Lo Specchio di Nadear

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E venne il giorno. Ci son voluti due anni di sudore: tre stesure per arrivare al testo “zero” una stesura di editing e su quest’ultima una raffica di revisioni l’ultima conclusa stasera.

Della città di Nadear ho parlato parecchio in vari articoli, adesso è il momento di renderla viva senza rompere l’animo con spiegoni e infodump. La cover sta riscuotendo un discreto successo e mi fa solo piacere. È opera di Diana Mercolini, un’artista che collabora con Myth Press. Possiede uno stile molto dettagliato e una tecnica che le permette di giocare con i chiaroscuri e le ombre per dare più profondità al disegno. Quella che vedete è solo metà della cover, l’altra metà delizierà gli occhi di chi acquisterà il volume che è già in prevendita, uscirà “ufficialmente” il 10 dicembre. Il link è in fondo alla pagina.
Tre stesure più quella di editing… sto migliorando, visto che le volte precedenti mi ci son volute quattro stesure più quella finale e non sto a contare le revisioni.
Di che si parla stavolta?  Tante cose. Si parla di emozioni, di rapporti tra genitori e figli, di furti e di molto altro che non posso rivelare senza rovinare le sorprese.
Posso dire che ci saranno le citazioni che hanno caratterizzato i Razziatori, anche se stavolta ho lavorato duramente per fare in modo che sembrino parte della storia.
L’effetto, per chi se ne dovesse accorgere, è di sognante stupore. Ritroverete “Alt! Chi siete? Cosa trasportate?”, “Potrebbe piovere” e la “Supercazzola Brematurata” in versione fantasy, oltre a decine di altre più o meno famose.
La storia… be’, non ve la dico. Leggete il libro. Una cosa senza spoilerare posso dirla. Tanti anni fa Terry Brooks pubblicò le “Pietre magiche di Shannara”, romanzo fantasy basato sul tipico viaggio dell’eroe vogleriano. La struttura sembra proprio quella canonica per cui il finale sembra già scritto. Se non che c’è la magia di mezzo e uno degli antagonisti è in grado, agendo invece di starsene rintanato nell’ombra a tramar, di sfruttare il perverso meccanismo della quest per ritorcerlo contro i personaggi che si ritrovano a prendere una quantità di mazzate impressionanti e a dover fuggire inseguiti da un demone chiamato “il Mietitore” (un nome una garanzia).

La tensione già a 1/3 del libro raggiungeva picchi mostruosamente elevati proprio perché il lettore realizzava che il “facile finale” previsto dall’innesco del meccanismo della quest diventava impossibile e pure impossibile era fermare la quest, gli eroi sembravano destinati a fallire in poco tempo.
Infatti mentre il Mietitore mieteva un personaggio dopo l’altro a colpi di mannaia, un altro chiamato “il camaleonte” assumeva l’aspetto di qualcun altro e spiava le mosse dei buoni per sapere dove indirizzare il compare. Chi fosse questo qualcun altro era impossibile capirlo e poteva trattarsi di chiunque, anche un personaggio principale.
Un vero e proprio thriller fantasy coi fiocchi.

Nel mio piccolo ho cercato di ottenere un effetto analogo, costruendo la trama proprio attorno a quest’idea.

Dunque… attenti ai personaggi, perché qualcuno di essi riuscirà a sorprendervi non poco anche perché ho scelto di colorare di giallo la storia. Il “Facile finale” non sarà poi tanto facile neanche in questo caso.

Il 10 dicembre si va, anche in libreria.

 

Restyling

Il Torto cambia faccia, ma non il sugo. Lo so che parlare di “sugo” in una storia ispira sensazioni manzoniane, ma pur con tutto l’odio che certi studenti hanno riversato contro il povero professor Manzoni, il “sugo della storia” è uno dei capitoli che preferisco, a cominciare dal titolo.
Così ecco una bozza della nuova cover, stavolta con un font (spero) meno sputtanato dell’Harrington. Non che andasse male eh? Ma quando ho scoperto che era il font più usato per tutto ciò che ha ispirazione fantasy ho provato a metterne un’altro, sempre in tema e meno diffuso. E sempre a proposito di citazioni: quello che cola dalla M non è sugo di fagioli.

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Nadear the White: four rings of houses in mortar and dry stone, roofed with red-tiles that are reflected in the great lake Levot, blue as the sky on a beautiful summer day.

Nadear the White: a handful of narrow streets paved with basalt quarried from the shores of the lake on which it is reflected. The blue of the water become red during the Battle of Levot, when Uruk the Might and his four thousand orcs warriors besieged the city.

Nadear the White: a circle of strong white walls, protected by thick juniper bushes and brambles. Brambles artfully arranged to convey besieging troops in the most congenial points to defenders in order to hit them whit arrows and crossbow bolts, charges of grapeshot and hot oil and, finally, let the deadly colonies of roses-vampire, shrubs-archer and tendril-strangler hidden inside complete the work.

