Torri e Torrioni – senza fondamenta crollano, anche in letteratura.

Il castello delle favole, complici le opere di ingegneria austro-ungariche, del XVIII e XIX secolo e tutto quel che sorge nella valle della Loira, ha un aspetto ben preciso.

Ha un sacco di torri, merli e passaggi sospesi merlati e merlettati, guglie, pinnacoli e altre allegre decorazioni. Un mio collega scrittore, autore di un romanzo intitolato “I Racconti dell’Orda” e che mi ha fatto ridere a crepapelle, ha spiegato bene perché i castelli, quelli che hanno resistito a guerre e invasioni, hanno tutto un altro aspetto.Forte_di_San_Leo.jpgEcco, questo è un castello. Ogni singolo elemento ha una sua funzione studiata al millimetro per magnificare la potenza delle armi installate tra le sue mura, proteggere i suoi abitanti e causare problemi a chi invece tenta di espugnarlo.

Per chi volesse farci un salto si trova a San Leo, in provincia di Rimini ed è noto anche come “Il Castello di Cagliostro” poiché il conte vi trascorse i suoi ultimi anni di vita rinchiuso.
Molto spesso invece trovo descrizioni fantasiose di veri e propri castelli in aria. Cioè: magari fossero davvero castelli volanti come in Laputa, almeno si potrebbe sognare come si deve. No: sono castelli con mura spesso d’intralcio per i difensori, torri altissime dalle quali un arciere fatica a prendere la mira e fatica ancora di più a salire in cima. La torre è alta quanto? Ogni metro sono circa 6 scalini, meglio 8. Trenta metri di torre? 240 scalini, hop: sai come ti senti dopo aver salito 240 gradini di corsa, magari con due ceste piene di frecce? Muri alti più di 10 metri? Va bene, ma aldilà dei costi di realizzazione, quanto ci mettono i rinforzi a salire sulle mura per dare manforte ai difensori? Nessuno, ma neanche gli autori più quotati, ha mai considerato il fatto che un essere umano, pur essendo in grado di affrontare scalinate anche impegnative, ha qualche noia con esse.
Insomma è dura per me credere che i difensori “balzano” sulle mura dopo che le hai descritte come ciclopiche solo il capitolo prima, alte fino al cielo. Ponendo il “cielo” a 30 metri… e ce ne vuole per costruire un muro alto quanto un palazzo di dieci piani, stiamo parlando di 22-24 gradini  per piano e quindi riecco i nostri bei 240 gradini da salire di corsa. Balzano? Sì, in una decina di minuti sono arrivati su e quel che doveva succedere è successo.
Un mio collega di scrittura, Andrea Villa autore di un libro intitolato “I racconti dell’Orda” ha condotto un analisi spietata contro certe invenzioni letterarie, molto oniriche, ma pessime sul piano difensivo.
Ha preso degli orchi, gli ha dato un cervello degno e li ha mandati ad assaltare il castello della “bella addormentata”, cioè non era quel castello lì, ma uno che gli somigliava pizzi e merletti inclusi. Potete immaginare com’è andata a finire. Il libro di Andrea è ironico e lo scambio di battute tra orchi e umani è uno spasso, ma un eventuale castello/torre/rocca costruito senza nessuno dei criteri adottati a S. Leo posso garantire che durerà meno di un Gatto sulla Salaria (un tempo breve rispetto alla sua aspettativa di vita).
E vogliamo parlare di quei personaggi a metà strada tra “Il vecchio saggio della montagna” e “mago Merlino in salsa Disney” che infestano puntualmente roccaforti e torri costruite su picchi inaccessibili?
Il ridicolo è dietro l’angolo: il castello di S. Leo sorge in cima ad un picco, ma è accessibilissimo. Una comoda salita lunga qualche centinaio di metri termina davanti al muro tra le due torri che hai visto in foto e i difensori hanno tutto il tempo di bombardare un eventuale assediante, se questo osa entrare nel raggio d’azione delle armi.
Spesso invece trovo rocche e castelli costruiti “ad minchiam” in cima ad una guglia di roccia. Molto romantico, per carità, ma se non c’è un background solidissimo su cui costruire quella rocca, nella mente del lettore si sgretolerà al primo alito di vento.
Faccio un esempio letterario: la strega di Rapunztel vive in una torre altissima e ci tiene rinchiusa la principessa. Per salire e scendere usa i capelli della ragazza. E prima come faceva? E chi ha costruito quella torre? Perché proprio in mezzo al bosco, nascosta tra gli alberi? Se voleva stare nascosta non poteva costruire una casetta a un piano solo?
La torre di Rapuntzel crolla miseramente appena una di queste domande non trova una risposta adeguata.
Invece altra torre, altra principessa: “Il castello di Cagliostro”, Hayao Miyazaki. Anche qui abbiamo un castello, ma munito di alte mura con saliscendi per portare in fretta uomini e mezzi, ascensori e sistemi di difesa adeguati a mettere in difficoltà anche Arséne Lupin III. Per quanto “Onirico” il castello immaginato da Miyazaki funziona egregiamente (non a caso è un riuscito incrocio tra la rocca di S. Marino e il castello di S. Leo, luoghi che hanno fortemente ispirato l’autore).

Il castello di Cagliostro - Locandina Come potete vedere sullo sfondo il castello è enorme, ispirato ai castelli austro-ungarici per elementi architettonici, caotico come la rocca di S. Marino e inespugnabile come S. Leo che è collocato su uno sperone. Nel film di Miyazaki il castello ha anche altri dettagli (tipo torrette da difesa laser, trabocchetti ecc… ecc… ecc…) che testimoniano un accurato lavoro di progettazione a monte: non un solo elemento visivo è messo lì per caso. Nella trama e quindi nei dialoghi è inserito ogni dettaglio necessario per rendere plausibile la presenza di un certo tipo di difese, o la posizione di un orologio, di una fontana, di una statua… se è stato disegnato potete scommettere che c’è un motivo e di solito più d’uno.  Descrizione funzionale, in questo caso “grafica”, ma comunque funzionale. Prendiamo il disegno qui a sinistra: si vede un corpo centrale costituito da un edificio di grandi dimensioni in cima, uno più basso caratterizzato dal portone e da un grande arco, la cattedrale in basso a sinistra con il campanile a vela e la torre-prigione sulla destra. Si intuisce, sopra l’edificio a sinistra sopra la cattedrale, l’eliporto. Lo stelo su cui poggia la torre del prigioniero nasconde il trabocchetto che precipita un eventuale intruso nelle segrete. Il tetto dell’edificio principale sarà usato da Lupin come trampolino per entrare nella torre del prigioniero. Ciò che mi suscita sempre grande ammirazione per questo piccolo gioiello di animazione è la coerenza con cui i dettagli vengono rappresentati, tutto considerato che si tratta di un film realizzato alla vecchia maniera: a mano. I parallelismi con la scrittura ci sono e si sentono.

Per quanto fantasiosa, la rocca dei Cagliostro è formidabile, temibile e plausibile anche  e soprattutto grazie ad un background solido e pensato con cura: tutto il film è pieno di rimandi alla storia passata, alla fine che hanno fatto i nemici del piccolo stato alpino, alla spasmodica e continua ricerca nei sistemi di sicurezza e nella falsificazione altamente sofisticata… insomma, la storia si regge bene e il castello fa la sua degna figura.

