Produrre un libro – 3

Le bozze, l’impaginazione e la cover.

La Correzione di Bozze e l’Impaginazione.

L’editor NON corregge le bozze. Può sgrossare il lavoro, ma se decidete di servirvi di un CdB avrete la certezza di pubblicare un libro privo di refusi. Dopo l’ultimo giro di editing (lo scambio di informazioni tra voi e l’editor riguardo il vostro libro) il testo vi rimane in mano e nessun altro lo controllerà. Basterebbe questo a farvi riflettere sull’utilità di una correzione.

Un bravo CdB si prende mediamente da 1€ a 2,5 eur a cartella e completa la correzione di 300 cartelle in 7-10gg

Se vi siete rivolti ad una agenzia di buon livello vi verrà proposta (o troverete la voce nell’elenco dei servizi) l’impaginazione, avete idea di cosa significhi leggere un libro male impaginato? Titoli di capitolo che iniziano a metà pagina, pagine vuote che compaiono a cucù, font che cambiano di dimensione (o di tipo) in alcune parti del testo, margini ballerini… un testo male impaginato è considerato peggio di un testo con refusi: quore può sfuggire alla vista, ma… che ne dite di questo blocco di testo allineato a destra per “sbaglio”?

Tenete bene a mente che l’impaginazione cambia in base al formato: Kindle è diverso da Kobo che è diverso da un e-pub generico, per restare sul formato elettronico. Se volete anche il cartaceo… è un’altra impaginazione ancora e più complessa. Grazie al cielo l’impaginazione spesso viene proposta per blocchi di cartelle. Per il romanzo di esempio (300 cartelle) si trovano in giro prezzi molto vari, ma si rimane entro le 100 euro per la prima impaginazione di un cartaceo e sulla settantina per un ebook. L’impaginatore sistema il layout grafico del libro, per cui se ci sono font embedded, immagini, bibliografie e quant’altro provvederà a dargli un layout adeguato alla tipologia di prodotto editoriale che avete in mente.

Cercando sul web si trova di tutto, ma attenzione: i cialtroni sono sempre dietro l’angolo, se pensate che non vi occorre questo servizio provvedete da soli, è sicuramente meglio che pagare per un lavoro fatto male. Cioè: voi (se non fate questo mestiere) lo farete male, ma almeno è gratis. Attenzione: se avete intenzione di farlo bene dovrete usare uno strumento professionale (quark XPress, Adobe InDesign) o il risultato sarà approssimativo. Word e OpenOffice non hanno strumenti validi per l’impaginazione e il risultato è strapieno di codice spurio che causerà problemi. Certo: potete sempre andare di LaTex e lavorare a “manina” sul codice sorgente. Si faceva così vent’anni fa e già c’era QuarkXpress che costava qualche milione di lire a licenza, ma svolgeva tutto il lavoro in modo impeccabile. Se lo sapete fare e avete il tempo per farlo… io no.

A causa della crisi (ormai cronica) del mercato letterario in Italia ci sono decine di professionisti che offrono i loro servizi a prezzi concorrenziali, per cui cercate bene e troverete qualcuno. Si può risparmiare molto (soldi e soprattutto TEMPO) affidando il lavoro alla stessa agenzia letteraria.

La Cover

La cover (doppio articolo stavolta) può riservare sorprese non da poco. Tra l’altro non sempre si ottiene ciò per cui si paga.

Il prezzo di un buon grafico si aggira tra i 50 e i 250 € a cover, se questa non è particolarmente complessa. Questo prezzo può lievitare fino a 1200-1500 € se andate a scomodare un Claudio Castellini qualsiasi e il disegno comprende una molteplicità di soggetti. Il numero di soggetti (umani e non) la complessità della scena possono alzare molto il prezzo e i tempi di lavorazione.

L’amico Penna Blu in un paio di articoli che ho linkato qui, spiega bene cosa succede se la cover non è all’altezza e quali sono gli elementi da considerare.

Nel mio piccolo so di aver fatto un buon lavoro rivolgendomi ad un artista con un bel po’ di esperienza in materia.

La scelta del grafico va fatta appena avete finito il manoscritto. In base al numero di cartelle (una pagina con 1800 caratteri dentro) dovrete farvi un’idea dei tempi di produzione del testo e dare la deadline, cioè la data entro la quale il lavoro va finito.

Non solo: il testo vi serve per dire al grafico cosa volete in copertina, questo potrebbe dire di vederci altro (è un artista anche lui o lei) e che non è nelle sue corde e proporrà altro (magari un lavoro riciclato). Siate precisi nella vostra richiesta e disposti ad accogliere le proposte del grafico solo se non deviano dal soggetto proposto.

Per la cover di “il torto” volevo il protagonista alle prese con un coboldo mentre esplora un corridoio buio pesto.


Come richiesta era precisa: avevo passato al grafico una descrizione scritta del corridoio, del protagonista e di un coboldo minuziose e dettagliate.

Alla fine il coboldo è stato eliminato, il protagonista è in primissimo piano e l’unico elemento visibile è la candela che tiene vicino a sé e illumina bene solo metà faccia. In questo modo si evoca il buio che lo circonda e la minaccia che esso nasconde che poi era il senso della copertina.

Di fatto è stata una risultante tra il lavoro del grafico e le mie necessità: offrire al lettore un’idea precisa del tipo di storia raccontata semplicemente con uno sguardo.

Nella seconda, quella realizzata per i razziatori di Etsiqaar, l’iter è stato più complesso, ma l’aver definito bene le caratteristiche dei personaggi ha permesso al grafico di rappresentare al meglio tanto il protagonista, stavolta a figura intera e con in mano il suo bastone magico, quanto il suo avversario.


