Slada e il luccichio del male (2a parte)

(segue)

Gli occhi blu e privi di sclera della giovane schiava elfa si posarono su di lei che sostenne lo sguardo della ragazza «Minestra di fave, pane bianco e un bicchiere di vino, per te»

«Mangialo tu» le ordinò. Sperò che se avesse saltato tutti i pasti sarebbe morta prima di essere la prossima vittima.

«Non posso, ho l’ordine di non obbedire ad alcuna delle tue richieste, ma posso ordinarti di mangiare» le rispose la ragazza, preoccupata.

«Lo sapevi! Tu lo sapevi che avrebbero scelto me per quella… cosa orribile!» urlò di scatto, furiosa e impotente. Non poteva ucciderla, ne uccidere sé stessa: il collare l’avrebbe fermata.

Cornelia si sedette accanto a lei, la veste bianca chiusa da una spilla dorata frusciò appena «Mia madre ti ha scelta al mercato proprio per questo motivo. Altrimenti sarei stata io l’attrazione finale del prossimo banchetto… maledetto porco»

«Lui ti… insomma ha preso anche te?» Slada si rabbonì un poco: Cornelia era sempre stata schiava fin dalla nascita.

«La notte più tranquilla che ho trascorso con lui è stata quando mi ha incatenata alla testata del letto e mi ha usata come cuscino» col viso imporporato sputò per terra «Avevo dieci anni» la voce ridotta ad un sibilo tagliente.

Slada chiuse gli occhi e comprese la rabbia inespressa di Cornelia, anche lei aveva subito le voglie di Lucius.

«Credimi: certe volte vorrei che mia madre fallisse nel suo continuo cercare una mia sosia e mi lasciasse morire. Un morso alla gola e via, libera!».

Rimasta sola non poté fare altro che mangiare come le era stato ordinato. Cornelia aveva detto una cosa sensata.

Quella sera Slada fu obbligata ad assistere all’arrivo degli invitati. Riconobbe molti volti di quelli presenti al banchetto precedente. La porta della sua stanza era stata lasciata aperta e le era stato ordinato di rimanere sulla soglia a lasciarsi guardare.

Vide passare tuniche blu e verdi, qualcuna color porpora come Lucius, ma tutti avevano quel luccichio nello sguardo, quella scintilla che a Slada ricordava il momento in cui era morta Carmilla.

Presto la morte avrebbe cancellato la sua sofferenza. Qualcuno di loro pareva avere un aspetto più umano ma, appena gli sguardi incrociavano i suoi occhi, si tramutava in una bestia che suscitava in lei il ribrezzo più profondo.

La vecchia Faustina, imbellettata per l’occasione, venne a prenderla e la condusse nella sala dei banchetti. L’affaccio sul peristilio della sala le mostrò il recinto allestito per l’occasione. Il cuore perse un battito.

«Sorridi agli ospiti» le ordinò dopo averla lasciata al centro della sala. Con una mano sganciò la spilla di bronzo che teneva ferma la corta tunica della ragazza «e togliti quelle mani di dosso» sibilò prima di allontanarsi lasciandola esposta e indifesa di fronte agli sguardi che poco prima l’avevano disgustata.

Rimase in piedi al centro della sala mentre i commenti degli invitati passavano tra un “Lucius, ti sei divertito con la ragazzina eh?” a “questi polli ripieni di quaglie sono favolosi… Lucius, dentro le quaglie hai fatto mettere le uova, geniale!”.

Il ricordo di Lucius dentro di lei, solo la notte precedente, ancora le bruciava. I segni della violenza, ben visibili, aumentavano la vergogna per il suo pudore violato. Lui le aveva ordinato di opporre resistenza mentre due schiavi la tenevano ferma, per divertirsi di più.

Aveva pianto così a lungo che pensò di aver finito le lacrime.

La cena ebbe termine e fu trascinata verso il recinto da Lucio stesso. Trasalì nell’udire il ringhio della bestia, ma di fronte alle zanne nude dell’animale si sentì rincuorata come di fronte a delle care amiche.

