Delle sardine, la Storia e la destra fascista.

Questo articolo non parla di fantasy, né di tecniche narrative. Potrebbe essere il capitolo “sei” della mia biografia, ma c’è parecchio altro. Potrei cominciare col Duce e quel che ha combinato in Italia.

Me ne parlava sempre bene, mia nonna. Un grande uomo che ha fatto grandi errori, ma anche grandi cose. Questo era il suo ritornello, come un disco rotto ripeteva che non avrebbe dovuto entrare in guerra e che non avrebbe mai dovuto dar vita alle leggi razziali.

Lei ricordava bene il giorno, il 5 settembre 1938, quando furono cacciati studenti e docenti ebrei dalle scuole e poi ricordava l’11 novembre quando tutti i provvedimenti “a difesa della razza” furono ratificati dal consiglio dei ministri.
Adesso so che fu una dei tanti italiani che finalmente vide il vero volto del Duce: quello di un dittatore nient’affatto diverso da quell’Hitler che presto, prestissimo, avrebbe scatenato l’inferno in tutta europa.

Fino a quel momento mia nonna beatamente aveva ignorato cosa significasse vivere sotto il fascismo. Si era beata della propaganda, degli straordinari servizi dati agli italiani, ma aveva ignorato il prezzo o forse gli era stato tenuto nascosto da quella stessa propaganda che tanto gli piaceva.

C’è un testo virale che gira per internet e spiega le forme di governo usando “due mucche” e alla voce fascismo recita: “Hai due mucche, lo stato te le porta via, ti assume affinché te ne prende cura e ti vende il latte”. È un po’ complesso, ma alla fine della fiera è semplice: il fascismo è una autarchia, cioè determina da solo le proprie regole e i rapporti con gli altri stati incurante di trattati e accordi internazionali. Avoca tutte le risorse a sé e le redistribuisce secondo logiche di mercato stabilite a tavolino.
Nel momento in cui tutti i componenti della dittatura sono concordi e unanimi non si può neanche parlare di dittatura, ma di una sorta di utopia. Una specie di paradiso in terra capace tuttavia di pestare i piedi, in ambito internazionale, a tutto l’orbe terracqueo che non si adegua alla visione fascista coi suoi miti e la sua propaganda. Al 1938 le sedi estere del partito fascista erano circa 700. C’era chi, infatti, fino a quel momento aveva strizzato l’occhio al piccolo dittatore italiano e aveva simpatizzato per le grandi imprese volute dal regime al fine di portare l’Italia sotto i riflettori del mondo.

Le trasvolate oceaniche della regia aereonautica che portarono decine di idrovolanti a sorvolare il continente americano, l’impresa di Umberto Nobile, le ricerche di Marconi e molto, molto altro, avevano valso all’italia una fama mondiale.
Sul fronte interno c’era un sistema pensionistico d’avanguardia, assistenza sociale a tutti i livelli a partire dai più piccoli seguiti con un sistema che ricalcava pari pari lo scoutismo, solo in salsa fascista.
Una pietanza molto indigesta, come vedremo in seguito, e che era una delle colonne portanti per garantire al partito unico fascista il consenso anche nei decenni a venire.
Si nasceva figli della Lupa, crescendo si diventava Balilla, poi avanguardista e infine giovane fascista e giovane italiana. La carriera femminile finiva qui, quella maschile proseguiva nei fasci di combattimento e nela gerarchia del partito.
E gia questo aspetto avrebbe dovuto far arricciare il naso, ma il femminismo in italia aveva attecchito poco, alle donne piaceva portare la gonna e occuparsi dei figli e lasciare alla controparte maschile cose come la politica. Fu una scelta miope e poco accorta, ma d’altro canto al regime importava mantenere il consenso e quindi rafforzò tutto ciò che, nel breve periodo, contribuiva a riempire le piazze delle città di teste annuenti e facce sorridenti.
E nelle campagne? Piccoli paesi, borghi e fattorie erano isolate e i fascisti facevano un po’ quello che gli pareva. Non paghi le tasse? Ti porto via tutto. Non ti iscrivi al partito fascista? Ti faccio ingollare un bel boccale di olio di ricino e poi ti tengo là finché non hai riempito i pantaloni di merda. Insisti a non volere la tessera? Faccio irruzione in casa tua e ti carico di mazzate, magari sotto lo sguardo di moglie e figli.

Tutto questo mia nonna non lo sapeva, un po’ perché la sua sicilia non soffrì quanto soffrirono altre regioni: riservare questo trattamento alla persona sbagliata equivaleva a scatenare una epidemia di piombo (ad elevata energia cinetica) tra i membri del partito fascista. La Mafia non esiste, dicevano, ma l’inesistente onorata società aveva la lupara facile e persino Cesare Mori, il prefetto di ferro, fu costretto a fermarsi quando le sue indagini arrivarono a colpire non già la bassa e media manovalanza di cosa nostra ma le alte sfere e i contatti col mondo della politica.
Quei poteri collusi con la mafia che già allora avevano ben salde le redini del potere e che, con tutta probabilità, controllavano il governo.
Era il 1927 e il peggio doveva ancora arrivare.

Mio nonno fu spesso invitato a iscriversi al partito ma la sua posizione, di dirigente al servizio di sua maestà la Regina Elena, gli permetteva di dire “grazie no, comunque no grazie” senza subire alcuna ritorsione. D’altro canto i miei nonni vivevano a Roma e nella capitale certe attività come le purghe e i pestaggi avvenivano in sordina, senza fare troppo rumore.

Credere alle voci (perché la stampa era asservita quasi tutta al regime) o dar retta a quel Duce che tante cose buone aveva portato? Ordine, disciplina, servizi, progresso… ecc… ecc… ecc… erano tutte cose che all’apparenza erano buone e pure nella sostanza, ma lo studio dell’economia mi ha poi costretto a rivedere un po’ questa visione. Anzi: un Po.

Lo studio, già. Una maledizione per chi controlla il potere. Il Duce aveva pensato bene di “militalizzare” tutto, anche la scuola. La censura fascista lavorava moltissimo per fare in modo che tutta l’informazione fosse favorevole al regime e al duce stava particolarmente antipatica l’America, con quel suo “plutocratico liberismo nemico dei popoli”.
Ma perché era così acido nei confronti del popolo americano? Averlo come alleato gli avrebbe permesso di dire pifferomerlo a Hitler e, allo scoppio della guerra, restare saldamente sul carro dei vincitori.

E sì che con tutto quello che di bene mi diceva mia nonna sul fascismo io mi consideravo una persona di destra, favorevole allo Stato e amante della Patria, degno erede di Scipione e di Cicerone insomma poco ci mancava che salutassi la gente con “Ave”. Ancora oggi prediligo l’uso del “Salve” piuttosto che del “Ciao” che trovo troppo conviviale e allo stesso tempo di una rigidità fastidiosa e ipocrita come poco altro.

Arrivo all’età di 10 anni con un idea gloriosa del fascismo. Un po’ perché mia nonna ne era rimasta entusiasta, nonostante quel che aveva dovuto passare (che come vedremo non fu neanche 1/10 di quel che hanno dovuto subire gli italiani della resistenza, della Repubblica Sociale e degli scontri tra Asse e Alleati) e se oggi penso qualcosa di molto diverso da quello che avrebbe voluto mia nonna lo devo a un uomo straordinario… in realtà a più d’uno, ma Sandro Pertini ebbe un l’effetto di una granata nella cristalleria di racconti di mia nonna sul fascismo.

Il Presidente della Repubblica, l’Onorevole Sandro Pertini, aveva l’abitudine di ricevere le classi quinte di ogni anno scolastico. Sicuramente andavano da lui tutte le quinte della capitale. Non so come facesse a trovare il tempo, ma ogni giorno dedicava un paio d’ore a questa attività e riusciva a ricevere 4-5 classi a volta. Entrare al quirinale fu un’emozione incredibile, avevo già la mia lista di domande da porre e tra queste ne avevo alcune centrate sul fascismo, sulle cose buone che aveva portato e sul perché non si ritorna al vecchio regime.
E così dopo una raffica di domande sulla pace nel mondo, la fratellanza e l’amore tra i popoli ecco che il piccolo balilla di nonna domanda al Presidente Sandro Pertini “Perché, se il fascismo ha fatto tante cose buone per l’italia, non si ritorna al vecchio regime?”
Silenzio.
Poi Pertini scoppia a ridere e mi risponde: «Fossi matto, mi risbatterebbero in prigione!» e allora ecco che la curiosità innocente dei bambini ha il sopravvento «Allora è vero che è stato in prigione?» ed ecco che nonno Sandro si scatena e racconta dei reati d’opinione, del confino e della prigione, dei pestaggi e delle purghe e di tanti altri aspetti negativi che mia nonna aveva nascosto.

Che fare? A parte mantenere un dignitoso silenzio mi era evidente che quell’uomo sapesse di cosa stava parlando e che, tutto sommato, faceva scopa con quello che aveva poi portato alla dichiarazione di guerra e alle leggi razziali: “gli errori imperdonabili del fascismo” come li chiamava la nonna, quelli che gli erano valsi la sconfitta.

Sarebbero trascorsi altri otto anni, quando giovane universitario misi le mani su un videogioco chiamato “Civilization”, di Sid Meyer. In questo gioco si impersonava una civiltà guidata da una figura iconica, tipo “Cesare per i Romani” o “La regina Vittoria per gli Inglesi”, “Abe Lincoln per gli Americani” “Re Shaka per gli Zulu'” ecc…. e si doveva attraversare la storia ripercorrendo le scoperte scientifiche.

Il mio personale record fu la scoperta della Ferrovia nel 1200 con i Romani, al massimo livello di difficoltà.
Ero diventato talmente abile nel “governare i popoli” che mi misi di buzzo buono per capire il funzionamento del gioco a livello di programmazione (mio hobby che poi divenne il mio lavoro) che provai ad introdurre il fascismo tra le forme di governo disponibili. C’era già la “dittatura”, ma mi pareva troppo restrittiva e poco funzionale.
Così mi misi a studiare. Studiai a fondo come funzionava il fascismo per riprodurlo nel gioco sotto forma di algoritmo. In breve tempo dovetti abbandonare il progetto perché l’enormità di quello che scoprii mi lasciò interdetto.
Avevo ben chiaro, grazie alle parole di Pertini, quale fosse il lato oscuro del regime. Quello che fino a quel momento non mi era per niente chiaro era in che modo il fascismo riuscisse a finanziare progetti anche ambiziosi e riuscire nell’impresa.
La bonifica dell’agro pontino è un buon esempio.
La bonifica integrale inizia nel 1927. I lavori da compiere sono titanici: si tratta di prosciugare le acque su 135.000 ettari complessivi, dei quali circa 80.000 appartenenti all’Agro Pontino vero e proprio. L’impresa non si ferma davanti a nessun ostacolo: vengono impiegati 120.000 lavoratori. Si costruiscono migliaia di km di canali di drenaggio e più di 1000 km di strade pubbliche. La bonifica e la successiva colonizzazione vengono esaltate continuamente dalla propaganda fascista. Nascono come ruralizzazione e, di fatto, antiurbanesimo, ma si concretizzano in una nuova idea di città e in una colossale infrastrutturazione. È forse il merito più straordinario di cui il regime si fregia. Per compiere questo disegno, dal nord arrivano nel Lazio migliaia di famiglie. In breve colonizzano tutta la pianura e si stabiliscono dove un tempo nessuno osava mettere piede. Non è più tempo di capanne fatte con la paglia e il fango, ora nell’Agro Pontino sbarcano i grandi architetti e crescono le città di fondazione: nel 1932 Littoria, nel 1934 Sabaudia, nel 1935 Pontinia, e infine Aprilia, nel 1937, e Pomezia, nel 1939. A qualche chilometro l’uno dall’altro, nascono 16 borghi rurali, sparsi in punti strategici. Sono piccoli nuclei di case con qualche negozio, la posta, la Casa del Fascio e l’immancabile Dopolavoro. Vengono battezzati con nomi che ricordano le battaglie della Prima Guerra Mondiale: Borgo Grappa, Borgo Piave, Borgo Sabotino. Tutto attorno vengono attribuiti 3000 poderi con le case coloniche, 1800 dei quali assegnati a veneti e friulani, gli altri a ferraresi. Quasi nessuno a laziali o campani, primitivi padroni di quelle terre, ora esautorati da una popolazione esogena. La bonifica è un esempio paradigmatico di globalizzazione, con relativo annullamento delle aspirazioni delle popolazioni locali.
Fonte “La Stampa”.

A parte l’idiozia finale sugli abitanti locali: erano inesistenti, quella era una vera e propria jungla inospitalie dove le persone, se vi rimanevano troppo a lungo morivano, il resto è tutto vero.
120.000 operai… ma da dove li aveva pescati il duce? Dopo la I guerra mondiale il Nord era in ginocchio, l’economia stentava e in molte regioni si faceva la fame.
Specie in veneto e friuli.
Il regime pensò bene di “Dare la terra agli italiani” e devastò un’area dove la natura aveva regnato incontrastata e i Romani avevano pensato bene di non mettere piede, proprio quei Romani che il duce aveva preso a modello, e lui l’aveva “regalata” alle famiglie che avrebbero scelto di trasferirvisi.
Il regime pagò tutto: viaggio, alloggio, macchinari, materiali. Gli operai potevano avere tutto quello che serviva per domare una terra che fino a quel momento aveva resistito all’uomo.
La guerra fu violenta e senza escluione di colpi, ma alla fine la natura cedette il passo… non senza aver combattuto.

Ancora oggi stiamo pagando il prezzo di quell’azione sconsiderata e continueremo a pagarlo a lungo: la perdita di biodiversità avrà effetti che si ripercuoteranno ancora per qualche secolo.

Allora però, complice una propaganda pervasiva e davvero efficace, l’impresa fu salutata come figlia di quel progresso inarrestabile e portatore di benessere. La terra fu “curata e liberata dalla malaria” dissero. A un prezzo che oggi farebbe tremare i polsi anche al più scaltro dei politici e che resterà ignoto ai più. I dati, nudi e crudi, parlano di 120.000 operai schierati e di poco meno di 60.000 lotti assegnati. Sapendo che a ogni operaio era stato promesso un pezzo di terra si fa presto a fare un conto spannometrico su quanti quella terra l’hanno goduta dal basso, mentre le radici degli alberi li avvolgevano in un abbraccio eterno.

A mo’ di presa per i fondelli fu istituito il “Parco Nazionale del Circeo” ovvero quella parte di foresta che non era stato possibile tirare giù, che più aveva resistito agli assalti degli uomini e che non comprendeva l’aspro monte dedicato alla maga Circe. Divenne la prima area protetta d’italia. Nel male qualcosa di buono era uscito fuori? Macché! Il monte non faceva parte del parco e non ci sarebbe entrato che nel secondo dopoguerra. Prima fu oggetto di una intensa speculazione edilizia: tutti i gerarchi fascisti puntavano a farsi la villa su quelle coste ora finalmente libere dalla malaria.
Omnia munda mundi, dicevano i Romani.
E avevano ragione.
Le dune costiere e le aspre scogliere vennero colonizzate e deturpate per sempre da ville e villette, là dove non c’era il parco e il demanio concedeva facilmente la concessione edilizia se si era bene ammanicati col regime.

Dove ho già sentito una storia simile?

