Worldbuilding 5 – Onomaturgia (ultima parte)

Nell’articolo precedente ho parlato di deriva linguistica: è il fenomeno che porta una popolazione a parlare una nuova lingua. Il passaggio dal Latino al Volgare e poi all’Italiano ha richiesto alcuni secoli ed è stato etichettato come “Deriva linguistica”. Fenomeni di deriva linguistica sono, ad esempio, l’arrotamento della l (la l che diventa r come accade in alcune parole del dialetto romanesco “e ar popolo?” o “j’è sartata la mosca ar naso”, mentre la r liquida è quella che hanno molti orientali quando si ritrovano a parlare l’italiano “buongioLno e buonaseLa” per dire.

In lingua occitana, dialetto vascone, le r a inizio di parola sono diventate “arr”. In Francese la parola latina “maturus” si è contratta in mûr e l’accento circonflesso sulla u sta a ricordare che la parola, un tempo, era più lunga.
In Inglese si è passati dal “tu es” latino al “thou art” dell’inglese arcaico che è diventato “You are” attuale. Tutti fenomeni fonetici dovuti alla deriva e che un filologo conosce come un prete conosce le sue preghiere.

E finalmente si giunge a Tolkien in modo ancora più approfondito… che equivale a dire superficiale, data la profondità dell’opera di cui mi accingo a parlare.

Nell’opera Tolkeniana troviamo ogni elemento sopra descritto (dalla creazione di una lingua, al collegamento filologico tra parti della narrazione) applicato fino a creare un universo completo: dalla cosmogonia alla mitologia fino alla storia contemporanea.
A cominciare dalla lingua (cavallo di battaglia del professore): Tolkien ne ha create una per ogni popolo. Elfico Primitivo per gli elfi, Kudzhu per i Nani, Numenoreano per gli umani…
In particolare la lingua Elfica è una lingua artificiale derivata. Che vuol dire? Vuol dire che il buon Professore ha preso il Finlandese (perché gli piaceva il suono), il greco antico (perché per lui non era una lingua morta), lo spagnolo e altre lingue romanze (italiano incluso) le ha mescolate ben bene ed ha ottenuto l’elfico primitivo, poi l’ha evoluto in eldarin (dall inglese elder – anziano, antico) cui ha applicato il suffisso -in e cambiato una vocale per deriva linguistica. Poi ha applicato all’Eldarin nuovamente la deriva linguistica mettendoci contaminazioni dovute alla geografia di Arda (il mondo inventato) alle migrazioni che ha immaginato ed è diventato Quenya (con vari dialetti reciprocamente comprensibili).
Tolkien era uno studioso della lingua anglosassone, poliglotta e mostro sacro in ambito accademico, non era uno scrittore professionista. A nessuno verrà più in mente di fare un lavoro tanto complesso, ma studiarlo è una miniera di platino in termini di idee sulla creazione di ambientazioni.
Altro aspetto interessante: il quenya è una lingua che non ha le vocali. Quenya si trova scritto FB_IMG_1539673282101 Qn con vari accenti (puntini) sopra e sotto per indicare la presenza dei suoni vocalici. Lo spirito (derivato dal greco) sopra la prima consonante indica la presenza del “ue”, i puntini in alto indicano la prima vocale (tre puntini per il suono y) e i due in basso la seconda a. Niente sillabe e puntini come per le lingue di estrazione aramaica. Solo che il quenya si scrive da destra verso sinistra e dall’alto in basso.

Stessa solfa per il Khudzu, la lingua nanica. Stavolta quel mostro di Tolkien ha usato come base un dizionario basato su lingue aramaiche e poi ha usato un sistema grafico basato su rune. Visto che internet non esisteva ancora, per riuscire nell’impresa dovevi conoscere anche l’aramaico e le rune futhar.
Terzo elemento: il numeroreano è, di fatto, la lingua del lettore per cui non ha nulla di incomprensibile (ma in realtà il professore ci ha lavorato sopra per affiancare alla lingua parlata termini arcaici) e l’ha infarcita di contaminazioni provenienti dalle altre lingue, come accadrebbe anche nella realtà.
La tecnica usata da Tolkien richiede una conoscenza di numerose lingue e dei meccanismi alla base della formazione e dell’evoluzione del linguaggio (deriva linguistica, prestito, confini geografici). Tutte cose che un filologo conosce bene, ma che noi comuni mortali possiamo comunque apprendere tanto con la lettura (basta aver letto qualche opera del 1200 come la Divina Commedia, opere più tarde come L’orlando Furioso e i Promessi Sposi per avere un’infarinatura adeguata) che con lo studio o col confronto grazie a Facebook: di studenti di Lettere ce ne sono a iosa, basta essere educati e porre domande sensate riconoscendo a chi studia queste materie il merito che gli spetta.
Perché insisto tanto sulla lingua?
Torniamo all’esempio di Durindan: perché si chiama così? Cosa vuol dire Durindan? E Zhartang che vuol dire? Intervistato all’uopo l’autore ha nicchiato e poi ha rivelato che gli piaceva il suono. Ah, il cavallo dell’eroe si chiamava Bill, ad un certo punto muore e sarà sostituito da una cavalla di nome… indovinate un po’?
Dunlinidiel? Durindanel? Durlindana?

Billy.

Anche ignorando tutte ‘ste cose non vi sembra una cosa terribilmente stonata? Mille volte meglio Yosemity Sam che chiama il suo cammello… Cammello

Whoa Camel, when I say “whoa” you must stop!

Brutale, certo, ma perfettamente in linea con ambientazione e personaggio, e pure a suo modo poetico.

In Tolkien troviamo nomi di cui è possibile studiare, dopo aver letto alcune delle opere postume, l’etimologia e capire come è stato possibile per il Professore forgiare nomi, sostantivi e aggettivi non solo inventati, ma anche evoluti. La terra di Numenor, da cui provengono i fondatori di Arnor e (soprattutto) Gondor, deriva dall’alto elfico (il Quenya appunto) Númenórë e vuol dire terra dell’ovest (cade l’ultima vocale). Semplice e diretto… e reso epico da una serie di dettagli che a pensarci fa girare la testa.
Anadûnê è il termine che gli stessi abitanti del luogo davano alla loro terra, che invece nella terra di mezzo è chiamata Ovesturia (termine tradotto dall’inglese Westernesse) e che ha anche altri nomi. Più precisamente dal’numenoreano antico An-Aduni che significa “occidentale” o “dell’occidente”.

