Un’ora di Razziatori

http://universi.altervista.org/i-razziatori-di-etsiqaar/

Un’ora di videoblog in cui tre recensori si sono confrontati su “I Razziatori di Etsiqaar”. Nel video oltre a metterci la faccia hanno sviscerato il mio romanzo fantasy ed espresso le loro considerazioni in modo preciso, puntuale e divertente.

Annunci

Avatar

No, non il film.

Deriva dalla resa anglosassone della parola sanscrita अवतार Avatāra e che indica l’apparizione o la discesa sulla terra della divinità avente lo scopo di ristabilire o tutelare il Dharma… l’ordine naturale delle cose, la legge divina… insomma credo abbiate capito.
Ora immaginatevi per un momento nei panni di Visnu e che nel vostro mondo le cose non stiano andando come avete previsto.

Stato A
Prendete il controllo della persona, delle persone che commetteranno un torto alla vostra “legge” e le costringete ad agire come avete deciso voi, in barba a quello che sono loro. In fondo: anche un maialino si arrampica su un albero quando viene adulato! (citazione)

Stato B
Scendete voi stessi scegliendo un corpo adatto alla vostra persona (un avatar, appunto) e sistemate le cose facendo sfoggio di fenomenali poteri cosmici, talvolta celati sotto forma di colpi di fortuna sfacciata (uno in fila all’altro) per non dar troppo nell’occhio.

…e poi c’è C come la fortuna quando ha la prima lettera maiuscola.
Riavvolgete il nastro del tempo, inserite “a monte” una serie di piccoli eventi e/o uno o più personaggi differenti e spingete tutta la storia nella direzione che avete previsto riscrivendola o riscrivendo la parte in questione. Se non funziona si ritenta e si ritenta finché le cose non vanno proprio come devono andare, ma senza aver “violato” il libero arbitrio… ma in fondo: se no che gusto c’è ad essere onnipotenti?

Perché questo incipit tanto strano?
Quando uno scrittore è all’opera parla sempre di sé stesso, del suo mondo, del suo modo di guardare le cose. Quanto più è abile, sensibile, capace… ecc… riesce a distaccarsi dalla propria realtà e usarla per guardare con gli occhi di un altro. Qualcosa di suo rimane sempre, alla fin fine è lui o lei che scrive, ma questo cambiamento permette a chi legge di immedesimarsi ed entrare lui nella vicenda. A mio avviso è la differenza che passa tra un bravo scrittore e uno che deve ancora imparare parecchio. Non che uno bravo non debba imparare e migliorarsi, ma almeno ha capito che si scrive per chi legge e non per sé stessi.
Poco prima di scrivere questo articolo ho letto la recensione scritta da Luca F. Morandi, un Blogger e un appassionato lettore (oltre che molte altre cose tra cui, da pochi giorni, anche laureato, congratulazioni Dottore!),  su un libro di cui non dirò il titolo. Nella recensione Luca parla dell’autrice e del suo personaggio principale che compie imprese mirabolanti e a volte apparentemente impossibili come spingere via l’uomo che la sta strangolando (sì anche il personaggio principale è una lei) e spedirlo a infilzarsi contro la lancia del compare e rimanere illesa.
Miracolo!
Vi ricorda nulla? Nella recensione Luca fa presenti errori come questo (cattiva gestione delle scene dinamiche), errori di punteggiatura ancora da limare e una certa ingenuità a livello di trama che consente al lettore di prevedere con largo anticipo gli esiti della storia. Per contro fa un raffronto con un libro precedente dell’autrice e apprezza il miglioramento dello stile e lo sforzo di produrre un testo migliore. Lo Sforzo vince sempre, lo dico sempre, ma battute a parte è stato corretto nei confronti di autrice e lettori mettendo in evidenza punti di forza e debolezze del libro in modo imparziale.