C’è di buono che dopo la caduta del regime il parco è più che raddoppiato e ora occupa una superficie di oltre 8500 ettari, che include anche il monte che gli da il nome.

E arriviamo al videogioco e all’algoritmo che avevo dovuto mettere in piedi basandomi sui dati storici ed economici raccolti. Per far funzionare il fascismo avrei dovuto perdere una parte della popolazione delle città per finanziare le opere pubbliche.
Se questo, in un breve periodo, mi avrebbe dato statistiche favolose: popolazione felice (anche perché gli infelici vengono eliminati fisicamente mentre tentano di diventare felici), scambi commerciali elevati, produzione alle stelle e ricerca scientifica in crescita, nel lungo periodo avrebbe indebolito oltre misura e bloccato la crescita (niente popolazione, niente gestione del territorio e quindi meno risorse per il gioco).
Era un modello semplice, eppure giocando a civilization con il “fascismo” non vinsi neanche una partita. Si arrivava ad un certo punto per cui le città non riuscivano mai a superare un livello di popolazione elevato (1 livello ogni 10000 abitanti circa) e puntualmente una popolazione vicina più bellicosa, un’orda di barbari o semplicemente la stagflazione finivano col rallentare e distruggere ogni impero faticosamente costruito.

Non contento, pensai di aver sbagliato qualcosa nel modello, poi mi ritrovai a dover affrontare l’esame di Economia Politica all’università.

Qui mi ritrovai a studiare in modo approfondito come funziona un mercato e che è governato da leggi che funzionano bene quanto quelle che regolano la caduta dei gravi.
Aumenti il prezzo? Cala la domanda. Sei monopolista? Decidi tu il prezzo e la domanda si adegua. Ci sono due beni simili? Aumenta il prezzo di entrambi, quello che aumenta di meno vende di più. L’economia non è né buona, né cattiva: è spietata. Questo ripeteva il professore e una volta viste le imprese del fascismo in chiave economica ho finalmente capito perché al Duce il liberismo economico andava per traverso.

Perché agli italiani sarebbe finalmente apparso chiaro chi era a pagare per tutte quelle cose meravigliose che riempivano i giornali e venivano trasmesse per radio.
Non Esistono Cose Come I Pasti Gratis.
Tuo figlio va all’opera balilla spesato di tutto?
Ricordati che c’è un contadino che ha perso la vita per bonificare una palude.
Per carità: quel contadino è andato spontaneamente a bonificare in cambio di un pezzo di terra. Se però ci domandiamo perché quel contadino è dovuto partire si scopre che l’alternativa era quella di morire di fame (e non c’era neanche bisogno di spranghe o olio di ricino) a causa della politica economica che dal 1925 (varo delle leggi fascistissime) ebbe conseguenze molto gravi per tutti i lavoratori.
Il Duce non avrebbe mai potuto allearsi con gli Stati Uniti. Il Colonialismo economico cui andavano soggetti tutti gli stati che entravano in contatto con gli USA lo avrebbe detronizzato in pochi anni lui e tutto il suo entourage.

E però neanche questo studio mi permise di abbandonare del tutto l’idea che il Fascismo avrebbe potuto, anche solo in una ucronia, sopravvivere se le cose fossero andate diversamente e portare l’Italia in un futuro radioso.
La spallata definitiva a queste idee l’ho data io stesso, sempre attraverso lo studio, e per motivi compleatamente differenti.

Stavo mettendo a punto l’ambientazione per i “Romani a Vapore”, una ucronia simil steampunk dove i Romani avevano scoperto la magia grazie ad Archimede di Siracusa (vedi il racconto Siracvsa pubblicato di recente su questo blog) e, alla guida di fantastici mezzi a vapore come il Ferrequus (treno) o l’aves inflatus (dirigibile), dovevano fronteggiare un’invasione aliena.

Lasciate perdere i commenti, avevo bisogno di studiare motori di ogni genere, mezzi volanti e non, dal vivo. Avevo bisogno di sentire puzza di olio e ferro surriscaldato.
Internet ormai funzinava bene, ma con cianografie e foto d’epoca ci facevo poco. Così mi recai al museo nazionale dell’Aeronautica Militare di Vigna di Valle, sul lago di Bracciano.
A pochi km da Roma.
Completamente gratuito, il museo offre la visione di mezzi volanti di ogni genere, dalla vite aerea leonardiana ai più moderni caccia come l’eurofighter.

Vi si possono ammirare motori di tutti i tipi e arei di ogni epoca come il mitico SPAD pilotato da Francesco Baracca o lo stormo della Regia Aereonautica del 1927… ancora biplani.
No aspetta, i francesi avevano adottato da tempo il motore radiale e invece in italia l’aeronautica militare usava ancora mezzi risalenti alla prima guerra mondiale?
Che è ‘sta storia?

E ancora: negli anni 30 l’ingegner Caproni, l’uomo che aveva fondato insieme ai fratelli Wright l’aeronautica e che fu ricevuto dal presidente degli stati uniti con tutti gli onori dedicato a un capo di stato proprio per i suoi meriti… fu snobbato alla grande per i suoi studi sulle “eliche intubate” e la propulsione a reazione.

Piaggio, altro nome grandioso in campo aeronautico, in Italia dovette adattarsi a fabbricare motociclette perché ai pluripremiati motori radiali costruiti dalle sue fabbriche si preferirono quelli “in linea” prodotti dalla FIAT.
E anche gli SPAD, nati da un progetto francese, erano stati rielaborati e costruiti a Torino.

La FIAT aveva vinto tutti gli appalti, nonostante la superiorità scientifica e tecnologica della concorrenza (e non è che ci si può sbagliare, basta vederli quei motori per capire chi aveva le tecnologie più d’avanguardia!).
Perché?
Ovviamente la risposta a questa domanda c’era e appena lessi la parola “appalto” si dipanò davanti ai miei occhi di scrittore una fantasmagorica storia di tangenti e appalti vinti a tavolino e incuranti dei meriti dei partecipanti.
C’era stata una guerra, prima dello scoppio della II guerra mondiale, ma era stata di tipo econimico e aveva visto Caproni e Piaggio (tra gli altri) uscire sconfitti, mentre Torino e la FIAT avevano svolto il ruolo dell’asso pigliatutto.
Quello era stato solo uno degli scontri, ce ne erano stati molti altri, moltissimi e tutti combattuti con armi che facevo fatica a comprendere, ma che avevano come conseguenza l’impoverimento di una regione più o meno ampia a vantaggio di un’altra.
Certo che poi il regime aveva decine di migliaia di affamati da impiegare come bassa manovalanza per azionare le idrovore di una bonifica, per esempio.

Di fronte a quella nuova valanga di dati ho definitivamente seppellito il sogno fascista, che più che sogno si è rivelato un incubo della peggior specie. Una dittatura capace di far felici tutti, anche quelli che avrebbero dovuto morire per permettere agli altri di campare più o meno bene. “Son contento di morire, ma mi dispiace… mi dispiace di morire, ma son contento” l’ironia delle parole di Petrolini riecheggia ancora mentre scrivo queste righe.
Il regime, pochi anni più tardi, avrebbe mostrato il suo vero volto e con le leggi razziali del ’38 mise una pietra tombale sul suo futuro. Il costo in vite umane si faceva di anno in anno più oneroso e le richieste dei membri del partito più pressanti per cui il duce doveva dare un segnale, qualcosa da dare in pasto a quella generazione di xenofobi e dittatori in erba che aveva allevato grazie al ministero per la cultura popolare (Min-Cul-Pop), all’opera Balilla e a tutti gli altri sistemi di indottrinamento usati per alimentare di forze nuove la macchina fascista.
La ratifica delle leggi razziali fu solo la punta dell’iceberg. E però fu anche il punto di rottura, la perdita di consenso ebbe inizio proprio l’11 novembre 1938. L’anno seguente sarebbe scoppiata la guerra, ma anche se per qualche arcano motivo, l’Italia si fosse schierata con l’inghilterra, il risultato non sarebbe cambiato.
I dati economici non sono come quelli storici che possono essere riscritti. Sono dati e tali restano: numero di morti, numero di imprese registrate, numero di fallimenti eccetera e quelli non mentono o meglio non mentono gli effetti che si portano dietro. Il fascismo spendeva più di quello che guadagnava e per pareggiare i conti toglieva a quella parte di popolazione che non poteva far altro che chinare il capo e poi redistribuiva quella ricchezza all’altra. Il Colonialismo dell’italia ha esteso la parte di popolazione sottoposta a “prelievo”, ma la meccanica non è cambiata e non sarebbe cambiata di una virgola fino alla caduta del regime. D’altro canto il regime non poteva cambiare o i consensi all’interno del partito sarebbero calati e neanche le purghe e le spranghe avrebbero potuto salvare il regime dalla caduta.
La guerra ha soltanto accelerato questo processo.

Oggi ci sono dei poveri ignoranti che aspirano a rifondare questa parodia di governo.
Poveri ignoranti perché se avessero studiato in modo approfondito non da fonti “storiche” come l’articolo di “La Stampa” citato poco prima, ma da fonti economiche oggi non starebbero qui a parlare di “camerati” o di “compagni”.
Persone che, complice la crisi economica, credono che ripristinare il modello fascista porterebbe loro dei benefici.
Forse sì, se avessero la ventura di capitare tra quelli cui non viene chiesto di morire per far vivere gli altri.
Perché ai contadini che hanno bonificato l’agro pontino è stato chiesto di andare a morire di malaria.
In cambio della terra, certo, ma la malaria era là pronta a mietere vittime su vittime, come è stato.
E il bello che, a quei poveri ignoranti, non viene mica promessa la terra eh? Oggi i premi si chiamano “lavoro”, “studio” e “banda larga”. Oggi decine di migliaia di disperati si accalcano per partecipare a un concorso per titoli ed esami, oppure espatriano e cercano fortuna all’estero e, che strano, ben pochi tornano in Italia se non per una breve vacanza.

Lo studio della storia, quello sistematico e analitico, insomma non le belle reinterpretazioni che gli storici “DOC” ci hanno lasciato, porta a una comprensione della realtà assai più profonda e che non lascia alcuno scampo alle ideologie di qualunque colore esse siano. Rosse, nere, scudocrociate o azzurrine vengono spazzate via e dissolte dalla luce della conoscenza.

Knowledge is Power

Lo hanno detto in tanti, personaggi reali e immaginari. Lo hanno detto perché è assolutamente vero in qualunque realtà si viva (la frase è stata detta, tra gli altri, da Raistlin Majere, personaggio immaginario secondo solo a Gandalf il Grigio quanto a potenza). Persino mia nonna.

Sul valore della conoscenza mia nonna dunque aveva ragione. Si è sbagaliata quando raccontava che il fascismo ha fatto tante cose buone. Il Duce non ha fatto “anche” cose buone, è stato un burattino nelle mani di altri e ha provocato la morte di milioni di persone con lo scoppio della II guerra mondiale. L’economia è spietata e, come la matematica, non mente.

Per contrastare la nuova ondata di simpaticoni abbigliati con camice nere ci si è armati di sardine.

Ho qualche dubbio.

Prendete i libri e leggeteli, studiate, scambiate opinioni che oggi è più facile che 100 anni fa. Scoprite cosa è accaduto veramente attraverso lo studio e l’esercizio del libero pensiero.

E se poi qualche testa di cazzo vestita di nero viene a dirvi che negri ed ebrei devono andare via, magari nei forni crematori, potrete rispondere con pacata ironia che furono proprio le leggi razziali italiane a determinare le sorti del II conflitto mondiale.

Albert Einstein ed Enrico Fermi vivevano in Europa. Il primo fu la mente più geniale del XX secolo e il secondo l’ultimo fisico che conosceva tutto della propria materia. Le persecuzioni naziste e le leggi razziali ne provocarono la fuga in America.

Entrambi lavorarono nel progetto Manhattan, ma fu Enrico Fermi a scoprire come produrre in fretta abbastanza U235 per confezionare tre bombe atomiche in pochi mesi.

Gli Stati Uniti, forti della loro immensa capacità produttiva e arricchiti dalle menti fuggite dall’Europa non potevano perdere la guerra. Ancora una volta a parlare sono i numeri, non gli storici. Magari questo discorso si avvicina un po’ alla Psicostoria teorizzata da Isaac Asimov, ma i fatti ci dicono che furono le leggi razziali la scintilla che provocò la fuga di Fermi. Sua moglie era ebrea. Senza Fermi gli Stati Uniti non avrebbero mai prodotto abbastanza uranio per fabbricare una sola bomba, ma in compenso avrebbero potuto riuscirci gli italiani.

Di solito considerazioni come questa hanno l’effetto di azzittire i fascistelli (qualche volta ho rimediato un po’ di legnate, ma si sa: la violenza è l’estremo rifugio degli incapaci) e la realtà è ancora più interessante di quanto l’immaginazione possa fantasticare. A fuggire non furono solo Fermi ed Einstein, ma tutti quelli che ci riuscirono prima dell’apertura dei campi di sterminio. Le migliori menti d’Europa si misero in salvo e combatterono, a modo loro, la guerra sotterranea e silenziosa che avrebbe portato gli Alleati a vincere.

Quindi, care le mie sardine, il miglior modo per mettere a tacere un fascista è lasciarlo parlare finché non si contraddice da solo con le sue cazzate, a quel punto basta il minimo sforzo di fargli notare che ha detto “A” e “il contrario di A” (cit: Van Vogt) chiedergli di risolvere il conflitto al fine di capire bene il punto.

Usciranno bestialità una dietro l’altra che neanche le ciliege, cose da segnare e poi diffondere con un coro di risate a profusione, com’è accaduto per quell’assessore leghista che sbraitava contro la povera Liliana Segre perché aveva definito Gesù “ebreo” anziché “figlio di Dio”.

Alla fine di questa lunga riflessione cosa mi rimane? Una destra che ha come valore l’onore e la patria, ma quest’ultima ora che austriaci e tedeschi sono concittadini di italiani e spagnoli, ha ancora senso? Rimane l’onore e l’orgoglio delle radici, quelle sì, Romane e Celtiche di cui si trovano tracce in tutta Europa e che ci uniscono e identificano in un unico, grandissimo, popolo ricco di impagabili diversità.

Viva l’Europa, viva la Pace, viva i popoli uniti.