Nell’opera tolkeniana nessun nome è privo di una sua etimologia e questa è strettamente legata alla lingua cui appartiene, sempre. A cercare bene nella messe di materiale pubblicato postumo dai suoi eredi si trova tutto e se manca qualcosa si può star certi che è solo perché non è stato ancora pubblicato.
Il Silmarillion? È stato lo Zibaldone di Tolkien. Racconti perduti, ritrovati e incompiuti? Appunti di lavoro.
La tecnica è semplice: per ogni parola nuova Tolkien si appuntava l’etimologia su un quaderno, ma invece di usare la struttura del dizionario componeva qualcosa: un saggio, un racconto, una poesia… ecc… lo faceva per sé stesso e infatti è una scrittura ben differente da quella dello Hobbit o del Signore degli Anelli. Tuttavia ad ogni racconto che si aggiungeva nella sua mente compariva un pezzo di Arda e dei suoi popoli, della sua storia e tutto il resto è stato un percorso lungo una vita e che ci ha consegnato, tra le righe, un manuale di demiurgia completo e finito.
Forse una vita intera è un po’ troppo per arrivare a padroneggiare l’arte di creare mondi, ci sono vie più sbrigative e altrettanto efficaci.

Salutate Tolkien, lo ritroveremo sul finale di questo articolo.

Chi conosce l’orso Baloo?

meravigliosamente doppiato da Alberto Sordi, Baloo è una creazione di Rudyard Kipling come la pantera Bagheera e il lupo Akela.
Baloo deriva da una parola hindi che si scrive così भालू e si legge Bhālu. Baloo quindi è la mera traslitterazione in inglese della parola hindi che indica l’orso.
Tutti i nomi-jungla sono la traslitterazione di sostantivi hindi e malesi (lingue che Kipling conosceva bene) e che sono diventati nomi propri.

Così ecco che il sottoscritto si mette all’opera e dopo cotanti maestri…

Uno dei miei personaggi secondari si chiama La-Kae. La-Kae è l’anagramma di Akela (piccolo tributo a Kipling) e le due parole “La” e “Kae” sono diventate sostantivo “La = Lupo” e verbo “kae = cacciatore” prime due mattonelle della lingua parlata dal personaggio, l’etsiqaasit che è un improbabile misto tra hindi e dialetto veneto. Il veneto non compare poiché è la lingua del lettore (e quindi deve essere contaminata il meno possibile, pena l’illeggibilità del testo) ma che emerge nei cognomi degli abitanti del luogo “Musìn, Ludrò, Latàr, Pessàr… ecc…” e che sono tutte parole prese in prestito dal dialetto veneto (scarsella, infame, lattaio, pescivendolo… ecc… ).
La lingua di La-Kae e di suo figlio La-Wonlot (Wonlot è una parola intraducibile e rappresenta l’azione di stare in solitudine, insieme al prefisso La diventa Lupo Solitario, ma è pure l’anagramma di Wontolla, altro personaggio del Libro della Jungla) è diventata l’etsiqaasit, la lingua dell’altopiano e che viene da un altro anagramma (stavolta dedicato a Pasquale Petrolo e Francesco Gregorio in arte Lillo e Greg). Da queste mattonelle ho cominciato a mettere a punto le regole della lingua e a forgiare nomi e parole coerenti con essa. Sistema “bantu” (prefisso + suffisso) per generare parole complesse a partire da quelle più semplici. Nomi costruiti con tecnica “pellerossa” vale a dire animale o forza naturale + aggettivo e quindi abbiamo significati di nomi come “orso glabro” o “vipera sorridente” e poi ho tradotto questi significati usando il dizionario creato per la lingua. Se un lemma era mancante lo andavo a pescare tramite un dizionario online (tipo Glosbe o Google, ma glosbe è più preciso) e nel caso dell’etsiqaasit tra quello malese e quello hindi per cercare la parola che più mi soddisfaceva come significato e suono.
Nell’etsiqaasit sono confluite regole grammaticali bantu, parole hindi, malesi e una spruzzatina di Algonchino (come Tomet. anagramma neanche troppo velato di Totem), ho applicato la deriva linguistica che ha portato alla formazione del dialetto veneto e… meh, al momento conta circa 300 lemmi. Se dovessi svilupparla fino al livello di Tolkien il numero di lemmi dovrebbe crescere di un ordine di grandezza e quindi 3000.

Se 3000 parole vi sembrano tantissime vi ricordo che un bambino di 6 anni ne conosce circa il doppio. Cioè per parlare con la competenza di un bambino di 6 anni occorre un dizionario di circa 5-6000 parole.
Le lingue vive hanno centinaia di migliaia di lemmi (dai 200000 dell’italiano, parolacce escluse, agli oltre 500000 della lingua inglese) e costruirne una è impresa molto complessa per un singolo

L’idea di traslitterare una lingua con le regole di un’altra me l’ha data Kipling e chi mi ha confermato che funziona alla grande e stato Alessandro Sisti.

Apro una piccola parentesi su questo abile sceneggiatore: l’ho scoperto su PKNA (PaperiniK New Adventure) mentre leggevo la storia “I Mastini dell’universo”. Uno dei personaggi, il robot Q’Winkennon se ne uscì con la frase “Staghatant khal broosha shur” dopo che aveva riempito il protagonista (PK) con altre frasi incomprensibili. Conoscevo un po’ di dialetto milanese e di inglese: mi suonò subito familiare.
“Stia attento che brucia, signore”.
Incitato dai lettori della posta, il Sisti confessò che si trattava del dialetto di Broni (Pavia), il paese dove è nato.
Ed ecco che ritorna la regola “Parla di ciò che conosci”.

Quella di usare le regole fonetiche di una lingua per scrivere le parole di un’altra è un trucco che funziona bene a patto di non esagerare. È triste, da lettore, ritrovarsi con metà dei dialoghi scritti in modo poco comprensibile. Tuttavia lo stratagemma del Sisti gli permise di sdoganare parolacce e imprecazioni (caso più unico che raro) in un fumetto targato Disney senza ricorrere ai disegnini con bombe e teschiolini o al fumetto nero con la scritta “censura” che porta, oltre all’imprecazione, la violenza che invece il Sisti non voleva assolutamente trasmettere.

