Worldbuilding – 2

Il tempo.

Una successione di punti genera una retta, una successione di rette genera un piano, ma se una succesione di piani genera uno spazio, cosa genera una successione di spazi?
Uno spazio-tempo.
Senza scendere in dettagli capaci di provocare feroci mal-di-testa anche a chi questi argomenti li mastica abitualmente, il tempo è l’altra dimensione di cui tenere conto quando si costruisce il mondo dove i personaggi si muovono. Come perché? Oltre ad essere una dimensione posta ad angolo retto oltre alle altre tre, il Tempo (quello degli orologi) scorre tanto nel nostro mondo quanto in un mondo immaginario.
Tuttavia non è mai lineare come immaginavano i filosofi greci.
Sul modo in cui scorre è tutto da vedere, ma facciamo un passetto alla volta.
L’approccio dimensionale al tempo ci permette di dargli una connotazione “geometrica” e giocoforza dare anche al tempo un confine e un limite.
Domanda: quanto si estende nel tempo la vostra ambientazione? Tornando all’esempio di Ionesco e delle Sedie (ricordate? Il Vecchio, la Vecchia, le sedie e il suicidio finale?) se il confine spaziale dell’ambientazione era la stanza in cui si svolgeva tutta la vicenda, quello temporale è nient’altro che la durata della piece teatrale. Tutto accade nel giro di un’oretta o poco più.
Dunque ecco il primo confine temporale: la durata dell’opera dal punto di vista dei personaggi.
Alle 10 del mattino iniziano il loro ultimo discorso, alle 11 arrivano gli invitati e per mezzogiorno sono volati giù per la scogliera, fine della storia.
Nello hobbit il “confine” va da marzo a fine aprile dell’anno successivo: 13 mesi, tanto dura il viaggio dtemporali (ci sono versioni ambientate la notte e il brano originale è così).

Tre dimensioni temporali.
Giusto per complicare un po’ le cose: non si ha a che fare con una sola dimensione temporale come siamo abituati, ma con tre.
Il tempo della fabula, vale a dire le due ore che impiegano il vecchio e la vecchia a raccontare la loro storia e morire o i tredici mesi che Bilbo Baggins impiega per raggiungere la montagna solitaria, trovare l’anello, uccidere Smaug e tornare a casa.
Vi è poi il tempo del discorso: quante parole userete per descrivere un’azione, una situazione, un… giusto per farmi pubblicità: ne “i Razziatori di Etsiqaar” lo scontro tra la combattente più forte dei “buoni” e il capo dei banditi dura quasi quattro pagine, anche se in totale non richiede più di 15 secondi. In parallelo il pivell… pardon, il protagonista richiede lo stesso numero di pagine per prendere sonore sberle dal vice e far chiudere lo scontro con uno stallo.
Nel tempo della fabula i due eventi avvengono simultaneamente, nel tempo del discorso a un round (un botta e risposta) della tipa di cui sopra e il capo si intervalla un round tra pivellino e vice e dunque le quattro pagine del primo scontro si sommano a quelle del secondo scontro.
Nel tempo della narrazione entrano anche le azioni di tutti i personaggi.
Infine c’è il tempo richiesto al lettore per seguire tutto il discorso, il tempo della lettura e che include le descrizioni, i pensieri, i flashback… tutto il resto.

Uh… tre dimensioni spaziali, tre temporali: se vi viene in mente Heinlein avete vinto un premio.

E a questo punto ecco che arriva il limite temporale.
Un flashback quanto indietro nel tempo può andare? Se riguarda i ricordi del protagonista non può essere antecedente la sua nascita o più verosimilmente i quattro anni di età.
Tracciarlo è semplice: il protagonista ha 40 anni? Il limite è fissato a 36 anni indietro nel tempo e deve includere cosa, secondo voi, ha reso il protagonista quello che è nel momento in cui scrivete l’incipit della storia.

Il limite dunque fissa l’evento più remoto che verrà riferito al lettore durante la narrazione. Tra quel momento e l’inizio del tempo della fabula c’è tutto uno spazio da riempire.
Nel caso delle Sedie, il vecchio e la vecchia raccontano del loro arrivo a Parigi, della guerra e di come il mondo sia caduto mentre loro due finivano la loro vecchiaia in una casetta in un’isola, con una scogliera altissima.

E adesso viene la parte difficile: come possiamo riempire i vari intervalli temporali?

Quello entro il confine lo riempiremo con la storia da raccontare, poco ma sicuro.
E il prima? Tutto quel che c’è tra il limite e l’inizio della storia?

Nel mio piccolo posso darvi il mio esempio, ma è un pelino più complesso: il mio progetto riguarda una serie di romanzi. Una collana di storie ambientate nello stesso mondo, con protagonisti che passano di avventura in avventura e crescono, ma ogni avventura nasce e finisce nello stesso libro.

Una volta fissati gli eventi tra il “limite” e il confine, cioè l’inizio del “tempo della fabula”, almeno gli eventi che avranno una qualche influenza nello svolgimento della storia, si passa ad una descrizione anche sommaria degli stessi.

Nel mio caso ho scritto una serie di racconti, articoli “giornalistici”, diari… veramente di tutto, per riempire questo vuoto. Lo scopo è stato duplice: da una parte avevo bisogno di queste informazioni (quando si crea un mondo occorre riempirlo ben bene), dall’altra dovevo far pratica. La scrittura è un processo costante e va praticato ogni giorno. Non sempre avevo l’ispirazione per scrivere una parte del romanzo cui sono al lavoro e allora ho lavorato parallelamente ad espandere l’ambientazione per vedere se mi veniva qualche altra idea.
Le mappe di Kirezia e Malichar sono nate così, così come le tecniche di Onomaturgia, la storia di Kirezia e di come la schiavitù è stata abolita. Sono nati personaggi storici di ogni genere: architetti, scultori, politici, maghi, sacerdoti, militari… il Nano Sarralga, il preferito di mia figlia Laura, è stato creato per dare vita alla leggenda di Nadear e del giovane Halden, quest’ultimo invece è nato dopo la lettura del giovane Holden, ma va be’, si è scherzato.
Il punto è che di volta in volta ho potuto superare il “foglio bianco” perché avevo a disposizione una gran messe di informazioni cui attingere o perché potevo espandere e approfondire un’area dove invece queste informazioni mancavano.

Tenere traccia di tutto non è facile, ma con un buon foglio di calcolo o un diagramma di Gantt si riesce a lavorare in scioltezza, a evitare i paradossi e ad avere sempre qualcosa da scrivere.41472418_10217560086657204_287547605200666624_n.jpg

Ho accennato all’Onomaturgia (la creazione dei nomi) e questa sarà l’oggetto di martedì prossimo. Tra le immagini legate a questo articolo c’è un semplice foglio di calcolo dove metto in ordine i vari eventi organizzati “per data”. Volendo migliorare un pochino penso che aggiungerò anche una colonna dedicata alla nazione cui si riferisce l’evento e un collegamento al libro dove appare la notizia riportata o almeno un accenno agli effetti scatenati da quell’evento. Nel mio caso il limite è fissato a 50000 anni prima, tuttavia non è necessario andare così lontano.