Tolse la benda dalle mani di Lucio e se la indossò senza esitare, ma afferrò il bastone solo perché gli fu ordinato. Basta umiliazioni, basta sofferenze: un istante di dolore e poi più nulla.

Si rivolse verso la fonte del ringhio a braccia spalancate e offrì il collo all’animale.

«Vieni bello!» lo incitò.

L’animale sfuggì al controllo dello schiavo e balzò verso di lei con un latrato bestiale. Slada sentì le zampe dell’animale che atterravano sulle sue spalle, laceravano la pelle e la scagliavano a terra. L’urto le investì la schiena con una tempesta di dolore seguita da una massa calda e umida sulla trachea e una fitta lancinante e acuta al collo, dove sentì del liquido caldo colare via. La benda le fu strappata dal contraccolpo mentre i presenti esplodevano in un “No!” di disappunto. Non si era difesa, era già finito lo spettacolo. Nonostante tutto si sentì libera, come se un enorme peso le fosse stato tolto dalle spalle. Aprì gli occhi.

La belva serrava tra le fauci il collare.

La speranza scacciò per un istante la paura per la morte imminente.

«Tieni il collare e uccidi Lucius» Slada faticò a riconoscere la propria voce sibilare all’unisono col lucchichio del collare, ora ridotto ad un rottame, ma forse ancora funzionante. La gemma su di esso brillò per l’ultima volta di quello scintillio familiare e disgustoso che aveva già visto negli occhi dell’uomo che la teneva schiava e degli altri invitati. Con uno scatto formidabile il cane si scagliò oltre il recinto, diretto contro il suo nuovo bersaglio. L’elfa Anomis urlò di sorpresa e si scansò mentre Lucius veniva travolto e sbattuto a terra dalla mole del cane; altre urla, stavolta di terrore, si sollevarono assieme al rumore di piedi che corrono, nessuno levò una mano per soccorrere Lucius che potè solo gorgogliare un rantolo spaventoso mentre la belva affondava le zanne nel ventre flaccido dell’uomo. La belva riuscì ad uccidere altri sei invitati prima che qualcuno si ricordasse di ordinare allo schiavo di fermarla.

Nella confusione Slada, ferita e confusa, si allontanò prima carponi e poi in piedi, sempre più veloce, recuperò la sua veste dalla sala dei banchetti e la indossò incurante del sangue che ancora colava lento dalle ferite al collo e alle spalle.

Niente più collare. Morto Lucius, era libera!

Faustina si parò davanti a lei:«L’hai ucciso tu, piccola serpe!»

«Stai zitta!» strillò con tutto il fiato che aveva in corpo. La donna obbedì, ma lo sguardo era carico di odio «Torna di là e togli il collare agli altri schiavi, te lo ordino e se qualcuno vuol toglierlo a te… » avrebbe voluto dire “opponi resistenza”, ma ci ripensò «lo permetterai solo quando sarai l’ultima a togliertelo»

Sbigottita la vecchia disse «no» e poi, di fronte al sorriso soddisfatto di Slada, dovette piegarsi al dolore che diventava sempre più forte.

Annuì e senza più voltarsi indietro la lasciò sola.

E libera.

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Slada e il luccichio del Male

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Questo racconto nasce per un concorso a tema “Diritti Umani”, anche se non ha vinto è piaciuto molto ed ha avuto un bel testa a testa col vincitore che, indubbiamente, aveva una marcia in più. Per un po’ l’ho tenuto su Wattpad, ma da quando la piattaforma ha obbligato anche i lettori casuali a registrarsi (riducendo al lumicino gli accessi con conseguente crollo della visibilità) ho deciso di toglierlo e metterlo sul mio blog dove se pure non c’è la possibilità di essere letto da millemila lettori (ma non ci sono lettori su Wattpad) non c’è pure nessuno che rompe gli attributi al prossimo con richieste di dati personali. Sì, ci sono i cookie di navigazione, ma la loro presenza è discreta: non disturbano e non impediscono la lettura.  Spero di cuore che vi piaccia.

«Il prossimo banchetto sarà in tuo onore» Lucius, sdraiato sul triclinio pareva annoiato come se stesse parlando del tempo.