Questa tecnica funziona molto bene per i nomi dei luoghi, specie se il lettore conosce (o gli viene passato qualche indizio che gli permette di intuire) le regole fonetiche da usare. Diventa un gioco inserito nella narrazione tra l’autore e il lettore.

Il rovescio della medaglia (e vai che siamo alla fine)
C’è un motivo se Brooks ha inserito i nomi “diversi” col contagocce e, più in generale, nelle opere di un certo rilievo i nomi esotici sono trattati con grande attenzione. Inserire nomi alieni alla cultura del lettore, come dovreste aver intuito, ha un pesante rovescio della medaglia: confonde, sempre.
Catapultare qualcuno in un altro mondo genera confusione, certo, ma questa va dosata o si innescherà un meccanismo di fuga dettato dall’istinto di conservazione e il lettore troverà mille scuse per non leggere mai più il vostro libro. C’è l’approccio “alla Brooks”, che poi è lo stesso di tanti altri illustri predecessori e contemporanei dove gli elementi “alieni” sono circondati da una corona di termini noti e c’è l’approccio filologico di Tolkien dove invece, per una specie di magia, il lettore trova normale un nome come Bilbo Baggins e addirittura confortante Gandalf il Grigio detto Mithrandir. In entrambe i casi al lettore viene fornita una spiegazione del termine alieno senza appesantire la narrazione.

Prendo a esempio la mappa della Contea (The Shire) http://it.lotr.wikia.com/wiki/Contea?file=Map_-_Shire.jpg

La lingua è quella del lettore, non è ne il Quenya o il Khudzu, che non usano caratteri alfabetici. Si trovano nomi che somigliano a tanti altri luoghi del regno unito e che spesso finiscono per -shire.
Se Tolkien fosse stato italiano l’avrebbe chiamata “La Contea” e avrebbe dato nomi come Boscobino e Colleverde, per dire. I luoghi più esotici sono stati introdotti dopo, man mano che al lettore venivano fornite le basi per apprendere i rudimenti del Quenya e per capire che la lingua Nanica era segreta e riservata solo ai Nani. Tra l’altro quello delle mappe è un aspetto che martedì prossimo cominceremo ad affrontare.

Insomma la tecnica usata da Dante J. Ferretti è esattamente contraria a questo, ma non è che posso dire che abbia funzionato… non con me, perlomeno.

Quindi: tutte le tecniche fin qui indicate per crear nomi: l’anagrammi, la sciarade, i cambi di vocale traslitterazioni e numerosi illustri eccetera sono da usare “cum grano salis” perché si rischia di creare mostri difficili da spiegare dopo.

Vi mostro il mio (modesto) esempio:
La prima generazione di nomi di città kireziane, nella mia ambientazione, è stata di difficile gestione.
Nadear la Bianca, per esempio, sono io. Nadear è l’anagramma di Andrea e la Bianca, oltre ad essere un paesino della Tolfa cui sono affezionato, è anche il mio aspetto in spiaggia quando decido di riflettere il sole (ahemm… ). Tuttavia per far rientrare il nome entro i parametri che mi ero dato ho dovuto lavorare parecchio perché mi ero invaghito del termine senza ragionare se rientrava o meno nell’ambientazione. Buon per me è stato che Nadear suonava anche bene come cognome (Ludrò, Latar, Mustazar, Musin, Querzar sono tutti cognomi del luogo) e quindi ho inserito nella storia locale lo statista che aveva pianificato l’annessione incruenta della regione di Levot: Karl Nadear. Morto lo statista la città porta il suo nome e il soprannome “la bianca” è dovuto alle mura candide che la circondano e che sono ricoperte di Lecanora Wiegenense (da Wiegenstein la “Culla” della civiltà Nanica). Tuttavia Nadear come cognome, viola la regola che mi ero dato: parole dal dialetto veneto. Mustazàr, Latàr e Vasàr sono tronche, Nadear è bisdrucciola (accento sulla terzultima sillaba) insomma l’ho infilata così e a quel punto ho aggiunto molte altre città frutto di anagrammi di altri amici con cui ho condiviso un pezzo di vita insieme. L’assonanza coi cognomi è rimasta e in taluni casi sono proprio cognomi di personaggi.
Anagrammi e altri giochi enigmistici, prestiti da altre lingue, cambio di regole fonetiche, traduzioni da lingue artificiali… e molto altro popola il mio mondo, ma pure (e meglio) quello di altri illustri scrittori e creatori di giochi di ruolo (cui ho biecamente copiato i metodi). Tuttavia oltre al gioco di parole, dopo l’incidente di Nadear, mi sono sincerato ci fosse anche una storia coerente con l’ambientazione oppure, se ancora il nome non era apparso in altri racconti già pubblicati, l’ho cambiato.
L’altra area di cui sto curando il worldbuilding è quella di Malichar, termine totalmente inventato mescola in uno pseudo-francese (regole fonetiche francesi) l’italiano e l’inglese in primis, ma molti termini derivano dall’occitano o addirittura dallo spagnolo.
Memore dell’esperienza maturata con Nadear mi sono sincerato che per ogni anagramma ci fosse una storia dietro. Un nome di un personaggio storico, una località… come il buon Tolkien ha insegnato ci deve essere un riferimento all’interno della lingua parlata che ne spieghi il senso.
Per chiudere questa lunga serie di articoli sull’onomaturgia quello che serve sapere è che dietro ogni nome, che sia inventato o meno, ci deve essere una montagna di cui i caratteri che costituiscono la vostra creazione sono la vetta. Se questa montagna non c’è va creata.
Se piazzare tutta la mole della montagna all’interno della storia che state raccontando è infodump, comunque va scritta e messa da parte. Essa continuerà a lavorare nella vostra mente e influenzerà il vostro modo di scrivere. Sul “come” creare la montagna di metodi ne ho pure indicati: creare dizionari, scrivere racconti, poesie, canzoni ecc… magari presi in prestito da altri autori.