Can this all seem dangerous? Indeed it is! Did I say that Nadear rise in a peaceful place?

Ora l’incipit appare così, non suona malaccio.  Mi sto dando da fare per tradurre il racconto lungo\romanzo breve in inglese. È difficile, ma mi costa meno ingaggiare un correttore di bozze di un traduttore. E poi, avendo scelto la narrazione al presente, ho meno problemi coi verbi. Più o meno. Vediamo come andrà…

…e venne il giorno.

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Lo avevo detto più volte, l’ho spifferato sui miei profili social e adesso che ho un’oretta tutta per me ecco l’annuncio ufficiale.

Il romanzo numero 3 ha un titolo ufficiale e un editore: Myth Press. Lo Specchio di Nadear (questo il titolo) ha concluso il primo giro di editing e sta trottando per concludere il secondo. Nel mentre ci sarà una nuova cover e qualche altra cosetta. Nel mentre sto preparando un massiccio restyling del sito e qualche altra sorpresina che porterò avanti in ogni secondo di tempo che mi rimane libero dagli impegni che ho già.

Stavolta per Conrad si profilano all’orizzonte guai molto più seri. Cioè più seri di una torta rubata o di ritrovarsi con due amici fidati contro quaranta razziatori armati fino ai denti. Tutto ha inizio con il furto di un sacchetto pieno di… lacrime. Una Fiamma che parla, Muschio che ne esegue gli ordini, una Mano che uccide… con gente del genere uno Specchio che ordisce trame non dovrebbe lasciare più stupiti di tanto. E mentre Conrad risolve i suoi problemi qualcosina della trama sottostante, quella che lega i vari episodi, procede verso i propri obiettivi.  Ritroverete Qar, l’elementale prigioniero, e troverete la new entry, il soggetto poco raccomandabile che ha dato il titolo al romanzo. Non dico altro al riguardo, se non che nella prima stesura del romanzo doveva essere una comparsa: uno di quei personaggi-meteora che faceva la sua apparizione, la figura del cretino, e poi spariva nel dimenticatoio tra i suoi simili lasciando a Conrad il trionfo da “eroe del giorno”.

Come già accaduto per Diana, anche a questo personaggio è girato il chiccherone. Così dopo altre quattro stesure siamo arrivati a un accordo onorevole: al personaggio ho dato un ruolo da super protagonista, cioè da protagonista che sta “sopra”, le sue azioni non compaiono nel testo se non quando incrociano direttamente quelle di uno dei protagonisti. Tuttavia hanno un peso enorme nell’economia della storia per i loro effetti. Contributo invisibile, successo (anche se nel male) evidente. Così il personaggio se ne è ritornato buono buono (si fa per dire) tra le pagine della storia accettando ogni singola scelta che ho deciso per la sua, uh, carriera.

Myth Press è una casa editrice giovane, presente da qualche anno sullo scenario editoriale italiano con il progetto “Onnigrafo Magazine” e con il gioco di ruolo “Incubus”. Dal 2019 ha iniziato a pubblicare libri di autori italiani: “La figlia di Caino” di Natascia Norcia è stato appena pubblicato (23 aprile 2019), nel III quadrimestre di quest’anno vedrà la luce “Le cronache di Oscailt” di Emanuele Benedetti.  Per il 2020 è prevista la pubblicazione di “Black Rose Wars: le origini” di Marco Olivieri. Possono sembrare poche,  un libro ogni sei mesi, ma come ho già detto diverse volte per produrre un libro ci vuole un certo impegno economico e tanto lavoro e alla Myth Press hanno scelto di differenziarsi grazie alla qualità dei testi.

 

L’Inglese e il Fantasy


In romanzi e racconti, come pure nei giochi di ruolo e nei fumetti con ambientazione fantasy leggo spesso (ma non sempre per fortuna) di personaggi, luoghi, oggetti… ecc… elementi che mi lasciano assai perplesso.
Per esempio i nomi: devono essere coerenti e invece moltissime volte trovo personaggi, luoghi, piante… ogni cosa ha nomi anglofoni.

Perché?

La lingua che parliamo deriva da una specie di dialetto, il Volgare, che a sua volta è il Latino imbastardito. Non me ne vogliano i cultori della lingua, ma questo è un blog dove si parla di fantasy e non un trattato di linguistica. Il sugo della storia è che: “In principio erano i Romani” poi man mano che si sono espansi hanno inglobato gli etruschi, i Veiani, i greci della Magna Grecia, i Galli… ecc… e da ogni unione è nato un dialetto o una lingua. In particolare il connubio latino-etrusco ha dato vita al dialetto toscano che poi è diventato il nucleo fondante dell’italiano moderno.

