Worldbuilding – 3 Onomaturgia

worldbuilding

Sempre in collaborazione con il gruppo È Scrivere – Community per Scrittori ecco la terza puntata del mio personale metodo di creazione dei mondi. Stavolta si parla di come creare un nome che sia effettivamente evocativo e capace di restare in testa al lettore ancorché complesso e poco intuitivo come Mithrandir o Isildur. O apparentemente innocuo come Vigata.

L’onomaturgia, questa disciplina.

ὄνομα (Onoma)=nome τεύχω(teuco) = Fabbricare
L’arte di creare dei nomi.

Anche se non sembra un elemento di grande interesse si tratta della chiave di volta su cui si regge una ambientazione degna di questo nome. Cioè togli questa e crolla tutto.

Dare dei nomi sensati a luoghi, cose e persone è quanto di più importante si possa immaginare.
Nelle puntate precedenti abbiamo visto i confini spaziali e temporali di una ambientazione, e ho sottolineato più volte la necessità di saturare ben bene lo spazio delimitato da questi confini con quanta più documentazione possibile.

Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome.”
(Genesi 2, 19)

Ora avete capito quanto è delicato questo compito? Secondo la Bibbia è stata la prima mansione che Dio ha affidato all’uomo.
Che siate religiosi o meno dovrete esercitare molto la vostra pazienza: ho molto da dire al riguardo e l’aver iniziato con il secondo capitolo della Genesi dovrebbe darvi l’idea di quanto lungo sarà il giro.
Mettetevi comodi.

Prendiamo un paio di esempi, uno fatto bene e uno invece no.

“Questa storia si svolge tanto tempo fa, nella lontana terra di Retnil, abitata da molte razze tra cui gli uomini. Qui viveva un tiranno di nome Zhartang, un orco per la precisione, che possedeva un impero enorme. Questo si estendeva dalle rive del mare della libertà e di Lorathien fino alle rive occidentali del fiume Zonditang. Aveva conquistato tutto, tranne le terre ad est di esso. Ad est, infatti, c’erano le terre “Libere”: Neridhun, quella dei nani, Efitex, quella degli elfi; Minthir, quella degli uomini. Queste terre avevano combattuto Zhartang fin dalla sua ascesa, ma senza tanto successo. Avevano pure perso terreno. Prima infatti, i domini delle terre Libere erano estesi fino a Noertex, antica città degli uomini, per molto tempo grande e gloriosa, e a Deriotan, grande città elfica.”

Tratto da “Le glorie di Durindain” di Dante J. Ferretti
e questo è uno. Vado a lavarmi le mani e torno a scrivere.

Esaminiamo qualcuno dei nomi scegli da Dante J. Ferretti per il suo mondo.
Nomi di persona:
Zhartang
Durindan

Luoghi
Mare della Libertà
Lorathien (mare)
Zonditang (fiume)
Neridhun (regno Nanico)
Elfitex (regno elfico)
Minthir (regno umano)
Nortex (città umana)
Deriotan (città elfica)

Cosa hanno in comune questi nomi, a parte essere stati scimmiottati dai lavori di Tolkien?
Purtroppo hanno diversi punti di contatto.

L’autore da allo stesso specchio d’acqua i nomi di Mare della Libertà e Lorathien (questa è una buona idea quando non scivola nell’infodump come adesso) a seconda di quale stato confina con esso. Gli elfi, che hanno chiamato la loro patria Elfitex, chiamano quel mare Lorathien. Due registri molto differenti: Lorathien è elfico – tolkeniano una strana mescolanza di greco, finlandese, italiano e adesso non ricordo quali altre lingue usò il professore per forgiare il quenya. Elfitex è una parola formata dalla parola Elfi e dal suffisso -tex, l’uso di prefissi e suffissi per variare il significato di una parola è alla base delle lingue bantu, le più antiche del nostro mondo. Anche questa è una buona idea.

Dal secondo nome si intuisce che il suffisso -tex significhi terra, patria o luogo di origine. Elfi ha poche spiegazioni. Elfitex diventa “terra degli elfi” semplice e diretto (e anche nelle lingue bantu il processo è identico, semplice e immediato). Tuttavia confonde Lorathien: non ha una origine simile a Elfitex, usa suoni più musicali e sibilanti e boh? Pare una sorta di Lothlorien (foresta di Arda, Tolkien) o qualcosa del genere. Due buone idee, quando doveva essere usata una sola: un solo registro. O utilizzi il registro “tolkeniano” o utilizzi quello che ha portato alla creazione di Elfitex. Mescolarli è pericoloso come salnitro e glicerina.

Segue il fiume Zonditang e vorrei sapere chi l’ha chiamato così: i nomi dei fiumi variano in base ai popoli che ci vivono in contatto, ma non ha un suono accomunabile ad alcuno dei tre regni. Forse il nome nasce nell’impero di Zhartang, che tuttavia resterà senza nome per tutto il libro (sì, l’ho letto fino alla fine), non lo sapremo mai.
Neridhun è il regno dei Nani, ma di nomi “nanici” non se ne incontreranno più nella lettura e potremmo anche dimenticarlo. Minthir è il regno degli uomini e potremmo anche ricordarcelo visto che il protagonista, Durindan, lo attraverserà da parte a parte. Eppure… se il regno si chiama Minthir che come registro (il tipo di fonemi impiegati) pare lo stesso di Lorathien o comunque molto simile, com’è che l’unica città che nomina sotto il controllo degli umani si chiama Nortex? Avevo intuito che -tex era elfico ed era un suffisso che indicava concetti di terra-patria-luogo di origine… forse vuol dire un’altra cosa?
Bene, ho finito di rompere l’animo con questo pessimo libro: l’incipit è un’accozzaglia di nomi scopiazzati con criterio cinofallico. Il lettore viene stordito con nomi alieni (nel senso di estranei) alla propria lingua madre e catapultato in un mondo folle dove la logica è sostituita dall’ispirazione dell’autore. Insomma è come muoversi in un quadro di Dalì, ma senza la sua poesia.

Ora esaminiamo questo:

“Una fievole luce apparve a est nel cielo notturno quando gli Eletti entrarono nei Giardini della Vita. Vicina, la città elfa di Arborlon era immersa nel sonno, la gente ancora avvolta nel calore e nella solitudine del giaciglio. Ma, per gli Eletti, il giorno era già cominciato. Con le ampie tuniche bianche fluttuanti al vento d’estate, sfilarono fra le sentinelle della Guardia Nera che, secondo un rito antico di secoli, stavano rigide, impassibili davanti ai cancelli ad arco di ferro battuto intarsiato di volute argentee e tasselli d’avorio. Passarono rapidamente. Soltanto le loro voci sommesse e lo scricchiolio dei sandali sul sentiero ghiaioso turbavano il silenzio del nuovo giorno mentre scivolavano oltre i cancelli fra le ombre dei pini.”

Che poi è l’incipit delle “Pietre magiche di Shannara” di Terry Brooks che può piacere o non piacere, ma lui sa scrivere molto bene.