Realizzare ognuna delle cover ha richiesto poco meno di due settimane di lavoro tra invio del materiale, ricerca dei soggetti e degli elementi da rappresentare e produzione del file.
Alla fine degli articoli pubblicherò una tabella con tempi e costi, oltre ad una serie di link utili con i contatti di editor, agenzie, grafici e compagnia bella. Costo delle copertine 200 eur perché era un amico, le cover erano relativamente semplici (io rimango ancora incantato di fronte alla ricchezza di dettaglio, al modo di dosare il colore e di sfruttare il vuoto per evocare il buio) e non ho scassato la minchia (perdon) al disegnatore con richieste assillanti capaci di portare al completo rifacimento della cover tre-quattro volte. Non funziona così. Un grafico professionista deciderà insieme a voi la “scaletta” di tutta la cover: titolo e autore, dove posizionarli e se l’immagine occuperà o no tutta la facciata. Quali elementi grafici e co..me sono fatti, il colore dominante di tutta la cover, quali font usare… e altri dettagli cui adesso non avete proprio pensato. Per l’immagine di copertina vi chiederà subito quanti soggetti ci sono così da realizzare un preventivo adeguato. Nella scaletta verranno inseriti anche i piani e le inquadrature per i vari soggetti e la loro posizione rispetto agli altri elementi e che funzione avranno nell’economia della cover. In entrambe le cover (realizzate da Gianluca Serratore) c’è molto vuoto ed è stato lasciato apposta.

Prima di arrivare al prezzo di cui sopra ho contattato una ventina di grafici/illustratori/disegnatori di fumetti e ho ricevuto preventivi (per le due cover) compresi tra 40 e 500 eur… e sono stato tentato di pagare 500, sappiatelo. Lo scoglio principale tuttavia è stato il tempo. Un bravo grafico non ne ha e deve trovarvi uno spazio per dedicare tempo alla vostra cover, per cui oltre al prezzo vi dirà una cosa tipo “ho dei lavori da finire, non potrò prima di ottobre 2017” e io che volevo pubblicare “i razziatori” entro la fine di agosto mi sono ritrovato a cercare un grafico solo dopo aver completato l’editing del Torto. Come ho detto prima Gianluca oltre ad aver prodotto un lavoro eccellente è pure un amico e mi ha ritagliato qualche giorno per realizzare le cover così da averla in anticipo.

Ecco perché ho detto che il grafico va cercato subito: a differenza di editor, CdB e impaginatori, l’artista che sceglierete per la vostra cover è unico e va attivato per tempo. La lavorazione di un testo di 300 cartelle può portare via molto tempo e una stima prudente si aggira intorno ai sei mesi (se si riesce a lavorarci un paio d’ore al giorno: poi oltre alla scrittura si deve anche vivere, lavorare, seguire la propria famiglia ecc… ovviamente sto dando per scontato che editor, cdb e impaginatore siano dei professionisti e che vi abbiano dato tempi certi. Un cialtrone può dirvi che finirà il primo giro di editing in sei giorni e poi riposerà il settimo, se gli credete non lamentatevi se poi ritarderà parecchio o il lavoro non sarà all’altezza delle aspettative.

Se la sviolinata sul calcolo dei tempi vi è sembrata complessa fino a qui aspettate di leggere il prossimo ed ultimo capitolo: la promozione. Autopubblicare un libro è facile, fare in modo che sia redditizio non lo è.

Produrre un libro – 1

Quanto costa scrivere? Bella domanda.

Qual è il prezzo “giusto” da dare al proprio lavoro? Dipende.
Alla prima domanda non c’è una risposta univoca a parte “comunque tanto” che non è una risposta utile. Per la seconda domanda invece bisogna rispondere alla domanda: “quanto costa produrre un libro”. E poi fatta seguire alla domanda “quante copie penso di vendere?” e considerare numeri che partono da 500 copie.

In questa serie di articoli proverò ad analizzare i costi che uno scrittore deve affrontare nel momento in cui decide di diventare “self” e fare a meno di un editore, magari attirato dall’idea di guadagnare più del 5-10% sul prezzo di copertina.

Il manoscritto

Non è il libro. Per quanto possiate rileggerlo, aggiustarlo e sistemarlo, non sarà mai pronto per la pubblicazione. King, Cussler, Smith, Follett… tanto per citare qualche nome grosso, hanno tutti un editore alle spalle che ci mette: editing, correzione di bozze, impaginazione, cover, quarta di copertina e (fondamentale) pubblicità.

È vero che senza il manoscritto l’editore non può far nulla, ma senza gli altri servizi il manoscritto da solo è ” ‘na ciofega”, termine romanesco che vi invito a scoprire da soli la prima volta che assaggerete un caffè preparato in modo approssimativo.

Non basta scrivere il libro: va trasformato in un prodotto editoriale.

Conoscere i costi di tutti questi servizi vi permetterà di stabilire un prezzo adeguato per il vostro “capolavoro” e decidere se pubblicare o meno, se l’editore che vi propone la pubblicazione è una persona seria o un cialtrone, se scrivere per vivere è proprio la vostra strada.
Anche produrre un manoscritto ha dei costi. Il tempo di un professionista vale, al netto di tasse e contributi, da 15 a 80 euro l’ora, dall’idraulico al dirigente di un’azienda tutti sono pagati per il loro lavoro. Uno scrittore non campa mica d’aria. Se pensate di non guadagnare più di 25.000 euro l’anno con la scrittura (al netto di tasse e contributi) mettete in conto di trovarvi un lavoro stabile.

Tutti gli scrittori, tranne quelli morti in giovane età causa miseria/stenti/rogne varie, avevano un lavoro: Kafka era un assicuratore, Manzoni un professore, Lovecraft faceva l’editor… e tanti altri illustri eccetera. 

