Produrre un libro – 1

Quanto costa scrivere? Bella domanda.

Qual è il prezzo “giusto” da dare al proprio lavoro? Dipende.
Alla prima domanda non c’è una risposta univoca a parte “comunque tanto” che non è una risposta utile. Per la seconda domanda invece bisogna rispondere alla domanda: “quanto costa produrre un libro”. E poi fatta seguire alla domanda “quante copie penso di vendere?” e considerare numeri che partono da 500 copie.

In questa serie di articoli proverò ad analizzare i costi che uno scrittore deve affrontare nel momento in cui decide di diventare “self” e fare a meno di un editore, magari attirato dall’idea di guadagnare più del 5-10% sul prezzo di copertina.

Il manoscritto

Non è il libro. Per quanto possiate rileggerlo, aggiustarlo e sistemarlo, non sarà mai pronto per la pubblicazione. King, Cussler, Smith, Follett… tanto per citare qualche nome grosso, hanno tutti un editore alle spalle che ci mette: editing, correzione di bozze, impaginazione, cover, quarta di copertina e (fondamentale) pubblicità.

È vero che senza il manoscritto l’editore non può far nulla, ma senza gli altri servizi il manoscritto da solo è ” ‘na ciofega”, termine romanesco che vi invito a scoprire da soli la prima volta che assaggerete un caffè preparato in modo approssimativo.

Non basta scrivere il libro: va trasformato in un prodotto editoriale.

Conoscere i costi di tutti questi servizi vi permetterà di stabilire un prezzo adeguato per il vostro “capolavoro” e decidere se pubblicare o meno, se l’editore che vi propone la pubblicazione è una persona seria o un cialtrone, se scrivere per vivere è proprio la vostra strada.
Anche produrre un manoscritto ha dei costi. Il tempo di un professionista vale, al netto di tasse e contributi, da 15 a 80 euro l’ora, dall’idraulico al dirigente di un’azienda tutti sono pagati per il loro lavoro. Uno scrittore non campa mica d’aria. Se pensate di non guadagnare più di 25.000 euro l’anno con la scrittura (al netto di tasse e contributi) mettete in conto di trovarvi un lavoro stabile.

Tutti gli scrittori, tranne quelli morti in giovane età causa miseria/stenti/rogne varie, avevano un lavoro: Kafka era un assicuratore, Manzoni un professore, Lovecraft faceva l’editor… e tanti altri illustri eccetera. 

Il primo passo, dunque, è fare in modo che la vostra passione abbia le “spalle coperte” dal punto di vista finanziario. Altrimenti è un hobby e allora lasciate perdere questi articoli.

Il secondo passo è darvi un metodo e un ritmo di scrittura: tutti i mercoledì dalle 17 alle 21, tre volte a settimana la mattina presto, tutti i giorni due ore al giorno: non importa, trovate un tempo per voi e la vostra arte e siate costanti. E non basta: il metodo è fondamentale, che scriviate di getto e poi dedichiate molto tempo a sistemare tutti i dettagli o viceversa dedichiate molto tempo alla progettazione e poi alla scrittura… e tutte le varianti possibili tra questi due estremi, dovrete trovare il vostro modo di produrre il testo.

Buona fortuna e considerate che sto dando per scontato il fatto che siete tutti capaci di produrne uno e che, dunque, siete in possesso delle “skill” necessarie oltre che di un’immaginazione fuori dal comune. Non sono doti comuni.

Detto questo: il manoscritto di un romanzo di 300 cartelle si tira giù in 3 mesi lavorando un due ore e mezza al giorno, festivi esclusi che corrispondono a 150 ore di lavoro (ok, questi sono i miei tempi, ma ognuno ha i propri e i suoi metodi di scrittura) sono tempi messi a titolo di esempio, li ho inseriti per completezza. Se ci mettete di più o di meno va bene lo stesso, solo: tenete conto del tempo che è una risorsa preziosa e va considerata.

Nel prossimo articolo vedremo cosa succede durante l’editing, quanto costa e farò un ripasso di quanto è importante.

Verbi e sostantivi polisemantici…

C’era una volta l’alabarda spaziale del buon Goldrake, poi son saltati fuori i missili nucleosintetici di Trider G7 e adesso… quale super eroe spara i verbi polisemantici o polisèmici?