Nomi comuni:
Eletti
Guardia Nera
Giardini della Vita

Luoghi
Arborlon

Cominciamo dal fondo: un solo luogo, Arborlon. Chi ha letto Brooks sa che questa è la capitale del regno degli elfi. Il nome è un piccolo capolavoro di onomaturgia. Arbor si spiega da solo, Albero. Il suffisso “lon” non è buttato là per caso. Brooks è americano e molti luoghi e città hanno il prefisso “Long”. Long Bridge, Long Mouth, Long Island, long beach… ecc… non solo. L’ambientazione di Shannara è di tipo “post-apocalittico” per cui si tratta della nostra Terra solo molto avanti nel tempo, dopo che una guerra con armi di distruzione di massa ha quasi causato l’estinzione del genere umano e convinto le altre razze (Elfi in primis) a riprendere il controllo della situazione dopo essere rimaste nascoste per millenni.
Questo aspetto, nei libri di Brooks, torna sempre è una sorta di leit-motif per ricordare al lettore dove si trova e che qualche retaggio del passato (tipo un Bolo mark IX, un tank alimentato da batterie al plutonio e dotato di intelligenza semi-senziente) potrebbe saltar fuori e uccidere un druido a caso. Tranquilli! Non ho spolierato il finale de “Le Pietre Magiche”!

Dunque Alberolungo (o alto, dipende da come si guarda) è la città e la cosa continua: visto che esiste da molto tempo ha subito gli effetti della deriva linguistica: il prefisso è diventato suffisso (da Long Arbor a Arbor Long) e l’ultima consonante è caduta divenendo Arborlon.
Anche sulla deriva linguistica tornerò a breve.
Arborlon è l’unico nome che non troverete su un dizionario. Gli altri sono Guardia Nera, Giardini della Vita e Eletti, tutti perfettamente chiari e che non necessitano di lavoro da parte del lettore. Si spiegano da soli anche se poi bisognerà raggiungere la parte del libro dove vengono descritti in dettaglio. La guardia nera viene spiegata quasi subito: guardie scelte per tenere i giardini della vita sotto sorveglianza. Il resto crea aspettativa, si pone la domanda “cosa sono queste cose?” e il fatto che una spiegazione giunga subito se pure ridotta all’osso (stavano rigide e impassibili davanti i cancelli…) fa passare tutto il resto per meraviglioso e stupefacente, incluso l’avorio usato come materiale da costruzione per i cancelli ad arco dei giardini. Come sappiamo tutti un manufatto d’avorio lasciato esposto alle intemperie non dura granché, ma qui c’è la magia e allora tutto è possibile… come quale magia? Quella che vi fa correre a leggere un po’ più avanti per scoprire cosa sono i giardini della vita e cosa c’è dentro, no?

Nel secondo esempio abbiamo un solo nome “strano” e costruito bene, e tutto un circondario di elementi pure alieni, ma costruiti a partire da elementi noti così da rendere il nome auto esplicativo. Guardia Nera, Eletti, Giardini della Vita non hanno nulla di particolare, se non il concetto che essi veicolano.
Inoltre Brooks ha avuto la bontà di fornire un paio di mappe con tutti i nomi dei luoghi che verranno nominati nel racconto (e solo quelli) lasciando il resto fuori dalla narrazione. Ricordate il concetto di Confine e di Limite sì? Bene.
L’esempio di Dante Ferretti è quello da NON seguire. Quello di Brooks è uno dei possibili metodi: pochi nomi inventati, quei pochi seguono regole filologiche precise e identiche a quelle che hanno portato all’origine di nomi veri.
Suffissi che diventano prefissi (e viceversa), consonanti che cadono, vocali che si fondono, raddoppi fonosintattici o doppie che diventano una sola… anche una lingua conservativa come l’italiano (studiatissima in tutto il mondo proprio per questo motivo) cambia, basta confrontare l’italiano della Divina Commedia con quello del 1700 e quello attuale.

Il pensiero al lavoro di Tolkien è immediato, ma prima di affrontare il mostruoso Professore è meglio essere ben preparati. Il viaggio che si comincia oggi ci porterà in altri luoghi “meravigliosi” come la città di Vigata nel ragusano e le mura di Gerusalemme “liberata”.

Martedì prossimo ritornerò sul discorso “Onomaturgia” e approfondirò meglio le “miniere dei nomi” vale a dire dove potersi procurare nomi “inventati” e pure facili da ricordare, o comunque originali e che non abbiamo un “look and feel” già sentito (a meno che non si desideri proprio questo effetto).

Mi piacerebbe lasciarvi con questo “semplice” esercizio:
Prendetevi un pezzo della Divina Commedia, uno qualsiasi che vi sia simpatico (che so, il Canto XXI dell’inferno per esempio) e comparate le parole in esso contenute con quelle con lo stesso significato prese da un’opera del XVI secolo tipo la Gerusalemme Liberata del Tasso, poi stesso lavoro con un’opera quasi contemporanea come I Promessi Sposi o I Sepolcri e infine qualcosa di moderno (e italiano) tipo il Barone Rampante di Calvino o Favole al Telefono di Gianni Rodari (eviterei Verga e simili).

Osservate come una stessa parola cambia forma e grafia nel corso dei secoli. Una sorta di “Morphing” letterario chiamato dagli studiosi “Deriva Linguistica” (o meglio: sono gli effetti che la deriva linguistica, cioè il passaggio da una lingua ad un altra in una popolazione) e che vi tornerà utile per la costruzione dei vostri nomi “inventati”.
In alcuni casi ci sono lettere mute che poi spariscono, sillabe che cambiano e grafie che si soppiantano l’un l’altra.
“Sao ke kelle terre trent’anni le possette sancti benedicti”, il primo documento in volgare “certificato” successivo a “Se pareba boves, alba pratàlia aràba

et albo versòrio teneba, et negro sèmen seminaba” di poco e a metà strada tra latino e volgare (VIII secolo, se ricordo bene). Effettuate lo studio in Italiano perché i cambiamenti sono lentissimi (l’italiano è la lingua più conservativa al mondo) e potrete osservare questo fenomeno alla moviola. Con l’inglese e, soprattutto, col francese invece… prendete la parola “Maturo”.
In Latino era Maturus -ura -urum (II dec), per gli inglesi è diventato “mature” e per i francesi mûr. L’unica differenza con un muro è quella u molto allungata con l’accento circonflesso.

 

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Come sono nati i Principati di Malichar?

Bertrand De Malichar proviene dall’omonima isola nell’arcipelago di Vasconne situato nel canale di Lleendir 50 miglia a sud delle coste frastagliate che delimitano il confine meridionale dell’altopiano di Etsiqaar.

Lleendir era ed è una “Monarchia Teocratica” ovvero la figura del monarca è anche quella di suprema autorità religiosa.

2600 anni sembrano tanti, ma è un “tanto” relativo. Su Tharamys le divinità lavorano alacremente per frenare lo sviluppo tecnologico, onde evitare che si ripeta l’incidente occorso con Daikin-Jadam.

