quale pochissimi possono accedere… anche perché agli elfi disgusta avere “non-elfi” in giro per casa e ai Kireziani piace commerciare cosa che li ha avvicinati in breve tempo ai Nani della Casa-Di-Roccia situata nell’estremo occidentale dei monti Resphidi, quella che diventa la catena della Wiegestein o “Culla della vita” come la chiamano i Nani. Risalendo il fiume verso Nord si incotrano numerose città che vivono di agricoltura e allevamento: Sanavei e Zusei, Damarne, Tolseta e infine Lain-Crugòn che fino a quasi cinquecento anni fa erano due città distinte. Poco più a nord si incrocia il “gradino”, un salto di roccia alto pochi piedi, ma netto e reso tagliente dalla catastrofe che spazzò via la città-stato di Daikin-Jadam e tutti i suoi abitanti. Il fiume ha una curva verso nord-est da dove proviene arricchito dalle acque delle steppe sempreverdi, il luogo più piovoso del pianeta (o almeno uno dei più piovosi attualmente) e, complice la portata praticamente costante, mantiene il nome Nacal-Dengàr che per i nomadi è “Il grande padre”. L’altro ramo è il fiiume Tancour che scende dalla valle di Malichar e ha portata molto più variabile. Sembra provenire da una spaccatura nella dura roccia delle Brulle, che attraversa. Nota come “la bocca di Wu-Masau” la spaccatura è ampia mediamente seicento piedi e nel punto di massima profondità non si riesce a vedere il fondo situato ottocento piedi più in basso. Per chi non l’avesse capito: le Brulle sono in salita. La “spaccatura” scavata dal Tancour, il ramo nord-occidentale, proveniente da Malichar, divide le Brulle in due ed è impossibile da attraversare a meno di non utilizzare la magia. La regione situata a ovest del Tancour  è attraversata ogni anno, tranne durante la stagione più fredda, da migliaia di convogli diretti tutti a Cupial e Lavill’ le principali città di Malichar. L’origine della spaccatura è in parte tettonica (negli ultimi 50.000 anni il suolo delle brulle vicino al confine malichano si è fratturato come un gigantesco mosaico e si è sollevato di oltre 500 piedi e solo negli ultimi 1000 anni di circa 26-28piedi (le Alpi hanno avuto velocità di sollevamento quasi doppia), ma a causa della vetrificazione della superficie dovuta all’esplosione l’erosione ha avuto poco o nessun effetto. Questo ha impedito al fiume (che durante l’esplosione è stato vaporizzato interamente) di erodere lo strato superficiale portandolo a scavare in profondità rendendo l’orlo della spaccatura molto insidioso. Le brulle sono un’area di “terreno caotico” in pendenza che “parte” da 700 piedi di altitudine (la quota del gradino poco dopo Lain-Crugòn) fino ai 1300 piedi del passo di Cupiàl detta anche la porta dei Principati, dove la magica protezione contro le creature extradimensionali comincia a diventare abbastanza intensa da avere effetti apprezzabili. Il fiume ha eroso “sotto” risparmiando uno strato compreso tra 2 e 30 metri, la spinta tettonica ha poi fatto il resto, portando i bordi del profondo cañon fino a 800 piedi sopra il livello del fiume.
A ovest della spaccatura del Tancour vi sono le colline di Taztoath dove si narra che il dio del Caos superno abbia trovato un luogo degno ove riposare ed essere adorato dai suoi fedeli servitori (alcune enclavi orchesce sfuggite al controllo di Wu-Masau, gnoll, troll e soprattutto Beholder). Le “colline” sono una serie di creste che spuntano dal suolo e che di collinoso hanno solo il nome nascondono migliaia di crepe e anfratti dove creature di ogni genere trovano rifugio e cibo (di solito entrambe le cose e a spese del precedente occupante), mentre a est la catena vulcaninca del Lezardèn ospita un lago di lava e una colonia di draghi per lo più rossi.

L’ho detto che le Brulle sono un luogo inospitale per umani e bipedi di quasi tutte le razze?

