I 5 giorni del Torto

Che succede? A partire dal 10 luglio il Torto, il primo libro da me pubblicato, sarà liberamente scaricabile. Fin qui nulla di straordinario. Un giveaway come tanti.
Al torto è legato, a doppio filo, il destino di mia figlia Noemi. Devo portarla a Innsbruck per farla visitare da un esperto neuropsichiatra infantile e, manco a dirlo, ogni euro che riuscirò a guadagnare sarà d’aiuto.
Questo non è un giveaway come gli altri.

Cosa si fa di bello dal 10 al 15?
Facile: scaricate il libro da Amazon (o mi mandate un messaggio privato tramite la sezione “contatti” del sito specificando nell’oggetto “Il Torto“) e vi invierò la copia “pulita” del libro in formato PDF.
Recensite il libro su Amazon, inviatemi la foto della recensione via email o via messenger e vi invierò un piccolo grande dono. Una “edizione speciale” unica e resa preziosa tanto dal gesto quanto dalla gratitudine che avrò per chiunque tra voi che spenderà il proprio tempo per recensire il libro. Non chiedo “Solo recensioni a 5 stelle”, vanno benissimo anche quelle a “1 stella sola” se motivate da una spiegazione convincente. Le critiche costruttive mi fanno un gran bene ed è grazie a esse che riesco a migliorare di libro in libro.

Tra tutti coloro che avranno inviato la foto della recensione estrarrò una copia elettronica de “I Razziatori di Etsiqaar”, sempre con dedica.

Tra tutte le recensioni ricevute tra il 10 e il 15 (fa fede la data del server di posta elettronica) selezionerò, a insindacabile giudizio di Laura e Manuel (i fratellini di Noemi), quella più emozionante che finirà sulla bacheca della pagina “Le cronache di Tharamys” e sulla homepage di questo sito per un mese.

È un modo per tirare su le recensioni e quindi incrementare le vendite… e giocoforza aiutare Noemi, soprattutto nel lungo periodo. Le cure costano e i libri possono dare una mano, dato che a venderli e a spedirli ci pensa Amazon e io, nel frattempo, posso fare altro.

Chi ha voglia di aiutarci?

Annunci

Emeth

Titolo: Emeth
Genere: Thriller, Urban Fantasy
Autore: Aurora Stella
Editing: Carpe Liber
Pagine: 132

Questa è una storia diversa da quelle cui l’autrice ci ha abituati. Stavolta niente romani evoluti, enclavi sotterranee o orrori cosmici, niente gatti sornioni che tentano di accoppiare umani o romantiche fughe attraverso tutto il west. Stavolta abbiamo a che fare con tre assassini e una ragazza che scoprirà di doverli fermare a ogni costo, prima che possano colpire ancora.

Emeth di [Stella, Aurora]Suoi alleati in questa missione disperata sono un convento di suorine, un libraio e un gatto nero. Come armi una sola parola: Emeth. Basteranno? Non volevo crederci e infatti l’autrice non mi ha deluso.

Lo stile è asciutto, essenziale e mirato a evocare nel lettore emozioni e sensazioni attraverso l’uso di frasi brevi e dialoghi caratterizzati in modo preciso. L’uso della scrittura è condensato: ogni parola è messa là per uno scopo e, alla faccia della brevità, richiede attenzione per essere letto. Solo che ci si accorge di questo aspetto a lettura conclusa: una buona scusa per rileggere il libro e scoprire dettagli che erano sfuggiti alla prima, avida, lettura.

La trama è duplice, divisa tra un passato che travolge in senso quasi letterale la protagonista e che racconta sempre lo stesso evento. E tuttavia non sarà mai lo stesso racconto: ogni “flashback” è differente e aggiunge nuovi dettagli senza mai ripetersi pur giungendo sempre alla medesima conclusione. Nel presente l’altra metà della trama condrrà il lettore alla Verità (da cui il titolo) e alla risoluzione del conflitto il quale, man mano che il passato viene svelato, diviene via via più ampio fino a raggiungere la portata del classico scontro cosmico tra bene e male. Un classico della letteratura di ogni genere reso in modo originale e avvincente dalla penna di Aurora Stella.

La storia è ambientata a Roma, si scopre una città molto diversa da quella delle cartoline. L’autrice la conosce bene e l’ha usata come sfondo per le vicissitudini di Renée, la protagonista. Chi conosce la città non troverà nulla di strano nell’anonima periferia fatta di prati incolti, palazzi grigi e traffico soffocante, ma chi l’ha conosciuta attraverso le cartoline e i documentari di Alberto Angela potrebbe chiedersi “E i monumenti?”. La risposta viene dall’autrice stessa, menrte racconta la sua periferia che potrebbe essere quella di qualsiasi altra grande città: Milano, Napoli, Buenos Aires o Mosca. Sicuramente i monumenti sono essenziali per la vita della città, ma proprio per questo risultano… invisibili.