Andrea Venturo

SIRACVSA (pars II)

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Il dio nel mosaico si mosse, o almeno questo credette il vecchio scienziato, ma fu un movimento ben strano: la figura appariva sempre sotto forma di tessere del mosaico, piatta, come proiettata su un piano che si era leggermente inclinato rispetto alla parete. Archimede credette di essere vittima di un’allucinazione, anche perché il centurione era immobile al punto da sembrare una statua. Apollo compì una rotazione, ma lungo un’asse che lo scienziato non riuscì a seguire e subiyo dopo gli apparve solido, le tessere del mosaico svainivano ai margini della sua figura, come a seguire una direzione che poteva essere intuita, ma non osservata.
«Sei stupito mortale?» gli chiese il dio.
«Onestamente si!» fu la sincera risposta di Archimede che, in quel momento, stava affrontando una serie di rivelazioni sconvolgenti, non ultima scoprire che un mosaico aveva preso vita e gli stava parlando.
«Resta concentrato su quello che stai osservando, mio anziano adoratore» rispose il dio «o perderai l’equilibrio, cadrai oltre le tue quattro dimensioni e intraprenderai un viaggio di sola andata verso gli inferi, talmente rapido che vi giungerai prima di Ade stesso. Non muovere i tuoi piedi, pensa solo di farlo: è importante» sottolineò l’essere «poiché è stato il tuo pensiero che ti ha condotto qui e vi rimarrai solo finché sarai in grado di vedere attraverso la tua mente questo luogo che hai raggiunto grazie a essa… e alla spada del centurione»
«La spada?» chiese Archimede sorpreso.
«Direi che è stata provvidenziale, mortale, il tuo subconscio… oh, scusa, volevo dire il tuo istinto ha percepito l’attacco del centurione e ha disperatamente ordinato a tutto te stesso di ruotare per evitare il colpo; non avresti mai potuto voltarti in tempo data la posizione che occupavi lungo le prime tre dimensioni, ma avevi appena scoperto l’esistenza delle altre poiché sei riuscito a immaginare i sei piani perpendicolari: l’ έξίχωρίον (exicoriòn), come mi piace chiamarlo» spiegò Apollo, mantenendo lo stesso tono che un meteorologo impiega quando parla del clima.
«E dato che una di quelle nuove direzioni che hai intuito è quella in cui si estendono i… uhmm… chiamiamoli pensieri, giusto per non confonderti con termini sconosciuti, il tuo pensiero ti ha permesso di “schivare il colpo” lungo la nuova direzione appena scoperta… e appena in tempo, un attimo di esitazione e saresti morto ad opera di quella spada»
Caio vide il suo bersaglio ruotare in una direzione che i suoi occhi non riuscirono a seguire divenendo dapprima piatto, poi una linea sempre più sottile e corta, fino a svanire; proseguì nel suo affondo tentando di seguire il vecchio e colpì il muro proprio sulla congiunzione delle pareti. La lama penetrò nell’intonaco come se quest’ultimo fosse stato meno palpabile dell’aria, sprofondò fino all’elsa e continuò la sua corsa, seguita dal braccio e poi da Caio stesso lungo una direzione che gli occhi non riuscivano a seguire. L’uomo gridò per lo spavento e perse la presa sull’arma nel tentativo di afferrarsi a qualsiasi cosa, pur di non essere inghiottito da quella fessura oscura e gelida che era improvvisamente apparsa là dove prima si trovava il vecchio.
Archimede vide la spada del centurione passargli accanto innocua, e proseguire il suo viaggio verso il nulla.
Il centurione, nella stanza, si ritrovò col braccio incastrato nel passaggio tra le dimensioni, gelido come le acque dello Stige, mentre i suoi commilitoni vedendolo finire risucchiato dal muro furono presi dal panico e fuggirono via terrorizzati.
«Ho capito» proseguì Archimede come se nulla fosse accaduto «ma se la quinta direzione posta ad angolo retto rispetto alle altre quattro è il pensiero, cos’è la sesta? Il semplice fatto di trovarmi qui mi dice che la mia intuizione è stata corretta: le dimensioni sono almeno sei» rispose lo scienziato, mentre la sua mente riprendeva, stavolta con prudenza e senza perdere distrarsi dal compito che gli aveva suggerito Apollo, a esplorare tutti i nuovi concetti che appena scoperti… accorgendosi solo in quel momento che “Apollo” aveva perso l’aspetto che aveva nel mosaico e ora sembrava più un uomo che un dio.
«Si» rispose Apollo «sono molte, almeno 42, la maggior parte delle quali è arrotolata su se stessa, ma non risponderò alla tua domanda: preferisco che tu lo scopra da solo; sei intelligente e meriti rispetto per questo, sono certo che troverai la risposta nel tempo che ti resta da vivere e che la troverai soddisfacente»
«Tu non sei un dio» fu la risposta dello scienziato «sei come me… e non hai trovato una soluzione finora, ma ti aspetti che sia io a trovarla!»
«Quasi esatto, mortale: delle tue affermazioni una è corretta… e ora è tempo che tu faccia ritorno allo spazio che hai abbandonato. Ho portato io luce e calore in questo… uh… luogo, si stanno esaurendo velocemente»
Solo allora Archimede notò che i loro respiri andavano condensando, come durante le mattine d’inverno più fredde e che si stava facendo buio.
«Hai ragione, so come fare per tornare» disse lo scienziato, quest’ultimo osservò nella luce che diveniva sempre più fioca la mano del centurione, ora priva della spada, dimenarsi attaccata a un braccio irto di peli che proveniva da una direzione che i suoi occhi non riuscivano a seguire. La afferrò, chiuse gli occhi e semplicemente immaginò il braccio attaccato al corpo come doveva apparire, nella direzione corretta.
«Addio Archimede da Siracusa» furono le ultime parole di Apollo mentre si allontanava in una direzione che dava le vertigini anche solo a immaginarla.
Archimede, la tunica coperta di brina, ruzzolò addosso al centurione come se fosse stato appena rigettato dall’angolo tra le mura.
«Oh dei, avevo ragione, dunque!”» esclamò, lo sguardo perso a contemplare la meraviglia che si nascondeva appena oltre la realtà circostante, incurante delle imprecazioni di Caio Terenzio che si stringeva il braccio semi-congelato al petto.
«Sono io Archimede”» aggiunse il vecchio, raggiante, rivolto al centurione «e se mi lasci in vita ancora un po’ so dove trovare del vino che ti scalderà per bene»
«Non occorre, ne avrò a sufficienza quando ti avrò accompagnato dal console» gli rispose il romano, ancora sconvolto e incapace di comprendere cosa fosse accaduto « …appena i miei uomini smetteranno di scappare come conigli»
Mentre si dirigeva all’accampamento dei Romani scortato dal centurione, Archimede sognava a occhi aperti: quarantadue dimensioni? Alcune arrotolate? E con una serie di numeri posso individuare qualsiasi punto… si ma il punto tra l’uno e il due come lo identifico? E prima dell’uno che ci metto? Il piano è infinito se lo divido con due rette perpendicolari e metto l’uno al centro devo trovare qualcosa per distinguere i numeri che stanno prima dell’uno da quelli che stanno dopo… e le quantità minori di uno? “Nessuna quantità” è sicuramente minore di uno, ma come faccio a mettere il “nulla” all’origine di un piano? Potrei rappresentarlo con un cerchio… una “Ω”, ma forse dovrei usare una “α” e se una successione infinita di rette genera un piano, cosa genera una successione infinita di piani?»
A quest’ultima domanda la risposta fu quasi automatica:
«infiniti piani generano uno spazio, capisci?”» disse rivolto al centurione, come se fosse la cosa più naturale del mondo; l’uomo lo guardava di traverso, cercando di non incrociare il suo sguardo: nei diciotto mesi che avevano preceduto la caduta di Siracusa le macchine realizzate da quell’uomo avevano sollevato e affondato intere navi in un sol colpo, scagliato proiettili con gittate inimmaginabili e appiccato incendi a distanza come per magia. Nel suo orizzonte ristretto aveva una gran voglia di uccidere l’uomo che aveva causato la morte di tanti suoi compagni e l’ordine del console riportatelo sano e salvo, ne va della vostra vita non gli facilitava certo il compito di resistere dal trucidarlo seduta stante, ma esisteva anche la ricompensa per quel soldato che avrebbe condotto lo scienziato al sicuro presso la tenda di Caio Marcello.
Archimede era in estasi: aveva appena scoperto un modo per descrivere l’universo con un grado di precisione virtualmente perfetto, aveva trovato un modo per visualizzare un impossibile oggetto con vertici di sei spigoli posti ad angolo retto tra di loro e fantasticava sui nomi per la successione di infiniti spazi necessari per creare uno spazio a quattro dimensioni, infiniti spazi quadrimensionali per crearne uno a cinque e poi a sei, in una successione apparentemente illimitata.
«Esa-spazio» disse ad alta voce, ignorando la reazione del centurione «no, non mi piace, non rende l’idea che aveva Platone al riguardo”» il matematico rimproverò se stesso per non aver pensato subito all’illustre collega «lo spazio oltre tutti gli spazi possibili”» continuò Archimede «deve essere lo spazio perfetto e incorruttibile, come l’iperuranio: il cielo delle stelle fisse… potrei chiamarlo iper… iperspazio!»
Caio Terenzio abbandonò ogni tentativo di comprendere l’incomprensibile soliloquio dello scienziato: non vedeva l’ora di consegnarlo al console. Il centurione trovava niente piacevole avere Archimede accanto: quando non blaterava frasi incomprensibili su spazi a n-dimensioni, sulla difficoltà di applicare il metodo per esaustione o altri argomenti ancora più ostici da comprendere, vedeva lo sguardo di Archimede osservare estasiato le nicchie delle porte e gli spigoli degli edifici.
A volte barcollava e Caio doveva sostenerlo, in un paio di occasioni gli era parso di vederlo ruotare come poco prima che il muro lo inghiottisse in quella pazzesca morsa gelata e la sua mano correva all’elsa del gladio che aveva perduto. Archimede non aveva l’aspetto di uno che vede la propria città distrutta e saccheggiata: pareva più come un uomo di fronte a una schiava molto bella, molto attraente e molto nuda.
«È impazzito» concluse scrollando la testa.
Archimede lanciava occhiate ovunque per cercare i passaggi dimensionali tra gli angoli: a volte sottili come righe, a volte più ampi e curvi in un modo che dava le vertigini, specie se la casa era vecchia; tutti i passaggi erano oscuri, seguivano direzioni che gli occhi faticavano a seguire e nei quali, evidentemente, nemmeno la luce riusciva a penetrare. Recessi occulti e diretti verso un luogo che fino a quel momento era stato accessibile solo agli dei… e chissà a quali altre creature.
Solo allora cominciò a preoccuparsi seriamente di cosa avrebbe potuto trovare dietro la porta di casa.

Postfazione dell’autore

Giocare con la storia non è semplice. Questo racconto doveva essere la “prima pietra” di un’ambientazione ucronica in cui Archimede sopravvive all’assedio di Siracusa e cambia completamente la storia. Porta una nuova tecnologia nel mondo antico che consente di sfruttare i passaggi tra le dimensioni, un po’ come i mostri di lovecraft, e… be’ tra le altre cose riuscire a fronteggiare un’invasione aliena tirando pilum tra i motori delle navette degli omini verdi. Sulla carta sembrava facile, ma la difficoltà stava nel reperire informazioni storiche attendibili circa istituzioni, stili di vita e molto altro che quando ho dato vita al progetto non esistevano se non su qualche tomo polveroso nascosto nei meandri della Biblioteca Centrale. Oggi con internet è molto più semplice, senza contare che c’è Alberto Angela a raccontare vita, morte e miracoli dei popoli antichi, magari prima o poi riprenderò in mano il progetto.
Se lo ripubblico qui è perché qualche tempo fa un gentiluomo ha tentato di spalarmi contro qualche quintalata di fango recensendo questo racconto su amazon. Si era ben reso conto che di tutto il materiale (poco) pubblicato sulla piattaforma questo non ha mai ricevuto editing. E infatti non si è azzardato a sparare critiche sugli altri lavori. In dieci anni che sono passati dalla stesura di Siracusa e quella dello Specchio di Nadear il mio stile e le mie capacità sono molto cambiati (in meglio, voglio sperare), ma il tapiro che mi ha lasciato la sua recensione negativa ha commentato così:
“Un estratto così breve dovrebbe contenere un testo ben scritto, privo di errori e/o omissioni. Invece, proprio l’incipit che dovrebbe incuriosire e invogliare il lettore a continuare la lettura, presenta pasticci e ingenuità proprie del dilettante. Consigliamo all’autore di farsi editare il testo da un professionista e nel frattempo gli facciamo notare a titolo gratuito, dove dovrebbe intervenire. Per prima cosa l’autore dimostra di non conoscere cosa è una “d” eufonica. Basterebbe un buon manuale di scrittura o anche una ricerca in internet per correggere questo odioso difetto che disturba il lettore. Vedi “ed i soldati/ed i suoi preziosi”. La “d” si mette solo quando la parola che segue è della stessa vocale. Speriamo di essere stati sufficientemente chiari. Seconda lezione di scrittura: le ripetizioni inutili. Il testo è pieno zeppo di queste ingenuità, che senso ha scrivere: “sollevare navi/incendiare navi” nello stesso paragrafo? Ci vuole un po’ di rispetto per il lettore che è dotato di intelletto e non merita di sentirsi ripetere le cose fino allo sfinimento. Ma andiamo avanti. I dialoghi. Per quale motivo uno presenta la maiuscola e l’altro inizia con l’iniziale minuscola? Sono a piacere? Come viene viene? Suvvia, ci sono delle regole da seguire, esiste la grammatica, la sintassi e tante altre belle cosette. Non abbiamo ancora finito la lezione. Lo sa l’autore che esistono le virgole? Eh sì, qualcuno le ha inventate e talvolta devono essere usate. Vediamo dove: “prima di ucciderlo (virgola) perché” e anche qui “i suoi concittadini (virgola)”. Per finire altra regola disattesa e qui una stellina la merita tutta. Come si fa a scrivere “si” invece di “sì”? C’è una bella differenza! Ci fermiamo qui e facciamo tanti auguri a questo autore, perché ne ha bisogno.”

Se questa recensione fosse giunta 10 anni fa, quando ho scritto Siracvsa, l’avrei apprezzata moltissimo: per scrivere queste righe ha impiegato più tempo di quanto io ne avevo dedicato, all’epoca, alla scrittura del racconto. Sentirmi dire che oggi scrivo male come nel 2013 non mi ha fatto piacere. Per carità sto ancora facendo gavetta, anche se l’ultimo libro che ho scritto (finalmente) ha avuto bisogno di meno revisioni, anche se pure stavolta non son riuscito a chiudere il lavoro con meno di cinque stesure. Però mi ha dato l’impressione che il redattore di cotanta critica (oltre a sbagliare egli stesso l’uso delle virgole separando un incolpevole predicato dal suo amato soggetto) volesse in primis attaccare il sottoscritto. E in effetti è stato proprio così. A gennaio dello stesso anno una mia amica era stata colpita da una recensione ingiustamente negativa per un romanzo di fantascienza, sebbene fosse stato scritto come si deve a partire da ortografia e sintassi.

Allora dopo aver individuato il profilo del picconatore, un sedicente “utente amazon”, riuscii a scorrere l’elenco delle sue recensioni poiché non aveva blindato il profilo. Ho scorso tutte le recensioni che aveva dato e ne ho  selezionate alcune a 5 stelle sospette. Là dove gli altri utenti davano 1-2 stelle, talvolta 3 lui metteva 5 stelle e lodi sperticate.
Così sono andato a guardare e… sorpresa: erano recensioni totalmente avulse dal contenuto. Messe solo per invogliare l’acquisto e sottolineate da 5 stelline. Allora segnalai le recensioni e profilo fraudolenti e dopo poco sparì tutto. Per bilanciare la cosa lasciai una recensione quanto più onesta dei libri segnalati, incoraggiando e sostenendo gli autori a fare di meglio e a rivolgersi a un editor competente.