D’altro canto la scienza avanza lentamente di suo, visto che la magia permette di arrivare velocemente là dove sarebbero necessari decenni di ricerca e sviluppo per ottenere lo stesso risultato. La magia permea molti aspetti della vita quotidiana e non è raro che privati cittadini possano disporre di un qualche dispositivo realmente funzionante o permettersi un servizio come la ricostruzione di una mano o di un’intera dentatura. Allora a che serve un medico se un prete eploriano può far sparire un cancro o addirittura richiamare alla vita chi è morto prima del suo tempo? Ben inteso: più una società umana può beneficiare di questi… ritrovati e meno è propensa a sviluppare tecnologie, tecniche e quant’altro per svincolarsi dal controllo divino. Dunque nessuna tecnologia “nuova”? Non è esatto, ma nei circa 3000 anni che il continente di Adra è stato colonizzato si è passati da una tecnologia da età del ferro a una post-rinascimentale. Grossomodo simile a quella che era presente in Europa nel XVII secolo, ma senza polvere da sparo. Dalle nostre parti questo passaggio è avvenuto in poco più di 1000 anni (polvere nera inclusa) qui dopo 3000 ci si è appena arrivati e di polvere da sparo non se ne vede… ma sto divagando.
Il motivo per cui Bertrand de Malichar ha lasciato le sue belle isole per cercare fortuna al nord (un ritornello ben conosciuto anche da noi) va ricercato proprio nei metodi usati dagli dei per tenere a freno la ricerca scientifica senza ricorrere a metodi distruttivi. In Lleendir, complice la presenza di una Repubblica scomoda (Maor) a occidente, in rapida espanzione e a numerose altre presenze sui mari tra cui i pirati di Pelagòs (nei millenni la pirateria è stata abbandonata) la ricerca per mettere a punto mezzi navali adeguati stava dando risultati preoccupanti. Dai cantieri navali oltre a uscire navi a vela singola senza rematori capaci di sfruttare una vela secondaria tra prua e albero (un antesignano dello spinnaker) cominciavano a venir fuori tecniche capaci di avere influenza anche sotto altri aspetti: tessitura, produzione di cordami, calafataggio e numerosi altri eccetera. Questo avveniva anche in altri ambiti: nuove tecniche andavano a rimpiazzare le vecchie e ispiravano anche ambiti vicini. Per fare un esempio: la tessitura delle vele, eseguita mediante speciali telai navali. Qualcuno ebbe l’idea di usare un telaio del genere per produrre il velòs, un tessuto morbido e caldo usato per abiti di pregio. Il risultato fu che con la stessa manodopera necessaria per produrre una vela (e un quantitativo di lana adeguato) si ottenne quello che altrimenti sarebbe costato quanto dieci vele.
Eplor il Buono (ma buono per chi?) che all’epoca era il dio più in voga da quelle parti (ora un po’ meno, ma comunque il Re è ancora Vicario di Eplor in Lleendir) optò per un tiro di sponda più mirato. Non avrebbe mai cercato la morte del vivace imprenditore, né avrebbe impedito ad altri di imitarlo, ma doveva far passare una volta per tutte che simili comportamenti… non pagavano, basta. In questo aspetto emerge la sua “bontà d’animo”: lo adori e segui i suoi saggi consigli e tutto andrà per il meglio. Fai di testa tua e lui fa in modo che le cose vadano bene per qualcun altro.

Devo avere accennato al fatto che il Re è anche capo di stato e dunque detiene anche il potere temporale oltre a quello spirituale.  Come la storia del nostro mondo ci ha insegnato questa combinazione è letale e genera le peggiori dittature che si siano mai viste. Per esempio quella dello Stato Pontificio lo è stata. Possono esseci dittatori “illuminati”, ma comunque dittatori col loro strascico di sopraffazione e morte e chi non è d’accordo vada indietro nel tempo, nel 1599 a Roma, a raccontare che il Sole è solo una stella come le altre nel cielo, ognuna coi suoi pianeti che gli girano intorno e che potrebbero avere altri abitanti che pregano un altro dio.
Sniff sniff… sento puzza di bruciato, chissà cos’è. Sicuramente a Giordano Bruno non è piaciuto.

Che poi una volta entrato nel meccanismo non avevi scampo: anche se ti pentivi “in extremis” ciò che ottenevi era il posto in paradiso, in terra l’espiazione richiedeva il fuoco purificatore e quindi il boia scendeva dalla pira su cui eri legato e la accendeva conscio che così avrebbe distrutto il tuo corpo, ma salvato la tua anima… e tanto poi alla fine dei giorni saremmo risorti tutti no?
Molto conveniente, sicuro!
Via dai piedi una voce scomoda, silenziati i popolani con la promessa della redenzione e della vita eterna “post mortem” dalla quale nessuno in tempi storici è mai tornato per smentire, e controllo assoluto su chi invece aveva abbastanza cervello da capire come stavano in realtà le cose e che non aveva voglia alcuna di finire arrosto.

In Lleendir le cose non andavano troppo diversamente. Al rogo si preferiva l’abbraccio del mare, ovvero si legava al condannato una pietra bella massiccia e poi si buttava giù da una scogliera, in mare o in uno dei grandi laghi dell’entroterra. Se Eplor voleva che il condannato si salvasse i nodi si sarebbero sciolti nonostante tutte le accortezze usate per impedire tale sfortunato evento. Compito della pietra era, oltre di trascinare il malcapitato a fondo,  tenere il morto ancorato al fondale e quindi inaccessibile a chi avrebbe potuto resuscitarne il corpo o interrogarne lo spirito con facilità. Capite bene che in un mondo dove, da una manciata di ceneri, si può richiamare lo spirito di un defunto e magari farlo incarnare in un nuovo corpo può essere molto seccante dover eseguire una sentenza di morte più di una volta. La seconda potrebbe rivelarsi fatale per chi l’ha ordinata… e negli ultimi 2600 anni è accaduto spesso. In ogni caso l’innovazione e il cambiamento, proprio come il disperato tentativo di Giordano Bruno, sono combattuti con pervicacia (per non dire cazzimma).

Bertrand era il figlio cadetto di Pierre De Malichar e Lyonnes Baishar. Har Prénor (una via di mezzo tra governatore e vescovo) di Vasconne, suo fratello Antòn avrebbe ereditato carica e beni terreni lui avrebbe dovuto lavorare come suo vice. Insomma una vita agiata e una carriera già definita fin dalla culla. A Bertrand la vita religiosa stava proprio stretta: troppe limitazioni, in particolare sullo studio e sul modo di pensare (ai preti eploriani è concesso un compagno o una compagna, secondo gusti e inclinazioni). Fin da piccolo Bertrand è stato un libero pensatore e poneva domande molto scomode come “chi è dio” o “perché una volta puniti con la morte i condannati non vengono resuscitati per continuare ad espiare le loro colpe con le azioni?” e cose del genere. Per caso (ma anche no: caso è il nome che Eplor usava quando voleva restare anonimo) scoprì la magia e il “sapere proibito” vale a dire la possibilità di lanciare incantesimi senza l’aiuto di dio. Un libro trovato in soffitta: un cliché dei luoghi comuni, ma efficacissimo.
Mentre un chierico, un prete insomma, riceve dal proprio dio il “download” degli incantesimi nella propria aura magica, il mago deve scriverli a manina attraverso dei rituali, delle procedure rigorose da eseguire con precisione maniacale pena la comparsa di effetti indesiderati anche letali durante la preparazione o nel momento di utilizzo dell’incantesimo. In Lleendir questi effetti sono visti come la punizione divina per aver acceduto al sapere proibito, ma per Bertrand divenne subito chiaro che si trattava “semplicemente” delle conseguenze di un errore. Divenne pure chiaro che con lo studio e la pratica tali errori potevano non solo essere prevenuti, ma addirittura sfruttati per ottenere nuova conoscenza, maggiore potere. Il libro fornito dal Caso a buon Bernard ebbe diversi effetti collaterali.

