Santat!

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#bereFantaNo
#bereVinoMejo

La domanda che mi pongo sempre è: perché quando leggo un romanzo fantasy gli eroi bevono roba strana come l’idromele, il Bol, il sidro oppure birra? Cioè, non ho nulla in contrario, ma ci sono già ottime bevande in circolazione capaci di evocare scene epiche. Il vino, per esempio. Quello bianco o rosso: niente colori strani. Perché il bello del vino non è il colore. Fruttato, tannico, con sentori di mandorle o di gerani, frutti rossi o malva… i profumi del vino sono migliaia, non sto esagerando e non è che l’inizio della festa. Il vino è quanto di meglio si possa avere per accompagnare un pasto degno di questo nome. Esalta i sapori e ne aumenta la profondità.

brunello

Una bistecca di chianina, giusto per restare in Italia, è gustosa. Se però l’accompagnamo con un calice di Brunello di Montalcino diventa un’esperienza mistica (e non sto esagerando). E cosa c’è di meglio per ricordare la magia di un fantasy? Per giunta non occorre essere Gandalf per riuscirci, basta mettere da parte un’ottantina di euro per pagare il conto (una cenetta a due bistecca più brunello in un locale in quel di Montalcino, un paio di anni fa). Agli amici non carnivori suggerisco cose diverse, magari un vermentino di gallura servito freddo.

Però, appunto, la bevanda va preparata. Il Brunello nasce in un territorio specifico, con un preciso tipo di uva (sangiovese), altitudine, insolazione, premitura e maturazione altrettanto precisi. Chi produce il Brunello è un vero mago capace di utilizzare anche metodi industriali, ma senza mai snaturare ciò che secoli di pratica hanno concentrato in un vino di rara bontà. Se vogliamo portare una simile magia un’ambientazione Fantasy non possiamo semplicemente chiamarlo vino rosso, ma nemmeno Brunello… o no?

Zeurance è uno dei dodici principati di Malichar, famoso per le sue uve Agiodiipetes (donate dagli elfi di Invalis intorno al 920 al principe Eplîen Gaston René de Zeurance, soprannominato poi le Roi Cuiteur per motivi che vedremo tra poco) e per il vino che da allora cominciò a scorrere a fiumi.
Le rouge de Zeurance prodotto da quelle magiche uve rallegrò mezzo continente, da Maor a Kirezia, dal gelido Frisør fino alla variopinta Lleendir, ma il meglio doveva ancora venire.
Nel 1127 si narra che un viticoltore della Val d’Ambèr, un certo Eugène Feurouge de Mont Èlanin trapiantato in quel di Zeurance per tentare la fortuna con le magiche uve Agiodiipetes, dimenticò una botte di Rouge in un angolo della sua cantina per oltre due anni.
Convinto di aver prodotto dell’aceto il buon Eugène stappò la botte e…
Si dice che lo stesso Eplîen sia apparso con il calice in mano per poter sorseggiare quel nettare delizioso.
Era appena nato le Petit Brun de Zeurance.
Un vino dal gusto fortemente tannico, di buon corpo con richiami di geranio, ciliegia e spezie e dal colore rosso rubino. Il buon Eugène intuì che il merito andava attribuito tanto alla botte, che alle condizioni in cui il vino aveva riposato e recintò quell’angolo di cantina trattandolo come un tempio. Il clima della cantina, con le bocche di lupo aperte verso est, aveva favorito la maturazione del vino senza permettere la sua trasformazione in aceto, mentre il colore rosso brunito dai riflessi di rubino era dovuto alla botte.
Era una botticella da 2 mîd (parola derivata da Muid, moggio, antica unità di misura pari a 268 litri) in rovere di Landin asciata una volta. L’asciatura è quella procedura che si fa con le botti vecchie, per evitare che il marciume contamini il vino e continuare a usarla per qualche altro anno (di norma 3, a volte anche 4 anni). Una buona botte può essere asciata fino a 4 volte, ma dopo la prima il legno cede più sostanza al vino e ne cambia il sapore. Nel caso di Eugène la combinazione di legno, clima e tempo di maturazione aveva creato il miracolo.

Deciso a ripetere la prova Eugène, e soprattutto la sua primogenita Marianne, si procurò quante più botti di rovere di Lendin asciate una volta poté e riempì quell’angolo di cantina dove lasciò ben 30 mîd di vino a maturare.

In dieci anni di lavoro Marianne scoprì il segreto intuito dal padre e trasformò le cantine Feurouge in una leggenda. Anche se ormai i Feurouge sono estinti da secoli, il loro lavoro venne condiviso e diffuso a tutta la valle e a quelle limitrofe fino a creare una vera e propria “region du Petit Brun”, che a tutt’oggi è rinomata per il frutto delle sue cantine.

Note di colore
Le Roi Cuiteur è un titolo scherzoso. In Malichar nessuno può essere re e il titolo viene usato da millenni come presa in giro in ricordo delle origini: fu il Re di Lleendir a provocare la fuga di Bertrand de Malichar. La cuite invece è la sbronza.

Il nome “Eplîen” è la contrazione di “Eplorien”, Eploriano che è l’equivalente di Cristiano, solo che se avessi chiamato un principe malichano così sarebbe stato credibile quanto le patate arrosto che circondavano gli arrosti divorati dagli antichi romani nei film prodotti in quel di hollywood negli anni ’60. Questo perché nei principati si può praticare la fede che si vuole, ma non in pubblico. I malichani, anche dopo 2600 anni, hanno ancora il rogo facile.

Agiodiipetes = Agios dal greco è “santo” “diipetes” che è proprio di Zeus, divino.
Santo di vino, santo divino sarebbe già un bel gioco di parole. Tuttavia ricordo che Zeus = Jupiter = Giove quindi diipetes può diventare “giovese”
Prima di bannarmi del tutto c’è un’altra cosetta.

Petit Brun: il nome è nato facilmente, al di là dell’assonanza con il Brunello il colore è rosso bruno e le botti devono essere necessariamente piccole, botticelle appunto per cui Petit è stato giocoforza un passo obbligato.

Mont Élanin è un paese della val d’Amber, ma in francese élan è l’alce e quindi… Monte Alcino.

Salute o, come dicono i malichani, santat!

E il romanzo prosegue.

Il romanzo n°3 che ha finalmente un titolo, ma che non svelerò fino alla fine, è al primo giro di Editing. I primi undici capitoli, iniziati lunedì, sono stati riletti. I commenti dell’editor esaminati e in massima parte adottati.
L’editor ha sempre ragione? No. Ma ignorare i suoi commenti è stupido. Dietro ognuno di essi ci sono tempo e risorse che sono stati dedicati al solo scopo di migliorare la storia e vanno soppesati per bene.

Ho dovuto aggiungere un paio di capitoli ^^, cosa mai accaduta: di solito è tutto un tagliare, tagliare e ancora tagliar…

Qualche giorno fa una mia amica mi ha chiesto come faccio a dare a ogni capitolo una lunghezza precisa o quasi. Non è che ci voglia chissà quale scienza, ma poi mi son dovuto ricredere.
Primo: il romanzo è alla sua quinta stesura. Di ogni scena conosco a menadito l’ambientazione, i personaggi, le battute e il perché ogni personaggio dice quello che dice e il modo in cui lo dice. Perciò è come se io fossi giunto alla stesura del mio quindicesimo romanzo (ne ho pubblicati altri due come self). L’allenamento non mi manca.
Secondo: non solo conosco tutto della storia, ma conosco anche i retroscena e so cosa sta accadendo anche in parti dell’ambientazione che il narratore non nomina. Questa parte è tutta annotata negli appunti relativi personaggi e ambientazione. Ci metto poco a spostare la “telecamera” su un’altra di queste vicende e raccontarla.
Terzo: ancora allenamento. Negli ultimi quattro anni ho perso il conto dei contest cui ho partecipato, per sport, dove le regole erano molto stringenti. Numero di battute limitato, tema obbligatorio e obbligatorio leggere e confrontare per partecipare. Premi? Una giornata passata a rispondere alle domande degli altri partecipanti.
Sembra una cosa inutile, ma invece è un esercizio formidabile per imparare a restare focalizzati e crearsi un pubblico di lettori esperti.
“Scrivere un racconto a tema Horror che contenga le seguenti parole: cuoio, denti, unghie, stivali, maschera; lunghezza massima 3000 battute +- 300”, la storia di “Tentacoli” è nata più o meno così.
Partecipa a una decina di contest e più di questo genere e in poco tempo ti ritroverai con una gran quantità di “corti” dalla lunghezza precisa e con le parole utilizzate in modi che adesso neanche immagini.

Rituale di Sangue è nato così

https://www.wattpad.com/story/92668783-rituale-di-sangue

…e racconta la fine di un certo mago il cui nome riempie le mie storie, in senso proprio.

Con questo allenamento, quando arrivo alla “stesura definitiva” ovvero la penultima stesura (non è che lo faccio apposta: finora ho scritto in modo molto inefficiente) spero sempre di aver creato qualcosa che non richieda altro lavoro. Non è mai stato così e temo che mai lo sarà. Comunque ho già i limiti “imposti”: massimo 26000 battute più o meno 4000. Battute delle quali conosco obiettivo (cosa racconta il capitolo), personaggi e luoghi fin nei minimi dettagli. Scrivere in queste condizioni è quasi una passeggiata e in media tiro giù dalle 10k alle 12k battute in un’ora.  In linea teorica potrei scrivere un romanzo di 360k in 30 ore se solo potessi avere già tutto chiaro in testa, cosa che non è mai.

Eccezioni a questa regola sono i capitoli “speciali” come prologo ed epilogo che sono più corti. Le appendici e gli approfondimenti che metto in coda al romanzo sono pure capitoli, ma la lunghezza oscilla tra le 3600 e le 5400 battute massimo.