L’idea era proprio quella di stuzzicare il recensore fantasma e farlo tornare allo scoperto. Cosa che puntualmente è avvenuta. Mi aspettavo l’attacco su uno dei romanzi pubblicati come Self, non su un raccontino di 11 pagine, ma così è stato e avrei dovuto prevederlo: il testo di Siracvsa avrebbe bisogno di qualcuno diverso da me per essere corretto come si deve, gli altri sono stati editati.  A ogni rilettura trovo sempre qualche errore. Così quando mi sono accorto che c’era una recensione negativa su Siracvsa erano passati già sei mesi. Non tutto il male vien per nuocere: in sei mesi il tapiro aveva ricreato l’account e recensito centinaia di libri, ma aveva anche blindato il profilo così da rendere impossibile per gli altri capire cosa a veva combinato stavolta. Poco male. Di nuovo ho segnalato il profilo fraudolento e… be’, neanche ad Amazon piace vendere merce mal recensita. Aumentano i resi e i clienti insoddisfatti. Il profilo è stato bloccato e siccome era blindato stavolta non posso lasciargli alcun indizio del fatto che sono stato ancora io a rompergli le uova nel paniere.
Glielo dico ora: «Sono stato io. Io ti ho segnalato e dovessi accorgermi che stai di nuovo truffando i lettori di amazon con le tue false recensioni troverai me e tutti i miei amici pronti a cliccare su “segnala” fino a farti chiudere nuovamente l’account».
Ormai ho imparato: se un libro è fatto bene o presenta pochi difetti, va difeso e promosso. Se è scritto male vale il silenzio e un messaggio allo scrittore, in privato, dove gli si racconta cosa funziona e cosa no. In entrambe i casi si rimedia un buon contatto e un potenziale acquirente per il prossimo libro.

SIRACVSA (pars I)

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Questa Storia è dedicata a mia nonna. Fortunata di nome e di fatto aveva una riserva di favole apparentemente infinita, ma questa mi piaceva particolarmente perché era vera. Mia nonna mi raccontava spesso della morte di Archimede, lo scienziato siracusano vissuto nel III secolo a.C., per mano di un soldato romano. Il soldato domandava a tutti “Sei tu Archimende?” e se rispondevano no o li ammazzava o li prendeva come schiavi. Archimede era intento a scrivere qualcosa sulla sabbia, ma nessuno saprà mai di cosa si trattasse perché quando il soldato lo raggiunse lui non rispose, perso in chissà quale calcolo.

A me ‘sta cosa è rimasta sullo stomaco. Poteva salvarsi. Poteva dire “Sì, sono io Archimede!” e vivere ancora qualche anno. Perché? Cosa aveva scoperto da valere più della sua stessa vita? Cosa l’aveva appassionato a tal punto?

La domanda ha continuato a ronzarmi in testa fino al 2012 quando ho tirato giù questo racconto, dopo lunghe ricerche per ricostruire come si deve l’ambientazione. Siracvsa era una città molto bella e l’assedio, per i romani, fu un vero incubo, occorreva raccontare tutto il necessario per rendere la vicenda credibile.

Buona lettura!

Anno 543 ab Urbe condita

La città era perduta.
Il console Claudio Marcello, con un astuto stratagemma, era riuscito a fomentare le sue truppe e a spingerle oltre le porte della città spalancate da alcuni siracusani favorevoli ai romani. I soldati romani ora dilagavano per le vie di Siracusa trucidando gli abitanti o riducendoli in schiavitù, a eccezione di quelli rimasti fedeli a Roma e che avevano consentito alle truppe romane di entrare in città.
Rimasto solo nella sua casa sull’isola Ortigia, Archimede aveva riposto tutti i suoi scritti, i modelli delle sue macchine e i suoi preziosi rotoli di pergamena in una stanza segreta nascosta dietro a un muro e la cui porta era celata da un mosaico raffigurante il dio Apollo a bordo del suo cocchio, mentre portava in cielo il sole nascente.
L’anziano pur essendo uno scienziato e non un politico, non aveva avuto bisogno di chissà quale acume per prevedere quanto stava ora accadendo; lo aveva ripetuto ai suoi concittadini fino a perdere la voce: neanche gli dei impediranno la vendetta di Roma!
Non era stato ascoltato. I suoi concittadini udite le notizie riguardo le gesta di Annibale e delle sue schiaccianti vittorie contro i romani, stanchi di dover pagare pesanti tasse ai romani, avevano deciso di ribellarsi e fare a meno di quegli scomodi alleati ormai prossimi alla caduta. Era stata una pessima decisione: i romani non solo avevano sconfitto Annibale, ma si stavano riprendendo, con i debiti interessi, di tutte le sconfitte subite in precedenza.
Il vecchio scrollò la sua barba bianca e uscì dal vano segreto: la casa era deserta, ma da fuori si udiva sempre più forte il cozzare delle armi.
I romani erano sempre più vicini e la barca, ormeggiata vicino la fonte Aretùsa, non avrebbe atteso ancora a lungo.
Spinse la porta, un pezzo di muro incernierato su cardini di bronzo bene oliati, fino a richiuderla con un leggerissimo scatto. Dall’esterno il passaggio era indistinguibile dal resto del muro, al punto che trovare la tessera del mosaico che comandava il meccanismo di apertura, in mezzo a migliaia di altre simili, era impossibile per chi non fosse a parte del segreto.
Il vecchio si rese conto che non avrebbe potuto istruire facilmente qualcuno per recuperare le sue proprietà, d’altro canto temeva che avrebbe mai riveduto Siracusa.
Osservò il mosaico in cerca di un punto di riferimento: le tessere erano disposte in maniera estremamente regolare, come le case nella città di Mileto, in modo da nascondere le linee della porta.
Contò quante tessere separavano quella che comandava il meccanismo di apertura dalla cornice del mosaico: centodieci partendo dal basso e centoquaranta partendo da sinistra. Un metodo semplice ed essenziale: con due numeri poteva istruire facilmente una persona in grado di contare.
Un rumore proveniente dalla porta lo fece trasalire: i romani erano giunti alla sua casa, ma quei due numeri che aveva appena trovato gli avevano suggerito un’idea tanto pazzesca quanto sconvolgente, al punto da tenerlo incollato davanti al mosaico con occhi colmi di reverente stupore.
Che forse lo stesso divino Apollo avesse ispirato la sua mente vecchia e stanca, riversando in essa nuove energie?
Il vecchio scienziato si era appena accorto che attraverso una coppia di numeri poteva identificare un punto su un piano in maniera univoca: immaginò allora di avere un altro mosaico sul pavimento, perpendicolare al primo, in quel caso con tre numeri avrebbe potuto identificare in maniera univoca un qualsiasi punto all’interno della stanza… e oltre: con tre numeri poteva identificare qualsiasi punto in tutto l’universo!
Osservò il dio raffigurato nel mosaico con rinnovato rispetto ed ebbe la fugace impressione che stesse sorridendo.
Ripensò allora alle coniche e al metodo che aveva inventato per calcolare il volume dei solidi di rotazione: con quel nuovo strumento avrebbe potuto ottenere metodi di calcolo migliori, più precisi, ma la sua mente non era ancora paga di quella scoperta.
«E se ci fosse un altro numero accanto ai primi tre, cosa indicherebbe questo? Quale altra dimensione esiste perpendicolare alle altre tre?» disse rivolto al dio nel mosaico.
La risposta venne immediatamente sotto forma di una interminabile sequenza di eventi, le curve che aveva immaginato presero ad animarsi trascinate dallo scorrere del tempo.
«Il Tempo!» Archimede rimase letteralmente folgorato da questa rivelazione improvvisa. Qualcosa in lui gli suggeriva, anzi: urlava proprio, che tempo e spazio erano strettamente correlati, come altezza, lunghezza e profondità il tempo era una direzione come le altre, una direzione che l’occhio non riusciva a seguire, ma comunque possibile.
La mente dello scienziato vacillò sotto l’enormità di quella scoperta. Già Platone, secoli prima, aveva asserito che: “l’occhio inganna, la realtà non si limita necessariamente a quel che appare”.
Aveva ragione, ovviamente.
«Se le dimensioni fossero più di tre ci sarebbero aperture invisibili» disse tra sé Archimede rammentando i racconti di quando era più giovane, riguardanti persone che svanivano nei muri e di voci che si udivano attraverso pareti di roccia, spesse anche decine di piedi. Si narrava che lo stesso Dionigi avesse sfruttato queste proprietà “magiche” per origliare i discorsi degli schiavi che aveva messo al lavoro nelle cave poco lontano dalla città.
«Dunque» esordì Archimede, rivolto all’immagine di Apollo «se fossero sei le dimensioni poste ad angolo retto tra di loro, per ogni diedro sarebbero necessari almeno quattro piani perpendicolari perché si possa ottenere un diedro chiuso, mentre ogni spigolo di questa stanza è formato al massimo da due piani» e così dicendo si avviò all’angolo posto alla sua sinistra per esplorarlo con le mani. L’idea in sé era folle e tutta da verificare, ma ormai lo scienziato era decisamente “partito per la tangente”, come sempre quando trovava un’idea affascinante… e quella era un’idea in cui perdersi piacevolmente.

Il centurione Caio Terenzio irruppe nella stanza, mentre i suoi uomini si erano sparsi per tutta la casa in cerca di tesori o altri siracusani da catturare: vide un vecchio, con indosso una toga grigia, allontanarsi verso l’angolo più lontano da lui, nell’evidente tentativo di sfuggirgli.
«Sei tu Archimede?» gridò. Come ogni altro soldato aveva ricevuto l’ordine di trovare e scortare il matematico dal console e di uccidere tutti gli altri siracusani ostili a roma e che non erano in grado di diventare buoni schiavi.
Il vecchio si girò un istante verso di lui dicendogli, piuttosto seccato:
«vattene, che ho da fare»
Caio decise che quello non poteva essere uno scienziato né uno schiavo promettente.
Archimede scrutava l’angolo che aveva di fronte in cerca del varco tra le dimensioni, probabilmente queste erano meno di sei, forse la sua intuizione non era stata corretta: in uno spazio a quattro dimensioni il passaggio sarebbe stato percorribile solo da una retta euclidea, mentre con cinque solo da un piano. Soltanto con sei dimensioni sarebbe stato possibile il transito di un oggetto tridimensionale, o almeno questo era ciò che il suo intuito gli diceva e si voltò verso l’immagine di Apollo come a pregarlo di concedergli nuova ispirazione lui che era il nume delle arti e delle scienze. Incurante del soldato che stava per trapassarlo da parte a parte con la sua spada, Archimede vide, o forse immaginò solamente, qualcosa di incredibile: un oggetto formato da sei piani perpendicolari tra loro. L’oggetto, apparentemente impossibile, era davanti a lui con i vertici che parevano poggiare in direzioni che sfuggivano al suo sgardo non appena lo distoglieva. Sembrava animato di vita propria.
«Eureka!» disse e poi fu solo silenzio.

 

Adra – Storia

La storia di Adra è lunga quasi 60.000 anni, da quando i Daikiniti sorsero e tramontarono “col botto” ad opera di Wu-Masau (e del dio degli elfi Lalof-Sal) circa 50.000 anni prima della fondazione di Maor.

Orbene anche 50000 sono tantini anche per un mondo fantasy. Perché se Tharamys è così popolata Adra è rimasto spopolato per tanto tempo? Spiegone (che si può saltare in scioltezza):

le esplosioni causate dalla fine di Daikin-Jadam sollevarono migliaia di km^3 di polveri ad elevata riflettività.
Le polveri rimasero sospese in aria per millenni incrementando in modo significativo l’albedo di tutto il pianeta col conseguente abbassamento delle temperature su tutta la superficie di oltre 2°C in meno di sei mesi.
I ghiacciai di tutto il pianeta si accrebbero, in particolare quelli circumpolari che si tramutarono in vere e proprie dighe planetarie al passaggio dell’acqua nei pozzi polari, la riduzione dello scambio termico tra “interno” ed “esterno” del pianeta privò la superficie di altro calore e aumentò ulteriormente il calore trattenuto all’interno del pianeta. In questa fase si sono avute temperature interne di 40°C medie ed esterne fino a 4 gradi sotto le medie stagionali. Privati di parte della loro energia i fenomeni atmosferici della superficie si fecero più miti e le precipitazioni assai ridotte, mentre all’interno violenti uragani spazzavano ogni continente  senza alcuna pietà.
Si è avuto un progressivo abbassamento del livello dei mari con conseguente ulteriore riduzione dello scambio termico. L’energia in eccesso nei sistemi meteorologici interni al pianeta trovò nei pozzi polari l’unica via di sfogo, ma le correnti calde provenienti dall’interno a contatto con le barriere ghiacciate circumpolari generarono enormi risalite di vapore che finirono per portare energia ai vortici polari: le tempeste perpetue che circondano i pozzi polari. Il ruolo di queste tempeste è fondamentale per tutto il meteo di Tharamys dato che sono il “motore” dei jetstream, le correnti a getto stratosferiche da cui dipendono tutti i fenomeni atmosferici. Rifornite con tutta l’energia che prima contribuiva a muovere le correnti oceaniche le due tempeste crebbero fino a coprire una porzione significativa di Tharamys e bombardandola letteralmente con neve e ghiaccio.

Per farla breve l’era glaciale generata da questo meccanismo (che include variazioni di salinità nei mari e bolle di calore provenienti dai pozzi polari) interessò tutto il pianeta per circa 30.000 anni.
La glaciazione innescata dall’esplosione era destinata ad interrompersi nel momento stesso in cui ebbe inizio. I ghiacci, mentre si formavano furono “inquinati” dal pulviscolo in lenta deposizione. Nel momento in cui il quantitativo di pulviscolo atmosferico (le famigerate PM10) si sono ridotte hanno lasciato passare più luce e più energia. I granelli intrappolati nel ghiaccio hanno catturato il calore e hanno innescato la fusione.
Anche aiutati in questo modo occorsero quasi 20000 anni prima che porzioni significative di Adra fossero accessibili per i colonizzatori.
Fino a 13000 anni fa le aree abitabili di Adra erano sulle coste e nella foresta di Invalis, ma agli elfi del clima è sempre importato poco: loro riescono a controllarlo con la magia, almeno a livello locale.
In pratica su tutto il pianeta la fascia abitabile era compresa tra 35°N e 35°S oltre la quale cominciava a far freddino e superati i 45°N solo le creature avvezze al freddo come i giganti dei ghiacci, le viverne lanose e i draghi bianchi (ad esempio, ma non solo) potevano sopravvivere senza particolari problemi.
Negli ultimi 4-5000 anni , col progressivo ritiro dei ghiacci, si sono avute lente migrazioni dalle zone equatoriali dirette verso nord e sud (ogni popolazione ha il suo pantheon di dei che se ne prende cura ed è restio a fargli cambiare area per più motivi). Gli effetti del cataclisma che ha spazzato via Daikin-Jadam si sono ridotti al punto da consentire nuovamente alle razze più “calde” di espandersi nuovamente.
Nei diecimila anni che hanno preceduto l’arrivo dei coloni Maorni gli Orchi hanno tentato a più riprese di creare una propria civilizzazione, ma le condizioni climatiche di superficie erano difficili anche per una razza coriacea come la loro. Tentarono a più riprese di espugnare Invalis, ma gli elfi, per quanto pusillanimi, dimostrarono di saper combattere all’occorrenza e riuscirono a salvare gli alberi su cui si erano rifugiati per preservare le loro miserabili vite. Gli orchi tentarono pure, mostrando anche coraggio, di espugnare la Casa-Di-Roccia e ottennero di conoscere i loro nemici giurati di sempre: il fiero popolo dei figli della roccia, i Nani.