Una lingua straordinaria l’italiano: flessibile, descrittiva, stabile. La stabilità è l’aspetto più affascinante della nostra lingua, al punto da essere una delle più studiate al mondo.

L’opera di Dante, per quanto appaia molto differente dalla lingua contemporanea, è ancora leggibile pur scritta in un italiano vecchio di 6 secoli.

Se prendiamo un’altra lingua… l’inglese per esempio. L’inglese del XIII secolo è molto, molto diverso da quello moderno.

Tratto da “The early South-English legendary” folio 23 Sancta Crux, vv 1-9

ÞE holie rode i-founde was : ase ich eov nouþe may telle.
Costantyn þe Aumperour : muche heþene folk gan a-quelle,
For huy ore louerd iesu crist : to strongue deþe brouȝte,

And alle þe heþene men þat neiȝ him were : sone he dude to nouȝte.
Eleyne, þat was is moder : to Ierusalem he sende
to sechen after þe holie rode : and heo gladliche forth i-wende.

Þo heo cam þudere, heo liet crie : ase heo hire red hadde i-nome,
Þat alle þe giwes of þe cite : bifore hire scholden come.
Þo þe giwes i-somoned were : huy hadden grete fere;

Bon, dove voglio arrivare? In moltissime opere Fantasy abbiamo civiltà millenarie, con personaggi dai nomi anglofoni e con leggende e riferimenti antichi di secoli… nella stessa identica lingu: l’italiano moderno (o l’inglese, dipende). 

Il frammento che leggete proviene da un testo composto tra il XIII e il XIV secolo… somiglia forse alla lingua di Shakespeare? No, quella comparirà solo tre secoli più tardi, pure quattro. Nel 1695 Shakespeare scriverà di due tredicenni un po’ sfortunati e con una lingua completamente differente.

Shakespeare Quartos Project
Foto: courtesy of British Library

Non sembra la stessa lingua eh? E infatti è cambiata, ma pure il buon Shakespeare aveva ancora un po’ di strada da fare. Mentre la lingua di Dante è praticamente la stessa, anche se infarcita di espressioni e termini obsoleti (e vorrei vedere: l’ha scritta nel 1362). L’italiano ha cambiato modo di parlare, ma “Tanto gentile e tanto onesta pare” si può ancora scrivere senza ritrovarsi con il testo segnato di blu dal docente di turno. Viceversa Shakespeare doveva scrivere “Thou” per dire “Te”, mentre nel XIX secolo Conan Doyle scrivera “You” e questa forma per ora è quella corrente, ma è certo che cambierà ancora.
Chi aveva ben compreso questa cosa è stato Tolkien (niente da fare: il Professore rimane un maestro inarrivabile) e da quel buon filologo qual era aveva ipotizzato una evoluzione per le sue lingue fantastiche prevedendo più nomi per uno stesso soggetto a seconda delle circostanze. Mithrandir, Olórin, Tharkûn, Incánus, Grigio, il Grigio Pellegrino, il Bianco, il Cavaliere Bianco, Custode di Narya… tutti nomi e soprannomi per Gandalf, forse la figura magica più famosa della letteratura dopo Bryn Myrddin alias Mago Merlino.
Tornando al punto: pochissimi autori hanno osato immaginare una evoluzione linguistica, preferendo mantenere sempre la lingua del lettore anche per elementi provenienti dal passato remoto dei loro mondi. Questo per favorire la leggibilità del testo che, ricordiamocelo, deve vendere. O l’autore non campa e deve cambiar mestiere.
Difatti Tolkien non faceva lo scrittore, era professore universitario e pure con i contro-attributi, se mi si permette il termine.
Dunque è fondamentale favorire la leggibilità a scapito della verosimiglianza? Ha senso cercare la verosimiglianza in una storia fantastica? È un bel dilemma che può essere risolto almeno in parte proprio con la scelta dei nomi. Si stabiliscono delle regole generali, come per i miei kireziani che hanno il nome di provenienza mitteleuropea e il cognome veneto. Conrad Musìn, Jon Ludrò, Dario Mustazàr, Diana Latàr, Paul Carantan eccetera, sono un esempio. Si stabilisce una sorta di regola fonetica che poi permette di creare anche nomi di fantasia assonanti come Lain-Crugòn che da una parte è l’anagramma di Corunglain (città immaginaria scaturita dalla fantasia di Gary Gigax e Dave Arneson in Dungeons & Dragons) e dall’altra la fusione di due città distrutte dall’ultima orda eruttata dalle Brulle (vedi il Diario del Capitano Sarralga), a loro volta significanti “Pianura” nel caso di Laìn e il nome gentilizio del fondatore nel caso di Crugòn, che pure è un cognome diffuso nel nord di Kirezia e si incontreranno personaggi che lo portano. Del resto non è inusuale incontrare persone che hanno come cognome il nome di una città… e il motivo è commovente.
Come già detto in altri casi: studiare un poco la propria lingua aiuta anche a trovare nomi e a tenerli bene a mente. Lezione appresa a dovere da Terry Brooks che nella sua Shannara si è potuto permettere di mantenere nomi anglofoni perché… be’, è un mondo forgiato a partire dal nostro dopo un olocausto termonucleare.
E allora torno alla domanda iniziale: perché molti autori sacrificano la coerenza in favore di nomi altisonanti ed evocativi e di testi sempre leggibili anche dopo decine di secoli?
Caso 1) Perché lo ignorano, non pensano e immaginano mondi statici sempre uguali a sé stessi.
Caso 2) Preferiscono lasciare il testo leggibile e lasciare al lettore il lavoro di immaginare il “prima”.
Va da sé che nel caso due tutto ciò che riguarda il passato del mondo non può essere mostrato direttamente. Occorre raccontarlo per bocca di un personaggio che faccia da tramite e si incarichi della traduzione dalla lingua antica a quella del lettore. Se questo è agevole per la storia non lo è per i nomi: Andrea deriva dal greco antico ἀνδρεία che è il coraggio virile (sii uomo!). Eppure un sacco di genitori hanno chiamato la loro figlia “Andrea” perché finisce per a e quindi è un nome da femmina. Logica inoppugnabile che mi è stata tirata contro più di venti anni addietro da una ragazza che si chiamava proprio come me: Andrea. Lavoravo nel sottoscala dell’ANICA, per una società che produceva corsi online e questa tipa, che si occupava di tradurre dall’italiano all’inglese i testi mi prese in giro dicendomi:

