In punta di penna – 5

Le mie letture continuavano ad allargarsi: Richard Bach, con il suo “straniero alla terra” si era fatto scambiare per un libro di fantascienza. Altro che alieni: erano aeroplani e rimasi stregato nel leggere quella storia di un pilota e del suo monomotore. La lettura del “Gabbiano Jonathan Livingstone” fu un passo obbligato, ma poi incappai nei magici mondi di Asimov dove accanto alle astronavi ci aveva infilato Giganti, Cavalieri cosmici e Maghi, e in Terry Brooks e le sue pietre magiche di Shannara. Dalle stelle alle stalle direbbe qualcuno, ma fu un vero colpo di fulmine: la narrativa fantasy popolata di elfi, draghi, Nani e tutto l’allegro bestiario mi travolse entrando nella mia vita e da allora non ne è più uscita.
Nello stesso periodo conobbi Dungeons & Dragons: per molti il primo gioco di ruolo e con esso persi ogni possibilità di conoscere una ragazza per altri quattro anni. In compenso conobbi quelli che sarebbero diventati “gli amici di una vita” e coi quali iniziai ad esplorare, se pure solo con l’immaginazione, quei mondi che prima avevo visto dalla finestra di un libro. Recitare nel ruolo di un mago, un guerriero, un elfo (bleah) o di un Nano fu un’avventura incredibile, ricca, piena di emozioni e di sorprese (per tacer delle risate). Per i 25 anni successivi, fino al 24/03/2012 ogni fine settimana c’è stata la partita con gli amici e guai a toccarla. Cos’è successo 24/03/2012? Mi sono sposato… qualcuno direbbe “Alleluja!”, ma ci sarebbe voluto tanto, tanto tempo e una donna davvero paziente.

Giunto faticosamente alla fine triennio mi sentivo forte, capace di scrivere storie finalmente credibili (come se giocare di ruolo mi avesse dato una marcia in più) e avevo preso a detestare la prof di Latino e Italiano. Non avevo più l’insegnante del biennio che si era pensionata. La nuova insegnante proponeva dei temi bellissimi, oltre a quelli tipici di indirizzo così di fronte alla scelta se parlare di “Ariosto e il senso epico nell’Orlando Furioso” e “La tecnologia informatica può arrivare a produrre un intelligenza artificiale?” (l’assenza di apostrofo è voluta: si tratta di cronaca!) io non avevo dubbi: da novello programmatore e divoratore di riviste di informatica (ai tempi c’era McMicrocomputer, tra le altre) ero aggiornatissimo e ne sapevo abbastanza da rispondere in modo convincente.
Il mio italiano era mediocre, o almeno questo ho creduto finché sono giunto al quinto anno, quando spedii ad un concorso letterario un mio scritto… la storia del mio incontro con Otto Lidenbrok e quel libro fatale che mi ha aperto le porte della lettura.
Il concorso lo aveva indetto la rivista “Millelibri” che ha cessato le pubblicazioni nel 1997 e che avevo preso a seguire con un certo interesse perché suggeriva letture ottime, di ogni genere.
Storia scritta col cuore piazzato in punta di penna, nella quale non solo dichiaravo tutto il mio amore per la letteratura di ogni epoca, ma mi candidavo a diventare scrittore a mia volta per il puro piacere che condividere con altri questa mia passione mi procura. Vinsi il secondo premio, una telecamera.
Il preside fu informato dal direttore della rivista  e mi chiamò nel suo ufficio. Proprio durante l’ora di italiano. La professoressa mi apostrofò in malo modo dicendomi “chissà cosa avrai combinato”. Io sospettavo, ma non dissi nulla e continuai a non dire nulla fino a due settimane più tardi, quando con la mia telecamera nuova ripresi un filmato durante la rituale “cena coi professori” per festeggiare la fine del V anno.
Fu una doppia soddisfazione: nel mentre che spiegavo all’erudita professoressa che cosa avevo fatto per vincere quella telecamera vidi il suo volto (filmato!) diventare via via più algido, rigido e con un colore “fuori dallo spazio” per dirla alla Lovecraft. Una specie di verde malsano e tutt’altro che piacevole da guardare. Ebbe il coraggio di dirmi che “finalmente mi ero deciso a scrivere bene” e “peccato che io non mi sia deciso prima ad operare questo cambiamento: le avrebbe senz’altro fatto piacere” e mentre stava per prendersi il merito delle sue lezioni circa il mio modo di scrivere venne interrotta dai rappresentanti di classe che posarono, senza troppe cerimonie, un pacco di cartone voluminoso e pesante, sotto al naso della gentildama.
Il calvario della prof era ancora lontano dalla conclusione. Tra gli invitati di quella gloriosa serata c’era anche la bibliotecaria e quel pacco, dall’aspetto anonimo e grave, era per lei.

Se ritrovo quella videocassetta giuro che la faccio digitalizzare e poi la condividerò su Youtube.

