Martina e lo Scuro – 4

«Mi preoccupi molto, Martina, non si dicono le bugie lo sai vero?» un altro passo mentre lei scuoteva la testa in segno di diniego. «E le bambine che dicono le bugie vanno punite, così poi dicono solo quello che devono dire, sennò mi fanno preoccupare e devo rimediare ancora»

Martina tentò di fare un passo indietro, ma andò a sbattere contro il suo letto. Accanto a lei il comodino con la torcia e il giornalino delle WinX che sua madre le aveva comprato il giorno prima.

Lui si avvolse la cintura attorno al palmo della mano destra: «Togliti quella gonna che ora le buschi davvero e poi vediamo se mi dici ancora no, zoccolella.» l’ordine diretto ed esplicito le fece precipitare il cuore in fondo allo stomaco, le ginocchia gli sembrarono tramutarsi in gelatina, non riusciva a muoversi.

Un altro passo di lui accorciò la distanza e la cinghia si abbattè sulle sue cosce.

«Obbedisci!»

Il grido, potente e primordiale come la paura che aveva in corpo, le svuotò i polmoni. Con le mani afferrò la prima cosa che le capitò a tiro: la torcia. La accese e gliela puntò contro.

L’uomo arretrò per un attimo poi si riprese: «Cosa pensavi di fare? Abbagliarmi?» l’ombra dell’uomo proiettata sul muro accanto alla porta lo fece somigliare a un mostro gigantesco «ora ti faccio vedere io cosa succede a chi mi manca di rispetto» e si slacciò i calzoni con la mano rimasta libera.

Sulla parete lo Scuro attraversò in un lampo il cerchio di luce, penetrò nell’ombra di Ciro che emise un gemito soffocato accompagnato da un tentacolo di oscurità nera e densa, poi ciò che era fuoriuscito dalla sua bocca si ritrasse dalla luce della torcia e lui riuscì a gridare una volta portandosi le mani al collo. La cintura cadde sul pavimento con un tonfo secco. Martina puntò la torcia in un altra direzione, per non far male al suo amico con la luce. Allora la stanza fu investita dall’odore di vecchio e polvere che tanto amava; le urla soffocate di Ciro si udirono ancora, ma come se provenissero da molto più lontano. Per un istante le parve che la gravità nella camera fosse cambiata, che la parete alle sue spalle fosse il soffitto, che il pavimento fosse chilometri più in basso e che solo Ciro venisse tirato giù, sempre più giù, da una forza potente più della gravità.

La madre di Martina, al suo rientro, trovò la porta di casa chiusa a chiave.

L’idea che fossero usciti le attraversò la mente, ma dall’interno sentiva la televisione ancora accesa e si tranquillizzò. In cucina due piatti uno mezzo pieno erano sulla tavola, con accanto i quaderni della figlia. Di Ciro e della bambina nessuna traccia, ma una delle sedie della cucina era rovesciata. Impallidì e infilò di corsa il corridoio mentre un’orribile sapore amaro come l’odore di sigarette che il suo uomo, l’aguzzino che teneva in ostaggio lei e sua figlia, le faceva respirare ogni volta che stava per “giocare col suo gioco preferito”. Era stata debole e poi aveva dovuto subire le sue perversioni per proteggere Martina, ma non aveva voluto vedere che lui aveva messo gli occhi addosso alla figlia: era convinta che il suo sacrificio sarebbe stato sufficiente a placarlo. Capì di essere stata molto stupida e ingenua quando si ritrovò di fronte alla porta della cameretta abbattuta e gettata di lato, come se ci fosse passato attraverso un bulldozer.

«Martina!» la chiamò una volta e senza attendere risposta e schiacciò l’interruttore della luce. Non si accese: era vicino all’infisso ed era stato danneggiato quando la porta era stata divelta.

Sua figlia dormiva, ancora vestita, sul lettino. Un segno scuro sulle gambe e lei sgranò gli occhi, avanzò ancora incredula e solo allora riconobbe l’oggetto ai piedi del letto: la cintura che Ciro aveva usato su di lei tante, troppe volte e a cui non aveva mai saputo dire di no. Pianse. Ora aveva colpito anche sua figlia e la paura di scoprire cosa le aveva fatto, insieme a quello che avrebbe potuto fare a tutte e due la teneva inchiodata là dov’era. Sentiva che lui era da qualche parte in casa e che sarebbe piombato loro addosso da un momento all’altro. Doveva uscire da quella stanza, doveva proteggere Martina… installare una serratura più robusta per la cameretta le parve una buonissima idea.

Poi le vide: due scie rosso carminio che dai piedi del letto di sua figlia sparivano nell’ombra in direzione della parete opposta.

La torcia che aveva regalato alla bambina qualche giorno fa giaceva a terra, la prese e schiacciò il pulsante per avviare la dinamo e illuminare le scie. La luce confermò quello che sospettava: sangue, ma non illuminò il cadavere che si aspettava di trovare. Era come se qualcuno o qualcosa fosse stato trascinato, sanguinante, fino alla parete e lì fosse svanito… o infilato sotto al battiscopa, magari fatto passare sotto di esso. La luce si spense. La stanza era fredda e c’era odore di chiuso. Si avvicinò a sua figlia ancora addormentata, la paura che le batteva in petto come un martello gigante.

Respirava, quindi stava bene. Su una delle guance aveva un altro segno. Trovò il coraggio di pensare che se quel bastardo l’avesse ancora sfiorata lo avrebbe ammazzato.

Martina aprì gli occhi.

«Mamma, sei tornata?» mormorò la piccola.

Lei l’abbracciò e la coprì di baci. «Si amore mio, mi spiace, mi dispiace tanto, io… »

«È tutto a posto mammina» si rizzò a sedere sul letto e ricambiò l’abbraccio. La madre vide, o credette di vedere, un’ombra agitarsi sul suo viso, come un ricciolo scuro che si ritraeva tra i capelli della figlia che disse «Non ti farà più del male, non farà più male a nessuno».

Per un istante la donna vide il buio diventare assurdamente più scuro dietro le spalle della figlia, strizzò gli occhi e tutto finì, ma si sarebbe domandata ancora a lungo perché in quella parte di casa i termosifoni funzionavano male e si continuava a sentire odore di muffa anche dopo aver ritinteggiato le pareti.

FINE

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I Delitti dello Specchio

SpecchioQuanto state per leggere è la “prova su strada” di un personaggio creato per il mio ultimo romanzo: “Lo Specchio di Nadear” e che, se tutto andrà bene, sarà pubblicato entro la fine di agosto da Myth Press. Insomma il worldbuilding passa anche per “studi” come questo. Si tratta di uno di quei personaggi che, una volta creato, ha preso il controllo e ha voluto diventare… altro. Fosse stato per me sarebbe stata l’ennesima meteora pronta a sparire finito il romanzo e invece Specchio ha “gentilmente” chiesto di rimanere e, si sa, con una parola gentile e un ago avvelenato si ottiene di più che con una parola gentile.

«No, non ho visto che hai rubato due pandolci dal bancone del fornaio.»

Il ragazzino rimane a fissarmi con gli occhi spalancati, la refurtiva gli ingrossa il petto come un’improbabile Nana imberbe.

«Sparisci» il piccolo intuisce il pericolo che rappresento e si dilegua. Serro le mani sul carretto e riparto.

Non uccido se non è necessario. Sono fatto così, e poi i morti hanno il brutto vizio di parlare più dei vivi, specie se un prete eploriano o un figlio di Einungis si mette di mezzo e intercede per l’anima del defunto così che possa rivelare chi ha commesso il delitto o, peggio, la mano che ha pagato per commetterlo. Più morti ci si lascia dietro e più probabilità ci sono che rivelino qualcosa. Esistono metodi per impedire a un’anima di spifferare tutto: il veleno di Pionskorriesen, lo scorpione gigante che gli orchi usano come cavalcatura, è il migliore. Mantiene l’anima separata dal corpo per un paio d’anni, ma costa ed è inutile senza adeguata preparazione.
Sono un professionista, ci tengo alla mia reputazione, e chi si rivolge a me sa che avrà un lavoro di qualità… e in questo caso poi il cliente è anche il mio capo. Che non si sappia in giro eh? Ci tiene a passare per una persona rispettabile e integerrima, al punto che lascerebbe finire in galera sua madre e suo figlio, se ci fosse anche solo il sospetto che stiano violando la legge. Sua moglie no, l’ha fatta ammazzare un paio di anni fa e lo so bene: ho eseguito io il… lavoro.

Ogni tanto un passante getta qualcosa sul mio carretto, spazzatura. Eh già: sono un netturbino oggi.

Il proprietario del veicolo riposa sbronzo in una bettola, felice. Tra qualche giorno non ricorderà più nulla di utile, ma per allora… la mia vittima sarà ancora in vita. Sono un fine umorista.

Scivolo tra la folla che si accalca nella via, la vita nella Capitale è così intensa, frenetica, si fa fatica a credere la quantità di servizi che ogni giorno vengono richiesti. Con una domanda così elevata non mi stupisce che esiste persino un mercato degli assassinii, specie in ambito politico.

