Slada e il luccichio del male (2a parte)

(segue)

Gli occhi blu e privi di sclera della giovane schiava elfa si posarono su di lei che sostenne lo sguardo della ragazza «Minestra di fave, pane bianco e un bicchiere di vino, per te»

«Mangialo tu» le ordinò. Sperò che se avesse saltato tutti i pasti sarebbe morta prima di essere la prossima vittima.

«Non posso, ho l’ordine di non obbedire ad alcuna delle tue richieste, ma posso ordinarti di mangiare» le rispose la ragazza, preoccupata.

«Lo sapevi! Tu lo sapevi che avrebbero scelto me per quella… cosa orribile!» urlò di scatto, furiosa e impotente. Non poteva ucciderla, ne uccidere sé stessa: il collare l’avrebbe fermata.

Cornelia si sedette accanto a lei, la veste bianca chiusa da una spilla dorata frusciò appena «Mia madre ti ha scelta al mercato proprio per questo motivo. Altrimenti sarei stata io l’attrazione finale del prossimo banchetto… maledetto porco»

«Lui ti… insomma ha preso anche te?» Slada si rabbonì un poco: Cornelia era sempre stata schiava fin dalla nascita.

«La notte più tranquilla che ho trascorso con lui è stata quando mi ha incatenata alla testata del letto e mi ha usata come cuscino» col viso imporporato sputò per terra «Avevo dieci anni» la voce ridotta ad un sibilo tagliente.

Slada chiuse gli occhi e comprese la rabbia inespressa di Cornelia, anche lei aveva subito le voglie di Lucius.

«Credimi: certe volte vorrei che mia madre fallisse nel suo continuo cercare una mia sosia e mi lasciasse morire. Un morso alla gola e via, libera!».

Rimasta sola non poté fare altro che mangiare come le era stato ordinato. Cornelia aveva detto una cosa sensata.

Quella sera Slada fu obbligata ad assistere all’arrivo degli invitati. Riconobbe molti volti di quelli presenti al banchetto precedente. La porta della sua stanza era stata lasciata aperta e le era stato ordinato di rimanere sulla soglia a lasciarsi guardare.

Vide passare tuniche blu e verdi, qualcuna color porpora come Lucius, ma tutti avevano quel luccichio nello sguardo, quella scintilla che a Slada ricordava il momento in cui era morta Carmilla.

Presto la morte avrebbe cancellato la sua sofferenza. Qualcuno di loro pareva avere un aspetto più umano ma, appena gli sguardi incrociavano i suoi occhi, si tramutava in una bestia che suscitava in lei il ribrezzo più profondo.

La vecchia Faustina, imbellettata per l’occasione, venne a prenderla e la condusse nella sala dei banchetti. L’affaccio sul peristilio della sala le mostrò il recinto allestito per l’occasione. Il cuore perse un battito.

«Sorridi agli ospiti» le ordinò dopo averla lasciata al centro della sala. Con una mano sganciò la spilla di bronzo che teneva ferma la corta tunica della ragazza «e togliti quelle mani di dosso» sibilò prima di allontanarsi lasciandola esposta e indifesa di fronte agli sguardi che poco prima l’avevano disgustata.

Rimase in piedi al centro della sala mentre i commenti degli invitati passavano tra un “Lucius, ti sei divertito con la ragazzina eh?” a “questi polli ripieni di quaglie sono favolosi… Lucius, dentro le quaglie hai fatto mettere le uova, geniale!”.

Il ricordo di Lucius dentro di lei, solo la notte precedente, ancora le bruciava. I segni della violenza, ben visibili, aumentavano la vergogna per il suo pudore violato. Lui le aveva ordinato di opporre resistenza mentre due schiavi la tenevano ferma, per divertirsi di più.

Aveva pianto così a lungo che pensò di aver finito le lacrime.

La cena ebbe termine e fu trascinata verso il recinto da Lucio stesso. Trasalì nell’udire il ringhio della bestia, ma di fronte alle zanne nude dell’animale si sentì rincuorata come di fronte a delle care amiche.

Tolse la benda dalle mani di Lucio e se la indossò senza esitare, ma afferrò il bastone solo perché gli fu ordinato. Basta umiliazioni, basta sofferenze: un istante di dolore e poi più nulla.

Si rivolse verso la fonte del ringhio a braccia spalancate e offrì il collo all’animale.

«Vieni bello!» lo incitò.

L’animale sfuggì al controllo dello schiavo e balzò verso di lei con un latrato bestiale. Slada sentì le zampe dell’animale che atterravano sulle sue spalle, laceravano la pelle e la scagliavano a terra. L’urto le investì la schiena con una tempesta di dolore seguita da una massa calda e umida sulla trachea e una fitta lancinante e acuta al collo, dove sentì del liquido caldo colare via. La benda le fu strappata dal contraccolpo mentre i presenti esplodevano in un “No!” di disappunto. Non si era difesa, era già finito lo spettacolo. Nonostante tutto si sentì libera, come se un enorme peso le fosse stato tolto dalle spalle. Aprì gli occhi.

La belva serrava tra le fauci il collare.

La speranza scacciò per un istante la paura per la morte imminente.

«Tieni il collare e uccidi Lucius» Slada faticò a riconoscere la propria voce sibilare all’unisono col lucchichio del collare, ora ridotto ad un rottame, ma forse ancora funzionante. La gemma su di esso brillò per l’ultima volta di quello scintillio familiare e disgustoso che aveva già visto negli occhi dell’uomo che la teneva schiava e degli altri invitati. Con uno scatto formidabile il cane si scagliò oltre il recinto, diretto contro il suo nuovo bersaglio. L’elfa Anomis urlò di sorpresa e si scansò mentre Lucius veniva travolto e sbattuto a terra dalla mole del cane; altre urla, stavolta di terrore, si sollevarono assieme al rumore di piedi che corrono, nessuno levò una mano per soccorrere Lucius che potè solo gorgogliare un rantolo spaventoso mentre la belva affondava le zanne nel ventre flaccido dell’uomo. La belva riuscì ad uccidere altri sei invitati prima che qualcuno si ricordasse di ordinare allo schiavo di fermarla.