Anche così produrre 300 cartelle di storia più appendici varie richiede non meno di otto mesi di lavoro (dato che non ho mai più di due ore ogni giorno a disposizione per scrivere), tra prima stesura e stesure successive, e poi c’è l’editing che ha tempi lunghi o lunghissimi.

Quindi: sì, riesco a dare ai capitoli una lunghezza omogenea, ma non è né facile, né semplice riuscirci e mantenere l’efficacia della narrazione.

Conrad e soci, nel frattempo, si stanno pure scontrando con altri… uh, problemi. L’Ombra Scarlatta (o quale che sia il titolo successivo a quello in lavorazione) e qualcosa che viene “Dal Profondo della Notte” (titolo provvisorio del romanzo numero 5) su cui ho pure cominciato a mettere giù parole, mentre l’embrione delle Fiamme su Kirezia (numero 6) sta facendo capolino tra pagine di ambientazione schede dei personaggi.

Il resto della vita prosegue, ma il tempo per raccontar storie diminuisce. Certo: queste nuove mi escono (spero) più belle, ma sapere di aver superato il “giro di boa” già da un po’ mi sprona a scrivere e tirar fuori tutto il meglio che ho da raccontare.

Worldbuilding 5 – Onomaturgia (ultima parte)

Nell’articolo precedente ho parlato di deriva linguistica: è il fenomeno che porta una popolazione a parlare una nuova lingua. Il passaggio dal Latino al Volgare e poi all’Italiano ha richiesto alcuni secoli ed è stato etichettato come “Deriva linguistica”. Fenomeni di deriva linguistica sono, ad esempio, l’arrotamento della l (la l che diventa r come accade in alcune parole del dialetto romanesco “e ar popolo?” o “j’è sartata la mosca ar naso”, mentre la r liquida è quella che hanno molti orientali quando si ritrovano a parlare l’italiano “buongioLno e buonaseLa” per dire.

In lingua occitana, dialetto vascone, le r a inizio di parola sono diventate “arr”. In Francese la parola latina “maturus” si è contratta in mûr e l’accento circonflesso sulla u sta a ricordare che la parola, un tempo, era più lunga.
In Inglese si è passati dal “tu es” latino al “thou art” dell’inglese arcaico che è diventato “You are” attuale. Tutti fenomeni fonetici dovuti alla deriva e che un filologo conosce come un prete conosce le sue preghiere.

E finalmente si giunge a Tolkien in modo ancora più approfondito… che equivale a dire superficiale, data la profondità dell’opera di cui mi accingo a parlare.

Nell’opera Tolkeniana troviamo ogni elemento sopra descritto (dalla creazione di una lingua, al collegamento filologico tra parti della narrazione) applicato fino a creare un universo completo: dalla cosmogonia alla mitologia fino alla storia contemporanea.
A cominciare dalla lingua (cavallo di battaglia del professore): Tolkien ne ha create una per ogni popolo. Elfico Primitivo per gli elfi, Kudzhu per i Nani, Numenoreano per gli umani…
In particolare la lingua Elfica è una lingua artificiale derivata. Che vuol dire? Vuol dire che il buon Professore ha preso il Finlandese (perché gli piaceva il suono), il greco antico (perché per lui non era una lingua morta), lo spagnolo e altre lingue romanze (italiano incluso) le ha mescolate ben bene ed ha ottenuto l’elfico primitivo, poi l’ha evoluto in eldarin (dall inglese elder – anziano, antico) cui ha applicato il suffisso -in e cambiato una vocale per deriva linguistica. Poi ha applicato all’Eldarin nuovamente la deriva linguistica mettendoci contaminazioni dovute alla geografia di Arda (il mondo inventato) alle migrazioni che ha immaginato ed è diventato Quenya (con vari dialetti reciprocamente comprensibili).
Tolkien era uno studioso della lingua anglosassone, poliglotta e mostro sacro in ambito accademico, non era uno scrittore professionista. A nessuno verrà più in mente di fare un lavoro tanto complesso, ma studiarlo è una miniera di platino in termini di idee sulla creazione di ambientazioni.
Altro aspetto interessante: il quenya è una lingua che non ha le vocali. Quenya si trova scritto FB_IMG_1539673282101 Qn con vari accenti (puntini) sopra e sotto per indicare la presenza dei suoni vocalici. Lo spirito (derivato dal greco) sopra la prima consonante indica la presenza del “ue”, i puntini in alto indicano la prima vocale (tre puntini per il suono y) e i due in basso la seconda a. Niente sillabe e puntini come per le lingue di estrazione aramaica. Solo che il quenya si scrive da destra verso sinistra e dall’alto in basso.

Stessa solfa per il Khudzu, la lingua nanica. Stavolta quel mostro di Tolkien ha usato come base un dizionario basato su lingue aramaiche e poi ha usato un sistema grafico basato su rune. Visto che internet non esisteva ancora, per riuscire nell’impresa dovevi conoscere anche l’aramaico e le rune futhar.
Terzo elemento: il numeroreano è, di fatto, la lingua del lettore per cui non ha nulla di incomprensibile (ma in realtà il professore ci ha lavorato sopra per affiancare alla lingua parlata termini arcaici) e l’ha infarcita di contaminazioni provenienti dalle altre lingue, come accadrebbe anche nella realtà.
La tecnica usata da Tolkien richiede una conoscenza di numerose lingue e dei meccanismi alla base della formazione e dell’evoluzione del linguaggio (deriva linguistica, prestito, confini geografici). Tutte cose che un filologo conosce bene, ma che noi comuni mortali possiamo comunque apprendere tanto con la lettura (basta aver letto qualche opera del 1200 come la Divina Commedia, opere più tarde come L’orlando Furioso e i Promessi Sposi per avere un’infarinatura adeguata) che con lo studio o col confronto grazie a Facebook: di studenti di Lettere ce ne sono a iosa, basta essere educati e porre domande sensate riconoscendo a chi studia queste materie il merito che gli spetta.
Perché insisto tanto sulla lingua?
Torniamo all’esempio di Durindan: perché si chiama così? Cosa vuol dire Durindan? E Zhartang che vuol dire? Intervistato all’uopo l’autore ha nicchiato e poi ha rivelato che gli piaceva il suono. Ah, il cavallo dell’eroe si chiamava Bill, ad un certo punto muore e sarà sostituito da una cavalla di nome… indovinate un po’?
Dunlinidiel? Durindanel? Durlindana?

Billy.

Anche ignorando tutte ‘ste cose non vi sembra una cosa terribilmente stonata? Mille volte meglio Yosemity Sam che chiama il suo cammello… Cammello

Whoa Camel, when I say “whoa” you must stop!

Brutale, certo, ma perfettamente in linea con ambientazione e personaggio, e pure a suo modo poetico.

In Tolkien troviamo nomi di cui è possibile studiare, dopo aver letto alcune delle opere postume, l’etimologia e capire come è stato possibile per il Professore forgiare nomi, sostantivi e aggettivi non solo inventati, ma anche evoluti. La terra di Numenor, da cui provengono i fondatori di Arnor e (soprattutto) Gondor, deriva dall’alto elfico (il Quenya appunto) Númenórë e vuol dire terra dell’ovest (cade l’ultima vocale). Semplice e diretto… e reso epico da una serie di dettagli che a pensarci fa girare la testa.
Anadûnê è il termine che gli stessi abitanti del luogo davano alla loro terra, che invece nella terra di mezzo è chiamata Ovesturia (termine tradotto dall’inglese Westernesse) e che ha anche altri nomi. Più precisamente dal’numenoreano antico An-Aduni che significa “occidentale” o “dell’occidente”.

Nell’opera tolkeniana nessun nome è privo di una sua etimologia e questa è strettamente legata alla lingua cui appartiene, sempre. A cercare bene nella messe di materiale pubblicato postumo dai suoi eredi si trova tutto e se manca qualcosa si può star certi che è solo perché non è stato ancora pubblicato.
Il Silmarillion? È stato lo Zibaldone di Tolkien. Racconti perduti, ritrovati e incompiuti? Appunti di lavoro.
La tecnica è semplice: per ogni parola nuova Tolkien si appuntava l’etimologia su un quaderno, ma invece di usare la struttura del dizionario componeva qualcosa: un saggio, un racconto, una poesia… ecc… lo faceva per sé stesso e infatti è una scrittura ben differente da quella dello Hobbit o del Signore degli Anelli. Tuttavia ad ogni racconto che si aggiungeva nella sua mente compariva un pezzo di Arda e dei suoi popoli, della sua storia e tutto il resto è stato un percorso lungo una vita e che ci ha consegnato, tra le righe, un manuale di demiurgia completo e finito.
Forse una vita intera è un po’ troppo per arrivare a padroneggiare l’arte di creare mondi, ci sono vie più sbrigative e altrettanto efficaci.

Salutate Tolkien, lo ritroveremo sul finale di questo articolo.

Chi conosce l’orso Baloo?

meravigliosamente doppiato da Alberto Sordi, Baloo è una creazione di Rudyard Kipling come la pantera Bagheera e il lupo Akela.
Baloo deriva da una parola hindi che si scrive così भालू e si legge Bhālu. Baloo quindi è la mera traslitterazione in inglese della parola hindi che indica l’orso.
Tutti i nomi-jungla sono la traslitterazione di sostantivi hindi e malesi (lingue che Kipling conosceva bene) e che sono diventati nomi propri.