Il primo passo, dunque, è fare in modo che la vostra passione abbia le “spalle coperte” dal punto di vista finanziario. Altrimenti è un hobby e allora lasciate perdere questi articoli.

Il secondo passo è darvi un metodo e un ritmo di scrittura: tutti i mercoledì dalle 17 alle 21, tre volte a settimana la mattina presto, tutti i giorni due ore al giorno: non importa, trovate un tempo per voi e la vostra arte e siate costanti. E non basta: il metodo è fondamentale, che scriviate di getto e poi dedichiate molto tempo a sistemare tutti i dettagli o viceversa dedichiate molto tempo alla progettazione e poi alla scrittura… e tutte le varianti possibili tra questi due estremi, dovrete trovare il vostro modo di produrre il testo.

Buona fortuna e considerate che sto dando per scontato il fatto che siete tutti capaci di produrne uno e che, dunque, siete in possesso delle “skill” necessarie oltre che di un’immaginazione fuori dal comune. Non sono doti comuni.

Detto questo: il manoscritto di un romanzo di 300 cartelle si tira giù in 3 mesi lavorando un due ore e mezza al giorno, festivi esclusi che corrispondono a 150 ore di lavoro (ok, questi sono i miei tempi, ma ognuno ha i propri e i suoi metodi di scrittura) sono tempi messi a titolo di esempio, li ho inseriti per completezza. Se ci mettete di più o di meno va bene lo stesso, solo: tenete conto del tempo che è una risorsa preziosa e va considerata.

Nel prossimo articolo vedremo cosa succede durante l’editing, quanto costa e farò un ripasso di quanto è importante.

Pagare per pubblicare: ecco quando conviene.

Editore a pagamento o no? È una domanda che, al pari del pollo coi peperoni mangiato a cena, si ripropone con regolarità. Cos’è un “Editore A Pagamento” o EAP come viene chiamato nel nostro ambiente? Si tratta di un soggetto che, dietro pagamento, produce un certo numero di copie del romanzo nel cassetto che molti di noi hanno.

Come funziona? Facile: si propone il romanzo ad uno di questi soggetti (di cui mi rifiuto di indicare anche un solo nome per mie convinzioni personali, ma di cui è facilissimo trovare indirizzi e contatti per motivi che pure diventaranno evidenti) e si ascolta il preventivo che questi propongono. Di solito presentano un bel pacchetto completo, incluse 100 copie da mettersi in tasca (mai meno di 2500 euro di spesa) che include l’editing, la correzione di bozze, la copertina, la quarta e qualche rarissima volta persino eventi promozionali come una o due presentazioni in un luogo molto frequentato.

…e conviene?
No.
Togliamo ogni dubbio: non conviene. In Italia si legge poco e riuscire a vendere più di 50 copie (che è tantissimo) in capo a sei mesi con uno di questi editori implica che si è incappati in una persona tutto sommato seria. Se lo trovate ditelo anche a me, io finora ho solo trovato immani fregature dalle quali mi sono ben guardato.

Però ho scritto nel titolo “ecco quando conviene” perché? Perché esiste almeno un editore serio, che ama il tuo libro, vuole che sia la rivelazione editoriale del secolo e vuole che sia tu ad arrivare a quel tanto agognato successo… non solo: è disposto a prendersi dal 10 al 30% del prezzo di copertina lasciando a te il resto.

Di chi sto parlando? Di Testesso Editore. La Testesso edizioni sceglie l’editor migliore sulla piazza (un editing professionale costa tra i 2 e i 5 eur a cartella) il correttore di bozze (0,5 eur a cartella), il grafico (una cover ben fatta costa intorno ai 100 eur) e sceglie i canali promozionali off e online più adatti…

Non ci credi?
Facciamo 2 conti:  il tuo romanzo nel cassetto da 300 cartelle costa 1500 eur di editor (ma a volte anche meno: quando sono opere così corpose l’editor può anche fare uno sconto e scendere fino a 1000 eur). La correzione di bozze ti costa altri 150 eur, la copertina 100 eur. Totale: da 1750 fino a 1250 eur per la produzione del testo.
Ebook o Cartaceo: perché non entrambi? A patto di curare personalmente l’impaginazione (e qui c’è parecchio lavoro da fare) esistono software open source adeguati per impaginare un ebook e un libro, così come esistono servizi che dietro un 10% del prezzo di copertina inviano a tutti gli store online e rendono disponibili offline l’ebook e il cartaceo stampato “On Demand”. Vuol dire che la libreria “Antani” di “Abbiatemagro di Brianza” riceve un ordine per il tuo libro, lo inoltra al service (tipo Pub.me o Streetlib.com) e nel giro di pochi giorni si vede recapitare la copia richiesta senza costi aggiuntivi. Miracolo? No, semplice economia: né buona, né cattiva.
Dunque al costo del 10% (o del 30% nel caso di Amazon) il libro o l’ebook arrivano al cliente. L’autore non paga altro eh? Miracoli del Print On Demand e del Digital Delivering.
A questo punto ci “avanzano” 750 eur, dal budget… vale a dire quei 2500 eur che, minimo, ci chiede l’EAP.  Come spenderli? Pubblicità. Google ADWord, Facebook e compagnia bella, a patto di individuare correttamente il nostro pubblico, ci permetteranno di vendere in sei mesi almeno un centinaio di copie.
E dunque a che prezzo devi vendere? Mettiamo che metti l’epub a 9,99 eur e il cartaceo a 15 eur. Il cartaceo vende 66 copie e l’epub 34: 990 eur e 339.66 eur rispettivamente, totale 1329 e spicci dai quali, tolta l’iva al 4%, rimangono 1276,45 e poi anche il 10% dello store online (127,6 eur) eur solo per i primi sei mesi (se tutto è andato bene eh? Io non ci sono mai riuscito). Se ci si impegna e si comincia a lavorare anche offline con presentazioni. Le librerie non ti accettano se non hanno visto i dati di vendita del tuo libro e anche così, prima di fidarsi… meglio organizzare un evento con amici e parenti e amici degli amici in una pizzeria, un bar, un altro locale in tema col libro.
Il gestore sarà contento perché gli porti gente, tu sarai contento perché venderai tante copie, i tuoi amici e gli amici degli amici pure perché se hai scelto bene il posto passeranno del tempo in modo molto piacevole.