Bertrand allora dodicenne aveva un amico, Philippe Senrobon, figlio di un nobile minore che curava i beni della famiglia Malichar e col quale giocava ogni volta che poteva. Insieme ad altri ragazzi e ragazze che vivevano alla tenuta (una dozzina in tutto) avevano messo insieme un vero e proprio gruppo di studio dedito al sapere proibito. Insomma una specie di “scuola di magia” fatta in casa, che non provocò danni seri solo perché i ragazzi, oltre al libro  fornito da Caso e che conteneva rituali di una semplicità estrema, solo libri propedeutici e in grado di portare uno studente ad eseguire operazioni elementari con la propria aura magica.

Fu in quel periodo che morì Vascòn Maurice XVII il Re-Vicario e salì al trono suo  cugino, primo in linea di successione. Gualtier Maurice III aveva un’indole molto diversa. Soprannominato le Rei Chaman (il re stregone) segretamente praticava il sapere proibito fin dalla nascita o quasi. Sua madre era una strega e aveva manipolato il futuro marito per sposarla e procurargli un erede, meglio due, cui trasmettere le proprie conoscenze. Sfortuna volle che Gualtier divenne Re. Gualtier non amava molto il fatto di dover praticare la magia di nascosto, lontano da occhi indiscreti e una volta divenuto Re decise di cancellare il reato di “eresia” per i maghi. A patto che si dichiarassero pubblicamente e versassero annualmente una tassa allo stato proporzionata al reddito. Lo scopo era un altro.

Il numero di maghi “noti” passò da poche unità a qualche decina, fino a sfiorare la il centinaio nel giro di appena cinque anni. Tantissimi per gli standard Lleenici, troppo pochi per le idee di Maurice, oltretutto si trattava perlopiù di autodidatti assai difficili da convincere a collaborare (molti di essi erano, per ovvie ragioni, divenuti atei).

La “Loi de la Bonescòle” fu la risposta del Re a questa scarsità. Ogni famiglia di ogni ceto doveva inviare presso le scuole del regno almeno un figliolo, maschio o femmina non importava, per istruirlo secondo il volere di Eplor. Ne sarebbero usciti maghi votati indottrinati a dovere così da garantire al clero Lleenico maggior potere e controllo sul resto della popolazione (oltre alla possibilità di lanciare magie anche se Eplor non era proprio d’accordo).

Nei primi tempi la legge fu accolta con molto favore. L’istruzione a carico dello stato era una iniziativa senza precedenti dato che fino a quel momento entrare nella vita religiosa aveva costi che solo una famiglia benestante poteva permettersi. Il seguito tuttavia avrebbe preso una piega assai differente.

Un figlio, come tassa, è molto pesante e dopo il primo anno di funzionamento della “buona scuola” un decimo degli studenti aveva perso la vita a causa di un errore di qualche tipo. Tra le isole di Vasconne le morti piacquero ancor meno tant’è che le scuole vennero chiuse a furor di popolo nonostante i tentativi di Pièrre de Malichar di tenerle aperte. Gli edifici “scolastici” vennero presi d’assedio dai cittadini inferociti e dati alle fiamme in ogni isola dell’arcipelago. La repressione fu violenta e pesante e Bertrand assistette inerme alla distruzione di decine di famiglie la cui unica colpa era stata quella di aver perso un figlio o un fratello proprio a causa di quel re che aveva voluto la “Buona Scuola”. Con i suoi amici e compagni di gioco, ormai divenuti adulti, sognò una terra dove si potesse studiare quel che si voleva senza incorrere in punizioni tremende e che si entrasse a scuola su base volontaria e non sotto la minaccia di pesanti ritorsioni. Questo determinò il distacco definitivo tra Bertrand e il resto della sua famiglia, da sempre fedele a sua maestà il Re-Vicario. Eplor poteva far qualcosa al riguardo? Forse, ma aveva due grossi ostacoli: la capacità di libero arbitrio degli umani che li rendeva difficilmente controllabili e la necessità di agire per interposta persona. Un intervento diretto di un dio ha come risultati Daikin-Jadam, circa 30000 anni di effetti planetari dovuti al cataclisma e altri 20000 per recuperare almeno in parte. Troppi. Senza contare che il Re-Vicario poteva contare sulla magia per poter sopperire alle intemperanze di Eplor quando quest’ultimo negava il proprio aiuto.

Tre anni dopo Bertrand aveva cominciato a farsi notare come studioso. Il padre non era riuscito a convincerlo ad entrare nella chiesa di Eplor, ma la sua mente brillante e i suoi scritti gli avevano garantito una certa agiatezza anche senza l’aiuto della famiglia. Gli scritti di Bertrand spaziavano dall’astronomia alla chimica, al modo in cui le “cose accadono”. Un libro, ora considerato eretico, dal titolo “La nature des causes” suggeriva la possibilità di operare incantesimi sfruttando le leggi che regolano gli eventi naturali, anzi di sfruttare tali leggi per consentire il funzionamento di macchine e utensili senza l’aiuto di alcuna magia.

Fu l’incontro con Ysolin Cupial, che sarebbe divenuta la sua compagna di tutta la vita, a decretare la svolta: i bambini continuavano a morire nelle torri della stregoneria e nonostante le proteste, l’accresciuto potere del clero aveva portato repressioni ancora più violente ed efficaci. Bertrand si era reso conto che presto sarebbe potuto diventare padre e almeno uno dei suoi figli sarebbe finito dentro quei luoghi infernali. Non solo: visto che i figli dei preti dovevano diventare preti a loro volta (sempre per via dei tempi di formazione di un prete che sono lunghi) il re decretò che tutti i figli di un mago o di una maga (quindi sarebbe stato sufficiente che uno dei due fosse un utente di magia) sarebbero dovuti entrare nelle torri. Questa legge è ancora in vigore, sebbene l’addestramento al giorno d’oggi abbia un tasso di mortalità inferiore.

Bertrand, con i suoi studi e le sue pubblicazioni, aveva attirato molto l’attenzione e in molti si aspettavano che se mai avesse avuto dei figli sarebbero stati l’orgoglio delle torri di tutta Vasconne. Dal canto loro Bertrand e la sua futura moglie progettarono di abbandonare Lleendir.

I tempi erano maturi per una migrazione di massa. Tutte le famiglie dell’isola di Malichar e delle isole vicine che avevano figli piccoli furono contattate tramite gli incantesimi di Bertrand e invitate a prepararsi alla fuga o ad acconsentire di inviare tutti i propri figli alle torri. Il suo piano prevedeva di non radunarsi onde evitare di essere intercettati troppo presto, se non dopo aver lasciato le acque del sub-continente. Le mappe in suo possesso parlavano di una terra a nord coperta di ghiacci , ma pronta a sbocciare a nuova vita.