Saper creare nomi richiede dunque scrivere una montagna di materiale: voci di dizionario, etimologia, anagrammi e giochini linguistici, senza contare alfabeti alternativi o… anzi, e modi di scrittura ancora differenti, ma spero non abbiate pensato che tutto ‘sto popo’ di lavoro sia fine a se stesso.
Spingersi, anche se solo con la fantasia, così a fondo in una ambientazione ha effetti collaterali notevoli, primo fra tutti l’incapacità di non sapere cosa scrivere.
In altri termini vi evita il famigerato “blocco dello scrittore” e se pure arriverete a un punto dove non saprete come mandare avanti la storia, vi basterà esplorare la vostra ambientazione rileggendo quanto avete già scritto o scrivendo altro materiale per avere l’ispirazione necessaria a superare l’impasse.

Ci sono altri effetti benefici: la voglia di sparare tutto nella narrazione, ogni singola e benedetta idea, se ne andrà via. Tutte le vostre idee finiranno tra gli appunti, dove devono stare, e lavoreranno per voi perché le avrete sempre a portata di mano durante ogni stesura. La coerenza interna delle vostre storie diventerà a prova di testata nucleare e la sospensione dell’incredulità, il mantra che dovrebbe accompagnare ogni scrittore che sia un professionista o un “semplice” appassionato come me, impone che gli elementi della narrazione siano legati tra loro. Con un simile esercizio diventerà un riflesso condizionato: ci riuscirete senza neanche pensarci. Non farà di voi dei novelli Camilleri o King (o avrei già festeggiato il mio primo milione di copie vendute) però potrete sentirvi un po’ più vicini ai giganti sulle cui spalle vi siete seduti.

Qui si chiude la carrellata sull’onomaturgia, la prossima puntata e quelle successive saranno dedicate alle mappe. Che siano vere o inventate ci vuol criterio.

 

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Worldbuilding 4 – Onomaturgia

worldbuildingAvete fatto i compiti? Avete scoperto millemila fenomeni di deriva linguistica?
B che diventano V, consonanti che cadono come moscerini col DDT, apostrofi che compaiono, K che diventano CH, vocali che fondono… la deriva linguistica dal Latino al Volgare e poi all’Italiano fino ai tempi moderni è lentissima e pure costante.
Se avete domande o avete scoperto qualche fenomeno linguistico particolare raccontatemelo che serve sempre.
Avevo promesso che ci saremmo divertiti…
La storia del sale è fantastica: i greci lo chiamavano ἅλες e ai romani si impappinava la lingua ogni volta che c’era da pronunciare lo spirito (la vocale aspirata a inizio parola). Così cominciarono a spostare una consonante, quella finale, davanti. E Als-Ales divenne Sale, anzi Sal. Poi lo declinarono come sapevano fare bene e da Sal ottennero tutti gli altri casi: Salis, Sali, Salem, Sal!, Sale.
Magia? Deriva linguistica. Per noi è diventato Sale tra l’ottavo e il nono secolo d.C.

Torniamo all’esempio della scorsa settimana.

La Forgia dei nomi.
Brooks nel creare la propria ambientazione sfrutta i significati portati dai nomi per evocare le immagini fantastiche.
Nel caso di Ferretti invece il protagonista Durindan, dopo aver scoperto di essere il classico orfanello contadino che sotto sotto è un Re, attraverserà lande vuote senza neanche uno straccio di villaggio/trecase e quattro gatti/cimitero, niente di niente, per andare da una grande città ad un’altra. No, sul serio: la parte più ricca di descrizioni geografiche è il primo capitolo del libro, poi queste spariscono e lasciano il posto ad una serie di azioni di spostamento che, di combattimento in combattimento (non c’è neanche un villaggio, ma è sempre pieno di nemici… mah) porteranno il nostro eroe a scontrarsi contro Zhartang.

Cosa è emerso dunque: un nome, per avere successo, non deve solo avere un suono esotico e/o veicolare un concetto preciso all’interno della narrazione.
Alla fine della fiera Durindain è molto musicale, una specie di scampanellio anche facile da ricordare. Deve essere anche collegato agli altri elementi in modo puntuale. Studiamo bene l’esempio di Brooks che, con la scrittura, se la cava decisamente meglio.

Arborlon -> Giardini della Vita -> Eterea (albero dalla vita lunghissima) e se vogliamo: è la capitale di quei grandissimi orecchiopuntuti infestatori d’alberi, gli elfi appunto. Tutto torna.

Guardia Nera (rigida e impassibile) -> Pini (proprio alla fine del paragrafo, che riempiono i giardini della vita, rigidi e impassibili pure loro e scommetto che erano pini neri).

Ad ogni elemento “alieno” brooks associa immagini reali o molto semplici da immaginare. Non è certo l’unico elemento del successo di Brooks, ma per quel che riguarda l’ambientazione è il meccanismo letterario che più sfrutta per far visualizzare le sue meraviglie. E ne ha messe, di cose, il nostro autore: porte invisibili, fontane di sangue, incubi alati e aquile giganti… ah, non scordiamoci magie di ogni genere (un must del fantasy, a mio avviso). Ogni elemento “fantastico” ha sempre una corona di elementi reali, concreti, a contorno. Sulla magia nel fantasy (ma pure no) ci sarà un’altra puntata.

Pare una sciocchezza, ma si tratta di un meccanismo semplice e potente, capace di far proiettare al lettore immagini precise ancorché aliene alla sua esperienza, così da portarlo a pensare “Non è vero, ma ci credo… fino a prova contraria”.

Non è una tecnica limitata al fantasy: unire elementi concreti per dar vita ad un luogo immaginario è una tecnica sfruttata da molti autori al di fuori del Fantasy.

Camilleri e la sua Vigata, ad esempio, rappresentano un connubio perfetto tra la realtà e la fantasia.
Vigata non esiste. C’è un po’ di Noto, un po’ di Modica, un po’ di Licata, e poi Porto Empedocle e Ragusa, tra gli ingredienti. Il nome evoca una città meridionale (insomma non somiglia a qualcosa che finisce per -ate o -asso o l’avrebbe chiamata vigliate, vigasso o vigliategrasso), e a fare da contorno ci sono espressioni dialettali localizzate con precisione (dialetto ragusano) e cognomi e soprannomi che si rifanno sempre alla tradizione sicula. Del resto Camilleri è di quelle parti e conosce bene ciò di cui parla.