Nella confusione Slada, ferita e confusa, si allontanò prima carponi e poi in piedi, sempre più veloce, recuperò la sua veste dalla sala dei banchetti e la indossò incurante del sangue che ancora colava lento dalle ferite al collo e alle spalle.

Niente più collare. Morto Lucius, era libera!

Faustina si parò davanti a lei:«L’hai ucciso tu, piccola serpe!»

«Stai zitta!» strillò con tutto il fiato che aveva in corpo. La donna obbedì, ma lo sguardo era carico di odio «Torna di là e togli il collare agli altri schiavi, te lo ordino e se qualcuno vuol toglierlo a te… » avrebbe voluto dire “opponi resistenza”, ma ci ripensò «lo permetterai solo quando sarai l’ultima a togliertelo»

Sbigottita la vecchia disse «no» e poi, di fronte al sorriso soddisfatto di Slada, dovette piegarsi al dolore che diventava sempre più forte.

Annuì e senza più voltarsi indietro la lasciò sola.

E libera.

Slada e il luccichio del Male

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Questo racconto nasce per un concorso a tema “Diritti Umani”, anche se non ha vinto è piaciuto molto ed ha avuto un bel testa a testa col vincitore che, indubbiamente, aveva una marcia in più. Per un po’ l’ho tenuto su Wattpad, ma da quando la piattaforma ha obbligato anche i lettori casuali a registrarsi (riducendo al lumicino gli accessi con conseguente crollo della visibilità) ho deciso di toglierlo e metterlo sul mio blog dove se pure non c’è la possibilità di essere letto da millemila lettori (ma non ci sono lettori su Wattpad) non c’è pure nessuno che rompe gli attributi al prossimo con richieste di dati personali. Sì, ci sono i cookie di navigazione, ma la loro presenza è discreta: non disturbano e non impediscono la lettura.  Spero di cuore che vi piaccia.

«Il prossimo banchetto sarà in tuo onore» Lucius, sdraiato sul triclinio pareva annoiato come se stesse parlando del tempo.

Slada sentì ondeggiare il pavimento sotto di lei e le sembrò che tessere del mosaico volessero penetrarle nella carne, aveva appena udito la sua condanna a una morte orribile e dolorosa.

La faccia rubiconda dell’uomo fu attraversata da una ruga di preoccupazione «Cos’hai schiava? Sembri pallida… Faustina! Portala via e preparala!» aggiunse rivolto a qualcuno che, sapeva, essere in attesa dietro la porta della sala.

La luce del tramonto proiettava ombre dorate sugli affreschi della sala: fauni e ninfe intenti a danzare e suonare. Slada lanciò un’ultima occhiata al sole al tramonto: sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe visto il disco di Einungis virare al rosso e sparire dietro le spalle della Terra per riposare. Le mani ossute dell’anziana l’afferrarono per le spalle riscuotendola da pensieri e preghiere confuse al suo dio.

«Fai in modo che sia perfetta per la festa: non voglio figuracce» sul volto dell’uomo ogni traccia di allegria era svanita. Il corpo tarchiato e grassoccio, a stento contenuto dalla tunica color porpora, appariva irrigidito e teso. Slada notò una chiazza scura proprio sotto al mento dovuta a qualche goccia di vino caduta dal calice col quale ora l’uomo indicava la porta. Faustina la trascinò via.

«Hai bisogno di qualche frustata ragazza? Ti farebbero bene» Faustina, dalla tunica bianca con le strisce porpora a sottolineare il suo grado tra i servi di Lucius, la spinse oltre la porta «Muoviti!»

Attraversarono il peristilio dirette all’atrio, dove un paio di servi erano al lavoro per completare le decorazioni del “recinto sacro” dove sarebbe morta, poi Slada fu spinta dentro una stanza arredata con un letto e una sedia.

«Resterai qui fino alla festa, Cornelia ti porterà da mangiare e provvederà alle tue necessità, ma gli è proibito condurti fuori da qui. Poi ti darò altri ordini»

Rimasta sola Slada passò una mano sul collare che, da quando era entrata nella casa di Lucius, era diventato la sua maledizione. Un sottile anello dorato, leggerissimo e ornato da una gemma rossa. Pareva fragile, semplice da togliere. Le era stato ordinato di tenerlo. Il collare la costringeva ad una cieca obbedienza da parte di chiunque le avesse dato un ordine perché così aveva deciso Lucius. Era molto ricco e poteva permettersi molti di quei costosi gioielli.

Tutti i servi ne indossavano uno. Resistere costava dolore: il collare pareva tramutarsi in fuoco liquido che poco a poco entrava nella carne. O si obbediva o il dolore aumentava, semplice, brutale ed efficace.

Si stese sul letto. Se avesse tentato anche solo avvicinarsi alla porta sarebbe stata colta da una fitta lancinante attorno al collo finché non fosse tornata indietro. Si domandò se il resto della sua famiglia fosse ancora in vita: la fattoria dove viveva era stata attaccata da razziatori maorni, da allora non ne sapeva più nulla. I banditi li avevano sorpresi mentre erano seduti in cucina per il pasto serale. Suo padre era stato colpito per primo, tutti erano stati tramortiti. Lei si era risvegliata nella cabina di una nave, incatenata ad altre nove ragazze provenienti dalle fattorie dei dintorni. Il viaggio era durato pochi giorni, era stata trascinata insieme alle altre, spogliata e venduta ad un asta come se fosse stata vacca al mercato del bestiame. L’aveva comprata l’elfa Anomis, anche lei schiava di Lucius e sua concubina, per mille semiter. Slada comprendeva bene il maorni: la sua fattoria distava poche miglia dal confine. La cifra pagata per avere lei superava di tre volte quella battuta per altre schiave. Aveva tentato inutilmente di liberarsi dalla catena con cui l’elfa l’aveva legata e trascinata attraverso vie di Reub come un cane al guinzaglio.

