A proposito di lavoro…

Mentre il Piatto Freddo prosegue la sua riscrittura continua il lavoro sugli altri romanzi. L’ombra scarlatta è stato tagliato di tutta la parte iniziale: non importa a nessuno come fa Conrad ad arrivare a Laìn Crùgon con 200 cavalli e un carro né della pesante descrizione di come funziona la magia (già spiegata abbondantemente in I Razziatori), qui basta accennarla. Ho tenuto la parte sulla corruzione, fenomeno molto più grave in questa città dove girano molti più soldi e manca una Còngrega di assassini che tenga l’ordine. Qui le congreghe illegali si sprecano e si fanno quotidianamente la guerra per mettere le mani sul mercato dei beni illegali (come il doÿmakòn noto come l’elisir dello schiavo: una goccia annulla la volontà per un giorno intero) e dei “servizi” venduti ai mercanti in transito. Il racket delle scorte (in senso militare) è più diffuso di quel che si pensi, talvolta camuffato da assicurazione, la prostituzione (che se pure è legale, spesso per esercitare il “Mestiere” è necessario pagare anche per la “protezione” oltre che le normali tasse) e poi i ricchi appalti pubblici per la gestione dei servizi cittadini quali difesa (mura) e pulizia (che comunque lascia molto a desiderare).
Dicevo: l’Ombra Scarlatta prende il via in un posticino di cui avete appena avuto un assaggio e dal quale un trio di “puri” come Conrad, Diana e La-Wonlot non vede l’ora di allontanarsi, ma come dico sempre “amo farli cadere dalla padella nella brace” e prosegue nel più infernale dei luoghi del continente, peggio anche del deserto D’Nis che pure è tosto, ma gli umani riescono a viverci.

Nelle Brulle ci vivono bene gli orchi che allevano i vermi-tigre per molti scopi differenti… anche se talvolta sono i vermi a mangiarsi gli orchi loro la prendono con molta filosofia.

Nelle Brulle gli capiterà di tutto e la vicenda di Conrad prenderà una svolta niente male, non ultima: una profezia formulata su di lui si avvererà.

Invece si preannuncia un grosso cambio di Point Of View nel numero 5 dove la svolta portata dall’Ombra Scarlatta getterà una luce sanguinolenta sui prossimi episodi.
Insomma Nadear la Bianca, una volta debellati gli orchi e messo il territorio in sicurezza si rivelerà un’isola felice e tutto sommato tranquilla. Tranquillità pagata a caro prezzo, ma comunque un luogo dove un bambino riesce a diventare adulto prima di morire. Man mano che ci si allontana da questa oasi di tranquillità il mondo si fa più violento e poco disposto a lasciar sopravvivere chicchessia e questo rivela il grado di “resilienza” del quartetto Dorian – Francisco – Ivilas e Luigi e come mai fanno sempre ritorno alla fattoria Musìn al termine di ogni viaggio.

Mentre l’Ombra Scarlatta è scritto ed è in corso la seconda stesura, per il numero 5 che per ora si intitola il “predatore di sogni” sto studiando bene i personaggi e cosa hanno fatto prima di trovarsi sul teatro della storia.
Il teatro è la città di Lavill’ e oltre ai protagonisti conosciuti nel quarto libro, di cui non dico nulla se no mi faccio un auto-spoiler che sarebbe alquanto nocivo per tutti, ci saranno altri personaggi che avranno un ruolo centrale in questa storia.
C’è una “vittima” che muore a inizio libro e lo fa in modo spettacolare. Si chiama(va) Cosette De Naalab-Lenoir (se non gli cambierò nome) e studiava presso la Brêndienne iscritta al II anno di specializza. Gli studi sono organizzati due cicli quinquennali (formazione e specializzazione) a loro volta suddivisi in biennio e triennio. Il biennio di formazione è comune a tutti gli studenti, poi inizia la “scrematura” e si spinge la gente a lasciare la scuola e le tasse di iscrizione per gli studenti non in regola con gli esami lievitano… ma è un’altra storia.
Cosette è una studentessa molto graziosa, un po’ timida, iscritta al primo anno di specializzazione in Alchimia. Ha fallito la prova di passaggio dal secondo al terzo anno di formazione. Nulla di insolito: molti studenti falliscono quell’esame. È strutturato apposta per far sbagliare gli studenti e spingere i meno dotati a desistere. Chi insiste e chi lo supera in scioltezza merita attenzione, chi molla… no. Solo che la povera Cosette ha un problemino imprevisto in aula.
Il docente di Alchimia è m’sieu Aznable detto l’invisibile o anche l’imperturbabile. Charles Aznable (Char per gli amici, e chi vuol cogliere la citazione la colga pure) rimane colpito da quel che accade in aula proprio sotto i suoi occhi.