Spesso capita che in una narrazione ci sia l’avatar dell’autore: talvolta è un gioco voluto e controllato dall’autore stesso, come in alcuni romanzi di Clive Cussler dove passa proprio Clive Cussler che dà una mano al personaggio e poi sparisce. Altre volte sono personaggi “epici” che sopravvivono in modo un po’ rocambolesco e divertente. Molti sospettano che il “Nano” Tyrion Lannister sia l’avatar di Martin in Games of Thrones.
Altre volte l’autore risolve il conflitto ammantandosi da supereroe per cui finché il personaggio è sé stesso si comporta e agisce “da personaggio”, quando però veste i panni dell’eroe si trasforma completamente e diventa un altro. Vedi alla voce Zorro, Green Arrow, Batman, Superman… ecc…
Sembra un tocco di schizofrenia, forse, ma nel caso degli eroi mascherati ci può stare.

Chi scrive però dovrebbe tenere a mente che quello “sotto la penna” è un personaggio e in quei panni ci entrerà qualcun altro, il lettore presumibilmente. Scrivere usando un personaggio come avatar porta a trascurare dettagli che per un lettore, cui manca tutto il background dell’autore e conosce solo quello che viene mostrato dal testo, invece sono fondamentali. Se manca l’immedesimazione viene meno tutto il patto narrativo e la storia diventa difficile e pesante da seguire. Cosa si ascolta più volentieri? Un affabulatore esperto e capace di regalare emozioni, o l’amico fanfarone e un po’ logorroico col complesso del barone di Münchausen?

Uno scrittore in “Stato A” sta scrivendo male, tratta i personaggi come marionette e attrarrà lettori cui piacciono le marionette. Belle eh? Non dico di no, ma allora meglio andare a vedere le marionette a teatro, piuttosto che ritrovarsele di carta stampata.

Uno in “Stato B” invece ama il proprio mondo e ci si tuffa dentro, il che è già un bel passo avanti e nel momento in cui riuscirà a staccarsi dai propri personaggi e a lasciarli liberi di agire limitando i propri interventi al necessario per innescare la trama… eh, diventerà davvero bravo. Immagino sia per questo che Luca abbia incoraggiato l’autrice nella sua recensione. Io una che mi sbaglia la punteggiatura la stroncherei, se fossi senza peccato.

Uno in stato C sta lavorando duramente e se si accorge che c’è qualche errore, qualche incoerenza “riavvolge il nastro” ovvero salva il pezzo che gli pare sbagliato e riscrive da capo e poi se non funziona o col nuovo pezzo emerge qualche altro errore pregresso… ricomincia con infinita pazienza e attenzione, finché panta rei tutto scorre.

Sono stato in “Stato B” per parecchio tempo, convinto di saper scrivere. La prima versione di Conrad era nerboruta, si chiamava Kane, picchiava come un fabbro, lanciava le palle di fuoco e dispensava fenonmenali poteri cosmici spacciandosi per un inetto salvo poi stupire tutti mostrando di essere un semidio un po’ in tutto. Ahemm. La prima versione del Torto era molto diversa.

Bon. Ora si chiama Conrad Musìn, ha 12 anni, sporca i calzoni se la paura è troppa, di esagerato ha l’opinione di sè stesso, riesce a lanciare un incantesimo (da intrattenimento) dopo ore di preparazione e cerca disperatamente di far colpo su una ragazza… insomma un adolescente con tempesta ormonale in arrivo (anzi ormai già arrivata) e una vita un pelino movimentata.

Nel caso dei guai di Conrad eccomi, sono io il colpevole, quello che se dice “Potrebbe piovere” gli garantisce un diluvio sulla testa. Ho cercato in tutti i modi di tenere lontano Conrad da me, lasciarlo crescere e farlo diventare il personaggio che è adesso. Insomma sto passando allo stato C un poco alla volta. Mi piace ancora tuffarmi dentro la narrazione nei panni del personaggio su cui ho il punto di vista. Che casino quello. Interno, esterno, non focalizzato, focalizzato… argh! Il gioco di ruolo non prepara minimamente a questa parte della scrittura. Si parla sempre in seconda e terza persona, mai in prima e il punto di vista è sempre multiplo. Però mi sforzo di trattare i personaggi da personaggi e non come se fossero dei “posseduti” che dicono di essere una cosa e poi agiscono tutti allo stesso modo, cioè come se io fossi al loro posto e avessi i fenomenali poteri cosmici del demiurgo che sono. Questi sono onanismi mentali che, per quanto divertenti, annoiano chiunque altro legga i miei testi. Tipo l’articolo che, per motivi a me imperscrutabili, sei riuscito a leggere fino a qui.
Ti è mai capitato di scrivere storie di tipo A o B?