«Con quei capelli biondi sembri identica a mia figlia» le aveva detto, la voce gelida e inespressiva come tutti quelli della sua razza.

A casa di Lucius le era stato imposto il collare e a quel punto la fuga era diventata impossibile. L’incantesimo incastonato nella gemma era efficacissimo. Poco dopo il suo arrivo aveva avuto modo di scoprire cos’era un banchetto.

C’era un’altra ragazza, giovane come lei, si chiamava Carmilla. Proveniva da Lleendir. La nave su cui viaggiava era stata attaccata dai pirati e lei era stata venduta come schiava. Alle altre schiave, agghindate come le ninfe dell’affresco nella sala dei banchetti, era spettato il compito di servire cibi e bevande, incluse Anomis e sua figlia Cornelia. Carmilla era vestita solo del suo collare, tenuta immobile al centro della sala da catene invisibili.
Dopo il banchetto Carmilla era stata condotta nel peristilio dove era stato predisposto un recinto di pali incrociati dipinti di rosso e blu. Alla ragazza fu ordinato di bendarsi e impugnare un bastone, poi fu fatta entrare nel recinto mentre gli ospiti cominciavano a gioire e a incitarla:«Forza! Se vinci sarai libera!» Carmilla piangeva e stringeva la rozza arma fino a sbiancarsi le nocche.

Poi fu portata la bestia. Slada non riusciva a chiamarlo cane, le era impossibile. L’animale era tenuto a forza da uno schiavo enorme con una catena spessa quanto il pugno di un uomo. Carmilla tenne testa all’animale come meglio poté, ma appena le sue braccia si stancarono di sostenere il bastone la bestia la azzannò ad una coscia e la trascinò a terra urlante, tra le grida degli invitati che incitavano l’animale. L’urlo si tramutò in un gorgoglio quando le strappò un pezzo del collo con un morso. Lei morì dopo lunghi minuti di agonia sommersa dall’entusiasmo degli ospiti cui seguirono gli applausi per Lucio che li accolse con un sorriso carico di falso imbarazzo. Slada era certa che non avrebbe mai dimenticato i loro sguardi. Tanto Lucio che i suoi ospiti avevano il medesimo scintillio negli occhi, come se un demone albergasse dietro di essi.

«Ecco il tuo cibo» la voce giovane e squillante di Cornelia la risvegliò dal suo incubo a occhi aperti. Slada la guardò: avevano la stessa taglia oltre che lo stesso colore di capelli.

(continua)

Slada e il luccichio del Male

The Shining of Evil è la traduzione di questo racconto che vede un personaggio secondario, tratto da “I Razziatori di Etsiqaar”, alle prese col suo destino.
Alcuni lettori mi avevano fatto notare che gli sfortunati contadini del prologo non si ritrovavano più (e ci credo: rapiti nel cuore della notte e venduti come schiavi!) e ci erano rimasti male.

Torneranno eh? Ma ci vorrà del tempo. Con l’occasione di un contest tra racconti dove si parlava di diritti umani ho introdotto il tema della schiavitù, fisica e psicologica… nel mio caso rinforzata dalla magia. Tuttavia servirsi di questa potente forza per i propri scopi ha un prezzo e delle regole ferree. Se pure questo prezzo viene pagato fino in fondo non si può sfuggire alle leggi della magia che sono robuste e inossidabili quanto quelle del mondo fisico.

Le leggi degli uomini, al confronto, sono mutevoli ed effimere e ciò che in una parte del mondo è un diritto inalienabile, la libertà, un paio di nazioni più a est è merce di scambio dal costo mutevole.

Tutto questo è condensato nelle 12000 battute di Sladae il luccichio del male, protagonista: la figlia di Oznak, che compare per un attimo nel capitolo iniziale del romanzo.

Diritti umani, economia e una società brutale sono i protagonisti di una storia che, in altri termini, si verifica quotidianamente anche dalle nostre parti cui si aggiunge, alla base, un sanguinario rituale di origine etrusca che ha dato il via a tutta la storia.

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La cover è stata creata a quattro mani e fatta “brillare” grazie alle sapienti mani di Fabio Leone  (https://www.facebook.com/IllustratorFabioLeone) che ringrazio di cuore.

Adra – Storia

La storia di Adra è lunga quasi 60.000 anni, da quando i Daikiniti sorsero e tramontarono “col botto” ad opera di Wu-Masau (e del dio degli elfi Lalof-Sal) circa 50.000 anni prima della fondazione di Maor.

Orbene anche 50000 sono tantini anche per un mondo fantasy. Perché se Tharamys è così popolata Adra è rimasto spopolato per tanto tempo? Spiegone (che si può saltare in scioltezza):