«What the hell man: you have a female name! Ah ah ah!»
«Actually, my dear girl, Andrea came from the ancient greek ἀνδρεία and mean “virility” or “man’s bravery”. The root “ἀνδρ-” is the male prefix, ἀνδρός mean “male”. Do you understand mrs. Andrea?»

Quando gli ho raccontato l’etimologia di Andrea gli ha preso un colpo così ho dovuto aggiungere che “al femminile” è la “forza morale”, significato ottenuto stiracchiando un poco ἀνδρεία (andreia).

Basta poco per trasformare un testo di scarsa coerenza in uno ben solido e capace di soddisfare tanto il lettore di primo pelo che vuol solo sognare a occhi aperti, quanto quello più scafato e che cerca più livelli di lettura.
Insomma volete dare un nome inglese ai vostri personaggi? Prego, fate pure, ma non ritrovatevi come i genitori di Andrea che evidentemente ignoravano l’etimologia del nome scelto per la loro figlia. Fate in modo che ciò che create, sia esso un personaggio letterario o uno in… carne ed ossa, abbia un nome sensato!

Santat!

#berefantasy
#bereFantaNo
#bereVinoMejo

La domanda che mi pongo sempre è: perché quando leggo un romanzo fantasy gli eroi bevono roba strana come l’idromele, il Bol, il sidro oppure birra? Cioè, non ho nulla in contrario, ma ci sono già ottime bevande in circolazione capaci di evocare scene epiche. Il vino, per esempio. Quello bianco o rosso: niente colori strani. Perché il bello del vino non è il colore. Fruttato, tannico, con sentori di mandorle o di gerani, frutti rossi o malva… i profumi del vino sono migliaia, non sto esagerando e non è che l’inizio della festa. Il vino è quanto di meglio si possa avere per accompagnare un pasto degno di questo nome. Esalta i sapori e ne aumenta la profondità.

brunello

Una bistecca di chianina, giusto per restare in Italia, è gustosa. Se però l’accompagnamo con un calice di Brunello di Montalcino diventa un’esperienza mistica (e non sto esagerando). E cosa c’è di meglio per ricordare la magia di un fantasy? Per giunta non occorre essere Gandalf per riuscirci, basta mettere da parte un’ottantina di euro per pagare il conto (una cenetta a due bistecca più brunello in un locale in quel di Montalcino, un paio di anni fa). Agli amici non carnivori suggerisco cose diverse, magari un vermentino di gallura servito freddo.

Però, appunto, la bevanda va preparata. Il Brunello nasce in un territorio specifico, con un preciso tipo di uva (sangiovese), altitudine, insolazione, premitura e maturazione altrettanto precisi. Chi produce il Brunello è un vero mago capace di utilizzare anche metodi industriali, ma senza mai snaturare ciò che secoli di pratica hanno concentrato in un vino di rara bontà. Se vogliamo portare una simile magia un’ambientazione Fantasy non possiamo semplicemente chiamarlo vino rosso, ma nemmeno Brunello… o no?