E tu: quando hai costruito il tuo castello, hai pensato di guardare su cosa poggia?

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World-building – 1

Innanzitutto cos’è? Avete presente l’ameno mestiere del Demiurgo? Colui che costruisce e orchestra l’universo e tutto quel che vi accade, fino all’ultimo atomo situato nell’angolo più remoto? Si tratta proprio di questo con un importantissimo distinguo: uno scrittore non si limita a fare il Demiurgo: lo è.
Qualcuno potrebbe semplicemente chiamarla “costruzione dell’ambientazione”, ma questa locuzione è molto riduttiva. La costruzione dell’universo narrativo non riguarda solo la mera scenografia, ma coinvolge numerose altre discipline: storia, geografia, fisica, letteratura, religione, architettura e una Mole di eccetera in senso chimico. In chimica una Mole è il numero di atomi presenti in una massa in grammi pari al peso atomico e corrisponde a 6,022*10^23 cioè 6022 seguito da 20 zeri e questo per ricordare che il numero di dettagli da prendere in considerazione, durante la creazione dell’universo, deve essere grande.

Di fatto mi sono reso conto di aver messo a punto delle tecniche simili a quelle che Tolkien ha utilizzato per Arda e i libri che vi sono ambientati (Silmarillion, Hobbit, Signore degli Anelli). La differenza sostanziale tra me è Tolkien è la cultura: lui era un professore universitario, un filologo e un linguista eccezionale. Io sono un impiegato col pallino della montagna ed esperto in programmazione a oggetti…. ed espertissimo in materia di giochi di ruolo con oltre 20 anni di esperienza sulle spalle ^_^
In un confronto tra me e Tolkien, questo mi darebbe tanti di quei punti che a contarli tutti diventerei vecchio prima di finire, però come esempio calza.

Il primo passo è stabilire i confini del proprio universo. Eugène Ionesco nel suo “Le Sedie” offre un esempio affascinante e maneggevole per capire questo concetto. I confini delimitano tanto l’area d’azione dei personaggi di una storia quanto il raggio d’azione dei loro sensi e del loro pensiero. Questo si estende tanto nello spazio quanto nel tempo… in un certo senso stiamo parlando di un sistema in 6D come per la mia Tharamys.
I confini spaziali sono facili da individuare: nel caso de “Le sedie” sono una stanza situata in una casa in cima alla scogliera dalle cui finestre si vede il mare. Tutta la storia si svolge entro queste mura. Gli altri confini sono più difficili da individuare, ma ci sono: fuori da quella stanza ci sono una casa, una scogliera, una città situata da qualche parte lungo le coste francesi e c’è Parigi. Ci sono anche dei confini temporali che vanno dal momento in cui i due protagonisti (marito e moglie, anziani) si sono incontrati, al loro arrivo a Parigi, fino al momento in cui sono pronti per la rivelazione finale e la storia si conclude. Da un punto di vista temporale i confini vanno dall’ingresso nella stanza piena di sedie fino all’arrivo del relatore e al… gran finale (di cui non anticipo nulla) poco dopo l’uscita di scena dei protagonisti, ma l’altro estremo del confine è parecchio indietro nel tempo, almeno fino al giorno in cui i due arzilli vecchietti si incontrano per la prima volta e coprire un arco temporale di circa 60 anni o poco meno.

Quindi si procede con le descrizioni: si scrive, signori, ma nulla di quanto scritto finirà nel vostro racconto così come non se ne trova traccia nell’opera di Ionesco se non per gli innumerevoli accenni presenti nel testo e che riguardano i trascorsi del “Vecchio” (il protagonista maschile).

In questo lavoro di scrittura, tuttavia, è lecito scrivere per se stessi, lavoro facile che non richiede editing o correzione delle bozze: si possono sbagliare tutti i Punti Di Vista, i tempi e anche i congiuntivi. L’unica regola è che sia chiaro a voi che siete i destinatari di questa scrittura.

Sembrerà ovvio, ma per cominciare si deve conoscere esattamente la struttura esatta della storia: quando inizia, chi sono i personaggi e come finisce la storia o almeno un’idea di massima sul finale. Questi elementi non sono statici e immutabili, ma consentono di indirizzare la scrittura.

Si comincia dai confini “esterni” e si descrive la città, la casa dove si trova la stanza, la strada che collega la città a Parigi… Parigi che è andata distrutta per cui quella strada potrebbe nascondere numerose sorprese.

Si scrive di come è andata distrutta Parigi, si scrive di cosa è successo alla Francia e, per sommi capi, al mondo. Si scrive la storia dei due profughi, il Vecchio e la Vecchia, dalla loro nascita al loro arrivo alla città e alla casa in cui abitano e dove lui lavora come “maresciallo d’alloggio” vale a dire portiere.

Poi si passa a descrivere la stanza… se abbiamo deciso, come Ionesco, di svolgere l’intera vicenda in quel luogo, ma già la descrizione della stanza sarà influenzata da quello che abbiamo scritto riguardo la città dove si svolge la storia e i racconti relativi la città, la Francia, il mondo.

Avete mai provato a disegnare su un palloncino? A prendere un pennarello, disegnare un faccione sorridente e poi gonfiarlo? Il Faccione durante il gonfiaggio tenderà a sbiadire e a perdere i suoi connotati.
Provate a fare il contrario: con uno stilo leggero (o un pennarello a punta sottilissima) tracciate il vostro faccione sopra il palloncino gonfio, chiuso con una forcina per capelli o altro oggetto facilmente rimovibile. A disegno ultimato sgonfiatelo. Il disegno sul pallone sgonfio apparirà incredibilmente definito e nitido, ma il pallone starà comodamente in una tasca.

Tolkien ha fatto lo stesso: ha scritto una quantità di racconti mostruosa, tant’è che il figlio ci ha campato e continua a campare con i “Racconti perduti”, “Racconti ritrovati”, “Racconti incompiuti” e via discorseggiando. Poi ha messo in cantiere “Il Signore degli Anelli”, libro unico eh? La suddivisione in tre parti l’ha fatta i suoi editori. Quello che ha tirato fuori è un opera corposa, ma dove ogni singolo elemento narrativo ha una sua precisa connotazione, senza sbavature, senza elementi autodefiniti: c’è una spiegazione per tutto. Leggendo Tolkien non si ha l’impressione di muoversi su di un palco dove gli attori si arrangiano coi fondali di cartone dipinto, ma ci si trova davanti ad un mondo vivo, coi suoi popoli, ognuno con i suoi usi e tradizioni, divinità, tipi di scrittura differenti, modi di dire, stili architettonici (coerenti, tra l’altro) e innumerevoli altri dettagli amalgamati superbamente tra loro e frutto di un certosino lavoro di scrittura a monte (il Silmarillion e gli altri racconti di cui sopra).
Pochi scrittori hanno creato un continuum narrativo così ricco e denso. Ci ha provato la McAffrey coi dragonieri di Pern (un po’ monotematico). Jack Vance col suo Tschai e pure Marion Zimmer Bradley con Darkover o Clive Cussler con la National Underwater Marine Agency o NUMA con la quale ha coinvolto anche figli e amici a produrre romanzi di successo. Gli esempi di romanzi con la medesima ambientazione sono numerosissimi: Twlight, i romanzi della Cornwell, il ciclo dei “Pirati” di Salgari e le storie di Sandokhan, come pure le storie di Asimov dal ciclo dei Robot a quello della Fondazione… e altri splendidi eccetera (ok, a parte Twilight che proprio non mi è andato giù, ma è questione di gusti).
Il bello di lavorare in questo modo è che se l’ambientazione è costruita a dovere, scrivere
diventa più semplice. Non si tratta di “progettare” in senso proprio, ma una volta che hai definito certi elementi narrativi, non devi perdere tempo a ricrearli ogni volta: puoi riproporli e invece di sembrare “uguale a te stesso” offrirai ai lettori abituali un senso di familiarità e appartenenza con l’ambientazione e le vicende dei personaggi fortissimo.