Quello che si comincia a delineare è un mondo coerente.
Per tornare alla storia raccontata ne “Le Sedie” quello che avviene è proprio qualcosa del genere, o almeno: è quello che ho immaginato quando ho letto la sceneggiatura dell’opera. In questo caso il “limite” è fissato a circa 80 anni prima, quando il Vecchio inizia a raccontare la sua storia. “E arri… e arri… e arrivammo!” e da lì fino al tragicomico epilogo viene tratteggiato un mondo molto diverso, dove Parigi è sprofondata, finita, distrutta (in alcune versioni si trova “quattrocentomila anni fa”) e la società è molto peggiorata.

L’elenco degli eventi è abbastanza minimale: -80 il Vecchio arriva a Parigi (descritta inizialmente come un paesino), 0 il vecchio e la vecchia ultranovantenni sono sull’isoletta, di Parigi resta una canzone.

Tutta la storia si regge su questa premessa: il mondo è distrutto insieme a Parigi e il Vecchio ha un messaggio con delle istruzioni che permetteranno ai superstiti di salvare tutti.

Alla serata organizzata dai due vegliardi partecipano decine di personalità di ogni genere che con la loro presenza raccontano l’epoca contemporanea.
Gente che viene da oltre il “Confine” (quello spaziale) e racconta com’è organizzata la società.
Se l’esempio delle Sedie vi pare scarno, provate con il mostruoso lavoro di Tolkien, dove invece troviamo una mitologia completa di cosmogonia e un elenco di eventi fitto e bene intrecciato. Il lavoro di Tolkien è stato talmente enorme che ha impiegato quasi tutta la vita (nei ritagli di tempo) a portarlo avanti e verso la fine ha prodotto “Il Signore degli Anelli” e “Lo Hobbit”, tutto il resto delle opere sono state pubblicate dal figlio e dai nipoti. Il Silmarillion era parte del suo zibaldone, dove il professore si segnava tutte le idee e poi, bontà sua, gli dava anche una forma letteraria elevatissima (anche se molto pesante da seguire). I raccontii “perduti”, “ritrovati”, “incompiuti” eccetera sono tutte raccolte prese da figli e nipoti dagli appunti del professore e dati alle stampe.

Senza arrivare alla Grandezza di Tolkien, noialtri possiamo prendere a esempio il suo lavoro e riempire qualche pagina di appunti per mettere bene in ordine gli eventi che precedono il nostro romanzo (ma pure un racconto) e avere un’idea molto chiara del perché i protagonisti si trovano dove si trovano all’inizio della storia e agiscono in un certo modo.

La cosa bella è che in questa fase, se qualcosa non torna, possiamo “cambiare il passato” in modo che sia coerente col presente.
Un esempio banale: mentre scriviamo il nostro protagonista deve rimanere paralizzato da una paura profonda, una vera e propria fobia. A cercare su wikipedia si scopre che le fobie sono provocate da traumi molto forti. Lovecraft era bravissimo nel procurare fobie ai suoi personaggi, ma di solito erano causate da traumi troppo violenti (vedi alla voce: Grandi Antichi e Orrori Cosmici). Un’altro molto bravo nello scatenare paure è Stephen King, che è pure abilissimo nella gestione del tempo (It, in questo senso, è un manuale di scrittura formidabile). Dunque come fare per tenere un adulto di qarant’anni fermo immobile davanti ad un corvo di modeste dimensioni il cui unico “spaventoso” atto è dire “cra cra”?
Poe ci riuscì insegnando al corvo una parola “nevermore” (i corvi sanno imitare la voce umana come i pappagalli). Geniale, ma inutile per il nostro esempio.
King invece fece atterrare un corvaccio sulla culla del pargolo, quarant’anni prima.
Episodio appena accennato durante la narrazione, ma che poi ha scatenato una situazione esplosiva mentre It assumeva la forma della paura più recondita del protagonista e tentava di ucciderlo per nutrirsi di essa (la paura).
Riesco quasi a immaginare come può essere andata: mentre scriveva ha pensato al trauma da imporre al baby personaggio prima che entrasse nella storia narrata, se lo è segnato da qualche parte e poi, durante una delle stesure ha aggiustato il testo per inserire l’accenno del corvo sulla culla e poi la paura totale ed estrema che esplode nelle forme di un corvo gigante.
D’accordo, ritorno coi piedi per terra: non sono Stephen King che queste cose le fa “a mente”, io devo scrivermi tutto se no me lo dimentico.
Però come esempio è ancora più calzante delle “Sedie”: in It ci sono più storie in una. Nella prima gli adulti ricordano di come, da adolescenti, avevano combattuto contro It e avevano “quasi vinto”. Nella seconda gli adulti combattono It e non vi dico come va a finire. Nella terza uno dei personaggi ricostruisce la storia della città di Derry nel Maine (città immaginaria) e con essa la storia di It. Da qui si può immaginare la vastità del lavoro effettuato da King prima e mentre scriveva uno dei suoi romanzi migliori.

Mentre iniziate a scrivere la vostra bellissima storia, magari poco prima, iniziate anche a tracciarne i confini spaziali e temporali. Domandatevi perché un personaggio è come è e pensate al suo passato, dove è stato, chi ha conosciuto, cosa ha studiato. Fate ordine tra questi eventi e, possibilmente, scrivete tutto. Le stesse domande dovreste porvele su città, regioni, pianeti… qualunque elemento si ritrovi ad interagire con la vostra storia.

In TROn (il film della Disney, il primo in CG) il Master Control Program nasce come grande giocatore di scacchi e poi, prima dello scontro finale, rammenta quasi con nostalgia i bei tempi e le partite giocate con il suo creatore.

Segnare tutte le informazioni relative il “prima”, organizzarle in una cronistoria, vi permetterà di avere poi idee come quella degli scacchi di TROn o del corvo di King. Sembrano piccoli dettagli, ma potete essere bravi a scrivere quanto vi pare: la tecnica vi darà il terreno adatto per far germogliare le idee e svilupparle fino a farle diventare sequoie, se necessario. La creatività necessaria per sviluppare le idee, invece, va coltivata in altro modo. Scriversi tutto e metterlo da parte è un metodo. Ce ne sono altri, ma ne parlerò in un altra occasione.