Bestemmie Contumelie e Insulti

I Malichani son gente di montagna. Silenziosi, operosi e poco inclini a manifestazioni d’affetto pubbliche, sanno tuttavia essere assai coloriti e schietti quando si tratta di mettere in piazza il proprio disappunto sia esso rivolto verso gli uomini, gli dei o la natura.
La lingua malichana l’ho derivata per buona parte dal francese, con un po’ di commistioni savoiarde e catare (viva internet. Se avessi dovuto fare qualcosa del genere il secolo scorso avrei dovuto procurarmi tanti di quei libri che sarei diventato matto soltanto per trovare il tempo di leggerli tutti), ma quello che mi diceva sempre la mia insegnante di latino del biennio (sottolineo questo aspetto, perché quella del triennio è stata… be’, scorretta come minimo) era che se vuoi veramente imparare una lingua devi cominciare dagli insulti. Questo rende il giapponese una delle lingue più difficili da imparare, ma il latino… eh, Marziale è stato illuminante per capire il resto.
I francesi, visto che anche loro parlano una lingua romanza, di insulti e contumelie ne hanno pure da vendere: Còn, cochon, idiot, etròn (devo spiegare?) e via discorrendo sono i tipici insulti che volano quando una discussione comincia male. Hanno poi un capitolo a parte per “les sagraments” o bestemmie che dir si voglia. Tenere a mente che qualunque cosa cominci per Sacrè (attenzione a quell’accento: fa tutta la differenza del mondo) è l’equivalente di Porco… qualcosa, anzi, qualche dio. Da notare che deriva direttamente dal latino “Sacer” che vuol dire sacrilego, blasfemo. Illuminante fu una mostra che visitai nel 2013 durante un viaggio in Canada e dedicato proprio a “Les Sagrements”. Il paesino, di cui non ricordo più il nome, si trovava da qualche parte tra il San Lorenzo e la penisola della Gaspesie e gli occhi ci caddero su questa strana mostra di “bestemmie”. Ingresso gratuito. WOW! Una lezione di antropologia coi fiocchi. Tutta in francese, d’accordo, ma gli abitanti del Quebec sono francesi, si sentono francesi e eccedono nell’iperformalismo per cui la loro pronuncia è spesso eccessiva. Ne segue un dialetto che fa della dizione e della chiarezza il suo punto  di forza. Capire un canadese francofono è molto più semplice che capire un parigino e se ti scappa una parola o due in inglese (a patto di far capire che sei un turista) o in un altra lingua, ti capiscono lo stesso e si sforzano di farsi capire usando addirittura l’inglese. Non cominciare MAI una conversazione in inglese. Non in Quebec. Sarebbe male.
Tornando a bomba su bestemmie e contumelie: Sàcre Cœur è la chiesa del Sacro Cuore a Mont Martre (Parigi), ma sbagliare accento e dire “sacrè-cœur” è un errore che può costare caro se nelle vicinanze c’è la persona sbagliata. E dunque creare giochi di parole tra parole “sacre” e “profane” è uno dei passatempo preferiti di francesi e francofoni. Qualcosa del genere l’abbiamo anche noi, per esempio “Ostrega!” o “Maremma”. La prima se la prende con l’Ost-ia, il pane consacrato. La seconda con la Madonna, cui riprende inizio e metro.