La prof di Italiano (di cui non faccio il nome), docente di Italiano e Latino, allieva di Ettore Paratore buonanima, per tutto il triennio si era vantata di quanto erano bravi i suoi allievi, che traducevano con medie altissime Seneca, Livio, Cicerone e tanti altri autori… e devo dire che Seneca fu il più difficile da tradurre. Fino al quinto anno arrancavo con la media del 7 faticosamente ottenuto a suon di esercizi e studio. L’altro che studiava latino prendeva addirittura 9 e talvolta 10. Tutti gli altri usavano il traduttore: prima del compito chiedevano alla prof chi sarebbe stato l’autore della versione e lei, tranquillamente, lo rivelava…  e poi manteneva quanto detto! Al che i cari compagni di classe facevano la colletta, ordinavano tre-quattro edizioni differenti di vari traduttori inter-lineari dedicati a quell’autore e poi via: tutti a copiare come disgraziati.
I più smaliziati avranno intuito perché la classe aveva una media tanto alta. Quello che forse è sfuggito è che la professoressa in questione era stata l’artefice di questo “miracolo” rivelando l’autore con una decina di giorni di anticipo, ma guardandosi bene da condividere il suo rivoluzionario metodo di insegnamento ai colleghi.
Al quinto anno anche io e l’altro studioso decidemmo di servirci dell’ottimo servizio di traduzioni, che nel frattempo aveva valicato i confini della classe e raggiunto tutta la scuola: ogni giorno venivano distribuite almeno un paio di versioni a qualche classe bisognosa di aiuto. I sistemi erano più vari, ma puntualmente i foglietti con la traduzione corretta venivano recapitati e i colleghi studenti salvati da una ignominosa figuraccia.
Quella sera in pizzeria, consci che la fornita biblioteca di traduttori interlineari non sarebbe più stata necessaria, donammo tutti i libri alla bibliotecaria, sotto al naso della prof. e di tutti i suoi colleghi presenti alla cena.
Se nel vedere la mia telecamera era diventata verde, di fronte a quel blocco di libri dai nomi ora carichi di dolci ricordi: Ovidio, Cicerone, Marziale, Seneca… e tanti illustri eccetera, l’odiata prof. divenne cianotica.
Si sarebbe pensionata con tre anni di anticipo.
Nel frattempo la maturità era in dirittura d’arrivo. Io come al solito studiavo poco, ma complice il successo “letterario” del concorso e di un racconto pubblicato su una rivista (l’ormai defunta MC Microcomputer), decisi di proporre la mia raccolta di racconti ad un editore.
Così telefonai alla casa editrice Fanucci e presi un appuntamento volante. Mi ricevette un signore azzimato e molto cordiale col quale parlai di fantascienza, fantasy… e di un mio racconto sul quale venni stroncato senza pietà, ma pure incoraggiato a continuare. Quel signore si chiamava Gianni Pilo, bontà sua: ho riletto quel racconto poco tempo fa… e io sarei stato più cattivo.

Il signor Pilo, curatore dell’opera omnia di Lovecraft, autore di romanzi e saggi, mi dedicò mezz’ora del suo tempo e mi diede i rudimenti su come rendere una storia interessante.
Rileggendo i miei lavori dell’epoca e quelli attuali, mi rendo conto che ancora non sono riuscito del tutto a metterli in pratica… ma posso sempre migliorare.
Ed ecco che arriva il gran giorno: nervi a fior di pelle, studio h24/7 (inutile! Avrei fatto meglio a prendere il sole) complici genitori e altri 4 fratelli che sono più tesi di me, e arriva la prova di italiano. Tema di indirizzo: La Fantascienza.
Sbonk.
Rido, piango, salto sulla sedia gridando Yahooo! Vengo invitato a tacere e poi mi metto a scrivere. Scrivo tutto: Asimov come divulgatore, come sono costruite le sue storie, quali personaggi, i temi centrali della sua “poetica”, i robot e le tre leggi… tutto. Fui costretto a chiedere altri due fogli, consegnai il lavoro mezz’prima della fine, dopo una correzione sommaria e, fortunatamente, efficace.
Il mio tema fu uno dei tre che, nella commissione, prese dieci come voto. Tutti gli altri che scelsero quel tema presero voti compresi tra 8 e 3 le insufficienze superarono di gran lunga le sufficienze.
Il motivo lo compresi durante la prova orale: il commissario di italiano era un grande appassionato di fantascienza. Magic Moment. L’interrogazione, dopo aver messo da parte Manzoni e i promessi sposi, fu incentrata su Asimov e il suo mondo. Almeno quella parte andò a meraviglia, mentre matematica… uff… lasciam perdere eh? Dico solo che riuscii a sfangare una risicata sufficienza grazie ad un esercizio risolto in modo creativo. Invece di stare a perdere tempo dietro alle elucubrazioni del funzionario che aveva elaborato il quiz notai che nella figura associata al quesito c’erano rette parallele e angoli di 30° e 60°. Risolsi il quesito in 5 minuti applicando la geometria studiata al III anno. Soluzione inappellabile e commento del professore “Sì è corretto, in effetti si poteva risolvere anche così…”
Sembrerà strano, ma finito il liceo non ho più avuto alcuna voglia di scrivere e per quanto ci provassi non mi è riuscito più di scrivere alcunché, nulla di serio perlomeno. La storia di Conrad è nata in quel periodo, ma tanto l’ambientazione che il protagonista erano molto diversi così finirono nel cassetto insieme a tanti altri racconti “smozzicati” e lasciati incompiuti. Sono stati ventidue anni di blocco e non mi son piaciuti per nulla.

In punta di penna – 4

Ed ecco che arriva Clarissa. Non dimenticherò mai le sue curve e la sua bocca: grande, armoniosa da cui usciva una voce stupenda. Abbracciarla,  carezzarla dolcemente e farla vibrare all’unisono con la mia voce è uno dei ricordi più belli della mia adolescenza. Quel suono limpido, ma leggermente impastato, mi stregò all’istante: volevo che fosse mia, per sempre. Per chi non l’avesse capito: Clarissa era la marca della chitarra di cui mi ero invaghito e che riuscii ad ottenere non senza contrattazione: era un relitto di chitarra che mio fratello aveva rimediato diosolosadove. Dovetti rifargli il capotasto, la meccanica e, ovviamente, compragli una muta di corde che era senza e poi, con infinita pazienza, accordarla e lasciare che il legno prendesse di nuovo dimestichezza con la tensione delle corde. Devo tantissimo agli scout, che nel frattempo avevo preso a frequentare, se ho iniziato ad esercitare la memoria al punto che ho un repertorio di circa 150 brani che so eseguire senza uno spartito davanti e una quantità che non conto più se ho testo e accordi sotto al naso, lo devo a loro e alle serate trascorse attorno ad un fuoco a cantare (ululando) alla Luna. Clarissa durò poco: mio fratello la regalò, senza dirmi nulla, ad una ragazza per far colpo. Un po’ inca$$ato presi in ostaggio la sua chitarra acustica… ma non mi andava a genio: le corde di metallo mi davano troppo fastidio alle dita. Così ne rimediai un’altra. Era il 1989 e il negozio aveva, per la cifra di cui disponevo una Yamaha e una Toledo. La prima suonava molto bene, ma la voce era senza calore: le note uscivano distinte e distaccate. La seconda invece… è ancora con me e mai avrei immaginato che con quella chitarra avrei suonato anche la serenata per la mia futura moglie e la ninnananna per i miei bambini. Solo che mancavano più di venti anni a quell’appuntamento.