Gli studiosi sono molto incerti su cosa possa essere avvenuto in questo periodo. Alcuni Unwurdig, Nani cacciati dalla Casa-di-Roccia perché considerati “indegni”, parlano di orchi resi schiavi e fuggiti poi in tempi remoti. Altri parlano di commerci tra gli orchi e i Nani prima che una guerra li rendesse i nemici giurati che sono ora. Le poche cose certe sono che gli Orchi parlano una lingua che ha molto in comune con il Lafshuakar, la lingua nanica e sono in possesso di conoscenze metallurgiche altrimenti note solo ai Nani.

Gli orchi riuscirono a sfuggire all’ira dei Nani, ma sopravvissero solo quelli che fecero ritorno nella regione di Daikin-Jadam, ora una distesa di roccia vetrificata ancora impestata di scorie radioattive, se pure molto meno pericolose di un tempo e nota col nome di “Le Brulle”. Di fronte a quella terra anche i Nani dovettero fare un passo indietro. Gli orchi invece ci si tuffarono dentro e scomparirono nelle sue profondità. Il sottosuolo delle Brulle è pieno di cavità prodotte dall’esplosione delle macchine daikinite e, radioattività a parte, è in grado di accogliere numerose città grandi come Kirezia e Maor messe insieme. Gli orchi ci si trovarono benissimo e diedero vita a Raht, la città-stato che ancora oggi governa quella regione del sottosuolo. Finalmente al sicuro e in un luogo accogliente gli Orchi si dedicarono a colonizzare quello che chiamarono Untherveld o “Mondo-di-sotto” e lasciarono la vita in superficie recandocisi solo per brevi e intense razzie. Alcune popolazioni tentarono la colonizzazione della superficie nell’area di Levot,  nella regione semidesertica a est di Malichar e nelle steppe sempreverdi, ma gli ultimi di loro furono cancellati dall’emergere della Repubblica Kireziana e dalle bellicose tribù che nel frattempo si erano insediate nella vasta piana dove nasce il Nacal-Dengar.
Spariti gli orchi, le navi di coloni provenienti da sud invece di essere predate appena mettevano piede a terra o intercettate sottocosta da bizzarre imbarcazioni di fattura orchesca, riuscirono a sbarcare i loro passeggeri sul continente e a farli sopravvivere abbastanza a lungo per costruire fortificazioni e difendersi. I primi a riuscirci furono i Maorni, ma qui termina la “preistoria” del continente di Adra e ha inizio la parte più interessante, quella più densa di eventi. Se può sembrare strano: ricordo che la fissazione per espandersi e colonizzare è una caratteristica tipica degli umani. Nani, elfi e persino gli elasson sono più stanziali. E anche le colonie umane, quando seguite da un dio, non si spostano molto se non per necessità. Il potere di un dio è tanto più grande quanto più il suo nome è sulla bocca (e quindi tra i pensieri) di tutti e concentrato in un determinato segmento spaziotemporale… una specie di “densità” religiosa. Malattie, incidenti, calamità, mostri giganti e piccini, fanno ridurre il numero di abitanti. Le migrazioni diluiscono il potere e vanno contenute, evitate o quando “inevitabili”  vengono gestite di modo che il popolo che “migra” continui ad accrescere il potere del dio cui appartiene, ma questa è un’altra storia. La parte che mi interessa è che quando c’è una migrazione tutte le divinità esistenti si contendono la fedeltà di quel popolo a suon di missionari. Lo scongelamento di Adra ha anche fatto scattare numerosi “campanelli di allarme” circa il possibile ritrovamento di un manufatto risalente all’epoca Daikinita scampato miracolosamente all’olocausto. Così preti di ogni confessione hanno seguito i popoli in migrazione e, attraverso i loro occhi e i poteri conferiti loro dalle divinità del loro credo, tenuto d’occhio la situazione. Come si scoprirà, qualcosa è sfuggito.

La fondazione di Reub, la capitale di Maor determina l’anno zero di quella che ormai viene chiamata da tutti i popoli di Adra “era comune”, abbreviata e.c.
A partire dall’anno 0 altri popoli hanno tentato a più riprese di colonizzare Adra, ma dovettero scontrarsi con altre creature che avevano occupato quella terra in precedenza. Oltre a Nani ed Elfi vi era il drago Ogofedairp, che all’epoca era molto più attivo di adesso, una colonia di viverne sulla catena meridionale della Sierra D’Argento e nidi di Beobacht sparsi capaci di inghiottire un intero villaggio se questo si trovava entro il raggio d’azione di una di quelle micidiali creature. I Maorni fondarono una repubblica, poi un’impero e poi un paio di “crolli”: quello attuale è il loro terzo impero sorto dopo due tentativi di creare una democrazia stabile. Tentativo fallito dopo ben quattro secoli di crescita sotto la repubblica: nuovo colpo di stato e nuova fondazione dell’impero. Kirezia pure ebbe fortune alterne: inizialmente era una colonia commerciale Maorni, ma dopo la prima caduta si rese indipendente e riuscì ad arginare e contenere le ondate migratorie e le invasioni provenienti dal mare grazie al suo entroterra decisamente più accogliente di quello maorni. La prima repubblica Kireziana fu una federazione di popoli diversi. La colonizzazione dell’altopiano di Etsiqaar ad opera di popoli provenienti da Thanatos, in fuga dai tagliatori di teste, avvenne più o meno in quel periodo e il drago Ogofedairp prese a benvolere quella gente capace, a sua volta, di amare la terra e onorarla come una madre.

Ricostituita la repubblica i Maorni tentarono a più riprese di riprendersi le province occidentali divenuti Kirezia e il nuovo territorio conquistato dai Meroikan, un popolo proveniente dal sud dominato da un’aristocrazia guerriera molto simile a quella che resse il Sacro Romano Impero tra il settimo e il nono secolo d.C. . Tentativi a volte riusciti, a volte falliti. Il confine attuale è frutto di millenni di scontri e di “aggiustamenti” e di nidi di Beobacht bruciati con incendi mirati. Nonostante la loro devastante potenza i Beobacht si ritirarono verso le montagne a nord fino a scontrarsi col fiero popolo dei Nani che ha trasformato la maggior parte di essi in manufatti difensivi di varia potenza.
Kirezia invece, complice anche un’origine linguistica comune, non ha mai avuto problemi nell’arginare la politica espansiva maorni. Piuttosto ha avuto seri problemi con gli orchi delle Brulle. L’invasione di Uruk il possente è stata solo l’ultima di una serie che ha avuto inizio circa cinquecento anni dopo la fondazione della capitale e che a intervalli di 4-500 anni si è ripetuta regolarmente. I motivi sono legati al ciclo vitale degli orchi: in 400 anni almeno tre generazioni si sono riprodotte e il numero di individui eccede la capacità delle caverne in cui vivono di sostenerli. In quelle occasioni grandi masse di giovani individui (età compresa tra 15 e 120 anni) si riversano lungo la piana del Nacal Dengar e spazzano via tutto quello che incontrano lungo il loro cammino, o almeno: questo è quello che è accaduto la prima volta, quando anche la capitale Kirezia fu saccheggiata. La volta successiva, avvenuta intorno all’anno 1000 ec, ebbe un esito meno cruento e la capitale, complici delle difese più efficaci, riuscì a spezzare l’assedio e a disperdere l’orda. La repubblica si ritrovò nuovamente in ginocchio. La terza ondata intorno al 1600ec attirò l’attenzione della Casa-di-Roccia e l’invasione degli orchi fu spezzata dall’intervento di un piccolo esercito Nanico. Tra il 1605 e il 2000 vennero stipulati una serie di trattati commerciali tra Nani e Kireziani, questi ultimi furono attratti dalla possibilità di valicare in breve tempo le montagne della Wiegenstein (meglio nota come Steinshau la Casa-di-Roccia) e giungere in pochi giorni nel Frisør, nei regni del Nord e persino in Maor. Ai Nani interessava poter massacrare gli Orchi, ma pure l’acciaio meteorico assai raro sulle loro montagne e il luppolo che i kireziani hanno imparato a coltivare in modo intensivo per rifornire i birrifici nanici. Dopo l’invasione del 2110 ai Nani fu chiesto, dietro pagamento, di riprogettare e realizzare le nuove cinte murarie delle principali città con l’eccezione di Lain e Crugòn che erano state rase al suolo. Purtroppo le due sfortunate città continueranno, complice una cattiva gestione delle risorse cittadine, ad essere distrutte ogni 5 secoli circa fino all’arrivo di Uruk che ne segnerà la fine definitiva. I superstiti fonderanno un’unica città che prenderà il nome di Lain-Crugòn, ma per motivi “storici” non chiederanno l’aiuto dei Nani per la costruzione delle mura fino al 3846 quando il numero di convogli diretto a Cupiàl crescerà a dismisura e farà temere l’arrivo di una nuova ondata orchesca.  Un reparto di genieri sarà presente in città quando si svolgeranno i fatti de “L’ombra Scarlatta” e le mura della città verranno finalmente sistemate alla maniera dei Nani.

L’arrivo dei maghi Malichani in Kirezia avviene in sordina. Il minuscolo regno dei principi fondato tra il 1240 e il 1250 e.c. non destò alcun interesse: troppi Beobacht da quelle parti e troppa poca terra da conquistare, troppo ghiaccio e poco di tutto il resto. La merce esportata dal minuscolo principato era composta perlopiù da gemme, minerale grezzo e formaggio stagionato. La fortuna di Malichar è che il suo “scudo” magico venne scoperto relativamente tardi, circa un secolo dopo l’arrivo di Bertrand de Malichar e dei suoi compagni. La comunità composta dagli esuli di Vasconne, che di lì a tre secoli sarebbero diventati i dodici principati popolò in breve tempo quella che divenne la val d’Ambèr. L’improvvisa scomparsa di Bertrand dalla scena fu l’unica vera crisi che rischiò di spazzar via tutto. La migrazione spopolò quasi interamente l’isola di Vasconne, al punto da ingenerare allarme nella monarchia del sub-continente meridionale, ora una delle più antiche monarchie di Adra, ma che all’epoca subì un brusco cambio di regnante. La scomparsa di Bertrand coincise tuttavia con la scoperta della barriera: l’area attorno a Lavill risultava essere inaccessibile alle creature extra-planari che tanti guai causano ad ogni utente di magia appena un poco disattento. Questa scoperta garantì l’arrivo di un gran numero di studiosi, quasi tutti maghi, per studiare il fenomeno o addirittura stabilirsi entro i confini della nascente Malichar. Fosse accaduto prima la piccola comunità non aveva nemmeno la parvenza di un esercito e sarebbe stata assoggettata nel volgere di una stagione a una delle altre potenze già presenti sul continente o, addirittura, dagli stessi Lleenici o dagli orchi.

La comparsa del culto di Dâr (o Dahr), il Dorato è di questo periodo. Si tratta di un culto sui generis: il nome in sé è la contrazione della parola Llenico-arcaica “daerp” che significa “barriera mistica” o “magica”, poi la e è finita inglobata nella a che s’è allungata in â e la p finale è caduta. Da sempre la presenza della mistica protezione, la cui estensione cresce lentamente di anno in anno, è associata a questo culto e al dio che rappresenta. I preti di Dâr tuttavia non sono sacerdoti in senso stretto: sono maghi. Acquisiscono potere come tutti gli altri utenti di magia, ma sono convinti che lo studio, la ricerca della conoscenza, il sapere acquisito con spirito critico, siano la preghiera e la glorificazione stessa di Dâr che ricompensa i suoi fedeli e tutti coloro che onorano la sua fede con lo studio attraverso l’efficacissima protezione che si estende fin oltre la città di Cupial, dentro le Brulle e tra Les Ertès, le montagne che circondano la val d’Ambèr. Nel corso dei secoli, tuttavia, preti di altri culti hanno tentato a più riprese di insediarsi tra la popolazione e offrire i loro servigi di guaritori. I primi che ci provarono finirono bruciati a furor di popolo anche grazie ai maghi locali che, memori delle persecuzioni subite in patria, li eliminarono senza troppo pensarci aizzando la popolazione contro di loro e contro i loro seguaci. Da qui la discutibile “tradizione” di mettere al rogo chiunque pratichi pubblicamente un culto differente da quello di Dâr. Come tutti gli dei tanto seguiti anche Dâr esiste e, come è facile intuire, non è ben visto dal resto della comunità “divina” di Tharamys. Dei tanti presenti in Adra è uno dei primi “autoctoni” del continente, cioè la sua essenza si è originata proprio grazie ai pensieri dei Malichani. Un altra divinità che è in divenire è Halden il guerriero, se i bardi elfici continueranno a cantarne le gesta e a far credere la popolazione così come stanno facendo da quattro secoli e rotti, ma anche questa… è un’altra storia. Malichar, potendo contare su una densità di utenti di magia dieci volte superiore rispetto a quella di qualsiasi altra nazione, a parte la lontana Dei-Talant, riuscì a debellare la presenza dei Beobacht da ogni valle in cui riuscì a far arrivare le torri dei suoi maghi e nei suoi duemila e seicento anni di storia ha conosciuto una lenta e costante crescita dovuta all’arretramento dei ghiacciai che, di anno in anno, donano nuove terre e con esse nuova vita ad uno degli stati più isolati e ricchi del continente.

I rapporti commerciali tra Kirezia e Malichar crescono velocemente se pure con l’ostacolo delle Brulle in mezzo. Nel 2350ec viene lanciata un’offensiva preventiva congiunta tra kireziani, malichani e Nani contro gli orchi delle Brulle. Migliaia di Orchi vengono massacrati e la temuta orda del 2500 si ripresenterà più tardi nel 2945, ma con un numero di orchi inferiore al previsto.
Dal 2950 ogni cinqant’anni viene lanciata una campagna di “deorchizzazione” delle Brulle, ma la campagna del 3000 non dà i risultati sperati e quelle successive portano all’eliminazione di poche centinaia di unità.
Laìn e Crugòn prosperano finalmente, ma non richiedono la costruzione di mura in pietra, preferendo investire le proprie risorse nel commercio con i Principati di Malichar.
L’orda del 3403 erutta dalle Brulle più di ventimila orchi, un migliaio dei quali adulti. Le città di cui sopra vengono obliterate e i loro abitanti divorati… almeno quelli che non erano scappati in tempo. Le altre, tutte dotate di mura Naniche, resistono alla furia, ma le campagne lungo il Nacal-Dengar sono devastate. La Casa di Roccia aveva inviato un manipolo di cento genieri alla neonata Nadear per la costruzione delle mura guidati dal Capitano Sarralga e poi invierà in fretta un corposo esercito che ridurrà a metà l’orda che si infrangerà contro le mura di Kirezia, mentre metà dei sopravvissuti tenterà di raggiungere la regione di Levot per reclutare gli orchi sopravvissuti alla colonizzazione kireziana e prendere la città di Nadear appena fondata. I Nani del battaglione Krorennert torneranno alla casa di roccia con il più alto numero di trofei mai riportato a memoria di Nano. A seguito di questa schiacciante vittoria il capitano Sarralga verrà prima nominato generale e poi diverrà l’attuale capo di stato maggiore. Tuttavia anche le sue campagne di deorchizzazione daranno risultati deludenti rispetto all’evento che lo ha reso celebre.
Piccola chiosa: il riprovevole comportamento avuto da Sarralga nei confronti del bardo elfico Alfos e dei suoi colleghi, sempre elfi, ebbe come conseguenza la “cancellazione totale” da canzoni e ballate sull’epica vittoria contro gli Orchi. Uruk il Pazzo, il guerriero alla guida dell’orda, venne rinominato Uruk il Possente e il giovane Halden divenne colui che lo uccise, mentre Flantius Miyosot, noto come Colle Ondoso, fu celebrato come l’artefice della strepitosa vittoria e colui che in una notte fece sorgere le mura. Ancora oggi nella città di Nadear sono ben visibili le statue in bronzo dedicate ai due eroi, mentre ai Nani del Krorennert e al capitano Sarralga sono dedicati un viale e una piazza cittadina. Nessuna statua, nessuna ballata, nessun altro “ricordo”.