Zeurance è uno dei dodici principati di Malichar, famoso per le sue uve Agiodiipetes (donate dagli elfi di Invalis intorno al 920 al principe Eplîen Gaston René de Zeurance, soprannominato poi le Roi Cuiteur per motivi che vedremo tra poco) e per il vino che da allora cominciò a scorrere a fiumi.
Le rouge de Zeurance prodotto da quelle magiche uve rallegrò mezzo continente, da Maor a Kirezia, dal gelido Frisør fino alla variopinta Lleendir, ma il meglio doveva ancora venire.
Nel 1127 si narra che un viticoltore della Val d’Ambèr, un certo Eugène Feurouge de Mont Èlanin trapiantato in quel di Zeurance per tentare la fortuna con le magiche uve Agiodiipetes, dimenticò una botte di Rouge in un angolo della sua cantina per oltre due anni.
Convinto di aver prodotto dell’aceto il buon Eugène stappò la botte e…
Si dice che lo stesso Eplîen sia apparso con il calice in mano per poter sorseggiare quel nettare delizioso.
Era appena nato le Petit Brun de Zeurance.
Un vino dal gusto fortemente tannico, di buon corpo con richiami di geranio, ciliegia e spezie e dal colore rosso rubino. Il buon Eugène intuì che il merito andava attribuito tanto alla botte, che alle condizioni in cui il vino aveva riposato e recintò quell’angolo di cantina trattandolo come un tempio. Il clima della cantina, con le bocche di lupo aperte verso est, aveva favorito la maturazione del vino senza permettere la sua trasformazione in aceto, mentre il colore rosso brunito dai riflessi di rubino era dovuto alla botte.
Era una botticella da 2 mîd (parola derivata da Muid, moggio, antica unità di misura pari a 268 litri) in rovere di Landin asciata una volta. L’asciatura è quella procedura che si fa con le botti vecchie, per evitare che il marciume contamini il vino e continuare a usarla per qualche altro anno (di norma 3, a volte anche 4 anni). Una buona botte può essere asciata fino a 4 volte, ma dopo la prima il legno cede più sostanza al vino e ne cambia il sapore. Nel caso di Eugène la combinazione di legno, clima e tempo di maturazione aveva creato il miracolo.

Deciso a ripetere la prova Eugène, e soprattutto la sua primogenita Marianne, si procurò quante più botti di rovere di Lendin asciate una volta poté e riempì quell’angolo di cantina dove lasciò ben 30 mîd di vino a maturare.

In dieci anni di lavoro Marianne scoprì il segreto intuito dal padre e trasformò le cantine Feurouge in una leggenda. Anche se ormai i Feurouge sono estinti da secoli, il loro lavoro venne condiviso e diffuso a tutta la valle e a quelle limitrofe fino a creare una vera e propria “region du Petit Brun”, che a tutt’oggi è rinomata per il frutto delle sue cantine.

Note di colore
Le Roi Cuiteur è un titolo scherzoso. In Malichar nessuno può essere re e il titolo viene usato da millenni come presa in giro in ricordo delle origini: fu il Re di Lleendir a provocare la fuga di Bertrand de Malichar. La cuite invece è la sbronza.

Il nome “Eplîen” è la contrazione di “Eplorien”, Eploriano che è l’equivalente di Cristiano, solo che se avessi chiamato un principe malichano così sarebbe stato credibile quanto le patate arrosto che circondavano gli arrosti divorati dagli antichi romani nei film prodotti in quel di hollywood negli anni ’60. Questo perché nei principati si può praticare la fede che si vuole, ma non in pubblico. I malichani, anche dopo 2600 anni, hanno ancora il rogo facile.

Agiodiipetes = Agios dal greco è “santo” “diipetes” che è proprio di Zeus, divino.
Santo di vino, santo divino sarebbe già un bel gioco di parole. Tuttavia ricordo che Zeus = Jupiter = Giove quindi diipetes può diventare “giovese”
Prima di bannarmi del tutto c’è un’altra cosetta.

Petit Brun: il nome è nato facilmente, al di là dell’assonanza con il Brunello il colore è rosso bruno e le botti devono essere necessariamente piccole, botticelle appunto per cui Petit è stato giocoforza un passo obbligato.

Mont Élanin è un paese della val d’Amber, ma in francese élan è l’alce e quindi… Monte Alcino.

Salute o, come dicono i malichani, santat!

Slada e il luccichio del Male

The Shining of Evil è la traduzione di questo racconto che vede un personaggio secondario, tratto da “I Razziatori di Etsiqaar”, alle prese col suo destino.
Alcuni lettori mi avevano fatto notare che gli sfortunati contadini del prologo non si ritrovavano più (e ci credo: rapiti nel cuore della notte e venduti come schiavi!) e ci erano rimasti male.

Torneranno eh? Ma ci vorrà del tempo. Con l’occasione di un contest tra racconti dove si parlava di diritti umani ho introdotto il tema della schiavitù, fisica e psicologica… nel mio caso rinforzata dalla magia. Tuttavia servirsi di questa potente forza per i propri scopi ha un prezzo e delle regole ferree. Se pure questo prezzo viene pagato fino in fondo non si può sfuggire alle leggi della magia che sono robuste e inossidabili quanto quelle del mondo fisico.