le esplosioni causate dalla fine di Daikin-Jadam sollevarono migliaia di km^3 di polveri ad elevata riflettività.
Le polveri rimasero sospese in aria per millenni incrementando in modo significativo l’albedo di tutto il pianeta col conseguente abbassamento delle temperature su tutta la superficie di oltre 2°C in meno di sei mesi.
I ghiacciai di tutto il pianeta si accrebbero, in particolare quelli circumpolari che si tramutarono in vere e proprie dighe planetarie al passaggio dell’acqua nei pozzi polari, la riduzione dello scambio termico tra “interno” ed “esterno” del pianeta privò la superficie di altro calore e aumentò ulteriormente il calore trattenuto all’interno del pianeta. In questa fase si sono avute temperature interne di 40°C medie ed esterne fino a 4 gradi sotto le medie stagionali. Privati di parte della loro energia i fenomeni atmosferici della superficie si fecero più miti e le precipitazioni assai ridotte, mentre all’interno violenti uragani spazzavano ogni continente  senza alcuna pietà.
Si è avuto un progressivo abbassamento del livello dei mari con conseguente ulteriore riduzione dello scambio termico. L’energia in eccesso nei sistemi meteorologici interni al pianeta trovò nei pozzi polari l’unica via di sfogo, ma le correnti calde provenienti dall’interno a contatto con le barriere ghiacciate circumpolari generarono enormi risalite di vapore che finirono per portare energia ai vortici polari: le tempeste perpetue che circondano i pozzi polari. Il ruolo di queste tempeste è fondamentale per tutto il meteo di Tharamys dato che sono il “motore” dei jetstream, le correnti a getto stratosferiche da cui dipendono tutti i fenomeni atmosferici. Rifornite con tutta l’energia che prima contribuiva a muovere le correnti oceaniche le due tempeste crebbero fino a coprire una porzione significativa di Tharamys e bombardandola letteralmente con neve e ghiaccio.

Per farla breve l’era glaciale generata da questo meccanismo (che include variazioni di salinità nei mari e bolle di calore provenienti dai pozzi polari) interessò tutto il pianeta per circa 30.000 anni.
La glaciazione innescata dall’esplosione era destinata ad interrompersi nel momento stesso in cui ebbe inizio. I ghiacci, mentre si formavano furono “inquinati” dal pulviscolo in lenta deposizione. Nel momento in cui il quantitativo di pulviscolo atmosferico (le famigerate PM10) si sono ridotte hanno lasciato passare più luce e più energia. I granelli intrappolati nel ghiaccio hanno catturato il calore e hanno innescato la fusione.
Anche aiutati in questo modo occorsero quasi 20000 anni prima che porzioni significative di Adra fossero accessibili per i colonizzatori.
Fino a 13000 anni fa le aree abitabili di Adra erano sulle coste e nella foresta di Invalis, ma agli elfi del clima è sempre importato poco: loro riescono a controllarlo con la magia, almeno a livello locale.
In pratica su tutto il pianeta la fascia abitabile era compresa tra 35°N e 35°S oltre la quale cominciava a far freddino e superati i 45°N solo le creature avvezze al freddo come i giganti dei ghiacci, le viverne lanose e i draghi bianchi (ad esempio, ma non solo) potevano sopravvivere senza particolari problemi.
Negli ultimi 4-5000 anni , col progressivo ritiro dei ghiacci, si sono avute lente migrazioni dalle zone equatoriali dirette verso nord e sud (ogni popolazione ha il suo pantheon di dei che se ne prende cura ed è restio a fargli cambiare area per più motivi). Gli effetti del cataclisma che ha spazzato via Daikin-Jadam si sono ridotti al punto da consentire nuovamente alle razze più “calde” di espandersi nuovamente.
Nei diecimila anni che hanno preceduto l’arrivo dei coloni Maorni gli Orchi hanno tentato a più riprese di creare una propria civilizzazione, ma le condizioni climatiche di superficie erano difficili anche per una razza coriacea come la loro. Tentarono a più riprese di espugnare Invalis, ma gli elfi, per quanto pusillanimi, dimostrarono di saper combattere all’occorrenza e riuscirono a salvare gli alberi su cui si erano rifugiati per preservare le loro miserabili vite. Gli orchi tentarono pure, mostrando anche coraggio, di espugnare la Casa-Di-Roccia e ottennero di conoscere i loro nemici giurati di sempre: il fiero popolo dei figli della roccia, i Nani.

Gli studiosi sono molto incerti su cosa possa essere avvenuto in questo periodo. Alcuni Unwurdig, Nani cacciati dalla Casa-di-Roccia perché considerati “indegni”, parlano di orchi resi schiavi e fuggiti poi in tempi remoti. Altri parlano di commerci tra gli orchi e i Nani prima che una guerra li rendesse i nemici giurati che sono ora. Le poche cose certe sono che gli Orchi parlano una lingua che ha molto in comune con il Lafshuakar, la lingua nanica e sono in possesso di conoscenze metallurgiche altrimenti note solo ai Nani.