Al liceo le cose migliorarono: dopo la bocciatura al primo anno cominciai a scrollare la polvere dai libri di testo e a ottenere qualche risultato; convinsi i miei genitori a mandarmi a ripetizione almeno per ciò che riguardava latino (ero un disastro) e matematica (altro disastro).  Fui spedito a frequentare il centro culturale francese (perché tra le altre pensate geniali dei miei genitori ci fu lo studio del francese invece che dell’inglese) e piano piano rattoppai la situazione scolastica riuscendo, alla fine del biennio, ad ottenere un bel 7 “naturale” in latino (senza copiare la versione durante i compiti in classe) e addirittura 8 in matematica. Niente ragazze, in ogni caso. Però cominciai a scrivere di nuovo: vuoi perché gli scout mi stavano ispirando, vuoi perché avevo messo le mani su una mitica “olivetti lettera 32” e l’idea di fissare sulla carta una storia mi attraeva come poche.
Tra l’altro: lo studio del latino mi fece toccare l’italiano nelle sue fondamenta. Tradurre dall’italiano al latino offre la possibilità di vedere la lingua italiana dissezionata e smontata fin nei mattoni costitutivi e oltre.

Prima di entrare al liceo scientifico sostenevo che lo studio del latino e della filosofia erano inutili, ripetendo a pappagallo le sparate dei miei familiari al riguardo.

Quando finalmente ho compreso i meccanismi della traduzione dal latino mi sono emozionato come gli scienziati del CERN quando hanno osservato il primo jet di quark e gluoni. Magic moment… per non parlare del “questo è il più bel regalo che potevi farmi” che mi ha elargito la prof di latino nel consegnarmi l’ultimo compito in classe, su cui brillava un bel 7 e 1/2.

A fine biennio ero talmente innamorato del latino che cominciai a scrivere qualcosina traducendolo dall’italiano e scoprendo alcune cose meravigliose come la rivista “Latinitas” e “Donald Anas” i fumetti di Paperino tradotti dall’italiano, per non parlare delle contumelie riservate al bullo della classe e ai suoi compari (Quotdiebus pater tuus tibi vocat penetraturus anale modo… l’incipit lo ricordo ancora).

In italiano pure passi da gigante: lo stampatello minuscolo (e la macchina per scrivere) risolsero definitivamente il problema di far capire la mia scrittura al resto del mondo. Dunque avevo imparato a scrivere? Certo che no! Avevo fatto solo pace con grammatica e sintassi, recuperato buona parte di quello che mi ero perso alle medie e tutto quello che avevo appreso alle elementari. Insomma all’inizio del triennio potevo considerarmi alla pari dei miei colleghi.

Di quel periodo ricordo bene i racconti che scrivevo mentre fingevo di prendere appunti in classe, ricordo i tentativi di videogame scritti in basic e in particolare “Una notte a casa del DucaConte” una specie di adventure testuale con sfondo fantozziano e “Nettuno 88” simulatore di coppa del mondo di calcio “raccontato” con squadre provenienti da mezza galassia. Carino, soprattutto per la possibilità di personalizzare la squadra e coinvolgere gli amici.
Punto di forza del gioco erano le frasi a innesto multiplo. Pezzi di racconto che potevano essere agganciati gli uni agli altri senza soluzione di continuità così da dare l’impressione di avere un resoconto calcistico sotto il naso.

Un po’ più avanti nel tempo scriverò il mio primo “foglio di calcolo”: una specie di calendario conta-giorni… che ho usato per calcolare il tempo di crescita di una specie fungina a me molto cara: i piopparelli.
Si tratta di funghi che crescono sui pioppi, il nome ufficiale è Cyclocybe Aegerita. Nell’ameno paesello di villeggiatura si trovavano circa 255 alberi di pioppo allecciato (cioè potato e forzato a rimanere basso come un leccio) dal tronco pieno di fori. Fori che dopo una pioggia si riempivano puntualmente di piopparelli. I funghi in questione erano ricercatissimi da gente poco accorta che spaccava rami e corteccia pur di rimediare i gustosi carpofori. Un piopparello pesa pochi grammi e da un albero si possono raccogliere al massimo un 100gr di funghi.
Io avevo studiato il tempo di crescita dei funghi dallo stato di micelio (una spruzzata di puntini bianchi difficile da vedere) fino allo sviluppo completo che in condizioni di umidità normali impiega 5 giorni: tre per lo sviluppo del carpoforo e meno di 48 ore per la sua crescita a dimensioni edibili. Avevo una mappa su carta dove avevo contrassegnato tutti gli alberi del paesello da 1 a 255 e il programma di cui sopra mi chiedeva, al primo giro, lo stato di maturazione dei miceli su tutti e 255 gli alberi: inserire un numero da 1 a 5 e poi, dopo aver salvato su disco lo stato della matrice (riuscirci col basic 2.0 è stata un’impresa… cioè non il save, quello era facile, ma proprio eseguire il load senza perdere il programma in ram) iniziava l’elaborazione che ritornava, per ogni albero, la data in cui mi sarei dovuto recare per raccogliere i funghi.
La sveglia suonava intorno alle 3 del mattino.
Mi alzavo, bevevo un caffellatte velocissimo, mi infilavo la tuta da ginnastica blu, la frontale (col pacco batterie legato in vita), la scaletta di ferro legata sulla schiena (4 pioli) e il tutto in sella alla mia fedele bicicletta. Durante il periodo di studio raccolsi circa mezzo chilo di funghi al giorno visitando ogni giorno tutte e 255 le piante di pioppo. Col programma avviato… nella settimana di “avvio” raccolsi sette chili di funghi, che divennero quindici la settimana successiva e sempre visitando solo le piante con gradi di maturazione di 4 e 5 giorni. Durante quelle due gloriose settimane nessuno in tutto il paese trovò più un piopparello, poi mi dedicai ad altro… ma di ragazze ancora niente.
L’ho detto che mi trovavano strano?