No, il super-eroe in questione odia i polisèmismi, sono tra le sue bestie nere per eccellenza: è lo Scrittore.

Yeeah! Fatevi una standing ovation, scrittori! Siete i miei super-eroi preferiti!!

Ci sono dei verbi, nella nostra bella lingua, che vengono usati un po’ per tutto e che sostituiscono parole decisamente più appropriate.

– Ho fame – disse Mario sbattendo la forchetta nel piatto vuoto.
– Aspetta, ancora non è pronto – rispose la madre mentre fa il pranzo usando i i fornelli.
– Ma io ho fame adesso! – disse ancora Mario, che dal basso dei suoi cinque anni aveva poco chiaro il concetto di “tempo”.

In questo dialogo ci sono due verbi “dire” e soprattutto “fare” che potrebbero tranquillamente essere sostituiti da altro.

Per esempio: il primo “dire” potrebbe rimanere o diventare “protestare”, la risposta della madre può essere introdotta da “replicare” e invece di “fare il pranzo” diventa “affaccendata ai fornelli”
Il secondo dire di Mario diventa “ribattere”.

Ed ecco il risultato:
– Ho fame – protestò Mario sbattendo la forchetta contro il piatto vuoto.
– Aspetta, ancora non è pronto – replicò la madre affaccendata ai fornelli.
– Ma io ho fame adesso! – ribatté Mario, che dal basso dei suoi cinque anni aveva poco chiaro il concetto di “tempo di attesa”.

Come esempio è deboluccio, ma introduce bene l’argomento: i verbi polisemantici. Le bestie nere dei dialoghi e delle descrizioni, tra le altre cose.
Per me ormai è un Mantra: se scrivi “fare”, comunque lo declini, c’è un verbo che descrive in modo più preciso quel che accade, trovalo e usalo.
Il che non vuol dire che il verbo fare sia “bandito” dalle mie storie eh? Solo che si incontra raramente e solo in circostanze che richiedono esplicitamente la presenza di un termine tanto ambiguo. Fare, sul dizionario treccani, ha due voci dedicate e più di 12 significati differenti, ognuno con 7-8 sfumature differenti.
Un personaggio di estrazione popolare che dice “Tu mi fai schifo” va molto meglio del borgataro che replica “tu mi susciti ribrezzo”, ma è una questione di ruoli: è corretto utilizzare un certo tipo di linguaggio quando si deve dar vita ad un determinato personaggio.

Tutto sta a conoscerli bene, questi verbi: di solito non si fa (pardon) caso al loro impiego. Li utilizziamo tutti senza particolari problemi, ma se cominciamo a porre la nostra attenzione si scopre che sostituirli con verbi più appropriati trasforma ed amplia il ventaglio diafasico (oh oh oh), cioè la gamma di registri espressivi di cui si dispone.
Come si distinguono i verbi (ma anche certe parole come “cosa”) polisemantici? Facile: si apre il dizionario e si vede quanti significati possiedono. Con 2-3 significati o meno, di solito basati sul contesto, è un buon verbo. Se ha più significati e il contesto è molto ampio… be’ di solito il dizionario suggerisce anche dei sinonimi o vale la pena cercarne uno.
Solo che al posto di “fare” c’è talmente tanto che è impossibile sostituirlo con un sinonimo. Ci vuole attenzione (cribbio: è la terza volta che rileggo questo articolo e mi ritrovo con qualche fare in mezzo ai piedi).

Fare, usare, dire, bere, mangiare, camminare… tutti i verbi di azione più comuni hanno spesso molti significati, ma sovente si tratta di una approssimazione. Cioè noi, per pigrizia, ignoranza, fretta o… boh? Semplifichiamo il linguaggio lasciando al nostro interlocutore l’ingrato compito di capire cosa stiamo dicendo.
“Ho fatto presto, hai visto?”
Visto che? Sei qui, ti vedo, ma presto per chi? Cosa hai fatto?

“Ho fatto questa cosa, guarda!” Quale cosa? Dove devo guardare? Devo esserne felice? Perché?
Possono diventare:
“Sono arrivato con cinque minuti di anticipo, hai notato?” decisamente più chiaro: tu devi notare il fatto che, rispetto all’orario prestabilito, ho ben cinque minuti di anticipo.

“Ho costruito questo oggetto, che ne pensi?” e il nostro interlocutore si concentrerà su qualsiasi cosa gli stiamo indicando per esprimere il proprio pensiero in merito alla sua realizzazione.