Altre imprecazioni possono avere origine da fenomeni sociali o urbani. Leggendo Salgari mi sono spesso imbattuto  in “Tonnèrre”, esclamazione spesso associata a qualcosa di pesante. Tuttavia in francese non c’è una imprecazione simile. Dove l’avrà trovata il buon Emilio?
Si riferisce al colpo di cannone che veniva sparato dal castello di Brest alle 6 e alle 19 per segnalare l’inizio e la fine delle attività. Lì per lì non avevo ben compreso il senso della bestemmia. Mi ero immaginato altro. Poi ho riflettuto: a Brest, lle 6 del mattino, c’era qualcuno che invece di suonare una tromba o un delicato carillon di campane per risvegliare la città, tirava la cordicella del cannone e faceva partire un colpo a salve. Quanti moccoli tiravano secondo voi gli abitanti della città sottostante a doversi svegliare in quel modo? Quanti ne tirereste voi? Tonnerre non la posso usare: nella mia ambientazione non ci sono cannoni e nessun metodo tanto brutale per “segnare il tempo”. Campane e campanili, gong, il messo municipale che gira gridando “è mezzanotte e tutto va bene!” sì, ma cannonate non ce ne sono e quindi la parola così non la posso mettere neanche come citazione… ma… l’idea che c’è alla base sì ed è stata una genialata da parte di Salgari che intendo copiare a mani basse.

Così una prima bestemmia tutta malichana è Sacrèbar(iere) che fa un po’ il verso a Sacrèbleu (riferita al sangue di Cristo), ma che in questo caso se la piglia con la sacra barriera donata da Dar a protezione dei suoi fedeli e di chi beneficia del dono della magia. Per la quale tutti pagano una tassa, anche i non maghi. Un buon motivo per bestemmiare, se si è un commerciante o comunque uno che non gode di pieni diritti civili come invece chi la magia la sa padroneggiare.
Un altro insulto è montreux. La Montre è l’orologio (in francese sarebbe orologia, perché declinato al femminile). Orologioso è privo di senso in questo contesto. Tuttavia in occasione del secondo millennio dalla fondazione, fu costruito in Champ Malichar  il monolito su cui ogni giorno i cittadini di Lavill’ vedono giorno, ora e previsioni metereologiche.
Dato che in sei secoli il manufatto non ha mai indovinato una previsione che fosse una, talvolta procurando seri problemi agli abitanti che invece del sole si son ritrovati con una tormenta fuori stagione, la Montre de Champ Malichar è diventata oggetto di contumelie e montreux indica chi è affidabile quanto l’orologio in questione.
Mèrde è rimasto inalterato, del resto l’allevamento del bestiame è una delle industrie più diffuse anche tra gli utenti di magia e la materia prima è sempre abbondante.
Disnémêr’ invece è un insulto tutto locale, unione e poi contrazione di Disnéur (mangiatore) e merde (contratto in mêr) che non richiede spiegazione. Usato per indicare uno talmente stupido da mandar giù qualsiasi spiegazione. Da notare che tutti gli insulti sono incentrati suprattutto sulle capacità mentali, ma in un luogo dove la principale attività del paese è lo studio e la ricerca, se pure in campo magico, che altro ci si può aspettare?