“Se puoi scrivi su ciò che sai, ma se devi scrivere su qualcosa che non sai, informati e fai ricerche.” dice Stephen King (altro grande creatore di luoghi immaginari).
Un altro straordinario creatore di città immaginarie è stato HP Lovecraft, uno dei maestri indiscussi dell’orrore. Non a caso si parla di “Lovecraft Country”, il paese di Lovecraft (inteso come nazione) con varie città tra cui Kingsport (Il terribile vecchio, 1921), Dunwich (l’orrore di Dunwich, 1928), Arkham (La cosa sulla soglia, 1933) e Innsmouth (shadow over Innsmouth, 1936). Suonano evocativi grazie alla penna di Lovecraft, ma hanno una struttura molto semplice: un suffisso che descrive la posizione geografica (-mouth = foce e -port = porto, si tratta di città di mare) uno che si autodescrive Dunwich: -wich è usato per indicare i centri abitati grandi e piccoli (Picwich, Renwich, Smallwich… ecc… ) e l’altro è una fattoria. Il suffisso -ham è la contrazione di homestead, W la deriva linguistica!
Non so quanti di voi hanno letto i racconti di Lovecraft, ma tutti questi nomi non vorrei mai trovarli sul cartello che dice “Benvenuti a…” quando viaggio.

Un altro straordinario creatore di luoghi è Stephen King, ma lavorando con l’inglese oltre a nomi di città “in scatola di montaggio” (c’è un interessante articolo sui suffissi delle città inglesi: https://en.wikipedia.org/…/List_of_generic_forms_in_place_n… ) con relativo etimo (migliorabile) e tante meravigliose idee su come sfruttarli.

Tra l’altro non è che in italia non abbiamo fenomeni simili, solo che sono molto più difficili da trovare: tutte le nostre città hanno vissuto parecchio a lungo ed è difficile che il nome non sia stato “derivato” in qualche modo. C’è un suffisso che è abbastanza frequente e conosciuto da essere facilmente riconoscibile. “Poli”: deriva dal greco πόλις e vuol dire città. Napoli, Gallipoli, Ladispoli, Carlopoli… e tanti eccetera più o meno famosi sono tutte città italiane più o meno antiche.

A scavare un po’ nel web la parola chiave è “toponimo” (topos = luogo e nomen = nome) e si può scoprire l’etimologia di un bel po’ di città. Da qui a ricavare una regola per la creazione di nomi di città “italianeggianti” ce ne vuole, ma meno di quanto crediate.
Ecco un utile aiuto: https://it.wikipedia.org/…/Etimologia_dei_toponimi_italiani…

Altro trucchetto è quello di trapiantare una città straniera in casa propria. Se siete anglofoni come Stephen King si ha il compito facilitato. Mai sentito parlare di Derry nel Maine? Sorge non lontano da Bangor… no? E ci credo: non esiste. King ha preso il nome di un’altra città (Derry esiste in Irlanda del Nord, New Hampshire e Pennsylvania) e l’ha piazzata da qualche parte lungo il Kenduskeagh. Un sistema meno elegante di quello usato da Camilleri, ma assolutamente efficace. Anche in italia abbiamo città con lo stesso nome come le città di Albano e San Gallicano, per esempio, che hanno controparti in provincia di Roma e che sul registro dell’ANCI sono Albano Laziale e San Gallicano nel Lazio.
Quindi chiamare il nostro paesino Linate sul Mincio, per dire, o Santa Croce in Fassa (per non confonderla con Santa Croce in Val d’Arno) o altri posti simili, suona molto bene. Attenzione quando si gioca con l’Italia perché ci si va a scontrare con le tradizioni locali e si rischia di ottenere un effetto cacofonico che invece di mimetizzare la città finta facendola credere vera, accende un riflettore sulla sua natura artificiale.
Vi servono nomi di città creati sulla carta e poi costruite per davvero?
Eccole: https://it.wikipedia.org/…/Città_di_fondazione_nel_periodo_… tra le tante cose realizzate durante il ventennio fascista ci sono borghi, villaggi e città per tutti i gusti. Alcuni nomi sono opinabili, ma nella maggior parte dei casi hanno retto alla prova del tempo.

Così dopo Camilleri, Lovecraft, King e il ventennio fascista si torna Tolkien, che ha creato tutto questo e molto altro e lo ha messo insieme, facendo sembrare il già buono lavoro di Brooks (e le eccellenti prove di King e Camilleri) l’opera di un bambino delle medie davanti al lavoro di un docente universitario. Certo, Lovecraft ha creato pure un Pantheon divino di tutto rispetto e gettato le premesse per un’opera che, se fosse vissuto un po’ più a lungo, avrebbe pure superato il lavoro di Tolkien (e come il professore era un perfezionista anche più pignolo). Purtroppo non è sopravvissuto per riuscirci. Anche così: Chapeau, nella puntata relativa al soprannaturale ci sarà il Solitario di Providence a spiegarci un po’ di cose.

Nella prossima puntata continuerò a parlare dell’opera del Professore, che ha fatto del Worldbuilding un’arte portandola a livelli (per me) inarrivabili. Partendo da un elemento base dell’onomaturgia: la lingua.

Nel mentre si potrebbe fare qualche ricerchina su Vigata (dove un tour operator offre gite turistiche) e su Derry nel Maine. Quest’ultima, descritta nel libro-cult “It”, di certo uno dei più controversi libri di King: o si ama, o si odia è una città straordinaria.

It sembra iniziare nel 1957, durante una piovosa giornata con un bimbo che insegue una barchetta di carta.
E invece è ambientato nel 1985, 28 anni più tardi, il confine temporale è situato nel 1957 e ci sono due descrizioni distinte della città: quella del 1957-58 e quella del 1985. Inoltre il limite temporale è fissato ad alcune decine di migliaia di anni nel passato, quando la regione era disabitata.
L’enorme lavoro di King per documentarsi sui fatti trascorsi trascende i limiti umani, ma stiamo parlando del Re. Si può dire che l’amore di King per la storia, anche quella inventata, è pari a quello del Professor Tolkien per le lingue. E chi ha letto It sa che la lingua gioca un ruolo fondamentale anche in questo libro (anche se stavolta si tratta di lingua in senso proprio… brr).

