Rituale di Sangue

Prosegue la demolizione del profilo Wattpad, dove alla fine di tutto non resteranno altro che macerie con link che puntano alle pagine del mio blog.

Subito dopo aver pubblicato “Il Torto” qualcuno mi chiese maggiori notizie su Flantius Mijosot detto Colle Ondoso.
Cosa ne era stato di lui era la domanda che più è stata posta. Così per migliorare un po’ il worldbuilding ho scritto un micro-racconto al riguardo e, già che c’ero, ne ho fatto anche la versione “audio”.

Dura pochi minuti, ma devo dire che mi è venuta bene, una specie di audiolibro. Non si tratta di un “prequel”, né di un “sequel” visto che narra eventi avvenuti durante la narrazione del Torto. Si potrebbe parlare di “Meanwhiquel” se questo termine non mi procurasse violenti bruciori di stomaco. Godetevi la storia così com’è e buona lettura… o buon ascolto, o entrambe le cose.

Un doveroso ringraziamento ad Antonella Monterisi di  http://www.amservizieditoria.com per l’editing e se ci sono errori prendetevela con me: l’ultima versione è la mia.

***

La caverna è avvolta dalle tenebre. Due torce ardono debolmente ai lati di una statua di cui è possibile vedere solo le gambe. Un uomo è steso ai suoi piedi. È legato polsi e caviglie a quattro pali di legno-ferro infissi nella roccia, le corde sono tese allo spasimo. È completamente immobilizzato.

Dalla sua posizione vede il proprio ventre che somiglia a una collina pallida ricoperta di peli bianchi e che gli è valso il soprannome di “Colle Ondoso”. È nudo, gli è stato lasciato solo il perizoma. La tensione è terribile. I legacci che lo immobilizzano scavano profondi solchi nella pelle grassoccia. Tenta di accedere alla propria aura magica e liberarsi con gli incantesimi, ma il dolore a polsi e caviglie unito al gelo circostante è atroce e tiene la sua mente prigioniera come il corpo. Invoca i compagni, ma immagina che siano stati tutti annientati dal fulmine nero che li ha travolti. Vorrebbe urlare, ma dalla bocca fuoriescono solo deboli mugolii. Un bavaglio dal sapore terribile gli impedisce di parlare, sembra carne putrefatta.

Nel suo campo visivo entra un volto bestiale. La fronte è sfuggente, la mascella squadrata e sproporzionata rispetto al resto. Sproporzionata per un uomo. La creatura però è un orco.

Indossa una tunica nera, ricoperta da rune color bronzo e un simbolo rosso sangue al centro, una via di mezzo tra un fulmine e una clava circondata da un cerchio di fiamme: il marchio di Wu-Masau il “Benedetto dal Male”. Il dispensatore di tenebra, di dolore, di morte. Colui che divora i corpi con la putrefazione, le anime con la corruzione eterna.

«Non sforzarti, umano» l’orco è privo delle zanne tipiche della sua razza e la sua voce è accompagnata da spruzzi di saliva che ricadono sul prigioniero «Non puoi liberarti, a meno che qualcuno non riesca a giungere fino questo tempio e a spezzare i tendini di drago che ti tengono legato, ma per farlo dovrebbe sconfiggere quaranta guerrieri di Rhat.»

L’uomo, dapprima sorpreso nel vedere il capo dell’orco circondato da una corona di capelli bianchi: in tutta la sua vita non aveva mai visto un orco anziano, nel sentire la parola “tempio” inizia a sudare e al nome della leggendaria patria di quelle creature sgrana gli occhi. Le parole del proprio aguzzino lo investono con la potenza di una tempesta perfetta.

«Ora Geniesser ti darà quel che meriti, » aggiunge un’altra voce, fuori dal suo campo visivo.

«Silenzio, Ubrom» ordina il vecchio «La luna sta per sorgere!»

prosegue mentre porta nel campo visivo del prigioniero un enorme pugnale a quattro lame seghettate e affilate come rasoi.

Il terrore contrae i visceri dell’uomo, che si svuotano all’istante, senza controllo. I due aguzzini non si scompongono, sono abituati a quella scena: fa parte del rituale che è appena iniziato.