Tipo interessante anche Charles, ha quasi 180 anni e vive dentro alla sua tunica, bella e antica che per gli standard di Lavill’ equivale a dire “Fuori Moda” e quindi è ignorato dalla maggior parte dei malichani dell’alta società, per i quali passa inosservato. I suoi modi dimessi e poco appariscenti alimentano poi la leggenda per cui ci si accorge della sua presenza solo quando decide di prendere la parola o gli parte un colpo di tosse, da cui poi il soprannome di “invisible” che gli sta appiccicato addosso quanto quello di imperturbabile. E pure: di fronte all’incidente di Cosette rimane perturbato anche lui.

Nei suoi 180 anni di esistenza ha accumulato sapere e potere in ugual misura ed è un tipo da non far arrabbiare, anche se all’apparenza è vecchio e gracile. Purtroppo devo ancora capire come far funzionare l’alchimia da queste parti, ma penso che se comincio a parlare di molecole con legami elettronici multi-dimensionali come se fosse antani potrebbe essere un buon punto di partenza, fino ad arrivare a reazioni chimiche che innescano effetti magici, come per i rituali “congelati” nell’aura dei maghi solo che in questo caso basta agitare una fiala o berla o lanciarla… cose del genere. Ci sto lavorando sù. I maghi specializzati in Alchimia sono maestri nella fabbricazione di pietre-matrice, in particolare nella fusione di pietre di bassa qualità per produrne una di alta qualità.

Suo antagonista è il giovane (si fa per dire: ha oltre 40 anni) Alaq (diminutivo di Alarique) Doole, mago diplomato e impegnato politicamente si è diplomato a 20 anni mostrando grande tenacia. La sua famiglia infatti non è mai stata disposta a finanziare i suoi studi oltre il primo quinquennio puntando tutto sul fratello maggiore, Simon. Simon Doole è attualmente Archon come lo è suo padre e i due sono affiliati alla famiglia dei Naalab, uno dei principati più ricchi di tutta Malichar.
Alaq invece ha dovuto lavorare duramente per potersi mantenere agli studi. Dopo il primo ciclo di formazione, cui riescono ad accedere tutti i giovani dotati dei dodici principati poiché i costi sono sostenibili con lavori non troppo onerosi, riuscì a trovare uno sponsor: Guillome de Lendin, secondo cugino del principe Gustave Lendin IV attuale sovrano del principati di Lendin, principale rivale dei Naalab.
Sponsorizzare uno studente è un modo che i potenti maghi che governano Malichar impiegano per reperire persone fedeli cui affidare l’amministrazione del territorio. Così Guillome investì parecchio denaro per la formazione di Alaq e fu ampiamente ricompensato: Alaq si diplomò con un anno di anticipo. Alla fine del quarto anno di specializzazione chiese ed ottenne di affrontare la prova, l’esame finale, che superò a pieni voti (vale a dire che ne uscì vivo, ancorché malconcio).

Poche volte era stato affidato il governo di un Archonis a un individuo tanto giovane, ma Guillome pensava di aver trovato un cavallo di razza, con grave scorno della famiglia Doole che nel vedere i brillanti risultati del figlio cadetto tentò inutilmente di riprenderlo in seno. Anzi: in seguito ai goffi tentativi del fratello prima e del padre poi, Alaq cambiò il proprio cognome in De Lendin giurando fedeltà assoluta al casato del principe Gustave e tanti saluti a casa.
Come amministratore si rivelò un’autentica miniera d’oro per il casato Lendin al punto che fu riconfermato alla guida dell’archonis per altri cinque anni. La sua laurea in alchimia gli aveva fruttato una quantità doppia di pietre matrici di qualità alta rispetto agli altri produttori e garantendo così buoni profitti anche al suo principe.

Scrivo qua ‘ste cose per mettere bene a fuoco il personaggio: Alaq è uno di quelli centrali.