Gli orchi riuscirono a sfuggire all’ira dei Nani, ma sopravvissero solo quelli che fecero ritorno nella regione di Daikin-Jadam, ora una distesa di roccia vetrificata ancora impestata di scorie radioattive, se pure molto meno pericolose di un tempo e nota col nome di “Le Brulle”. Di fronte a quella terra anche i Nani dovettero fare un passo indietro. Gli orchi invece ci si tuffarono dentro e scomparirono nelle sue profondità. Il sottosuolo delle Brulle è pieno di cavità prodotte dall’esplosione delle macchine daikinite e, radioattività a parte, è in grado di accogliere numerose città grandi come Kirezia e Maor messe insieme. Gli orchi ci si trovarono benissimo e diedero vita a Raht, la città-stato che ancora oggi governa quella regione del sottosuolo. Finalmente al sicuro e in un luogo accogliente gli Orchi si dedicarono a colonizzare quello che chiamarono Untherveld o “Mondo-di-sotto” e lasciarono la vita in superficie recandocisi solo per brevi e intense razzie. Alcune popolazioni tentarono la colonizzazione della superficie nell’area di Levot,  nella regione semidesertica a est di Malichar e nelle steppe sempreverdi, ma gli ultimi di loro furono cancellati dall’emergere della Repubblica Kireziana e dalle bellicose tribù che nel frattempo si erano insediate nella vasta piana dove nasce il Nacal-Dengar.
Spariti gli orchi, le navi di coloni provenienti da sud invece di essere predate appena mettevano piede a terra o intercettate sottocosta da bizzarre imbarcazioni di fattura orchesca, riuscirono a sbarcare i loro passeggeri sul continente e a farli sopravvivere abbastanza a lungo per costruire fortificazioni e difendersi. I primi a riuscirci furono i Maorni, ma qui termina la “preistoria” del continente di Adra e ha inizio la parte più interessante, quella più densa di eventi. Se può sembrare strano: ricordo che la fissazione per espandersi e colonizzare è una caratteristica tipica degli umani. Nani, elfi e persino gli elasson sono più stanziali. E anche le colonie umane, quando seguite da un dio, non si spostano molto se non per necessità. Il potere di un dio è tanto più grande quanto più il suo nome è sulla bocca (e quindi tra i pensieri) di tutti e concentrato in un determinato segmento spaziotemporale… una specie di “densità” religiosa. Malattie, incidenti, calamità, mostri giganti e piccini, fanno ridurre il numero di abitanti. Le migrazioni diluiscono il potere e vanno contenute, evitate o quando “inevitabili”  vengono gestite di modo che il popolo che “migra” continui ad accrescere il potere del dio cui appartiene, ma questa è un’altra storia. La parte che mi interessa è che quando c’è una migrazione tutte le divinità esistenti si contendono la fedeltà di quel popolo a suon di missionari. Lo scongelamento di Adra ha anche fatto scattare numerosi “campanelli di allarme” circa il possibile ritrovamento di un manufatto risalente all’epoca Daikinita scampato miracolosamente all’olocausto. Così preti di ogni confessione hanno seguito i popoli in migrazione e, attraverso i loro occhi e i poteri conferiti loro dalle divinità del loro credo, tenuto d’occhio la situazione. Come si scoprirà, qualcosa è sfuggito.

La fondazione di Reub, la capitale di Maor determina l’anno zero di quella che ormai viene chiamata da tutti i popoli di Adra “era comune”, abbreviata e.c.
A partire dall’anno 0 altri popoli hanno tentato a più riprese di colonizzare Adra, ma dovettero scontrarsi con altre creature che avevano occupato quella terra in precedenza. Oltre a Nani ed Elfi vi era il drago Ogofedairp, che all’epoca era molto più attivo di adesso, una colonia di viverne sulla catena meridionale della Sierra D’Argento e nidi di Beobacht sparsi capaci di inghiottire un intero villaggio se questo si trovava entro il raggio d’azione di una di quelle micidiali creature. I Maorni fondarono una repubblica, poi un’impero e poi un paio di “crolli”: quello attuale è il loro terzo impero sorto dopo due tentativi di creare una democrazia stabile. Tentativo fallito dopo ben quattro secoli di crescita sotto la repubblica: nuovo colpo di stato e nuova fondazione dell’impero. Kirezia pure ebbe fortune alterne: inizialmente era una colonia commerciale Maorni, ma dopo la prima caduta si rese indipendente e riuscì ad arginare e contenere le ondate migratorie e le invasioni provenienti dal mare grazie al suo entroterra decisamente più accogliente di quello maorni. La prima repubblica Kireziana fu una federazione di popoli diversi. La colonizzazione dell’altopiano di Etsiqaar ad opera di popoli provenienti da Thanatos, in fuga dai tagliatori di teste, avvenne più o meno in quel periodo e il drago Ogofedairp prese a benvolere quella gente capace, a sua volta, di amare la terra e onorarla come una madre.

Ricostituita la repubblica i Maorni tentarono a più riprese di riprendersi le province occidentali divenuti Kirezia e il nuovo territorio conquistato dai Meroikan, un popolo proveniente dal sud dominato da un’aristocrazia guerriera molto simile a quella che resse il Sacro Romano Impero tra il settimo e il nono secolo d.C. . Tentativi a volte riusciti, a volte falliti. Il confine attuale è frutto di millenni di scontri e di “aggiustamenti” e di nidi di Beobacht bruciati con incendi mirati. Nonostante la loro devastante potenza i Beobacht si ritirarono verso le montagne a nord fino a scontrarsi col fiero popolo dei Nani che ha trasformato la maggior parte di essi in manufatti difensivi di varia potenza.
Kirezia invece, complice anche un’origine linguistica comune, non ha mai avuto problemi nell’arginare la politica espansiva maorni. Piuttosto ha avuto seri problemi con gli orchi delle Brulle. L’invasione di Uruk il possente è stata solo l’ultima di una serie che ha avuto inizio circa cinquecento anni dopo la fondazione della capitale e che a intervalli di 4-500 anni si è ripetuta regolarmente. I motivi sono legati al ciclo vitale degli orchi: in 400 anni almeno tre generazioni si sono riprodotte e il numero di individui eccede la capacità delle caverne in cui vivono di sostenerli. In quelle occasioni grandi masse di giovani individui (età compresa tra 15 e 120 anni) si riversano lungo la piana del Nacal Dengar e spazzano via tutto quello che incontrano lungo il loro cammino, o almeno: questo è quello che è accaduto la prima volta, quando anche la capitale Kirezia fu saccheggiata. La volta successiva, avvenuta intorno all’anno 1000 ec, ebbe un esito meno cruento e la capitale, complici delle difese più efficaci, riuscì a spezzare l’assedio e a disperdere l’orda. La repubblica si ritrovò nuovamente in ginocchio. La terza ondata intorno al 1600ec attirò l’attenzione della Casa-di-Roccia e l’invasione degli orchi fu spezzata dall’intervento di un piccolo esercito Nanico. Tra il 1605 e il 2000 vennero stipulati una serie di trattati commerciali tra Nani e Kireziani, questi ultimi furono attratti dalla possibilità di valicare in breve tempo le montagne della Wiegenstein (meglio nota come Steinshau la Casa-di-Roccia) e giungere in pochi giorni nel Frisør, nei regni del Nord e persino in Maor. Ai Nani interessava poter massacrare gli Orchi, ma pure l’acciaio meteorico assai raro sulle loro montagne e il luppolo che i kireziani hanno imparato a coltivare in modo intensivo per rifornire i birrifici nanici. Dopo l’invasione del 2110 ai Nani fu chiesto, dietro pagamento, di riprogettare e realizzare le nuove cinte murarie delle principali città con l’eccezione di Lain e Crugòn che erano state rase al suolo. Purtroppo le due sfortunate città continueranno, complice una cattiva gestione delle risorse cittadine, ad essere distrutte ogni 5 secoli circa fino all’arrivo di Uruk che ne segnerà la fine definitiva. I superstiti fonderanno un’unica città che prenderà il nome di Lain-Crugòn, ma per motivi “storici” non chiederanno l’aiuto dei Nani per la costruzione delle mura fino al 3846 quando il numero di convogli diretto a Cupiàl crescerà a dismisura e farà temere l’arrivo di una nuova ondata orchesca.  Un reparto di genieri sarà presente in città quando si svolgeranno i fatti de “L’ombra Scarlatta” e le mura della città verranno finalmente sistemate alla maniera dei Nani.