Così ecco che il sottoscritto si mette all’opera e dopo cotanti maestri…

Uno dei miei personaggi secondari si chiama La-Kae. La-Kae è l’anagramma di Akela (piccolo tributo a Kipling) e le due parole “La” e “Kae” sono diventate sostantivo “La = Lupo” e verbo “kae = cacciatore” prime due mattonelle della lingua parlata dal personaggio, l’etsiqaasit che è un improbabile misto tra hindi e dialetto veneto. Il veneto non compare poiché è la lingua del lettore (e quindi deve essere contaminata il meno possibile, pena l’illeggibilità del testo) ma che emerge nei cognomi degli abitanti del luogo “Musìn, Ludrò, Latàr, Pessàr… ecc…” e che sono tutte parole prese in prestito dal dialetto veneto (scarsella, infame, lattaio, pescivendolo… ecc… ).
La lingua di La-Kae e di suo figlio La-Wonlot (Wonlot è una parola intraducibile e rappresenta l’azione di stare in solitudine, insieme al prefisso La diventa Lupo Solitario, ma è pure l’anagramma di Wontolla, altro personaggio del Libro della Jungla) è diventata l’etsiqaasit, la lingua dell’altopiano e che viene da un altro anagramma (stavolta dedicato a Pasquale Petrolo e Francesco Gregorio in arte Lillo e Greg). Da queste mattonelle ho cominciato a mettere a punto le regole della lingua e a forgiare nomi e parole coerenti con essa. Sistema “bantu” (prefisso + suffisso) per generare parole complesse a partire da quelle più semplici. Nomi costruiti con tecnica “pellerossa” vale a dire animale o forza naturale + aggettivo e quindi abbiamo significati di nomi come “orso glabro” o “vipera sorridente” e poi ho tradotto questi significati usando il dizionario creato per la lingua. Se un lemma era mancante lo andavo a pescare tramite un dizionario online (tipo Glosbe o Google, ma glosbe è più preciso) e nel caso dell’etsiqaasit tra quello malese e quello hindi per cercare la parola che più mi soddisfaceva come significato e suono.
Nell’etsiqaasit sono confluite regole grammaticali bantu, parole hindi, malesi e una spruzzatina di Algonchino (come Tomet. anagramma neanche troppo velato di Totem), ho applicato la deriva linguistica che ha portato alla formazione del dialetto veneto e… meh, al momento conta circa 300 lemmi. Se dovessi svilupparla fino al livello di Tolkien il numero di lemmi dovrebbe crescere di un ordine di grandezza e quindi 3000.

Se 3000 parole vi sembrano tantissime vi ricordo che un bambino di 6 anni ne conosce circa il doppio. Cioè per parlare con la competenza di un bambino di 6 anni occorre un dizionario di circa 5-6000 parole.
Le lingue vive hanno centinaia di migliaia di lemmi (dai 200000 dell’italiano, parolacce escluse, agli oltre 500000 della lingua inglese) e costruirne una è impresa molto complessa per un singolo

L’idea di traslitterare una lingua con le regole di un’altra me l’ha data Kipling e chi mi ha confermato che funziona alla grande e stato Alessandro Sisti.

Apro una piccola parentesi su questo abile sceneggiatore: l’ho scoperto su PKNA (PaperiniK New Adventure) mentre leggevo la storia “I Mastini dell’universo”. Uno dei personaggi, il robot Q’Winkennon se ne uscì con la frase “Staghatant khal broosha shur” dopo che aveva riempito il protagonista (PK) con altre frasi incomprensibili. Conoscevo un po’ di dialetto milanese e di inglese: mi suonò subito familiare.
“Stia attento che brucia, signore”.
Incitato dai lettori della posta, il Sisti confessò che si trattava del dialetto di Broni (Pavia), il paese dove è nato.
Ed ecco che ritorna la regola “Parla di ciò che conosci”.

Quella di usare le regole fonetiche di una lingua per scrivere le parole di un’altra è un trucco che funziona bene a patto di non esagerare. È triste, da lettore, ritrovarsi con metà dei dialoghi scritti in modo poco comprensibile. Tuttavia lo stratagemma del Sisti gli permise di sdoganare parolacce e imprecazioni (caso più unico che raro) in un fumetto targato Disney senza ricorrere ai disegnini con bombe e teschiolini o al fumetto nero con la scritta “censura” che porta, oltre all’imprecazione, la violenza che invece il Sisti non voleva assolutamente trasmettere.

Questa tecnica funziona molto bene per i nomi dei luoghi, specie se il lettore conosce (o gli viene passato qualche indizio che gli permette di intuire) le regole fonetiche da usare. Diventa un gioco inserito nella narrazione tra l’autore e il lettore.

Il rovescio della medaglia (e vai che siamo alla fine)
C’è un motivo se Brooks ha inserito i nomi “diversi” col contagocce e, più in generale, nelle opere di un certo rilievo i nomi esotici sono trattati con grande attenzione. Inserire nomi alieni alla cultura del lettore, come dovreste aver intuito, ha un pesante rovescio della medaglia: confonde, sempre.
Catapultare qualcuno in un altro mondo genera confusione, certo, ma questa va dosata o si innescherà un meccanismo di fuga dettato dall’istinto di conservazione e il lettore troverà mille scuse per non leggere mai più il vostro libro. C’è l’approccio “alla Brooks”, che poi è lo stesso di tanti altri illustri predecessori e contemporanei dove gli elementi “alieni” sono circondati da una corona di termini noti e c’è l’approccio filologico di Tolkien dove invece, per una specie di magia, il lettore trova normale un nome come Bilbo Baggins e addirittura confortante Gandalf il Grigio detto Mithrandir. In entrambe i casi al lettore viene fornita una spiegazione del termine alieno senza appesantire la narrazione.

Prendo a esempio la mappa della Contea (The Shire) http://it.lotr.wikia.com/wiki/Contea?file=Map_-_Shire.jpg

La lingua è quella del lettore, non è ne il Quenya o il Khudzu, che non usano caratteri alfabetici. Si trovano nomi che somigliano a tanti altri luoghi del regno unito e che spesso finiscono per -shire.
Se Tolkien fosse stato italiano l’avrebbe chiamata “La Contea” e avrebbe dato nomi come Boscobino e Colleverde, per dire. I luoghi più esotici sono stati introdotti dopo, man mano che al lettore venivano fornite le basi per apprendere i rudimenti del Quenya e per capire che la lingua Nanica era segreta e riservata solo ai Nani. Tra l’altro quello delle mappe è un aspetto che martedì prossimo cominceremo ad affrontare.

Insomma la tecnica usata da Dante J. Ferretti è esattamente contraria a questo, ma non è che posso dire che abbia funzionato… non con me, perlomeno.

Quindi: tutte le tecniche fin qui indicate per crear nomi: l’anagrammi, la sciarade, i cambi di vocale traslitterazioni e numerosi illustri eccetera sono da usare “cum grano salis” perché si rischia di creare mostri difficili da spiegare dopo.

Vi mostro il mio (modesto) esempio:
La prima generazione di nomi di città kireziane, nella mia ambientazione, è stata di difficile gestione.
Nadear la Bianca, per esempio, sono io. Nadear è l’anagramma di Andrea e la Bianca, oltre ad essere un paesino della Tolfa cui sono affezionato, è anche il mio aspetto in spiaggia quando decido di riflettere il sole (ahemm… ). Tuttavia per far rientrare il nome entro i parametri che mi ero dato ho dovuto lavorare parecchio perché mi ero invaghito del termine senza ragionare se rientrava o meno nell’ambientazione. Buon per me è stato che Nadear suonava anche bene come cognome (Ludrò, Latar, Mustazar, Musin, Querzar sono tutti cognomi del luogo) e quindi ho inserito nella storia locale lo statista che aveva pianificato l’annessione incruenta della regione di Levot: Karl Nadear. Morto lo statista la città porta il suo nome e il soprannome “la bianca” è dovuto alle mura candide che la circondano e che sono ricoperte di Lecanora Wiegenense (da Wiegenstein la “Culla” della civiltà Nanica). Tuttavia Nadear come cognome, viola la regola che mi ero dato: parole dal dialetto veneto. Mustazàr, Latàr e Vasàr sono tronche, Nadear è bisdrucciola (accento sulla terzultima sillaba) insomma l’ho infilata così e a quel punto ho aggiunto molte altre città frutto di anagrammi di altri amici con cui ho condiviso un pezzo di vita insieme. L’assonanza coi cognomi è rimasta e in taluni casi sono proprio cognomi di personaggi.
Anagrammi e altri giochi enigmistici, prestiti da altre lingue, cambio di regole fonetiche, traduzioni da lingue artificiali… e molto altro popola il mio mondo, ma pure (e meglio) quello di altri illustri scrittori e creatori di giochi di ruolo (cui ho biecamente copiato i metodi). Tuttavia oltre al gioco di parole, dopo l’incidente di Nadear, mi sono sincerato ci fosse anche una storia coerente con l’ambientazione oppure, se ancora il nome non era apparso in altri racconti già pubblicati, l’ho cambiato.
L’altra area di cui sto curando il worldbuilding è quella di Malichar, termine totalmente inventato mescola in uno pseudo-francese (regole fonetiche francesi) l’italiano e l’inglese in primis, ma molti termini derivano dall’occitano o addirittura dallo spagnolo.
Memore dell’esperienza maturata con Nadear mi sono sincerato che per ogni anagramma ci fosse una storia dietro. Un nome di un personaggio storico, una località… come il buon Tolkien ha insegnato ci deve essere un riferimento all’interno della lingua parlata che ne spieghi il senso.
Per chiudere questa lunga serie di articoli sull’onomaturgia quello che serve sapere è che dietro ogni nome, che sia inventato o meno, ci deve essere una montagna di cui i caratteri che costituiscono la vostra creazione sono la vetta. Se questa montagna non c’è va creata.
Se piazzare tutta la mole della montagna all’interno della storia che state raccontando è infodump, comunque va scritta e messa da parte. Essa continuerà a lavorare nella vostra mente e influenzerà il vostro modo di scrivere. Sul “come” creare la montagna di metodi ne ho pure indicati: creare dizionari, scrivere racconti, poesie, canzoni ecc… magari presi in prestito da altri autori.