Dunque la presenza di parole “polisemantiche” siano essi verbi o sostantivi deve essere considerata non tanto un errore, quanto una possibilità:  quella di arricchire il nostro modo di esprimerci e di arricchire il lettore che potrà comprendere bene la storia che gli stiamo raccontando. Una sorta di competizione dove vincono tutti: chi scrive e chi legge.

E voi? Cosa gli fate (eh eh) ai verbi polisemantici?

Il torto della Torta 2.0

Il torto della tortaIn realtà il numero di versione sarebbbe 4.6 ovvvero la sesta riscrittura della quarta stesura, ma come “edizione” è la seconda, totalmente rinnovata.

Dopo essermi accorto che, nonostante le buone idee, i miei racconti hanno venduto meno di 100 copie in 3 anni ho svolto un intenso lavoro di autocritica. Cosa è mancato? Be’ sicuramente il marketing: non sono mai stato capace a vendere me stesso, né altro che non fosse un po’ di “fumo” parenti, amici & familiari.

Il bello del “fumo”, specie se ottenuto da certe affascinanti piantine con foglie a sette dita, è che fa sembrare tutto bellissimo e meraviglioso: un vero ballo con la S davanti. Tuttavia il giudizio è un pelino falsato. Il “torto ” nella sua prima edizione è stato giudicato troppo positivamente: il commento meno lusinghiero è stato “molto carino” e il migliore “wow, fantastico: mi hai fatto sognare luoghi incredibili!”. Forte dei miei dubbi e del numero di copie vendute ho ripreso in mano il testo e ho analizzato pregi e difetti.

Punti di forza:

  1. E’ una storia originale. Niente mostri “fine di mondo”, orribili “signori oscuri” o altri cliché tipiche delle storie High Fantasy. Anche il protagonista è sui generis e in comune con altri ha l’età e una certa dose di immaginazione.

  2. La trama è intrecciata, ma non troppo. Il conflitto che muove il protagonista c’è e arriva già nel primo capitolo.
  3. I personaggi sono caratterizzati a dovere, ognuno con le sue peculiarità, i suoi pregi e i suoi difetti
  4. E’ facile da leggere, appena 30 cartelle: non scoraggia.

Punti di… miglioramento:

  1. L’italiano. Mi sono cadute le braccia di fronte ad alcuni errori grossolani come una virgola tra soggetto e predicato… avrei voluto morire: ho pubblicato su Amazon una roba del genere?!? E qualcuno l’ha letta?!!?. Ci sono pure 90 avverbi in meno di 40 pagine, accidenti, altro che Torto della Torta: ho fatto un torto a quei pochi che mi hanno dato fiducia!
  2. Manca un capitolo introduttivo “catastrofico”. Voglio dire: tutti gli altri racconti cominciano “alla Cussler” con un bel disastro di qualche tipo. No, niente navi che affondano: ci sono razziatori che razziano, furfanti che derubano, entità sanguinarie che tramutano vivi in non-morti… cose così. Invece questa storia è, come dire… senza sugo (come dicea un di que’ capi un po’ pericolosi, quel tal Sandro… autor d’un romazetto in cui si narra di promessi sposi).
  3. Il finale non introduce alla “collana” dedicata a Conrad e al mondo di Tharamys: e allora, se pure è scritto bene nessuno sarà curioso di leggere il resto. Insomma: la storia di Conrad e del mago Colle Ondoso inizia con questo libro… ma non si capisce.
  4. La tecnica usata, col narratore onnisciente, la terza persona con focus sul protagonista del capitolo, il tempo che va dal passato prossimo a quello remoto e l’imperfetto per descrivere le azioni che non si sono ancora concluse, sa di stantio e già n-mila volte letto. Va bene per un resoconto di una partita di giochi di ruolo, ma qui… è richiesto altro.

Ed ecco che comincia il lavoro. Per prima cosa ho bisogno di migliorare io. Così comincio a cercare siti dedicati alla scrittura e agli scrittori. Scopro blog di autori e agenti letterari fino a quel momento sconosciuti come Augusto Chiarle, sulromanzo.it e ioscrittore.it. Ritrovo persino quello di un amico: www.pennablu.it di Daniele Imperi. Ciao Daniele, sei stato (e continui ad essere) una fonte preziosa di consigli utilissimi! Tra le tue pagine ho trovato anche un’altra persona molto utile: Stefania Crepaldi, che è un editor e mi ha seguito durante la riscrittura del libro con pazienza, entusiasmo e professionalità.