Anche se l’alchimia ha un ruolo centrale nella vita economica di Malichar e di quelle Archonis che le hanno alla base dell’economia non è l’unica specializzazione. Maghi guaritori, maghi costruttori, invocatori, evocatori, aruspiciennes… le specializzazioni sono molte e tuttte importanti per l’economia del paese. Anche Alaq ha altri interessi e un debole per le donne belle e possibilmente indifese.

Come ha potuto scoprire Conrad la prima volta che ha lanciato un incantesimo, che è quasi venuto nei calzoni per la botta di sensazioni piacevoli provocate, la magia ha effetti collaterali su chi la utilizza. Il piacere è uno di essi e porta quel mago che non è capace a dominare le proprie pulsioni a indulgere nella pratica della magia a scopo… ricreativo. Insomma lanciare incantesimi è meglio che masturbarsi perché, specie per i maschi, dopo la prima devi prenderti una pausa per… uh… ricaricare le batterie. Invece con la magia puoi spararti un orgasmo dietro l’altro se hai predisposto abbastanza incantesimi e più è alto il livello e più intenso è quello che si riceve. Esistono incantesimi capaci di dare piacere puro, spesso da lanciare “a due”, ma a questo punto si incontra un limite che è dato dalla quantità di stimoli che un cervello può ricevere e si arriva al temuto collasso mentale. Il mago perde temporaneamente il controllo di sé e diventa come un neonato, incapace di provvedere a sé stesso e può rimanere in questo stato per settimane. La Barrière Malichienne non protegge da questo tipo di errori.

Come se non bastassero i pericoli che si corrono quando si pratica normalmente la magia.

Gli effetti collaterali della magia, tuttavia, hanno effetti ulteriori sulle attitudini di maghi di ogni sesso e razza. Fanno poco sesso e spessissimo non hanno figli (la pratica della magia è più appagante) o se lo fanno è fine a sé stesso: curare i figli richiede tempo da togliere allo studio. Tuttavia quello della discendenza è sentito da alcuni maghi di “nobili” origini come un dovere. Alaq  e Simon son nati per “dovere” di Gaspàr Doole il primo in qualità di “erede” e il secondo come “riserva” se al primo fosse accaduto qualcosa. Essere quello di “Backup” ha sempre fatto soffrire il povero Alaq. La digressione sul sesso è importante perché su questo aspetto verte parte della storia, decisamente più adulta delle precedenti.

Come si uniscono sesso e pietre-matrice? Eh, con un incubo. Molti incubi fanno parte degli ingredienti della storia.

Nel momento in cui inizia la storia Alaq è l’astro nascente della società malichana, è Archon per scelta, potrebbe aspirare a titoli ben più importanti, ma attende che il suo sponsor Guillome salga al vicariato del principato, o almeno questo è quello che racconta e le sue azioni sono tutte volte a rimanere ricco e felice nella sua Archonis senza minacciare in alcun modo i nobili suoi pari e superiori. In realtà ha qualche scheletruccio nell’armadio e ci tiene a mantenerli là dove sono, ma emergeranno.

L’invito alla Brêndienne per tenere una serie di seminari viene visto da Alaq come una comoda via di uscita dai guai in cui è venuto a trovarsi proprio a causa del suo successo. Un posto di docente alla più prestigiosa scuola di magia del continente, dopo quelle Dei-Talant, ma quelle son tutte sull’isola dell’Alba, nell’oceano orientale sarebbe una comoda via di uscita dal peso del governo e l’inizio di una nuova e ancor più luminosa carriera. Alaq è motivatissimo nell’ottenere quella cattedra, ma non ha fatto i conti con il Decano del dipartimento di Alchimia, Charles Aznable. Tra i due si accenderà una vivace competizione.