Che giorno è oggi?

Tharamis è un mondo complesso, l’ho già detto tante volte. Uno degli aspetti di cui mi sono reso conto è che in nessuno dei miei racconti, dei romanzi e quant’altro ho mai indicato uno straccio di data… non è che non l’ho mai indicato: me ne sono ben guardato.

Prendiamo la Terra. Siamo d’accordo che nel momento in cui scrivo quest’articolo è il 17 marzo 2017? Fidatevi: l’ho scritto in quella data.

Bene. Per gli ebrei è l’anno 5777, 2° giorno del mese di Nisan… se questo non è l’anno col mese in più e allora e Adar Sheni e se mi metto a cercare bene in rete trovo date ancora più creative basate su calendari lunari, planetari, solari, animali… e talmente tanti eccetera da procurare un mal di testa anche ad un computer.

Che data può esserci su una super-terra con 20 + 5 masse continentali, svariate specie senzienti, ognuna con una o più civiltà e religioni e tutte col loro calendario? Finora, nel “Torto” ho semplicemente accennato alle quattro stagioni… ed ecco spiegato il motivo.

Per i Kireziani i mesi non esistono, sono semplicemente numeri da mettere sulle date dei contratti, rigorosamente Anno dalla fondazione di Maor, stagione e giorno. I malichani contano gli anni dalla loro fondazione… e fin qui. Gli etsiqaasit hanno un calendario sinodico-periodico che ancora non si è ripetuto e come popolazione sono “antichi” quanto i malichani.  I Dei-Talant hanno un calendario sinodico-stellare con cicli di 19, 38 e 114 anni in cui il periodo orbitale preso in considerazione è quello della luna e non del pianeta Tharamys.

In Kirezia vivono decine di razze differenti, culture differenti con calendari spesso differenti legati anche ad aspetti tipici di una razza. Una razza con generazioni che si alternano ogni 1000 anni, come gli elfi, ha un calendario in cui le stagioni sono le settimane, gli anni i mesi e dieci anni sono un anno, per cui un contratto a 10 anni con un elfo potrebbe essere un periodo letale per un essere umano.

Poi ci sono i Nani che hanno un calendario basato sulle variazioni, 2 al giorno, che il passaggio della luna provoca nella crosta del pianeta. Le loro raffinatissime percezioni gli permettono di capire di quanti millesimi di metro varia la quota del tunnel in cui si trovano; sanno sempre quando la luna è allo zenith e se questo accade in congiunzione col sole o meno.

I draghi invece utilizzano le congiunzioni planetarie con un calendario stellare, ma a loro basta chiudere le membrane nittitanti per filtrare la luce solare e veder le stelle anche di giorno, se ne hanno voglia.
Gli orchi hanno un calendario locale, basato sulle ombre che la luce produce entrando da una fessura scavata opportunamente nella roccia: l’inizio del giorno è all’alba, mentre metà giornata è coincide col tramonto.

Anche se c’è sempre qualcuno che chiede “che giorno è oggi”, questa domanda è spesso rivolta a parenti stretti o persone che appartengono alla medesima razza, cultura e area geografica.
Gli indigeni finiscono col mettersi d’accordo sul fatto che è passato un giorno, anche se non sempre nello stesso momento e in quasi tutti i contratti viene riportato l’evento astronomico più vicino e il numero di albe per indicare quanti giorni sono trascorsi da esso. Da qui il calendario “ufficiale” kireziano: quattro “mesi” di circa novanta giorni ciascuno suddivisi in cicli di sette giorni per fare pace con il calendario lunare che tanto piace agli elfi di Nivalis. Una sigla come E60 non indica un’autostrada, o una strada internodale, ma il compleanno di Conrad: il sessantesimo giorno dell’estate.

Stabilito questo, se qualcuno domanda “scusate, che giorno è oggi?” si può star certi che  è straniero e viene davvero da lontano!

In punta di Penna – 3

E così eccomi  alle medie statali: niente più suorine come prima.
Grazie ai miei genitori e alla scelta della scuola, situata in via IV novembre, quei tre anni furono una vera rivoluzione.
Fino alla V elementare, infatti, per me il mondo era quel breve spazio compreso tra il civico 8 (casa mia) e il civico 10 (scuola) con alcune parentesi per andare dai nonni e al catechismo.

Penso che se adesso dico che una delle materie in cui mi riuscì di andar bene fu religione nessuno se ne stupisce vero? Dopo tutto è dal 1978 che giocavo a fare il dio, se pure pagano e l’esperienza me l’ero fatta in prima linea. Scherzi a parte il professore era un prete E un teologo dotato di una cultura non comune, oltre che una discreta apertura mentale… discreta per un prete, s’intende, per cui si poteva anche provare a confutare l’esistenza di Dio, ma poi ci si ritrovava a convenire con lui (pena un’altra ora di tritamento di attributi) che si trattava solo di un’idea totalmente assurda. Così, complici due zii preti in famiglia, la mia preparazione in materia di antico e nuovo testamento era sopra la media e, complice il prelato-professore che sapeva fare anche il mestiere di insegnante, mi ritrovai a studiare religione.