Ubrom pure si mostra: è più giovane, ha ancora le zanne e i capelli lunghi fino alle spalle, neri come l’ossidiana. Indossa una tunica identica. Il vecchio orco ora accarezza il volto del prigioniero, il corpo squassato da tremiti convulsi, col pomolo del pugnale: è un teschio umano. Lo solleva e lo fa danzare al ritmo dei gemiti e dei mugolii che il prigioniero produce come se eseguisse gli ordini del suo aguzzino.Gli occhi dell’uomo sono concentrati sulle lame del pugnale che ora sembrano divenute le gambe del cranio ghignante brandeggiato dall’orco. La folle danza si arresta e anche i gemiti hanno termine.

«Per prima cosa» Geniesser sorride «ti ucciderò.»

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I Delitti dello Specchio

SpecchioQuanto state per leggere è la “prova su strada” di un personaggio creato per il mio ultimo romanzo: “Lo Specchio di Nadear” e che, se tutto andrà bene, sarà pubblicato entro la fine di agosto da Myth Press. Insomma il worldbuilding passa anche per “studi” come questo. Si tratta di uno di quei personaggi che, una volta creato, ha preso il controllo e ha voluto diventare… altro. Fosse stato per me sarebbe stata l’ennesima meteora pronta a sparire finito il romanzo e invece Specchio ha “gentilmente” chiesto di rimanere e, si sa, con una parola gentile e un ago avvelenato si ottiene di più che con una parola gentile.

«No, non ho visto che hai rubato due pandolci dal bancone del fornaio.»

Il ragazzino rimane a fissarmi con gli occhi spalancati, la refurtiva gli ingrossa il petto come un’improbabile Nana imberbe.

«Sparisci» il piccolo intuisce il pericolo che rappresento e si dilegua. Serro le mani sul carretto e riparto.

Non uccido se non è necessario. Sono fatto così, e poi i morti hanno il brutto vizio di parlare più dei vivi, specie se un prete eploriano o un figlio di Einungis si mette di mezzo e intercede per l’anima del defunto così che possa rivelare chi ha commesso il delitto o, peggio, la mano che ha pagato per commetterlo. Più morti ci si lascia dietro e più probabilità ci sono che rivelino qualcosa. Esistono metodi per impedire a un’anima di spifferare tutto: il veleno di Pionskorriesen, lo scorpione gigante che gli orchi usano come cavalcatura, è il migliore. Mantiene l’anima separata dal corpo per un paio d’anni, ma costa ed è inutile senza adeguata preparazione.
Sono un professionista, ci tengo alla mia reputazione, e chi si rivolge a me sa che avrà un lavoro di qualità… e in questo caso poi il cliente è anche il mio capo. Che non si sappia in giro eh? Ci tiene a passare per una persona rispettabile e integerrima, al punto che lascerebbe finire in galera sua madre e suo figlio, se ci fosse anche solo il sospetto che stiano violando la legge. Sua moglie no, l’ha fatta ammazzare un paio di anni fa e lo so bene: ho eseguito io il… lavoro.

Ogni tanto un passante getta qualcosa sul mio carretto, spazzatura. Eh già: sono un netturbino oggi.

Il proprietario del veicolo riposa sbronzo in una bettola, felice. Tra qualche giorno non ricorderà più nulla di utile, ma per allora… la mia vittima sarà ancora in vita. Sono un fine umorista.

Scivolo tra la folla che si accalca nella via, la vita nella Capitale è così intensa, frenetica, si fa fatica a credere la quantità di servizi che ogni giorno vengono richiesti. Con una domanda così elevata non mi stupisce che esiste persino un mercato degli assassinii, specie in ambito politico.

Il palazzetto di mastro Querzàr è di fronte a me. L’affaccio su una via affollata non salverà la mia vittima. Ho studiato a lungo lui e le sue abitudini, persino il lieve difetto di pronuncia sulle t e le p che lo fa sputacchiare senza speranza adesso mi appartiene. Attendo che esca per recarsi alla Loggia dei Mercanti, come ogni giorno. Il massiccio portone, guardato a vista da due draghi di pietra che decorano la strombatura con le loro code, si apre spinto da un paio di servitori in livrea. Lapo e Dago, conosco bene anche loro ormai, salutano il loro padrone forse per l’ultima volta e richiudono con un tonfo.

Come Karl Querzàr si sparisce tra la folla giro nel vicolo e seguo il muro del palazzetto fino all’ingresso di servizio. Martha, la cuoca, si affaccia. Il cigolio delle ruote l’ha avvertita e so che tra pochissimo uscirà per caricare sul mio carretto la spazzatura accumulata in cucina. Andrà di fretta, ho ritardato apposta il mio arrivo.