Per concludere questa apparentemente sconclusionata carrellata sui limiti temporali di una storia abbiamo visto che: Esiste un Limite temporale ovvero nella narrazione non si parlerà mai di eventi antecedenti al quelli del limite fissato. Esiste un confine: l’inizio della storia e che, grossomodo, quando finisce la storia finisce anche il confine. Alcuni autori come il Manzoni mettono un breve proseguimento come “Tutto il sugo della storia” dove raccontano come sono finiti i personaggi dopo la fine della narrazione.
Nella narrazione non c’è un tempo solo: tempo della fabula, tempo del discorso e tempo della lettura sono tre dimensioni temporali da gestire, ma che non spiegherò in modo approfondito perché non fanno parte dell’ambientazione.
Gli elementi della narrazione, fisici e temporali, possono interagire con i personaggi e con la storia in molti modi, come nel trauma di King.
Ho fornito uno strumento (in realtà due) per tenere traccia degli eventi da piazzare tra limite e confine: foglio di calcolo e diagramma di Gantt.

Riuscire a tenere insieme tutta questa roba… ah, buona fortuna. C’è chi come la Tolkien pianifica tutto e c’è chi come King scrive di getto (ma in realtà ha una esperienza talmente vasta da eseguire tutto questo lavoro a mente), nel mezzo ci siamo noi che tentiamo di barcamenarci tra i due estremi e tentiamo di produrre qualcosa che raggiunga (e magari superi) uno di questi inarrivabili maestri.
Sicuramente imparare a gestire il Tempo e i suoi confini è utile.

Acciderba: mi stavo scordando un aspetto importantissimo.
Nella puntata precedente abbiamo parlato dei confini spaziali e successivamente di quelli temporali. La scelta non è stata casuale. Spazio e tempo sono correlati anche in letteratura.
Se il vostro limite temporale è molto ampio va considerato che l’ambientazione cambia anche in modo drastico.
Un esempio è il ciclo dell’Invasione di Harry Turtledove: inizia nel 1939 quando i Giapponesi stanno per bombardare Perl Harbour e gli alieni invadono la terra come nella migliore tradizione fantascientifica. L’ambientazione è la Terra del 1939 (dettagliata in modo maniacale: Turtledove è uno storico) e si conclude un secolo dopo con i Terrestri che… be’ non vi dico il finale, ma quegli otto libri sono uno più bello dell’altro e si vede l’ambientazione mentre si trasforma grazie all’interazione tra umani e alieni. No, non quel tipo di interazione: sono rettili e proprio non funziona. Turtledove racconta come cambia la società, la tecnologia e il modo di pensare in modo estremamente credibile.
E vi farà guardare con rispetto allo zenzero.
Quello che mi preme è che quando fisserete gli eventi temporali potrebbe esser necessario rimettere mano agli elementi spaziali (città, montagne, fiumi) perché nel corso del tempo potrebbero cambiare.
Gli argini confinano il fiume, il fiume modella gli argini. Scrivete ogni dettaglio: oltre a far esercizio di scrittura (lo ripeto: va praticata ogni giorno) vi sembrerà di essere di casa, di raccontare fatti, persone e situazioni come se ci fosse stati per davvero.
Sarà più semplice far credere al lettore che è tutto vero, anche se state parlando di draghi verdi e roba simile (cit).

E per rispondere alla domanda iniziale “Come scorre il tempo” vi lascio con la miglior definizione mai scovata in tutta la letteratura
https://www.youtube.com/watch?v=q2nNzNo_Xps
Intraducibile eppure… chiarissima.

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I Personaggi

Come li create i personaggi?
Io li partorisco in questo modo

1) Dopo aver creato l’ambientazione (fondamentale direi) o aver studiato l’ambientazione dove il personaggio si muoverà ecco che decido chi o cosa è. Sembrerà ovvio, ma deve essere qualcuno o qualcosa che è nato da elementi dell’ambientazione di riferimento ed è capace di muoversi in essa.

Nome: Daagh (è una lingua affine al deitalantino, significa “Signore degli abissi” più o meno)
Razza: Zwergbeißer (così lo chiamerà Jangar, è un orco. Significa “Divoratore”)
Età: 40 anni (è molto giovane)
Peso: circa 40kg (pure magro)
Altezza: ha un diametro di 90cm (meno male che è piccolo)
Occhi: 5, iride dorata al centro, iridi di vari colori sugli altri tentacoli.

Forza: scarsa, riesce a malapena a sollevare sé stesso (valore -5)
Agilità: quella di un palloncino gonfiato di elio in una giornata senza vento ovvero scarsa. (-5)
Intelligenza: scarsa, è giovane, può essere paragonato a un umano di 16 anni (0)
Carisma: brutto in culo per qualsiasi razza, fa venire voglia di picchiarlo appena apre bocca. (-15)
Costituzione: resistente. Nonostante gli verranno amputati tutti i tentacoli sopravviverà. (+10)

Descrizione sommaria: una sfera fluttuante con un occhio al centro e una bocca circolare irta di denti.

Descrizione dettagliata: una sfera che galleggia a mezz’aria sormontati da quattro peduncoli oculari, un grande occhio dorato al centro del corpo con sotto di esso una bocca circolare che ricorda quella di un calamaro, ma irta di denti come quella di un verme-tigre.

Capacità di combattimento in mischia: può mordere e infliggere i danni che infliggerebbe un cane di taglia media (0)
Capacità di combattimento a distanza: ogni occhio può scagliare un incantesimo per round di combattimento. Gli incantesimi di cui dispone sono: dardo magico (10), sonno (10), invisibilità (15), telecinesi (15).
Altre capacità (vantaggi): Rigenerazione (20) recupera dalle ferite molto in fretta e può far ricrescere i tentacoli amputati in un tempo misurabile in ore. Più potente è l’incantesimo che vuol metterci sopra, più tempo richiederà la ricrescita. Può cambiare incantesimo sui tentacoli sostituendoli con quelli che conosce. Purtroppo (per lui) non ne conosce altri finché la sua INT non aumenterà con l’età. Nota: più la sua INT cresce più aumentano i tentacoli oculari. La media è di 1 tentacolo in più ogni 20-30 anni. Alla nascita ne hanno chi 1 chi 2. Daagh ne ha 4, il 4° gli è spuntato da poco.
Immortalità (tratto razziale 50): cresce per tutta la durata della sua vita, non invecchia. Si accresce di circa 50cm/anno e aumenta di 100g di peso.
Coriaceo (tratto razziale 10): i danni subiti vengono in parte assorbiti dalla corazza.
Manafago (tratto razziale 20): l’occhio centrale, se aperto, annulla qualsiasi effetto magico. Gli oggetti magici permanenti cessano di funzionare se entrano nel suo raggio d’azione (e funzionano di nuovo quando escono), quelli temporanei, gli incantesimi di ogni sfera, le pozioni e le pergamene magiche sono distrutte. Ogni magia assorbita in questo modo nutre il bestio. Nota: l’occhio centrale annulla anche gli incantesimi scagliati dal bestio, se aperto. Questo significa che prima di lanciare una magia davanti a sé deve chiudere l’occhio.
Ermafrodita (tratto razziale 10): può riprodursi senza l’ausilio di un partner.