Rispetto a Kirezia Meroikanev ha una storia più burrascosa: i primi coloni dell’area furono i Maorni, ma trovarono una micidiale “resistenza” nelle colonie di Beobacht celate nel territorio. C’era un motivo  se nemmeno gli orchi avevano mai tentato di prendersi quella terra ricca di foreste, fiumi e basse montagne. Il crollo del primo impero Maorni frammentò quello che sarebbe divenuto in il granducato in un paio di staterelli (Seravon e Avonreub) che sopravvissero per pochi decenni, prima che una nuova ondata migratoria e la caduta delle capitali ad opera di Qu, un gigantesco Beobacht con venti peduncoli, li spazzassero via quasi interamente. I superstiti, privi dell’appoggio di Maor che aveva i suoi problemi a riorganizzarsi durante il primo interregno, si unirono ai coloni, sconfissero Qu e insieme ad essi accettarono il nome di Meroikanev in onore di Meroin (la terra aldilà del mare) la patria da cui provenivano i nuovi venuti, situata a sud-ovest di Lleendir.

Per quel che riguarda i miei libri, per ora, gli eventi più importanti riguardano Malichar  i rapporti tra Impero e Granducato di Meroikanev. Il Granducato è il frutto di una intensa opera di mediazione tra meroikani e maorni. I primi sono discendenti di coloni provenienti da Meroikan (una penisola situata a sud-ovest di Lleendir, la propaggine più settentrionale di Ron-Menûr (il continente meridionale… oh, finalmente gli ho dato un nome!). La scelta del titolo “Granduca” è riguarda l’organizzazione militare-amministrativa di Meroikan, la madre-patria. Il capo di stato non può chiamarsi “Re”, quel titolo spetta al re. L’amministratore di una grande area, dove possono trovare posto marche di confine e contee abbastanza grandi da accogliere più baronie e talvolta anche feudi più piccoli, diviene un Duca e se il territorio consente la creazione di più ducati questo diventa Granduca e non più oltre. Il suffisso -ev significa “figlio” e quindi il senso del nome è molto chiaro. Meroikanev e Maor si sono fatti guerra per secoli, nel tentativo di prevalere l’uno sull’altro, ma interferenze divini soprattutto hanno sempre limitato la portata della distruzione: nessun dio è disposto a vedere il proprio potere ridotto per cause futili.

L’attuale Granduca: Stephanos I di Meroikanev è divenuto genero di sua Augusta Imperiale Grazia Neor II al fine di sugellare la pace tra i due stati. Trattative che procedono con estrema lentezza da secoli, da quando un colpo di stato provocò il crollo della fragile repubblica di Meroinia alcuni secoli prima. Il governo fantoccio installato al posto di quello legittimo era guidato da Maor e la creazione del granducato fu un tentativo di portare lentamente tutta l’area sotto la sfera di influenza maorni. La fiera resistenza dei meroikani tuttavia ha portato dapprima una guerra civile tra fazioni avverse durata alcuni anni e interrotta dall’arrivo sulla scena di Beria Tenzus-Reynek. Per chi vuol conoscere la genesi del nome… i meroikani hanno una lingua derivata dall’ungherese, poi occorre anagrammare un pochino. Beria e i suoi seguaci, con una serie di attacchi personali mirati, elimina uno dei capi delle fazioni legate a Maor e alcuni dei suoi seguaci ottenendo così l’attenzione degli altri. Si dice che abbia piegato la volontà con la magia, ma il succo fu che nessuno degli altri ci stava a farsi ammazzare, magari nel proprio letto. Beria passò alla storia come Beria il negromante, sebbene di magia non se ne intendesse molto, ma era abilissimo nel reperire informazioni e sfruttarle per eliminare un rivale. La struttura granducale instaurata da Maor, tuttavia, fu utile a Beria per mantenere il potere appena conquistato e invece di restaurare la repubblica decise di tenerselo: “Il potere logora chi non ce l’ha” è una delle frasi che ha pronunciato finché era in vita… e di sicuro non è stato l’unico politico a pronunciarla, nel corso della storia.
Dati i rapporti precari con l’impero, flottiglie di schiavisti hanno, con cadenza stagionale, razziato le coste meroikane portandosi via direttamente dalle loro case migliaia di persone nel corso dei decenni. Beria ha avuto numerosi figli e questo gli ha garantito una nutrita discendenza con cui tramandare il granducato e difenderlo.

A cambiare un poco le carte in tavola è proprio Stephanos, che in giovane età si era distinto per essersi opposto al padre Erim e per una serie di azioni di rappresaglia contro le coste maorni. Azioni che, inizialmente erano indirizzate alla raccolta di schiavi al pari dei razziatori maorni. L’incontro con Adriana di Maor mutò in modo drastico queste operazioni. Adriana, secondogenita di Neor II, era ed è molto contraria all’impiego di schiavi. Durante un assalto da parte di Stephanos alla città costiera di Epinolas la ragazza fu presa dal giovane rampollo meroikano che rimase colpito, in tutti i sensi, dall’energia di lei e dal modo in cui difendeva la libertà degli individui. Anche se molto giovane, all’epoca non aveva più di diciassette anni, Adriana aveva le idee molto chiare circa il modo di porre fine alla tratta degli schiavi e al modo in cui si poteva sviluppare un’economia capace di sostenere una popolazione senza dover ricorrere all’uso degli schiavi.
Neanche Adriana, tuttavia, rimase immune dal fascino del giovane e nerboruto meroikano, che oltretutto detestava la schiavitù e la imponeva solo per questioni di vendetta. Le razzie successive non furono più mirate a portare schiavi a Meroikanev, ma a liberarli e innescando moti di ribellione in tutta maor. Consapevole del rischio Neor prese la via della mediazione e dopo una fortunata missione diplomatica acconsentì alle nozze tra i due giovani in cambio di una cessazione delle razzie d’ambo le parti.
Poco dopo Stephanos divenne granduca, causa una malattia fulminante del genitore e ratificò la pace con Maor. Anche se ufficialmente da più di vent’anni nessuna nave maorni colpisce più le coste meroikane, di tanto in tanto una nave di razziatori tenta di assaltare i villaggi e le fattorie lungo la costa. La marina meroikana non è famosa per l’efficienza con cui  pattuglia le coste e il risultato è che Stephanos si ritrova improvvisamente con qualche decina di sudditi in meno e un’area più o meno vasta da ripopolare. Sua grazia Adriana, la granduchessa, ha mal digerito il fatto di non poter più assaltare i fori maorni dove ogni giorno decine di persone perdono la propria libertà e vengono vendute per gli scopi più vari (e abietti).
Segretamente (ma neanche troppo, visto che suo marito la appoggia) ha dato vita ad una gilda di ladri sui generis: rubano schiavi. L’attività della gilda procede indisturbata da oltre otto anni, nonostante la pressione dell’aristocrazia meroikana su Stephanos e i suoi più stretti collaboratori affinché venga estirpata questa minaccia all’economia nazionale.

Il commercio di schiavi è  ancora molto praticato in Meroikanev, specie dopo la fine di questo commercio nella vicina Kirezia: l’Anello di Ferro, dopo il varo dell’emendamento Musìn, ha trasferito in toto la sua attività nella città di Kaj Subdni al confine tra i due stati e ha dato nuova linfa vitale ad alcune delle famiglie avverse all’attuale casata regnante. La presenza dei “Ladri di schiavi”, che si fanno chiamare “Fiamme di Meroikanev”, è una tremenda spina nel fianco per ogni schiavista meroikano che vive col terrore che, prima o poi, i suoi profitti vadano in fumo e con essi la propria vita.

Di fatto vi è una contro-corrente migratoria che vede ogni giorno decine di aspiranti ex-schiavi fuggire da Maor, attraversare segretamente Meroikanev e giungere in Kirezia dove la schiavitù è abolita. Eron II sta tentando di arginare il fenomeno e, attraverso i buoni uffici di sua figlia Adriana, spera di poter convincere il genero ad agire in modo deciso contro questi criminali. Quello che non sa è che il capo dell’organizzazione è proprio Adriana la quale sta tentando di insediare un “focolaio” nella stessa Reub, la capitale di Maor. Il seguito… è oggetto del sesto e (per ora) ultimo libro delle Cronache di Tharamys, per cui non posso spoilerarne più di tanto il contenuto.

Malichar, Kirezia, Meroikanev e Maor sono tutti regni popolati in massima parte da umani. Vi sono poi Invalis (elfi) e Steinshua (Nani) che invece hanno vissuto le vicende del continente in modo del tutto differente. I primi, che hanno un collegamento magico permanente con la madrepatria su Airumel, il continente orientale, praticamente non si sono nemmeno accorti dell’era glaciale provocata dall’esplosione di Daikin-Jadam anche se quest’ultima esplosione, come ben sappiamo, ne ha ridotto notevolmente la presenza sul continente. I secondi  invece sono rimasti dapprima infastiditi dal rumore provocato e poi piacevolmente divertiti dall’arrivo degli orchi, ma ne parlerò in un altro articolo.

Avatar

No, non il film.

Deriva dalla resa anglosassone della parola sanscrita अवतार Avatāra e che indica l’apparizione o la discesa sulla terra della divinità avente lo scopo di ristabilire o tutelare il Dharma… l’ordine naturale delle cose, la legge divina… insomma credo abbiate capito.
Ora immaginatevi per un momento nei panni di Visnu e che nel vostro mondo le cose non stiano andando come avete previsto.

Stato A
Prendete il controllo della persona, delle persone che commetteranno un torto alla vostra “legge” e le costringete ad agire come avete deciso voi, in barba a quello che sono loro. In fondo: anche un maialino si arrampica su un albero quando viene adulato! (citazione)

Stato B
Scendete voi stessi scegliendo un corpo adatto alla vostra persona (un avatar, appunto) e sistemate le cose facendo sfoggio di fenomenali poteri cosmici, talvolta celati sotto forma di colpi di fortuna sfacciata (uno in fila all’altro) per non dar troppo nell’occhio.

…e poi c’è C come la fortuna quando ha la prima lettera maiuscola.
Riavvolgete il nastro del tempo, inserite “a monte” una serie di piccoli eventi e/o uno o più personaggi differenti e spingete tutta la storia nella direzione che avete previsto riscrivendola o riscrivendo la parte in questione. Se non funziona si ritenta e si ritenta finché le cose non vanno proprio come devono andare, ma senza aver “violato” il libero arbitrio… ma in fondo: se no che gusto c’è ad essere onnipotenti?

Perché questo incipit tanto strano?
Quando uno scrittore è all’opera parla sempre di sé stesso, del suo mondo, del suo modo di guardare le cose. Quanto più è abile, sensibile, capace… ecc… riesce a distaccarsi dalla propria realtà e usarla per guardare con gli occhi di un altro. Qualcosa di suo rimane sempre, alla fin fine è lui o lei che scrive, ma questo cambiamento permette a chi legge di immedesimarsi ed entrare lui nella vicenda. A mio avviso è la differenza che passa tra un bravo scrittore e uno che deve ancora imparare parecchio. Non che uno bravo non debba imparare e migliorarsi, ma almeno ha capito che si scrive per chi legge e non per sé stessi.
Poco prima di scrivere questo articolo ho letto la recensione scritta da Luca F. Morandi, un Blogger e un appassionato lettore (oltre che molte altre cose tra cui, da pochi giorni, anche laureato, congratulazioni Dottore!),  su un libro di cui non dirò il titolo. Nella recensione Luca parla dell’autrice e del suo personaggio principale che compie imprese mirabolanti e a volte apparentemente impossibili come spingere via l’uomo che la sta strangolando (sì anche il personaggio principale è una lei) e spedirlo a infilzarsi contro la lancia del compare e rimanere illesa.
Miracolo!
Vi ricorda nulla? Nella recensione Luca fa presenti errori come questo (cattiva gestione delle scene dinamiche), errori di punteggiatura ancora da limare e una certa ingenuità a livello di trama che consente al lettore di prevedere con largo anticipo gli esiti della storia. Per contro fa un raffronto con un libro precedente dell’autrice e apprezza il miglioramento dello stile e lo sforzo di produrre un testo migliore. Lo Sforzo vince sempre, lo dico sempre, ma battute a parte è stato corretto nei confronti di autrice e lettori mettendo in evidenza punti di forza e debolezze del libro in modo imparziale.

Spesso capita che in una narrazione ci sia l’avatar dell’autore: talvolta è un gioco voluto e controllato dall’autore stesso, come in alcuni romanzi di Clive Cussler dove passa proprio Clive Cussler che dà una mano al personaggio e poi sparisce. Altre volte sono personaggi “epici” che sopravvivono in modo un po’ rocambolesco e divertente. Molti sospettano che il “Nano” Tyrion Lannister sia l’avatar di Martin in Games of Thrones.
Altre volte l’autore risolve il conflitto ammantandosi da supereroe per cui finché il personaggio è sé stesso si comporta e agisce “da personaggio”, quando però veste i panni dell’eroe si trasforma completamente e diventa un altro. Vedi alla voce Zorro, Green Arrow, Batman, Superman… ecc…
Sembra un tocco di schizofrenia, forse, ma nel caso degli eroi mascherati ci può stare.

Chi scrive però dovrebbe tenere a mente che quello “sotto la penna” è un personaggio e in quei panni ci entrerà qualcun altro, il lettore presumibilmente. Scrivere usando un personaggio come avatar porta a trascurare dettagli che per un lettore, cui manca tutto il background dell’autore e conosce solo quello che viene mostrato dal testo, invece sono fondamentali. Se manca l’immedesimazione viene meno tutto il patto narrativo e la storia diventa difficile e pesante da seguire. Cosa si ascolta più volentieri? Un affabulatore esperto e capace di regalare emozioni, o l’amico fanfarone e un po’ logorroico col complesso del barone di Münchausen?

Uno scrittore in “Stato A” sta scrivendo male, tratta i personaggi come marionette e attrarrà lettori cui piacciono le marionette. Belle eh? Non dico di no, ma allora meglio andare a vedere le marionette a teatro, piuttosto che ritrovarsele di carta stampata.

Uno in “Stato B” invece ama il proprio mondo e ci si tuffa dentro, il che è già un bel passo avanti e nel momento in cui riuscirà a staccarsi dai propri personaggi e a lasciarli liberi di agire limitando i propri interventi al necessario per innescare la trama… eh, diventerà davvero bravo. Immagino sia per questo che Luca abbia incoraggiato l’autrice nella sua recensione. Io una che mi sbaglia la punteggiatura la stroncherei, se fossi senza peccato.