A est e a ovest vivono, nel sottosuolo, numerose colonie di Orchi. Incuranti della radioattività (o forse grazie ad essa) prosperano entro le grandi cavità vetrificate create dalle violente esplosioni dei generatori MTM costruiti dai daikiniti ed escono sulla superficie quando le riserve di cibo scarseggiano e ai più giovani viene ordinato di abbandonare la colonia per “raccogliere” cibo in superficie.

In una terra del genere non ci sono vere e proprie piste: il suolo non consente di lasciare tracce durature e l’inverno è duro. Il ghiaccio si deposita sulla roccia vetrificata senza riuscire a penetrare se non dove c’è una crepa, ma anche lì riesce a fare poco sempre che la crepa non contenga materiale radioattivo: allora rimane calda anche d’inverno e il ghiaccio forma una “bolla” attorno alla fonte di calore, in equilibrio tra congelamento e sublimazione. Metterci un piede sopra significa rompere la bolla e ricevere tutte le esalazioni venefiche prodotte dalla radioattività in un colpo solo.
Superate le Brulle si entra nella valle glaciale di Malichar dalla tipica sezione a U, creata dal passaggio e poi dalla fusione del ghiacciaio che qui ha lavorato per oltre quarantamila anni. La valle termina di fronte al lago di Lavill’ che ospita al suo centro la città. Il lago è artificiale, ma esiste da quando Bertrand de Malichar fondò la sua città e scoprì la barriera che a tutt’oggi protegge i principati e i suoi utenti di magia.
I Principati sono l’ultimo “Baluardo” umano nell’entroterra adrita (di Adra NdR) più a Nord i ghiacci sono ancora ben spessi e più a ovest, oltre le montagne c’è il deserto D’Nis e il cerchio si chiude. A est dei principati, oltre le montagne che accolgono le propaggini settentrionali della Wiegenstein, si stendono le steppe Sempreverdi, l’altopiano che digrada verso nord-est fino alle gelide pianure del Frisør e che è la principale fonte di acciaio meteorico del continente. In teoria anche il deserto D’Nis ne è pieno, ma è un pelino più inospitale. Le steppe sempreverdi si interrompono di fronte ai monti della Sciabola (o delle Zanne), la catena che separa l’altopiano dall’oceano orientale, dove i Draghi hanno ciò che loro chiamano città e prima che ci facciate un pensierino: no. Non se ne esce vivi, a meno che non siate abbastanza forti da affrontare senza uccidere un paio di draghi in simultanea. Ucciderli significherebbe attirare altri draghi.
Per chiudere questa lunga carrellata sul continente di Adra: a sud-ovest dell’altopiano di Etsiqaar si trova il sub-continente di Lleendir, direttamente a sud dell’estuario del Nacal-Dengar le isole di Pelagòs, il regno (anarchico) delle mille isole (anche se sono molte di più) e poi, molto più a sud gli atolli di Thanatos dove è costretto a fare scalo chi è diretto ancora più a sud, ma che ogni volta rischia grosso con cannibali, tagliatori di teste, pirati  e schiavisti maorni. Lungo la costa orientale si incontra il sub-continente Dei-Talant, chiamato anche “Isola dell’Alba” e che accoglie l’impero omonimo i Dei-Talant. Più Oltre sorge Airumel, la patria degli elfi.

E se riesco prima o poi metto su anche una mappa, magari a penna che in questi giorni ho pochissimo tempo per fare altro.

Casa Sidràt

IngressoSidrat

La città di Nadear è in ristrutturazione. Il fatto di dover riscrivere l’avventura di Conrad e soci da quelle parti, l’introduzione di nuovi personaggi e la nuova riscrittura di tutto il testo ha imposto alcune modifiche. Simon Sidràt è il fondatore della omonima confraternita, la gilda di studiosi che offre i propri servizi a tutti quei concittadini che possono permetterselo. Sidràt è un anagramma, tanto per cambiare e non rivelerò di che si tratta, tanto mi basta dire che il palazzo è più grande all’interno che all’esterno per far capire la citazione. Devo trovare anche un logo adatto.

In questo luogo avviene uno degli eventi-chiave della vicenda per cui la descrizione deve essere quanto più minuziosa.