I più avranno intuito che se non viene ucciso uno di questi cosi può diventare davvero grosso. E pericoloso.
Svantaggi:
codardia (-5) è il membro più giovane del nido di cui fa parte. Picchiato e soverchiato dagli altri Zwergcosi e ha sempre paura di essere colpito.
Bugiardo (-10) è incline alla menzogna (s’è fatto l’idea che a mentire si prendono meno sberle nell’immediato)
sadico (tratto razziale -5) come tutti i Zwergbeißers gode nell’infliggere sofferenze
dipendenza (tratto razziale -5) carne condita con adrenalina. Terrorizzare le vittime prima di ucciderle rende le loro carni irresistibili per uno di loro.
legame col nido (tratto razziale): -20 questo svantaggio decresce con l’età fino a un valore di 5 al ritmo di un punto l’anno. Finché è sottoposto all’autorità dell’anziano (il capo del Nido) il B deve obbedirgli ciecamente fino al punto uccidere sé stesso per nutrire uno dei suoi “fratelli” o qualsiasi altra cosa venga in mente all’anziano. Quando il B è cresciuto troppo e il suo legame col nido tende ad essere debole (scende di 1 punto ogni 5 anni, quindi dopo 75 anni il B è bello grosso)
Totale: 115 punti.

Equipaggiamento: nessuno.
Risorse:

2) Vedi sopra: redigo una scheda personaggio, in parte ispirata ad alcuni giochi di ruolo. Assegno ad ogni caratteristica un punteggio e tiro la somma. Il totale mi da un’idea approssimativa del valore del personaggio. Applico lo stesso metodo per tutti i personaggi della storia (questo è un personaggio secondario) e valuto se sono equilibrati.
Un antagonista troppo potente che viene sconfitto… non si regge. È come se un gigante fortissimo venisse abbattuto da un ragazzino con una fionda. Finché il ragazzino è un ragazzino e basta vince il gigante.
Dai al ragazzino un talento tipo “mira infallibile” o “aiuto divino” e racconta bene come se lo è procurato; invece di una fionda normale usa una cinghia di cuoio e come pietra un sanpietrino e allora il gigante comincierà ad avere qualche dubbio sulla propria vittoria.
Certo, fa un po’ strano vedere un ragazzino con un valore di 200 combattere contro un gigante che vale 250, ma la storia ci insegna che se il ragazzino si chiama David… comunque è importante sapere cosa può fare ogni personaggio e quanto “vale” la sua capacità.
Far scontrare personaggi di livello troppo differente da origine a situazioni da gestire con molta attenzione e in base al taglio della storia. Una storia umoristica può anche vedere situazioni paradossali come il drago che tenta di far fuori un gattino e rimedia una serie di mazzate che alla fine decide di prenderlo come alleato e gli fornisce cuccia, sabbiera e croccantini.
Un epic fantasy invece richiede personaggi bilanciati a dovere.
Sempre come parte della scheda, oltre alle abilità ci sono l’equipaggiamento (così da avere sempre sottomano cosa ha e cosa non ha un personaggio), il denaro (se ne ha e dove lo tiene), appunti su alleati (un B non ne ha), nemici e tutto quel che si porta dietro.

3) Come forse avrete notato il bestio (un Beholder, solo che non posso chiamarlo Beholder per motivi di copyright) ha dei vantaggi razziali, questo significa che tutti i B della mia ambientazione li possiedono.

4) Tutti gli elementi della scheda del personaggio concorrono a tracciare la sua storia.
Daagh è l’ultimo nato nel nido di Chtu, l’Anziano che guida la piccola comunità. Ha 40 anni, il suo fratello più anziano ne ha 50, in totale sono 8 fratelli. Appena emerso dalla carcassa del contadino usato per far crescere la spora che lo conteneva, Daagh si è era ritrovato rinchiuso in una cella assieme ad altri due fratellini. Ognuno dei piccoli B si è nutrito del cadavere della sua vittima finché è durato, poi ha iniziato ad adocchiare le risorse degli altri.
Daagh, complice il fatto che è nato con due tentacoli, ha ucciso i suoi fratelli e si è mangiato loro e i loro avanzi garantendosi così la possibilità di vivere abbastanza a lungo per essere liberato ed entrare a far parte del nido.
Da subito comprese che se avesse osato ribellarsi sarebbe finito come i suoi fratelli: divorato.
Molti dei lavori più umili come cacciare selvaggina o creature senzienti da terrorizzare prima di cena spettava a lui.
Per quaranta lunghi anni Daagh è stato un servitore sempre meno felice e frustrato perché i suoi fratelli sono tutti più forti e l’anziano è ancora più potente. Ha meditato più volte la fuga, ma anche se fosse in grado di teletrasportarsi non ha la più pallida idea di dove andare. Dai racconti delle vittime s’è fatto un’idea del mondo e brama poterlo esplorare, ma è difficile: quelli come lui sono oggetto di caccia forsennata. Il loro occhio centrale è molto richiesto poiché conserva i suoi poteri anche dopo la morte del suo proprietario.

Al momento in cui entra nella storia sta meditando sul suo piano di fuga e se gli si paleserà l’occasione tenterà di abbandonare il Nido.
Quello che non sa è l’unico modo per abbandonare il nido è uccidere l’anziano e scegliere di non prendere il suo posto. In caso contrario l’anziano ha sempre la possibilità di rintracciare, tramite la magia: si fa crescere un tentacolo ad hoc, il figliolo scappato e ri-teletrasportarlo nel nido per punirlo in modo esemplare.
I fuggitivi, di solito, vengono privati di tutti i tentacoli e braccati come bestie, uccisi prima che gli possa ricrescere anche solo un peduncolo e divorati o usati per far nascere nuovi cuccioli.

Fare un cucciolo è semplice: si trova una vittima, viva, e si inocula nel suo corpo una spora. Successivamente viene attivata con un incantesimo ad hoc lanciato attraverso il corpo della vittima che è più divertente (per il bestio). La spora inizia a crescere cibandosi della carne del suo ospite fino a diventare una sfera di 30-40cm di diametro che distrugge il corpo dell’ospite ed esce.

Prima di fare un figlio, tuttavia, un B ci pensa bene perché deve essere in grado di controllarlo o il “figlio” si mangerà il padre alla prima occasione (i cuccioli hanno sempre MOLTA fame: è questo il motivo per cui nascono rinchiusi).

Daagh medita di andarsene da quel nido e crearne uno tutto suo, ma è inconsapevole dei pericoli che questo comporta.

5) In ultima analisi il canovaccio di questo personaggio è essere catturato dai protagonisti e, in seguito, aiutarli in cambio della libertà e della promessa di uccidere l’anziano.
Daagh pensa che se l’Anziano viene impegnato molto a lungo lui potrebbe riuscire ad andare ben oltre il raggio d’azione dell’intero Nido prima di essere raggiunto dagli incantesimi di ritorno immediato. Quello che non sa è che solo con la morte dell’Anziano potrà sentirsi al sicuro.