Con un mese e mezzo di lavoro ho riscritto interamente il testo, passando la fatidica soglia da racconto lungo a romanzo breve… 46 cartelle.

E infine: ecco un bell’estratto dal “Torto” con raffronto tra “Prima” e “Dopo” la cura, per chi è curioso di vedere quanto è cambiato il mio stile in un mesetto… e cosa lo aspetta se deciderà di acquistare il libro una volta pubblicato.

Prima dell’editing:
CONRAD MUSÌN! – gridò una voce stridula e potente allo stesso tempo; la porta della cucina si spalancò di colpo e dalla sua posizione riparata in fondo al tavolo Conrad poté solo immaginare Luigi Scaldapentole che, dall’alto dei suoi 95 centimetri (un vero gigante tra la sua gente), faceva irruzione nella sala comune della casa agitando addome e capelli allo stesil presente nel passatoso modo.
Il “gigantesco” elasson saltò sulla panca accanto a Francisco che sogghignò in direzione del semiumano, ma tenne per se qualsiasi commento gli fosse venuto in mente: la padella che il minuscolo cuoco teneva in mano in quel momento avrebbe potuto trasformarsi in un… incontro ravvicinato assai doloroso.
Raccontami la storia della tua vita, da stamattina a adesso – intimò al ragazzo puntandogli contro la padella – e bada di includere la sorte della crostata di visciole che avevo sfornato all’alba, poco prima di recarmi in città per acquistare le provviste necessarie per la dispensa… già che ci sei tira fuori il piatto: non ti sarai mangiato anche quello spero! – disse Luigi sbattendo la padella sul tavolo, un gesto molto eloquente per Conrad: il prossimo avrebbe visto in azione la padella sul suo fondoschiena.
…ma io non sono stato! Non…– protestò Conrad
Non ti ho chiesto se sei stato tu – grugnì Luigi, i lineamenti del viso glabro e delicato stravolti dalla rabbia – ti sto ORDINANDO di dirmi cosa hai fatto nella mia cucina quando, stamattina, mi sono dovuto assentare! –
Un quesito gustosamente interessante, mio giovane allievo – commentò Francisco lisciando distrattamente il pizzetto appuntito – in effetti stamane avevo fiutato un buon profumo nell’aria –
Conrad scuoteva la testa e negava:
Non sono stato io, non stavolta! Ho promesso sul mio onore che non l’avrei più fatto, e me ne sono ben guardato! –
Fu allora che Dorian entrò nella sala:
Allora Luigi che si mangia di buono a pranzo? – chiese notando subito la presenza del cuoco in piedi sulla panca accanto a Francisco
Minestrina! – urlò Luigi furibondo – dato che qui c’è un ladro che preferisce degustare le mie specialità prima che possano raggiungere la tavola – Luigi a furia di gridare stava perdendo la voce, mentre il suo colorito stava assumendo una tinta simile a quella delle visciole usate per la crostata.
Dorian scoccò uno sguardo molto severo a suo figlio:
Papà mi devi credere: non sono stato io, non stavolta, ho… – provò a difendersi il ragazzo, piagnucolando appena.
Zitto Conrad! Non peggiorare la tua posizione: avevi promesso, ricordi? Sei venuto meno al patto, un bravo mercante non si comporta in questo modo (ahemm NdA): può aver mal interpretato alcuni dei termini, del tutto in buona fede… magari per ottenere qualcosa in più, ma non disattende mai un contratto che lui stesso ha redatto, perché un mercante degno di questo nome ha solo da guadagnare nel rispettare la sua parte; da stasera e fino alla fine dell’autunno tu dormi nel fienile e lavori come garzone nelle stalle, fila!
Ma papà…–
Fa come ti ho ordinato Conrad e non farmelo ripetere! – sbottò il padre incollerito – o stavolta le prendi sul serio! –
Conrad corse via piangendo fuori della sala, sotto lo sguardo severo di Dorian, quello deluso e poco soddisfatto di Luigi e quello rassegnato di Francisco.