Saper creare nomi richiede dunque scrivere una montagna di materiale: voci di dizionario, etimologia, anagrammi e giochini linguistici, senza contare alfabeti alternativi o… anzi, e modi di scrittura ancora differenti, ma spero non abbiate pensato che tutto ‘sto popo’ di lavoro sia fine a se stesso.
Spingersi, anche se solo con la fantasia, così a fondo in una ambientazione ha effetti collaterali notevoli, primo fra tutti l’incapacità di non sapere cosa scrivere.
In altri termini vi evita il famigerato “blocco dello scrittore” e se pure arriverete a un punto dove non saprete come mandare avanti la storia, vi basterà esplorare la vostra ambientazione rileggendo quanto avete già scritto o scrivendo altro materiale per avere l’ispirazione necessaria a superare l’impasse.

Ci sono altri effetti benefici: la voglia di sparare tutto nella narrazione, ogni singola e benedetta idea, se ne andrà via. Tutte le vostre idee finiranno tra gli appunti, dove devono stare, e lavoreranno per voi perché le avrete sempre a portata di mano durante ogni stesura. La coerenza interna delle vostre storie diventerà a prova di testata nucleare e la sospensione dell’incredulità, il mantra che dovrebbe accompagnare ogni scrittore che sia un professionista o un “semplice” appassionato come me, impone che gli elementi della narrazione siano legati tra loro. Con un simile esercizio diventerà un riflesso condizionato: ci riuscirete senza neanche pensarci. Non farà di voi dei novelli Camilleri o King (o avrei già festeggiato il mio primo milione di copie vendute) però potrete sentirvi un po’ più vicini ai giganti sulle cui spalle vi siete seduti.

Qui si chiude la carrellata sull’onomaturgia, la prossima puntata e quelle successive saranno dedicate alle mappe. Che siano vere o inventate ci vuol criterio.

 

Worldbuilding – 2

Il tempo.

Una successione di punti genera una retta, una successione di rette genera un piano, ma se una succesione di piani genera uno spazio, cosa genera una successione di spazi?
Uno spazio-tempo.
Senza scendere in dettagli capaci di provocare feroci mal-di-testa anche a chi questi argomenti li mastica abitualmente, il tempo è l’altra dimensione di cui tenere conto quando si costruisce il mondo dove i personaggi si muovono. Come perché? Oltre ad essere una dimensione posta ad angolo retto oltre alle altre tre, il Tempo (quello degli orologi) scorre tanto nel nostro mondo quanto in un mondo immaginario.
Tuttavia non è mai lineare come immaginavano i filosofi greci.
Sul modo in cui scorre è tutto da vedere, ma facciamo un passetto alla volta.
L’approccio dimensionale al tempo ci permette di dargli una connotazione “geometrica” e giocoforza dare anche al tempo un confine e un limite.
Domanda: quanto si estende nel tempo la vostra ambientazione? Tornando all’esempio di Ionesco e delle Sedie (ricordate? Il Vecchio, la Vecchia, le sedie e il suicidio finale?) se il confine spaziale dell’ambientazione era la stanza in cui si svolgeva tutta la vicenda, quello temporale è nient’altro che la durata della piece teatrale. Tutto accade nel giro di un’oretta o poco più.
Dunque ecco il primo confine temporale: la durata dell’opera dal punto di vista dei personaggi.
Alle 10 del mattino iniziano il loro ultimo discorso, alle 11 arrivano gli invitati e per mezzogiorno sono volati giù per la scogliera, fine della storia.
Nello hobbit il “confine” va da marzo a fine aprile dell’anno successivo: 13 mesi, tanto dura il viaggio dtemporali (ci sono versioni ambientate la notte e il brano originale è così).

Tre dimensioni temporali.
Giusto per complicare un po’ le cose: non si ha a che fare con una sola dimensione temporale come siamo abituati, ma con tre.
Il tempo della fabula, vale a dire le due ore che impiegano il vecchio e la vecchia a raccontare la loro storia e morire o i tredici mesi che Bilbo Baggins impiega per raggiungere la montagna solitaria, trovare l’anello, uccidere Smaug e tornare a casa.
Vi è poi il tempo del discorso: quante parole userete per descrivere un’azione, una situazione, un… giusto per farmi pubblicità: ne “i Razziatori di Etsiqaar” lo scontro tra la combattente più forte dei “buoni” e il capo dei banditi dura quasi quattro pagine, anche se in totale non richiede più di 15 secondi. In parallelo il pivell… pardon, il protagonista richiede lo stesso numero di pagine per prendere sonore sberle dal vice e far chiudere lo scontro con uno stallo.
Nel tempo della fabula i due eventi avvengono simultaneamente, nel tempo del discorso a un round (un botta e risposta) della tipa di cui sopra e il capo si intervalla un round tra pivellino e vice e dunque le quattro pagine del primo scontro si sommano a quelle del secondo scontro.
Nel tempo della narrazione entrano anche le azioni di tutti i personaggi.
Infine c’è il tempo richiesto al lettore per seguire tutto il discorso, il tempo della lettura e che include le descrizioni, i pensieri, i flashback… tutto il resto.

Uh… tre dimensioni spaziali, tre temporali: se vi viene in mente Heinlein avete vinto un premio.

E a questo punto ecco che arriva il limite temporale.
Un flashback quanto indietro nel tempo può andare? Se riguarda i ricordi del protagonista non può essere antecedente la sua nascita o più verosimilmente i quattro anni di età.
Tracciarlo è semplice: il protagonista ha 40 anni? Il limite è fissato a 36 anni indietro nel tempo e deve includere cosa, secondo voi, ha reso il protagonista quello che è nel momento in cui scrivete l’incipit della storia.

Il limite dunque fissa l’evento più remoto che verrà riferito al lettore durante la narrazione. Tra quel momento e l’inizio del tempo della fabula c’è tutto uno spazio da riempire.
Nel caso delle Sedie, il vecchio e la vecchia raccontano del loro arrivo a Parigi, della guerra e di come il mondo sia caduto mentre loro due finivano la loro vecchiaia in una casetta in un’isola, con una scogliera altissima.

E adesso viene la parte difficile: come possiamo riempire i vari intervalli temporali?

Quello entro il confine lo riempiremo con la storia da raccontare, poco ma sicuro.
E il prima? Tutto quel che c’è tra il limite e l’inizio della storia?

Nel mio piccolo posso darvi il mio esempio, ma è un pelino più complesso: il mio progetto riguarda una serie di romanzi. Una collana di storie ambientate nello stesso mondo, con protagonisti che passano di avventura in avventura e crescono, ma ogni avventura nasce e finisce nello stesso libro.

Una volta fissati gli eventi tra il “limite” e il confine, cioè l’inizio del “tempo della fabula”, almeno gli eventi che avranno una qualche influenza nello svolgimento della storia, si passa ad una descrizione anche sommaria degli stessi.

Nel mio caso ho scritto una serie di racconti, articoli “giornalistici”, diari… veramente di tutto, per riempire questo vuoto. Lo scopo è stato duplice: da una parte avevo bisogno di queste informazioni (quando si crea un mondo occorre riempirlo ben bene), dall’altra dovevo far pratica. La scrittura è un processo costante e va praticato ogni giorno. Non sempre avevo l’ispirazione per scrivere una parte del romanzo cui sono al lavoro e allora ho lavorato parallelamente ad espandere l’ambientazione per vedere se mi veniva qualche altra idea.
Le mappe di Kirezia e Malichar sono nate così, così come le tecniche di Onomaturgia, la storia di Kirezia e di come la schiavitù è stata abolita. Sono nati personaggi storici di ogni genere: architetti, scultori, politici, maghi, sacerdoti, militari… il Nano Sarralga, il preferito di mia figlia Laura, è stato creato per dare vita alla leggenda di Nadear e del giovane Halden, quest’ultimo invece è nato dopo la lettura del giovane Holden, ma va be’, si è scherzato.
Il punto è che di volta in volta ho potuto superare il “foglio bianco” perché avevo a disposizione una gran messe di informazioni cui attingere o perché potevo espandere e approfondire un’area dove invece queste informazioni mancavano.

Tenere traccia di tutto non è facile, ma con un buon foglio di calcolo o un diagramma di Gantt si riesce a lavorare in scioltezza, a evitare i paradossi e ad avere sempre qualcosa da scrivere.41472418_10217560086657204_287547605200666624_n.jpg

Ho accennato all’Onomaturgia (la creazione dei nomi) e questa sarà l’oggetto di martedì prossimo. Tra le immagini legate a questo articolo c’è un semplice foglio di calcolo dove metto in ordine i vari eventi organizzati “per data”. Volendo migliorare un pochino penso che aggiungerò anche una colonna dedicata alla nazione cui si riferisce l’evento e un collegamento al libro dove appare la notizia riportata o almeno un accenno agli effetti scatenati da quell’evento. Nel mio caso il limite è fissato a 50000 anni prima, tuttavia non è necessario andare così lontano.

Quello che si comincia a delineare è un mondo coerente.
Per tornare alla storia raccontata ne “Le Sedie” quello che avviene è proprio qualcosa del genere, o almeno: è quello che ho immaginato quando ho letto la sceneggiatura dell’opera. In questo caso il “limite” è fissato a circa 80 anni prima, quando il Vecchio inizia a raccontare la sua storia. “E arri… e arri… e arrivammo!” e da lì fino al tragicomico epilogo viene tratteggiato un mondo molto diverso, dove Parigi è sprofondata, finita, distrutta (in alcune versioni si trova “quattrocentomila anni fa”) e la società è molto peggiorata.

L’elenco degli eventi è abbastanza minimale: -80 il Vecchio arriva a Parigi (descritta inizialmente come un paesino), 0 il vecchio e la vecchia ultranovantenni sono sull’isoletta, di Parigi resta una canzone.