Dunque il personaggio ha:
1) Una scheda e un background come nei migliori giochi di ruolo
2) La scheda contiene anche quegli elementi fisici e psicologici che ne possono ostacolare o comunque condizionare le decisioni (paure, psicosi, deformità ecc…) o offire una motivazione potente alle sue azioni. In questo caso ho preso spunto da GURPS, General Universal Role Playng System di Steve Jackson.
3) L’ambientazione deve contenere già una descrizione di tutti gli elementi presenti nella scheda (vantaggi, svantaggi, abilità ecc…)
4) Un canovaccio che racconta a grandi linee quali sono i suoi scopi nell’ambientazione. Daargh vuole essere libero e scappare dal Nido. Aspira ad averne uno tutto suo.

Questo mi aiuta molto nel creare personaggi che agiscono in modo coerente tra loro e con l’ambientazione, specie là dove la realtà è molto differente da quella che sperimentiamo abitualmente.

Audiolibri

 Tra i miei amici di facebook  ce ne è uno che aveva qualcosa di strano nello sguardo e sembrava che non avesse visto mai un pettine. Solo dopo un suo messaggio in cui mi chiedeva di non inviargli immagini che non avrebbe mai potuto apprezzare ho capito esattamente perché.
Sono stato molto stupido.

Per rimediare ho preparato per lui e per tutti gli amici che hanno problemi con la vista la versione audio del “Diario del Capitano Sarralga”, primo audiolibro autoprodotto & interpretato con l’ausilio di “Audacity” un giocattolino open source capace di prendere un file audio e aggiustarlo un poco. Il risultato è stato apprezzato, magari l’audio è un po’ basso e migliorabile, ma… migliorerà.

Ecco il “video” in formato audio, completamente gratuito e fruibile.

Disponibilità di tempo permettendo convertirò in audiolibri tutti i racconti che ho pubblicato sul mio profilo wattpad.

Produrre un libro – 1

Quanto costa scrivere? Bella domanda.

Qual è il prezzo “giusto” da dare al proprio lavoro? Dipende.
Alla prima domanda non c’è una risposta univoca a parte “comunque tanto” che non è una risposta utile. Per la seconda domanda invece bisogna rispondere alla domanda: “quanto costa produrre un libro”. E poi fatta seguire alla domanda “quante copie penso di vendere?” e considerare numeri che partono da 500 copie.

In questa serie di articoli proverò ad analizzare i costi che uno scrittore deve affrontare nel momento in cui decide di diventare “self” e fare a meno di un editore, magari attirato dall’idea di guadagnare più del 5-10% sul prezzo di copertina.

Il manoscritto

Non è il libro. Per quanto possiate rileggerlo, aggiustarlo e sistemarlo, non sarà mai pronto per la pubblicazione. King, Cussler, Smith, Follett… tanto per citare qualche nome grosso, hanno tutti un editore alle spalle che ci mette: editing, correzione di bozze, impaginazione, cover, quarta di copertina e (fondamentale) pubblicità.

È vero che senza il manoscritto l’editore non può far nulla, ma senza gli altri servizi il manoscritto da solo è ” ‘na ciofega”, termine romanesco che vi invito a scoprire da soli la prima volta che assaggerete un caffè preparato in modo approssimativo.

Non basta scrivere il libro: va trasformato in un prodotto editoriale.

Conoscere i costi di tutti questi servizi vi permetterà di stabilire un prezzo adeguato per il vostro “capolavoro” e decidere se pubblicare o meno, se l’editore che vi propone la pubblicazione è una persona seria o un cialtrone, se scrivere per vivere è proprio la vostra strada.
Anche produrre un manoscritto ha dei costi. Il tempo di un professionista vale, al netto di tasse e contributi, da 15 a 80 euro l’ora, dall’idraulico al dirigente di un’azienda tutti sono pagati per il loro lavoro. Uno scrittore non campa mica d’aria. Se pensate di non guadagnare più di 25.000 euro l’anno con la scrittura (al netto di tasse e contributi) mettete in conto di trovarvi un lavoro stabile.

Tutti gli scrittori, tranne quelli morti in giovane età causa miseria/stenti/rogne varie, avevano un lavoro: Kafka era un assicuratore, Manzoni un professore, Lovecraft faceva l’editor… e tanti altri illustri eccetera. 

Il primo passo, dunque, è fare in modo che la vostra passione abbia le “spalle coperte” dal punto di vista finanziario. Altrimenti è un hobby e allora lasciate perdere questi articoli.

Il secondo passo è darvi un metodo e un ritmo di scrittura: tutti i mercoledì dalle 17 alle 21, tre volte a settimana la mattina presto, tutti i giorni due ore al giorno: non importa, trovate un tempo per voi e la vostra arte e siate costanti. E non basta: il metodo è fondamentale, che scriviate di getto e poi dedichiate molto tempo a sistemare tutti i dettagli o viceversa dedichiate molto tempo alla progettazione e poi alla scrittura… e tutte le varianti possibili tra questi due estremi, dovrete trovare il vostro modo di produrre il testo.

Buona fortuna e considerate che sto dando per scontato il fatto che siete tutti capaci di produrne uno e che, dunque, siete in possesso delle “skill” necessarie oltre che di un’immaginazione fuori dal comune. Non sono doti comuni.

Detto questo: il manoscritto di un romanzo di 300 cartelle si tira giù in 3 mesi lavorando un due ore e mezza al giorno, festivi esclusi che corrispondono a 150 ore di lavoro (ok, questi sono i miei tempi, ma ognuno ha i propri e i suoi metodi di scrittura) sono tempi messi a titolo di esempio, li ho inseriti per completezza. Se ci mettete di più o di meno va bene lo stesso, solo: tenete conto del tempo che è una risorsa preziosa e va considerata.

Nel prossimo articolo vedremo cosa succede durante l’editing, quanto costa e farò un ripasso di quanto è importante.

Verbi e sostantivi polisemantici…

C’era una volta l’alabarda spaziale del buon Goldrake, poi son saltati fuori i missili nucleosintetici di Trider G7 e adesso… quale super eroe spara i verbi polisemantici o polisèmici?

No, il super-eroe in questione odia i polisèmismi, sono tra le sue bestie nere per eccellenza: è lo Scrittore.

Yeeah! Fatevi una standing ovation, scrittori! Siete i miei super-eroi preferiti!!

Ci sono dei verbi, nella nostra bella lingua, che vengono usati un po’ per tutto e che sostituiscono parole decisamente più appropriate.

– Ho fame – disse Mario sbattendo la forchetta nel piatto vuoto.
– Aspetta, ancora non è pronto – rispose la madre mentre fa il pranzo usando i i fornelli.
– Ma io ho fame adesso! – disse ancora Mario, che dal basso dei suoi cinque anni aveva poco chiaro il concetto di “tempo”.

In questo dialogo ci sono due verbi “dire” e soprattutto “fare” che potrebbero tranquillamente essere sostituiti da altro.