Il palazzetto di mastro Querzàr è di fronte a me. L’affaccio su una via affollata non salverà la mia vittima. Ho studiato a lungo lui e le sue abitudini, persino il lieve difetto di pronuncia sulle t e le p che lo fa sputacchiare senza speranza adesso mi appartiene. Attendo che esca per recarsi alla Loggia dei Mercanti, come ogni giorno. Il massiccio portone, guardato a vista da due draghi di pietra che decorano la strombatura con le loro code, si apre spinto da un paio di servitori in livrea. Lapo e Dago, conosco bene anche loro ormai, salutano il loro padrone forse per l’ultima volta e richiudono con un tonfo.

Come Karl Querzàr si sparisce tra la folla giro nel vicolo e seguo il muro del palazzetto fino all’ingresso di servizio. Martha, la cuoca, si affaccia. Il cigolio delle ruote l’ha avvertita e so che tra pochissimo uscirà per caricare sul mio carretto la spazzatura accumulata in cucina. Andrà di fretta, ho ritardato apposta il mio arrivo.

Mentre attendo i passanti mi riempiono il carretto, che gente educata i kireziani. Il bello del mio travestimento è che nessuno mi vuol guardare: sono una presenza necessaria eppure causa di imbarazzo. I pregiudizi sono un travestimento favoloso: diventi invisibile senza alcun trucco. La gente crede che la magia possa ogni cosa: gli oggetti magici sono costosi e occorre saperli usare. A che serve essere invisibili se poi fai talmente tanto rumore mentre ti muovi che per vederti serve solo un buon udito? A me basta appiattirmi a lato della porta e guizzare dentro mentre quella grassona di Martha esce carica di rifiuti. Lapo e Dago stanno chiacchierando vicino l’ingresso, la scala principale non è sorvegliata. Il tappeto di velluto rosso mi aiuta nel rimanere in silenzio e mi introduco nella camera padronale: non ho tempo per ammirare gli arazzi o il letto dorato con baldacchino di seta. Per Merat-Asua quanto è pacchiano!

Cerco i vestiti, l’armadio di fronte ne è pieno. Mi manca solo un dettaglio, un vezzo da parte mia, ma rende giustizia al nome che mi sono dato.
L’orologio della Ruota Alata batte la mezza.

Trovo il rasoio, lo passo di piatto sul dorso del mio naso; la maschera che indosso assorbe i minuscoli resti che mastro Querzàr ha lasciato sulla lama, si scalda e comincia a muoversi. Vedo il mio volto riflesso cambiare, spunta una folta barba bianca, i miei occhi diventano neri e il mio corpo si incurva.

«Buongiorno Karl Querzàr, passato una piacevole mattinata?» saluto l’immagine riflessa una volta completata la trasformazione. Pulisco con un gomito gli spruzzi di saliva dal vetro: il risultato mi soddisfa.

La serratura gira nella toppa, la porta si apre, la mia attesa è finita. Il vecchio sta per partire per suo il viaggio finale. Mi giro  con le spalle alla specchiera, immobile.

L’anziano mercante entra e getta il mantello sul letto, brontola qualcosa sulle prossime elezioni e che uno dei suoi avversari, Damien Ludrò, è proprio un gran pezzo di merda. Amico mio, hai proprio ragione.

Mi vede e io lo guardo.

Oh dei! Come amo il momento in cui i nostri sguardi si incrociano!

Lui allunga la destra e io lo imito.

Avrà capito perché mi faccio chiamare “Specchio”?

Preso com’è dai suoi pensieri impiega un secondo di troppo a comprendere che ha davanti la propria fine. L’ago avvelenato parte dalle mie dita e si conficca nel suo collo. Posso immaginare la sua sorpresa: vedere sé stesso scendere dalla cornice della specchiera e andargli incontro è sempre uno shock per gente come lui, abituata ad esercitare il controllo su ogni cosa.

Crolla. Tutti i muscoli si contraggono e lo “compattano” in posizione fetale. Chiudo la porta a chiave, poi infilo a fatica il cadavere in un grosso baule. La schiena curva mi rallenta. Odio sentirmi così decrepito, ma non sarà per molto: il tempo di annunciare la mia improvvisa partenza per Airumel, imbarcarmi e sparire.

Sparito lui i suoi “alleati” litigheranno e si candideranno separati perdendo inevitabilmente le elezioni. Ho ancora due candidati da “ritirare”, ma ho tutto il tempo di organizzare un bel viaggetto anche per loro.

Ora posso rilassarmi.

Aldilà dei Sogni

A te Robin, ovunque tu sia, fatti due risate.

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L’ultimo Sonno

«È morto?»

«Non ancora, signora Rossi, ma da questa crisi temiamo che non si riprenderà» il medico scosse il capo in un gesto inequivocabile. L’anziana davanti a lui sorrise.

«Speriamo sia la volta buona, anche lui sarebbe d’accordo» la donna si strinse nell’abito a fiori, un po’ leggero per quell’autunno insolitamente rigido.

L’ECG spezzò il silenzio della camera d’ospedale, le nubi fuori della finestra decisero che era il momento di liberarsi del loro carico di pioggia e accompagnarono l’arresto cardiaco dell’uomo steso sul letto con uno scroscio continuo.

«Uffa spegnete quel coso, stavo dormendo!» il signor Rossi scattò a sedere sul letto, la stanza era vuota. Si guardò attorno sorpreso: di solito c’era almeno un’infermiera, poi guardò le proprie mani.

«Ma guarda: le macchie non ci sono più!» e nel dirlo si accorse che anche i fili, la flebo con la chemio e le cancrene sulle braccia erano sparite. «Sono guarito! Guarito! Ahahahah» la sua risata gioiosa rimbalzò contro le pareti candide e ricadde su di lui con echi di sollievo. Sollevò il lenzuolo e balzò a terra, con indosso solo il pigiama d’ospedale, agile come un ventenne. Una sensazione, tra le gambe, che credeva di avere dimenticato gli segnalò che doveva subito controllare. Aprì i pantaloni del pigiama e diede un occhiata.

«Qaatso! Questo non va bene» una strana emozione si impadrònì di lui e lentamente la gioia che provava si mutò in sorpresa e poi in allarme. Corse alla finestra e scansò una tenda. Fuori era nuvolo come quando si era addormentato. L’immagine riflessa nel vetro gli restituì il volto di una vecchia foto. Aveva appena finito il servizio militare ed era tornato a casa. Solo che nella foto aveva l’uniforme, qui aveva un pigiama da ospedale.

«Diavolo! Che succede?» scosse la testa per scacciare la paura che dal basso ventre prese a salirgli su fino alla gola dove il cuore prese a battere con forza. «Anna! Anna! Dottore!» prese a urlare, ma nessuno rispose al suo richiamo. Un tuono seguito da un’ eco stridula risuonò e fece tremare i doppi vetri della porta-finestra che affacciava sul balcone.

Si volse verso quel rettangolo luminoso e trasparente per guardare meglio, poi incredulo aprì l’anta e uscì sul minuscolo terrazzino. Fiori e piante dalle foglie delicate adornavano il davanzale, più che un ospedale sembrava uno chalet di montagna, di quelli che si vedono in cartolina. Di nuovo il tuono, violento e brutale seguito da quell’eco stridula e dannatamente simile a delle urla. Il signor Rossi non riusciva a credere: un tuono tanto forte, ma nessun lampo, poi l’eco simile al lamento acuto di centinaia di voci che soffrivano. Alzò gli occhi al cielo e vide.

Le nubi non erano nubi di pioggia, ma di fumo. Un immenso incendio che squassava il cielo da est a ovest e tra le fiamme creature con ali da pipistrello, il forcone in pugno, tuonavano i loro richiami contro altre creature diafane e nude. I diavoli le infilzavano e le trascinavano ancora urlanti nelle fiamme.

«Opporc… » un brivido, ma non di freddo, lo percorse dalla testa ai piedi scalzi. L’aria era sferzata dal vento caldo che promanava dal temporale infernale, ma lui prese a tremare come stesse per cadergli non il mondo, ma l’intero universo sulla testa.

«…era tutto vero! Io ho sempre detto di essere ateo, ma i preti avevano ragione Dio… » stette per bestemmiare, ma ci ripensò e si tappò la bocca. Balzò dentro la stanza come se uno di quei diavoli stesse per venirlo a prendere, poi chiuse la finestra, tirò le tende fin quasi a staccarle dai sostegni e si diresse verso la porta della stanza.

«Devo nascondermi o quelli mi friggono!» si toccò il fondoschiena col pensiero rivolto ai forconi impugnati dai diavoli «Non mi avranno mai!»

Il corridoio dal pavimento di legno era corto, c’erano solo la sua stanza e un’altra porta che affacciava su una stanza da toilette molto confortevole, più oltre le scale che scendevano al pianterreno. La vista della stanza da bagno con la Jacuzzi che occupava i 3/4 dello spazio e nessun water gli confermò quello che la vista della nube infernale e il suo aspetto ringiovanito di 72 anni gli avevano già annunciato.

«Sono proprio morto e questo è l’Aldilà» poi decise di aggiungere «merda»

Aldilà o Aldiquà?