Le leggi degli uomini, al confronto, sono mutevoli ed effimere e ciò che in una parte del mondo è un diritto inalienabile, la libertà, un paio di nazioni più a est è merce di scambio dal costo mutevole.

Tutto questo è condensato nelle 12000 battute di Sladae il luccichio del male, protagonista: la figlia di Oznak, che compare per un attimo nel capitolo iniziale del romanzo.

Diritti umani, economia e una società brutale sono i protagonisti di una storia che, in altri termini, si verifica quotidianamente anche dalle nostre parti cui si aggiunge, alla base, un sanguinario rituale di origine etrusca che ha dato il via a tutta la storia.

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La cover è stata creata a quattro mani e fatta “brillare” grazie alle sapienti mani di Fabio Leone  (https://www.facebook.com/IllustratorFabioLeone) che ringrazio di cuore.

Worldbuilding – 3 Onomaturgia

worldbuilding

Sempre in collaborazione con il gruppo È Scrivere – Community per Scrittori ecco la terza puntata del mio personale metodo di creazione dei mondi. Stavolta si parla di come creare un nome che sia effettivamente evocativo e capace di restare in testa al lettore ancorché complesso e poco intuitivo come Mithrandir o Isildur. O apparentemente innocuo come Vigata.

L’onomaturgia, questa disciplina.

ὄνομα (Onoma)=nome τεύχω(teuco) = Fabbricare
L’arte di creare dei nomi.

Anche se non sembra un elemento di grande interesse si tratta della chiave di volta su cui si regge una ambientazione degna di questo nome. Cioè togli questa e crolla tutto.

Dare dei nomi sensati a luoghi, cose e persone è quanto di più importante si possa immaginare.
Nelle puntate precedenti abbiamo visto i confini spaziali e temporali di una ambientazione, e ho sottolineato più volte la necessità di saturare ben bene lo spazio delimitato da questi confini con quanta più documentazione possibile.

Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome.”
(Genesi 2, 19)

Ora avete capito quanto è delicato questo compito? Secondo la Bibbia è stata la prima mansione che Dio ha affidato all’uomo.
Che siate religiosi o meno dovrete esercitare molto la vostra pazienza: ho molto da dire al riguardo e l’aver iniziato con il secondo capitolo della Genesi dovrebbe darvi l’idea di quanto lungo sarà il giro.
Mettetevi comodi.

Prendiamo un paio di esempi, uno fatto bene e uno invece no.

“Questa storia si svolge tanto tempo fa, nella lontana terra di Retnil, abitata da molte razze tra cui gli uomini. Qui viveva un tiranno di nome Zhartang, un orco per la precisione, che possedeva un impero enorme. Questo si estendeva dalle rive del mare della libertà e di Lorathien fino alle rive occidentali del fiume Zonditang. Aveva conquistato tutto, tranne le terre ad est di esso. Ad est, infatti, c’erano le terre “Libere”: Neridhun, quella dei nani, Efitex, quella degli elfi; Minthir, quella degli uomini. Queste terre avevano combattuto Zhartang fin dalla sua ascesa, ma senza tanto successo. Avevano pure perso terreno. Prima infatti, i domini delle terre Libere erano estesi fino a Noertex, antica città degli uomini, per molto tempo grande e gloriosa, e a Deriotan, grande città elfica.”

Tratto da “Le glorie di Durindain” di Dante J. Ferretti
e questo è uno. Vado a lavarmi le mani e torno a scrivere.

Esaminiamo qualcuno dei nomi scegli da Dante J. Ferretti per il suo mondo.
Nomi di persona:
Zhartang
Durindan

Luoghi
Mare della Libertà
Lorathien (mare)
Zonditang (fiume)
Neridhun (regno Nanico)
Elfitex (regno elfico)
Minthir (regno umano)
Nortex (città umana)
Deriotan (città elfica)

Cosa hanno in comune questi nomi, a parte essere stati scimmiottati dai lavori di Tolkien?
Purtroppo hanno diversi punti di contatto.

L’autore da allo stesso specchio d’acqua i nomi di Mare della Libertà e Lorathien (questa è una buona idea quando non scivola nell’infodump come adesso) a seconda di quale stato confina con esso. Gli elfi, che hanno chiamato la loro patria Elfitex, chiamano quel mare Lorathien. Due registri molto differenti: Lorathien è elfico – tolkeniano una strana mescolanza di greco, finlandese, italiano e adesso non ricordo quali altre lingue usò il professore per forgiare il quenya. Elfitex è una parola formata dalla parola Elfi e dal suffisso -tex, l’uso di prefissi e suffissi per variare il significato di una parola è alla base delle lingue bantu, le più antiche del nostro mondo. Anche questa è una buona idea.