Per esempio: il primo “dire” potrebbe rimanere o diventare “protestare”, la risposta della madre può essere introdotta da “replicare” e invece di “fare il pranzo” diventa “affaccendata ai fornelli”
Il secondo dire di Mario diventa “ribattere”.

Ed ecco il risultato:
– Ho fame – protestò Mario sbattendo la forchetta contro il piatto vuoto.
– Aspetta, ancora non è pronto – replicò la madre affaccendata ai fornelli.
– Ma io ho fame adesso! – ribatté Mario, che dal basso dei suoi cinque anni aveva poco chiaro il concetto di “tempo di attesa”.

Come esempio è deboluccio, ma introduce bene l’argomento: i verbi polisemantici. Le bestie nere dei dialoghi e delle descrizioni, tra le altre cose.
Per me ormai è un Mantra: se scrivi “fare”, comunque lo declini, c’è un verbo che descrive in modo più preciso quel che accade, trovalo e usalo.
Il che non vuol dire che il verbo fare sia “bandito” dalle mie storie eh? Solo che si incontra raramente e solo in circostanze che richiedono esplicitamente la presenza di un termine tanto ambiguo. Fare, sul dizionario treccani, ha due voci dedicate e più di 12 significati differenti, ognuno con 7-8 sfumature differenti.
Un personaggio di estrazione popolare che dice “Tu mi fai schifo” va molto meglio del borgataro che replica “tu mi susciti ribrezzo”, ma è una questione di ruoli: è corretto utilizzare un certo tipo di linguaggio quando si deve dar vita ad un determinato personaggio.

Tutto sta a conoscerli bene, questi verbi: di solito non si fa (pardon) caso al loro impiego. Li utilizziamo tutti senza particolari problemi, ma se cominciamo a porre la nostra attenzione si scopre che sostituirli con verbi più appropriati trasforma ed amplia il ventaglio diafasico (oh oh oh), cioè la gamma di registri espressivi di cui si dispone.
Come si distinguono i verbi (ma anche certe parole come “cosa”) polisemantici? Facile: si apre il dizionario e si vede quanti significati possiedono. Con 2-3 significati o meno, di solito basati sul contesto, è un buon verbo. Se ha più significati e il contesto è molto ampio… be’ di solito il dizionario suggerisce anche dei sinonimi o vale la pena cercarne uno.
Solo che al posto di “fare” c’è talmente tanto che è impossibile sostituirlo con un sinonimo. Ci vuole attenzione (cribbio: è la terza volta che rileggo questo articolo e mi ritrovo con qualche fare in mezzo ai piedi).

Fare, usare, dire, bere, mangiare, camminare… tutti i verbi di azione più comuni hanno spesso molti significati, ma sovente si tratta di una approssimazione. Cioè noi, per pigrizia, ignoranza, fretta o… boh? Semplifichiamo il linguaggio lasciando al nostro interlocutore l’ingrato compito di capire cosa stiamo dicendo.
“Ho fatto presto, hai visto?”
Visto che? Sei qui, ti vedo, ma presto per chi? Cosa hai fatto?

“Ho fatto questa cosa, guarda!” Quale cosa? Dove devo guardare? Devo esserne felice? Perché?
Possono diventare:
“Sono arrivato con cinque minuti di anticipo, hai notato?” decisamente più chiaro: tu devi notare il fatto che, rispetto all’orario prestabilito, ho ben cinque minuti di anticipo.

“Ho costruito questo oggetto, che ne pensi?” e il nostro interlocutore si concentrerà su qualsiasi cosa gli stiamo indicando per esprimere il proprio pensiero in merito alla sua realizzazione.

Dunque la presenza di parole “polisemantiche” siano essi verbi o sostantivi deve essere considerata non tanto un errore, quanto una possibilità:  quella di arricchire il nostro modo di esprimerci e di arricchire il lettore che potrà comprendere bene la storia che gli stiamo raccontando. Una sorta di competizione dove vincono tutti: chi scrive e chi legge.

E voi? Cosa gli fate (eh eh) ai verbi polisemantici?

Il torto della Torta 2.0

Il torto della tortaIn realtà il numero di versione sarebbbe 4.6 ovvvero la sesta riscrittura della quarta stesura, ma come “edizione” è la seconda, totalmente rinnovata.

Dopo essermi accorto che, nonostante le buone idee, i miei racconti hanno venduto meno di 100 copie in 3 anni ho svolto un intenso lavoro di autocritica. Cosa è mancato? Be’ sicuramente il marketing: non sono mai stato capace a vendere me stesso, né altro che non fosse un po’ di “fumo” parenti, amici & familiari.

Il bello del “fumo”, specie se ottenuto da certe affascinanti piantine con foglie a sette dita, è che fa sembrare tutto bellissimo e meraviglioso: un vero ballo con la S davanti. Tuttavia il giudizio è un pelino falsato. Il “torto ” nella sua prima edizione è stato giudicato troppo positivamente: il commento meno lusinghiero è stato “molto carino” e il migliore “wow, fantastico: mi hai fatto sognare luoghi incredibili!”. Forte dei miei dubbi e del numero di copie vendute ho ripreso in mano il testo e ho analizzato pregi e difetti.

Punti di forza:

  1. E’ una storia originale. Niente mostri “fine di mondo”, orribili “signori oscuri” o altri cliché tipiche delle storie High Fantasy. Anche il protagonista è sui generis e in comune con altri ha l’età e una certa dose di immaginazione.

  2. La trama è intrecciata, ma non troppo. Il conflitto che muove il protagonista c’è e arriva già nel primo capitolo.
  3. I personaggi sono caratterizzati a dovere, ognuno con le sue peculiarità, i suoi pregi e i suoi difetti
  4. E’ facile da leggere, appena 30 cartelle: non scoraggia.

Punti di… miglioramento:

  1. L’italiano. Mi sono cadute le braccia di fronte ad alcuni errori grossolani come una virgola tra soggetto e predicato… avrei voluto morire: ho pubblicato su Amazon una roba del genere?!? E qualcuno l’ha letta?!!?. Ci sono pure 90 avverbi in meno di 40 pagine, accidenti, altro che Torto della Torta: ho fatto un torto a quei pochi che mi hanno dato fiducia!
  2. Manca un capitolo introduttivo “catastrofico”. Voglio dire: tutti gli altri racconti cominciano “alla Cussler” con un bel disastro di qualche tipo. No, niente navi che affondano: ci sono razziatori che razziano, furfanti che derubano, entità sanguinarie che tramutano vivi in non-morti… cose così. Invece questa storia è, come dire… senza sugo (come dicea un di que’ capi un po’ pericolosi, quel tal Sandro… autor d’un romazetto in cui si narra di promessi sposi).
  3. Il finale non introduce alla “collana” dedicata a Conrad e al mondo di Tharamys: e allora, se pure è scritto bene nessuno sarà curioso di leggere il resto. Insomma: la storia di Conrad e del mago Colle Ondoso inizia con questo libro… ma non si capisce.
  4. La tecnica usata, col narratore onnisciente, la terza persona con focus sul protagonista del capitolo, il tempo che va dal passato prossimo a quello remoto e l’imperfetto per descrivere le azioni che non si sono ancora concluse, sa di stantio e già n-mila volte letto. Va bene per un resoconto di una partita di giochi di ruolo, ma qui… è richiesto altro.