Nihil sub sole novi direbbero gli antichi: sono strumenti ampiamente utilizzati da scrittori di successo e che sto riproponendo in questi articoli al fine di offrire una sorta di compendio o di cassetta degli attrezzi per scrittori dilettanti come il sottoscritto.

Per chiudere questo primo articolo sul world building vi invito a pensare a quale serie di romanzi vi ha colpito, poi provate a riproporla a voi stessi un’altra ambientazione. Chessò… il Signore degli Anelli raccontato in chiave fantascientifica, per dire, con le astronavi di Mordor che sbarcano su Arda e ne avviano la conquista. Poi provate a scrivere minimo una cartella, massimo tre, per raccontare a voi stessi come può apparire questa nuova ambientazione.

Pagare per pubblicare: ecco quando conviene.

Editore a pagamento o no? È una domanda che, al pari del pollo coi peperoni mangiato a cena, si ripropone con regolarità. Cos’è un “Editore A Pagamento” o EAP come viene chiamato nel nostro ambiente? Si tratta di un soggetto che, dietro pagamento, produce un certo numero di copie del romanzo nel cassetto che molti di noi hanno.

Come funziona? Facile: si propone il romanzo ad uno di questi soggetti (di cui mi rifiuto di indicare anche un solo nome per mie convinzioni personali, ma di cui è facilissimo trovare indirizzi e contatti per motivi che pure diventaranno evidenti) e si ascolta il preventivo che questi propongono. Di solito presentano un bel pacchetto completo, incluse 100 copie da mettersi in tasca (mai meno di 2500 euro di spesa) che include l’editing, la correzione di bozze, la copertina, la quarta e qualche rarissima volta persino eventi promozionali come una o due presentazioni in un luogo molto frequentato.

…e conviene?
No.
Togliamo ogni dubbio: non conviene. In Italia si legge poco e riuscire a vendere più di 50 copie (che è tantissimo) in capo a sei mesi con uno di questi editori implica che si è incappati in una persona tutto sommato seria. Se lo trovate ditelo anche a me, io finora ho solo trovato immani fregature dalle quali mi sono ben guardato.

Però ho scritto nel titolo “ecco quando conviene” perché? Perché esiste almeno un editore serio, che ama il tuo libro, vuole che sia la rivelazione editoriale del secolo e vuole che sia tu ad arrivare a quel tanto agognato successo… non solo: è disposto a prendersi dal 10 al 30% del prezzo di copertina lasciando a te il resto.

Di chi sto parlando? Di Testesso Editore. La Testesso edizioni sceglie l’editor migliore sulla piazza (un editing professionale costa tra i 2 e i 5 eur a cartella) il correttore di bozze (0,5 eur a cartella), il grafico (una cover ben fatta costa intorno ai 100 eur) e sceglie i canali promozionali off e online più adatti…

Non ci credi?
Facciamo 2 conti:  il tuo romanzo nel cassetto da 300 cartelle costa 1500 eur di editor (ma a volte anche meno: quando sono opere così corpose l’editor può anche fare uno sconto e scendere fino a 1000 eur). La correzione di bozze ti costa altri 150 eur, la copertina 100 eur. Totale: da 1750 fino a 1250 eur per la produzione del testo.
Ebook o Cartaceo: perché non entrambi? A patto di curare personalmente l’impaginazione (e qui c’è parecchio lavoro da fare) esistono software open source adeguati per impaginare un ebook e un libro, così come esistono servizi che dietro un 10% del prezzo di copertina inviano a tutti gli store online e rendono disponibili offline l’ebook e il cartaceo stampato “On Demand”. Vuol dire che la libreria “Antani” di “Abbiatemagro di Brianza” riceve un ordine per il tuo libro, lo inoltra al service (tipo Pub.me o Streetlib.com) e nel giro di pochi giorni si vede recapitare la copia richiesta senza costi aggiuntivi. Miracolo? No, semplice economia: né buona, né cattiva.
Dunque al costo del 10% (o del 30% nel caso di Amazon) il libro o l’ebook arrivano al cliente. L’autore non paga altro eh? Miracoli del Print On Demand e del Digital Delivering.
A questo punto ci “avanzano” 750 eur, dal budget… vale a dire quei 2500 eur che, minimo, ci chiede l’EAP.  Come spenderli? Pubblicità. Google ADWord, Facebook e compagnia bella, a patto di individuare correttamente il nostro pubblico, ci permetteranno di vendere in sei mesi almeno un centinaio di copie.
E dunque a che prezzo devi vendere? Mettiamo che metti l’epub a 9,99 eur e il cartaceo a 15 eur. Il cartaceo vende 66 copie e l’epub 34: 990 eur e 339.66 eur rispettivamente, totale 1329 e spicci dai quali, tolta l’iva al 4%, rimangono 1276,45 e poi anche il 10% dello store online (127,6 eur) eur solo per i primi sei mesi (se tutto è andato bene eh? Io non ci sono mai riuscito). Se ci si impegna e si comincia a lavorare anche offline con presentazioni. Le librerie non ti accettano se non hanno visto i dati di vendita del tuo libro e anche così, prima di fidarsi… meglio organizzare un evento con amici e parenti e amici degli amici in una pizzeria, un bar, un altro locale in tema col libro.
Il gestore sarà contento perché gli porti gente, tu sarai contento perché venderai tante copie, i tuoi amici e gli amici degli amici pure perché se hai scelto bene il posto passeranno del tempo in modo molto piacevole.

Fatti i conti, dopo un anno sei ancora sotto di qualche centinaio di euro… però: se avessi pagato l’EAP ci avresti rimesso 2500 euro minimo, ti saresti ritrovato con un libro editato in modo sommario (nel migliore dei casi) e senza correzione di bozze accurata, una copertina da 5 e mezzo e 100 copie di un libro che probabilmente è meglio non far leggere: con tutti gli errori, i refusi, gli spaginamenti che contiene ti creeresti una fama negativa dalla quale non ti libereresti più.