Lo studio continua, ma il collegamento tra le attività produttive, sociali, religiose e scientifiche e le rispettive imprecazioni esiste. Gli unici che sagramentano poco e malvolentieri sono proprio i maghi. Le parole hanno potere e una bestemmia detta al momento sbagliato può avere conseguenze letali, senza bisogno di scomodare alcun dio.
Parbleu, mondàr e nomdœil richiedono una piccola spiegazione.
Parbleu non è la traduzione di perbacco, bleu è un gioco di parole con la locuzione “sangue blu”, i nobili, vale a dire i maghi e quelle imprecazioni leggere che cominciano per “Per” come “Per mille fulmini” o “Per la barba di…” ecc… Parbleu è “per il sangue nobile dei maghi”.
Mondàr invece è l’equivalente di Mon dieu! Ovvero mio dio! Solo che da queste parti si prega Dar il dorato, facile.
Infine nomdœil è la più difficile da capire se non si vive da queste parti. Durante i primi secoli di vita i malichani non si allontanavano troppo dalla Val D’Amber e dalla sua minuscola barriera, che all’inizio della Val du Tancour scendeva ben al di sotto del 10%.
Oggi (cioè all’epoca in cui sono ambientate le Cronache) ha questo valore ben oltre il confine politico dove vale circa il 30% (cioè su 100 incantesimi sbagliati 30 non hanno colpi di ritorno di sorta).
L’etimologia è la seguente: le valli malichane erano già libere dai ghiacci 2600 anni fa, ma infestate da beholder, les Yeux. Un beholder (segui il link) è una bestiaccia di per sé, ma avere a che fare con un nido di queste creature è un incubo senza pari. Si comprende allora il senso di nomdœil, nome d’occhio. Nom de diable era un’altro “sagrement” un’altra bestemmia assimilabile a “porco diavolo” perché nella prima sillaba “di”… si poteva celare anche un altra entità che inizia con la stessa sillaba.  In questo caso invece è proprio un invettiva contro gli occhiuti e pericolosissimi infestatori delle montagne malichane. Anche se i maghi gli hanno dato una caccia spietata, anche se la barriera sempre più forte di anno in anno li tiene sempre più a distanza, ogni tanto qualcuna di queste creature riesce ad attaccare uno dei villaggi più remoti e ad arricchire la propria dieta con carne umana. Un’imprecazione contro di loro ci sta tutta.
Viceversa alcuni atteggiamenti tipici di altri popoli, tipo aggredire direttamente elementi della religione di stato, non sono proprio tollerati e si rischia grosso.
Le biblioteche pubbliche sono i templi dove, ogni dieci giorni, i malichani si recano seguire lezioni di qualche tipo. Saper leggere e scrivere è un “sacro dovere” e imprecare contro queste attività è visto proprio male: si rischia il linciaggio e siccome il clima è rigido, si preferisce il rogo all’impiccagione che così ci si scalda un po’ tutti.

#giornatautore 11 marzo – Andrea Venturo

Una splendida giornata trascorsa insieme ad un’allegra e arguta compagnia virtuale, ma pure concreta e ben viva. Ecco il risultato che Nicola Pera de “I Parolanti” ha saputo mettere insieme!

i Parolanti

_giornatautore_cover_11

Si è svegliato di buon’ora ed è già carico a mille il nostro ospite di oggi Andrea Venturo. È arrivato il giorno della tua #domenicautore, Andrea, presentati e poi preparati ad accogliere il fuoco amico delle domande.

Buona domenicautore a tutti.

Laura MasseraAndrea Venturo raccontaci come sei approdato alla scrittura.

Andrea VenturoTutto ebbe inizio al liceo quando mi accorsi che ero completamente incapace di scrivere. Stavo messo così male che al primo tema di italiano, nel 1984, la professoressa mi domandò cosa avessi scritto perché faceva fatica a leggerlo.
Be’… facevo fatica anche io.
Quell’anno fui bocciato, anche per quel motivo.
Non era l’unico. Ignoravo sintassi, ortografia e solo il mio dizionario era un pochino ampio grazie alla lettura.
Così iniziai a studiare la scrittura “da zero” e cambiai completamente modo di scrivere adottando lo stampatello minuscolo al posto del corsivo.
La storia si concluse…