Slada sentì ondeggiare il pavimento sotto di lei e le sembrò che tessere del mosaico volessero penetrarle nella carne, aveva appena udito la sua condanna a una morte orribile e dolorosa.

La faccia rubiconda dell’uomo fu attraversata da una ruga di preoccupazione «Cos’hai schiava? Sembri pallida… Faustina! Portala via e preparala!» aggiunse rivolto a qualcuno che, sapeva, essere in attesa dietro la porta della sala.

La luce del tramonto proiettava ombre dorate sugli affreschi della sala: fauni e ninfe intenti a danzare e suonare. Slada lanciò un’ultima occhiata al sole al tramonto: sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe visto il disco di Einungis virare al rosso e sparire dietro le spalle della Terra per riposare. Le mani ossute dell’anziana l’afferrarono per le spalle riscuotendola da pensieri e preghiere confuse al suo dio.

«Fai in modo che sia perfetta per la festa: non voglio figuracce» sul volto dell’uomo ogni traccia di allegria era svanita. Il corpo tarchiato e grassoccio, a stento contenuto dalla tunica color porpora, appariva irrigidito e teso. Slada notò una chiazza scura proprio sotto al mento dovuta a qualche goccia di vino caduta dal calice col quale ora l’uomo indicava la porta. Faustina la trascinò via.

«Hai bisogno di qualche frustata ragazza? Ti farebbero bene» Faustina, dalla tunica bianca con le strisce porpora a sottolineare il suo grado tra i servi di Lucius, la spinse oltre la porta «Muoviti!»

Attraversarono il peristilio dirette all’atrio, dove un paio di servi erano al lavoro per completare le decorazioni del “recinto sacro” dove sarebbe morta, poi Slada fu spinta dentro una stanza arredata con un letto e una sedia.

«Resterai qui fino alla festa, Cornelia ti porterà da mangiare e provvederà alle tue necessità, ma gli è proibito condurti fuori da qui. Poi ti darò altri ordini»

Rimasta sola Slada passò una mano sul collare che, da quando era entrata nella casa di Lucius, era diventato la sua maledizione. Un sottile anello dorato, leggerissimo e ornato da una gemma rossa. Pareva fragile, semplice da togliere. Le era stato ordinato di tenerlo. Il collare la costringeva ad una cieca obbedienza da parte di chiunque le avesse dato un ordine perché così aveva deciso Lucius. Era molto ricco e poteva permettersi molti di quei costosi gioielli.

Tutti i servi ne indossavano uno. Resistere costava dolore: il collare pareva tramutarsi in fuoco liquido che poco a poco entrava nella carne. O si obbediva o il dolore aumentava, semplice, brutale ed efficace.

Si stese sul letto. Se avesse tentato anche solo avvicinarsi alla porta sarebbe stata colta da una fitta lancinante attorno al collo finché non fosse tornata indietro. Si domandò se il resto della sua famiglia fosse ancora in vita: la fattoria dove viveva era stata attaccata da razziatori maorni, da allora non ne sapeva più nulla. I banditi li avevano sorpresi mentre erano seduti in cucina per il pasto serale. Suo padre era stato colpito per primo, tutti erano stati tramortiti. Lei si era risvegliata nella cabina di una nave, incatenata ad altre nove ragazze provenienti dalle fattorie dei dintorni. Il viaggio era durato pochi giorni, era stata trascinata insieme alle altre, spogliata e venduta ad un asta come se fosse stata vacca al mercato del bestiame. L’aveva comprata l’elfa Anomis, anche lei schiava di Lucius e sua concubina, per mille semiter. Slada comprendeva bene il maorni: la sua fattoria distava poche miglia dal confine. La cifra pagata per avere lei superava di tre volte quella battuta per altre schiave. Aveva tentato inutilmente di liberarsi dalla catena con cui l’elfa l’aveva legata e trascinata attraverso vie di Reub come un cane al guinzaglio.

«Con quei capelli biondi sembri identica a mia figlia» le aveva detto, la voce gelida e inespressiva come tutti quelli della sua razza.