C’è poco da ridere: le antiche scritture, anche se tradotte e massacrate dai preti, hanno un fascino incredibile specie se si pensa a quanto sono antiche… si portano sulle spalle più di 5000 anni per la Bibbia e 2000 per il Vangelo e atti vari. Studiandoci un po’ sopra si scoprono altarini niente male come la storia del cammello e della cruna… che passa per Gena e i suoi camalli. La parola maltradotta viene dal vangelo di Luca, scritto in greco intorno al 70 dC o giù di lì e il traduttore, giunto di fronte alla fatidica frase “…è più facile che un Kamilon passi per la cruna di un ago…” commise un errore di stOmpa ante litteram e tradusse kamilon con kamelon. Solo che kamilon è l’antenata delle moderne sagole d’ormeggio, mentre kamelon è il giubbuto mammifero che ancora oggi è simbolo di oasi e avventure tra palme e oceani di sabbia. Ricordo la lezione come se fosse ieri. Le altre un po’ meno, ma quel giorno capii che a grattare un poco la superficie di un testo può uscire fuori di tutto. E i camalli che c’entrano? La radice “kamil” nelle lingue derivate dall’aramaico indica un sacco di cose legate alle attività portuali, in tutto il medio evo i navigatori per eccellenza sono stati gli arabi e molto del gergo marinaro parlato ancora oggi risente di quell’influenza. Quindi se pure c’erano dei dubbi circa l’esatta traduzione del vangelo esistevano fonti alternative che avvaloravano l’ipotesi “sagola” al posto di “cammello”. Al che un certo ragazzino alzò la mano e domandò “ma una volta chiarito l’errore, perché non è stato corretto?” e il buon prete rispose “perché la volontà di Dio era di rendere chiaro il concetto con un forte contrasto e allora il cammello andava ancora meglio della sagola da ormeggio”.
Tutta pubblicità, insomma. Infatti risposi proprio così e il prete ne convenne, dicendo che fare pubblicità alla parola di Dio è cosa buona e giusta. Quello era il segnale che ogni ulteriore commento avrebbe innescato il tritamento di cui ho accennato prima, dunque era il momento di cessare le domande e tornare alla lezione.
Tutti i professori che ho incontrato alle medie erano persone di valore come quello di religione, solo che me ne sarei accorto molto tempo dopo. Se ho imparato a guardare “dietro” lo scritto di un testo e pormi domande circa le fonti, la traduzione (se proviene da un’altra lingua) e quali fossero le reali intenzioni di chi scrive lo devo a quell’uomo e al modo in cui riusciva a stuzzicare la curiosità degli studenti. Non so quanti di voi abbiano studiato religione a scuola e che ricordo avete delle lezioni. Quando in aula entrava “il prete” calava il silenzio e stavamo tutti in ascolto: per quanto certe volte fosse un “rompiballe” aveva sempre qualcosa di interessante da raccontare.

In quei tre anni tanto intensi quanto diversi mi ritrovai da una parte con la mia famiglia che mi fomentava dicendomi che ero un genio perché avevo imparato a leggere e scrivere prima di tutti gli altri, dall’altra c’erano quelle persone meravigliose dei miei insegnanti che rilevavano con orrore la vastità delle mie lacune in matematica, italiano, storia, geografia… no, quella no: grazie a Verne avevo recuperato tutto ed ero pure avanti. Però matematica e scienze ero un mezzo disastro: conoscevo orbite e periodi di tutti e nove i pianeti, sapevo cos’erano l’itterbio e la differenza tra U235 e U238, ma non avevo la più pallida idea di come si risolvesse un problema geometrico. Perfino in educazione fisica ero un disastro su due gambe, ma del resto con due genitori che “scendi dall’albero che ti fai male! ” o “Corri ma non sudare!” e altre amenità del genere, per me fino a quel momento la “ginnastica” era una tortura settimanale con una specie di istruttore simil-nazista assoldato dalle suorine. Ci fu anche un tentativo da parte di mio padre: “Per imparare a nuotare ti tiro in acqua e tu esci” e grazie a questa simpatica esperienza sono rientrato in acqua senza ciambella superati i 13 anni.
Il mio cruccio peggiore era la scrittura. Non avendola mai esercitata per cinque anni, tranne un breve periodo in quinta elementare, la mia calligrafia sembrava un’altra lingua, della quale ora ho dimenticato pietosamente i rudimenti. Sapevo leggere, sapevo disegnare le lettere, ma la scrittura in corsivo… nyet, l’avevo persa per sempre, complice anche una professoressa di italiano dolcissima e fin troppo abile nel decifrare i miei geroglifici. Alle medie avrei avuto bisogno di qualcuno che mi dicesse quello che non mi era mai stato detto alle elementari, non di interpretare la mia scrittura.
Tuttavia mi ero messo in testa l’idea di scrivere storie. Me ne venivano in mente decine e fu mortalmente frustrante non trovare nessuno disposto a leggerle… perché, come ho detto, ero convintissimo di essere un “bravissimo scrittore”. Tale convinzione, corroborata dai miei genitori che mi dicevano “sono i tuoi professori che non ti capiscono”, perdurò fino al 1985 quando andai per la prima volta al liceo.
Scelsi lo scientifico e insistetti per andare ad una scuola che fosse vicino a casa, anziché al centro di Roma.
La perdita della capacità di scrivere era stata solo l’inizio.
Le ragazze? Scoprii che erano interessanti, ma pure più irraggiungibili della Luna.
Ovviamente anche qui, dalla mia famiglia arrivarono messaggi assurdi tipo “sono tutte puttanelle, lascia perdere”.
Adesso che scrivo questo articolo, se ci ripenso, mi incavolo come una bestia: ho una figlia che mentre scrivo dorme beata nel sonno dei suoi quattro anni. Se tra meno di dieci anni qualcuno oserà chiamarla puttanella scriverò “perché certe cose non si possono dire ad una ragazzina” sopra la mazza da hockey su prato (autocostruita) che tengo in cantina per ricordo e che somiglia più ad una falce e poi imprimerò alla spiegazione sufficiente energia cinetica in modo che giunga in testa a chi ha insultato con l’intensità appropriata a lasciare un segno tangibile.
Invece, completamente succube dei miei genitori e con in testa una pseudo morale che di cristiano aveva solo la facciata, a quell’epoca accettai il giudizio paterno e considerai accettabili alternative ad un rapporto con l’altro sesso.
I libri: sempre a portata di mano e subito disponibili erano l’alternativa perfetta per una fuga in un luogo sicuro e lontano da giudizi lapidari, anzi: vedermi curvo sui libri, per i miei genitori, era motivo di orgoglio quindi tanto valeva continuare. Poco importava se invece di “storia e geometria” leggevo Trilussa e Calvino.
In realtà c’erano due o tre cosette che avrei dovuto considerare, come il fatto che le ragazze mi consideravano “strano”: ma agli occhi dei miei genitori ero sempre a) Bellissimo, b) Un genio, c) Col “fisicaccio”. In realtà ero un preadolescente con seri problemi psicologici, biondo con gli occhi azzurri (questo sì) e con un certo intuito che sopperiva alla carenza di studio in modo a volte accettabile, ma quanto a “fisicaccio” lasciamo perdere. Avevo la coordinazione di un bradipo e nessuna resistenza fisica.
E infatti…
I cinque anni del liceo divennero subito sei, perché al primo anno venni bocciato senza speranza: non sapevo più scrivere, non riuscivo a concentrarmi nello studio (e grazie: in otto anni mai nessuno si era preso la briga di dirmi come si studia, ma solo a ordinarmi di farlo e per i primi cinque non avevo mai aperto libro o quasi) e passavo le mie giornate a leggere libri di narrativa varia… la logica prosecuzione dei testi di Verne. Al liceo scoprii la biblioteca di istituto e lì dentro Asimov, poi Bradbury e Clarke e senza saperlo scoprii l’ABC della fantascienza, che proseguì con una soddisfacente carrellata fino a Zelazny. Scoprii Poe e poi il mitico Lovecraft, imparai a programmare in Basic e a scrivere in stampatello minuscolo così da aggirare il problema della scrittura in corsivo, scoprii gli scout e cominciai ad appassionarmi a qualcosa che fino a quel momento un topo di biblioteca come me non aveva mai considerato: la vita all’aria aperta.
Con gli scout entrerà nella mia vita la mia prima… uh… fidanzata. Qualcuno penserà “era ora” e invece…