Con l’autopubblicazione realizzata in modo serio invece hai realizzato un prodotto che:
1) Si può leggere senza far brutte figure perché non ha errori se non qualche minuscolo refuso come nei libri prodotti dai grandi editori (e a volte è anche meglio).
2) Ti ha fatto crescere: lavorare con un editor professionista, con un grafico, con un correttore di bozze e probabilmente anche con un commerciale ti ha permesso di acquisire delle abilità che prima non avevi e di affinare grazie al lavoro quelle che possedevi già.
3) Hai costruito il primo, fondamentale, mattone della tua personale fama. Buona o cattiva che sia ne sei stato tu l’artefice e succederà una cosa strana: quando anche a distanza di tempo prenderai in mano il libro che hai scritto non vorrai cambiarne neanche una riga.

Domande e Risposte:

perché un EAP no e invece pagare un editor va bene?
Perché l’editor è un professionista che con la parola ci campa. Se tu pubblichi un libro ed hai successo, automaticamente lui (più spesso lei) è felice perché significa attrarre nuovi clienti. Se comunque sei soddisfatto del lavoro, per l’editor sei prezioso perché ne parlerai bene (o più spesso scriverai sul tuo blog, sulla pagina autore… ecc…). Dietro pagamento di un piccolo supplemento l’editor ti scriverà la quarta di copertina (o ti indicherà cosa scriverci) per ottenere un testo d’effetto. Io suggerisco di approfittare.

Ma a che accidenti mi serve il correttore di bozze se già l’editor mi ha corretto tutto?
L’editor ti ha impostato tutto: personaggi, trama, climax, ambientazione, otturazioni dei buchi nella trama e incongruenze varie. Tu hai fatto il lavoro, l’editor corregge il testo in modo semi-approfondito (non è il suo lavoro), talvolta lavora su tre passaggi (ma non costa mai meno di 4 eur a cartella)  e quindi ti controlla ancora meglio il lavoro, ma dopo l’ultimo passaggio se fai errori non li vedrà. Il correttore di bozze prende il testo “definitivo” e scova TUTTI gli errori di ortografia e sintassi residui e lavorerà bene quanto l’editor, nel suo campo. Ama il tuo libro e vuole che risplenda anche grazie al suo contributo: non gli serve a niente intascarsi i tuoi soldi se poi parlerai male del suo lavoro. A volte il correttore ti cura anche l’impaginazione e può valere la pena pagare anche per questo servizio: il costo per cartella aumenta.

E il grafico? Che ho da imparare da un grafico?
Più di quello che immagini. Se ha un minimo di esperienza in ambito pubblicitario saprà tirare fuori una copertina accattivante e ti spiegherà i motivi. Alla copertina successiva sarai in grado di dare degli ordini molto più precisi al grafico e verrà ancora meglio.

E come promuovo il mio libro?
Benvenuto nella mia scomoda barchetta: non ne ho idea. “Il Torto”, nel mentre che scrivo, ha venduto 7 copie a 2,99 eur l’una. Però ne ho distribuite gratuitamente circa 300 di queste sono state lette 1/3, di questi 100 lettori quattro hanno lasciato una recensione su Amazon, un paio mi hanno chiesto se esiste il cartaceo, molti altri solo un “grazie” e “molto carino” via email. Uno mi ha recensito in modo negativo, ma è stato piacevolmente accurato e mi ha dato tante idee su come migliorare il seguito. La distribuzione “gratuita” avviene col contagocce (non ho speso in pubblicità) ma conto di arrivare a 400 copie distribuite prima che esca il seguito del Torto e poi, si spera, quelli cui è piaciuto il primo libro decideranno di acquistare il seguito. Che non è il seguito, ma un’avventura che si colloca temporalmente dopo i fatti narrati nel “Torto” e che può essere letta anche in modo autonomo.
Se tutto va bene potrei vendere da 20 a 50 copie.
Però se mi chiedi “come fai a vendere” ti rispondo: chiedi altrove, io non ho venduto che 7 copie, per ora, ma se il metodo che sto mettendo in pratica funziona lo scriverò su queste pagine.

Quindi non si guadagna niente?
Dipende cosa intendi per “guadagnare”: ti ho appena dimostrato che con l’autopubblicazione ottieni più che con un EAP, senza contare che un buon corso di scrittura, creativa e non, costa circa 10.000 eur l’anno per tre anni (fonte: scuola Holden) invece un’autopubblicazione realizzata in modo serio ti porta via un anno e costa 1/4 o anche meno. Se il tuo obiettivo è pubblicare il tuo libro e basta allora mi spiace di averti fatto perdere tempo. Se invece vuoi essere uno scrittore, be’ l’autopubblicazione è una strada percorribile, più costosa di quello che ti racconta Amazon KDP, ma comunque ricca di soddisfazioni.
I guadagni… magari arriveranno anche quelli, ricorda che la conoscenza paga sempre e con interessi elevati, anche se a volte lo fa in modi… oltre ogni immaginazione.

7 motivi per cui è meglio non cavalcar draghi…

…non tanto facilmente almeno. La letteratura è piena di cavalieri in sella a destrieri più o meno interessanti. C’è stato Perseo in sella a Pegàso, ma non è stato mica l’unico. Astolfo e il suo Ippogrifo per citare un altro eroe leggendario… ma sicuramente il “top di gamma” delle cavalcature mitiche è il drago. Vedremo ora come questa specie di Rolls Royce dei cieli è piuttosto scomoda da gestire se non si ha una cultura ben solida.

In occidente il drago è una bestiaccia. Nella letteratura medioevale occidentale è sempre stato legato al maligno, complice un passo dell’apocalisse di S. Giovanni. Ma non è ch ei popoli nordici ne andassero pazzi: Miðgarðsormr è il drago che distruggerà l’albero del mondo rosicchiandone le radici e dando così inizio al crepuscolo degli dei, il Ragnarok. Ne consegue che a cavalcar draghi erano sempre personaggi legati a Satana e alle sue molteplici apparizioni, per i cristiani e per i nordici era “l’inizio della fine”. Nella letteratura Cinese e in generale nella mitologia orientale invece il drago è un elemento positivo, portatore di fortuna, di armonia, equilibrio… compare un po’ in tutte le culture, talvolta è un dio (per gli Atzechi è Qezalcoatl, il serpente piumato), talvolta no, ma comunque dotato di poteri soprannaturali.
Per vedere la figura del drago riabilitata anche in occidente, almeno in parte, bisognerà attendere la seconda metà del XX secolo.

1) Un drago vola veloce, mai sotto i 30km/h del volo planato o anche le sue ali prodigiose vanno in stallo (a patto di avere una bella termica sotto la coda), se no si sale fino a 80-90km/h. Per una creatura vivente è una signora velocità di crociera, date anche le dimensioni. Se pensate che questo non sia un problema vi invito a fare questo esperimento: viaggiate per una mezz’oretta a 30km o più con gli occhi ben spalacati, senza alcuna protezione.
Bene, ora procuratevi un buon collirio, che deve diventare ottimo se avete viaggiato per lo stesso tempo a 60km/h. Tutti i volatili hanno una membrana nittitante che protegge la cornea durante il volo. I draghi non fanno eccezione. Il pilota deve possedere una qualche protezione, magica o naturale, altrimenti dopo i primi dieci minuti di volo rimane semi accecato… e non è bello rimanere in questo stato quando devi far atterrare un bestio con un apertura alare degna di un jet.