Una lettura che non mancherà di regalarvi qualche ora di sano divertimento e molte emozioni.
https://amzn.to/2KMz0ow

L’armonia dell’imperfetto.

cover - armonia dell'imperfetto

È la prima volta che pubblico una recensione sul mio blog.

Cos’è l’armonia dell’imperfetto? Un romanzo appartenente ad un genere particolare che non nominerò subito onde evitare di spaventare i non addetti ai lavori.

Jules Verne: chi era costui? Uno scrittore prima e un politico poi. Della sua carriera politica poco ci importa, ma dello scrittore credo che tutti abbiamo avuto a che fare con Le 20000 leghe sotto i mari, dalla Terra alla Luna, Robur il signore dell’aria, l’isola misteriosa (del capitano Nemo), il viaggio al centro della terra… cioè magari non vi siete avvelenati con TUTTI i romanzi scritti da questo gentiluomo francese (uno dei suoi due unici difetti, l’altro è stato quello di respingere la proposta di Emilio Salgari…) come ho fatto io ma ne avrete certo sentito parlare.
Mi soffermo un momento su uno dei titoli: “20000 leghe sotto i mari”, storia di un sottomarino (non un sommergibile, ma proprio una nave che viaggia abitualmente sott’acqua) che terrorizza i mari di tutto il pianeta e degli uomini che a bordo del medesimo hanno ammirato cose che ai comuni mortali dell’epoca erano precluse. Perché? Perche ai tempi di Verne una nave sottomarina era pura fantascienza… se pure fosse esistita. Invece il buon Verne, calcoli alla mano, ha progettato il Nautilus fin nei minimi dettagli… coi limiti di uno scrittore, sia chiaro, ma in linea teorica il Nautilus di Verne avrebbe potuto funzionare anche con la tecnologia esistente nel 1870.
C’è da dire che di navi SOMMERGIBILI si parlava già da un paio di secoli, ma appunto tra sommergibile e sottomarino c’è una bella differenza. Il sommergibile viaggia in superficie tutto il tempo come una nave e si immerge poco solo quando deve attaccare, così da avere il vantaggio della sorpresa. Il sottomarino invece sta tutto il tempo sott’acqua. La differenza è importantissima.

La tecnologia dell’epoca infatti aveva prodotto una quantità di sommergibili più o meno rimasti… sommersi, ma di navi sottomarine neanche una. Si dovrà attendere il 1888 e il sommergibile Holland, alimentato da batterie e spinto da motori elettrici prima di cominciare a parlare di sottomarini.

Verne fa di più: il suo sottomarino ha uno scafo doppio, come quelli moderni, camere di equilibrio, una fonte di energia basata su batterie sodio-mercurio rifornite di sodio grazie al sale prelevato dall’acqua di mare (metodo superato solo dai sottomarini nucleari). Motori elettrici potentissimi capaci di spingere quella meraviglia a 50 nodi (contro i 10 dell’Holland) in emersione. Era un vero mostro. Non era armato di siluri, ma di un rostro con cui fendeva acqua, ghiaccio e navi in ugual misura (e vorrei vedere: un bestio da 1500 tonnellate di dislocamento, con rostro e scafo d’acciaio che ti entra a 50 nodi nella chiglia di legno di un veliero… ) e poi poteva dispensare potenti scariche elettriche a chiunque osasse intrappolare il suo scafo, come ha ben compreso un certo calamaro gigante.

Ecco dunque il genere cui appartiene anche l’armonia dell’imperfetto, un genere che all’epoca di Verne non aveva un nome preciso e che oggi, complici alcuni talentuosi scrittori come Tim Powers, William Gibson e Bruce Sterling, si chiama SteamPunk. Il nome richiama il Cyberpunk, genere che si è affermato a metà degli anni 80 con il romanzo Neuromancer (dello stesso Gibson) e può essere riassunto con “Come sarebbe stato il passato se il futuro fosse accaduto prima”. Nei romanzi di Verne abbiamo spesso innovazioni del genere: il sottomarino con quasi un secolo di anticipo e il razzo saturno V (Dalla Terra alla Luna) con tanto di calcoli precisi al metro per la rotta di andata e ritorno… ma realizzati con tecnologie di epoca vittoriana, epoca dove il vapore è il vettore energetico principale, l’energia elettrica la scintilla dell’innovazione e qualsiasi compito poteva essere svolto da una macchina; dove per macchina si intende un oggetto pieno di ruote, bielle e ingranaggi azionate da un motore a vapore o, se si vuole spingere sul pedale della fantascienza, dall’elettricità.
Niente display digitali: solo analogici. Niente computer, solo macchine “alle differenze” stile Babbage… questo se si vuole gironzolare tra il 1850 e il 1914, poi con lo scoppio della Grande Guerra cambierà tutto. Lo steampunk ha tra le sue tematiche anche un inguaribile ottimismo verso la scienza e l’innovazione quali metodi di innalzamento della qualità della vita. Sebbene Verne avesse preconizzato, nella sua “Parigi del XX Secolo”, un futuro a tinte fosche non lontano da quello attuale.