Le scale in legno di abete cigolarono con delicatezza mentre scendeva. Mario si ritrovò in un ampio salone dalle pareti ricoperte di legno e finestrelle decorate da tendine a fiori. Un divano, un TV oled di ultima generazione e una playstation nuova fiammante come quella di suo nipote dominavano la scena. L’home theater a contorno era identico a quello che aveva comprato solo un mese prima del suo ricovero. Adesso avrebbe potuto goderselo. Un altro tuono e altre urla, stavolta proprio sopra la casa, lo fecero sussultare. Corse alle finestre e chiuse gli scuri, con urgenza, a farli sbattere così forte da soffocare il rumore della tempesta che vorticava proprio sopra la casa. Se voleva scappare aveva bisogno di vestiti, anche se era morto quei “tuoni” gli pompavano nel sangue paura e bisogno di coprirsi. La stanza accanto era una cucina. Anche qui era tutto nuovo, perfetto. Il frigo pieno di salmone, bistecche di chianina, verdure… pure una torta mont-blanc: la sua preferita. Una finestra anche là e lui la richiuse con violenza.

Nell’altra stanza una camera da letto con un gigantesco talamo rotondo e specchio sul soffitto, un armadio e un’altra finestra subito oscurata. Ridacchiò nel vedere il letto: «Chi ha arredato questo posto conosce i miei gusti meglio di mia moglie » poi un altro tuono gli ricordò che adesso non aveva tempo per divertirsi. L’armadio era pieno di roba al momento inutile se non in compagnia e in quel momento la sua unica necessità era di mettere qualcosa addosso che coprisse più di un pigiama da ospedale. L’occhio cadde su un pacco in fondo a quell’arsenale di negligé, manette e altri giochini del genere. Lo afferrò, era ben solido, e lo aprì: un completo grigio con tanto di gemelli in madreperla con le sue iniziali M.R.

«Ah però, sembra un Armani… ma in fondo a chi importa? Sono morto!» disse, eppure dopo averlo indossato si sentì meglio. Lasciò la camera da letto più stupito di prima; mentre tornava in salone riflettè su un dettaglio:

«Il frigo era pieno di cose che piacciono a me e che speravo di trovare. Il TV da 101″ e la playstation con l’home theater pure, accidenti ai miei nipoti. Il pacco poi ero sicuro che non ci fosse, in mezzo a tutta quella roba… vuoi vedere che… » tornò a grandi passi verso la porta della camera da letto.

«Rossa, con gli occhi verdi e tette a coppa di champagne grosse quanto la mia mano!» non aggiunse nuda sul letto, ma ci contò davvero quando spalancò la porta della camera da letto in preda a un erezione che, pensava, avrebbe fatto invidia a un ventenne.

La stanza era vuota e le urla dei dannati risuonarono più forte. Spense la luce e, sempre più preoccupato, tornò in salone e sprofondò nel divano.

«Cuscini di piume» mormorò soddisfatto nel constatare che un’altro dei suoi desideri era stato esaudito «Grazie!» si ritrovò a dire, pensando a quel Dio in cui non aveva mai voluto credere.

Ripensò alla sua vita, lunga e intensa certo, ma non credeva di aver meritato nulla di tutto quel che aveva attorno. La nostalgia di sua moglie e dei suoi figli lo colse lì dov’era. Finalmente realizzò che non li avrebbe più rivisti se non tra molti anni, o almeno glielo augurava.

«Magari andranno in paradiso» e un nuovo tuono gli ricordò che quella era l’anticamera dell’inferno. Decise di impugnare il coraggio a due mani e si avviò verso l’ultima porta, quella che non aveva ancora aperto. La porta di casa.

Così se la ritrovò davanti: rossa, occhi verdi, e tutto il resto che aveva desiderato, a meno di mezzo metro di distanza.

«Benvenuto signor Rossi! Mi chiamo Susanna, posso entrare?» la spruzzata di lentiggini sul volto di lei rese il suo sorriso ancora più accattivante e con galanteria lui si fece da parte «prego» convinto di aver appena visto un angelo, ma poi si augurò di no. Gli angeli non hanno sesso pensò con un po’ di vergogna per i propri desideri riguardanti sè stesso, lei e la camera accanto al salone.

«Qui il pensiero conta, signor Rossi» Susanna si era accomodata a gambe accavallate sul divano, la minigonna blu e la camicetta bianca tirata allo spasimo sul seno minacciavano di rivelare ogni dettaglio da un momento all’altro.

Lui capì all’istante e arrossì, poi, disturbato dalla scena che continuava a ripetersi tra le nubi infuocate, richiuse di scatto la porta.

«Si trova bene, signor Rossi? Ha trovato il frigo e i… uh… anche i vestiti» la voce di lei era calda, gioiosa e i suoi occhi continuavano a sorridergli come se i pensieri di poco prima non l’avessero offesa. «Ha bisogno di altro?»

Lui si avvicinò a quella giovane donna che pareva uscita fuori dai suoi sogni di adolescente e, con il freno tirato sui certi pensieri, afferrò una sedia e si sedette di fronte a lei.

«Risposte, ho bisogno di sapere»

«Domandi pure, sono qui per questo »

A loro piace così

«Che posto è questo?»

«Ma che domanda è? Lo ha capito benissimo da solo! Siamo nell’Aldilà, dove anche i sogni si fermano… ha presente?»

Lui annuì, ma continuò: «Chi vive qui?»

«Ancora una volta, signor Rossi, lo sa già: tutti. Da Adamo a Giulio Cesare, fino al suo collega Marzotti trapassato giusto la settimana scorsa… ah, ma lei non poteva saperlo, era già in fase terminale.»

«…anche lui? E se volessi parlargli?»

«Prenda il telefono» la mano  di lei indicò l’apparecchio su un mobile accanto la porta della cucina «Prema lo 0 per il centralino e chieda di parlare con chi vuole, se risponde… »

«Centralino? Come in albergo?» Mario è sempre più stupito «E chi paga?»

«Come in albergo, ma qui non paga nessuno. Alcune anime come me si dedicano saltuariamente ad accogliere i nuovi arrivati e fargli trovare un ambiente confortevole. Giusto per non farli sentire troppo spaesati. Lei è ateo e ho pensato di accoglierla così, le piace?»

Lui cominciò a ragionare su tutto quello che aveva trovato, su com’era sistemata la casa. Annuì con vigore, ma per educazione tenne certi pensieri ben rinchiusi in un angolo.

«Quindi ad ognuno date quel che si aspetta di trovare?»

«Le faccio un esempio “asettico” signor… posso chiamarla Mario?»

«Certo, se posso chiamarla Susanna!» l’entusiasmo che mise nella voce gli causò un altro moto di imbarazzo.

«Vedo che sta imparando a controllare i suoi pensieri: sono quelli che la tengono in questo luogo e glielo fanno percepire. Inoltre le altre anime apprezzeranno la sua… uh… discrezione. Talvolta i nuovi arrivati sanno essere davvero molesti. Poi imparano» Susanna appoggiò le mani in grembo, visibilmente più rilassata. In qualche modo le sue misure si fecero più contenute e il seno non minacciò più di strappare la camicetta di seta che aveva indosso.

«Le dicevo: se fosse stato ebreo avrebbe trovato la terra del latte e del miele, un Lakota e le sarebbe apparsa una pianura piena di bisonti… l’anno che arrivò Cesare trovò dieci legioni pronte al suo comando e un fascio littorio capace di scagliare fulmini come quelli di Giove. Adesso è da qualche parte a gestire un impero smisurato.»

Mario ascoltò sempre più meravigliato, incapace di tenere la bocca meno che spalancata. Poi ripensò alla casetta di montagna che aveva attorno, la Jacuzzi e il frigo pieno… non c’era anche un Capichera Vendemmia Tardiva nello scomparto “cantina”?

Si ripromise di controllare subito dopo.

«Sì, troverà il suo vino preferito proprio dove ha pensato » Susanna annuì con entusiasmo «C’è altro che le serve sapere?»

«Che si fa di bello da queste parti, Susanna, oltre a soddisfare i propri… desideri? »

«Di tutto: ci sono gite organizzate ogni giorno, feste, conferenze: Albert ne ha una in programma proprio dopodomani sul paradosso EPR,  dice che stavolta ha risolto il problema dell’entanglement quantistico»

«Albert?»

«Einstein! È un tipo brillante»

«E come faccio a… »

«Puoi chiamare il centralino e farsi mandare un’auto con autista, oppure accendere la TV e seguire la conferenza da casa. Quello che vuoi.» Susanna si guardò un momento attorno e parve non curarsi dei tuoni che lo facevano rabbrividire.

«Ma, senta… senti… » l’ultimo tuono lo aveva fatto saltare sulla sedia «Questo cos’è? Appena ho guardato fuori c’erano quelle nubi infuocate e poi i diavoli, le anime torturate… è l’Inferno quello?»

«Cos… » Susanna restò interdetta solo un istante, poi scoppiò a ridere «l’inferno? Maddai Mario: tu sei ateo, quello è per i cristiani, sai» indicò le nubi minacciose fuori della finestra  «a loro piace così!»

Slada e il luccichio del male (2a parte)

(segue)

Gli occhi blu e privi di sclera della giovane schiava elfa si posarono su di lei che sostenne lo sguardo della ragazza «Minestra di fave, pane bianco e un bicchiere di vino, per te»

«Mangialo tu» le ordinò. Sperò che se avesse saltato tutti i pasti sarebbe morta prima di essere la prossima vittima.