Tutta la storia si regge su questa premessa: il mondo è distrutto insieme a Parigi e il Vecchio ha un messaggio con delle istruzioni che permetteranno ai superstiti di salvare tutti.

Alla serata organizzata dai due vegliardi partecipano decine di personalità di ogni genere che con la loro presenza raccontano l’epoca contemporanea.
Gente che viene da oltre il “Confine” (quello spaziale) e racconta com’è organizzata la società.
Se l’esempio delle Sedie vi pare scarno, provate con il mostruoso lavoro di Tolkien, dove invece troviamo una mitologia completa di cosmogonia e un elenco di eventi fitto e bene intrecciato. Il lavoro di Tolkien è stato talmente enorme che ha impiegato quasi tutta la vita (nei ritagli di tempo) a portarlo avanti e verso la fine ha prodotto “Il Signore degli Anelli” e “Lo Hobbit”, tutto il resto delle opere sono state pubblicate dal figlio e dai nipoti. Il Silmarillion era parte del suo zibaldone, dove il professore si segnava tutte le idee e poi, bontà sua, gli dava anche una forma letteraria elevatissima (anche se molto pesante da seguire). I raccontii “perduti”, “ritrovati”, “incompiuti” eccetera sono tutte raccolte prese da figli e nipoti dagli appunti del professore e dati alle stampe.

Senza arrivare alla Grandezza di Tolkien, noialtri possiamo prendere a esempio il suo lavoro e riempire qualche pagina di appunti per mettere bene in ordine gli eventi che precedono il nostro romanzo (ma pure un racconto) e avere un’idea molto chiara del perché i protagonisti si trovano dove si trovano all’inizio della storia e agiscono in un certo modo.

La cosa bella è che in questa fase, se qualcosa non torna, possiamo “cambiare il passato” in modo che sia coerente col presente.
Un esempio banale: mentre scriviamo il nostro protagonista deve rimanere paralizzato da una paura profonda, una vera e propria fobia. A cercare su wikipedia si scopre che le fobie sono provocate da traumi molto forti. Lovecraft era bravissimo nel procurare fobie ai suoi personaggi, ma di solito erano causate da traumi troppo violenti (vedi alla voce: Grandi Antichi e Orrori Cosmici). Un’altro molto bravo nello scatenare paure è Stephen King, che è pure abilissimo nella gestione del tempo (It, in questo senso, è un manuale di scrittura formidabile). Dunque come fare per tenere un adulto di qarant’anni fermo immobile davanti ad un corvo di modeste dimensioni il cui unico “spaventoso” atto è dire “cra cra”?
Poe ci riuscì insegnando al corvo una parola “nevermore” (i corvi sanno imitare la voce umana come i pappagalli). Geniale, ma inutile per il nostro esempio.
King invece fece atterrare un corvaccio sulla culla del pargolo, quarant’anni prima.
Episodio appena accennato durante la narrazione, ma che poi ha scatenato una situazione esplosiva mentre It assumeva la forma della paura più recondita del protagonista e tentava di ucciderlo per nutrirsi di essa (la paura).
Riesco quasi a immaginare come può essere andata: mentre scriveva ha pensato al trauma da imporre al baby personaggio prima che entrasse nella storia narrata, se lo è segnato da qualche parte e poi, durante una delle stesure ha aggiustato il testo per inserire l’accenno del corvo sulla culla e poi la paura totale ed estrema che esplode nelle forme di un corvo gigante.
D’accordo, ritorno coi piedi per terra: non sono Stephen King che queste cose le fa “a mente”, io devo scrivermi tutto se no me lo dimentico.
Però come esempio è ancora più calzante delle “Sedie”: in It ci sono più storie in una. Nella prima gli adulti ricordano di come, da adolescenti, avevano combattuto contro It e avevano “quasi vinto”. Nella seconda gli adulti combattono It e non vi dico come va a finire. Nella terza uno dei personaggi ricostruisce la storia della città di Derry nel Maine (città immaginaria) e con essa la storia di It. Da qui si può immaginare la vastità del lavoro effettuato da King prima e mentre scriveva uno dei suoi romanzi migliori.

Mentre iniziate a scrivere la vostra bellissima storia, magari poco prima, iniziate anche a tracciarne i confini spaziali e temporali. Domandatevi perché un personaggio è come è e pensate al suo passato, dove è stato, chi ha conosciuto, cosa ha studiato. Fate ordine tra questi eventi e, possibilmente, scrivete tutto. Le stesse domande dovreste porvele su città, regioni, pianeti… qualunque elemento si ritrovi ad interagire con la vostra storia.

In TROn (il film della Disney, il primo in CG) il Master Control Program nasce come grande giocatore di scacchi e poi, prima dello scontro finale, rammenta quasi con nostalgia i bei tempi e le partite giocate con il suo creatore.

Segnare tutte le informazioni relative il “prima”, organizzarle in una cronistoria, vi permetterà di avere poi idee come quella degli scacchi di TROn o del corvo di King. Sembrano piccoli dettagli, ma potete essere bravi a scrivere quanto vi pare: la tecnica vi darà il terreno adatto per far germogliare le idee e svilupparle fino a farle diventare sequoie, se necessario. La creatività necessaria per sviluppare le idee, invece, va coltivata in altro modo. Scriversi tutto e metterlo da parte è un metodo. Ce ne sono altri, ma ne parlerò in un altra occasione.

Per concludere questa apparentemente sconclusionata carrellata sui limiti temporali di una storia abbiamo visto che: Esiste un Limite temporale ovvero nella narrazione non si parlerà mai di eventi antecedenti al quelli del limite fissato. Esiste un confine: l’inizio della storia e che, grossomodo, quando finisce la storia finisce anche il confine. Alcuni autori come il Manzoni mettono un breve proseguimento come “Tutto il sugo della storia” dove raccontano come sono finiti i personaggi dopo la fine della narrazione.
Nella narrazione non c’è un tempo solo: tempo della fabula, tempo del discorso e tempo della lettura sono tre dimensioni temporali da gestire, ma che non spiegherò in modo approfondito perché non fanno parte dell’ambientazione.
Gli elementi della narrazione, fisici e temporali, possono interagire con i personaggi e con la storia in molti modi, come nel trauma di King.
Ho fornito uno strumento (in realtà due) per tenere traccia degli eventi da piazzare tra limite e confine: foglio di calcolo e diagramma di Gantt.

Riuscire a tenere insieme tutta questa roba… ah, buona fortuna. C’è chi come la Tolkien pianifica tutto e c’è chi come King scrive di getto (ma in realtà ha una esperienza talmente vasta da eseguire tutto questo lavoro a mente), nel mezzo ci siamo noi che tentiamo di barcamenarci tra i due estremi e tentiamo di produrre qualcosa che raggiunga (e magari superi) uno di questi inarrivabili maestri.
Sicuramente imparare a gestire il Tempo e i suoi confini è utile.

Acciderba: mi stavo scordando un aspetto importantissimo.
Nella puntata precedente abbiamo parlato dei confini spaziali e successivamente di quelli temporali. La scelta non è stata casuale. Spazio e tempo sono correlati anche in letteratura.
Se il vostro limite temporale è molto ampio va considerato che l’ambientazione cambia anche in modo drastico.
Un esempio è il ciclo dell’Invasione di Harry Turtledove: inizia nel 1939 quando i Giapponesi stanno per bombardare Perl Harbour e gli alieni invadono la terra come nella migliore tradizione fantascientifica. L’ambientazione è la Terra del 1939 (dettagliata in modo maniacale: Turtledove è uno storico) e si conclude un secolo dopo con i Terrestri che… be’ non vi dico il finale, ma quegli otto libri sono uno più bello dell’altro e si vede l’ambientazione mentre si trasforma grazie all’interazione tra umani e alieni. No, non quel tipo di interazione: sono rettili e proprio non funziona. Turtledove racconta come cambia la società, la tecnologia e il modo di pensare in modo estremamente credibile.
E vi farà guardare con rispetto allo zenzero.
Quello che mi preme è che quando fisserete gli eventi temporali potrebbe esser necessario rimettere mano agli elementi spaziali (città, montagne, fiumi) perché nel corso del tempo potrebbero cambiare.
Gli argini confinano il fiume, il fiume modella gli argini. Scrivete ogni dettaglio: oltre a far esercizio di scrittura (lo ripeto: va praticata ogni giorno) vi sembrerà di essere di casa, di raccontare fatti, persone e situazioni come se ci fosse stati per davvero.
Sarà più semplice far credere al lettore che è tutto vero, anche se state parlando di draghi verdi e roba simile (cit).

E per rispondere alla domanda iniziale “Come scorre il tempo” vi lascio con la miglior definizione mai scovata in tutta la letteratura
https://www.youtube.com/watch?v=q2nNzNo_Xps
Intraducibile eppure… chiarissima.

Il blocco dello scrittore

“Il mattino ha l’oro in bocca” scriveva Jack Torrance mentre se ne stava a fare il guardiano invernale all’Overlook Hotel, sepolto sotto metri di neve.

Purtroppo per il “collega” isolarsi dal mondo non è stata un’idea felice. Sua moglie Wendy e il loro pargoletto possono confermarlo.

Chi non ha capito vada a leggersi Shining e pure di corsa.

Che fico, ho appena dato del “collega” a un personaggio creato da Stephen King.

Prima o poi riuscirò a chiamare Lui “collega”.

Nel mio caso il blocco non c’è più. Eppure son rimasto bloccato dal 1994 al 2012 più o meno. Le storie iniziavano e non finivano mai rimanendo lettera morta in un cassetto prima e in un disco poi.