Le previsioni di Bertrand e Ysolin tuttavia furono disattese: al rendez-vous fissato per il sesto plenilunio dell’anno, presso la foce del Nacal-Dengar, giunsero più di duecento vascelli Lleenici ognuno con due o tre famiglie a bordo, a volte di più. Nei giorni successivi il numero si accrebbe ancora. La maggior parte erano persone del ceto medio: artigiani facoltosi, mercanti, proprietari terrieri medi e piccoli, persone abbastanza ricche da permettersi un’istruzione e un vascello, ma non abbastanza da avere accesso alla vita politica del paese tenuta in pugno dal nobil-clero.

Non provenivano più dalla sola Vasconne, ma anche dall’isola di Lleendir, qualcuno persino dalla capitale. Bertrand immaginò che in mezzo a tanta gente ci dovevano essere anche delle spie, ma non se ne curò: les quincares avrebbero avuto quel che meritavano, ma con calma. Dove erano diretti c’era poco da riferire. Sotto gli sguardi preoccupati degli orchi che vivevano nella regione la flotta fu seguita mentre risaliva lungo il fiume e giunse alla “forchetta”, la confluenza tra il Tancour e il Nacal-Dengar. Il gradino alto cinque metri era invalicabile per le navi, ma con tutti gli orchi che vivevano da quelle parti era impensabile per gli esuli stabilirsi là.

Furono gli orchi a suggerire una soluzione. Dopo i primi scontri, conclusi sulla distanza a suon di fulmini, dardi magici e proiettili vari (è dura vedersela contro un esercito di maghi se la tua arma migliore è a due mani o ha una gittata inferiore) gli orchi si offrirono di parlamentare e indicarono la via per raggiungere una valle da poco sgombra dai ghiacci, ma troppo fredda per dei semplici orchi che non usano la magia.

In realtà gli Orchi ebbero paura che Bertrand potesse scegliere la loro terra e allearsi con uno dei loro nemici. Spedire Bertrand attraverso le brulle fino alla terra dei Tabe era la soluzione migliore per disfarsi di quegli invasori, sterminarli e magari rimediare qualcosa di utile nel caso in cui qualche superstite avesse osato riaffacciarsi nelle loro terre.

La storia ci narra che Bertrand riuscirà a portare i suoi oltre le Brulle e fino alla val d’Amber chiamata così per i faggi che d’autunno diventano del colore dell’ambra, prima di perdere le foglie. Là succederà qualcosa, ma non posso scriverlo quì perché è materia del libro  numero 5, che darà origine alla barriera. Barriera che terrà le creature extradimensionali come “Les yeux” (i famosi Tabe che tanto terrorizzavano gli orchi) e che permette ai maghi malichani di sopravvivere ai propri errori. Chi ha seguito questo blog potrebbe sapere di cosa si tratta, un indizio c’è. Pure più d’uno.
Per contro non deve stupire se i malichani per lungo tempo hanno bruciato sul rogo chiunque si facesse avanti a predicare gli insegnamenti di questo o quel dio.
Quando si rimane scottati anche l’acqua fredda fa paura.

Il danno recato da Bertrand ai piani di Gualtier fu enorme: metà dei maghi attivi di Leendir si dileguò. Dell’altra metà buona parte era impiegata nell’esercito regolare o nelle Torri della Stregoneria come docente, ma chi era libero da vincoli si imbarcò in tutta fretta e sparì a nord sulle tracce di Bertrand, che raggiunse poco tempo dopo. Gualtier si trovò a dover gestire una crisi interna più grave di quel che si possa immaginare.

Il costo di crescere ed educare una generazione si misura in anni. Una madre impiega vent’anni a fare di suo figlio un uomo (e una donna impiega 20 minuti a tramutarlo in un perfetto imbecille). Dietro questo simpatico proverbio si cela una verità importante: con Bertrand erano partiti centinaia di persone e non persone qualsiasi. Oltre ai maghi come Betrand c’erano persone colte, ricche e capaci di guidare altre persone. Nella val d’Amber giunsero circa 1200 famiglie che comprendevano almeno due generazioni se non tre. Molti villaggi Lleenici, a volte intere cittadine, restarono letteralmente senza persone capaci di guidarle. Nessuno possedeva le competenze necessarie per sostituire quelle di chi se ne era andato in fretta e furia senza lasciare neanche un erede. Ci sarebbero voluti almeno altri venti, forse trenta anni prima che Lleendir riuscisse a riprendersi dal colpo subito.

Nel giro di pochi anni centinaia di città medie e piccole di Lleendir conobbero un lungo periodo di miseria e fame. In compenso la richiesta di gente da far morire nelle scuole per produrre altri maghi crebbe. Gualtier aveva bisogno di gente colta da mettere al posto di quelli che se ne erano andati e non mostrò particolare compassione nel reclutare chiunque, anche dei bambini innocenti. Questo portò a una nuova rivolta, stavolta diretta contro il re e, già che c’era, il casato dei Maurice. Che si concluse con la salita al trono della casata dei D’Averoigne.

Ma è un’altra storia.

Faccia a Faccia con…

…piccola rubrica dedicata ai personaggi. Un po’ per conoscerli meglio un po’ per giocarci e vedere se mi esce qualche altra idea da mettere da parte per, uh, dopo.

Il primo articolo di questa serie tocca, manco a dirlo, al protagonista.

Conrad Musìn

Ciao Conrad come và?

«Bene grazie, che ci faccio qui?»

Sei sul mio computer per rispondere a qualche domanda per i miei amici e quei quattro gatti che leggono il mio Blog.

«Cos’è un Computer? Mi sembra di stare solo in una stanza bianca a parlare con una voce che esce dal soffitto!»

Acciderba ecco una cosa a cui non avevo pensato, provvedo subito.

«Ehi! Qua siamo sulla mia collina, dentro la siepe di ginestre che c’è sulla cima!»

Un autore delle mie parti era molto affezionato al suo “ermo colle” e alla siepe che ” tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude” mi piaceva ricrearla quassù.

«Senti, ma non hai una faccia… qualcosa con cui possa parlare senza sentirmi stupido?»

Va meglio così?

«Hai dei vestiti molto strani… devi venire da un posto davvero lontano»

Mi fa piacere la tua sospensione del giudizio. Per rispondere alla tua domanda: il mio popolo vive molto lontano da qui, dentro a uno stivale.

«Lo dicevo che eri strano, Hai piantato tu la siepe?»

Più che altro l’ho fatta crescere mentre tuo nonno Tonio tirava sù il nucleo centrale della fattoria dalle rovine della villa di Colle Ondoso. Ho visto che ti ci sei trovato bene: vieni quassù spesso?

«Prima dell’incidente con la torta venivo qui spesso, ma adesso che ci sono anche Diana e La-Wonlot alla fattoria passo molto più tempo con loro… Lawon mi sta insegnando a cacciare e Diana conosce tantissimi trucchi, si sa arrampicare, lanciare coltelli… »

E poi devi studiare parecchio… Francisco ti fa sudare eh?