2) Un drago ha la corazza. Le sue scaglie dure e leggerissime hanno la stessa struttura della pelle di squalo. Questa è chiamata anche “smeriglio” per via dell’effetto che ha sui subacquei quando accidentalmente vengono “strusciati” da uno squaletto di barriera. Ora immaginatevi che fine fa il fondello dei calzoni di un cavaliere, ma pure le cinghie di una sella dopo qualche ora di volo. Non parlo del fondoschiena del cavaliere solo per una questione di decoro.

3) Come mezzo di trasporto il drago è costoso. Sebbene integri la sua dieta con elementi di origine minerale quali quarzo, granito e metalli, predilige gemme ad elevato contenuto di carbonio (vedi alla voce diamanti) e metalli compatibili con la propria corazza, così da mantenerla in buona efficienza. In alternativa si accontenta di un quantitativo di vergini… o mucche (o altro animale di stazza equivalente) pari al suo peso ogni mese. Avete idea di quanto costa una mucca?

4) Come arma in battaglia: certo è un valido motivo per avere un drago, ma essendo senziente decide lui se attenersi agli ordini o suggerirne di migliori. Di certo non ha bisogno di un peso supplementare sulla schiena dalla vista corta, limitate capacità belliche (una spada ha un raggio d’azione inferiore al soffio e agli artigli del drago, una balestra colpisce più lontano, ma è imprecisa a causa delle condizioni di volo e comunque è inefficace contro un altro drago) e capacità intellettive ancora meno entusiasmanti. Un improbabile cavaliere, oltre ad avere dei calzoni davvero resistenti, avrebbe il ruolo di portafortuna… avete presente quelle cose che si appendono al retrovisore? Se volete che il vostro drago abbia un cavaliere dategli un valido motivo per compiere lo sforzo.

5) Impossibilità di usare armi convenzionali. Vediamolo da vicino questo “cavaliere” dei draghi: che arma usa? Una spada? E che ci fa in volo con una spada? Quando l’avversario è a portata (1,5 metri) la sua cavalcatura ha dovuto compiere una bella serie di acrobazie per permettergli di colpire… fa prima a colpire lei con la coda, gli artigli, il morso o il soffio. Una lancia come in Dragonlance? Certo, ma deve essere, come lunghezza, pari almeno al collo del drago così che, al momento buono, quest’ultimo si scansa in basso e il cavaliere infilza l’avversario. Come farà il cavaliere a recuperare la lancia che è rimasta nel corpo dell’avversario è un problema da risolvere e non è banale. Inoltre maneggiare una lancia lunga anche più di otto metri richiede una forza non comune il che aumenta di molto il peso che il povero drago deve caricarsi sul groppone. Le armi da tiro sono più leggere, ma hanno un limite legato alla modalità di volo del drago che, per ovvi motivi, fa su e giù a meno che non sia in picchiata o volo planato. Dunque l’arciere deve avere un’arma e capacità straordinarie per mirare stando in sella e in volo. Armi da fuoco? Be’ ho conosciuto draghi che avevano, come cavaliere, un pistolero, ma… avete presente la questione del soffio? Il drago in questione con un soffio ha tirato giù due elicotteri apache. Che gli fa una pistola a un elicottero? Altro discorso è se il cavaliere ha una RPG o un bazooka, la cosa diventa più movimentata, ma mi sa che stiamo uscendo fuori dal fantasy per entrare in un altro regno.

6) No, dai veramente: a che ti serve un drago? A far volare il tuo eroe e a farlo apparire figo? “Tostezza e Miticità non hanno prezzo (Po – Kung Fu Panda)”. Un drago è la creatura magica più potente che sia mai stata immaginata. Rappresenta per le creature magiche quello che il mito di Atlantide rappresenta per il genere umano. Si tratta di un archetipo complesso da gestire. Ci riesce Zelazny in spellsinger, ci riescono Weis e Hickman con Dragonlance, ci riesce un pochino Tolkien anche se fa cadere Smaug in un modo… ma possiamo perdonarlo perché lo Hobbit nasce come storia per bambini e, dopotutto, l’arma utilizzata non era proprio un’arma qualsiasi.
Se vuoi dare tostezza e miticità al tuo personaggio devi descriverlo in modo che il lettore lo veda tosto e mitico e non come uno sfigato che fa la voce grossa solo perché in sella a un drago. Drago che, viceversa, rischia di diventare poco credibile con un cretino avvitato sulla schiena.

7) Quindi? Non si può cavalcare un drago? Si, ma ci deve essere un motivo davvero valido per farlo. In spellsinger il drago accetta il suo cavaliere perché conosce tante canzoni e sa apprezzare la buona musica specie quando è in viaggio, inoltre le canzoni del suo amico umano hanno effetti magici molto potenti. I cavalieri di Dragonlance e i draghi metallici si alleano per un ottimo motivo (legato alla conservazione della specie). Tutti gli scrittori che hanno raccontato di draghi con un umano a cavalcioni, persino il tanto bistrattato Eragon, avevano un valido motivo per stare là sopra ed era un motivo coerente con la storia raccontata. In Dragonlance, per dire, la forgia di ogni lancia acquista toni epici al pari della creazione della sella. I dragonieri di Pern (Anne Mc Affrey) avevano un compito ben difficile da portare avanti come pure i draghi da loro allevati. Niente è stato lasciato al caso e il risultato è stato buono. Volare con un drago sotto al sedere gridando “Sono un cavaliere sull’orlo di una crisi di nervi, ho un drago e nessuna paura ad usarlo” se non ti chiami Ciuchino e non hai un amico dalla pelle verde che si fa chimare Shreck… lo vedi da te che non si regge.

Ricapitolando se il tuo “enroe” ha come cavalcatura un drago hai problemi logistici legati al volo “in sella” (a parità di altre cavalcature da più problemi), problemi economici legati alla vita quotidiana di un drago (alimentazione, alloggio, cure),  e di coerenza legati alla verosimiglianza rispetto all’ambientazione.
Problemi da risolvere PRIMA di iniziare a raccontare la storia. Aggiustare il tiro in corso d’opera è scomodo. Si creano incongruenze capaci di bloccare la scrittura per mesi o di far “ridere anche i polli”, altro che draghi. Certo se si vuole scrivere un libro umoristico questa è una mossa degna di un Prathett in gran forma, ma se l’intenzione è quella di sfornare la versione fantasy dell’Eneide… sono draghi tuoi, amico.