«Non posso, ho l’ordine di non obbedire ad alcuna delle tue richieste, ma posso ordinarti di mangiare» le rispose la ragazza, preoccupata.

«Lo sapevi! Tu lo sapevi che avrebbero scelto me per quella… cosa orribile!» urlò di scatto, furiosa e impotente. Non poteva ucciderla, ne uccidere sé stessa: il collare l’avrebbe fermata.

Cornelia si sedette accanto a lei, la veste bianca chiusa da una spilla dorata frusciò appena «Mia madre ti ha scelta al mercato proprio per questo motivo. Altrimenti sarei stata io l’attrazione finale del prossimo banchetto… maledetto porco»

«Lui ti… insomma ha preso anche te?» Slada si rabbonì un poco: Cornelia era sempre stata schiava fin dalla nascita.

«La notte più tranquilla che ho trascorso con lui è stata quando mi ha incatenata alla testata del letto e mi ha usata come cuscino» col viso imporporato sputò per terra «Avevo dieci anni» la voce ridotta ad un sibilo tagliente.

Slada chiuse gli occhi e comprese la rabbia inespressa di Cornelia, anche lei aveva subito le voglie di Lucius.

«Credimi: certe volte vorrei che mia madre fallisse nel suo continuo cercare una mia sosia e mi lasciasse morire. Un morso alla gola e via, libera!».

Rimasta sola non poté fare altro che mangiare come le era stato ordinato. Cornelia aveva detto una cosa sensata.

Quella sera Slada fu obbligata ad assistere all’arrivo degli invitati. Riconobbe molti volti di quelli presenti al banchetto precedente. La porta della sua stanza era stata lasciata aperta e le era stato ordinato di rimanere sulla soglia a lasciarsi guardare.

Vide passare tuniche blu e verdi, qualcuna color porpora come Lucius, ma tutti avevano quel luccichio nello sguardo, quella scintilla che a Slada ricordava il momento in cui era morta Carmilla.

Presto la morte avrebbe cancellato la sua sofferenza. Qualcuno di loro pareva avere un aspetto più umano ma, appena gli sguardi incrociavano i suoi occhi, si tramutava in una bestia che suscitava in lei il ribrezzo più profondo.

La vecchia Faustina, imbellettata per l’occasione, venne a prenderla e la condusse nella sala dei banchetti. L’affaccio sul peristilio della sala le mostrò il recinto allestito per l’occasione. Il cuore perse un battito.

«Sorridi agli ospiti» le ordinò dopo averla lasciata al centro della sala. Con una mano sganciò la spilla di bronzo che teneva ferma la corta tunica della ragazza «e togliti quelle mani di dosso» sibilò prima di allontanarsi lasciandola esposta e indifesa di fronte agli sguardi che poco prima l’avevano disgustata.

Rimase in piedi al centro della sala mentre i commenti degli invitati passavano tra un “Lucius, ti sei divertito con la ragazzina eh?” a “questi polli ripieni di quaglie sono favolosi… Lucius, dentro le quaglie hai fatto mettere le uova, geniale!”.

Il ricordo di Lucius dentro di lei, solo la notte precedente, ancora le bruciava. I segni della violenza, ben visibili, aumentavano la vergogna per il suo pudore violato. Lui le aveva ordinato di opporre resistenza mentre due schiavi la tenevano ferma, per divertirsi di più.

Aveva pianto così a lungo che pensò di aver finito le lacrime.

La cena ebbe termine e fu trascinata verso il recinto da Lucio stesso. Trasalì nell’udire il ringhio della bestia, ma di fronte alle zanne nude dell’animale si sentì rincuorata come di fronte a delle care amiche.

Tolse la benda dalle mani di Lucio e se la indossò senza esitare, ma afferrò il bastone solo perché gli fu ordinato. Basta umiliazioni, basta sofferenze: un istante di dolore e poi più nulla.

Si rivolse verso la fonte del ringhio a braccia spalancate e offrì il collo all’animale.

«Vieni bello!» lo incitò.

L’animale sfuggì al controllo dello schiavo e balzò verso di lei con un latrato bestiale. Slada sentì le zampe dell’animale che atterravano sulle sue spalle, laceravano la pelle e la scagliavano a terra. L’urto le investì la schiena con una tempesta di dolore seguita da una massa calda e umida sulla trachea e una fitta lancinante e acuta al collo, dove sentì del liquido caldo colare via. La benda le fu strappata dal contraccolpo mentre i presenti esplodevano in un “No!” di disappunto. Non si era difesa, era già finito lo spettacolo. Nonostante tutto si sentì libera, come se un enorme peso le fosse stato tolto dalle spalle. Aprì gli occhi.

La belva serrava tra le fauci il collare.

La speranza scacciò per un istante la paura per la morte imminente.

«Tieni il collare e uccidi Lucius» Slada faticò a riconoscere la propria voce sibilare all’unisono col lucchichio del collare, ora ridotto ad un rottame, ma forse ancora funzionante. La gemma su di esso brillò per l’ultima volta di quello scintillio familiare e disgustoso che aveva già visto negli occhi dell’uomo che la teneva schiava e degli altri invitati. Con uno scatto formidabile il cane si scagliò oltre il recinto, diretto contro il suo nuovo bersaglio. L’elfa Anomis urlò di sorpresa e si scansò mentre Lucius veniva travolto e sbattuto a terra dalla mole del cane; altre urla, stavolta di terrore, si sollevarono assieme al rumore di piedi che corrono, nessuno levò una mano per soccorrere Lucius che potè solo gorgogliare un rantolo spaventoso mentre la belva affondava le zanne nel ventre flaccido dell’uomo. La belva riuscì ad uccidere altri sei invitati prima che qualcuno si ricordasse di ordinare allo schiavo di fermarla.

Nella confusione Slada, ferita e confusa, si allontanò prima carponi e poi in piedi, sempre più veloce, recuperò la sua veste dalla sala dei banchetti e la indossò incurante del sangue che ancora colava lento dalle ferite al collo e alle spalle.

Niente più collare. Morto Lucius, era libera!

Faustina si parò davanti a lei:«L’hai ucciso tu, piccola serpe!»

«Stai zitta!» strillò con tutto il fiato che aveva in corpo. La donna obbedì, ma lo sguardo era carico di odio «Torna di là e togli il collare agli altri schiavi, te lo ordino e se qualcuno vuol toglierlo a te… » avrebbe voluto dire “opponi resistenza”, ma ci ripensò «lo permetterai solo quando sarai l’ultima a togliertelo»

Sbigottita la vecchia disse «no» e poi, di fronte al sorriso soddisfatto di Slada, dovette piegarsi al dolore che diventava sempre più forte.

Annuì e senza più voltarsi indietro la lasciò sola.

E libera.

Slada e il luccichio del Male

slada03

Questo racconto nasce per un concorso a tema “Diritti Umani”, anche se non ha vinto è piaciuto molto ed ha avuto un bel testa a testa col vincitore che, indubbiamente, aveva una marcia in più. Per un po’ l’ho tenuto su Wattpad, ma da quando la piattaforma ha obbligato anche i lettori casuali a registrarsi (riducendo al lumicino gli accessi con conseguente crollo della visibilità) ho deciso di toglierlo e metterlo sul mio blog dove se pure non c’è la possibilità di essere letto da millemila lettori (ma non ci sono lettori su Wattpad) non c’è pure nessuno che rompe gli attributi al prossimo con richieste di dati personali. Sì, ci sono i cookie di navigazione, ma la loro presenza è discreta: non disturbano e non impediscono la lettura.  Spero di cuore che vi piaccia.

«Il prossimo banchetto sarà in tuo onore» Lucius, sdraiato sul triclinio pareva annoiato come se stesse parlando del tempo.

Slada sentì ondeggiare il pavimento sotto di lei e le sembrò che tessere del mosaico volessero penetrarle nella carne, aveva appena udito la sua condanna a una morte orribile e dolorosa.

La faccia rubiconda dell’uomo fu attraversata da una ruga di preoccupazione «Cos’hai schiava? Sembri pallida… Faustina! Portala via e preparala!» aggiunse rivolto a qualcuno che, sapeva, essere in attesa dietro la porta della sala.

La luce del tramonto proiettava ombre dorate sugli affreschi della sala: fauni e ninfe intenti a danzare e suonare. Slada lanciò un’ultima occhiata al sole al tramonto: sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe visto il disco di Einungis virare al rosso e sparire dietro le spalle della Terra per riposare. Le mani ossute dell’anziana l’afferrarono per le spalle riscuotendola da pensieri e preghiere confuse al suo dio.

«Fai in modo che sia perfetta per la festa: non voglio figuracce» sul volto dell’uomo ogni traccia di allegria era svanita. Il corpo tarchiato e grassoccio, a stento contenuto dalla tunica color porpora, appariva irrigidito e teso. Slada notò una chiazza scura proprio sotto al mento dovuta a qualche goccia di vino caduta dal calice col quale ora l’uomo indicava la porta. Faustina la trascinò via.