Nel corso dei secoli la cittadina fittizia è sottoposta a crescite notevoli e poi a crolli improvvisi che ne rallentano lo sviluppo per qualche anno. Un incendio disastroso, l’esplosione di una fabbrica, una serie di morti improvvise… ecc… come se un’entità malvagia si divertisse a veder ingrassare la sua preda e poi ne mangiasse un pezzo.
Qui sembra che non ci sia una grande ricerca dei nomi, falso naturalmente. C’è stata, ma trattandosi di una storia ambientata nel nostro mondo ricalca le vicende di Vigata: la città non esiste, ma tutti i luoghi in essa “esistenti”, dal ponte alla biblioteca al municipio, sono tratti da elementi reali. Ricordate la tecnica di Brooks? L’elemento è “fantastico”, cioè prodotto dalla fantasia, ma i suoi mattoni sono ben consistenti e reali. Per cui King non solo prende una città reale (Derry esiste in molti altri posti), ma prende nomi e cognomi “veri” o “Verosimili”, crea giornali cittadini, autori di tutti i generi (saggisti e storici, soprattutto), artisti e quant’altro e li fa vivere o passare da Derry a lasciare il loro segno.
Di Derry sono state create molte versioni, da quella degli “albori” quando era solo un borgo di taglialegna a quella del 1957 dove sono ambientati la maggior parte dei flashback a quella del 1985 dove la vicenda si conclude. E della città “finale” ci sono comunque due versioni prima dell’arrivo dei “Perdenti” (i protagonisti) e dopo la conclusione dello scontro.
Ogni versione di Derry è credibile, segno evidente che King ha lavorato sodo per avere ben chiaro dove fossero strade, edifici e luoghi e come sono cambiati nel tempo. Non esagero nel dire che Derry si estende attraverso quattro dimensioni e leggendo IT si riesce a vederla nascere, crescere e invecchiare molto bene, come se l’autore avesse avuto la possibilità di osservarla svilupparsi sopra e sotto l’asfalto grazie all’aiuto di una ripresa a passo uno. È pur vero che si tratta di un luogo immaginario caro all’autore, Derry è per King quello che Arkham è stata per Lovecraft (ma forse dovrei dire Providence, solo che questa esiste e solo chi conosce bene Lovecraft sa di cosa sto parlando) e Vigata per Camilleri.
Il fatto che ne conosca tanto bene ogni dettaglio, dai comignoli delle villette in periferia ai tunnel fognari dimenticati a più di 40 metri di profondità non deve sorprendere.
Di Derry si può scoprire tutto: dal perché Neibolt Street si chiama così, al perché l’area dei Barrens non è mai stata edificata, basta avere pazienza e leggere. Dunque non solo la città è coerente nella struttura e nel suo sviluppo urbanistico, ma i nomi dei luoghi che la caratterizzano hanno una etimologia coerente con l’ambientazione.

La lezione di King è importante perché conferma, anche a chi è meno addentro alla questione, che la coerenza tra i nomi è fondamentale per dar vita ad una ambientazione plausibile specie se, come pure in questo caso, c’è di mezzo il sovrannaturale. Se la città di Derry fosse stata popolata da francesi o da cinesi, sarebbe stata credibile? Se King non avesse studiato in modo certosino il passato e creato una cronistoria puntuale, il lettore sarebbe comunque riuscito a districarsi tra gli innumerevoli flashback? Probabilmente no.
I protagonisti, tutti tranne It e la Tartaruga, hanno nome e cognome “Americano”. Personaggi di altre etnie appaiono a margine e sono irrilevanti ai fini della trama. Per usare un termine a me caro: si muovono appena oltre il Confine e la loro azione si riflette sulla trama in modo plausibile.

Come esercizio potrebbe essere utile individuare, nella vostra sterminata biblioteca, quei testi che parlano di luoghi immaginari-ma-reali, come Derry o Vigata, in modi plausibili. Andare a rispolverare un libro per capire in che modo l’autore ha affrontato gli elementi di fantasia, magari alla luce di quanto vi ho raccontato, può tornare comodo per capire come realizzare le vostre ambientazioni.
Non è una cosa che si fa in una settimana, specie se si legge molto. Però si ottengono bei risultati.

La prossima settimana concludo la parte legata all’onomaturgia e proverò a trarre delle conclusioni.

Pagare per pubblicare: ecco quando conviene.

Editore a pagamento o no? È una domanda che, al pari del pollo coi peperoni mangiato a cena, si ripropone con regolarità. Cos’è un “Editore A Pagamento” o EAP come viene chiamato nel nostro ambiente? Si tratta di un soggetto che, dietro pagamento, produce un certo numero di copie del romanzo nel cassetto che molti di noi hanno.

Come funziona? Facile: si propone il romanzo ad uno di questi soggetti (di cui mi rifiuto di indicare anche un solo nome per mie convinzioni personali, ma di cui è facilissimo trovare indirizzi e contatti per motivi che pure diventaranno evidenti) e si ascolta il preventivo che questi propongono. Di solito presentano un bel pacchetto completo, incluse 100 copie da mettersi in tasca (mai meno di 2500 euro di spesa) che include l’editing, la correzione di bozze, la copertina, la quarta e qualche rarissima volta persino eventi promozionali come una o due presentazioni in un luogo molto frequentato.

…e conviene?
No.
Togliamo ogni dubbio: non conviene. In Italia si legge poco e riuscire a vendere più di 50 copie (che è tantissimo) in capo a sei mesi con uno di questi editori implica che si è incappati in una persona tutto sommato seria. Se lo trovate ditelo anche a me, io finora ho solo trovato immani fregature dalle quali mi sono ben guardato.

Però ho scritto nel titolo “ecco quando conviene” perché? Perché esiste almeno un editore serio, che ama il tuo libro, vuole che sia la rivelazione editoriale del secolo e vuole che sia tu ad arrivare a quel tanto agognato successo… non solo: è disposto a prendersi dal 10 al 30% del prezzo di copertina lasciando a te il resto.