Fatti i conti, dopo un anno sei ancora sotto di qualche centinaio di euro… però: se avessi pagato l’EAP ci avresti rimesso 2500 euro minimo, ti saresti ritrovato con un libro editato in modo sommario (nel migliore dei casi) e senza correzione di bozze accurata, una copertina da 5 e mezzo e 100 copie di un libro che probabilmente è meglio non far leggere: con tutti gli errori, i refusi, gli spaginamenti che contiene ti creeresti una fama negativa dalla quale non ti libereresti più.

Con l’autopubblicazione realizzata in modo serio invece hai realizzato un prodotto che:
1) Si può leggere senza far brutte figure perché non ha errori se non qualche minuscolo refuso come nei libri prodotti dai grandi editori (e a volte è anche meglio).
2) Ti ha fatto crescere: lavorare con un editor professionista, con un grafico, con un correttore di bozze e probabilmente anche con un commerciale ti ha permesso di acquisire delle abilità che prima non avevi e di affinare grazie al lavoro quelle che possedevi già.
3) Hai costruito il primo, fondamentale, mattone della tua personale fama. Buona o cattiva che sia ne sei stato tu l’artefice e succederà una cosa strana: quando anche a distanza di tempo prenderai in mano il libro che hai scritto non vorrai cambiarne neanche una riga.

Domande e Risposte:

perché un EAP no e invece pagare un editor va bene?
Perché l’editor è un professionista che con la parola ci campa. Se tu pubblichi un libro ed hai successo, automaticamente lui (più spesso lei) è felice perché significa attrarre nuovi clienti. Se comunque sei soddisfatto del lavoro, per l’editor sei prezioso perché ne parlerai bene (o più spesso scriverai sul tuo blog, sulla pagina autore… ecc…). Dietro pagamento di un piccolo supplemento l’editor ti scriverà la quarta di copertina (o ti indicherà cosa scriverci) per ottenere un testo d’effetto. Io suggerisco di approfittare.

Ma a che accidenti mi serve il correttore di bozze se già l’editor mi ha corretto tutto?
L’editor ti ha impostato tutto: personaggi, trama, climax, ambientazione, otturazioni dei buchi nella trama e incongruenze varie. Tu hai fatto il lavoro, l’editor corregge il testo in modo semi-approfondito (non è il suo lavoro), talvolta lavora su tre passaggi (ma non costa mai meno di 4 eur a cartella)  e quindi ti controlla ancora meglio il lavoro, ma dopo l’ultimo passaggio se fai errori non li vedrà. Il correttore di bozze prende il testo “definitivo” e scova TUTTI gli errori di ortografia e sintassi residui e lavorerà bene quanto l’editor, nel suo campo. Ama il tuo libro e vuole che risplenda anche grazie al suo contributo: non gli serve a niente intascarsi i tuoi soldi se poi parlerai male del suo lavoro. A volte il correttore ti cura anche l’impaginazione e può valere la pena pagare anche per questo servizio: il costo per cartella aumenta.

E il grafico? Che ho da imparare da un grafico?
Più di quello che immagini. Se ha un minimo di esperienza in ambito pubblicitario saprà tirare fuori una copertina accattivante e ti spiegherà i motivi. Alla copertina successiva sarai in grado di dare degli ordini molto più precisi al grafico e verrà ancora meglio.

E come promuovo il mio libro?
Benvenuto nella mia scomoda barchetta: non ne ho idea. “Il Torto”, nel mentre che scrivo, ha venduto 7 copie a 2,99 eur l’una. Però ne ho distribuite gratuitamente circa 300 di queste sono state lette 1/3, di questi 100 lettori quattro hanno lasciato una recensione su Amazon, un paio mi hanno chiesto se esiste il cartaceo, molti altri solo un “grazie” e “molto carino” via email. Uno mi ha recensito in modo negativo, ma è stato piacevolmente accurato e mi ha dato tante idee su come migliorare il seguito. La distribuzione “gratuita” avviene col contagocce (non ho speso in pubblicità) ma conto di arrivare a 400 copie distribuite prima che esca il seguito del Torto e poi, si spera, quelli cui è piaciuto il primo libro decideranno di acquistare il seguito. Che non è il seguito, ma un’avventura che si colloca temporalmente dopo i fatti narrati nel “Torto” e che può essere letta anche in modo autonomo.
Se tutto va bene potrei vendere da 20 a 50 copie.
Però se mi chiedi “come fai a vendere” ti rispondo: chiedi altrove, io non ho venduto che 7 copie, per ora, ma se il metodo che sto mettendo in pratica funziona lo scriverò su queste pagine.

Quindi non si guadagna niente?
Dipende cosa intendi per “guadagnare”: ti ho appena dimostrato che con l’autopubblicazione ottieni più che con un EAP, senza contare che un buon corso di scrittura, creativa e non, costa circa 10.000 eur l’anno per tre anni (fonte: scuola Holden) invece un’autopubblicazione realizzata in modo serio ti porta via un anno e costa 1/4 o anche meno. Se il tuo obiettivo è pubblicare il tuo libro e basta allora mi spiace di averti fatto perdere tempo. Se invece vuoi essere uno scrittore, be’ l’autopubblicazione è una strada percorribile, più costosa di quello che ti racconta Amazon KDP, ma comunque ricca di soddisfazioni.
I guadagni… magari arriveranno anche quelli, ricorda che la conoscenza paga sempre e con interessi elevati, anche se a volte lo fa in modi… oltre ogni immaginazione.