A casa di Lucius le era stato imposto il collare e a quel punto la fuga era diventata impossibile. L’incantesimo incastonato nella gemma era efficacissimo. Poco dopo il suo arrivo aveva avuto modo di scoprire cos’era un banchetto.

C’era un’altra ragazza, giovane come lei, si chiamava Carmilla. Proveniva da Lleendir. La nave su cui viaggiava era stata attaccata dai pirati e lei era stata venduta come schiava. Alle altre schiave, agghindate come le ninfe dell’affresco nella sala dei banchetti, era spettato il compito di servire cibi e bevande, incluse Anomis e sua figlia Cornelia. Carmilla era vestita solo del suo collare, tenuta immobile al centro della sala da catene invisibili.
Dopo il banchetto Carmilla era stata condotta nel peristilio dove era stato predisposto un recinto di pali incrociati dipinti di rosso e blu. Alla ragazza fu ordinato di bendarsi e impugnare un bastone, poi fu fatta entrare nel recinto mentre gli ospiti cominciavano a gioire e a incitarla:«Forza! Se vinci sarai libera!» Carmilla piangeva e stringeva la rozza arma fino a sbiancarsi le nocche.

Poi fu portata la bestia. Slada non riusciva a chiamarlo cane, le era impossibile. L’animale era tenuto a forza da uno schiavo enorme con una catena spessa quanto il pugno di un uomo. Carmilla tenne testa all’animale come meglio poté, ma appena le sue braccia si stancarono di sostenere il bastone la bestia la azzannò ad una coscia e la trascinò a terra urlante, tra le grida degli invitati che incitavano l’animale. L’urlo si tramutò in un gorgoglio quando le strappò un pezzo del collo con un morso. Lei morì dopo lunghi minuti di agonia sommersa dall’entusiasmo degli ospiti cui seguirono gli applausi per Lucio che li accolse con un sorriso carico di falso imbarazzo. Slada era certa che non avrebbe mai dimenticato i loro sguardi. Tanto Lucio che i suoi ospiti avevano il medesimo scintillio negli occhi, come se un demone albergasse dietro di essi.

«Ecco il tuo cibo» la voce giovane e squillante di Cornelia la risvegliò dal suo incubo a occhi aperti. Slada la guardò: avevano la stessa taglia oltre che lo stesso colore di capelli.

(continua)

Slada e il luccichio del Male

The Shining of Evil è la traduzione di questo racconto che vede un personaggio secondario, tratto da “I Razziatori di Etsiqaar”, alle prese col suo destino.
Alcuni lettori mi avevano fatto notare che gli sfortunati contadini del prologo non si ritrovavano più (e ci credo: rapiti nel cuore della notte e venduti come schiavi!) e ci erano rimasti male.

Torneranno eh? Ma ci vorrà del tempo. Con l’occasione di un contest tra racconti dove si parlava di diritti umani ho introdotto il tema della schiavitù, fisica e psicologica… nel mio caso rinforzata dalla magia. Tuttavia servirsi di questa potente forza per i propri scopi ha un prezzo e delle regole ferree. Se pure questo prezzo viene pagato fino in fondo non si può sfuggire alle leggi della magia che sono robuste e inossidabili quanto quelle del mondo fisico.

Le leggi degli uomini, al confronto, sono mutevoli ed effimere e ciò che in una parte del mondo è un diritto inalienabile, la libertà, un paio di nazioni più a est è merce di scambio dal costo mutevole.

Tutto questo è condensato nelle 12000 battute di Sladae il luccichio del male, protagonista: la figlia di Oznak, che compare per un attimo nel capitolo iniziale del romanzo.

Diritti umani, economia e una società brutale sono i protagonisti di una storia che, in altri termini, si verifica quotidianamente anche dalle nostre parti cui si aggiunge, alla base, un sanguinario rituale di origine etrusca che ha dato il via a tutta la storia.

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La cover è stata creata a quattro mani e fatta “brillare” grazie alle sapienti mani di Fabio Leone  (https://www.facebook.com/IllustratorFabioLeone) che ringrazio di cuore.