Dal secondo nome si intuisce che il suffisso -tex significhi terra, patria o luogo di origine. Elfi ha poche spiegazioni. Elfitex diventa “terra degli elfi” semplice e diretto (e anche nelle lingue bantu il processo è identico, semplice e immediato). Tuttavia confonde Lorathien: non ha una origine simile a Elfitex, usa suoni più musicali e sibilanti e boh? Pare una sorta di Lothlorien (foresta di Arda, Tolkien) o qualcosa del genere. Due buone idee, quando doveva essere usata una sola: un solo registro. O utilizzi il registro “tolkeniano” o utilizzi quello che ha portato alla creazione di Elfitex. Mescolarli è pericoloso come salnitro e glicerina.

Segue il fiume Zonditang e vorrei sapere chi l’ha chiamato così: i nomi dei fiumi variano in base ai popoli che ci vivono in contatto, ma non ha un suono accomunabile ad alcuno dei tre regni. Forse il nome nasce nell’impero di Zhartang, che tuttavia resterà senza nome per tutto il libro (sì, l’ho letto fino alla fine), non lo sapremo mai.
Neridhun è il regno dei Nani, ma di nomi “nanici” non se ne incontreranno più nella lettura e potremmo anche dimenticarlo. Minthir è il regno degli uomini e potremmo anche ricordarcelo visto che il protagonista, Durindan, lo attraverserà da parte a parte. Eppure… se il regno si chiama Minthir che come registro (il tipo di fonemi impiegati) pare lo stesso di Lorathien o comunque molto simile, com’è che l’unica città che nomina sotto il controllo degli umani si chiama Nortex? Avevo intuito che -tex era elfico ed era un suffisso che indicava concetti di terra-patria-luogo di origine… forse vuol dire un’altra cosa?
Bene, ho finito di rompere l’animo con questo pessimo libro: l’incipit è un’accozzaglia di nomi scopiazzati con criterio cinofallico. Il lettore viene stordito con nomi alieni (nel senso di estranei) alla propria lingua madre e catapultato in un mondo folle dove la logica è sostituita dall’ispirazione dell’autore. Insomma è come muoversi in un quadro di Dalì, ma senza la sua poesia.

Ora esaminiamo questo:

“Una fievole luce apparve a est nel cielo notturno quando gli Eletti entrarono nei Giardini della Vita. Vicina, la città elfa di Arborlon era immersa nel sonno, la gente ancora avvolta nel calore e nella solitudine del giaciglio. Ma, per gli Eletti, il giorno era già cominciato. Con le ampie tuniche bianche fluttuanti al vento d’estate, sfilarono fra le sentinelle della Guardia Nera che, secondo un rito antico di secoli, stavano rigide, impassibili davanti ai cancelli ad arco di ferro battuto intarsiato di volute argentee e tasselli d’avorio. Passarono rapidamente. Soltanto le loro voci sommesse e lo scricchiolio dei sandali sul sentiero ghiaioso turbavano il silenzio del nuovo giorno mentre scivolavano oltre i cancelli fra le ombre dei pini.”

Che poi è l’incipit delle “Pietre magiche di Shannara” di Terry Brooks che può piacere o non piacere, ma lui sa scrivere molto bene.

Nomi comuni:
Eletti
Guardia Nera
Giardini della Vita

Luoghi
Arborlon

Cominciamo dal fondo: un solo luogo, Arborlon. Chi ha letto Brooks sa che questa è la capitale del regno degli elfi. Il nome è un piccolo capolavoro di onomaturgia. Arbor si spiega da solo, Albero. Il suffisso “lon” non è buttato là per caso. Brooks è americano e molti luoghi e città hanno il prefisso “Long”. Long Bridge, Long Mouth, Long Island, long beach… ecc… non solo. L’ambientazione di Shannara è di tipo “post-apocalittico” per cui si tratta della nostra Terra solo molto avanti nel tempo, dopo che una guerra con armi di distruzione di massa ha quasi causato l’estinzione del genere umano e convinto le altre razze (Elfi in primis) a riprendere il controllo della situazione dopo essere rimaste nascoste per millenni.
Questo aspetto, nei libri di Brooks, torna sempre è una sorta di leit-motif per ricordare al lettore dove si trova e che qualche retaggio del passato (tipo un Bolo mark IX, un tank alimentato da batterie al plutonio e dotato di intelligenza semi-senziente) potrebbe saltar fuori e uccidere un druido a caso. Tranquilli! Non ho spolierato il finale de “Le Pietre Magiche”!