In punta di penna – 4

Ed ecco che arriva Clarissa. Non dimenticherò mai le sue curve e la sua bocca: grande, armoniosa da cui usciva una voce stupenda. Abbracciarla,  carezzarla dolcemente e farla vibrare all’unisono con la mia voce è uno dei ricordi più belli della mia adolescenza. Quel suono limpido, ma leggermente impastato, mi stregò all’istante: volevo che fosse mia, per sempre. Per chi non l’avesse capito: Clarissa era la marca della chitarra di cui mi ero invaghito e che riuscii ad ottenere non senza contrattazione: era un relitto di chitarra che mio fratello aveva rimediato diosolosadove. Dovetti rifargli il capotasto, la meccanica e, ovviamente, compragli una muta di corde che era senza e poi, con infinita pazienza, accordarla e lasciare che il legno prendesse di nuovo dimestichezza con la tensione delle corde. Devo tantissimo agli scout, che nel frattempo avevo preso a frequentare, se ho iniziato ad esercitare la memoria al punto che ho un repertorio di circa 150 brani che so eseguire senza uno spartito davanti e una quantità che non conto più se ho testo e accordi sotto al naso, lo devo a loro e alle serate trascorse attorno ad un fuoco a cantare (ululando) alla Luna. Clarissa durò poco: mio fratello la regalò, senza dirmi nulla, ad una ragazza per far colpo. Un po’ inca$$ato presi in ostaggio la sua chitarra acustica… ma non mi andava a genio: le corde di metallo mi davano troppo fastidio alle dita. Così ne rimediai un’altra. Era il 1989 e il negozio aveva, per la cifra di cui disponevo una Yamaha e una Toledo. La prima suonava molto bene, ma la voce era senza calore: le note uscivano distinte e distaccate. La seconda invece… è ancora con me e mai avrei immaginato che con quella chitarra avrei suonato anche la serenata per la mia futura moglie e la ninnananna per i miei bambini. Solo che mancavano più di venti anni a quell’appuntamento.

Al liceo le cose migliorarono: dopo la bocciatura al primo anno cominciai a scrollare la polvere dai libri di testo e a ottenere qualche risultato; convinsi i miei genitori a mandarmi a ripetizione almeno per ciò che riguardava latino (ero un disastro) e matematica (altro disastro).  Fui spedito a frequentare il centro culturale francese (perché tra le altre pensate geniali dei miei genitori ci fu lo studio del francese invece che dell’inglese) e piano piano rattoppai la situazione scolastica riuscendo, alla fine del biennio, ad ottenere un bel 7 “naturale” in latino (senza copiare la versione durante i compiti in classe) e addirittura 8 in matematica. Niente ragazze, in ogni caso. Però cominciai a scrivere di nuovo: vuoi perché gli scout mi stavano ispirando, vuoi perché avevo messo le mani su una mitica “olivetti lettera 32” e l’idea di fissare sulla carta una storia mi attraeva come poche.
Tra l’altro: lo studio del latino mi fece toccare l’italiano nelle sue fondamenta. Tradurre dall’italiano al latino offre la possibilità di vedere la lingua italiana dissezionata e smontata fin nei mattoni costitutivi e oltre.

Prima di entrare al liceo scientifico sostenevo che lo studio del latino e della filosofia erano inutili, ripetendo a pappagallo le sparate dei miei familiari al riguardo.

Quando finalmente ho compreso i meccanismi della traduzione dal latino mi sono emozionato come gli scienziati del CERN quando hanno osservato il primo jet di quark e gluoni. Magic moment… per non parlare del “questo è il più bel regalo che potevi farmi” che mi ha elargito la prof di latino nel consegnarmi l’ultimo compito in classe, su cui brillava un bel 7 e 1/2.

A fine biennio ero talmente innamorato del latino che cominciai a scrivere qualcosina traducendolo dall’italiano e scoprendo alcune cose meravigliose come la rivista “Latinitas” e “Donald Anas” i fumetti di Paperino tradotti dall’italiano, per non parlare delle contumelie riservate al bullo della classe e ai suoi compari (Quotdiebus pater tuus tibi vocat penetraturus anale modo… l’incipit lo ricordo ancora).

In italiano pure passi da gigante: lo stampatello minuscolo (e la macchina per scrivere) risolsero definitivamente il problema di far capire la mia scrittura al resto del mondo. Dunque avevo imparato a scrivere? Certo che no! Avevo fatto solo pace con grammatica e sintassi, recuperato buona parte di quello che mi ero perso alle medie e tutto quello che avevo appreso alle elementari. Insomma all’inizio del triennio potevo considerarmi alla pari dei miei colleghi.

Di quel periodo ricordo bene i racconti che scrivevo mentre fingevo di prendere appunti in classe, ricordo i tentativi di videogame scritti in basic e in particolare “Una notte a casa del DucaConte” una specie di adventure testuale con sfondo fantozziano e “Nettuno 88” simulatore di coppa del mondo di calcio “raccontato” con squadre provenienti da mezza galassia. Carino, soprattutto per la possibilità di personalizzare la squadra e coinvolgere gli amici.
Punto di forza del gioco erano le frasi a innesto multiplo. Pezzi di racconto che potevano essere agganciati gli uni agli altri senza soluzione di continuità così da dare l’impressione di avere un resoconto calcistico sotto il naso.