«Hai bisogno di qualche frustata ragazza? Ti farebbero bene» Faustina, dalla tunica bianca con le strisce porpora a sottolineare il suo grado tra i servi di Lucius, la spinse oltre la porta «Muoviti!»

Attraversarono il peristilio dirette all’atrio, dove un paio di servi erano al lavoro per completare le decorazioni del “recinto sacro” dove sarebbe morta, poi Slada fu spinta dentro una stanza arredata con un letto e una sedia.

«Resterai qui fino alla festa, Cornelia ti porterà da mangiare e provvederà alle tue necessità, ma gli è proibito condurti fuori da qui. Poi ti darò altri ordini»

Rimasta sola Slada passò una mano sul collare che, da quando era entrata nella casa di Lucius, era diventato la sua maledizione. Un sottile anello dorato, leggerissimo e ornato da una gemma rossa. Pareva fragile, semplice da togliere. Le era stato ordinato di tenerlo. Il collare la costringeva ad una cieca obbedienza da parte di chiunque le avesse dato un ordine perché così aveva deciso Lucius. Era molto ricco e poteva permettersi molti di quei costosi gioielli.

Tutti i servi ne indossavano uno. Resistere costava dolore: il collare pareva tramutarsi in fuoco liquido che poco a poco entrava nella carne. O si obbediva o il dolore aumentava, semplice, brutale ed efficace.

Si stese sul letto. Se avesse tentato anche solo avvicinarsi alla porta sarebbe stata colta da una fitta lancinante attorno al collo finché non fosse tornata indietro. Si domandò se il resto della sua famiglia fosse ancora in vita: la fattoria dove viveva era stata attaccata da razziatori maorni, da allora non ne sapeva più nulla. I banditi li avevano sorpresi mentre erano seduti in cucina per il pasto serale. Suo padre era stato colpito per primo, tutti erano stati tramortiti. Lei si era risvegliata nella cabina di una nave, incatenata ad altre nove ragazze provenienti dalle fattorie dei dintorni. Il viaggio era durato pochi giorni, era stata trascinata insieme alle altre, spogliata e venduta ad un asta come se fosse stata vacca al mercato del bestiame. L’aveva comprata l’elfa Anomis, anche lei schiava di Lucius e sua concubina, per mille semiter. Slada comprendeva bene il maorni: la sua fattoria distava poche miglia dal confine. La cifra pagata per avere lei superava di tre volte quella battuta per altre schiave. Aveva tentato inutilmente di liberarsi dalla catena con cui l’elfa l’aveva legata e trascinata attraverso vie di Reub come un cane al guinzaglio.

«Con quei capelli biondi sembri identica a mia figlia» le aveva detto, la voce gelida e inespressiva come tutti quelli della sua razza.

A casa di Lucius le era stato imposto il collare e a quel punto la fuga era diventata impossibile. L’incantesimo incastonato nella gemma era efficacissimo. Poco dopo il suo arrivo aveva avuto modo di scoprire cos’era un banchetto.

C’era un’altra ragazza, giovane come lei, si chiamava Carmilla. Proveniva da Lleendir. La nave su cui viaggiava era stata attaccata dai pirati e lei era stata venduta come schiava. Alle altre schiave, agghindate come le ninfe dell’affresco nella sala dei banchetti, era spettato il compito di servire cibi e bevande, incluse Anomis e sua figlia Cornelia. Carmilla era vestita solo del suo collare, tenuta immobile al centro della sala da catene invisibili.
Dopo il banchetto Carmilla era stata condotta nel peristilio dove era stato predisposto un recinto di pali incrociati dipinti di rosso e blu. Alla ragazza fu ordinato di bendarsi e impugnare un bastone, poi fu fatta entrare nel recinto mentre gli ospiti cominciavano a gioire e a incitarla:«Forza! Se vinci sarai libera!» Carmilla piangeva e stringeva la rozza arma fino a sbiancarsi le nocche.

Poi fu portata la bestia. Slada non riusciva a chiamarlo cane, le era impossibile. L’animale era tenuto a forza da uno schiavo enorme con una catena spessa quanto il pugno di un uomo. Carmilla tenne testa all’animale come meglio poté, ma appena le sue braccia si stancarono di sostenere il bastone la bestia la azzannò ad una coscia e la trascinò a terra urlante, tra le grida degli invitati che incitavano l’animale. L’urlo si tramutò in un gorgoglio quando le strappò un pezzo del collo con un morso. Lei morì dopo lunghi minuti di agonia sommersa dall’entusiasmo degli ospiti cui seguirono gli applausi per Lucio che li accolse con un sorriso carico di falso imbarazzo. Slada era certa che non avrebbe mai dimenticato i loro sguardi. Tanto Lucio che i suoi ospiti avevano il medesimo scintillio negli occhi, come se un demone albergasse dietro di essi.

«Ecco il tuo cibo» la voce giovane e squillante di Cornelia la risvegliò dal suo incubo a occhi aperti. Slada la guardò: avevano la stessa taglia oltre che lo stesso colore di capelli.

(continua)

Bastet

Bastet

Questa storia ha avuto una genesi complessa. Inizialmente ci fu Maurizio Vicedomini che bandì un concorso attraverso la sua rivista online “Grado Zero“, per riscrivere dei “classici”. Il termine tecnico è “retelling”. Mi concentrai sui Gatti di Ulthar, una storia felina di Lovecraft, ma riscritta e ambientata in Italia ai giorni nostri. Non riuscii a produrre nulla entro i termini del concorso, ma dopo il primo gennaio 2019 mi arrivò, purtroppo, l’ispirazione. Perché purtroppo? Leggi fino in fondo questa breve storia, non ti porterà via molto tempo. Ti avverto fin da ora: finirà male e ne sarai felice.

D’altro canto quando una storia finisce bene la domanda che deve nascere in una persona sana è: “Bene per chi?”
La gatta era là, il pelo grigio striato di nero, che si leccava una zampa tenendo la coda dignitosamente raccolta attorno al corpo.
La testa era di nuovo al suo posto, un po’ affumicata ma integra.
Gianluca la fissò con i suoi occhi color nocciola, grandi e rotondi come se fossero stati disegnati da Schultz. Per scherzo sua madre lo aveva soprannominato Charlie Brown quando era piccolo.

Questo ricordo lo mandava in bestia, anche in quel momento.

Lei gli aveva persino regalato un maglione giallo con il fregio nero uguale a quello del personaggio delle strisce a fumetti. Lui lo aveva bruciato, di nascosto, dicendo poi che lo aveva perso.

La gatta continuava a fissare un punto situato dietro le sue spalle, donandogli la straordinaria sensazione che solo un gatto riesce a dare: quella di essere il centro della sua attenzione eppure di essere completamente ignorato allo stesso tempo.

«VIA DALLA MIA MACCHINA BESTIACCIA!»

L’urlaccio eruttato dalla gola diede fondo a tutta la potenza di cui disponeva, e non era poca, ma sortì l’effetto desiderato. La gatta svanì in un turbinio di zampe che slittavano sul cofano liscio della panda.

Gianluca era grosso, palestrato e gonfiato a suon di integratori. In palestra alzava bilancieri da centoventi come riscaldamento, poi cominciava il lavoro serio con pesi crescenti fino a centosettanta. Aspirava ad alzare almeno il doppio, il suo allenatore era contentissimo e lui pure.

Salì a bordo della panda color colica, e avviò il motore. “Colica” era il colore che il Baviat, al secolo Francesco Baviato uno dei suoi migliori amici, aveva tirato fuori appena aveva visto la vettura nuova fiammante. Un altro che avesse osato proferire quel commento sarebbe stato appiccicato al muro, ma Francesco e Gianluca si conoscevano fin dalle elementari e avevano riso insieme di quella strana versione di giallo non proprio esaltante.

La serata di capodanno era finita da schifo: i buttafuori del Blue River li avevano invitati a uscire e prendere un po’ d’aria poco prima della mezzanotte, e visto che era il 31 dicembre questo voleva dire che l’intero anno era finito in merda.

La macchina singhiozzò un paio di volte, avrebbe dovuto portarla dal meccanico una volta o l’altra, ma un po’ per paura della spesa, un po’ perché comunque continuava a macinare chilometri e, si sa, le panda sono indistruttibili, aveva sempre posticipato il controllo.

Il GRA scorreva tranquillo sotto di lui, quando una voce miagolò dal sedile posteriore.

«Te lo avrei succhiato volentieri, dico davvero»

Gianluca scrutò nel retrovisore, ma non vide nessuno. Solo per un disperato colpo di sterzo non finì contro il guard-rail.

«Chi ha parlato? Chi c’è?» il suo respiro era velocissimo, troppo, si impose la calma o avrebbe rischiato un incidente serio.

Avrebbe voluto fermarsi, ma sul Grande Raccordo Anulare si rischiava più a star fermi che a procedere, anche tenere la velocità sbagliata equivaleva a un mezzo suicidio.

«Se solo tu avessi usato un poco di gentilezza avrei portato qualche allegra novità sulla punta del tuo pisello, invece del solito tran tran a mano libera» la gatta scivolò tra i sedili e si sedette su quello del passeggero, incurante delle reazioni del guidatore.