«Francisco è simpatico finché non cominciamo ad allenarci con la spada. Poi mi riempie di lividi. Come hai fatto a portarmi quassù?»

Con una magia che si chiama letteratura. Che studi con lui oltre la scherma?

«Di tutto: diritto, matematica, geografia, come stimare una merce… »

Ti ha insegnato lui a fare magie?

«Come sai che so lanciare magie?»

Le voci corrono, Conrad e io ho un punto di osservazione… privilegiato. Ti piace usare la magia?

«È strana, pericolosa… »

Ma non riesci a farne a meno per via degli effetti che ha su di te: ogni volta che lanci un incantesimo vorresti subito usarne un’altro e poi un’altro ancora.

«…lo sai anche tu eh? Ivilas mi ha messo in guardia: molti apprendisti muoiono proprio perché non riescono a fare a meno di lanciare magie, si lasciano prendere dalla frenesia e commettono errori. A volte… »

Ivilas è una mia cara amica, tieni i suoi insegnamenti in grandissima considerazione.

«Allora puoi insegnarmi qualcosa anche tu! Come hai fatto a portarmi in cima alla mia collina? Neanche mi ricordo dov’ero prima!»

Eri a dormire, Conrad, in viaggio per Lain-Crugòn coi cavalli di tuo padre. Ne ho approfittato per farti un salutino e una veloce intervista.

«Inter… che? È un sogno, sto sognando tutto, non c’è niente di reale?»

Attento Conrad: il fatto che i sogni riguardano quel che accade nella tua testa non li rende meno reali. Però puoi sempre assumere il controllo, se la tua mente è abbastanza forte, e decidere tu come concludere.

«Quindi se questo è il mio sogno posso far apparire quello che voglio?»

Certamente.
In un attimo lo vedo correre giù per il pendio della collina mentre lo sento gridare “Mamma!”

In teoria dovrei avere il controllo dei miei personaggi, in teoria dovrei conoscere tutto quello che gli passa per la testa. La verità è in una parolina che presa singolarmente vuol dire poco, ma se metto “quasi” tra “conoscere” e “tutto” mi dice che Conrad ha ancora parecchie sorprese da svelare persino a me.

Bestemmie Contumelie e Insulti

I Malichani son gente di montagna. Silenziosi, operosi e poco inclini a manifestazioni d’affetto pubbliche, sanno tuttavia essere assai coloriti e schietti quando si tratta di mettere in piazza il proprio disappunto sia esso rivolto verso gli uomini, gli dei o la natura.
La lingua malichana l’ho derivata per buona parte dal francese, con un po’ di commistioni savoiarde e catare (viva internet. Se avessi dovuto fare qualcosa del genere il secolo scorso avrei dovuto procurarmi tanti di quei libri che sarei diventato matto soltanto per trovare il tempo di leggerli tutti), ma quello che mi diceva sempre la mia insegnante di latino del biennio (sottolineo questo aspetto, perché quella del triennio è stata… be’, scorretta come minimo) era che se vuoi veramente imparare una lingua devi cominciare dagli insulti. Questo rende il giapponese una delle lingue più difficili da imparare, ma il latino… eh, Marziale è stato illuminante per capire il resto.
I francesi, visto che anche loro parlano una lingua romanza, di insulti e contumelie ne hanno pure da vendere: Còn, cochon, idiot, etròn (devo spiegare?) e via discorrendo sono i tipici insulti che volano quando una discussione comincia male. Hanno poi un capitolo a parte per “les sagraments” o bestemmie che dir si voglia. Tenere a mente che qualunque cosa cominci per Sacrè (attenzione a quell’accento: fa tutta la differenza del mondo) è l’equivalente di Porco… qualcosa, anzi, qualche dio. Da notare che deriva direttamente dal latino “Sacer” che vuol dire sacrilego, blasfemo. Illuminante fu una mostra che visitai nel 2013 durante un viaggio in Canada e dedicato proprio a “Les Sagrements”. Il paesino, di cui non ricordo più il nome, si trovava da qualche parte tra il San Lorenzo e la penisola della Gaspesie e gli occhi ci caddero su questa strana mostra di “bestemmie”. Ingresso gratuito. WOW! Una lezione di antropologia coi fiocchi. Tutta in francese, d’accordo, ma gli abitanti del Quebec sono francesi, si sentono francesi e eccedono nell’iperformalismo per cui la loro pronuncia è spesso eccessiva. Ne segue un dialetto che fa della dizione e della chiarezza il suo punto  di forza. Capire un canadese francofono è molto più semplice che capire un parigino e se ti scappa una parola o due in inglese (a patto di far capire che sei un turista) o in un altra lingua, ti capiscono lo stesso e si sforzano di farsi capire usando addirittura l’inglese. Non cominciare MAI una conversazione in inglese. Non in Quebec. Sarebbe male.
Tornando a bomba su bestemmie e contumelie: Sàcre Cœur è la chiesa del Sacro Cuore a Mont Martre (Parigi), ma sbagliare accento e dire “sacrè-cœur” è un errore che può costare caro se nelle vicinanze c’è la persona sbagliata. E dunque creare giochi di parole tra parole “sacre” e “profane” è uno dei passatempo preferiti di francesi e francofoni. Qualcosa del genere l’abbiamo anche noi, per esempio “Ostrega!” o “Maremma”. La prima se la prende con l’Ost-ia, il pane consacrato. La seconda con la Madonna, cui riprende inizio e metro.

Altre imprecazioni possono avere origine da fenomeni sociali o urbani. Leggendo Salgari mi sono spesso imbattuto  in “Tonnèrre”, esclamazione spesso associata a qualcosa di pesante. Tuttavia in francese non c’è una imprecazione simile. Dove l’avrà trovata il buon Emilio?
Si riferisce al colpo di cannone che veniva sparato dal castello di Brest alle 6 e alle 19 per segnalare l’inizio e la fine delle attività. Lì per lì non avevo ben compreso il senso della bestemmia. Mi ero immaginato altro. Poi ho riflettuto: a Brest, lle 6 del mattino, c’era qualcuno che invece di suonare una tromba o un delicato carillon di campane per risvegliare la città, tirava la cordicella del cannone e faceva partire un colpo a salve. Quanti moccoli tiravano secondo voi gli abitanti della città sottostante a doversi svegliare in quel modo? Quanti ne tirereste voi? Tonnerre non la posso usare: nella mia ambientazione non ci sono cannoni e nessun metodo tanto brutale per “segnare il tempo”. Campane e campanili, gong, il messo municipale che gira gridando “è mezzanotte e tutto va bene!” sì, ma cannonate non ce ne sono e quindi la parola così non la posso mettere neanche come citazione… ma… l’idea che c’è alla base sì ed è stata una genialata da parte di Salgari che intendo copiare a mani basse.