Tutto è accaduto nel 2012, durante il viaggio di nozze. Avevo già iniziato a fare altro: molto trekking e dentro di me elaboravo quelle esperienze alla luce degli anni trascorsi a raccontarle mediante schede e lanci di dado a tante facce.

Durante il volo che da Roma portò me e mia moglie (e ancora non lo sapevo, ma c’era nostra figlia Laura in cantiere) a Christchurch in Nuova Zelanda cominciai ad annotare sul mio inseparabile quaderno qualche appunto su Tharamys. Sentivo la nostalgia delle sedute a D&D e allora cominciai a ricreare quel mondo, ma in una versione che mi appartenesse interamente. La magia doveva funzionare e non in virtù di un non ben precisato “abracadabra” e poi mi piaceva il fatto di un mago che “predispone” e poi lancia: era ben diverso dal solito incantatore da strapazzo che spara palle di fuoco a tutto andare. Il mago è uno che pensa, prima ancora di picchiare. Con questi pensieri cominciai a ridisegnare tutto l’atlante di Mysthara. Nacquero Malichar e Kirezia, Meroikanev e Maor. Nelle 30 ore di volo, mentre mia moglie sonnecchiava o scattava foto dal finestrino, io scrivevo come non avevo più scritto da anni. Solo che non si trattava di storie, ma di descrizioni di elementi dell’ambientazione. Com’è fatto il mondo, come funziona la magia, quali divinità, la storia del continente… ecc… ecc… ecc…

E poi, non contento, cominciai a definire la lingua: l’idea di usare i dialetti italiani come base linguistica nacque su quel volo. Maor (l’anagramma di Roma) me lo suggerirono i Maori del Te Papa museum tra una risata e un Haka. Insomma avevo dato vita ad un mondo con i suoi popoli, le sue tradizioni, personaggi, leggi fisiche e tantissimo altro che non smetteva più di venir fuori (e ancora adesso contina a uscire roba che annoto e metto da parte).
Poi ripresi in mano il “Torto della Torta” e “Il mistero delle Brulle” e cominciai a riadattare quelle due storie alla nuova ambientazione.
Solomon Kane divenne Conrad Musìn e i Colli Ondosi divennero la sua casa. In un attimo presero forma anche le storie che collegavano il Torto al Mistero ovvero “I Razziatori di Etsiqaar” e “Il Furfante Derubato” che dovrebbe aver trovato finalmente il titolo definitivo.

Il metodo messo a punto mi permise anche di riprendere un’altra ambientazione e un’altro progetto arenato, quello dei “Romani a Vapore” con la seconda guerra punica che si conclude con la caduta di Siracusa e la morte di Archimede… che invece nella mia storia non muore e da il via ad un Ucronia sulla quale ho potuto finalmente riprendere a lavorare. Romani vs Alieni: uno spasso. Chiamano sè stessi “Tirias” e tra loro e la distruzione della razza umana c’è un macigno con un nome ingombrante: Roma.

Ci sarebbero tanti sé e tanti ma al riguardo, ma ogni giorno è una scoperta e devo annotarmi tutto o andare a cercare su internet quel che ignoro. Compatibilmente con la situazione della mia famiglia che non è affatto buona. Nel mezzo sono saltate fuori tantissime altre storie: il condominio assassino, il Nano Sarralga (di cui si sono innamorati i miei figli), Martina e lo Scuro… sono riuscito a scrivere perfino un “corto” ispirato al più TEMIBILE pirata di tutti i Caraibi: Guybrush Threepwood.

Se mi stanco di lavorare su una cosa ne porto avanti un’altra, oppure arricchisco il vocabolario delle lingue fantasy (Maorni, Kireziano (sarebbe la lingua parlata, ma sto inserendo dei regionalismi per simulare le influenze dei paesi vicini), Elfico (mutuato dal greco antico), Nanico (tedesco quasi al rovescio), Orchesco (tedesco anagrammato), Malichano (mutuato dall’Occitano), Llenico (Occitano occidentale), Pelagico (Occitano con innesti in Sardo…) e molto altro. Non mi annoio mai, e anzi: la sera mi addormento con la speranza di svegliarmi abbastanza presto da avere tempo per scrivere.

Se non mi viene in mente niente leggo e scrivo una recensione su quel che ho  letto: un blog che me la pubblica c’è. Mi piacerebbe anche metter su qualche stroncatura, ma per quello ho trovato un modo più costruttivo: rispedisco all’autore il testo demolito da commenti precisi e lapidari tipo “Nooo! La virgola tra soggetto e predicato NON SI  METTE!!!” o “Ma devi proprio cambiare colore dei vestiti N volte in un capitolo?” dove N è un numero variabile tra 2 e 9 (un record). Io imparo qualcosa di utile (tipo riconoscere di aver prodotto errori simili nelle mie storie) e allo stesso tempo ricevo stima e ringraziamenti dall’autore demolito perché a) non l’ho sputtanato con una stroncatura e b) gli ho permesso di migliorare.

In conclusione: la scrittura è un processo costante, un esercizio che non si deve mai arrestare se si vuole che migliori. Pensi che la storia che stai scrivendo faccia schifo? Non sai come portarla avanti? Scrivi una schifezza, oppure fermati e scrivi una storia brutta ambientata nello stesso posto. Un antefatto, un prequel quello che ti pare, ma scrivi. Non fermarti. Chi si ferma è perduto e si merita la pagina bianca che ha davanti.

I Personaggi

Come li create i personaggi?
Io li partorisco in questo modo

1) Dopo aver creato l’ambientazione (fondamentale direi) o aver studiato l’ambientazione dove il personaggio si muoverà ecco che decido chi o cosa è. Sembrerà ovvio, ma deve essere qualcuno o qualcosa che è nato da elementi dell’ambientazione di riferimento ed è capace di muoversi in essa.

Nome: Daagh (è una lingua affine al deitalantino, significa “Signore degli abissi” più o meno)
Razza: Zwergbeißer (così lo chiamerà Jangar, è un orco. Significa “Divoratore”)
Età: 40 anni (è molto giovane)
Peso: circa 40kg (pure magro)
Altezza: ha un diametro di 90cm (meno male che è piccolo)
Occhi: 5, iride dorata al centro, iridi di vari colori sugli altri tentacoli.

Forza: scarsa, riesce a malapena a sollevare sé stesso (valore -5)
Agilità: quella di un palloncino gonfiato di elio in una giornata senza vento ovvero scarsa. (-5)
Intelligenza: scarsa, è giovane, può essere paragonato a un umano di 16 anni (0)
Carisma: brutto in culo per qualsiasi razza, fa venire voglia di picchiarlo appena apre bocca. (-15)
Costituzione: resistente. Nonostante gli verranno amputati tutti i tentacoli sopravviverà. (+10)

Descrizione sommaria: una sfera fluttuante con un occhio al centro e una bocca circolare irta di denti.

Descrizione dettagliata: una sfera che galleggia a mezz’aria sormontati da quattro peduncoli oculari, un grande occhio dorato al centro del corpo con sotto di esso una bocca circolare che ricorda quella di un calamaro, ma irta di denti come quella di un verme-tigre.

Capacità di combattimento in mischia: può mordere e infliggere i danni che infliggerebbe un cane di taglia media (0)
Capacità di combattimento a distanza: ogni occhio può scagliare un incantesimo per round di combattimento. Gli incantesimi di cui dispone sono: dardo magico (10), sonno (10), invisibilità (15), telecinesi (15).
Altre capacità (vantaggi): Rigenerazione (20) recupera dalle ferite molto in fretta e può far ricrescere i tentacoli amputati in un tempo misurabile in ore. Più potente è l’incantesimo che vuol metterci sopra, più tempo richiederà la ricrescita. Può cambiare incantesimo sui tentacoli sostituendoli con quelli che conosce. Purtroppo (per lui) non ne conosce altri finché la sua INT non aumenterà con l’età. Nota: più la sua INT cresce più aumentano i tentacoli oculari. La media è di 1 tentacolo in più ogni 20-30 anni. Alla nascita ne hanno chi 1 chi 2. Daagh ne ha 4, il 4° gli è spuntato da poco.
Immortalità (tratto razziale 50): cresce per tutta la durata della sua vita, non invecchia. Si accresce di circa 50cm/anno e aumenta di 100g di peso.
Coriaceo (tratto razziale 10): i danni subiti vengono in parte assorbiti dalla corazza.
Manafago (tratto razziale 20): l’occhio centrale, se aperto, annulla qualsiasi effetto magico. Gli oggetti magici permanenti cessano di funzionare se entrano nel suo raggio d’azione (e funzionano di nuovo quando escono), quelli temporanei, gli incantesimi di ogni sfera, le pozioni e le pergamene magiche sono distrutte. Ogni magia assorbita in questo modo nutre il bestio. Nota: l’occhio centrale annulla anche gli incantesimi scagliati dal bestio, se aperto. Questo significa che prima di lanciare una magia davanti a sé deve chiudere l’occhio.
Ermafrodita (tratto razziale 10): può riprodursi senza l’ausilio di un partner.

I più avranno intuito che se non viene ucciso uno di questi cosi può diventare davvero grosso. E pericoloso.
Svantaggi:
codardia (-5) è il membro più giovane del nido di cui fa parte. Picchiato e soverchiato dagli altri Zwergcosi e ha sempre paura di essere colpito.
Bugiardo (-10) è incline alla menzogna (s’è fatto l’idea che a mentire si prendono meno sberle nell’immediato)
sadico (tratto razziale -5) come tutti i Zwergbeißers gode nell’infliggere sofferenze
dipendenza (tratto razziale -5) carne condita con adrenalina. Terrorizzare le vittime prima di ucciderle rende le loro carni irresistibili per uno di loro.
legame col nido (tratto razziale): -20 questo svantaggio decresce con l’età fino a un valore di 5 al ritmo di un punto l’anno. Finché è sottoposto all’autorità dell’anziano (il capo del Nido) il B deve obbedirgli ciecamente fino al punto uccidere sé stesso per nutrire uno dei suoi “fratelli” o qualsiasi altra cosa venga in mente all’anziano. Quando il B è cresciuto troppo e il suo legame col nido tende ad essere debole (scende di 1 punto ogni 5 anni, quindi dopo 75 anni il B è bello grosso)
Totale: 115 punti.