Mentre attendo i passanti mi riempiono il carretto, che gente educata i kireziani. Il bello del mio travestimento è che nessuno mi vuol guardare: sono una presenza necessaria eppure causa di imbarazzo. I pregiudizi sono un travestimento favoloso: diventi invisibile senza alcun trucco. La gente crede che la magia possa ogni cosa: gli oggetti magici sono costosi e occorre saperli usare. A che serve essere invisibili se poi fai talmente tanto rumore mentre ti muovi che per vederti serve solo un buon udito? A me basta appiattirmi a lato della porta e guizzare dentro mentre quella grassona di Martha esce carica di rifiuti. Lapo e Dago stanno chiacchierando vicino l’ingresso, la scala principale non è sorvegliata. Il tappeto di velluto rosso mi aiuta nel rimanere in silenzio e mi introduco nella camera padronale: non ho tempo per ammirare gli arazzi o il letto dorato con baldacchino di seta. Per Merat-Asua quanto è pacchiano!

Cerco i vestiti, l’armadio di fronte ne è pieno. Mi manca solo un dettaglio, un vezzo da parte mia, ma rende giustizia al nome che mi sono dato.
L’orologio della Ruota Alata batte la mezza.

Trovo il rasoio, lo passo di piatto sul dorso del mio naso; la maschera che indosso assorbe i minuscoli resti che mastro Querzàr ha lasciato sulla lama, si scalda e comincia a muoversi. Vedo il mio volto riflesso cambiare, spunta una folta barba bianca, i miei occhi diventano neri e il mio corpo si incurva.

«Buongiorno Karl Querzàr, passato una piacevole mattinata?» saluto l’immagine riflessa una volta completata la trasformazione. Pulisco con un gomito gli spruzzi di saliva dal vetro: il risultato mi soddisfa.

La serratura gira nella toppa, la porta si apre, la mia attesa è finita. Il vecchio sta per partire per suo il viaggio finale. Mi giro  con le spalle alla specchiera, immobile.

L’anziano mercante entra e getta il mantello sul letto, brontola qualcosa sulle prossime elezioni e che uno dei suoi avversari, Damien Ludrò, è proprio un gran pezzo di merda. Amico mio, hai proprio ragione.

Mi vede e io lo guardo.

Oh dei! Come amo il momento in cui i nostri sguardi si incrociano!

Lui allunga la destra e io lo imito.

Avrà capito perché mi faccio chiamare “Specchio”?

Preso com’è dai suoi pensieri impiega un secondo di troppo a comprendere che ha davanti la propria fine. L’ago avvelenato parte dalle mie dita e si conficca nel suo collo. Posso immaginare la sua sorpresa: vedere sé stesso scendere dalla cornice della specchiera e andargli incontro è sempre uno shock per gente come lui, abituata ad esercitare il controllo su ogni cosa.

Crolla. Tutti i muscoli si contraggono e lo “compattano” in posizione fetale. Chiudo la porta a chiave, poi infilo a fatica il cadavere in un grosso baule. La schiena curva mi rallenta. Odio sentirmi così decrepito, ma non sarà per molto: il tempo di annunciare la mia improvvisa partenza per Airumel, imbarcarmi e sparire.

Sparito lui i suoi “alleati” litigheranno e si candideranno separati perdendo inevitabilmente le elezioni. Ho ancora due candidati da “ritirare”, ma ho tutto il tempo di organizzare un bel viaggetto anche per loro.

Ora posso rilassarmi.

Progetti presenti e futuri

Lo Specchio di Nadear, mentre la grafica è al lavoro sulla cover e io sto qua a sbavare in attesa di vedere cosa sarà capace di tirar fuori dalle mie indicazioni, è finito.

19 capitoli, 18 perché quello iniziale e quello finale insieme fanno un capitolo “normale” e poi le appendici che mi diverte tanto scrivere.

Stavolta si parlerà di storia, di cucina in salsa Fantasy e di un particolare tipo di magia che funziona bene anche nel nostro mondo. Quella legata al potere delle parole.