Gianluca la seguì con la coda dell’occhio, cercò di rilassarsi pensando a come doveva avere le ossa… anche se era sicuro di avergli fatto saltare la testa con un petardo solo mezz’ora prima. Poi si concentrò sulla guida: Assurdo pensò avrò bevuto troppo… se la benemerita mi ferma mi si incula a passo di cavalletta…

Una gatta morta era appena resuscitata e gli stava parlando dal sedile del guidatore. Ricordava bene la bravata di poco prima. Coi suoi amici aveva scommesso di farsi fare un pompino al veglione di capodanno, ma nessuna delle ragazze presenti in discoteca li aveva filati di striscio e di lì a poco uno dei buttafuori li aveva accompagnati, già alticci, a festeggiare sotto le stelle. La stazza del tipo e le cicatrici in faccia ai suoi compari avevano detto tutto quel che c’era da sapere sulla risposta da dare. Arrabbiati, delusi e annoiati (e con qualche litro di birra in corpo) avevano adocchiato una gattina che si aggirava nel vasto parcheggio del locale e Gianluca aveva avuto “l’idea” per vincere la scommessa e vendicarsi delle gattemorte presenti alla festa.

Aveva afferrato la bestiola, attirata dai gesti dell’uomo come se stesse offrendo del cibo, e poi dopo averla strusciata contro la patta dei calzoni aveva ricevuto un paio di zampate e una soffiata. Aveva tentato di divincolarsi con più energia, ma lui l’aveva ben trattenuta.

«Ahem» la voce della gatta si intrufolò nei suoi pensieri «stai dimenticando che, col tuo arnese in bella mostra, mi hai ordinato “a micia, famme ‘n pomponio” in un modo assolutamente ineducato e sgarbato, mentre i tuoi compari sghignazzavano e ridevano del fatto che “manco ‘na gatta rognosa te se ‘ncula”. Allora, invece di prendere a sprangate quei due, e nonostante la mia educata richiesta di essere lasciata andare… hai notato che non ho usato artigli anche se lo avresti meritato? Mi sa di no. Mi hai fracassato le costole e la spina dorsale contro un palo della luce. E questo non ti è bastato vero?»

«T’aricordi tutto eh?» Gianluca ascoltava come in trance: che fosse stato uno scherzo del Baviat? Magari ce sta lui anniscosto dietro ar sedile posteriore? Però la voce nun è la sua. Sembra quella de ‘na regazza… voi vede’ che è una delle troie der Blue River, magari quella moretta che ha chiamato er buttafori?

« “Adesso te faccio vede io, chi te credi da esse? ‘na dea?”» la gatta imitò la voce di Gianluca, anche se di un’ottava più alta strappando al suo proprietario un mezzo ghigno. «Eh no, caro mio, non sono una dea, ma quando mi hai infilato quel petardo in bocca avevo ancora sei vite da giocare, solo che facendomi saltare la testa me lo hai impedito»

Gianluca ridacchiò «A chi tocca nun s’engrugna» sentenziò citando un detto di sua nonna e pregustando un fine-serata assai più succulento. Ora era sicuro: la voce veniva dal bagagliaio, c’era una ragazza nascosta e gli stava facendo quello strano scherzo. Magari gli aveva visto l’uccello e gli era venuta voglia di provarlo.

La gatta annuì «Ben detto, ma anche se non sono una Dea, a lei ho chiesto aiuto e mi ha ascoltata»

«Ah ah ah, bella questa, dio nun ce sta mai pe’ l’ommini figurete pe’ li gatti!» la risata di Gianluca squassò l’abitacolo, ma la bestiola restò a fissarlo con il tipico sguardo di superiorità felina. L’uomo rabbrividì: sembrava proprio che fosse la gatta a parlargli e direttamente nella sua testa, non da dietro come aveva creduto.

«Tsk tsk, umano, che ne sai? Cinquemila anni fa la nostra specie era adorata come un dio, mentre quel vecchio barbogio cercava di attirarsi le simpatie di un gruppo di pastori della palestina. Non mi sono certo appellata a lui, né a quel biondone di suo figlio che tanto vi piace vedere frustato e inchiodato su una croce… certo che, quanto a sadismo, sapete come far rumore voi umani. Tuttavia mancate di stile. Insomma: occorre dare alla preda una speranza, farla combattere fino all’ultimo… ma che ne sai tu che cosa vuol dire davvero giocare con la vita altrui? Hai una vita sola e hai paura di perderla anche quando te la prendi con una creatura indifesa come me. Comunque stai allegro! Bastet mi ha ascoltata e quando ha saputo che non hai ricevuto quanto avevi richiesto ha deciso di accontentarti.»

«Cos… »

«Hai capito benissimo, umano» la gatta continuava a fissarlo, senza mai abbassare lo sguardo «Bastet, adorata dagli egizi che se ne intendevano davvero, la dea-gatta in persona verrà qui e sarà proprio lei a soddisfare la tua richiesta e ti farà un… pomponio»

«Gesù!» Gianluca guardava la strada e teneva d’occhio la gatta. Un brivido colse le sue mani che divennero fredde, incapaci di lasciare il volante e dare un colpo a quella bestia insolente.

«Capisco che duemila anni fa avete dato un calcio nel sottocoda agli dei per andar dietro al figlio del baciapastori, tuttavia qui stiamo parlando di Bastet: una dea capace di incenerire con solo sguardo una regione grande quanto l’asia minore e l’India messe insieme. Sarà lei, non il palestinese biondo, a porre i suoi occhi e le sue labbra su di te, penso che troverai la cosa piuttosto… com’è che dite voi umani? Ah, sì! Intensa.»

***

Nicola Giraldi scese dalla volante e scrutò la scena di nuovo incredulo. La panda si era fermata esattamente sette chilometri dopo aver preso fuoco mentre sfrecciava a oltre centotrenta chilometri orari, come se la vittima fosse riuscita a guidarla fino all’ultimo o se qualcuno fosse stato con lui e avesse provveduto a fermare l’auto a bordo strada senza mandarla a sbattere, nonostante le fiamme che divoravano l’abitacolo. I segni delle bruciature sull’asfalto non lasciavano dubbi eppure ne creavano di enormi.

Anche questa vittima era al volante, carbonizzata, le mani fuse dal tremendo calore con la plastica dello sterzo e un cratere al posto dell’inguine come se gli avessero sparato tra le gambe con un bazooka. Tutto identico agli altri due. Al primo aveva creduto che fosse stato un petardo molto potente, quando aveva visto il luogo del secondo incidente-fotocopia si era spaventato e adesso questo: il terzo incidente avvenuto praticamente alla stessa ora e con le stesse identiche modalità degli altri due.

Chiamarlo incidente gli costava molto sforzo, ma chiamarlo omicidio scatenava domande di cui non era certo di voler trovare una risposta. Il colpo all’inguine, sparato con qualcosa che aveva disintegrato solo una parte del corpo della vittima, ma non il sedile sottostante. Colpo sparato dall’interno della vettura da sotto al volante. L’assassino era dentro la macchina… tre assassini con la stessa arma? O uno solo che, chissà come, si trovava anche a Guidonia e a Gallicano dove erano stati segnalati gli altri due “incidenti”? Il colpo aveva incendiato il resto del corpo che era stato letteralmente cotto dall’interno, almeno così aveva borbottato il patologo giunto con lui sulla scena dei tre incidenti. E come al solito il dottor Moretti non faceva altro che ripetere in termini più scientifici ciò che i suoi sensi e il suo intuito gli suggeriva. Aveva visto altri cadaveri bruciati nell’incendio della loro vettura e questi avevano la bruciatura al contrario… cioè, da quello che era riuscito a vedere grazie ai danni dell’immensa ferita all’inguine l’interno dei corpi stava messo peggio dell’esterno.

Impossibile che la morte fosse stata causata da qualcosa di diverso: erano stati colpiti tutti e tre allo stesso modo riportando i medesimi danni e la stessa impossibile espressione sul volto congelata dalla morte e dalla furia del fuoco, ma in tutta la sua carriera non aveva mai visto armi capaci di infliggere quello che aveva visto su quei cadaveri.

Il terzo morto di quella sera si chiamava Gianluca Artemanni, gli altri due erano Riccardo Borselli e Francesco Baviato. A quanto poteva vedere dai loro profili social si conoscevano da tempo ed erano andati a festeggiare capodanno insieme al Blue River di Zagarolo una specie di discoteca travestita da agriturismo, da cui erano stati buttati fuori per ubriachezza molesta; il Borselli aveva qualche precedente per reati contro il patrimonio, ma niente di più grave che aver incendiato un gattile e molestato un gatto. Nulla che facesse sospettare un regolamento di conti… eppure gli pareva proprio un’esecuzione in piena regola. Questo pensiero gli dava i brividi perché la sua mente gli elencava le caratteristiche che avrebbe dovuto avere il killer che aveva eseguito la sentenza e il fatto che indossasse una tuta ignifuga era solo l’ultimo dei dettagli.

Una gatta grigia a strisce nere sbucò da dietro il guardrail e lo fissò per un istante. L’idea che fosse stata lei balenò per un attimo tra i suoi pensieri; immaginò che per qualche torto subito avesse ucciso quei tre come era sicuro che faceva col sorcio che aveva la sfortuna di finire tra le sue zampe.