Equipaggiamento: nessuno.
Risorse:

2) Vedi sopra: redigo una scheda personaggio, in parte ispirata ad alcuni giochi di ruolo. Assegno ad ogni caratteristica un punteggio e tiro la somma. Il totale mi da un’idea approssimativa del valore del personaggio. Applico lo stesso metodo per tutti i personaggi della storia (questo è un personaggio secondario) e valuto se sono equilibrati.
Un antagonista troppo potente che viene sconfitto… non si regge. È come se un gigante fortissimo venisse abbattuto da un ragazzino con una fionda. Finché il ragazzino è un ragazzino e basta vince il gigante.
Dai al ragazzino un talento tipo “mira infallibile” o “aiuto divino” e racconta bene come se lo è procurato; invece di una fionda normale usa una cinghia di cuoio e come pietra un sanpietrino e allora il gigante comincierà ad avere qualche dubbio sulla propria vittoria.
Certo, fa un po’ strano vedere un ragazzino con un valore di 200 combattere contro un gigante che vale 250, ma la storia ci insegna che se il ragazzino si chiama David… comunque è importante sapere cosa può fare ogni personaggio e quanto “vale” la sua capacità.
Far scontrare personaggi di livello troppo differente da origine a situazioni da gestire con molta attenzione e in base al taglio della storia. Una storia umoristica può anche vedere situazioni paradossali come il drago che tenta di far fuori un gattino e rimedia una serie di mazzate che alla fine decide di prenderlo come alleato e gli fornisce cuccia, sabbiera e croccantini.
Un epic fantasy invece richiede personaggi bilanciati a dovere.
Sempre come parte della scheda, oltre alle abilità ci sono l’equipaggiamento (così da avere sempre sottomano cosa ha e cosa non ha un personaggio), il denaro (se ne ha e dove lo tiene), appunti su alleati (un B non ne ha), nemici e tutto quel che si porta dietro.

3) Come forse avrete notato il bestio (un Beholder, solo che non posso chiamarlo Beholder per motivi di copyright) ha dei vantaggi razziali, questo significa che tutti i B della mia ambientazione li possiedono.

4) Tutti gli elementi della scheda del personaggio concorrono a tracciare la sua storia.
Daagh è l’ultimo nato nel nido di Chtu, l’Anziano che guida la piccola comunità. Ha 40 anni, il suo fratello più anziano ne ha 50, in totale sono 8 fratelli. Appena emerso dalla carcassa del contadino usato per far crescere la spora che lo conteneva, Daagh si è era ritrovato rinchiuso in una cella assieme ad altri due fratellini. Ognuno dei piccoli B si è nutrito del cadavere della sua vittima finché è durato, poi ha iniziato ad adocchiare le risorse degli altri.
Daagh, complice il fatto che è nato con due tentacoli, ha ucciso i suoi fratelli e si è mangiato loro e i loro avanzi garantendosi così la possibilità di vivere abbastanza a lungo per essere liberato ed entrare a far parte del nido.
Da subito comprese che se avesse osato ribellarsi sarebbe finito come i suoi fratelli: divorato.
Molti dei lavori più umili come cacciare selvaggina o creature senzienti da terrorizzare prima di cena spettava a lui.
Per quaranta lunghi anni Daagh è stato un servitore sempre meno felice e frustrato perché i suoi fratelli sono tutti più forti e l’anziano è ancora più potente. Ha meditato più volte la fuga, ma anche se fosse in grado di teletrasportarsi non ha la più pallida idea di dove andare. Dai racconti delle vittime s’è fatto un’idea del mondo e brama poterlo esplorare, ma è difficile: quelli come lui sono oggetto di caccia forsennata. Il loro occhio centrale è molto richiesto poiché conserva i suoi poteri anche dopo la morte del suo proprietario.

Al momento in cui entra nella storia sta meditando sul suo piano di fuga e se gli si paleserà l’occasione tenterà di abbandonare il Nido.
Quello che non sa è l’unico modo per abbandonare il nido è uccidere l’anziano e scegliere di non prendere il suo posto. In caso contrario l’anziano ha sempre la possibilità di rintracciare, tramite la magia: si fa crescere un tentacolo ad hoc, il figliolo scappato e ri-teletrasportarlo nel nido per punirlo in modo esemplare.
I fuggitivi, di solito, vengono privati di tutti i tentacoli e braccati come bestie, uccisi prima che gli possa ricrescere anche solo un peduncolo e divorati o usati per far nascere nuovi cuccioli.

Fare un cucciolo è semplice: si trova una vittima, viva, e si inocula nel suo corpo una spora. Successivamente viene attivata con un incantesimo ad hoc lanciato attraverso il corpo della vittima che è più divertente (per il bestio). La spora inizia a crescere cibandosi della carne del suo ospite fino a diventare una sfera di 30-40cm di diametro che distrugge il corpo dell’ospite ed esce.

Prima di fare un figlio, tuttavia, un B ci pensa bene perché deve essere in grado di controllarlo o il “figlio” si mangerà il padre alla prima occasione (i cuccioli hanno sempre MOLTA fame: è questo il motivo per cui nascono rinchiusi).

Daagh medita di andarsene da quel nido e crearne uno tutto suo, ma è inconsapevole dei pericoli che questo comporta.

5) In ultima analisi il canovaccio di questo personaggio è essere catturato dai protagonisti e, in seguito, aiutarli in cambio della libertà e della promessa di uccidere l’anziano.
Daagh pensa che se l’Anziano viene impegnato molto a lungo lui potrebbe riuscire ad andare ben oltre il raggio d’azione dell’intero Nido prima di essere raggiunto dagli incantesimi di ritorno immediato. Quello che non sa è che solo con la morte dell’Anziano potrà sentirsi al sicuro.

Dunque il personaggio ha:
1) Una scheda e un background come nei migliori giochi di ruolo
2) La scheda contiene anche quegli elementi fisici e psicologici che ne possono ostacolare o comunque condizionare le decisioni (paure, psicosi, deformità ecc…) o offire una motivazione potente alle sue azioni. In questo caso ho preso spunto da GURPS, General Universal Role Playng System di Steve Jackson.
3) L’ambientazione deve contenere già una descrizione di tutti gli elementi presenti nella scheda (vantaggi, svantaggi, abilità ecc…)
4) Un canovaccio che racconta a grandi linee quali sono i suoi scopi nell’ambientazione. Daargh vuole essere libero e scappare dal Nido. Aspira ad averne uno tutto suo.

Questo mi aiuta molto nel creare personaggi che agiscono in modo coerente tra loro e con l’ambientazione, specie là dove la realtà è molto differente da quella che sperimentiamo abitualmente.

Calendiér Malicièn

 

E dunque ecco il calendario malichano, anzi Le Calendier Malicièn (e cominciamo a infilarci dentro un po’ dell’arcipelago di Vasconne da cui provengono… e ovviamente della Île de Malichar che poi è il feudo di origine del buon Bertrand)
L’idea di base era quella di partire da un calendario terrestre noto, ma ormai desueto e di “sonorità” francese. Mi sono soffermato un pochino sul calendario rivoluzionario, quello coi mesi “creativi” come “Germinale” “Pratile” o “Termidoro”. In francese era già più evocativo:

vendémiaire
brumaire
frimaire

nivôse
pluviôse
ventôse

germinal
floréal
prairial

messidor
thermidor
fructidor

i nomi sono legati alle condizioni climatiche e ad alcune attività legate ai lavori agricoli. Neve pioggia e vento d’inverno, vendemmia, nebbia e freddo per l’autunno, gemme, fiori e prati per la primavera e così via con l’estate che ha il suffisso -d’or  per indicare che è la stagione migliore.
Il calendario rivoluzionario fu deciso arbitrariamente dopo settimane di discussione, qui invece ho una civiltà millenaria controllata da un dio che ha a cuore lo studio e la conoscenza, prima di tutto, ma pure il benessere e la felicità di buona parte dei suoi fedeli. Prima che vi domandiate perché allora esistono divinità “malvage” vi ricordo che si tratta di concetti relativi: cos’è la felicità per un essere umano? E per un Elfo? E per un orco? E se l’adoratore medio di un dio è masochista piuttosto che vegano o pratica la chirurgia come arte voluttuaria? È difficile essere un dio. In un luogo poi dove la magia esiste e le idee possono condensare in divinità (se ci credono abbastanza persone) le cose si complicano ulteriormente.

Malichar esiste da circa 2600 anni, direi che un calendario ce l’ha e pure parecchio strutturato. E preciso: il 10% della popolazione pratica la magia (contro lo 0,5-0,8% delle altre nazioni). Un calendario preciso è indispensabile per garantirne la sopravvivenza, oltre alla “mitica” barriera.
Dal punto di vista geografico è un sistema di strette valli glaciali caratterizzate da boschi di conifere, fiumi a carattere torrentizio e ghiacciai in fase di arretramento. La popolazione vive concentrata nella parte più bassa delle valli, là dove l’insolazione è maggiore (e non ci sono più beholder e altre bestiacce). Il cielo è visibile, ma solo “in alto” dato che l’orizzonte è coperto da montagne che sfiorano i 4000 metri di media, ma le cime più a nord sfiorano i 6000. Uso i metri anziché i piedi kireziani perché mi tornano comodi per fare i conti.
Il giorno è suddiviso in cinque periodi di lunghezza differente. L’alba che va da quando sorge il sole a quando supera le montagne, il mattino che termina quando il sole è allo zenith, il pomeriggio che termina quando il sole sparisce dietro le montagne, il tramonto che colora di rosso il cielo, la sera che termina quando anche il crepuscolo è conclusosolare e poi la notte che ha termine con l’alba. Il “tramonto” in senso proprio (la scomparsa del sole oltre la curvatura del pianeta) è un fenomeno noto solo ai malichani che viaggiano.