Dopo
«Conrad Musìn!» grida una voce stridula e grave allo stesso tempo; la porta della cucina si spalanca di colpo e dalla sua posizione riparata in fondo al tavolo Conrad non riesce a vedere Luigi Scaldapentole che, dall’alto dei suoi 95 centimetri – un vero gigante tra la sua gente – irrompe nella sala agitando addome e capelli. L’impressione è di avere vicino due persone con voci diverse che gridano all’unisono. Chi non conosce gli elassos spesso crede che siano davvero in due a gridare. In condizioni di tranquillità non c’è traccia della voce doppia, tranne durante il canto, nel quale gli psaltei(3) elassos sono maestri indiscussi.
Il gigantesco elasson salta sulla panca accanto a Francisco e si rende visibile. Francisco sorride divertito in direzione del semi-umano, ma tiene per sé ogni commento al riguardo: sa che un elasson furibondo armato di padella potrebbe trasformarsi in un… incontro ravvicinato assai spiacevole.
«Raccontami la storia della tua vita, da stamattina a adesso», intima al ragazzo puntandogli contro la padella, «bada di includere la sorte della crostata di visciole che avevo sfornato stanotte, poco prima di recarmi in città per acquistare le provviste necessarie per la fattoria… e già che ci sei tira fuori il piatto: non ti sarai mangiato anche quello spero!» sbraita Luigi, sbattendo la padella sul tavolo. Un gesto davvero molto eloquente per Conrad. Il ragazzo sa che l’atterraggio della padella sul suo fondoschiena può divenire realtà entro pochi secondi. Il suo volto sbianca, le gambe diventano improvvisamente molli e la vescica gli comunica che deve liberarsi in quell’istante.
«… ma io non sono stato! Non stavolta…» protesta Conrad, incapace di trovare una risposta.
«Non ti ho chiesto se sei stato tu», grugnisce Luigi, i lineamenti del viso glabro e delicato stravolti dalla rabbia, «ti sto ordinando di dirmi cosa hai fatto nella mia cucina in mia assenza!»
«Un quesito gustosamente interessante, mio giovane allievo», commenta Francisco lisciando distrattamente il pizzetto appuntito, «in effetti avevo fiutato un buon profumo nell’aria stamane.»
Conrad scuote la testa e nega: «Non sono stato io! L’altra volta ho promesso sul mio onore che non l’avrei più fatto, e me ne sono ben guardato!»
È in quel momento che Dorian entra nella sala: «Allora Luigi, che si mangia di buono a pranzo?» chiede notando subito la presenza dell’elasson.
«Minestrina!» grida questo, furibondo, «dato che qui c’è un ladro che preferisce degustare le mie specialità prima che possano raggiungere la tavola.»
Luigi a furia di gridare sta perdendo la voce, mentre il suo colorito va assumendo una tinta simile a quella delle visciole usate per la crostata.
Dorian scocca uno sguardo molto severo a suo figlio che replica: «Papà mi devi credere: non sono stato io, non stavolta, ho…» Conrad, gli occhi carichi di lacrime trattenute a stento, incrociano quelli di suo padre in cerca di una difesa o ancora meglio, di una piena assoluzione. È innocente e vuole che tutti gli credano.
«Zitto Conrad! Non peggiorare la tua posizione: avevi promesso, ricordi? Sei venuto meno al patto. Un bravo mercante non si comporta in questo modo: può aver mal interpretato alcuni dei termini, del tutto in buona fede… magari per ottenere qualcosa in più; ma non disattende mai un contratto che lui stesso ha redatto, perché un mercante degno di questo nome ha solo da guadagnare nel rispettare la sua parte; da stasera e fino alla fine dell’autunno dormirai nel fienile e lavorerai come garzone nelle stalle. Fila!»
«Ma papà…»
Gli occhi dell’uomo, di fronte a quel tentativo di ribellione, divengono due fessure: «Fa come ti ho ordinato Conrad e non farmelo ripetere!» sbotta, le mani serrate in pugni stretti lungo in fianchi, «O stavolta le prendi sul serio!»
Conrad corre via piangendo. Sente gli sguardi di tutti e tre sulla schiena come se fossero pugnali, sguardi che continuano a trafiggerlo anche dopo aver sbattuto la porta dietro di sé.

3) bardo, cantastorie in elassos. Oltre ad essere famosi per la loro cucina gli elasson superano gli elfi nel canto.