«Magari te lo sai com’è che è andata» il sorriso sornione della gatta lo spinse ad aggiungere «Sì che ce lo sai, ma nun me lo dirai mai vero?»

 

Come anche diceva il collega Stephen King “a volte ritornano” e dunque la micia è tornata e, se pure solo tra le righe di questo racconto, ha trovato vendetta e giustizia per mano di una dea dimenticata da millenni. Perché te l’ho raccontata? C’erano più scopi e visto che sei arrivato a leggere fin qua forse puoi darmi una zampina. Perché la prossima volta che sentirai di un gattile andato a fuoco, di un animale martoriato forse avrai la ventura di sentire o di leggere sui social qualcuno che se ne vanta e allora usalo quel telefono e segnala il fatto alla polizia. Vedrai che, anche senza l’aiuto di una dea, la giustizia farà il suo corso e un po’ alla volta certi comportamenti contro gli animali verranno eliminati anche grazie al tuo aiuto.

C’è un terzo motivo: la notte di capodanno 2018-2019 a una povera gatta è stata davvero fatta saltare la testa con un petardo, l’ho detto all’inizio. Se condividi questa storia aumenterai le probabilità di far saltare fuori gli assassini cui la polizia non farà un “pomponio”, ma di certo non lascerà i colpevoli privi di altri ricordi altrettanto… com’è che dite voialtri? Ah sì.
Intensi.

Buon Anno Nuovo.

Non in senso Anafestico

adolfoCieli

Un po’ di tempo fa… era marzo 2018, mi son ritrovato sotto al fuoco incrociato dei Parolanti: un’allegra brigata di persone che giocano con la scrittura con la stessa leggerezza di un Ronaldo col pallone. Durante la giornata animata da Laura Massera e Nicola Pera mi è sfuggita la promessa di pubblicare un racconto dove, per motivi di… studio, trolleggiavo un innocente fanciullo a suon di supercazzole brematurate al fine di scippargli un videogioco. Bene. Ci è voluto un po’, ma eccolo… aggiustato e sistemato in modo da essere leggibile. Il titolo?  Quello in cima alla pagina, direi che è proprio il suo e il faccione di Adolfo Cieli che c’entra? C’entra, c’entra. Leggete e se riuscirò a strapparvi una risata o due ben venga, ma ricordatevi che è riso amaro.

Il mio nome è… Nettuno, a dire il vero è un altro, ma com’ è che si dice in questi casi? Ogni riferimento a fatti e persone reali è puramente accidentale e allora mi nascondo anche io, che dopotutto sono il protagonista. C’entro poco col dio dei Mari… il nomignolo mi è stato appioppato in un’altra storia, nel lontano 1978 e da allora me lo sono tenuto caro.

Col mare c’entro poco: se posso lo evito, eppure navigo moltissimo. Il mio mare si chiama internet e la mia nave macina gigaherz e fila a venti megabit al secondo se ha il vento in poppa. Niente di eccezionale, ma nemmeno lo sparuto guscio di noce da 14.4kb che avevo nel ’92. Qualche volta devo tuttavia approdare a terra per prendere una boccata d’aria, un pezzo di ricambio per i miei computer, o magari un videogioco nuovo… senza trascurare altre cose come riempire la cambusa di cibo o tenere il guardaroba decentemente pulito.

Stasera è proprio una di “quelle volte”: sono appena uscito dal mediaworld e sono le 20 del 22 dicembre del 2008. Mi sento cattivo, arrabbiato e stanco dopo aver affrontato due ore di coda in cassa per acquistare una scheda video. Gente col carrello strapieno di cose: rasoi, asciugacapelli, friggitrici… oggetti superflui da rifilare al prossimo perché “è Natale” e bisogna fare i regali. Bestie! La data non cambia mai, alle persone cui regalerete quegli oggetti procurerete solo il fastidio di decidere cosa se ne faranno e a voi interessa solo di fare bella figura regalando un oggetto “di classe”. Comprato al Mediaworld. Comprateli prima: ad agosto ci sono gli sconti e non c’è fila, così a chi gli si rompe la scheda video sotto la vigilia di Natale regalerete come minimo due ore in meno di coda!

Odio il Natale… o meglio odio l’atmosfera che s’è instaurata negli ultimi 25-30 anni con la corsa al regalo e tutto il resto. Avrei voglia di prendere tutti questi signori “benvestiti” e “benpensanti” e di sbatterli a servire pasti caldi alla mensa di S. Egidio. O a portare coperte ai barboni o a svolgere qualche altro servizio più utile.
Uscire dal grande magazzino mi regala una boccata d’ossigeno. Parco “Da Vinci” è il contraltare di Parco Leonardo che sorge dall’altro lato dell’autostrada Roma-Fiumicino e se quest’ultimo è un enorme palazzo chiuso con più di 200 esercizi inzeppati in un palazzo di due piani, il “Da Vinci” è un chilometro quadrato di negozi sparsi tra vie colorate e alberelli addobbati a festa. Fa ugualmente schifo, ma almeno l’aria è libera… se escludiamo i gas di scarico degli aerei che vanno e vengono dall’aeroporto.

Un urlo lacera l’ultima strofa di Jingle Bells diffusa a ripetizione dagli altoparlanti. Mi accorgo di quanto fossi nauseato dalla musica grazie al sollievo che sto provando nell’udire la rabbia unita alla frustrazione di qualcun altro.
Cerco con lo sguardo la fonte dell’esplosione vocale di pochi istanti fa.

«ADESSO LA RIPORTIAMO INDIETRO E TI FAI RIDARE I SOLDI E NON TI AZZARDARE

MAI, MAI PIU’ A FARE UNA COSA DEL GENERE!!!»

Non è difficile: sono quasi accanto a me. Lui è il tipico adolescente brufoloso: quattordici, quindici anni di strafottenza concentrata su una delle mattonelle del marciapiede, ma poco più alto e grosso di quella che deduco essere la madre. Tondeggiante, ben vestita e mi sembra incredibile che in meno di un metro e sessanta circa, ci possa essere tanta energia frustrata. Mentre li osservo al riparo di un alberello carico di melancole e vestito a festa come un abete di Time Square vedo che la donna vorrebbe prendere a schiaffi l’ex moccioso due a due finché non gli diventano dispari, ma non osa. Il ragazzo è grosso rispetto a lei e si vede lontano un miglio che ne ha paura. Dimostra poco meno di 50 anni, ma non riesco a decidermi se il merito è dell’abito attillato, della pettinatura stile fata turchina o del trucco da sedicenne.

Sono appena usciti dal mediaworld come me e come me hanno entrambi qualcosa in mano. Nella busta che lei ha appesa a un gomito c’è il classico campionario di regali comprati all’ultimo momento: DVD, una friggitrice e un tagliacapelli. Penso che sui DVD le scelte sono mera questione di gusti: diversi dai miei, la figgitrice se la può tenere e il tagliacapelli non mi serve più dato che ormai tra la capigliatura della mia testa e una delle mie ginocchia non c’è più alcuna differenza. Poi noto che il ragazzo stringe qualcosa in mano.

Sembra un cestino per il pranzo, di quelli vecchio stile fatti di lamiera e con la chiusura a bottone. Mi colpisce lo sguardo cupido di lui, rafforzato da sopracciglia folte e nere che lo fanno somigliare a Stefano Belisari da bambino. Sorrido mentre immagino di trovarmi improvvisamente dentro una delle situazioni cantate dagli Elio e le Storie Tese. L’altoparlante continua a torturarmi con Jingle Bells e mi viene voglia di infilare una banana dentro la cassa che rumoreggia nascosta nella melancola sopra la mia testa.

«QUANDO TUO PADRE VERRÀ A SAPERLO… » la canzone nasconde il resto della minaccia, ma non la mano libera della signora che si agita e manifesta tutta la stizza provata nei confronti di un individuo sul quale ormai, da tempo, non esercita più alcun controllo.

Muovo un passo per mettere l’albero di melancola tra me e i due così da continuare a osservarli. Mi sto divertendo e a casa mi aspetta solo David, il mio computer, in attesa di una scheda video nuova. L’ho chiamato così in ricordo di un amico che me ne ha suggerita la configurazione e, scheda video bruciata a parte, ne sono rimasto piacevolmente soddisfatto.

In un lampo comprendo cosa sia accaduto: la scatola che c’è tra le mani del ragazzo è scivolata con discrezione tra gli oggetti acquistati mentre la cassiera, solerte, passava tutto sullo scanner. La donna ha pagato senza batter ciglio, probabilmente con la carta del marito, e s’è accorta del fattaccio solo dopo essere uscita all’aperto.

Dovrebbe ringraziare suo figlio: le ha impartito una lezione fondamentale e cioè quella di controllare lo scontrino prima di abbandonare la cassa, non quando è inesorabilmente tardi e tutto quello che si può fare è prendersela là dove non batte il sole.

Il moccioso tace, ma il mio istinto conosce bene il valore di quel silenzio. Sta aspettando che la madre completi il suo sermone e gli permetta di tornare a casa con il suo bottino. Noto finalmente cos’e’ la scatola: un gioco per playstation, uno degli ultimi usciti e pure in versione “collector edition”.