Dal calendario rivoluzionario ho mutuato soprattutto le idee che esso veicolava, ma ho aggiunto parecchio di mio.

Primavera
safraneux – Safran è il nome del “Crocus Sativus” uno dei tanti bucaneve (i crochi) che fioriscono al disgelo. Da questi fiori si ricava lo zafferano, condimento molto popolare e spezia che viene esportata a carissimo prezzo. In questo periodo termina anche la stagionatura degli insaccati e lo sbottamento delle birre. Costellazione “Le safrain”, il bucaneve.
treflieux – Le Trefle è tanto il trifoglio, che abbonda nei prati. Dunque è tanto il mese del ritorno dei prati. Costellazione: “La petite Vailèt” (la vitella Minore… il nome è provvisorio come la prossima costellazione).

pelousien – il mese dei prati. Le mandrie salgono negli alpeggi e ci resteranno fino a fine estate. La grande Vailèt (Vitella Maggiore) è la costellazione che è allo zenith (a mezzanotte) in questo periodo.

Estate
Arréchaût – Mese del caldo. Il nome originario era “Rechauffageur”, ma la “R” iniziale è caduta sostituita da “arr” e a fine parola è rimasta la “û” al posto di “uffageu” mentre la r finale s’è incollata al palato diventando una t. Il solstizio cade in questo mese e poi le giornate inizierano ad accorciarsi. Le pecore vengono tosate adesso, così che al ritorno del freddo possano avere abbastanza vello da riscaldarsi di nuovo. Costellazione “les tisòires” ovvero le forbici. È anche il mese della maggior produzione di formaggi. Vacche, pecore e capre producono latte tutto l’anno.

Arrecolt – Mese della raccolta: ha inizio adesso la raccolta delle messi dai campi e andrà avanti fino a tutto vendan. Costellazione “la Cueilleuse” (raccoglitrice di frutti). Stesso discorso per l’etimo: era Recolteur, la r iniziale è diventata Arr e poi il resto è caduto, ma trattandosi di finale di parola non è rimasta neanche una vocale circonflessa.
Nota: la “Arr” davanti deriva dalla pronuncia della R iniziale di quasi tutte le parole Maliciane… il risultato che di parole che iniziano per “r” praticamente non ce ne sono.

La Mesadoire
Anticamente (e in Lleendir è ancora così) era Meissonadoir, poi divenuto Mêsadoir e infine La Mêsadoire, ovvero la mietitrice.
La e circonflessa indica dove c’era “isson” chè è si è contratto in “ê” diventando com’è oggi e declinato al femminile. Le Meissonadoir era il modo in cui veniva citato spesso tanto l’uomo che falcia il grando, quanto un’altra figura comune a moltissime culture e che separa i vivi dai defunti: La Morte. Merat-Asua, una delle divinità più potenti da queste parti, ha di fatto infiltrato senza colpo ferire anche la rigida teocrazia maliciana. Pochi culti non ne sono permeati, quello di Einungis nei reami del nord dove ogni aspetto della vita dei fedeli è regolato dal “dio unico” (ein = uno) con metodi ancora più spietati (l’eresia è punita con la morte per crocifissione ad un albero, tradizionalmente un frassino, ma all’occorrenza va bene qualsiasi cosa: anche un muro con un albero disegnato). D’altro canto è questo mese in cui gli animali da macellare vengono uccisi, da qui il collegamento con la morte. Sempre In questo periodo si tengono le aste per le pietre-matrice migliori. Vengono avviate le produzioni di insaccati e derivati della carne che resteranno a stagionare per tutto l’inverno e parte della primavera. Quella delle pietre-matrice è una delle “industrie” più floride dei principati. Costellazione = La fille avec l’orcin d’obsidienne, la ragazza con l’orecchino di ossidiana. (piccola citazione di un certo quadro di Veermer, che adoro).

Autunno
vendan – mese della vendemmia e della preparazione del vino. Termina la raccolta di quasi ogni altro frutto. Rimangono solo alcuni frutti di bosco alle quote più basse come le more. Costellazione “l’Autinier” il vignaiolo. Ai suoi piedi c’è la costellazione della Bosarde, la Volpe. Volpi e uva hanno una lunga storia anche in Malichar. Giusto per ricordare: in francese volpe è “renard”, nei dialetti aostani/savoiardi è Bosaron. Metti insieme il prefisso Bos e il suffisso ard e una e finale per il femminile e ottieni “la bosarde” (e muta e d appena accennata) giusto per ricordare che onomaturgia, worldbuilding e “filologia” vanno di pari passo.

undès – undicesimo in antico Lleenico. Malichar ebbe origine 2600 anni fa da una diaspora guidata da Bertrand de Malichar, dall’isola di Wascòn nel sub-continente di Lleendir a sud-est di Adra. Nel corso dei secoli numerosi principi tentarono di dare un nome “mitico” a questo mese e al successivo, ma con la loro morte gli altri principi hanno sempre ripristinato il calendario tradizionale. Costellazione: “la barriere”. Tutti i cittadini pagano i tributi per mantenere e far crescere la barriera. La spiegazione ufficiale è che è la grande scuola di magia, la Brêndienne e i suoi maghi a mantenerla e farla prosperare. La spiegazione è un pelino più complicata, ma è indubbio che senza le sovvenzioni statali l’università pur con le rette elevatissime, non riuscirebbe a prosperare… il problema è costituito dalle sovvenzioni, ma siccome questo è oggetto di uno dei romanzi in costruzione non posso rivelarlo qui.

dodès – come sopra, dodicesimo e ultimo mese del calendario Lleenico che è legato agli eventi astronomici e col 30° giorno del dodicesimo mese aveva termine il calendario. Dodès è l’unico mese che può avere 31 giorni, quando capita il bisestile. Giusto per fare il pignolino: alla pubblicazione del Torto a Lavill si festeggiava il 2602° anno dalla fondazione. Costellazione: “l’Oeil”, il beholder. Durante i mesi più freddi accadeva in passato che queste creature scendessero a valle per procurarsi cibo. I malichani si son messi il promemoria in cielo.
Nota: la transizione da inverno a primavera segna l’inizio del nuovo anno in moltissime culture. Traccia di questo evento è presente anche nel nostro calendario. Dicembre è l’ultimo mese attuale, ma solo il decimo nel calendario giuliano che terminava a Febbraio. In questo caso invece si festeggia al solstizio d’inverno, quando le giornate tornano ad allungarsi. Del resto l’aumento della luce disponibile è quel che scandisce la vita in molte culture.

Inverno
Betânier – Unico mese con la maiuscola, nel 500 alf (alf è la sigla che indica la fondazione (a la fondatiòn) della prima città: Lavill’ )  il consiglio dei principi decise che il mese di Glassié (il ghiacciato: in occitano la radice glass- è legata alla parola ghiaccio) sarebbe cambiato in Bertrandier in onore del fondatore dei principati. Col tempo la r e la d sono state elise e fu segnata la a come circonflessa per ricordare che anche lì son cadute un po’ di consonanti. Tutte le feste sono concentrate in questo periodo, alla fine dell’anno solare. Del resto è il periodo con meno luce a disposizione e non è che si possa fare molto altro che starsene in casa al calduccio. L’anno inizia il primo giorno di questo mese. Eventuali aggiustamenti vengono inseriti prima del primo giorno dell’anno. Costellazione “Bertrand” c’era da chiederlo? Bertrand sorge e scaccia l’Oeil, e così inizia il nuovo anno.

neigeux – nevicoso o nevile, fate vobis. È il mese con le nevicate più abbondanti. Costellazione “les outiles” gli strumenti musicali. Bertrand ha vinto, si fa festa. Fuori di casa la neve ha bloccato tutto e l’unica cosa da fare è ballare. Ci si scalda meglio, si consuma meno combustibile e si sta allegri.
glacieux – piccolo gioco di parole, non si tratta del mese più freddo in assoluto, corrisponde infatti al periodo che sulla Terra va da fine febbraio a fine marzo. I ghiacci si staccano e scivolano a valle, a volte causando seri danni. Inoltre è la stagione in cui dalle montagne soffiano i venti più gelidi provocati proprio dalla fusione del ghiaccio. Costellazione:  la bërsache, lo zaino. La brutta stagione è al termine, il lavoro riprende e i pastori si recano a controllare, zaino in spalla, che i rifugi e i ricoveri per il bestiame siano in ordine. 

E via, si ricomincia.

Lo studio del Guascone (langued’Oc occidentale), dei dialetti Savoiardi (piemontese e valdostano), del Francese e una spolverata di Italiano sta dando vita al Malichano. Il guascone, occitano occidentale, è il medesimo strato che ha dato origine ai nomi llenici, quelli con la y tra un cognome e l’altro. Il sub-strato occitano e una spruzzatina di cataro ne influenza pronuncia e base del dizionario, il francese per quanto riguarda la pronuncia moderna e la deriva linguistica (da Meissonadoir a La Mêdoire), l’alta savoia perché comunque ci deve essere un dialetto alpino nel mio modo di vedere le cose e l’italiano. Quest’ultimo è fondamentale dato che 1) è la lingua del lettore 2) Il paese con cui Malichar ha maggior scambi in termini economici è Kirezia dove si parla italiano-veneto e che a sua volta deriva dal Maorni che invece è una forma imbastardita di Latino.
Sta diventando una cosa parecchio interessante.