L’arrivo dei maghi Malichani in Kirezia avviene in sordina. Il minuscolo regno dei principi fondato tra il 1240 e il 1250 e.c. non destò alcun interesse: troppi Beobacht da quelle parti e troppa poca terra da conquistare, troppo ghiaccio e poco di tutto il resto. La merce esportata dal minuscolo principato era composta perlopiù da gemme, minerale grezzo e formaggio stagionato. La fortuna di Malichar è che il suo “scudo” magico venne scoperto relativamente tardi, circa un secolo dopo l’arrivo di Bertrand de Malichar e dei suoi compagni. La comunità composta dagli esuli di Vasconne, che di lì a tre secoli sarebbero diventati i dodici principati popolò in breve tempo quella che divenne la val d’Ambèr. L’improvvisa scomparsa di Bertrand dalla scena fu l’unica vera crisi che rischiò di spazzar via tutto. La migrazione spopolò quasi interamente l’isola di Vasconne, al punto da ingenerare allarme nella monarchia del sub-continente meridionale, ora una delle più antiche monarchie di Adra, ma che all’epoca subì un brusco cambio di regnante. La scomparsa di Bertrand coincise tuttavia con la scoperta della barriera: l’area attorno a Lavill risultava essere inaccessibile alle creature extra-planari che tanti guai causano ad ogni utente di magia appena un poco disattento. Questa scoperta garantì l’arrivo di un gran numero di studiosi, quasi tutti maghi, per studiare il fenomeno o addirittura stabilirsi entro i confini della nascente Malichar. Fosse accaduto prima la piccola comunità non aveva nemmeno la parvenza di un esercito e sarebbe stata assoggettata nel volgere di una stagione a una delle altre potenze già presenti sul continente o, addirittura, dagli stessi Lleenici o dagli orchi.

La comparsa del culto di Dâr (o Dahr), il Dorato è di questo periodo. Si tratta di un culto sui generis: il nome in sé è la contrazione della parola Llenico-arcaica “daerp” che significa “barriera mistica” o “magica”, poi la e è finita inglobata nella a che s’è allungata in â e la p finale è caduta. Da sempre la presenza della mistica protezione, la cui estensione cresce lentamente di anno in anno, è associata a questo culto e al dio che rappresenta. I preti di Dâr tuttavia non sono sacerdoti in senso stretto: sono maghi. Acquisiscono potere come tutti gli altri utenti di magia, ma sono convinti che lo studio, la ricerca della conoscenza, il sapere acquisito con spirito critico, siano la preghiera e la glorificazione stessa di Dâr che ricompensa i suoi fedeli e tutti coloro che onorano la sua fede con lo studio attraverso l’efficacissima protezione che si estende fin oltre la città di Cupial, dentro le Brulle e tra Les Ertès, le montagne che circondano la val d’Ambèr. Nel corso dei secoli, tuttavia, preti di altri culti hanno tentato a più riprese di insediarsi tra la popolazione e offrire i loro servigi di guaritori. I primi che ci provarono finirono bruciati a furor di popolo anche grazie ai maghi locali che, memori delle persecuzioni subite in patria, li eliminarono senza troppo pensarci aizzando la popolazione contro di loro e contro i loro seguaci. Da qui la discutibile “tradizione” di mettere al rogo chiunque pratichi pubblicamente un culto differente da quello di Dâr. Come tutti gli dei tanto seguiti anche Dâr esiste e, come è facile intuire, non è ben visto dal resto della comunità “divina” di Tharamys. Dei tanti presenti in Adra è uno dei primi “autoctoni” del continente, cioè la sua essenza si è originata proprio grazie ai pensieri dei Malichani. Un altra divinità che è in divenire è Halden il guerriero, se i bardi elfici continueranno a cantarne le gesta e a far credere la popolazione così come stanno facendo da quattro secoli e rotti, ma anche questa… è un’altra storia. Malichar, potendo contare su una densità di utenti di magia dieci volte superiore rispetto a quella di qualsiasi altra nazione, a parte la lontana Dei-Talant, riuscì a debellare la presenza dei Beobacht da ogni valle in cui riuscì a far arrivare le torri dei suoi maghi e nei suoi duemila e seicento anni di storia ha conosciuto una lenta e costante crescita dovuta all’arretramento dei ghiacciai che, di anno in anno, donano nuove terre e con esse nuova vita ad uno degli stati più isolati e ricchi del continente.