In punta di penna – 5

Le mie letture continuavano ad allargarsi: Richard Bach, con il suo “straniero alla terra” si era fatto scambiare per un libro di fantascienza. Altro che alieni: erano aeroplani e rimasi stregato nel leggere quella storia di un pilota e del suo monomotore. La lettura del “Gabbiano Jonathan Livingstone” fu un passo obbligato, ma poi incappai nei magici mondi di Asimov dove accanto alle astronavi ci aveva infilato Giganti, Cavalieri cosmici e Maghi, e in Terry Brooks e le sue pietre magiche di Shannara. Dalle stelle alle stalle direbbe qualcuno, ma fu un vero colpo di fulmine: la narrativa fantasy popolata di elfi, draghi, Nani e tutto l’allegro bestiario mi travolse entrando nella mia vita e da allora non ne è più uscita.
Nello stesso periodo conobbi Dungeons & Dragons: per molti il primo gioco di ruolo e con esso persi ogni possibilità di conoscere una ragazza per altri quattro anni. In compenso conobbi quelli che sarebbero diventati “gli amici di una vita” e coi quali iniziai ad esplorare, se pure solo con l’immaginazione, quei mondi che prima avevo visto dalla finestra di un libro. Recitare nel ruolo di un mago, un guerriero, un elfo (bleah) o di un Nano fu un’avventura incredibile, ricca, piena di emozioni e di sorprese (per tacer delle risate). Per i 25 anni successivi, fino al 24/03/2012 ogni fine settimana c’è stata la partita con gli amici e guai a toccarla. Cos’è successo 24/03/2012? Mi sono sposato… qualcuno direbbe “Alleluja!”, ma ci sarebbe voluto tanto, tanto tempo e una donna davvero paziente.

Giunto faticosamente alla fine triennio mi sentivo forte, capace di scrivere storie finalmente credibili (come se giocare di ruolo mi avesse dato una marcia in più) e avevo preso a detestare la prof di Latino e Italiano. Non avevo più l’insegnante del biennio che si era pensionata. La nuova insegnante proponeva dei temi bellissimi, oltre a quelli tipici di indirizzo così di fronte alla scelta se parlare di “Ariosto e il senso epico nell’Orlando Furioso” e “La tecnologia informatica può arrivare a produrre un intelligenza artificiale?” (l’assenza di apostrofo è voluta: si tratta di cronaca!) io non avevo dubbi: da novello programmatore e divoratore di riviste di informatica (ai tempi c’era McMicrocomputer, tra le altre) ero aggiornatissimo e ne sapevo abbastanza da rispondere in modo convincente.
Il mio italiano era mediocre, o almeno questo ho creduto finché sono giunto al quinto anno, quando spedii ad un concorso letterario un mio scritto… la storia del mio incontro con Otto Lidenbrok e quel libro fatale che mi ha aperto le porte della lettura.
Il concorso lo aveva indetto la rivista “Millelibri” che ha cessato le pubblicazioni nel 1997 e che avevo preso a seguire con un certo interesse perché suggeriva letture ottime, di ogni genere.
Storia scritta col cuore piazzato in punta di penna, nella quale non solo dichiaravo tutto il mio amore per la letteratura di ogni epoca, ma mi candidavo a diventare scrittore a mia volta per il puro piacere che condividere con altri questa mia passione mi procura. Vinsi il secondo premio, una telecamera.
Il preside fu informato dal direttore della rivista  e mi chiamò nel suo ufficio. Proprio durante l’ora di italiano. La professoressa mi apostrofò in malo modo dicendomi “chissà cosa avrai combinato”. Io sospettavo, ma non dissi nulla e continuai a non dire nulla fino a due settimane più tardi, quando con la mia telecamera nuova ripresi un filmato durante la rituale “cena coi professori” per festeggiare la fine del V anno.
Fu una doppia soddisfazione: nel mentre che spiegavo all’erudita professoressa che cosa avevo fatto per vincere quella telecamera vidi il suo volto (filmato!) diventare via via più algido, rigido e con un colore “fuori dallo spazio” per dirla alla Lovecraft. Una specie di verde malsano e tutt’altro che piacevole da guardare. Ebbe il coraggio di dirmi che “finalmente mi ero deciso a scrivere bene” e “peccato che io non mi sia deciso prima ad operare questo cambiamento: le avrebbe senz’altro fatto piacere” e mentre stava per prendersi il merito delle sue lezioni circa il mio modo di scrivere venne interrotta dai rappresentanti di classe che posarono, senza troppe cerimonie, un pacco di cartone voluminoso e pesante, sotto al naso della gentildama.
Il calvario della prof era ancora lontano dalla conclusione. Tra gli invitati di quella gloriosa serata c’era anche la bibliotecaria e quel pacco, dall’aspetto anonimo e grave, era per lei.

Se ritrovo quella videocassetta giuro che la faccio digitalizzare e poi la condividerò su Youtube.

La prof di Italiano (di cui non faccio il nome), docente di Italiano e Latino, allieva di Ettore Paratore buonanima, per tutto il triennio si era vantata di quanto erano bravi i suoi allievi, che traducevano con medie altissime Seneca, Livio, Cicerone e tanti altri autori… e devo dire che Seneca fu il più difficile da tradurre. Fino al quinto anno arrancavo con la media del 7 faticosamente ottenuto a suon di esercizi e studio. L’altro che studiava latino prendeva addirittura 9 e talvolta 10. Tutti gli altri usavano il traduttore: prima del compito chiedevano alla prof chi sarebbe stato l’autore della versione e lei, tranquillamente, lo rivelava…  e poi manteneva quanto detto! Al che i cari compagni di classe facevano la colletta, ordinavano tre-quattro edizioni differenti di vari traduttori inter-lineari dedicati a quell’autore e poi via: tutti a copiare come disgraziati.
I più smaliziati avranno intuito perché la classe aveva una media tanto alta. Quello che forse è sfuggito è che la professoressa in questione era stata l’artefice di questo “miracolo” rivelando l’autore con una decina di giorni di anticipo, ma guardandosi bene da condividere il suo rivoluzionario metodo di insegnamento ai colleghi.
Al quinto anno anche io e l’altro studioso decidemmo di servirci dell’ottimo servizio di traduzioni, che nel frattempo aveva valicato i confini della classe e raggiunto tutta la scuola: ogni giorno venivano distribuite almeno un paio di versioni a qualche classe bisognosa di aiuto. I sistemi erano più vari, ma puntualmente i foglietti con la traduzione corretta venivano recapitati e i colleghi studenti salvati da una ignominosa figuraccia.
Quella sera in pizzeria, consci che la fornita biblioteca di traduttori interlineari non sarebbe più stata necessaria, donammo tutti i libri alla bibliotecaria, sotto al naso della prof. e di tutti i suoi colleghi presenti alla cena.
Se nel vedere la mia telecamera era diventata verde, di fronte a quel blocco di libri dai nomi ora carichi di dolci ricordi: Ovidio, Cicerone, Marziale, Seneca… e tanti illustri eccetera, l’odiata prof. divenne cianotica.
Si sarebbe pensionata con tre anni di anticipo.
Nel frattempo la maturità era in dirittura d’arrivo. Io come al solito studiavo poco, ma complice il successo “letterario” del concorso e di un racconto pubblicato su una rivista (l’ormai defunta MC Microcomputer), decisi di proporre la mia raccolta di racconti ad un editore.
Così telefonai alla casa editrice Fanucci e presi un appuntamento volante. Mi ricevette un signore azzimato e molto cordiale col quale parlai di fantascienza, fantasy… e di un mio racconto sul quale venni stroncato senza pietà, ma pure incoraggiato a continuare. Quel signore si chiamava Gianni Pilo, bontà sua: ho riletto quel racconto poco tempo fa… e io sarei stato più cattivo.