Altro personaggio importantissimo è Bernadette Auguillon, una delle assistenti di Charles soprannominata l’œil o la vecchia strega per via della sua bruttezza. Denti storti, arti deformi, pelle raggrinzita dal collo in giù e naso adunco. Proprio il naso è stata la causa della rovina di questa altrimenti graziosa fanciulla di circa 25 anni. Un errore nell’incantesimo per trasformare il suo “nasone” in un nasino all’insù e regalarle quella bellezza che le era sempre sfuggita. Il rapporto tra lei e Char è di reciproca stima: a lui non interessa il suo aspetto fisico, ma le sue capacità che sono molto migliorate dopo l’incidente. A lei interessa essere accettata per quello che è non per quello che appare. Indossa sempre vesti ampie e veli che ne nascondono le fattezze deformi, quando non ricorre proprio a potenti incantesimi di illusione per apparire come avrebbe voluto essere. Purtroppo per lei basta un incantesimo del terzo circolo per distruggere un incantamento e gli studenti del quinto anno di formazione lo sanno preparare alla perfezione. Spera ancora di poter avere un uomo: convinta di essere brutta a causa del naso non ha mai avuto rapporti con l’altro sesso ed è convinta che il vero amore sia molto meglio di qualsiasi incantesimo. Come ognuno di noi sa per far funzionare l’amore ci vuole impegno, altrimenti è “eterno finché dura!”. Cosette deve apprendere questa lezione e parecchio altro prima della fine. La sua famiglia di origine è benestante e tronfia del fatto che ha una figlia che insegna Alchimia alla Brêndienne.

Ci sono altri personaggi in giro per questa scuola che, oltre a non aver nulla a che fare con Hogwarts, è molto più grande all’interno che all’esterno. Da fuori somiglia più ad un incubo lovecraftiano con parti prese in prestito da R’Lyeh. Dentro ci sono parchi, decine di edifici, palais Senrobon (no, non la biblioteca) e un Domodendro di oltre 2000 anni.

Etienne d’Ambèr è il preside “millenario”, nessuno in realtà ne conosce la vera età, ma lo si vede spesso in giro per l’università se non è preso da qualche impegno di governo. A vederlo non sembra poi tanto vecchio e potente, ma nessuno osa mettersi contro di lui.

Etienne è “er cavaliere nero” di questa storia. Non me ne voglia l’amico Pietro Tulipano per questa mia citazione, ma Gigi Proietti l’ha coniata prima di lui e la morale che la sua storia trasmette è antica e vera come il mondo. La morale è che “ar cavaliere nero nun je devi rompe le scatole” (proverbio romano coniato per l’occasione) e uno dei personaggi di cui sopra andrà inevitabilmente a farlo. Insomma: la “Grande Barrière” che di anno in anno si espande un pochino e che protegge tutti i maghi dei principati a cominciare da Lavill’ dove questa protezione è massima. Eppure il buon Etienne si ritrova con un morto proprio nel sancta sanctorum dove il massimo degli incidenti dovuti alla magia è un collasso mentale dovuto a qualche studente che ha… uh… ecceduto. Per giunta il morto pare il risultato di un attacco da parte di una creatura extra-dimensionale, proprio quel genere di creature che la Barrière tiene alla larga con tanta efficacia. Chi è il morto? È facile da capire leggendo queste pagine. Meno facile è capire come accidenti farà Conrad a districarsi in questo casino… ma per saperlo dovreste prima scoprire se ci sarà Conrad in questa storia. Magari l’ombra scarlatta del romanzo prima non era d’accordo.

Intanto vi lascio una bozza dell’incipit

Chi ha paura del buio? Così lo chiamano i bambini. Buio. Quattro lettere che dipingono un mondo privo di luce. Hai paura del buio? Non c’è nulla di male ad avere paura. La paura è utile: tiene lontano dai guai e al buio ci si può fare davvero male se non si sta attenti. Ci sono ostacoli che fanno inciampare, oggetti aguzzi contro cui sbattere, cose che graffiano, che artigliano, che tagliano.

Che uccidono.

Hai paura del buio? Ancora no? Forse dovresti dargli il nome che io preferisco, il nome di quelle cose che ogni membro della tua razza si porta nel cuore e che mette in mostra nelle grandi occasioni come una guerra, per esempio.

Tenebre.

Lo senti come risuona questa parola? Tienila bene a mente perché è la mia casa, il mio regno e, quando sognerai di nuovo, le tenebre che ti porti dentro mi guideranno fino a te e allora mi apparterrai.

Per sempre.

L’uomo nero ha stretto il patto,
ha gli artigli come un gatto,
la sua voce fa paura,
viene dalla notte oscura.
Resta sveglia apri gli occhi
non lasciare che ti tocchi
se non vuoi svegliarti morta
chiudi subito la porta.