In Punta di Penna – 2

Come avevo preannunciato nel post precendente: in quinta elementare ebbi l’opportunità di leggere qualcosa di molto diverso dalle solite favole, di Pinocchio, o dei racconti di De Foe. Tuttavia è l’occasione che fa l’uomo ladro… e il ragazzino lettore.

In quel periodo andavo a catechismo (del resto se i tuoi genitori ti mandano a scuola dalle suorine non puoi pensare di sfangare la via crucis di prima comunione e cresima: sono tappe fondamentali nella vita di un cristiano) e in vista c’era proprio la mia prima comunione. Devo dire che l’insegnante di catechismo sapeva bene come rendere noiosa una lezione. Era espertissima nel colorire le sue dotte anzi dottrinose spiegazioni di miracoli e segni divini che, a ripetizione, si manifestavano in sua presenza. Oggi, con la razionalità che mi contraddistingue, le avrei detto “buona donna: se lo desidera posso consigliarle un professionista in gamba”, ma a 10 anni quasi 11, no. Ero un povero cogl… un ragazzino ingenuo, con la testa infarcita di troppa televisione, cartoni animati e fumetti targati Walt Disney, che non sapeva più scrivere, che aveva problemi anche in aritmetica e la storia la conosceva per sommi capi “noi siamo un popolod’eroi e di grandiinventori e discendiamo dagli antichi romani!” (cit: “In fila per tre” di E. Bennato che, volendo, è la colonna sonora di questo brano).

Di fronte alla prospettiva di trascorrere un’altra ora in una stanza umida e fredda a sentir parlare di miracoli (e a invocarne uno  a forma di fulmine) da una suora con tutte le rotelle a posto tranne una, mi cadde l’occhio sul libro di Verne che mi aveva regalato una zia qualche giorno prima. Forse Dio esiste.
Forse quel giorno, mentre riempivo la cartella col libro e il quaderno del catechismo (per il quale avevo anche dei compiti da fare) mi ha messo una mano sulla testa e mi ha suggerito lui, senza alcuna costrizione, di mettere dentro anche Viaggio al centro della Terra… o forse è stata la mia prima idea scaturita dall’esercizio del libero arbitrio. Non lo saprò mai, ma una volta seduto in quell’aula umida, mentre la suora sproloquiava tutta intenta ad ascoltare se stessa mentre donava la luce della fede a noialtri poveri e teneri virgulti, io mi ritrovai faccia a faccia con Otto Lidenbrok, professore di geologia presso l’università di Amburgo.
Cioè non l’ho immaginato: mentre leggevo le prime parole di quel libro fatale mi ritrovai per le strade di Amburgo accanto al professore. Lo ricordo come se lo avessi incontrato oggi, gli occhiali tondi inforcati sul naso, mentre apre il libro che aveva tanto faticosamente cercato e insieme ci imbattiamo nel messaggio lasciato da Arne Saknussem tra quelle pagine.

All’epoca non capii nulla di quello che mi stava succedendo: strizzai gli occhi, mi diedi un pizzico ed ebbi conferma che avevo appena vissuto il mio primo sogno lucido. Mi ritrovai di nuovo con la suorina che sparlava e sputazzava mentre esaltava la morte del padre avvenuta proprio il giorno prima e sostenendo di aver visto la sua anima che se ne andava in cielo.
“Una morte santa!” disse in quel suo strano modo di raccontare le cose “L’ho  visto irradiare una luce mistica, diventare bellissimo e poi ha chiuso gli occhi… e se ne è andato”. Suora: è morto, la gente lo fa in continuazione, è il prezzo da pagare per poter dire “sono vivo”. Prezzo che pago ben volentieri. Questo posso dirlo adesso che di anni ne ho quattro volte tanti. All’epoca vidi i miei “colleghi” spalancare la bocca in un “ooh” stupefatto, tranne quelli che sedevano entro il raggio d’azione della suorina, quelli si erano messi la mano davanti la bocca prima di spalancarla: troppa saliva nell’aria.
Fu allora che compresi appieno il senso della locuzione “narrativa d’evasione” e ritornai tra le strade di Amburgo accanto al Professore.