Ed ecco che comincia il lavoro. Per prima cosa ho bisogno di migliorare io. Così comincio a cercare siti dedicati alla scrittura e agli scrittori. Scopro blog di autori e agenti letterari fino a quel momento sconosciuti come Augusto Chiarle, sulromanzo.it e ioscrittore.it. Ritrovo persino quello di un amico: www.pennablu.it di Daniele Imperi. Ciao Daniele, sei stato (e continui ad essere) una fonte preziosa di consigli utilissimi! Tra le tue pagine ho trovato anche un’altra persona molto utile: Stefania Crepaldi, che è un editor e mi ha seguito durante la riscrittura del libro con pazienza, entusiasmo e professionalità.

Con un mese e mezzo di lavoro ho riscritto interamente il testo, passando la fatidica soglia da racconto lungo a romanzo breve… 46 cartelle.

E infine: ecco un bell’estratto dal “Torto” con raffronto tra “Prima” e “Dopo” la cura, per chi è curioso di vedere quanto è cambiato il mio stile in un mesetto… e cosa lo aspetta se deciderà di acquistare il libro una volta pubblicato.

Prima dell’editing:
CONRAD MUSÌN! – gridò una voce stridula e potente allo stesso tempo; la porta della cucina si spalancò di colpo e dalla sua posizione riparata in fondo al tavolo Conrad poté solo immaginare Luigi Scaldapentole che, dall’alto dei suoi 95 centimetri (un vero gigante tra la sua gente), faceva irruzione nella sala comune della casa agitando addome e capelli allo stesil presente nel passatoso modo.
Il “gigantesco” elasson saltò sulla panca accanto a Francisco che sogghignò in direzione del semiumano, ma tenne per se qualsiasi commento gli fosse venuto in mente: la padella che il minuscolo cuoco teneva in mano in quel momento avrebbe potuto trasformarsi in un… incontro ravvicinato assai doloroso.
Raccontami la storia della tua vita, da stamattina a adesso – intimò al ragazzo puntandogli contro la padella – e bada di includere la sorte della crostata di visciole che avevo sfornato all’alba, poco prima di recarmi in città per acquistare le provviste necessarie per la dispensa… già che ci sei tira fuori il piatto: non ti sarai mangiato anche quello spero! – disse Luigi sbattendo la padella sul tavolo, un gesto molto eloquente per Conrad: il prossimo avrebbe visto in azione la padella sul suo fondoschiena.
…ma io non sono stato! Non…– protestò Conrad
Non ti ho chiesto se sei stato tu – grugnì Luigi, i lineamenti del viso glabro e delicato stravolti dalla rabbia – ti sto ORDINANDO di dirmi cosa hai fatto nella mia cucina quando, stamattina, mi sono dovuto assentare! –
Un quesito gustosamente interessante, mio giovane allievo – commentò Francisco lisciando distrattamente il pizzetto appuntito – in effetti stamane avevo fiutato un buon profumo nell’aria –
Conrad scuoteva la testa e negava:
Non sono stato io, non stavolta! Ho promesso sul mio onore che non l’avrei più fatto, e me ne sono ben guardato! –
Fu allora che Dorian entrò nella sala:
Allora Luigi che si mangia di buono a pranzo? – chiese notando subito la presenza del cuoco in piedi sulla panca accanto a Francisco
Minestrina! – urlò Luigi furibondo – dato che qui c’è un ladro che preferisce degustare le mie specialità prima che possano raggiungere la tavola – Luigi a furia di gridare stava perdendo la voce, mentre il suo colorito stava assumendo una tinta simile a quella delle visciole usate per la crostata.
Dorian scoccò uno sguardo molto severo a suo figlio:
Papà mi devi credere: non sono stato io, non stavolta, ho… – provò a difendersi il ragazzo, piagnucolando appena.
Zitto Conrad! Non peggiorare la tua posizione: avevi promesso, ricordi? Sei venuto meno al patto, un bravo mercante non si comporta in questo modo (ahemm NdA): può aver mal interpretato alcuni dei termini, del tutto in buona fede… magari per ottenere qualcosa in più, ma non disattende mai un contratto che lui stesso ha redatto, perché un mercante degno di questo nome ha solo da guadagnare nel rispettare la sua parte; da stasera e fino alla fine dell’autunno tu dormi nel fienile e lavori come garzone nelle stalle, fila!
Ma papà…–
Fa come ti ho ordinato Conrad e non farmelo ripetere! – sbottò il padre incollerito – o stavolta le prendi sul serio! –
Conrad corse via piangendo fuori della sala, sotto lo sguardo severo di Dorian, quello deluso e poco soddisfatto di Luigi e quello rassegnato di Francisco.