Il signor Pilo, curatore dell’opera omnia di Lovecraft, autore di romanzi e saggi, mi dedicò mezz’ora del suo tempo e mi diede i rudimenti su come rendere una storia interessante.
Rileggendo i miei lavori dell’epoca e quelli attuali, mi rendo conto che ancora non sono riuscito del tutto a metterli in pratica… ma posso sempre migliorare.
Ed ecco che arriva il gran giorno: nervi a fior di pelle, studio h24/7 (inutile! Avrei fatto meglio a prendere il sole) complici genitori e altri 4 fratelli che sono più tesi di me, e arriva la prova di italiano. Tema di indirizzo: Isaac Asimov e la Fantascienza.
Sbonk.
Rido, piango, salto sulla sedia gridando Yahooo! Vengo invitato a tacere e poi mi metto a scrivere. Scrivo tutto: Asimov come divulgatore, come sono costruite le sue storie, quali personaggi, i temi centrali della sua “poetica”, i robot e le tre leggi… tutto. Fui costretto a chiedere altri due fogli, consegnai il lavoro mezz’prima della fine, dopo una correzione sommaria e, fortunatamente, efficace.
Il mio tema fu uno dei tre che, nella commissione, prese dieci come voto. Tutti gli altri che scelsero quel tema presero voti compresi tra 8 e 3 le insufficienze superarono di gran lunga le sufficienze.
Il motivo lo compresi durante la prova orale: il commissario di italiano era un grande appassionato di fantascienza. Magic Moment. L’interrogazione, dopo aver messo da parte Manzoni e i promessi sposi, fu incentrata su Asimov e il suo mondo. Almeno quella parte andò a meraviglia, mentre matematica… uff… lasciam perdere eh? Dico solo che riuscii a sfangare una risicata sufficienza grazie ad un esercizio risolto in modo creativo. Invece di stare a perdere tempo dietro alle elucubrazioni del funzionario che aveva elaborato il quiz notai che nella figura associata al quesito c’erano rette parallele e angoli di 30° e 60°. Risolsi il quesito in 5 minuti applicando la geometria studiata al III anno. Soluzione inappellabile e commento del professore “Sì è corretto, in effetti si poteva risolvere anche così…”
Sembrerà strano, ma finito il liceo non ho più avuto alcuna voglia di scrivere e per quanto ci provassi non mi è riuscito più di scrivere alcunché, nulla di serio perlomeno. La storia di Conrad è nata in quel periodo, ma tanto l’ambientazione che il protagonista erano molto diversi così finirono nel cassetto insieme a tanti altri racconti “smozzicati” e lasciati incompiuti. Sono stati ventidue anni di blocco e non mi son piaciuti per nulla.

La storia continuerà: ci sono altri 30 anni da raccontare e ne ho viste, di cose, che includono navi in fiamme, e porte illuminate da sinistri raggi B.

In punta di penna – 4

Ed ecco che arriva Clarissa. Non dimenticherò mai le sue curve e la sua bocca: grande, armoniosa da cui usciva una voce stupenda. Abbracciarla,  carezzarla dolcemente e farla vibrare all’unisono con la mia voce è uno dei ricordi più belli della mia adolescenza. Quel suono limpido, ma leggermente impastato, mi stregò all’istante: volevo che fosse mia, per sempre. Per chi non l’avesse capito: Clarissa era la marca della chitarra di cui mi ero invaghito e che riuscii ad ottenere non senza contrattazione: era un relitto di chitarra che mio fratello aveva rimediato diosolosadove. Dovetti rifargli il capotasto, la meccanica e, ovviamente, compragli una muta di corde che era senza e poi, con infinita pazienza, accordarla e lasciare che il legno prendesse di nuovo dimestichezza con la tensione delle corde. Devo tantissimo agli scout, che nel frattempo avevo preso a frequentare, se ho iniziato ad esercitare la memoria al punto che ho un repertorio di circa 150 brani che so eseguire senza uno spartito davanti e una quantità che non conto più se ho testo e accordi sotto al naso, lo devo a loro e alle serate trascorse attorno ad un fuoco a cantare (ululando) alla Luna. Clarissa durò poco: mio fratello la regalò, senza dirmi nulla, ad una ragazza per far colpo. Un po’ inca$$ato presi in ostaggio la sua chitarra acustica… ma non mi andava a genio: le corde di metallo mi davano troppo fastidio alle dita. Così ne rimediai un’altra. Era il 1989 e il negozio aveva, per la cifra di cui disponevo una Yamaha e una Toledo. La prima suonava molto bene, ma la voce era senza calore: le note uscivano distinte e distaccate. La seconda invece… è ancora con me e mai avrei immaginato che con quella chitarra avrei suonato anche la serenata per la mia futura moglie e la ninnananna per i miei bambini. Solo che mancavano più di venti anni a quell’appuntamento.

Al liceo le cose migliorarono: dopo la bocciatura al primo anno cominciai a scrollare la polvere dai libri di testo e a ottenere qualche risultato; convinsi i miei genitori a mandarmi a ripetizione almeno per ciò che riguardava latino (ero un disastro) e matematica (altro disastro).  Fui spedito a frequentare il centro culturale francese (perché tra le altre pensate geniali dei miei genitori ci fu lo studio del francese invece che dell’inglese) e piano piano rattoppai la situazione scolastica riuscendo, alla fine del biennio, ad ottenere un bel 7 “naturale” in latino (senza copiare la versione durante i compiti in classe) e addirittura 8 in matematica. Niente ragazze, in ogni caso. Però cominciai a scrivere di nuovo: vuoi perché gli scout mi stavano ispirando, vuoi perché avevo messo le mani su una mitica “olivetti lettera 32” e l’idea di fissare sulla carta una storia mi attraeva come poche.
Tra l’altro: lo studio del latino mi fece toccare l’italiano nelle sue fondamenta. Tradurre dall’italiano al latino offre la possibilità di vedere la lingua italiana dissezionata e smontata fin nei mattoni costitutivi e oltre.

Prima di entrare al liceo scientifico sostenevo che lo studio del latino e della filosofia erano inutili, ripetendo a pappagallo le sparate dei miei familiari al riguardo.

Quando finalmente ho compreso i meccanismi della traduzione dal latino mi sono emozionato come gli scienziati del CERN quando hanno osservato il primo jet di quark e gluoni. Magic moment… per non parlare del “questo è il più bel regalo che potevi farmi” che mi ha elargito la prof di latino nel consegnarmi l’ultimo compito in classe, su cui brillava un bel 7 e 1/2.

A fine biennio ero talmente innamorato del latino che cominciai a scrivere qualcosina traducendolo dall’italiano e scoprendo alcune cose meravigliose come la rivista “Latinitas” e “Donald Anas” i fumetti di Paperino tradotti dall’italiano, per non parlare delle contumelie riservate al bullo della classe e ai suoi compari (Quotdiebus pater tuus tibi vocat penetraturus anale modo… l’incipit lo ricordo ancora).

In italiano pure passi da gigante: lo stampatello minuscolo (e la macchina per scrivere) risolsero definitivamente il problema di far capire la mia scrittura al resto del mondo. Dunque avevo imparato a scrivere? Certo che no! Avevo fatto solo pace con grammatica e sintassi, recuperato buona parte di quello che mi ero perso alle medie e tutto quello che avevo appreso alle elementari. Insomma all’inizio del triennio potevo considerarmi alla pari dei miei colleghi.