Bei gusti, devo riconoscerlo: il moccioso sarà anche antipatico, ma sa scegliere.

La mia testaccia vuota comincia a ronzare.

So di possedere immaginazione e intuizione in abbondanza, doti buone per portare a termine l’1% di qualsiasi lavoro, in compenso so essere deciso e rapido quando occorre.

E allora, parafrasando Mario Monicelli, eccomi  pronto ad unire fantasia, intuizione, decisione… e rapidita’ di esecuzione, mentre nel ginocchio cui somiglia la mia testa ha preso forma un piano. Rozzo, certo, primitivo perfino, ma qualcosa di inesplicabile mi dice che funzionerà.

Mi faccio avanti, con discrezione, quel tanto che basta per sentire il moccioso che con voce di uno che ha appena fatto dei gargarismi con la limatura di ferro esclama:

«A ma’, nu’rompe, e’ solo un gioco… e poi i soldi mica te li ridanno, al massimo te fanno un buono»

Caso piu’ unico che raro, capisco dove vuole andare a parare.

Forse ha visto troppe volte i film di Carlo Verdone e sta tentando di fare lo spiritoso.

Anche a me piacciono i film… ma preferisco “Amici Miei”.

Dentro di me penso: “preparati, bambinio mio, perche’ ora zio Nettuno ti ruba le caramelle”.

Mi avvicino a passo veloce, risoluto.

«DAMMI QUELLA SCATOLA» grida la madre. Il colore paonazzo della faccia di lei supera anche il dito di fondotinta che ha spalmato per nascondere le rughe. Mi sforzo di non sghignazzare mentre mi avvicino, eseguo un perfetto mezzo inchino e dico: «Buonaseta signora come se fosse Natale, ma gli auguri. Posso esserle d’aiuto?»

La donna mi scruta come se fossi sbucato dal nulla, cerco di sembrare quanto più innocente e angelico possibile. Dentro di me raggiungo uno stato di convincimento totale. Desidero proprio aiutarla, voglio sembrare un viso amico in un momento di smarrimento.

«No, si… forse… vede, mio figlio si e’… sbagliato e ha preso una cosa che non doveva…» mi risponde incerta.

Ha abboccato.

La sua confessione semplice, quasi commovente, mi distrae per un istante dal mio bieco proposito, ma quella che ormai chiamo “La voce del Sassaroli” urla dentro di me:

Potevi stare piu’ attenta a quello che combinava il tuo pargolo, vecchia rincoglionita, mentre ti infilava la scatola del gioco tra i dvd e il tagliacapelli.

Alfeo Sassaroli, personaggio creato da Mario Monicelli e magistralmente interpretato da Adolfo Cieli. Sento che la mia voce gli somiglia in qualche modo. Bene! Vuol dire che oltre a far qualcosa di buono per me e per la signora, stasera onorerò la memoria di un grande. 

Sorrido e riverso nella mia espressione tutta la stima e l’amore che ho per quel personaggio.

Noto con piacere che il marmocchio ha smesso di fissare la scatola e ora mi osserva con la stessa attenzione di un giocatore di poker.

Fa bene a preoccuparsi. In questo momento per lui rappresento una variabile non calcolata, una carta estratta dal mazzo degli imprevisti, l’imponderabile, l’accidente o probabilmente il suo primo vero e autentico cetriolo: piombato all’improvviso quando ormai pensa di avere la vittoria in pugno. Neanche ci crede, è ancora troppo giovane, troppo inesperto: finora ha potuto confrontarsi solo con una vecchia rimbambita e un padre inesistente contro i quali deve aver vinto sempre, anche barando come quella sera.

Ora osserva, ragazzo, come gioca un uomo e impara: quando sarai più grande probabilmente ti ritroverai anche a ringraziarmi, ma tra poco mi odierai a morte.

Noto con piacere, come se il tempo stesse scorrendo al rallentatore, che la bocca del ragazzino ora ha la forma di un “oh”.

«Si, capisco» gli dico parlando il più velocemente possibile «vede sto tornando in negozio per farmi cambiare la batteria del mobail, cavaduri se è una brutta ogna, ma devo aggiungerci anche un’antenna treggì per l’uemmetiesse» adesso rallento il ritmo e scandisco bene le parole, così da far giungere il messaggio a destinazione «il prezzo più o meno si avvicina a quello del gioco finito accidentalmente nella sua borsa della spesa» e indico la scatola ben serrata dalle mani unticce, ora improvvisamente pallidissime del ragazzo.

Come da programma la signora finge di capire la prima parte, ma la sua attenzione è massima mentre il mio discorso torna a essere comprensibile. Proseguo col mio piano: «Le do 50 euro in contanti per la scatola e lo scontrino, mi aspetta qui, faccio tutti i cambi, faccio io la fila per lei e alla fine le riporto lo scontrino stornato cosi’ la garanzia per gli altri acquisti rimane valida, che ne dice?»

Il marmocchio spalanca la bocca, vorrebbe dire “che è mobail? Uemmetiesse treggì? Cavaduri?!? Ma che dici?”, ma ho fatto apparire una baconota da 50 euroi in mano, la signora non ci pensa due volte, la afferra ed esclama: «Dagli la scatola!» finalmente la voce è ferma ed ha un tono che è un piacere ascoltare «SUBITO!»

«MA che ‘vvoi, astronzo! Mavaffancu… » la salva di parolacce, giunge tardiva e suona patetica, quasi commovente, ma la stronco sul nascere col mio solito garbo.

«Lemanotto io! Cosa crede? Io non sono suo padre e nemmeno sua madre, quindi se lo dice un’altra volta si ritroverà appiccicato al muro prima ancora di dire ANTANI e non in senso ANAFESTICO, ha capito? E ZITTO!» sto improvvisando, il Sassaroli che c’è in me si manifesta in tutta la sua potenza con un’ottava più in basso rispetto alla voce stridulo-gracchiante del moccioso, e godo come non mi capitava più da anni. Il tono è duro, libero la furia che vorrebbe farmi appiccicare al muro quel giovanotto sfacciato e tutti quelli che stasera sono in giro a creare traffico nella spasmodica ricerca di un “regalo per Natale”. La concentro nel diaframma che mi ritrovo così a usare in tutta la sua estensione, la mia voce suona diversa, profonda come se fossi diventato veramente Adolfo Celi e stessi realmente interpretando il Sassaroli anche se per un pubblico di una sola persona.

La mia mano afferra la scatola e la strappa senza garbo. La sua mano cede, sa di aver perso ed è completamente disorientato: credo sia la prima volta che una delle sue “marachelle” finisce tanto diversamente da come era abituato.

Qualcuno guarda nella nostra direzione. È tempo di infierire e chiudere la questione:

“Vae victis”.

«Signora, se questo qui ha una paghetta»  e indico il volto sgomento del moccioso «io al posto suo gli farei pagare almeno la cifra che non posso darle con il cambio»

«Solo?» risponde la donna, il tono della voce deciso e risoluto, finalmente, e stavolta mi spavento io: sembra diventata un’altra persona «Penso proprio che pagherà tutto… per lo scontrino non fa niente: ne ho pagato la registrazione così posso farlo valere anche se il cartaceo va distrutto; si è fatto proprio tardi, la ringrazio tanto, ma devo andar via: buonasera». Non le domando Che fine ha fatto la donnicciola rincoglionita e poco attraente che stava per farsi fregare dal proprio figliolo per l’ennesima volta perché ho voglia e fretta di concludere.

Tira uno scappellotto al moccioso, ora in lacrime, gli ordina di seguirla senza fiatare e si avviano tutti e due verso l’automobile. Lei sta camminando a una spanna da terra, felice di aver ribaltato le sorti di una battaglia che credeva ormai perduta, come tante altre prima di quella.

Forse, dopotutto, ho davvero fatto un favore a entrambi.

Rientro al mediaworld.

È l’ora del trionfo.

«Mi scusi» dico alla guardia «ho sbagliato a comprare il gioco, non mi sono accorto di aver preso la versione per playstation3 e a me serviva quella per windows» dico mostrando scatola metallica e lo scontrino»

La guardia mi indirizza verso il banco del servizio alla clientela.

La ragazza dietro al bancone prende la scatola e lo scontrino, in cambio mi da un buono da spendere pari a 84 eur. Emetto un fischio. Ricordavo che i giochi per PS costano molto di più di quelli per Windows, ma non ricordavo quanto.

Su cosa fare con la differenza ho pochi dubbi: un bel libro.

La scelta ricade su Gomorra, di Saviano; ci aggiungo un pacchetto di batterie stilo che tornano sempre utili et voilà più o meno arrivo alla cifra ottenuta in cambio di 50 euro e una supercàzzola brematurata con scappellamento a destra.

Mentre le mani sono serrate sul volante della mia ‘600 diretta verso a casa, non riesco a smettere di canticchiare “Bella figlia dell’amore” e pregusto il momento in cui aprirò la scatola piena di cose che rendono felice un videogiocatore incallito come me, insieme alla sottile soddisfazione d’aver “scappellato a destra una supercazzola” come solo gli “Amici Miei” riuscivano a fare.

Dopo tanti anni cupi questo è il mio primo, vero, felice Natale.

Spero ce ne siano altri.