Di chi sto parlando? Di Testesso Editore. La Testesso edizioni sceglie l’editor migliore sulla piazza (un editing professionale costa tra i 2 e i 5 eur a cartella) il correttore di bozze (0,5 eur a cartella), il grafico (una cover ben fatta costa intorno ai 100 eur) e sceglie i canali promozionali off e online più adatti…

Non ci credi?
Facciamo 2 conti:  il tuo romanzo nel cassetto da 300 cartelle costa 1500 eur di editor (ma a volte anche meno: quando sono opere così corpose l’editor può anche fare uno sconto e scendere fino a 1000 eur). La correzione di bozze ti costa altri 150 eur, la copertina 100 eur. Totale: da 1750 fino a 1250 eur per la produzione del testo.
Ebook o Cartaceo: perché non entrambi? A patto di curare personalmente l’impaginazione (e qui c’è parecchio lavoro da fare) esistono software open source adeguati per impaginare un ebook e un libro, così come esistono servizi che dietro un 10% del prezzo di copertina inviano a tutti gli store online e rendono disponibili offline l’ebook e il cartaceo stampato “On Demand”. Vuol dire che la libreria “Antani” di “Abbiatemagro di Brianza” riceve un ordine per il tuo libro, lo inoltra al service (tipo Pub.me o Streetlib.com) e nel giro di pochi giorni si vede recapitare la copia richiesta senza costi aggiuntivi. Miracolo? No, semplice economia: né buona, né cattiva.
Dunque al costo del 10% (o del 30% nel caso di Amazon) il libro o l’ebook arrivano al cliente. L’autore non paga altro eh? Miracoli del Print On Demand e del Digital Delivering.
A questo punto ci “avanzano” 750 eur, dal budget… vale a dire quei 2500 eur che, minimo, ci chiede l’EAP.  Come spenderli? Pubblicità. Google ADWord, Facebook e compagnia bella, a patto di individuare correttamente il nostro pubblico, ci permetteranno di vendere in sei mesi almeno un centinaio di copie.
E dunque a che prezzo devi vendere? Mettiamo che metti l’epub a 9,99 eur e il cartaceo a 15 eur. Il cartaceo vende 66 copie e l’epub 34: 990 eur e 339.66 eur rispettivamente, totale 1329 e spicci dai quali, tolta l’iva al 4%, rimangono 1276,45 e poi anche il 10% dello store online (127,6 eur) eur solo per i primi sei mesi (se tutto è andato bene eh? Io non ci sono mai riuscito). Se ci si impegna e si comincia a lavorare anche offline con presentazioni. Le librerie non ti accettano se non hanno visto i dati di vendita del tuo libro e anche così, prima di fidarsi… meglio organizzare un evento con amici e parenti e amici degli amici in una pizzeria, un bar, un altro locale in tema col libro.
Il gestore sarà contento perché gli porti gente, tu sarai contento perché venderai tante copie, i tuoi amici e gli amici degli amici pure perché se hai scelto bene il posto passeranno del tempo in modo molto piacevole.

Fatti i conti, dopo un anno sei ancora sotto di qualche centinaio di euro… però: se avessi pagato l’EAP ci avresti rimesso 2500 euro minimo, ti saresti ritrovato con un libro editato in modo sommario (nel migliore dei casi) e senza correzione di bozze accurata, una copertina da 5 e mezzo e 100 copie di un libro che probabilmente è meglio non far leggere: con tutti gli errori, i refusi, gli spaginamenti che contiene ti creeresti una fama negativa dalla quale non ti libereresti più.

Con l’autopubblicazione realizzata in modo serio invece hai realizzato un prodotto che:
1) Si può leggere senza far brutte figure perché non ha errori se non qualche minuscolo refuso come nei libri prodotti dai grandi editori (e a volte è anche meglio).
2) Ti ha fatto crescere: lavorare con un editor professionista, con un grafico, con un correttore di bozze e probabilmente anche con un commerciale ti ha permesso di acquisire delle abilità che prima non avevi e di affinare grazie al lavoro quelle che possedevi già.
3) Hai costruito il primo, fondamentale, mattone della tua personale fama. Buona o cattiva che sia ne sei stato tu l’artefice e succederà una cosa strana: quando anche a distanza di tempo prenderai in mano il libro che hai scritto non vorrai cambiarne neanche una riga.

Domande e Risposte:

perché un EAP no e invece pagare un editor va bene?
Perché l’editor è un professionista che con la parola ci campa. Se tu pubblichi un libro ed hai successo, automaticamente lui (più spesso lei) è felice perché significa attrarre nuovi clienti. Se comunque sei soddisfatto del lavoro, per l’editor sei prezioso perché ne parlerai bene (o più spesso scriverai sul tuo blog, sulla pagina autore… ecc…). Dietro pagamento di un piccolo supplemento l’editor ti scriverà la quarta di copertina (o ti indicherà cosa scriverci) per ottenere un testo d’effetto. Io suggerisco di approfittare.

Ma a che accidenti mi serve il correttore di bozze se già l’editor mi ha corretto tutto?
L’editor ti ha impostato tutto: personaggi, trama, climax, ambientazione, otturazioni dei buchi nella trama e incongruenze varie. Tu hai fatto il lavoro, l’editor corregge il testo in modo semi-approfondito (non è il suo lavoro), talvolta lavora su tre passaggi (ma non costa mai meno di 4 eur a cartella)  e quindi ti controlla ancora meglio il lavoro, ma dopo l’ultimo passaggio se fai errori non li vedrà. Il correttore di bozze prende il testo “definitivo” e scova TUTTI gli errori di ortografia e sintassi residui e lavorerà bene quanto l’editor, nel suo campo. Ama il tuo libro e vuole che risplenda anche grazie al suo contributo: non gli serve a niente intascarsi i tuoi soldi se poi parlerai male del suo lavoro. A volte il correttore ti cura anche l’impaginazione e può valere la pena pagare anche per questo servizio: il costo per cartella aumenta.

E il grafico? Che ho da imparare da un grafico?
Più di quello che immagini. Se ha un minimo di esperienza in ambito pubblicitario saprà tirare fuori una copertina accattivante e ti spiegherà i motivi. Alla copertina successiva sarai in grado di dare degli ordini molto più precisi al grafico e verrà ancora meglio.