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Ecco, una scena come quella di Suspiria con gli occhi che appaiono alla finestra mentre fuori piove… o così o una più degna di Wes Craven con il mitico Freddy Kruger che gioca con le sue vittime al gatto e il topo. Insomma sto studiando come far saltare sulla sedia te che leggi. A fine libro spero mi dirai se ci sono riuscito o no.

Mi auguro di sì…

…ma se hai spaventosi suggerimenti da proporre, prego, accomodati!

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QAR

Nell’universo in cui un pianeta può tranquillamente avere la forma di una bottiglia di Klein, dove avere più di tre dimensioni è normale e dove uno starnuto può scatenare ben altro che un uragano dall’altra parte del globo, creature che vivono su piani di esistenza differenti sono la normalità.

Spesso e volentieri poi queste creature interagiscono tra loro e con le creature sui piani contigui. Ci sono dei piani speciali che condividono con quello principale una o più dimensioni e sono detti contigui o elementali, questo perché le creature che li popolano somigliano vagamente a quelli delle leggende e vanno a ricadere nelle categorie classiche del modello “a elementi” “aria, acqua, terra e fuoco” tanto caro agli alchimisti, per esempio.

Qar è una di queste creature: profondamente diverse, ma il cui destino è strettamente intrecciato a quello di altre creature con dimensioni diverse.

Spesso viene definito “elementale dell’aria” e anche lui (uso il pronome maschile, se pure improprio a causa delle origini del nome) a causa delle turbolenze che scatena il passaggio della sua forma fisica e nel suo insieme somiglia ad una nube in continuo movimento. Il nome, tanto per cambiare, è una citazione: Qar è la contrazione di Qanar, il mondo incantato creato da Ted White e che vi invito ad esplorare nei ritagli di tempo. Ted ha dedicato a Qanar, finora, tre romanzi brevi e ricchi di idee brillanti, dove scienza e magia si intrecciano in modo magistrale. Davvero piacevole da leggere.

Il collegamento con l’opera di White finisce qui, Qar è una creatura che si estende per una dimensione spaziale, nelle probabilità e nei pensieri. È capace di vedere lungo tutti e sei gli assi della realtà ed ha la “vista lunga” fin quasi all’orizzonte degli eventi che delimita l’universo-tasca che contiene Tharamys e le stelle dei sistemi vicini (tra l’altro sto scrivendo un articolo sul cielo notturno, così da spiegare bene perché nessuno parla di costellazioni, ma al massimo di dei).

Tecnicamente parlando è immortale, non ha coscienza del momento in cui è venuto ad esistere e “ricorda” piuttosto bene i suoi primi 2000 anni di vita, ma è abbastanza sicuro di aver cominciato ad esistere parecchio dopo il piccolo cataclisma occorso circa 5000 anni prima. Dico piccolo perché ce ne son stati diversi prima, più grossi: se gli dei hanno appreso a non intervenire direttamente c’è un perché.

Qar: creatura elementale associata al “piano dell’aria” secondo il modello elementale attualmente in voga. Quando si manifesta somiglia ad una nube temporalesca a dimensione molto variabile e in perenne mutamento.

Altezza: 0, larghezza 0, lunghezza: 150cm, ma non necessariamente. Quella è la sua proiezione massima lungo l’asse “y”, che è pari alla lunghezza del bastone che attualmente lo contiene.

Peso: 0kg… il che equivale a dire che non ha massa, ma non ha la consistenza di un fotone.

Forza: Sufficiente per smuovere molta aria attorno a se. Quando dico molta, dovete immaginarvene un bel po’.

Intelligenza: superiore data anche dal suo modo di percepire la realtà e di interagire con essa.

Carisma: Non ama interagire troppo con altre creature, talvolta deve farlo quando la situazione lo impone. È tuttavia capace di stringere alleanze e amicizie durature… per quanto possa essere duratura l’amicizia per una creatura immortale.

Agilità: superiore, ma è facile muoversi in fretta se non hai massa e sei veloce come un pensiero. Anche questo aspetto rende parecchio frustrante la sua attuale condizione.

Carattere: Qar è un ricercatore, ama le novità e desidera con tutto se stesso comprenderle e farle proprie. Ogni nuova conoscenza lo accresce (in senso proprio) e lo rende più forte.