In quell’ora di lezione lessi più di ottanta pagine del libro… e rispetto ad oggi posso dire di essere stato piuttosto lento, ma quell’ora volò via così in fretta che ancora oggi la delusione per il fatto che fosse già finita è rimasto vivido e indelebile.

In quattro giorni (tre e mezzo, in realtà) finii tutte le 450 e rotte pagine del libro e poi lo rilessi una seconda volta, scoprendo dettagli che alla prima lettura mi erano sfuggiti e finendolo nuovamente in meno di tre giorni. Subito mi tuffai in un altro libro dello stesso autore: 20000 leghe sotto i mari, poi fu la volta di “Dalla terra alla Luna”, il “L’isola Misteriosa”… poi passai a Dumàs, a Calvino “Il barone Rampante”, “Favole al telefono” di Rodari… non riuscivo più a smettere. Non riesco ancora a smettere. Leggere, immaginare e immaginare così forte da trovarmi lì, sul luogo della narrazione, è un’attività di cui non riesco a fare a meno anche adesso e che insieme a mia moglie stiamo trasmettendo ai nostri figli la stessa passione per i libri, tra le altre cose.
Si stava avvicinando una rogna colossale, ma prima di andarci a sbattere contro avrei passato un’estate discreta, tante meravigliose letture e ricevuto quintali di lodi sperticate sul fatto che… ohh guardate “il bambino prodigio legge libri enormi!”.
Maremma Maiala: non è un prodigio, si chiama normalità e, anzi, ero piuttosto lento nella lettura. Altri bambini, molto più allenati di me, leggevano decine di libri l’anno: libri per ragazzi, certo, ma libri. (continua)

Lupus Furens e Tiger Indomabilis

Da dove comincio? Direi dal personaggio che c’è dietro. Aurora Stella è una scrittrice di esperienza. Fare lo scrittore per vivere, in Italia, è impossibile. Lo scarso amore per la lettura mostrato dalla maggior parte della popolazione non lo permette e quei, pochi, che ci riescono per davvero sono le eccezioni che confermano la triste regola. Eppure ogni tanto emerge qualcuno che merita di occupare quel posto, appannaggio di pochi fortunati, che consente di vivere di scrittura.
Magari in un paese diverso dall’italia.
Nel leggere i due libri indicati nel titolo ho ritrovato numerose citazioni, segno che l’autrice ha letto moltissimo nel corso della propria vita e dunque possiede come minimo una cultura piacevolmente varia e ampia che le permette di spaziare e di dare un respiro ampio e ricco alle vicende narrate.
Lupus Furens Sum e Tiger Indomabilis sono due libri da leggere uno dietro l’altro… e semplicemente perché le vicende di Lupus si concludono in Tiger.
Cominciamo.

Copertina Lupus Furens Sum
L’ambientazione è una Terra alternativa dove i Romani, invece di crollare sotto il peso della loro cultura riescono, a superare l’impasse della grave crisi economica che Marco Aurelio stava tentando di arginare con le conquiste in Germania. Nella nostra linea temporale il figlio adottivo Commodo ha eliminato Marco Aurelio, ed ha allegramente spalancato le porte alla crisi di cui sopra.
Aurora, a partire dalla domanda: “cosa sarebbe accaduto se Marco Aurelio fosse sopravvissuto a Commodo?” crea un nuovo mondo, un’ucronia credibile e ben curata tanto dal punto di vista storico che culturale. I libri qui recensiti meriterebbero la lettura anche solo per questo aspetto.

La risposta che Aurora offre al lettore è affascinante: Marco Aurelio sopravvive, i romani riprendono le tradizioni repubblicane, restituiscono al Senato il suo splendore e restaurano la Repubblica. Da quel momento per Roma ha inizio la conquista del mondo. Un po’ come narrato nei romanzi del thailandese Somtow Sucharitkul: “Aquiliade” e “Il ritorno di aquila”, solo che qui la vena umoristica del paffuto direttore d’orchestra appassionato di storia romana è quasi del tutto assente. I toni sono quelli del dramma e della distopia: il mondo dominato dai Romani è un mondo perfetto. Tutte le città Romane sono comode, confortevoli, hanno tutti i servizi e la popolazione è tranquilla, pacifica, quasi rilassata. Astronavi viaggiano regolarmente tra Marte (terraformato) e la Terra, le guerre sono un lontano ricordo, si preparano missioni robotizzate per esplorare le stelle vicine… sembra di rivivere la Pax Augustea in versione fantascientifica.
Un mondo perfetto? Le crepe ci sono, ma sono invisibili. Ad una prima e ingenua lettura Lupus Furens Sum può sembrare il racconto un po’ banale e scontato della ragazzina ribelle e problematica protagonista della storia Silyen e del suo ingresso nell’età adulta.

Questo fino a 2/3 della lettura, dove comunque non mancano momenti di pura adrenalina che si alternano a parti meno concitate nelle quai viene lasciato spazio all’introspezione da parte dei protagonisti, condotta in modo non banale e, soprattutto, coerente al punto da far intuire al lettore come reagirà un personaggio al pari di una persona reale. Man mano che ci si avvicina alla fine tuttavia i toni si fanno sempre più cupi, le crepe prima invisibili diventano palesi e danno al racconto una connotazione spaventosa dove solo la protagonista sembra non accorgersi di nulla fin quasi alla fine… e poi sì che se ne accorge! E con lei il lettore che si ritrova giù dal proverbiale pero

Lentamente si assiste al capovolgimento del mondo rappresentato dall’autrice che passa dai toni positivi e ottimisti che rasentano l’utopia, a quelli cupi e drammatici della distopia e si chiude in modo inevitabilmente… sorprendente, questo è poco MA sicuro. Lupus Furens si chiude con una sorpresa inserita sapientemente e che incita a leggere immediatamente il seguito.