I rapporti commerciali tra Kirezia e Malichar crescono velocemente se pure con l’ostacolo delle Brulle in mezzo. Nel 2350ec viene lanciata un’offensiva preventiva congiunta tra kireziani, malichani e Nani contro gli orchi delle Brulle. Migliaia di Orchi vengono massacrati e la temuta orda del 2500 si ripresenterà più tardi nel 2945, ma con un numero di orchi inferiore al previsto.
Dal 2950 ogni cinqant’anni viene lanciata una campagna di “deorchizzazione” delle Brulle, ma la campagna del 3000 non dà i risultati sperati e quelle successive portano all’eliminazione di poche centinaia di unità.
Laìn e Crugòn prosperano finalmente, ma non richiedono la costruzione di mura in pietra, preferendo investire le proprie risorse nel commercio con i Principati di Malichar.
L’orda del 3403 erutta dalle Brulle più di ventimila orchi, un migliaio dei quali adulti. Le città di cui sopra vengono obliterate e i loro abitanti divorati… almeno quelli che non erano scappati in tempo. Le altre, tutte dotate di mura Naniche, resistono alla furia, ma le campagne lungo il Nacal-Dengar sono devastate. La Casa di Roccia aveva inviato un manipolo di cento genieri alla neonata Nadear per la costruzione delle mura guidati dal Capitano Sarralga e poi invierà in fretta un corposo esercito che ridurrà a metà l’orda che si infrangerà contro le mura di Kirezia, mentre metà dei sopravvissuti tenterà di raggiungere la regione di Levot per reclutare gli orchi sopravvissuti alla colonizzazione kireziana e prendere la città di Nadear appena fondata. I Nani del battaglione Krorennert torneranno alla casa di roccia con il più alto numero di trofei mai riportato a memoria di Nano. A seguito di questa schiacciante vittoria il capitano Sarralga verrà prima nominato generale e poi diverrà l’attuale capo di stato maggiore. Tuttavia anche le sue campagne di deorchizzazione daranno risultati deludenti rispetto all’evento che lo ha reso celebre.
Piccola chiosa: il riprovevole comportamento avuto da Sarralga nei confronti del bardo elfico Alfos e dei suoi colleghi, sempre elfi, ebbe come conseguenza la “cancellazione totale” da canzoni e ballate sull’epica vittoria contro gli Orchi. Uruk il Pazzo, il guerriero alla guida dell’orda, venne rinominato Uruk il Possente e il giovane Halden divenne colui che lo uccise, mentre Flantius Miyosot, noto come Colle Ondoso, fu celebrato come l’artefice della strepitosa vittoria e colui che in una notte fece sorgere le mura. Ancora oggi nella città di Nadear sono ben visibili le statue in bronzo dedicate ai due eroi, mentre ai Nani del Krorennert e al capitano Sarralga sono dedicati un viale e una piazza cittadina. Nessuna statua, nessuna ballata, nessun altro “ricordo”.

Rispetto a Kirezia Meroikanev ha una storia più burrascosa: i primi coloni dell’area furono i Maorni, ma trovarono una micidiale “resistenza” nelle colonie di Beobacht celate nel territorio. C’era un motivo  se nemmeno gli orchi avevano mai tentato di prendersi quella terra ricca di foreste, fiumi e basse montagne. Il crollo del primo impero Maorni frammentò quello che sarebbe divenuto in il granducato in un paio di staterelli (Seravon e Avonreub) che sopravvissero per pochi decenni, prima che una nuova ondata migratoria e la caduta delle capitali ad opera di Qu, un gigantesco Beobacht con venti peduncoli, li spazzassero via quasi interamente. I superstiti, privi dell’appoggio di Maor che aveva i suoi problemi a riorganizzarsi durante il primo interregno, si unirono ai coloni, sconfissero Qu e insieme ad essi accettarono il nome di Meroikanev in onore di Meroin (la terra aldilà del mare) la patria da cui provenivano i nuovi venuti, situata a sud-ovest di Lleendir.

Per quel che riguarda i miei libri, per ora, gli eventi più importanti riguardano Malichar  i rapporti tra Impero e Granducato di Meroikanev. Il Granducato è il frutto di una intensa opera di mediazione tra meroikani e maorni. I primi sono discendenti di coloni provenienti da Meroikan (una penisola situata a sud-ovest di Lleendir, la propaggine più settentrionale di Ron-Menûr (il continente meridionale… oh, finalmente gli ho dato un nome!). La scelta del titolo “Granduca” è riguarda l’organizzazione militare-amministrativa di Meroikan, la madre-patria. Il capo di stato non può chiamarsi “Re”, quel titolo spetta al re. L’amministratore di una grande area, dove possono trovare posto marche di confine e contee abbastanza grandi da accogliere più baronie e talvolta anche feudi più piccoli, diviene un Duca e se il territorio consente la creazione di più ducati questo diventa Granduca e non più oltre. Il suffisso -ev significa “figlio” e quindi il senso del nome è molto chiaro. Meroikanev e Maor si sono fatti guerra per secoli, nel tentativo di prevalere l’uno sull’altro, ma interferenze divini soprattutto hanno sempre limitato la portata della distruzione: nessun dio è disposto a vedere il proprio potere ridotto per cause futili.