Un po’ più avanti nel tempo scriverò il mio primo “foglio di calcolo”: una specie di calendario conta-giorni… che ho usato per calcolare il tempo di crescita di una specie fungina a me molto cara: i piopparelli.
Si tratta di funghi che crescono sui pioppi, il nome ufficiale è Cyclocybe Aegerita. Nell’ameno paesello di villeggiatura si trovavano circa 255 alberi di pioppo allecciato (cioè potato e forzato a rimanere basso come un leccio) dal tronco pieno di fori. Fori che dopo una pioggia si riempivano puntualmente di piopparelli. I funghi in questione erano ricercatissimi da gente poco accorta che spaccava rami e corteccia pur di rimediare i gustosi carpofori. Un piopparello pesa pochi grammi e da un albero si possono raccogliere al massimo un 100gr di funghi.
Io avevo studiato il tempo di crescita dei funghi dallo stato di micelio (una spruzzata di puntini bianchi difficile da vedere) fino allo sviluppo completo che in condizioni di umidità normali impiega 5 giorni: tre per lo sviluppo del carpoforo e meno di 48 ore per la sua crescita a dimensioni edibili. Avevo una mappa su carta dove avevo contrassegnato tutti gli alberi del paesello da 1 a 255 e il programma di cui sopra mi chiedeva, al primo giro, lo stato di maturazione dei miceli su tutti e 255 gli alberi: inserire un numero da 1 a 5 e poi, dopo aver salvato su disco lo stato della matrice (riuscirci col basic 2.0 è stata un’impresa… cioè non il save, quello era facile, ma proprio eseguire il load senza perdere il programma in ram) iniziava l’elaborazione che ritornava, per ogni albero, la data in cui mi sarei dovuto recare per raccogliere i funghi.
La sveglia suonava intorno alle 3 del mattino.
Mi alzavo, bevevo un caffellatte velocissimo, mi infilavo la tuta da ginnastica blu, la frontale (col pacco batterie legato in vita), la scaletta di ferro legata sulla schiena (4 pioli) e il tutto in sella alla mia fedele bicicletta. Durante il periodo di studio raccolsi circa mezzo chilo di funghi al giorno visitando ogni giorno tutte e 255 le piante di pioppo. Col programma avviato… nella settimana di “avvio” raccolsi sette chili di funghi, che divennero quindici la settimana successiva e sempre visitando solo le piante con gradi di maturazione di 4 e 5 giorni. Durante quelle due gloriose settimane nessuno in tutto il paese trovò più un piopparello, poi mi dedicai ad altro… ma di ragazze ancora niente.
L’ho detto che mi trovavano strano?

In Punta di Penna – 2

Come avevo preannunciato nel post precendente: in quinta elementare ebbi l’opportunità di leggere qualcosa di molto diverso dalle solite favole, di Pinocchio, o dei racconti di De Foe. Tuttavia è l’occasione che fa l’uomo ladro… e il ragazzino lettore.

In quel periodo andavo a catechismo (del resto se i tuoi genitori ti mandano a scuola dalle suorine non puoi pensare di sfangare la via crucis di prima comunione e cresima: sono tappe fondamentali nella vita di un cristiano) e in vista c’era proprio la mia prima comunione. Devo dire che l’insegnante di catechismo sapeva bene come rendere noiosa una lezione. Era espertissima nel colorire le sue dotte anzi dottrinose spiegazioni di miracoli e segni divini che, a ripetizione, si manifestavano in sua presenza. Oggi, con la razionalità che mi contraddistingue, le avrei detto “buona donna: se lo desidera posso consigliarle un professionista in gamba”, ma a 10 anni quasi 11, no. Ero un povero cogl… un ragazzino ingenuo, con la testa infarcita di troppa televisione, cartoni animati e fumetti targati Walt Disney, che non sapeva più scrivere, che aveva problemi anche in aritmetica e la storia la conosceva per sommi capi “noi siamo un popolod’eroi e di grandiinventori e discendiamo dagli antichi romani!” (cit: “In fila per tre” di E. Bennato che, volendo, è la colonna sonora di questo brano).

Di fronte alla prospettiva di trascorrere un’altra ora in una stanza umida e fredda a sentir parlare di miracoli (e a invocarne uno  a forma di fulmine) da una suora con tutte le rotelle a posto tranne una, mi cadde l’occhio sul libro di Verne che mi aveva regalato una zia qualche giorno prima. Forse Dio esiste.
Forse quel giorno, mentre riempivo la cartella col libro e il quaderno del catechismo (per il quale avevo anche dei compiti da fare) mi ha messo una mano sulla testa e mi ha suggerito lui, senza alcuna costrizione, di mettere dentro anche Viaggio al centro della Terra… o forse è stata la mia prima idea scaturita dall’esercizio del libero arbitrio. Non lo saprò mai, ma una volta seduto in quell’aula umida, mentre la suora sproloquiava tutta intenta ad ascoltare se stessa mentre donava la luce della fede a noialtri poveri e teneri virgulti, io mi ritrovai faccia a faccia con Otto Lidenbrok, professore di geologia presso l’università di Amburgo.
Cioè non l’ho immaginato: mentre leggevo le prime parole di quel libro fatale mi ritrovai per le strade di Amburgo accanto al professore. Lo ricordo come se lo avessi incontrato oggi, gli occhiali tondi inforcati sul naso, mentre apre il libro che aveva tanto faticosamente cercato e insieme ci imbattiamo nel messaggio lasciato da Arne Saknussem tra quelle pagine.