Si rimane con una domanda irrisolta: Mondo perfetto o incubo orwelliano?
E perché non tutte e due le cose?

Tiger Indomabilis inizia là dove ci ha lasciato Lupus Furens e apre con uno scenario alla Mad Max dove manca solo Tina Turner che canta “We don’t nedd another hero!”. Si tratta della colonia penale di Oceania ovvero l’Australia,  dove le due fazioni principali: gli impalatori e i cannibali, si contendono le poche risorse disponibili. Capite bene che è piuttosto complicato mantenere la propria integrità morale e fisica in un ambientino del genere.

Copertina Tiger IndomabilisIl contrasto con il mondo romano, pulito, efficiente e quasi asettico non potrebbe essere più stridente di così. Dove sono finite le astronavi? E le auto volanti? E le sbrilluccicose città dotate di ogni comfort? Questo è il prezzo da pagare per la Pax Romana: centinaia di migliaia di persone che vengono deportate ogni anno nella colonia penale dove muoiono rapidamente e senza possibilità di ritorno e il motivo per cui ciò accade è la chicca che completa trama e scenario.
Il deportato destinato a Oceania ha una ben misera scelta tra morire impalato, sbranato … o entrambe le cose, andando ad ingrossare le fila di uno dei tre schieramenti. In mezzo ci sono i cristiani che vorrebbero vivere in pace e invece si ritrovano nel famigerato “terzo quadrante” indicato da Carlo Maria Cipolla nel suo libro “The Basic Laws of Human Stupidity“.
Davvero tutta l’Australia è solo una immensa colonia penale senza ritorno? La risposta non tarderà ad emergere e se il finale di Lupus Furens vi è sembrato cupo, quello di Tiger Indomabilis ve lo farà sembrare radioso e, tutto sommato, ottimista almeno fino all’epilogo.  Le risposte alle domande rimaste aperte arrivano, come in un conto alla rovescia, fino all’ultima, piacevole, sorpresa. Finale non banale, per nulla scontato e assolutamente coerente.

In conclusione… si tratta di fantascienza, del tipo migliore: si parte da una serie di premesse e si estrapola una serie di conclusioni, tecnologiche, economiche, sociali… eccetera e che devono essere coerenti tra loro da un punto di vista scientifico, il tutto senza sacrificare la trama. Mi tornano in mente Ben Bova, Harry Turtledove, Ray Bradbury e molti altri che non sto ad elencare per motivi di spazio, con l’aggiunta che Aurora Stella è una donna. Trovare donne che scrivono fantascienza è piuttosto raro e che ne scrivono di buona qualità ancora più raro (mi viene in mente Drago di Bronzo, di Marion Zimmer Bradley), ma esistono e sono proprio contento di averne trovata una così.

Da un punto di vista “materiale” i libri hanno una veste grafica molto curata e piacevole, piena di riferimenti alla trama, forse la formattazione del testo è un po’ imprecisa, ma trovare un self privo di refusi non solo è difficile… ma è proprio uno degli aspetti, se la storia è valida, che li rende ancora più interessanti: i diamanti sono più belli quando non sono perfetti.

I Razziatori di Etsiqaar V 4.10

Nuova revisione per questa stesura, che ora è completa della sezione dedicata ai giocatori di ruolo. Così chi lo desidera può trasformare più facilmente il libro in un’avventura per il suo GdR preferito.

Ho aggiunto tre capitoli, necessari perché uno dei retroscena giungeva troppo tardivamente all’attenzione del lettore, perché i personaggi di Diana e La-Wonlot erano altrimenti troppo scarni e privi di motivazioni, perché… è inutile che mi nasconda dietro a un dito: mi sto affezionando a Conrad Diana e La-Wonlot, sono una via di mezzo tra gli amici che non ho mai avuto e i figli che sono arrivati e, forse, arriveranno ancora.

Ora la storia è completa e toccherà all’editor darsi da fare per scovare tutto ciò che non funziona (ma stavolta è davvero poco), quello che può rendere meglio e quello che invece va mantenuto perché buono, mentre l’amico e collega Gianluca Serratore si dedicherà alla cover.
Quando l’editor mi consegnerà il lavoro passerò alla stesura definitiva e alla pubblicazione.

Zeus, Zeus! Chi l’avrebbe mai detto che scrivere un libro richiedesse tanto lavoro? E questo è il più corto dei romanzi che ho tirato fuori dal cassetto… gli altri sono molto più lunghi.

Spero non abbiate troppa fretta di leggerli. Voglio farli bene… e vedo arrivare la 5a stesura per i razziatori.
I tre nuovi capitoli hanno portato a galla alcune fragilità della trama di “background” che devo correggere, o mi crolla tutto l’impianto del romanzo successivo (giunto alla terza stesura) e del quarto (fermo alla ver. 0.17) e insomma avrei qualche bruciore di stomaco.

La buona notizia è che sto procedendo all’editing dei Razziatori: con la nuova stesura e le (poche spero) revisioni il romanzo sarà pronto per la pubblicazione in breve tempo.
Altra buona notizia: stavolta sarà corredato di Glossario, appendici storico-culturali e materiale per GdR così da permetterne facilmente la trasformazione in avventura per il proprio set di regole preferito: ci sono mappe, schede sintetiche dei personaggi, descrizioni extra… tutto quello che serve per mettere un party di avventurieri alle prime armi, come Conrad, di affrontare la situazione altrimenti imbarazzante di avere una banda di razziatori equipaggiata di tutto punto contro.