Il libro realizzato da Alastor Maverick e L.A. Mely (gli SteamBros del titolo, nella realtà sono “Fratelli di Penna”) e pubblicato ad opera di Dark Zone si va ad incastonare alla perfezione in questa particolarissima corrente letteraria, dove anticipazioni del futuro e detective story degne di un Conan Doyle in gran forma, si mescolano per dare vita ad una Londra assolutamente credibile, cupa, nebbiosa e umida dove si capisce perché c’è nata la parola smog: connubio di Smoke e Fog (fumo e nebbia) e dove un incredibile quanto azzeccato sidecar a vapore scarrozza i due protagonisti da un capo all’altro della provincia Londinese in cerca di indizi per risolvere una serie di delitti apparentemente scollegati tra di loro ed etichettati, in modo frettoloso e poco professionale dalla polizia, come suicidi.

I personaggi principali: Nicholas e Melinda Hoyt sono credibili, ben raccontati e si empatizza facilmente con le loro vicende. L’ambientazione è curata e dettagliata senza mai scivolare nell’infodump, quel fastidioso eccesso di informazioni che nasconde la storia e stronca il ritmo della narrazione, per cui si segue con piacere lo sviluppo delle indagini dall’inizio fino all’immancabile e ben congegnato finale con tanto di colpo di scena.

I comprimari hanno una caratterizzazione parziale, che sottolinea ed enfatizza gli aspetti del carattere dei due protagonisti, così da risultare coerenti e, talvolta, piacevolmente prevedibili nelle loro reazioni e, al tempo stesso, non rallentano il ritmo della narrazione.

Forse il personaggio del Capitano Morris è reso come una macchietta un po’ petulante e superficiale, ma a me che ho sempre immaginato l’ispettore Lestrade (personaggio delle storie di Sherlock Holmes con il medesimo ruolo) come un (pardon) perfetto imbecille ha solo dato l’impressione di trovarmi in un luogo confortevole, come a casa. La sostanziale differenza tra Lestrade e Morris è che il primo era uno “sbirro”, un normale poliziotto alle prese con l’archetipo del detective e costretto, suo malgrado, ad una serie di figure barbine non dovute alla sua incapacità, ma al fatto di avere davanti un genio; il secondo è invece… be’… avete capito. Sospetto che dietro il personaggio di Morris si nasconda qualcuno che abbia, come dire, ispirato gli autori più o meno consciamente.

Nell’aspetto esteriore il libro si presenta molto bene: una copertina graficamente curata, costellata di ingranaggi, vapore e arricchita dall’immancabile cappello con occhiali, in qualche modo simbolo dello Steampunk e che sottolinea senza tema di smentita a quale genere appartiene il libro che si ha tra le mani. Unica pecca, ma assolutamente perdonabile, il materiale della copertina che ricorda più quello di un fumetto piuttosto che un libro. Da trattare con cura perché tende ad arricciarsi con l’umidità e a sgualcirsi se viene tenuto in borsa troppo a lungo.

La trama? Eccola: alcuni omicidi travestiti da suicidi sconvolgono, neanche troppo a dire il vero, il frenetico tran tran della Londra vittoriana. Una ben collaudata coppia di detective, i fratelli Nicholas e Melinda Hoyt, viene chiamata ad investigare sulla morte drammatica e apparentemente inspiegabile, di un gentiluomo di campagna. Il lettore è coinvolto, insieme ai due fratelli, nell’esaminare ogni indizio e scoprire la verità che un consumato e avido lettore come il sottoscritto non tarderà a desumere anche prima del finale, ma… scoprire l’assassino non è che una tessera di un mosaico più ampio e complesso. Dunque rimangono questioni irrisolte? No! E non mi va di rivelare il finale prima che abbiate fatto funzionare le vostre celluline grige anche voi. Ogni domanda che il lettore si troverà davanti troverà una sua risposta. Ogni risposta oltre ad andare ad incastrarsi tra le altre come in un perfetto meccanismo ad orologeria porrà nel lettore, se è curioso anche solo la metà di quanto lo sono i protagonisti, nuove domande tali da fargli chiedere a gran voce: quand’è che rivedremo i gli Hoyt in azione?

Nell’attesa di una nuova avventura tra invenzioni geniali e misteri da svelare appoggio il volumetto tra quelli di Bruce Sterling e Tim Powers, pregustando una sua rilettura in cerca di ulteriori indizi circa il futuro.