Che ve ne pare? Commentate pure al riguardo; cambiamenti ce ne son stati parecchi, a cominciare dalla formattazione che è molto più ordinata e pulita, con le caporali «» al posto del trattino – per introdurre il discorso diretto. Il narratore è diventato “quasi” onnisciente: neanche lui sa come finirà la storia. Sa tutto sul passato e sul presente, ma il futuro gli è oscuro e se osa svelare qualcosa al riguardo… il finale potrebbe cambiare.  Ad aggiungere carne al fuoco: il primo capitolo è dedicato a Colle Ondoso, il secondo ad Alalf e Ololf, che si intrufolano di soppiatto nella fattoria Musìn. Capitoli brevi, sia chiaro. Tutta l’opera non supera le 83000 battute, circa 46 cartelle.

Quando avrò finito probabilmente cambierà il titolo, sicuramente la dicitura: non è più un racconto breve. In tutti i casi  pubblicherò la nuova versione come aggiornamento della precedente così quei pochi, lettori coraggiosi, che hanno acquistato la prima versione del racconto se la ritroveranno ben aggiornata sul proprio Kindle senza spendere un cent.

Buone Letture a tutti!

Nadear a Rotta di… carro

Ovviamente questo non è il titolo del prossimo racconto, ma solo quello provvisorio.
L’ho ambientato a Nadear e, tra le altre cose, sto cercando di tirar su un bell’antagonista per Conrad. Per chi non avesse ancora letto Jon Ludrò ne raccomando la lettura. Per ora ho scritto la bozza del primo capitolo, abbastanza movimentata. Ho fatto lavorare un po’ tutti: Conrad, La-Wonlot e Diana per primi, ovviamente. C’è stato il solito, discreto, intervento di Qar e qualche altra cosetta che sto abbozzando solo ora. Non dico di più per non rovinare la sorpresa.

Nader La Bianca
mappa della città scala 1:100

Ci sono tuttavia alcune cose che mi piace condividere come la mappa di Nadear la Bianca, nell’apposita scheda e che adesso mi sta aiutando parecchio nella stesura del testo. Raccontare la città e parte della sua storia mi ha permesso di arricchire un po’ lo sfondo su cui si muovono i personaggi. A tal proposito sto anche preparando altre schede, tra cui una sulla politica di Kirezia. Ricalca molto quella che era la repubblica di Venezia e gli somiglia anche, ma non ne ho mai fatto mistero. Avere chiaro com’è fatta la città, con le sue strade, i suoi personaggi storici (come il Capitano Sarralga, Halden Lancia-degli-dei e Colle Ondoso), i palazzi, gilde, corporazioni, banche… eccetera… è un aiuto impareggiabile, a mio avviso.

E maledettamente divertente.
Si noti poi l’indicazione dei poli-nord in alto a destra… mi manca solo di aggiungerci i dati dell’atlante kireziano (sestante, sezione e cella).

È pure d’aiuto tenere a mente i personaggi e le loro storie, così so già come farli reagire e cosa far dire loro in base a come si sviluppano le vicende… è come se la storia fosse già scritta e a me tocca il compito, tutt’altro che banale, di raccontarla. Poi saltano fuori altri personaggi come Rosa Abbiategrasso, che fa il paio con Luigi Scaldapentole elasson pure lei e… anziana, Jonathan Strigo mago guardiano della Gilda. Cos’è un mago guardiano? Il portiere, quello che accoglie i potenziali clienti e che, più che un mago, è un ex apprendista che si occupa anche delle faccende più mondane come gestire i rifornimenti, la servitù e vari eccetera. Tra l’altro Strigo, in dialetto veneto, vuol dire mago. Suona bene e funziona.

Mentre scrivo queste righe il povero Conrad è alle prese con un altro ladro, decisamente più manesco e subdolo del capo dei razziatori. Più che altro questo si nasconde e colpisce nell’ombra insieme ai suoi complici. Conrad non è tipo da farsi mettere i piedi in testa e dopo aver affrontato e battuto una banda di quaranta e passa banditi semplicemente non ci sta a farsi dare una botta in testa dal primo che capita.

La cosa divertente però è ritrovarsi con una città nuova di zecca, ma vecchia di quasi cinquecento anni, che prende forma, con la sua storia, le sue leggende e tutto quel che riesco ad immaginare.

È proprio uno spasso!