Giusto perché non ho niente da fare mi sono messo in testa di creare una versione scaricabile della “Guida turistica di Nadear” in stile Touring Club, la rinomata serie di guide per viaggiatori impenitenti e magari anche una più ampia guida per chi dovesse decidere di viaggiare per Kirezia.
Locande, aneddoti, teatri e altre forme di intrattenimento. In un mondo dove la magia esiste e funziona bene anche gli spettacoli di magia vanno ben oltre la “semplice” prestidigitazione.

E poi c’è il romanzo n°5 che comincia a delinearsi. Sarà ambientato a Malichar, nella città di Lavill’ che è antica quasi quanto Kirezia. Personaggi… no, meglio non parlarne o rischio di spoilerare il n°4 che invece vedrà una serie di “Plot Twist” niente male, l’avverarsi di una profezia e il povero Qar che finalmente avrà un ruolo un po’ più attivo. Il n°4 che ha come titolo provvisorio “L’Ombra Scarlatta” è alla sua seconda stesura, tutta la trama è definita e con un pizzico di qlo stavolta riuscirò a risparmiare almeno un paio di stesure e chiudere tutto con la terza corredata di Editing. Non per niente: appendici escluse la prima stesura supera le 580.000 battute, i protagonisti sono tanti e stavolta l’opera risulterà corale. Ho contato 13 personaggi principali, più altri 17 di contorno.

Tecnicamente questa è la prima storia di Conrad solo che quando venne scritta per la prima volta era un canovaccio lungo quaranta pagine di quadernone, vedevo me stesso come Conrad e coprotagonista era versione rosso tiziano + occhi verdi della mia ex. Non ebbe molto successo: lei studiava lettere e di quei fogli vergati a mano non se ne diede troppo pensiero. Del resto il nome non era Conrad e l’ambientazione era stata presa pari pari da Mystara con troppi riferimenti a luoghi protetti da copyright per essere utilizzabile dal punto di vista commerciale. Lo scopo di quei fogli era creare un background comune per le sedute a D&D per i nostri personaggi.

E però: la storia c’era e pure avvincente tant’è che quel background divenne poi una mini-campagna durata un paio di mesi, poi tornò nel cassetto per altri 10 anni o giù di lì fino al 2012 quando cominciai a tirare giù Kirezia, poi Meroikanev, Malichar e tutti gli altri luoghi fantastici che negli ultimi sette anni stanno riempiendo l’atlante di Tharamys.

Cominciavo ad essere pronto, ma c’era ancora un ma: Conrad era troppo piccolo per affrontare in modo credibile le creature micidiali che popolano le Brulle. Nessuno avrebbe mai creduto che un ragazzino potesse anche solo pensare di affrontare un bestio alto più di due metri e grosso come un armadio a due ante (cit).

Nessuno tranne il raro caso di un ragazzino amante della lettura. Così ecco l’idea: usare il meccanismo della campagna di ruolo (una serie di avventure con la medesima ambientazione e legate da un filo conduttore) per raccontare l’epopea di Conrad da dodicenne un po’ sfigato a Eroe Fantasy ™. Ed ecco che, dopo un lungo lavoro di world-building in cui ho dissezionata Mystara, Melniboné, (Moorcook) il mondo delle Sedie (Ionesco), Averoigne (Clark Ashton Smith), Lupiac (Dumas), Tschai (J. Vance), la Terra di Mezzo (Tolkien) e molti altri luoghi fantastici a me cari come il “Maine Fantastico” citato da Lovecraft e King ho partorito Tharamys e il modo in cui metto in moto le mie storie.
Riempio il mondo di dettagli, a volte strani come le biografie di artisti, politici o maghi.
A volte nauseanti come la puzza di stalla, i liquami delle fogne e la decomposizione di più creature. A volte ci metto associazioni varie (anche a delinquere). Il risultato è un povero personaggio che si ritrova in un ambiente complesso e ricco di storia, di stimoli e di situazioni a rischio con le quali dover interagire e subire conseguenze di ogni sorta.
In termini di GdR questa è la “Cattiveria del Master”, per cui alla domanda “Se dovessi incontrare un tuo personaggio, cosa gli diresti” io rispondo e risponderò sempre “mai sia, o mi lincia”.
Con queste premesse anche il romanzo n°6 comincia ad essere più di un mero appunto su file di testo.
E siccome mi serve materiale per i romanzi ecco l’idea finale. Una antologia di racconti ambientati a Tharamys con protagonisti i personaggi secondari di tutti i romanzi. Così ritroveremo Slada, Snazan e Pamet: tre dei contadini rapiti dai razziatori. Scoprirete come hanno fatto Dorian, Francisco, Ivilas e Luigi a diventare soci.  Conoscerete il motivo per cui Specchio si chiama così e si comporta come si comporta e magari anche qualcosina sull’enigmatico Qar e il suo rapporto con Flantius il ciccione, oltre che il mitico Capitano Sarralga e i suoi Nani.
Ci sarà da divertirsi.