Uno in stato C sta lavorando duramente e se si accorge che c’è qualche errore, qualche incoerenza “riavvolge il nastro” ovvero salva il pezzo che gli pare sbagliato e riscrive da capo e poi se non funziona o col nuovo pezzo emerge qualche altro errore pregresso… ricomincia con infinita pazienza e attenzione, finché panta rei tutto scorre.

Sono stato in “Stato B” per parecchio tempo, convinto di saper scrivere. La prima versione di Conrad era nerboruta, si chiamava Kane, picchiava come un fabbro, lanciava le palle di fuoco e dispensava fenonmenali poteri cosmici spacciandosi per un inetto salvo poi stupire tutti mostrando di essere un semidio un po’ in tutto. Ahemm. La prima versione del Torto era molto diversa.

Bon. Ora si chiama Conrad Musìn, ha 12 anni, sporca i calzoni se la paura è troppa, di esagerato ha l’opinione di sè stesso, riesce a lanciare un incantesimo (da intrattenimento) dopo ore di preparazione e cerca disperatamente di far colpo su una ragazza… insomma un adolescente con tempesta ormonale in arrivo (anzi ormai già arrivata) e una vita un pelino movimentata.

Nel caso dei guai di Conrad eccomi, sono io il colpevole, quello che se dice “Potrebbe piovere” gli garantisce un diluvio sulla testa. Ho cercato in tutti i modi di tenere lontano Conrad da me, lasciarlo crescere e farlo diventare il personaggio che è adesso. Insomma sto passando allo stato C un poco alla volta. Mi piace ancora tuffarmi dentro la narrazione nei panni del personaggio su cui ho il punto di vista. Che casino quello. Interno, esterno, non focalizzato, focalizzato… argh! Il gioco di ruolo non prepara minimamente a questa parte della scrittura. Si parla sempre in seconda e terza persona, mai in prima e il punto di vista è sempre multiplo. Però mi sforzo di trattare i personaggi da personaggi e non come se fossero dei “posseduti” che dicono di essere una cosa e poi agiscono tutti allo stesso modo, cioè come se io fossi al loro posto e avessi i fenomenali poteri cosmici del demiurgo che sono. Questi sono onanismi mentali che, per quanto divertenti, annoiano chiunque altro legga i miei testi. Tipo l’articolo che, per motivi a me imperscrutabili, sei riuscito a leggere fino a qui.
Ti è mai capitato di scrivere storie di tipo A o B?

Non serve leggere Tolkien per scrivere fantasy…

 

tolkien_runa…magari!

Per scrivere del buon fantasy, non è certo la prima volta che lo dico, occorre molto lavoro. Personalmente credo si tratti del genere più difficile da rendere bene su carta. Se non si presta attenzione a ciò che si scrive si creano dei mostri (in senso letterario) capaci di allontanare i lettori come e peggio del peggior film di serie Z che possiate immaginare.
E allora perché tanta gente mi viene a dire “Scrivi Fantasy? Ma hai letto Tolkien?” come se la lettura di Hobbit e Signore degli Anelli (qualcuno si ricorda anche del Silmarillion e di Tom Bombadil) fosse un viatico indispensabile per poter scrivere romanzi di quel genere.

Tolkien ha scritto e pubblicato soltanto due romanzi: Lo Hobbit e Il signore degli anelli. Per chi non li ha letti: si tratta di libri la cui traduzione comincia ad avere una certa età e il linguaggio suona un po’ datato. Splendidi eh? Però capisco quei lettori con metà (o meno) dei miei anni che si avvicinano a quei volumi e storcono il naso perché abituati ad altro: cambiano i tempi e le nuove generazioni mostrano di gradire stili e prose differenti.
Eppure si continua a citare Tolkien.
Talvolta a sproposito. Perché?
Per ignoranza, suppongo, o per pigrizia.
Poco fa ho detto che Tolkien ha scritto due romanzi (ovviamente c’è anche altro: racconti, poesie e altro ancora), ma se apriamo Amazon ne troviamo un terzo: il Silmarillion. Bene: il Silmarillion non è un romanzo ed è postumo (e se Tolkien non l’ha pubblicato c’è un motivo) e non va letto se prima non si è proceduto alla lettura dello Hobbit e del SdA. E comunque ne sconsiglio la lettura a meno che non si abbia l’intenzione di sviscerare l’opera di Tolkien e capire perché ogni cosa ha un nome preciso e la storia ha una certa forma. Perché? Perché a leggere quei libri esattamente in questo ordine, oltre a leggere una bella storia si ha una percezione stranissima del Silmarillion.
Mentre nei primi due, bene o male, si riesce a seguire una storia: lo scontro col drago e il ritrovamento dell’Anello per lo Hobbit; lo scontro tra Sauron e le razze di Arda (Elfi, Nani, Uomini, Hobbit) per il SdA. Nel Silmarillion? Si racconta di come è nata Arda, chi erano gli dei, come sono nate le razze, chi è Gandalf, chi è Sauron, perché l’Anello è stato forgiato e come ha fatto Sauron a… be’, sì, metterla in quel posto a tutte le razze e ai loro re. Il Silmarillion racconta, con una prosa molto pesante intervallata da poesie molto più complesse della “filastrocca” con cui inizia il SdA, di come e perché i Nani si scontreranno con Smaug e perché sarà proprio un hobbit a portare l’anello là dove tutti gli altri falliranno e si lasceranno corrompere. Non solo: a leggere attentamente tra le righe del Silmarillion si scopre perché e percome i Nani di Arda ce l’hanno a morte con gli elfi (e viceversa)… insomma ogni evento, personaggio, stirpe, lo strano Tom Bombadil (era strano forte, per me), tutto ha una spiegazione corredata di aneddoti, miti, leggende e tanti affascinanti eccetera. Il punto è che, ormai penso sia chiaro, il S. non è un libro. Era lo “zibaldone” su cui il Professor Tolkien, ormai docente di Filologia Anglosassone presso l’università di Oxford, si dilettava ad annotare ogni cosa gli veniva in mente per colorare e popolare la Terra di Mezzo e tutto quello che c’era attorno. Insomma state leggendo una (piccola) parte degli appunti di lavoro del Professore.
Dunque per poter scrivere Fantasy occorre aver letto il SdA? No. Occorre aver letto l’opera di Tolkien completa, più i suoi appunti di lavoro relativi l’ambientazione (il Silmarillion) e ad aver qlo un po’ del suo epistolario (la maggior parte in lingua inglese) con cui scambiava opinioni con altri colleghi: gli Inklings, termine intraducibile che suona approssivativamente come “Inchiostrini”. Per quanto buffo sembri il nome, gli Inklings erano tutti docenti di Oxford e penne di prima grandezza, di essi solo Tolkien e Lewis (Narnia) sono noti in Italia, anche se uno dei membri del “club” era Christopher Tolkien (terzogenito) la cui presenza è fondamentale per la divulgazione dei suoi testi.
Sì perché a differenza del padre, Chris aveva una mentalità molto più… uh… imprenditoriale e di sicuro aveva ben compreso il valore dell’opera completa. Dopo la morte del padre pubblicherà il Silmarillion e sarà un successo “in sordina”, ma getterà una luce nuova sull’opera di Tolkien (padre) perché darà valore alla profondità dell’ambientazione, assolutamente inarrivabile se non da pochi, pochissimi, altri autori. Marion Zimmer Bradley (Darkover), Zelazny (Amber), Clark Ashton Smith (Zoitique, Averoigne), anche la verbosissima Ursula K. Leguin (da poco scomparsa) e la sua Earthsea… gente di questo calibro arriva quasi a uguagliare Tolkien, che tuttavia ha fatto molto altro.
Perché il Silmarillion è solo un “riassunto” degli appunti del Professore.
Mettetevi comodi.
Tolkien era un filologo quindi conosceva molto bene il modo in cui la lingua (e il suo cambiare nel corso dei secoli) influenzava i popoli e, attraverso i suoi cambiamenti, ne rifletteva la società e il suo evolversi. Non solo: conosceva molto bene i meccanismi che sono alla base dell’evoluzione di una lingua: sono gli stessi per tutte le lingue del pianeta Terra. E allora che ha fatto? Ha creato varie lingue per i popoli di Arda, basandosi sulla loro storia e su un “filone linguistico” preciso copiato pari pari dalla cara vecchia Terra e fatto evolvere fino ad ottenere il Quenya per gli Elfi che a sentire il “Maestro” è nato così:
« Actually it might be said [Quenya] to be composed on a Latin basis with two other (main) ingredients that happen to give me ‘phonaesthetic’ pleasure: Finnish and Greek. » J.R.R. Tolkien, lettera 176 (fonte: Wikipedia).
Ma il Professore è stato modesto. Latino, finlandese e greco sono stati gli ingrediendi di base per il “Proto” linguaggio, che poi ha fatto evolvere applicando le regole di cui ho parlato poco fa: erre che si “liquefanno” in elle, vocali in fine di parola che cadono e una quantità di altri dettagli che, purtroppo, mi sfuggono e continueranno a sfuggirmi. Del resto faccio il programmatore mica il filologo. La “grandezza” di Tolkien sta nella vastità della sua cultura che gli ha permesso di giocare con gli elementi delle tre lingue (tra le tante che conosceva) per ottenere il “Quendi” l’elfico arcaico e arrivare al Quenya. C’è tutto dentro: forme verbali, modi, tempi, coniugazioni varie… ci credo che è impossibile confondere un nome di origine elfica con altri. L’etimologia di ogni nome, basata sul Quenya, è potente e precisa. Ogni nome ha un significato, in una lingua costruita a tavolino da un esperto filologo, e questo se pure in modo indiretto, arriva al lettore.
Stesso lavoro per il Khudzul, la lingua dei Nani… solo che questa volta il Professore s’è rivolto al medio oriente per usare un sistema linguistico in uso da quelle parti, comune alle lingue semitiche quali Ebraico, Arabo, Aramaico… ecc… ne segue che il Khudzul è ricco di suoni duri e pure musicali come il tedesco, solo decisamente alieno e allo stesso tempo familiare.
Troppo? Signori, ricordatevi che siamo nel 2018 e non nel 1925 (quando Tolkien cominciò a lavorare alla sua Arda) per cui se vi occorre conoscere qualche parola di arabo, piuttosto che di Maori dovete solo cercare un adeguato dizionario online che Tolkien manco si sognava. Prendete esempio dal gigante che è stato lui e la prossima volta che create un nome dategli una solida base linguistica che poi userete per il resto dell’ambientazione. E questa è solo una parte di tutta la lezione.
Ogni dettaglio di Arda ha alle spalle pagine e pagine di appunti, condensato in una prosa elegante e pure ricchissima di dettagli e suggestioni. La cura nell’onomaturgia, la creazione dei nomi, lega indissolubilmente nomi e culture da lui creati: gli hobbit hanno nomi a metà tra il latino e il celtico. Pipino è la contrazione di Peregrino (latino), Merry è la contrazione di Meriadoc (Celtico, gaelico credo, forse ispirato al sovrano gallese Conan Meriadoc IV sec a. C.) e si va a finire in un’altra delle numerose lingue che Tolkien ha inventato per creare lo strato culturale della terra di mezzo, l’Ovestron: una sorta di lingua universale parlata un po’ in tutta Arda se pure con vari dialetti dovuti alle barriere geografiche prima che a quelle politiche. Altro elemento che sottolinea la grandezza del Professore: tutte le lingue sono state fatte evolvere e, nel corso della narrazione (come pure a guardare la mappa) mostrano la loro presenza in base alla cultura dominante nell’area. Sei uno scrittore? Hai disegnato una mappa e l’hai infarcita di nomi? Aha. Ora valla a rivedere e, per ogni nome che compare là sopra, quanto hai lavorato? Cosa lega quel nome al territorio circostante? E agli abitanti? Tranquilli: non credo che il Professore si sia messo a tavolino e abbia dedicato chissà quante migliaia di ore di lavoro. Lo avrà fatto nei ritagli di tempo tra insegnamento, stesura delle pubblicazioni universitarie, attività legate alla sua professione: era un filologo e dunque aveva altro cui pensare che scrivere un paio di romanzi. Semplicemente aveva una cultura vasta, profonda e articolata che gli permetteva di creare anche romanzi fantasy molto curati anche dal punto di vista filologico oltre che linguistico.
Dunque: quando vi sentite dire che per scrivere Fantasy dovete aver letto Tolkien, potete star certi che ad affermare questo concetto sia una persona che non ha la più pallida idea di cosa sta dicendo. Così domandategli “come mai mi consigli questo?” e poi, se nulla vi dice del Silmarillion e, soprattutto, del fitto epistolario intrattenuto con gli altri membri degli Inklings in cui racconta la costruzione dei vari elementi di Arda (geografia, lingue, storia, mitologia, agiografia… ecc… ecc… ecc…) dedicatevi a fare a pezzi l’amor proprio di questo individuo spiegandogli dove sta la vera grandezza del Professor JRR Tolkien.
Tanto nello Hobbit che nel SdA ogni elemento, grazie al certosino lavoro del Professore, è coerente con gli altri a un livello profondo e sotto tutti i punti di vista. La storia parla di draghi, elfi, Nani, hobbit e tanto altro che non esiste nell’esperienza del lettore. Tuttavia la coerenza interna dei romanzi, che in Tolkien si genera grazie al suo essere filologo, è fortissima: non si riesce a dubitare neanche per un istante che chi sta raccontando quelle storie ha visto tutto quel che viene narrato. Moria e il Drago, i Nani e il Balrog, Saruman e il suo tradimento, Gandalf che da grigio diventa bianco… e tante altre indimenticabili leggende che hanno il sapore dei racconti epici di millenni fa. Sembra tutto “reale”. Dunque non “leggi Tolkien”, ma “studia il lavoro di Tolkien” e quindi non solo Hobbit e SdA, ma anche e in più Silmarillion, Quendi e Quenya, Khudzul, Ovestron, l’epistolario e tutto il resto che Christopher Tolkien ed eredi hanno tirato fuori dal cassetto del professore e tramutato in materiale da dare in pasto ai lettori: racconti perduti, racconti ritrovati, racconti incompiuti, mr. Bliss, l’atlante della Terra di Mezzo… e tanti altri affascinanti eccetera, perché il Professore sapeva scrivere bene anche quando tirava giù i propri appunti di lavoro. Ovviamente ogni lingua ha il suo alfabeto, il suo sistema di scrittura, verso ecc… il tutto legato filologicamente alla cultura cui appartiene. Rune, caratteri derivati dall’arabo, dal latino, dal greco… tutte cose note e studiate da Tolkien per “lavoro” divenute strumenti per “giocare” a fare il demiurgo.

Se paragoniamo Tolkien ad un iceberg, quella parte di ghiaccio che emerge dall’acqua e che rappresenta ciò che ha pubblicato in vita (Hobbit, SdA, le avventure di Tom Bombadil che è una raccolta di poesie, e alcuni racconti non tutti collegati alla Terra di Mezzo) rappresenta si e no 1/10 di tutto il lavoro. Sembra imponente? Quello che c’è sotto sono i 9/10 di quello che vedi “sopra” e che figlio e nipoti del professore stanno, un po’ alla volta, portando alla luce assieme alla Tolkien Society e alle migliaia di appassionati sparsi in tutto il mondo cui si devono i vari manuali per comprendere le lingue parlate su Arda e la ricostruzione del lavoro filologico seguito da Tolkien… ancora incompleto, ma molto preciso.