E come promuovo il mio libro?
Benvenuto nella mia scomoda barchetta: non ne ho idea. “Il Torto”, nel mentre che scrivo, ha venduto 7 copie a 2,99 eur l’una. Però ne ho distribuite gratuitamente circa 300 di queste sono state lette 1/3, di questi 100 lettori quattro hanno lasciato una recensione su Amazon, un paio mi hanno chiesto se esiste il cartaceo, molti altri solo un “grazie” e “molto carino” via email. Uno mi ha recensito in modo negativo, ma è stato piacevolmente accurato e mi ha dato tante idee su come migliorare il seguito. La distribuzione “gratuita” avviene col contagocce (non ho speso in pubblicità) ma conto di arrivare a 400 copie distribuite prima che esca il seguito del Torto e poi, si spera, quelli cui è piaciuto il primo libro decideranno di acquistare il seguito. Che non è il seguito, ma un’avventura che si colloca temporalmente dopo i fatti narrati nel “Torto” e che può essere letta anche in modo autonomo.
Se tutto va bene potrei vendere da 20 a 50 copie.
Però se mi chiedi “come fai a vendere” ti rispondo: chiedi altrove, io non ho venduto che 7 copie, per ora, ma se il metodo che sto mettendo in pratica funziona lo scriverò su queste pagine.

Quindi non si guadagna niente?
Dipende cosa intendi per “guadagnare”: ti ho appena dimostrato che con l’autopubblicazione ottieni più che con un EAP, senza contare che un buon corso di scrittura, creativa e non, costa circa 10.000 eur l’anno per tre anni (fonte: scuola Holden) invece un’autopubblicazione realizzata in modo serio ti porta via un anno e costa 1/4 o anche meno. Se il tuo obiettivo è pubblicare il tuo libro e basta allora mi spiace di averti fatto perdere tempo. Se invece vuoi essere uno scrittore, be’ l’autopubblicazione è una strada percorribile, più costosa di quello che ti racconta Amazon KDP, ma comunque ricca di soddisfazioni.
I guadagni… magari arriveranno anche quelli, ricorda che la conoscenza paga sempre e con interessi elevati, anche se a volte lo fa in modi… oltre ogni immaginazione.

PS: Aggiornamento Ottobre 2018.
Il torto ha venduto 55 copie e distribuito oltre 1000 copie gratuite. Complice una policy di Amazon che impedisce a chi ha effettuato ordini <50 eur in un anno di lasciare recensioni il numero di recensioni ottenute si è dimezzato e poi ridotto a 1/4 e ne ha “solo” 6. Le recensioni positive sui blog letterari invece sono cresciute costantemente.
Il “successo” ha portato alla pubblicazione di un seguito più corposo (220 pagine) e in concorso per il premio Italo Calvino.
Insomma: qualcosa comincia a ingranare.

La storia infinita

C’è un meccanismo alla base delle mie storie che comincio ad afferrare solo adesso e che mi ha sorpreso non poco. Mentre ero alle prese con la mappa di Kirezia mi stavo lambiccando il cervello, per creare una quarantina di nomi di città coerenti con l’ambientazione, ho messo al lavoro il motore anagrammatico del gaunt per vedere se tirava fuori qualcosa di interessante. Quella di anagrammare nomi di città esistenti, o di regioni, paesi, città straniere è quasi un vicolo cieco: le città di Kirezia hanno suoni “veneti” evocati tramite un uso delle sillabe e dei suoni dolci di z,s e r, magari tramutando una z dolce in “ds” e una c dura in q senza u. Perso in elucubrazioni semantiche mi casca l’occhio su un post dell’edicola di giopep, un amico di vecchia data meravigliosamente esperto di cinema e col quale ho condiviso un periodo meraviglioso chiamato Studio VIT insieme ad altri straordinari personaggi coi quali ho mantenuto i contatti. Subito penso a lui e neanche a farlo apposta anagrammo il suo cognome reale tirando fuori Damarne città di un migliaio di abitanti che sorge nel bel mezzo della piana del Nacal-Dengar al centro della Repubblica di Kirezia. Avevo trovato la soluzione. In pochi minuti escono fuori tutti gli altri nomi: Port Enolau, Sanavei, Zusei, Kima, Xequde, Arret-Calac, Botiva, Tolseta, Chies, Bireill… tutti nomi che si accostano a Nadear, Lain-Crugòn e Kirezia come suono. Nessuno può sapere a chi mi riferisco, nè se il nome di una città è l’anagramma del nome o del nickname usato per lo studio VIT o quale altro collegamento tra una serie di lettere priva di senso come Zusei e una gatta siamese, per dire, piuttosto che un essere umano.
Quello che mi ha colpito è stato il modo in cui ho generato i nomi e la velocità con cui è avvenuto il… processo, che mi ha rievocato due bei ricordi. Il libro e il film della “Storia Infinita” da cui il titolo di questo breve articolo. Nel film, in particolare, Bastiano crea il personaggio di Atreiu leggendo il nome dell’indiano stampigliato sulla sua cartella. La trasformazione da disegno a giovane guerriero è velocissima e ritrovare un elemento reale dentro al mondo fantastico evocato dalle pagine del libro è stata un emozione davvero grande, al punto che ho dimenticato quasi tutta la punteggiatura di questo periodo.

Dunque ho iniziato a trasporre elementi reali, anagrammandoli ad arte per avere suoni coerenti con l’ambientazione… e a proposito di “suoni” talvolta l’anagramma è fonetico per cui si tratta di un nome “vero” trascritto con lettere diverse ma che, grazie alle regole fonetiche del mondo immaginario che vado costruendo suona identico. Un po’ come il “Colonnello Neopard” incontrato da PK che si esprimeva in linguaggio alieno “Staghatent ch’el broosha shoor!” e che ho impiegato un pochetto a capire perché la traduzione in fondo alla vignetta riportava “Stia attento che brucia, signore”. Poi ho riso come un matto.

Tra l’altro: in questo modo sto arricchendo i dialoghi del mio “Ladro di sogni” che ovviamente non si intolerà così dato che è un titolo iper-abusato, e per il quale ho trovato decine di nomi adatti per città e villaggi malichani con cui arricchire l’ambientazione.

Questo lavoro di “copia dal reale, rielabora e incolla nel fantastico” sta avendo un simpatico effetto collaterale: saltano fuori decine di personaggi, di spunti per trame, aneddoti, luoghi che a volte mi sfuggono, ma il più delle volte finiscono fissati nella carta e diventano storie in un processo che sembra autoalimentarsi e che ha tutta l’aria di voler durare molto a lungo… storia infinita?
EVVIVA!