View original post 3.978 altre parole

Duchessa

IMG_20160425_195139.jpgLa Duchessa si cambia spesso d’abito.
Fresca e accogliente in primavera, calda e invitante d’estate, affascinante e malinconica d’autunno e rigorosamente in bianco d’inverno.
Tutte le volte che torno da queste parti so già quello che mi aspetta e ora che ci sono i bambini… è anche più divertente!
La sveglia non è mai delicata: quando la macchina, caricata la sera prima, lascia la città è ancora buio nonostante la bella stagione sia inoltrata.
A fine Aprile il sole sorge prima delle sei e mezzo e infatti mentre l’auto imbocca la Roma-L’aquila e sento russare dal sedile posteriore, vedo i primi raggi far capolino dai monti e gli occhi di mia moglie brillare mentre riflettono le montagne.
Normalmente, se a una persona piace qualcosa o qualcuno, nei fumetti gli disegnano gli occhi a forma di cuore. Per mia moglie dovrebbero farglieli a “montagne”. Non che a me dispiaccia andare in montagna eh? Anche io ho i miei monti preferiti, ma è un’altra zona, molto diversa.
Quando passiamo lo svincolo direzionale Torano è passata un’ora e mezza e i bimbi cominciano a svegliarsi.
Una volta, quando i bimbi erano poco meno di una vaga idea, ci si fermava al bar della Duchessa insieme ad altri escursionisti. Adesso… be’, si fa prima così. La macchina mi porta dritta all’uscita “Valle del Salto” e da lì è un attimo infilarsi per la stradina, ora asfaltata, per Cartore.
Nel febbraio 2012, ancora senza figli, ricordo che fummo costretti a lasciare la macchina al bar e a procedere in sci fino al paesello… che impresa anche quella! Stavolta invece è diverso. I bambini stanno imparando a sciare, ma per insegnargli ad amare lo sport è meglio iniziare con qualcosa di semplice e meno massacrante che percorrere più di dieci chilometri in sci senza nessuna possibilità di salire “a bordo” di papà. Dopodutto Laura ha quattro anni e manuel due. E poi adesso la neve è andata via.
Cartore è un gioiellino restaurato grazie ai finanziamenti della Comunità Europea: qualche casetta in pietra e legno e, dal 2014, un agriturismo sostenibile che è la fine del mondo. Caldo, accogliente… e con ristorante dove fermarsi, in caso di “necessità”.
Noi abbiamo una decorosa scorta di panini, ma i due squali di terra che si sono appena svegliati sul sedile posteriore hanno una diversa idea del “cibo adeguato per un essere umano”.  Da quando sono nati non son più andato oltre i 60kg e non è un caso, nonostante io mangi come un orco.
Parcheggio vicino la caserma della forestale e inizio a scaricare gli zaini, uno per ognuno. Sospiro. Poi tutti sul sentiero: salire al lago della Duchessa è l’impresa che “mi” attende, ma non è impossibile.
La salita pare ripida, in realtà è solo l’inizio. In realtà non è neanche una salita. È una stradina che arriva all’attacco del sentiero e qui, veramente, si sale. È una cosa da prendere di petto, in senso proprio, magari non è impegnativa come la salita al Circeo o quella al Terminillo. Tuttavia si fa sentire e non è che l’inizio.

I bambini segnalano che sono stanchi. Silvia comincia a raccontare loro una storia dove dei pirati (pirati di terra, micidiali quanto gli squali di poco prima) hanno nascosto dei tesori lungo il sentiero e mamma e papà hanno la mappa.
Per la serie: cosa ti tocca fare per salvare la schiena va ora in onda “la caccia al tesoro”. Per cui un piccolo patrimonio in cioccolatini, lecca-lecca, sorpresine varie viene accuratamente disseminato da uno dei genitori mentre l’altro distrae gli squa… la prole e spiega cosa sono funghi, licheni, sassi, alberi e che differenza passa tra un faggio e una quercia. Non ci sono querce sulla Duchessa, ma questo non mi impedisce di far notare la differenza con i lecci presenti vicino casa.
Mentre i seicento metri di dislivello cominciano a scivolare sotto i piedi uno dopo l’altro, gli zaini dei pupi si riempiono di… tesori. Solo che non ci sono solo quelli forniti da mamma e papà, no, ci sono anche certi sassolini davvero belli, rametti, mandorle di faggio… muschio no, quello serve lasciarlo dov’è. Bravi bambini, ma lo stesso: sospiro. A metà della salita Manuel è cotto: nonostante sia gasatissimo è evidente che le sue gambe non reggono più la fatica. Ci fermiamo e lo faccio entrare nello zaino porta-bimbi che ho sulle spalle, si prosegue. Cento metri più tardi anche Laura è lessa come una verza.
Cambio zaino: Manuel, semiaddormentato, va in fascia sulla schiena di mamma. Laura entra nello zaino.
Indovinate dove sono finiti i due zainetti pieni di… tesori e lo zaino di mia moglie?
3 2 1 indovinato!
Termino di legare gli zaini dei pupi al mio, metto davanti lo zaino di Silvia e infine carico lo zaino con Laura dentro sulla schiena. Hop. Si riparte. Lentamente eh? Ho percorso questo sentiero a quarantacinque anni. Mica a venti. A vent’anni mi avessero detto “salirai su una montagna con quaranta chili sulle spalle” avrei riso dicendo che al sollevamento zaini preferivo il “sollevamento forchetta”, disciplina non riconosciuta alle Olimpiadi, ma che mi ha fatto vincere numerosi riconoscimenti in passato. Ora vado per quarantasette e con la terza figlia appena arrivata devo per forza star fermo, ma appena la piccola starà bene ci sarà pane e montagna anche per lei. È questione di aver pazienza.