Onestamente descrivere Qar è piuttosto difficile, ma non impossibile e mi sto divertendo parecchio a fargli fare da “terzo narratore” all’interno delle storie. Il difficile è non renderlo un mio alter-ego, ma lasciarlo indipendente. Qar ha un obiettivo a breve termine che vuole assolutamente realizzare: ritrovare Colle Ondoso e finalmente uscire dal bastone che lo tiene prigioniero. Si sta struggendo sul fatto che Colle Ondoso sia ancora vivo dopo quattro secoli, da un lato è contento perché prova sincero dispiacere quando una vita giunge al termine della sua esistenza. Dall’altro è frustrato perché ha trascorso gli ultimi 400 anni dentro un sotterraneo buio e umido, intrappolato nel bastone usato da Colle Ondoso per offrire a Qar un’ancora fisica… l’equivalente di un comodo posatoio per un pennuto, se vogliamo tirar fuori proprio un’analogia.

Sul perché Qar e Colle Ondoso sono diventati amici è presto detto: a meno di non disporre di una vista come quella degli elfi, i maghi hanno molte difficoltà nel verificare se gli incantesimi sono stati predisposti correttamente. Il giovane Flantius, prima che venisse chiamato Colle Ondoso, quando era apprendista era sempre dubbioso circa la bontà degli incantesimi predisposti… e spesso aveva ragione. Fu il suo maestro, Yor, ad insegnargli alcuni metodi di verifica basati sulla percezione dell’aura magica e a suggerirgli di avere un “osservatore esterno” che potesse tenere la sua aura e le sue immediate vicinanze sotto controllo onde evitare sorprese spiacevoli.

Qar dal canto suo era in cerca di un luogo tranquillo dove poter studiare quello che lui chiamava “il piano materiale” senza essere disturbato, vale a dire la parte di continuum stabile su tre dimensioni spaziali e una temporale e senza essere continuamente disturbato dai suoi abitanti. Qualcuno potrebbe dire che i due erano destinati ad incontrarsi, ma semplicemente: di incontri come questo ne accadono tutti i giorni. C’è sempre qualche mago che necessita di una mano “esterna” e qualche creatura esterna che necessita, per i motivi più vari, di un appoggio “discreto” sul “piano materiale”, persino gli dei possono avere questa necessità o qualcosa di simile, quindi nessuna sorpresa.

Già dal loro primo incontro Qar e Flantius andarono molto d’accordo, l’aiuto di Qar nella preparazione degli incantesimi triplicò la velocità di Flantius nel prepararli poiché non doveva più dedicare tempo alla verifica e Qar disponeva di un luogo tranquillo dove poter studiare, meditare, condurre esperimenti senza che qualche abitante del piano materiale lo scambiasse per un dio o qualche altra sciocchezza e si mettesse ad adorarlo o ucciderlo… o entrambe le cose.

In seguito Flantius propose a Qar un’ancora sul piano materiale così da poter andare in giro senza destare troppo la curiositòe continuare a dare una mano a Flantius anche durante i suoi spostamenti. Qar accettò di buon grado, stabilendo fin dall’inizio una durata per l’ancora, pari alla vita di Flantius stesso. Se Qar avesse sbirciato nel proprio futuro abbastanza lontano non avrebbe mai accettato quel patto e ne avrebbe proposta una variante meno vincolante. Nel corso della sua lunga esistenza aveva aiutato decine di maghi in quel modo ed era sempre stato ricompensato con nuove conoscenze che lo avevano reso più forte. In quell’occasione Aveva messo in conto che Flantius sarebbe vissuto forse un centinaio di anni, sicuramente molto meno e lui sentiva di essere vicino a scoprire, finalmente, come fare a meno di un’ancora in modo duraturo e stabile. Era la prima volta che offriva il suo aiuto ad un mago tanto giovane e con un’aspettativa di vita così grande davanti a lui, tanto da non riuscire a vederne la fine. Forse è stato questo l’errore: Qar pensò, ingenuamente, che da un mago tanto longevo poteva aspettarsi grandi scoperte e nuove conoscenze… certo non poteva immaginare che in neanche quarant’anni il loro sodalizio sarebbe stato spezzato in un modo davvero singolare. Il “come” l’ho già scritto, nel racconto che segue i due ambientati tra Nadear e la fattoria Musìn e che porterà le risposte a molte domande rimaste  aperte troppo a lungo.