Per tornare al titolo di questo articolo: per essere uno scrittore di Fantasy devi aver “letto Tolkien”? No. Devi saper fare come ha fatto lui? Sicuramente è un modo. Vuoi riuscirci? Studia. Filologia, storia, tante lingue diverse, studia la tua lingua madre, impara a farla evolvere mescolandola assieme ad altre lingue (che poi è quello che succede sempre quando popoli differenti entrano in contatto per vari motivi) crea dialetti differenti… e confrontati con altri autori di grande levatura culturale prima ancora che letteraria. Quindi: per cominciare ti puoi leggere Hobbit, SdA e Silmarillion per cominciare, ma poi dovrai affrontare molto, molto altro, imparare da ciò che studierai e metterlo in pratica sapendo che questo non farà necessariamente di te un grande scrittore, ma un discreto filologo della lingua che hai studiato. La facilità rispetto ad altri autori è che moltissimo materiale è disponibile e consultabile gratuitamente o a costi molto contenuti.

La lezione del Professore qual è? Quando scrivi metti in ciò che crei quel che sai fare meglio, il meglio di te.
Buona Scrittura.

Adra – Morfologia

Adra è il nome che ho assegnato al continente che ospita Maor, Kirezia, Malichar e tutte le altre nazioni di cui ho parlato finora. Il nome è un anagramma che non tarderà a rivelarsi, specie agli appassionati di studi Tolkeniani. Insieme ad Airumel è il secondo continente che ho battezzato. Me ne restano altri 23… meno male che due continenti sono inabitabili.

Morfologia

Dal punto di vista morfologico Adra somiglia vagamente ad un grosso triangolo: la base va dalla penisola di Maor detta anche di Respheia a est e la penisola del drago a ovest, si individuano alcune grandi catene montuose, frutto di collisioni continentali avvenute in epoche remote. La catena vulcanica dei monti Resphidi che domina Maor, a est, seguita dal massiccio della Casa-Di-Roccia, poi la vasta pianura kireziana e, verso nord ovest, il massiccio della Sierra d’Argento che prosegue nelle Erte Malichane a Nord  e nei Colli Ondosi a sud e che fanno da baluardo al deserto D’Nis. Le Erte (Les Raides) proseguono in direzione Nord-Ovest fino alle gelide piane di H’Leyr, dove l’era glaciale non ha ancora lasciato il suo morso e gli strati di ghiaccio raggiungono uno spessore compreso tra cinquecento e seimila piedi (quasi 5900km).
Il vasto e complesso sistema di corrugamenti che attraversa il continente lungo l’asse NW-SE  termina in una lunga penisola ghiacciata in una terra senza nome e senza sole dato che si trova ben oltre il bordo del pozzo polare settentrionale. La costa orientale prosegue in direzione N-NW e man mano che i corrugamenti si spostano verso ovest il terreno diventa via via più pianeggiante e troviamo la Casa di Roccia, sulla costa i regni del Nord e le steppe sempreverdi nell’entroterra che si trasformano, verso nord, nelle gelide foreste del Frisør. Tra le due regioni l’invalicabile area dei monti “Sciabola” chiamati anche il regno dei Draghi. Come montagne non superano i tremila piedi, ma è sin troppo facile imbattersi in draghi e viverne che si contendono quel lembo di terra da che ha cominciato a spuntare da sotto i ghiacci. Il Frisør è una piana sub-glaciale, popolata perlopiù lungo la costa e caratterizzata da foreste di conifere e latifoglie. La città che domina questa regione è Nafhtagn, fondata poco prima di Nadear ed è l’unica colonia Dei-Talant sul continente. Dal golfo di Fhtagn la costa piega bruscamente verso ovest e punta, tra ghiacciai che scendono a mare e iceberg che rendono impossibile la navigazione, verso le gelide piane dove il pack e la terraferma sembrano non avere soluzione di continuità, poi man mano che la costa si avvicina al bordo del pozzo settentrionale i ghiacci si fanno sempre più alti e le montagne con loro fino a sparire, tra tempeste senza fine, oltre l’orlo del pozzo. Nota: in quest’area, complici le correnti calde provenienti dall’interno, il mare è relativamente sgombro dai ghiacci e se non fosse per le onde alte oltre trenta metri, sarebbe navigabile. Al contrario più in quota, oltre i mille metri, la temperatura è molto più bassa a causa dell’irraggiamento nullo e l’acqua torna a gelare. Il vapore che si solleva grazie al calore e alle onde sale a quella quota e si trasforma in neve che alimenta i giganteschi ghiacciai di questa penisola inospitale. Quando finalmente le gelide lingue di ghiaccio che si protendono per lo più sopra al mare cedono alla furia degli elementi generano mostruosi tsunami che devastano tutta la costa per miglia e miglia in tutte le direzioni. Superata la punta dell’istmo senza nome  (arrivare fin qui a piedi è dura e richiede tecnologia o incantesimi molto potenti) si ritorna verso sud e si incontra il terzo e ultimo grande corrugamento del continente: i monti della Follia che si estendono per oltre tremila km in direzione sud-ovest poi la catena fa una curva (in realtà si biforca, ma il corrugamento che procede verso SW entra nell’oceano occidentale ed è appena visibile sotto forma di isole vulcaniche) e prosegue verso sud fino a superare il bordo del continente e terminare nella penisola montuosa nota come “penisola del Drago” dove vivono i Ganas, chiamati anche uomini-serpente o uomini-drago. Nulla di soprannaturale in realtà: il culto più in voga da queste parti è quello di Nendos, il grande e saggio, spesso raffigurato come un drago “infinito” che si mangia la coda formando una specie di 8 orizontale. La religione si manifesta in ogni aspetto della cultura di questo popolo che intrattiene da alcuni secoli rapporti commerciali con Kirezia. Proseguendo verso est poco dopo la penisola del Drago il terreno si fa sempre più pianeggiante e arido: le nubi di piogge provenienti dall’oceano occidentale si fermano sui monti della Follia e la pianura sottostante riceve pochissime piogge, mentre la conformazione delle montagne fa in modo che quasi tutta l’acqua di fusione dei ghiacci finisca nel sottosuolo, solo lungo la costa si trovano villaggi (perlopiù umani) che vivono di pesca e pastorizia nomade con rarissime oasi dedicate all’agricoltura. L’economia dei villaggi costieri è incentivata dal transito di centinaia di convogli durante ogni mese dell’anno, diretti verso la penisola del Drago e altri luoghi che sto rifinendo in questi giorni. Circa a metà della costa meridionale di Adra vi è il massiccio di Etsiqaar dominato dall’omonimo altopiano, unica area semi-fertile perché riceve, durante la stagione invernale, precipitazioni sotto forma di neve. Come forse vi sarete accorti il clima di Adra è freddino, Etsiqaar ha un confine “a picco” sul mare dove l’accesso all’acqua è separato da un “muro” di oltre mille piedi di altezza e poi, al confine kireziano, si addolcisce bruscamente nei Colli Ondosi, dove la costa è ancora frastagliata, ma in alcuni punti accessibile via nave e incontriamo Port Enolau,  il porto più occidentale di Kirezia. Più oltre inizia il golfo di Kirezia e l’acqua diventa sempre più salmastra e poi addirittura dolce quando si incrocia la foce del Nacal-Dengar, il più grande fiume di Adra. La portata del fiume è di circa 180.000 m^3/s con punte durante le piene di oltre 200.000m^3/s, una serie di canali artificiali costruiti a monte favorisce la navigazione e, in caso di piena, un rapido deflusso delle acque verso il mare. Ancora più a est si incontra Meroikanev coi suoi boschi e si torna a Maor.

Risalendo il Nacal-Dengar dalla foce si prosegue verso Nord. Da ovest il fiume riceve l’acqua del lago Levot e dei numerosi canali artificiali navigabili che uniscono il lago al fiume, da est riceve le acque della foresta di Nivalis, entro la quale pochissimi possono accedere… anche perché agli elfi disgusta avere “non-elfi” in giro per casa e ai Kireziani piace commerciare cosa che li ha avvicinati in breve tempo ai Nani della Casa-Di-Roccia situata nell’estremo occidentale dei monti Resphidi, quella che diventa la catena della Wiegestein o “Culla della vita” come la chiamano i Nani. Risalendo il fiume verso Nord si incotrano numerose città che vivono di agricoltura e allevamento: Sanavei e Zusei, Damarne, Tolseta e infine Lain-Crugòn che fino a quasi cinquecento anni fa erano due città distinte. Poco più a nord si incrocia il “gradino”, un salto di roccia alto pochi piedi, ma netto e reso tagliente dalla catastrofe che spazzò via la città-stato di Daikin-Jadam e tutti i suoi abitanti. Il fiume ha una curva verso nord-est da dove proviene arricchito dalle acque delle steppe sempreverdi, il luogo più piovoso del pianeta (o almeno uno dei più piovosi attualmente) e, complice la portata praticamente costante, mantiene il nome Nacal-Dengàr che per i nomadi è “Il grande padre”. L’altro ramo è il fiiume Tancour che scende dalla valle di Malichar e ha portata molto più variabile. Sembra provenire da una spaccatura nella dura roccia delle Brulle, che attraversa. Nota come “la bocca di Wu-Masau” la spaccatura è ampia mediamente seicento piedi e nel punto di massima profondità non si riesce a vedere il fondo situato ottocento piedi più in basso. Per chi non l’avesse capito: le Brulle sono in salita. La “spaccatura” scavata dal Tancour, il ramo nord-occidentale, proveniente da Malichar, divide le Brulle in due ed è impossibile da attraversare a meno di non utilizzare la magia. La regione situata a ovest del Tancour  è attraversata ogni anno, tranne durante la stagione più fredda, da migliaia di convogli diretti tutti a Cupial e Lavill’ le principali città di Malichar. L’origine della spaccatura è in parte tettonica (negli ultimi 50.000 anni il suolo delle brulle vicino al confine malichano si è fratturato come un gigantesco mosaico e si è sollevato di oltre 500 piedi e solo negli ultimi 1000 anni di circa 26-28piedi (le Alpi hanno avuto velocità di sollevamento quasi doppia), ma a causa della vetrificazione della superficie dovuta all’esplosione l’erosione ha avuto poco o nessun effetto. Questo ha impedito al fiume (che durante l’esplosione è stato vaporizzato interamente) di erodere lo strato superficiale portandolo a scavare in profondità rendendo l’orlo della spaccatura molto insidioso. Le brulle sono un’area di “terreno caotico” in pendenza che “parte” da 700 piedi di altitudine (la quota del gradino poco dopo Lain-Crugòn) fino ai 1300 piedi del passo di Cupiàl detta anche la porta dei Principati, dove la magica protezione contro le creature extradimensionali comincia a diventare abbastanza intensa da avere effetti apprezzabili. Il fiume ha eroso “sotto” risparmiando uno strato compreso tra 2 e 30 metri, la spinta tettonica ha poi fatto il resto, portando i bordi del profondo cañon fino a 800 piedi sopra il livello del fiume.
A ovest della spaccatura del Tancour vi sono le colline di Taztoath dove si narra che il dio del Caos superno abbia trovato un luogo degno ove riposare ed essere adorato dai suoi fedeli servitori (alcune enclavi orchesce sfuggite al controllo di Wu-Masau, gnoll, troll e soprattutto Beholder). Le “colline” sono una serie di creste che spuntano dal suolo e che di collinoso hanno solo il nome nascondono migliaia di crepe e anfratti dove creature di ogni genere trovano rifugio e cibo (di solito entrambe le cose e a spese del precedente occupante), mentre a est la catena vulcaninca del Lezardèn ospita un lago di lava e una colonia di draghi per lo più rossi.

L’ho detto che le Brulle sono un luogo inospitale per umani e bipedi di quasi tutte le razze?

A est e a ovest vivono, nel sottosuolo, numerose colonie di Orchi. Incuranti della radioattività (o forse grazie ad essa) prosperano entro le grandi cavità vetrificate create dalle violente esplosioni dei generatori MTM costruiti dai daikiniti ed escono sulla superficie quando le riserve di cibo scarseggiano e ai più giovani viene ordinato di abbandonare la colonia per “raccogliere” cibo in superficie.

In una terra del genere non ci sono vere e proprie piste: il suolo non consente di lasciare tracce durature e l’inverno è duro. Il ghiaccio si deposita sulla roccia vetrificata senza riuscire a penetrare se non dove c’è una crepa, ma anche lì riesce a fare poco sempre che la crepa non contenga materiale radioattivo: allora rimane calda anche d’inverno e il ghiaccio forma una “bolla” attorno alla fonte di calore, in equilibrio tra congelamento e sublimazione. Metterci un piede sopra significa rompere la bolla e ricevere tutte le esalazioni venefiche prodotte dalla radioattività in un colpo solo.
Superate le Brulle si entra nella valle glaciale di Malichar dalla tipica sezione a U, creata dal passaggio e poi dalla fusione del ghiacciaio che qui ha lavorato per oltre quarantamila anni. La valle termina di fronte al lago di Lavill’ che ospita al suo centro la città. Il lago è artificiale, ma esiste da quando Bertrand de Malichar fondò la sua città e scoprì la barriera che a tutt’oggi protegge i principati e i suoi utenti di magia.
I Principati sono l’ultimo “Baluardo” umano nell’entroterra adrita (di Adra NdR) più a Nord i ghiacci sono ancora ben spessi e più a ovest, oltre le montagne c’è il deserto D’Nis e il cerchio si chiude. A est dei principati, oltre le montagne che accolgono le propaggini settentrionali della Wiegenstein, si stendono le steppe Sempreverdi, l’altopiano che digrada verso nord-est fino alle gelide pianure del Frisør e che è la principale fonte di acciaio meteorico del continente. In teoria anche il deserto D’Nis ne è pieno, ma è un pelino più inospitale. Le steppe sempreverdi si interrompono di fronte ai monti della Sciabola (o delle Zanne), la catena che separa l’altopiano dall’oceano orientale, dove i Draghi hanno ciò che loro chiamano città e prima che ci facciate un pensierino: no. Non se ne esce vivi, a meno che non siate abbastanza forti da affrontare senza uccidere un paio di draghi in simultanea. Ucciderli significherebbe attirare altri draghi.
Per chiudere questa lunga carrellata sul continente di Adra: a sud-ovest dell’altopiano di Etsiqaar si trova il sub-continente di Lleendir, direttamente a sud dell’estuario del Nacal-Dengar le isole di Pelagòs, il regno (anarchico) delle mille isole (anche se sono molte di più) e poi, molto più a sud gli atolli di Thanatos dove è costretto a fare scalo chi è diretto ancora più a sud, ma che ogni volta rischia grosso con cannibali, tagliatori di teste, pirati  e schiavisti maorni. Lungo la costa orientale si incontra il sub-continente Dei-Talant, chiamato anche “Isola dell’Alba” e che accoglie l’impero omonimo i Dei-Talant. Più Oltre sorge Airumel, la patria degli elfi.

E se riesco prima o poi metto su anche una mappa, magari a penna che in questi giorni ho pochissimo tempo per fare altro.