All’epoca non capii nulla di quello che mi stava succedendo: strizzai gli occhi, mi diedi un pizzico ed ebbi conferma che avevo appena vissuto il mio primo sogno lucido. Mi ritrovai di nuovo con la suorina che sparlava e sputazzava mentre esaltava la morte del padre avvenuta proprio il giorno prima e sostenendo di aver visto la sua anima che se ne andava in cielo.
“Una morte santa!” disse in quel suo strano modo di raccontare le cose “L’ho  visto irradiare una luce mistica, diventare bellissimo e poi ha chiuso gli occhi… e se ne è andato”. Suora: è morto, la gente lo fa in continuazione, è il prezzo da pagare per poter dire “sono vivo”. Prezzo che pago ben volentieri. Questo posso dirlo adesso che di anni ne ho quattro volte tanti. All’epoca vidi i miei “colleghi” spalancare la bocca in un “ooh” stupefatto, tranne quelli che sedevano entro il raggio d’azione della suorina, quelli si erano messi la mano davanti la bocca prima di spalancarla: troppa saliva nell’aria.
Fu allora che compresi appieno il senso della locuzione “narrativa d’evasione” e ritornai tra le strade di Amburgo accanto al Professore.

In quell’ora di lezione lessi più di ottanta pagine del libro… e rispetto ad oggi posso dire di essere stato piuttosto lento, ma quell’ora volò via così in fretta che ancora oggi la delusione per il fatto che fosse già finita è rimasto vivido e indelebile.

In quattro giorni (tre e mezzo, in realtà) finii tutte le 450 e rotte pagine del libro e poi lo rilessi una seconda volta, scoprendo dettagli che alla prima lettura mi erano sfuggiti e finendolo nuovamente in meno di tre giorni. Subito mi tuffai in un altro libro dello stesso autore: 20000 leghe sotto i mari, poi fu la volta di “Dalla terra alla Luna”, il “L’isola Misteriosa”… poi passai a Dumàs, a Calvino “Il barone Rampante”, “Favole al telefono” di Rodari… non riuscivo più a smettere. Non riesco ancora a smettere. Leggere, immaginare e immaginare così forte da trovarmi lì, sul luogo della narrazione, è un’attività di cui non riesco a fare a meno anche adesso e che insieme a mia moglie stiamo trasmettendo ai nostri figli la stessa passione per i libri, tra le altre cose.
Si stava avvicinando una rogna colossale, ma prima di andarci a sbattere contro avrei passato un’estate discreta, tante meravigliose letture e ricevuto quintali di lodi sperticate sul fatto che… ohh guardate “il bambino prodigio legge libri enormi!”.
Maremma Maiala: non è un prodigio, si chiama normalità e, anzi, ero piuttosto lento nella lettura. Altri bambini, molto più allenati di me, leggevano decine di libri l’anno: libri per ragazzi, certo, ma libri. (continua)

Otto strumenti per la scrittura

Sto ripensando al modo in cui la scrittura è cambiata. Salgari trascorreva intere giornate a documentarsi per poter narrare delle jungle della Malesia, della storia dei caraibi e delle imprese di pirati, bucanieri e corsari. Verne bazzicava l’università per tenersi aggiornato sulle ultime novità in campo tecnologico. Io… (eh be’, se devo scegliermi dei Mentori meglio prenderseli di grosso calibro no?) …io invece no. In comune con i due signori appena nominati ho un grande amore per la letteratura, specie quella fantastica, l’iscrizione a una decina di biblioteche e poi ho qualcosa che né Salgari, né Verne… né tantissimi altri autori del passato hanno avuto a disposizione.
Ho Internet e le risorse collegate in rete, cui posso attingere senza muovere un passo da casa e, quindi, senza dedicare altro tempo. Avendo solo un paio d’ore al giorno per scrivere e documentarmi non è che posso permettermi di scialare.
Decido che l’hindi è la base per i nomi Etsiqaasit? Invece di tartassare la bibliotecaria per avere un dizionario, mi basta il traduttore di Google (e uno) che aggiunge anche la pronuncia fonetica, dove disponibile, così imparo anche a “leggere” i glifi.
Mi serve una descrizione di una jungla? Aldilà della “Treccani” (e due) online c’è google immagini (tre) che mi fornisce una panoramica visiva che nessun Salgari ha mai potuto avere (il che mi obbliga a sfornare descrizioni che siano almeno paragonabili a quelle del maestro: Salgari riusciva a spedirti dentro a una giungla senza averne mai vista nemmeno mezza, per sbaglio). Devo inventarmi una lingua basata su un dialetto italiano? Sembra impossibile, eppure per ogni dialetto o lingua derivata dall’italiano ci sono almeno un paio di dizionari da consultare gratuitamente online come il Disionario del Mestro (quattro)per il dialetto veneto che tanto aiuto mi sta dando per sviluppare il Kireziano, ma pure (e soprattuto) una toponomastica coerente.  Una mia amica ha chiamato questa operazione “onomaturgia” creazione dei nomi. Creare nomi è facile, creare nomi che suonino come facenti parte di una lingua coerente no. Un dizionario straniero aiuta, uno dialettale ancora di più.
Altro strumento indispensabile è una quantità di lettori-beta (cinque… niente link, stavolta) capaci di criticare in modo costruttivo. Ci sarà quello che ti massacrerà i sacrosantissimi con virgole e apostrofi, quello che si concentrerà sui aspetti della trama “deboli” come l’elfo che fa un triplo salto mortale prima di gettarsi nella mischia (ma perché?), quello che ti domanderà perché su ogni aspetto dei personaggi e dell’ambientazione… non c’è un link per costruirlo. Ci sono tante comunità online di scrittori disposti a far leggere e a correggere i lavori altrui per lo stesso motivo. Come la community di È Scrivere (sei) che è parecchio attiva con giochi letterari e contest di scrittura o il Club Letterario Romano (sette), ottimo per conoscere eventi e persone che vivono nella mia zona. Entrambe dotate di pagina facebook sono community dove incontrare altri autori e confrontarsi con essi. Non solo: si incontrano illustratori, editor, correttori… tutte persone capaci di dare una mano (talvolta a pagamento, ma si tratta di lavoro: va remunerato!) e di rendere un libro migliore. O l’impareggiabile pennablu.it (e otto: il meglio me lo tengo per la fine) che ogni settimana pubblica qualcosa di utile per la scrittura o intorno ad essa. Tutti posti dove bazzico spesso e trovo persone interessanti.
Se sei arrivato fino a qui hai trovato senz’altro questo articolo utile… e dimmi, anzi commenta: quali sono i tuoi “strumenti” di scrittura preferiti?