Dunque Alberolungo (o alto, dipende da come si guarda) è la città e la cosa continua: visto che esiste da molto tempo ha subito gli effetti della deriva linguistica: il prefisso è diventato suffisso (da Long Arbor a Arbor Long) e l’ultima consonante è caduta divenendo Arborlon.
Anche sulla deriva linguistica tornerò a breve.
Arborlon è l’unico nome che non troverete su un dizionario. Gli altri sono Guardia Nera, Giardini della Vita e Eletti, tutti perfettamente chiari e che non necessitano di lavoro da parte del lettore. Si spiegano da soli anche se poi bisognerà raggiungere la parte del libro dove vengono descritti in dettaglio. La guardia nera viene spiegata quasi subito: guardie scelte per tenere i giardini della vita sotto sorveglianza. Il resto crea aspettativa, si pone la domanda “cosa sono queste cose?” e il fatto che una spiegazione giunga subito se pure ridotta all’osso (stavano rigide e impassibili davanti i cancelli…) fa passare tutto il resto per meraviglioso e stupefacente, incluso l’avorio usato come materiale da costruzione per i cancelli ad arco dei giardini. Come sappiamo tutti un manufatto d’avorio lasciato esposto alle intemperie non dura granché, ma qui c’è la magia e allora tutto è possibile… come quale magia? Quella che vi fa correre a leggere un po’ più avanti per scoprire cosa sono i giardini della vita e cosa c’è dentro, no?

Nel secondo esempio abbiamo un solo nome “strano” e costruito bene, e tutto un circondario di elementi pure alieni, ma costruiti a partire da elementi noti così da rendere il nome auto esplicativo. Guardia Nera, Eletti, Giardini della Vita non hanno nulla di particolare, se non il concetto che essi veicolano.
Inoltre Brooks ha avuto la bontà di fornire un paio di mappe con tutti i nomi dei luoghi che verranno nominati nel racconto (e solo quelli) lasciando il resto fuori dalla narrazione. Ricordate il concetto di Confine e di Limite sì? Bene.
L’esempio di Dante Ferretti è quello da NON seguire. Quello di Brooks è uno dei possibili metodi: pochi nomi inventati, quei pochi seguono regole filologiche precise e identiche a quelle che hanno portato all’origine di nomi veri.
Suffissi che diventano prefissi (e viceversa), consonanti che cadono, vocali che si fondono, raddoppi fonosintattici o doppie che diventano una sola… anche una lingua conservativa come l’italiano (studiatissima in tutto il mondo proprio per questo motivo) cambia, basta confrontare l’italiano della Divina Commedia con quello del 1700 e quello attuale.

Il pensiero al lavoro di Tolkien è immediato, ma prima di affrontare il mostruoso Professore è meglio essere ben preparati. Il viaggio che si comincia oggi ci porterà in altri luoghi “meravigliosi” come la città di Vigata nel ragusano e le mura di Gerusalemme “liberata”.

Martedì prossimo ritornerò sul discorso “Onomaturgia” e approfondirò meglio le “miniere dei nomi” vale a dire dove potersi procurare nomi “inventati” e pure facili da ricordare, o comunque originali e che non abbiamo un “look and feel” già sentito (a meno che non si desideri proprio questo effetto).

Mi piacerebbe lasciarvi con questo “semplice” esercizio:
Prendetevi un pezzo della Divina Commedia, uno qualsiasi che vi sia simpatico (che so, il Canto XXI dell’inferno per esempio) e comparate le parole in esso contenute con quelle con lo stesso significato prese da un’opera del XVI secolo tipo la Gerusalemme Liberata del Tasso, poi stesso lavoro con un’opera quasi contemporanea come I Promessi Sposi o I Sepolcri e infine qualcosa di moderno (e italiano) tipo il Barone Rampante di Calvino o Favole al Telefono di Gianni Rodari (eviterei Verga e simili).

Osservate come una stessa parola cambia forma e grafia nel corso dei secoli. Una sorta di “Morphing” letterario chiamato dagli studiosi “Deriva Linguistica” (o meglio: sono gli effetti che la deriva linguistica, cioè il passaggio da una lingua ad un altra in una popolazione) e che vi tornerà utile per la costruzione dei vostri nomi “inventati”.
In alcuni casi ci sono lettere mute che poi spariscono, sillabe che cambiano e grafie che si soppiantano l’un l’altra.
“Sao ke kelle terre trent’anni le possette sancti benedicti”, il primo documento in volgare “certificato” successivo a “Se pareba boves, alba pratàlia aràba

et albo versòrio teneba, et negro sèmen seminaba” di poco e a metà strada tra latino e volgare (VIII secolo, se ricordo bene). Effettuate lo studio in Italiano perché i cambiamenti sono lentissimi (l’italiano è la lingua più conservativa al mondo) e potrete osservare questo fenomeno alla moviola. Con l’inglese e, soprattutto, col francese invece… prendete la parola “Maturo”.
In Latino era Maturus -ura -urum (II dec), per gli inglesi è diventato “mature” e per i francesi mûr. L’unica differenza con un muro è quella u molto allungata con l’accento circonflesso.