Di quel periodo ricordo bene i racconti che scrivevo mentre fingevo di prendere appunti in classe, ricordo i tentativi di videogame scritti in basic e in particolare “Una notte a casa del DucaConte” una specie di adventure testuale con sfondo fantozziano e “Nettuno 88” simulatore di coppa del mondo di calcio “raccontato” con squadre provenienti da mezza galassia. Carino, soprattutto per la possibilità di personalizzare la squadra e coinvolgere gli amici.
Punto di forza del gioco erano le frasi a innesto multiplo. Pezzi di racconto che potevano essere agganciati gli uni agli altri senza soluzione di continuità così da dare l’impressione di avere un resoconto calcistico sotto il naso.

Un po’ più avanti nel tempo scriverò il mio primo “foglio di calcolo”: una specie di calendario conta-giorni… che ho usato per calcolare il tempo di crescita di una specie fungina a me molto cara: i piopparelli.
Si tratta di funghi che crescono sui pioppi, il nome ufficiale è Cyclocybe Aegerita. Nell’ameno paesello di villeggiatura si trovavano circa 255 alberi di pioppo allecciato (cioè potato e forzato a rimanere basso come un leccio) dal tronco pieno di fori. Fori che dopo una pioggia si riempivano puntualmente di piopparelli. I funghi in questione erano ricercatissimi da gente poco accorta che spaccava rami e corteccia pur di rimediare i gustosi carpofori. Un piopparello pesa pochi grammi e da un albero si possono raccogliere al massimo un 100gr di funghi.
Io avevo studiato il tempo di crescita dei funghi dallo stato di micelio (una spruzzata di puntini bianchi difficile da vedere) fino allo sviluppo completo che in condizioni di umidità normali impiega 5 giorni: tre per lo sviluppo del carpoforo e meno di 48 ore per la sua crescita a dimensioni edibili. Avevo una mappa su carta dove avevo contrassegnato tutti gli alberi del paesello da 1 a 255 e il programma di cui sopra mi chiedeva, al primo giro, lo stato di maturazione dei miceli su tutti e 255 gli alberi: inserire un numero da 1 a 5 e poi, dopo aver salvato su disco lo stato della matrice (riuscirci col basic 2.0 è stata un’impresa… cioè non il save, quello era facile, ma proprio eseguire il load senza perdere il programma in ram) iniziava l’elaborazione che ritornava, per ogni albero, la data in cui mi sarei dovuto recare per raccogliere i funghi.
La sveglia suonava intorno alle 3 del mattino.
Mi alzavo, bevevo un caffellatte velocissimo, mi infilavo la tuta da ginnastica blu, la frontale (col pacco batterie legato in vita), la scaletta di ferro legata sulla schiena (4 pioli) e il tutto in sella alla mia fedele bicicletta. Durante il periodo di studio raccolsi circa mezzo chilo di funghi al giorno visitando ogni giorno tutte e 255 le piante di pioppo. Col programma avviato… nella settimana di “avvio” raccolsi sette chili di funghi, che divennero quindici la settimana successiva e sempre visitando solo le piante con gradi di maturazione di 4 e 5 giorni. Durante quelle due gloriose settimane nessuno in tutto il paese trovò più un piopparello, poi mi dedicai ad altro… ma di ragazze ancora niente.
L’ho detto che mi trovavano strano?<continua>

Che giorno è oggi?

Tharamis è un mondo complesso, l’ho già detto tante volte. Uno degli aspetti di cui mi sono reso conto è che in nessuno dei miei racconti, dei romanzi e quant’altro ho mai indicato uno straccio di data… non è che non l’ho mai indicato: me ne sono ben guardato.

Prendiamo la Terra. Siamo d’accordo che nel momento in cui scrivo quest’articolo è il 17 marzo 2017? Fidatevi: l’ho scritto in quella data.

Bene. Per gli ebrei è l’anno 5777, 2° giorno del mese di Nisan… se questo non è l’anno col mese in più e allora e Adar Sheni e se mi metto a cercare bene in rete trovo date ancora più creative basate su calendari lunari, planetari, solari, animali… e talmente tanti eccetera da procurare un mal di testa anche ad un computer.

Che data può esserci su una super-terra con 20 + 5 masse continentali, svariate specie senzienti, ognuna con una o più civiltà e religioni e tutte col loro calendario? Finora, nel “Torto” ho semplicemente accennato alle quattro stagioni… ed ecco spiegato il motivo.

Per i Kireziani i mesi non esistono, sono semplicemente numeri da mettere sulle date dei contratti, rigorosamente Anno dalla fondazione di Maor, stagione e giorno. I malichani contano gli anni dalla loro fondazione… e fin qui. Gli etsiqaasit hanno un calendario sinodico-periodico che ancora non si è ripetuto e come popolazione sono “antichi” quanto i malichani.  I Dei-Talant hanno un calendario sinodico-stellare con cicli di 19, 38 e 114 anni in cui il periodo orbitale preso in considerazione è quello della luna e non del pianeta Tharamys.

In Kirezia vivono decine di razze differenti, culture differenti con calendari spesso differenti legati anche ad aspetti tipici di una razza. Una razza con generazioni che si alternano ogni 1000 anni, come gli elfi, ha un calendario in cui le stagioni sono le settimane, gli anni i mesi e dieci anni sono un anno, per cui un contratto a 10 anni con un elfo potrebbe essere un periodo letale per un essere umano.

Poi ci sono i Nani che hanno un calendario basato sulle variazioni, 2 al giorno, che il passaggio della luna provoca nella crosta del pianeta. Le loro raffinatissime percezioni gli permettono di capire di quanti millesimi di metro varia la quota del tunnel in cui si trovano; sanno sempre quando la luna è allo zenith e se questo accade in congiunzione col sole o meno.

I draghi invece utilizzano le congiunzioni planetarie con un calendario stellare, ma a loro basta chiudere le membrane nittitanti per filtrare la luce solare e veder le stelle anche di giorno, se ne hanno voglia.
Gli orchi hanno un calendario locale, basato sulle ombre che la luce produce entrando da una fessura scavata opportunamente nella roccia: l’inizio del giorno è all’alba, mentre metà giornata è coincide col tramonto.

Anche se c’è sempre qualcuno che chiede “che giorno è oggi”, questa domanda è spesso rivolta a parenti stretti o persone che appartengono alla medesima razza, cultura e area geografica.
Gli indigeni finiscono col mettersi d’accordo sul fatto che è passato un giorno, anche se non sempre nello stesso momento e in quasi tutti i contratti viene riportato l’evento astronomico più vicino e il numero di albe per indicare quanti giorni sono trascorsi da esso. Da qui il calendario “ufficiale” kireziano: quattro “mesi” di circa novanta giorni ciascuno suddivisi in cicli di sette giorni per fare pace con il calendario lunare che tanto piace agli elfi di Nivalis. Una sigla come E60 non indica un’autostrada, o una strada internodale, ma il compleanno di Conrad: il sessantesimo giorno dell’estate.

Stabilito questo, se qualcuno domanda “scusate, che giorno è oggi?” si può star certi che  è straniero e viene davvero da lontano!