Verso l’una siamo al rifugio delle Caparnie.
Chi è stato sulle Alpi sa che alla parola “rifugio” è associato un luogo accogliente, con cibo e bevande calde, sdraio per prendere il sole e talvolta persino la spa.
In appennino invece è: quattro mura, un tetto, una porta richiudibile e da tenere chiusa pena l’ingresso del bestiame al pascolo e la trasformazione perenne del rifugio in una stalla.
Per le sdraio c’è il prato, basta stare attenti ai sassi. Per cibo e bevande calde ci sono thermos e accendino. Lo so che non è sportivo accendere il fuoco, nel focolare del rifugio, con un accendino… è che ho fretta e usare il firesteel o il metodo dei legnetti richiede più tempo di quello che ho a disposizione.
Anche se è primavera alle 18 è buio e faccio presente che abbiamo attaccato il sentiero alle 9 e se per salire abbiamo impiegato tutte le energie e quattro ore, per scendere non ci vorrà meno tempo. Abbiamo un’ora a disposizione per riposare, mangiare e ripartire lasciando come segno della nostra presenza “niente” e “grazie”. Purtroppo non c’è tempo per andare più in alto e guardo con nostalgia il Morrone e la cima Zis lì accanto. Solo sei anni fa ci sono salito insieme a Silvia e a una manica di pazzi che si faceva chiamare ZiS (e si fa ancora chiamare così) ovvero Zaini in Spalla, per fissare su di essa la targa con il nome della cima. Mi viene da ridere: all’epoca pensai di aver fatto una fatica immane a salire lassù con lo zaino e venti chili di cemento.
Laura, da sola, ne pesa quindici e lo zaino vuoto ne pesa tre.
Poi ci sono panini, tre litri d’acqua, cambi di vestiario, pronto soccorso… ecc… ecc… d’altro canto la vista da quassù è semplicemente superba.
Il menù prevede panini al prosciutto e lattughino, formaggio “allo spiedo”, frutta e tisana mango fragola e miele calda. Si ripulisce tutto e in pochi minuti siamo di nuovo sul sentiero, in discesa stavolta.
Purtroppo il tesoro dei pirati è finito e neanche a un terzo della discesa i pargoli decidono che è ora di salire a bordo. Sob. Forse i più crederanno che il ritorno, essendo in discesa, sia meno faticoso della salita.
Quando la pendenza è elevata ci si stanca di più a scendere perché non è possibile dosare lo sforzo. Le suole in vibram degli scarponi mordono il fango e le rocce del sentiero, in parte attutiscono i contraccolpi e ci rendono meno dura la discesa, il resto neanche lo sentiamo: dopo qualche minuto un sonoro ronfare alle nostre spalle ci comunica che i passeggeri si stanno godendo il meritato riposo e così abbiamo un momentino per noi e ripeterci che anche solo nel 2012 mai avremmo immaginato di ripercorrere quel sentiero in quattro. Per non parlare della gioia di essere là in quel momento. La fatica c’è, ma è il prezzo da pagare senza il quale tutta l’impresa sarebbe, per dirla alla Manzoni, senza sugo. Parlare di sugo mi mette appetito e continuiamo la discesa che resta dura. Quando arriviamo a Cartore il sole è già dietro ai monti, anche se non è ancora tramontato. Svegliamo i passeggeri che non si fanno ripetere due volte l’invito e corrono verso l’ingresso del ristorante. Anche se abbiamo la cena in macchina una cioccolata calda e una fetta di torta sono graditissime e poi stanno arrivando altri ospiti dell’agriturismo, gente proveniente dai paesi vicini, alcuni di loro coi figli e già so che faranno comunella coi nostri per andare a far danno nei dintorni.
Ci fossimo trovati a Roma avrei dovuto precipitarmi fuori e sorvegliare con cent’occhi quel che succedeva. Invece da queste parti ci si può rilassare e confidare su quel che le orecchie riportano. Le grida dei bambini, che giocano e si divertono, giungono dentro il bar e ben si mescolano con le chiacchiere e il crepitio del caminetto. Finché gridano tutto bene, ma dovesse esserci silenzio o qualche voce di meno si deve correre fuori e dare un’occhiata per essere sicuri di quel che sta succedendo e infatti, ogni tanto, uno degli adulti a turno esce e dà una controllata, ma è solo per scrupolo: ci sono meno pericoli in montagna che in città e a differenza delle persone non esistono montagne assassine. Tutt’al più ci sono persone imprudenti.
Il sole che tramonta dà il segnale ai bambini che è ora di rientrare, fuori fa troppo freddo per giocare. Poco dopo saldiamo il conto e ci rimettiamo, con calma, in macchina: nessuno ha mai fretta di lasciare questo luogo. Il tempo si ferma e l’ultimo raggio di sole, prima di svanire dietro l’ultimo orizzonte, finisce immortalato dalla macchina fotografica. Silvia tira fuori i panini della cena e sazi e soddisfatti ce ne torniamo tutti in città, ma senza fretta: l’autostrada a quest’ora è piena di traffico e nessuno ha voglia di sostituire ai profili delle montagne, che si stagliano sul cielo al crepuscolo, la scia di luci di posizione rosso-fuoco delle auto incolonnate alla barriera di Roma-Est.