Così una prima bestemmia tutta malichana è Sacrèbar(iere) che fa un po’ il verso a Sacrèbleu (riferita al sangue di Cristo), ma che in questo caso se la piglia con la sacra barriera donata da Dar a protezione dei suoi fedeli e di chi beneficia del dono della magia. Per la quale tutti pagano una tassa, anche i non maghi. Un buon motivo per bestemmiare, se si è un commerciante o comunque uno che non gode di pieni diritti civili come invece chi la magia la sa padroneggiare.
Un altro insulto è montreux. La Montre è l’orologio (in francese sarebbe orologia, perché declinato al femminile). Orologioso è privo di senso in questo contesto. Tuttavia in occasione del secondo millennio dalla fondazione, fu costruito in Champ Malichar  il monolito su cui ogni giorno i cittadini di Lavill’ vedono giorno, ora e previsioni metereologiche.
Dato che in sei secoli il manufatto non ha mai indovinato una previsione che fosse una, talvolta procurando seri problemi agli abitanti che invece del sole si son ritrovati con una tormenta fuori stagione, la Montre de Champ Malichar è diventata oggetto di contumelie e montreux indica chi è affidabile quanto l’orologio in questione.
Mèrde è rimasto inalterato, del resto l’allevamento del bestiame è una delle industrie più diffuse anche tra gli utenti di magia e la materia prima è sempre abbondante.
Disnémêr’ invece è un insulto tutto locale, unione e poi contrazione di Disnéur (mangiatore) e merde (contratto in mêr) che non richiede spiegazione. Usato per indicare uno talmente stupido da mandar giù qualsiasi spiegazione. Da notare che tutti gli insulti sono incentrati suprattutto sulle capacità mentali, ma in un luogo dove la principale attività del paese è lo studio e la ricerca, se pure in campo magico, che altro ci si può aspettare?

Lo studio continua, ma il collegamento tra le attività produttive, sociali, religiose e scientifiche e le rispettive imprecazioni esiste. Gli unici che sagramentano poco e malvolentieri sono proprio i maghi. Le parole hanno potere e una bestemmia detta al momento sbagliato può avere conseguenze letali, senza bisogno di scomodare alcun dio.
Parbleu, mondàr e nomdœil richiedono una piccola spiegazione.
Parbleu non è la traduzione di perbacco, bleu è un gioco di parole con la locuzione “sangue blu”, i nobili, vale a dire i maghi e quelle imprecazioni leggere che cominciano per “Per” come “Per mille fulmini” o “Per la barba di…” ecc… Parbleu è “per il sangue nobile dei maghi”.
Mondàr invece è l’equivalente di Mon dieu! Ovvero mio dio! Solo che da queste parti si prega Dar il dorato, facile.
Infine nomdœil è la più difficile da capire se non si vive da queste parti. Durante i primi secoli di vita i malichani non si allontanavano troppo dalla Val D’Amber e dalla sua minuscola barriera, che all’inizio della Val du Tancour scendeva ben al di sotto del 10%.
Oggi (cioè all’epoca in cui sono ambientate le Cronache) ha questo valore ben oltre il confine politico dove vale circa il 30% (cioè su 100 incantesimi sbagliati 30 non hanno colpi di ritorno di sorta).
L’etimologia è la seguente: le valli malichane erano già libere dai ghiacci 2600 anni fa, ma infestate da beholder, les Yeux. Un beholder (segui il link) è una bestiaccia di per sé, ma avere a che fare con un nido di queste creature è un incubo senza pari. Si comprende allora il senso di nomdœil, nome d’occhio. Nom de diable era un’altro “sagrement” un’altra bestemmia assimilabile a “porco diavolo” perché nella prima sillaba “di”… si poteva celare anche un altra entità che inizia con la stessa sillaba.  In questo caso invece è proprio un invettiva contro gli occhiuti e pericolosissimi infestatori delle montagne malichane. Anche se i maghi gli hanno dato una caccia spietata, anche se la barriera sempre più forte di anno in anno li tiene sempre più a distanza, ogni tanto qualcuna di queste creature riesce ad attaccare uno dei villaggi più remoti e ad arricchire la propria dieta con carne umana. Un’imprecazione contro di loro ci sta tutta.
Viceversa alcuni atteggiamenti tipici di altri popoli, tipo aggredire direttamente elementi della religione di stato, non sono proprio tollerati e si rischia grosso.
Le biblioteche pubbliche sono i templi dove, ogni dieci giorni, i malichani si recano seguire lezioni di qualche tipo. Saper leggere e scrivere è un “sacro dovere” e imprecare contro queste attività è visto proprio male: si rischia il linciaggio e siccome il clima è rigido, si preferisce il rogo all’impiccagione che così ci si scalda un po’ tutti.

Onomaturgia, questa disciplina.

Che vuol dire? Si tratta della creazione dei nomi, niente di più, niente di meno.

Avrete fatto caso che in alcuni romanzi, che siano fantasy o meno, ci sono dei personaggi, dei luoghi, degli elementi narrativi che fanno a pugni con il resto del contesto? O, il contrario: li vedete amalgamarsi tra di loro in modi armoniosi e assolutamente convincenti.
Come succede?
A me è successo così.
Mi piace molto fare trekking e per prepararmi bene mi stampo le mappe delle zone dove andrò a passeggiare, specie se non ci sono mai stato.
Preferisco carta e bussola al GPS perché non si scaricano mai le batterie.
Mi cade l’occhio su un posto dal nome curioso: le zinne. Un paio di colline dalla forma inconfondibile. Poco più in là “Fontanile dell’uccello” e subito sotto “ponton della sorca”. Cerco bene e trovo una serie di nomignoli di derivazione sessuale e non (come strada vicinale della femmina morta) che, per quanto bizzarri, erano tutti accomunati dallo stesso denominatore.
L’area si trova tra Tolfa e Cerveteri, in provincia di Roma, basta avere pazienza e cercare bene sulle cartine 1:25000 dell’istituto geografico militare. Ispirarsi ad aree esistenti, effettuare ricerche sulla storia dei nomi, la toponomastica, è il primo passo. Scoprire perché un posto si chiama in un certo modo può gettare luce su molti fatti interessanti. Così sì può scoprire un cartografo burlone che si annoiava e ha “battezzato” in modo goliardico tutta l’area di sua competenza, un passo (tra val Rendena e Val di Sole) chiamato Campo Carlo Magno perché intorno all’800 dC ci passò di là il futuro imperatore del sacro romano impero… ogni luogo ha un nome che ne riassume la storia. Aggiungete questo elemento alle vostre mappe e al nome dei vostri “luoghi” e comincerà ad accadere qualcosa.
Vi verrà voglia di aggiustare il nome, cambiare una vocale, aggiungere una consonante o magari un suffisso o un prefisso. Magari vorrete dedicare una valle o un passo ad un personaggio storico vero o inventato, per cui ecco il golfo di Malavoglia, la piana del Principe, il poggio Macchiavelli e monte Leonardo. Olè, in un colpo solo abbiamo disegnato una mappa con le parole.

Il passo successivo è più complicato: desumere lo schema che ha portato alla formazione dei nomi veri e applicarlo ad una situazione immaginaria. Con altri metodi è il lavoro che svolge un filologo. Sebbene quest’ultimo si occupi di civiltà e culture esistenti, gli stessi metodi, talvolta in modalità “reverse engineering”, possono essere applicati anche ai nomi “inventati”.