L’attuale Granduca: Stephanos I di Meroikanev è divenuto genero di sua Augusta Imperiale Grazia Neor II al fine di sugellare la pace tra i due stati. Trattative che procedono con estrema lentezza da secoli, da quando un colpo di stato provocò il crollo della fragile repubblica di Meroinia alcuni secoli prima. Il governo fantoccio installato al posto di quello legittimo era guidato da Maor e la creazione del granducato fu un tentativo di portare lentamente tutta l’area sotto la sfera di influenza maorni. La fiera resistenza dei meroikani tuttavia ha portato dapprima una guerra civile tra fazioni avverse durata alcuni anni e interrotta dall’arrivo sulla scena di Beria Tenzus-Reynek. Per chi vuol conoscere la genesi del nome… i meroikani hanno una lingua derivata dall’ungherese, poi occorre anagrammare un pochino. Beria e i suoi seguaci, con una serie di attacchi personali mirati, elimina uno dei capi delle fazioni legate a Maor e alcuni dei suoi seguaci ottenendo così l’attenzione degli altri. Si dice che abbia piegato la volontà con la magia, ma il succo fu che nessuno degli altri ci stava a farsi ammazzare, magari nel proprio letto. Beria passò alla storia come Beria il negromante, sebbene di magia non se ne intendesse molto, ma era abilissimo nel reperire informazioni e sfruttarle per eliminare un rivale. La struttura granducale instaurata da Maor, tuttavia, fu utile a Beria per mantenere il potere appena conquistato e invece di restaurare la repubblica decise di tenerselo: “Il potere logora chi non ce l’ha” è una delle frasi che ha pronunciato finché era in vita… e di sicuro non è stato l’unico politico a pronunciarla, nel corso della storia.
Dati i rapporti precari con l’impero, flottiglie di schiavisti hanno, con cadenza stagionale, razziato le coste meroikane portandosi via direttamente dalle loro case migliaia di persone nel corso dei decenni. Beria ha avuto numerosi figli e questo gli ha garantito una nutrita discendenza con cui tramandare il granducato e difenderlo.

A cambiare un poco le carte in tavola è proprio Stephanos, che in giovane età si era distinto per essersi opposto al padre Erim e per una serie di azioni di rappresaglia contro le coste maorni. Azioni che, inizialmente erano indirizzate alla raccolta di schiavi al pari dei razziatori maorni. L’incontro con Adriana di Maor mutò in modo drastico queste operazioni. Adriana, secondogenita di Neor II, era ed è molto contraria all’impiego di schiavi. Durante un assalto da parte di Stephanos alla città costiera di Epinolas la ragazza fu presa dal giovane rampollo meroikano che rimase colpito, in tutti i sensi, dall’energia di lei e dal modo in cui difendeva la libertà degli individui. Anche se molto giovane, all’epoca non aveva più di diciassette anni, Adriana aveva le idee molto chiare circa il modo di porre fine alla tratta degli schiavi e al modo in cui si poteva sviluppare un’economia capace di sostenere una popolazione senza dover ricorrere all’uso degli schiavi.
Neanche Adriana, tuttavia, rimase immune dal fascino del giovane e nerboruto meroikano, che oltretutto detestava la schiavitù e la imponeva solo per questioni di vendetta. Le razzie successive non furono più mirate a portare schiavi a Meroikanev, ma a liberarli e innescando moti di ribellione in tutta maor. Consapevole del rischio Neor prese la via della mediazione e dopo una fortunata missione diplomatica acconsentì alle nozze tra i due giovani in cambio di una cessazione delle razzie d’ambo le parti.
Poco dopo Stephanos divenne granduca, causa una malattia fulminante del genitore e ratificò la pace con Maor. Anche se ufficialmente da più di vent’anni nessuna nave maorni colpisce più le coste meroikane, di tanto in tanto una nave di razziatori tenta di assaltare i villaggi e le fattorie lungo la costa. La marina meroikana non è famosa per l’efficienza con cui  pattuglia le coste e il risultato è che Stephanos si ritrova improvvisamente con qualche decina di sudditi in meno e un’area più o meno vasta da ripopolare. Sua grazia Adriana, la granduchessa, ha mal digerito il fatto di non poter più assaltare i fori maorni dove ogni giorno decine di persone perdono la propria libertà e vengono vendute per gli scopi più vari (e abietti).
Segretamente (ma neanche troppo, visto che suo marito la appoggia) ha dato vita ad una gilda di ladri sui generis: rubano schiavi. L’attività della gilda procede indisturbata da oltre otto anni, nonostante la pressione dell’aristocrazia meroikana su Stephanos e i suoi più stretti collaboratori affinché venga estirpata questa minaccia all’economia nazionale.

Il commercio di schiavi è  ancora molto praticato in Meroikanev, specie dopo la fine di questo commercio nella vicina Kirezia: l’Anello di Ferro, dopo il varo dell’emendamento Musìn, ha trasferito in toto la sua attività nella città di Kaj Subdni al confine tra i due stati e ha dato nuova linfa vitale ad alcune delle famiglie avverse all’attuale casata regnante. La presenza dei “Ladri di schiavi”, che si fanno chiamare “Fiamme di Meroikanev”, è una tremenda spina nel fianco per ogni schiavista meroikano che vive col terrore che, prima o poi, i suoi profitti vadano in fumo e con essi la propria vita.

Di fatto vi è una contro-corrente migratoria che vede ogni giorno decine di aspiranti ex-schiavi fuggire da Maor, attraversare segretamente Meroikanev e giungere in Kirezia dove la schiavitù è abolita. Eron II sta tentando di arginare il fenomeno e, attraverso i buoni uffici di sua figlia Adriana, spera di poter convincere il genero ad agire in modo deciso contro questi criminali. Quello che non sa è che il capo dell’organizzazione è proprio Adriana la quale sta tentando di insediare un “focolaio” nella stessa Reub, la capitale di Maor. Il seguito… è oggetto del sesto e (per ora) ultimo libro delle Cronache di Tharamys, per cui non posso spoilerarne più di tanto il contenuto.

Malichar, Kirezia, Meroikanev e Maor sono tutti regni popolati in massima parte da umani. Vi sono poi Invalis (elfi) e Steinshua (Nani) che invece hanno vissuto le vicende del continente in modo del tutto differente. I primi, che hanno un collegamento magico permanente con la madrepatria su Airumel, il continente orientale, praticamente non si sono nemmeno accorti dell’era glaciale provocata dall’esplosione di Daikin-Jadam anche se quest’ultima esplosione, come ben sappiamo, ne ha ridotto notevolmente la presenza sul continente. I secondi  invece sono rimasti dapprima infastiditi dal rumore provocato e poi piacevolmente divertiti dall’arrivo degli orchi, ma ne parlerò in un altro articolo.