Giveaway Etsiqaasit

Si racconta che sull’altopiano, al rientro dalla migrazione invernale, le tribù dell’altopiano si scambino doni per festeggiare l’inizio del nuovo anno.  Bene, anche se mi trovo a qualche universo di distanza da loro mi va di festeggiare alla stessa maniera.

Più o meno.

Così ecco la sorpresa in arrivo: una copia cartacea dei “Razziatori di Etsiqaar” con tanto di autografo del sottoscritto sarà sorteggiata tra tutti quelli che mi avranno posto una domanda a proposito di Tharamys, dei personaggi delle mie storie, sulle storie che ho scritto, che sto scrivendo o su quelle che scriverò.
Una domanda “Inedita” cioé che nessun altro ha posto fa ottenere un codice (uno  soltanto). Ovvero il numero che, se estratto, vi farà vincere il tanto sudato premio.

In palio ci saranno:
1 Copia cartacea de “i Razziatori di Etsiqaar”
2 Copie elettroniche de “Il Torto”
7 (esageriamo, via) Copie elettroniche dell’avventura, multi-sistema, basata sul libro “i Razziatori di Etsiqaar” da poter giocare con gli amici.

Insomma cose da leccarsi le orecchie.

Seguite le mie pagine facebook, seguite il blog, seguite pure i Razziatori se pensate sia utile, ma se volete vincere vi conviene preparare le vostre domande e spararle più velocemente di chiunque altro. Risponderò a tutti.
Dieci premi in palio.

No pizza e fichi
No Pugnette
No letame

cover