Prendiamo la parola “Mûr-ku” (inventata or ora) costituita da un prefisso “mûr” e poi una radice… e decidiamo che una delle due è fissa e legata ad un concetto preciso. Per cui stabiliamo arbitrariamente che in lingua “Salsa” la radice -ku significhi “famiglia”, mentre il prefisso Mûr indica l’origine. Allora Mûr-ku può significare tanto antenato, che progenitore, avo… e con un cambio di prefisso ecco che abbiamo
Mûr-ku = antenato
Tal-ku = nonno
Dal-ku = nonna
Sal-ku = zio
Val-ku = zia
Pas-ku = padre
Ras-ku = madre… ecc…
si riempie in fretta un dizionario di parole inventate, ma coerenti. Le lingue Bantu funzionano pressappoco in questo modo. Un dizionario composto da prefissi e radici relativamente piccolo, più i composti che possono essere numerosissimi.
Un grande filologo ormai scomparso riuscì a creare una lingua “inventata” a partire dal lingue di origine semitica come l’aramaico. Si chiamava Tolkien.
Più è approfondita la conoscenza della lingua o delle lingue che si intende utilizzare per creare il proprio set di nomi e migliore sarà l’effetto finale. Dovete ricordare che una lingua è, prima di tutto, uno strumento per comunicare. Quindi deve essere “maneggevole”, perdonate l’espressione. Una lingua “bantu” è una delle cose più semplici da gestire e da far parlare. Lo studio filologico consente di espandere questa struttura a livelli epici, a riprova di ciò abbiamo varie lingue “fantastiche” tra cui il Quenya e il Kudzhul, ma pure il Klingon e il Romulano… e non so quante altre. La cosa importante della vostra lingua fantastica è che sia comoda e maneggevole.
Se non avete voglia di mettervi lì a scrivere dizionari e comporre ballate in klingoniano c’è il metodo “tognazzi”che potrebbe funzionare. Consiste nell’inventare parole che “suonano” come nella lingua madre, tipo il mitico “come fosse antani, ma onti a destra”. Sono parole prive di significato scritte nella nostra lingua, cioè nella lingua del lettore e per questo vengono riconosciute come “ingannevoli” se lette.
Adesso però mettiamoci nei panni del lettore tipo cui vi rivolgete.
Poi andate a pescare una cultura che nulla ha a che fare con lui, tipo giapponese o  uzbeco. Con l’aiuto di google translator prendete la frase che volete trasformare in una lingua “immaginaria” tipo “Buongiorno straniero, vi sentite bene?”.
Poi mettete il vostro protagonista nel quale si è immedesimato il lettore e tirate fuori

Xayrli tong
begona odam, siz o’zingizni yaxshi his qilasizmi? (la frase di prima tradotta in uzbeco con Google)
Per essere sicuro che anche un uzbeco non possa capire una beneamata basta lavorare di anagrammi.
Xyaril tnog beog’na odam, siz o’zinzikni ayxsih his qialsizmi?
le frasi suonano relativamente simili, ma le parole sono ora prive di significato e dell’uzbeco hanno solo una sorta di impronta.
Il trucco è quello di invertire o sbagliare solo alcune delle lettere all’interno della parola, ma lasciare iniziali e finali inalterate. Come per la supercazzola del conte Mascetti, le parole suonano ancora come fossero nella lingua originaria, ma nessun traduttore riuscirà mai a tradurle… come se fosse Antani, chiaro?
E allora che ci fai? Le metti in un file excel e, pian pianino, ti costruisci la tua lingua personale, magari mescolando termini provenienti da più lingue.
Sembra difficile?

Calvino nelle Cosmigoniche ha fatto qualcosa del genere. Qwfwq, protagonista di tutti i dodici racconti delle Cosmicomiche, è un nome di sole consonanti e non solo: è palindromo, ovvero lo si può leggere anche al contrario. La “regola” che emerge è particolare: tutti i nomi sembrano “alieni”, provenienti da una cultura molto diversa da quella umana e con regole sconosciute, ma precise. Qwfwq, Lll, N’ga e molti altri divengono rapidamente facili da ricordare e associare ai rispettivi personaggi. Se c’è riuscito lui possiamo farcela anche noi.

Un altro che mescolava le lingue era Kipling. Prendiamo il libro della Jungla. L’orso Baloo è la traslitterazione del termine hindi “Bhalū” e che vuol dire “Orso”. Se l’avesse semplicemente chiamato “Bhalū” il lettore più accorto, complice anche lo stretto legame tra Inghilterra e India nel XIX secolo, avrebbe fiutato subito l’inghippo. Con la traslitterazione invece ci si ritrova con un nome che non esiste nel dizionario”Baloo” e che pure si ricorda facilmente.
La genesi di Bagheera è simile, ma stavolta proviene dalla lingua malese. Kipling ha attinto a queste due lingue che conosceva bene per generare tutti i nomi del “Libro della Jungla”, da Shere-Khan a Mowgli, Kaa e tutti gli altri. Siamo nel 2018, hai svariati traduttori automatici e dizionari online di ogni lingua e dialetto parlati su questo benedetto pianeta… sicuro che non c’è qualcosa con cui puoi giocare?

Non sto qua a citare Tolkien, lui era un filologo e di queste cose ne aveva fatto un vero lavoro al punto da avere la cattedra di Filologia Anglosassone (tra le altre cose) a Oxford.

Non c’è solo l’assonanza (lettere iniziali e finali) cui fare attenzione. Quando crei i tuoi nomi usando la tua lingua “fittizia” oltre ad essere pignolo quando crei il dizionario devi anche stare attento alla lunghezza e alla forma dei nomi. Qwfwq si ricorda bene perché è un solo strano fonema e il testo è palindromo: basta che ti ricordi metà nome e trovi l’altra metà. Mowgli si ricorda perché viene ripetuto nmila volte nel libro e viene dato il suo significato: ranocchio. Importante anche questo aspetto: fai in modo che di ogni parola inventata il lettore possa conoscere il significato e ci arrivi da solo prima ancora che giunga la tua spiegazione. Meglio se con una descrizione funzionale come fece Kipling che prima descrisse l’andatura balzelloni del cucciolo d’uomo e poi gli diede nome Mowgli specificando che si trattava del ranocchio.

Anche la lunghezza di un nome va considerata: due, tre fonemi al massimo e poi basta. Parole troppo lunghe sono difficili da ricordare e stancano il lettore. Non dico di non usarle, ma di usarle con criterio. In fondo i miei Nani forniscono i visitatori di narrenssapmok per permettergli di orientarsi nei tunnel della Casa di Roccia senza stare a chiedere informazioni ad ogni passante. Narren = stupido, ssapmok = bussola. Facile no? Parlano tedesco al contrario, quasi. Suona come il tedesco, sembra tedesco, ma un tedesco non ci capisce una beneamata finché non si accorge che son tutti anagrammi, sciarade, inversioni e via discorrendo, in parte. In parte sono frasi costruite con le parole ottenute dai giochi linguistici utilizzando regole filologiche. Come lingua funziona. I nomi dei luoghi diventano così evocativi e unici, se poi sono corredati della loro scheda che spiega l’etimologia e magari la storia, l’ambientazione acquista profondità e offre innumerevoli spunti narrativi.