Verbi e sostantivi polisemantici…

C’era una volta l’alabarda spaziale del buon Goldrake, poi son saltati fuori i missili nucleosintetici di Trider G7 e adesso… quale super eroe spara i verbi polisemantici o polisèmici?

No, il super-eroe in questione odia i polisèmismi, sono tra le sue bestie nere per eccellenza: è lo Scrittore.

Yeeah! Fatevi una standing ovation, scrittori! Siete i miei super-eroi preferiti!!

Ci sono dei verbi, nella nostra bella lingua, che vengono usati un po’ per tutto e che sostituiscono parole decisamente più appropriate.

– Ho fame – disse Mario sbattendo la forchetta nel piatto vuoto.
– Aspetta, ancora non è pronto – rispose la madre mentre fa il pranzo usando i i fornelli.
– Ma io ho fame adesso! – disse ancora Mario, che dal basso dei suoi cinque anni aveva poco chiaro il concetto di “tempo”.

In questo dialogo ci sono due verbi “dire” e soprattutto “fare” che potrebbero tranquillamente essere sostituiti da altro.

Per esempio: il primo “dire” potrebbe rimanere o diventare “protestare”, la risposta della madre può essere introdotta da “replicare” e invece di “fare il pranzo” diventa “affaccendata ai fornelli”
Il secondo dire di Mario diventa “ribattere”.

Ed ecco il risultato:
– Ho fame – protestò Mario sbattendo la forchetta contro il piatto vuoto.
– Aspetta, ancora non è pronto – replicò la madre affaccendata ai fornelli.
– Ma io ho fame adesso! – ribatté Mario, che dal basso dei suoi cinque anni aveva poco chiaro il concetto di “tempo di attesa”.

Come esempio è deboluccio, ma introduce bene l’argomento: i verbi polisemantici. Le bestie nere dei dialoghi e delle descrizioni, tra le altre cose.
Per me ormai è un Mantra: se scrivi “fare”, comunque lo declini, c’è un verbo che descrive in modo più preciso quel che accade, trovalo e usalo.
Il che non vuol dire che il verbo fare sia “bandito” dalle mie storie eh? Solo che si incontra raramente e solo in circostanze che richiedono esplicitamente la presenza di un termine tanto ambiguo. Fare, sul dizionario treccani, ha due voci dedicate e più di 12 significati differenti, ognuno con 7-8 sfumature differenti.
Un personaggio di estrazione popolare che dice “Tu mi fai schifo” va molto meglio del borgataro che replica “tu mi susciti ribrezzo”, ma è una questione di ruoli: è corretto utilizzare un certo tipo di linguaggio quando si deve dar vita ad un determinato personaggio.

Tutto sta a conoscerli bene, questi verbi: di solito non si fa (pardon) caso al loro impiego. Li utilizziamo tutti senza particolari problemi, ma se cominciamo a porre la nostra attenzione si scopre che sostituirli con verbi più appropriati trasforma ed amplia il ventaglio diafasico (oh oh oh), cioè la gamma di registri espressivi di cui si dispone.
Come si distinguono i verbi (ma anche certe parole come “cosa”) polisemantici? Facile: si apre il dizionario e si vede quanti significati possiedono. Con 2-3 significati o meno, di solito basati sul contesto, è un buon verbo. Se ha più significati e il contesto è molto ampio… be’ di solito il dizionario suggerisce anche dei sinonimi o vale la pena cercarne uno.
Solo che al posto di “fare” c’è talmente tanto che è impossibile sostituirlo con un sinonimo. Ci vuole attenzione (cribbio: è la terza volta che rileggo questo articolo e mi ritrovo con qualche fare in mezzo ai piedi).

Fare, usare, dire, bere, mangiare, camminare… tutti i verbi di azione più comuni hanno spesso molti significati, ma sovente si tratta di una approssimazione. Cioè noi, per pigrizia, ignoranza, fretta o… boh? Semplifichiamo il linguaggio lasciando al nostro interlocutore l’ingrato compito di capire cosa stiamo dicendo.
“Ho fatto presto, hai visto?”
Visto che? Sei qui, ti vedo, ma presto per chi? Cosa hai fatto?

“Ho fatto questa cosa, guarda!” Quale cosa? Dove devo guardare? Devo esserne felice? Perché?
Possono diventare:
“Sono arrivato con cinque minuti di anticipo, hai notato?” decisamente più chiaro: tu devi notare il fatto che, rispetto all’orario prestabilito, ho ben cinque minuti di anticipo.

“Ho costruito questo oggetto, che ne pensi?” e il nostro interlocutore si concentrerà su qualsiasi cosa gli stiamo indicando per esprimere il proprio pensiero in merito alla sua realizzazione.

Dunque la presenza di parole “polisemantiche” siano essi verbi o sostantivi deve essere considerata non tanto un errore, quanto una possibilità:  quella di arricchire il nostro modo di esprimerci e di arricchire il lettore che potrà comprendere bene la storia che gli stiamo raccontando. Una sorta di competizione dove vincono tutti: chi scrive e chi legge.

E voi? Cosa gli fate (eh eh) ai verbi polisemantici?