Dopo
«Conrad Musìn!» grida una voce stridula e grave allo stesso tempo; la porta della cucina si spalanca di colpo e dalla sua posizione riparata in fondo al tavolo Conrad non riesce a vedere Luigi Scaldapentole che, dall’alto dei suoi 95 centimetri – un vero gigante tra la sua gente – irrompe nella sala agitando addome e capelli. L’impressione è di avere vicino due persone con voci diverse che gridano all’unisono. Chi non conosce gli elassos spesso crede che siano davvero in due a gridare. In condizioni di tranquillità non c’è traccia della voce doppia, tranne durante il canto, nel quale gli psaltei(3) elassos sono maestri indiscussi.
Il gigantesco elasson salta sulla panca accanto a Francisco e si rende visibile. Francisco sorride divertito in direzione del semi-umano, ma tiene per sé ogni commento al riguardo: sa che un elasson furibondo armato di padella potrebbe trasformarsi in un… incontro ravvicinato assai spiacevole.
«Raccontami la storia della tua vita, da stamattina a adesso», intima al ragazzo puntandogli contro la padella, «bada di includere la sorte della crostata di visciole che avevo sfornato stanotte, poco prima di recarmi in città per acquistare le provviste necessarie per la fattoria… e già che ci sei tira fuori il piatto: non ti sarai mangiato anche quello spero!» sbraita Luigi, sbattendo la padella sul tavolo. Un gesto davvero molto eloquente per Conrad. Il ragazzo sa che l’atterraggio della padella sul suo fondoschiena può divenire realtà entro pochi secondi. Il suo volto sbianca, le gambe diventano improvvisamente molli e la vescica gli comunica che deve liberarsi in quell’istante.
«… ma io non sono stato! Non stavolta…» protesta Conrad, incapace di trovare una risposta.
«Non ti ho chiesto se sei stato tu», grugnisce Luigi, i lineamenti del viso glabro e delicato stravolti dalla rabbia, «ti sto ordinando di dirmi cosa hai fatto nella mia cucina in mia assenza!»
«Un quesito gustosamente interessante, mio giovane allievo», commenta Francisco lisciando distrattamente il pizzetto appuntito, «in effetti avevo fiutato un buon profumo nell’aria stamane.»
Conrad scuote la testa e nega: «Non sono stato io! L’altra volta ho promesso sul mio onore che non l’avrei più fatto, e me ne sono ben guardato!»
È in quel momento che Dorian entra nella sala: «Allora Luigi, che si mangia di buono a pranzo?» chiede notando subito la presenza dell’elasson.
«Minestrina!» grida questo, furibondo, «dato che qui c’è un ladro che preferisce degustare le mie specialità prima che possano raggiungere la tavola.»
Luigi a furia di gridare sta perdendo la voce, mentre il suo colorito va assumendo una tinta simile a quella delle visciole usate per la crostata.
Dorian scocca uno sguardo molto severo a suo figlio che replica: «Papà mi devi credere: non sono stato io, non stavolta, ho…» Conrad, gli occhi carichi di lacrime trattenute a stento, incrociano quelli di suo padre in cerca di una difesa o ancora meglio, di una piena assoluzione. È innocente e vuole che tutti gli credano.
«Zitto Conrad! Non peggiorare la tua posizione: avevi promesso, ricordi? Sei venuto meno al patto. Un bravo mercante non si comporta in questo modo: può aver mal interpretato alcuni dei termini, del tutto in buona fede… magari per ottenere qualcosa in più; ma non disattende mai un contratto che lui stesso ha redatto, perché un mercante degno di questo nome ha solo da guadagnare nel rispettare la sua parte; da stasera e fino alla fine dell’autunno dormirai nel fienile e lavorerai come garzone nelle stalle. Fila!»
«Ma papà…»
Gli occhi dell’uomo, di fronte a quel tentativo di ribellione, divengono due fessure: «Fa come ti ho ordinato Conrad e non farmelo ripetere!» sbotta, le mani serrate in pugni stretti lungo in fianchi, «O stavolta le prendi sul serio!»
Conrad corre via piangendo. Sente gli sguardi di tutti e tre sulla schiena come se fossero pugnali, sguardi che continuano a trafiggerlo anche dopo aver sbattuto la porta dietro di sé.

3) bardo, cantastorie in elassos. Oltre ad essere famosi per la loro cucina gli elasson superano gli elfi nel canto.

Che ve ne pare? Commentate pure al riguardo; cambiamenti ce ne son stati parecchi, a cominciare dalla formattazione che è molto più ordinata e pulita, con le caporali «» al posto del trattino – per introdurre il discorso diretto. Il narratore è diventato “quasi” onnisciente: neanche lui sa come finirà la storia. Sa tutto sul passato e sul presente, ma il futuro gli è oscuro e se osa svelare qualcosa al riguardo… il finale potrebbe cambiare.  Ad aggiungere carne al fuoco: il primo capitolo è dedicato a Colle Ondoso, il secondo ad Alalf e Ololf, che si intrufolano di soppiatto nella fattoria Musìn. Capitoli brevi, sia chiaro. Tutta l’opera non supera le 83000 battute, circa 46 cartelle.

Quando avrò finito probabilmente cambierà il titolo, sicuramente la dicitura: non è più un racconto breve. In tutti i casi  pubblicherò la nuova versione come aggiornamento della precedente così quei pochi, lettori coraggiosi, che hanno acquistato la prima versione del racconto se la ritroveranno ben aggiornata sul proprio Kindle senza spendere un cent.

Buone Letture a tutti!

Nadear a Rotta di… carro

Ovviamente questo non è il titolo del prossimo racconto, ma solo quello provvisorio.
L’ho ambientato a Nadear e, tra le altre cose, sto cercando di tirar su un bell’antagonista per Conrad. Per chi non avesse ancora letto Jon Ludrò ne raccomando la lettura. Per ora ho scritto la bozza del primo capitolo, abbastanza movimentata. Ho fatto lavorare un po’ tutti: Conrad, La-Wonlot e Diana per primi, ovviamente. C’è stato il solito, discreto, intervento di Qar e qualche altra cosetta che sto abbozzando solo ora. Non dico di più per non rovinare la sorpresa.

Nader La Bianca
mappa della città scala 1:100

Ci sono tuttavia alcune cose che mi piace condividere come la mappa di Nadear la Bianca, nell’apposita scheda e che adesso mi sta aiutando parecchio nella stesura del testo. Raccontare la città e parte della sua storia mi ha permesso di arricchire un po’ lo sfondo su cui si muovono i personaggi. A tal proposito sto anche preparando altre schede, tra cui una sulla politica di Kirezia. Ricalca molto quella che era la repubblica di Venezia e gli somiglia anche, ma non ne ho mai fatto mistero. Avere chiaro com’è fatta la città, con le sue strade, i suoi personaggi storici (come il Capitano Sarralga, Halden Lancia-degli-dei e Colle Ondoso), i palazzi, gilde, corporazioni, banche… eccetera… è un aiuto impareggiabile, a mio avviso.

E maledettamente divertente.
Si noti poi l’indicazione dei poli-nord in alto a destra… mi manca solo di aggiungerci i dati dell’atlante kireziano (sestante, sezione e cella).

È pure d’aiuto tenere a mente i personaggi e le loro storie, così so già come farli reagire e cosa far dire loro in base a come si sviluppano le vicende… è come se la storia fosse già scritta e a me tocca il compito, tutt’altro che banale, di raccontarla. Poi saltano fuori altri personaggi come Rosa Abbiategrasso, che fa il paio con Luigi Scaldapentole elasson pure lei e… anziana, Jonathan Strigo mago guardiano della Gilda. Cos’è un mago guardiano? Il portiere, quello che accoglie i potenziali clienti e che, più che un mago, è un ex apprendista che si occupa anche delle faccende più mondane come gestire i rifornimenti, la servitù e vari eccetera. Tra l’altro Strigo, in dialetto veneto, vuol dire mago. Suona bene e funziona.

Mentre scrivo queste righe il povero Conrad è alle prese con un altro ladro, decisamente più manesco e subdolo del capo dei razziatori. Più che altro questo si nasconde e colpisce nell’ombra insieme ai suoi complici. Conrad non è tipo da farsi mettere i piedi in testa e dopo aver affrontato e battuto una banda di quaranta e passa banditi semplicemente non ci sta a farsi dare una botta in testa dal primo che capita.

La cosa divertente però è ritrovarsi con una città nuova di zecca, ma vecchia di quasi cinquecento anni, che prende forma, con la sua storia, le sue leggende e tutto quel che riesco ad immaginare.

È proprio uno spasso!