Perché si chiama Tharamys?

ListosferaTharamys, se pronunciato velocemente, forma la parola “Mystara” e chi ha giocato a D&D sa che si tratta del nome della Terra dove sono ambientate le avventure di Nani, elfi, maghi eccetera.

Tuttavia il nome creato da Lawrence Schick e Tom Moldvay per il gioco era “senza sugo”, vale a dire che aveva un significato “il mondo conosciuto” deciso più o meno arbitrariamente e privo di qualsiasi etimologia, insomma un nome inventato di sana pianta “perché sì”. Nella realtà tutte le parole hanno una origine. Nella lingua italiana sono confluiti termini  sanscriti (come Materasso), egiziani (Faro), greci, latini, gotici (zaino), longobardi (stronzo) e poi arabi e non so che altro. Ogni parola ha una sua storia e una sua origine. Mystara non ne ha. Quindi se volevo dare al mio mondo un nome, questo doveva avere un’etimologia coerente con tutto il resto.

Come conciliare Tharamys con Mystara?

Come già scritto nella parte relativa l’onomaturgia di questo blog quando ho parlato del lavoro di Tolkien, lui creò la lingua elfica a partire dal finlandese mescolato con altre lingue romanze, principalmente italiano e spagnolo.
Legolas, per dire.
Ho voluto  fare lo stesso con le lingue di cui avevo maggior dimestichezza. A me i termini elfici tolkeniani ricordavano molto il greco antico e così partii da quello, anche se ne avevo una conoscenza molto superficiale dovuta alla mia fidanzata di tanto tempo fa… orbene se qualcuno si mette a malignare sul fatto della lingua ricordo che “la malizia è negli occhi di chi legge”.

Su un massiccio strato di vocaboli presi pari pari dal (mitico) Rocci, edizione appartenuta a mio padre (classe 1937) ma ancora validissimo, ho installato termini romanzi presi dall’occitano e dal latino. Tutto scritto con caratteri greci.

Chiaro: la mia conoscenza del greco è scarsina e limitata a un lungo elenco di vocaboli e forme verbali non declinati, ma unendo l’elenco a quel che ho imparato sui fenomeni di deriva linguistica (e dei quali l’italiano, negli ultimi sei secoli, ha risentito poco o nulla) vengono fuori cose per me divertenti come Tharamys. Ci sono due parole provenienti dal greco antico che hanno favorito la genesi del nome: θαλάμη e μου.

Nell’ambientazione θαλάμη è la terra e la seconda parola vuol dire “mi” inteso come “a me” e dunque se ne esce bene con un “la mia terra” che pure riflette la spocchia degli elfi che popolano il pianeta, dato che si considerano l’unica specie degna di poter dire che il mondo gli appartiene.

Tuttavia se apriamo il Rocci troviamo che θαλάμη significa “Covo”, “Tana”, “Nascondiglio” e quindi mettendole insieme viene fuori “La mia Tana”, ovvero il luogo dove mi ritiro per sbirciare le avventure di Conrad e di tutti gli altri personaggi che affollano le Cronache di cui sta per uscire il terzo volume.

Direi che in tutti i casi il nome ci sta tutto.

L’Inglese e il Fantasy


In romanzi e racconti, come pure nei giochi di ruolo e nei fumetti con ambientazione fantasy leggo spesso (ma non sempre per fortuna) di personaggi, luoghi, oggetti… ecc… elementi che mi lasciano assai perplesso.
Per esempio i nomi: devono essere coerenti e invece moltissime volte trovo personaggi, luoghi, piante… ogni cosa ha nomi anglofoni.

Perché?

La lingua che parliamo deriva da una specie di dialetto, il Volgare, che a sua volta è il Latino imbastardito. Non me ne vogliano i cultori della lingua, ma questo è un blog dove si parla di fantasy e non un trattato di linguistica. Il sugo della storia è che: “In principio erano i Romani” poi man mano che si sono espansi hanno inglobato gli etruschi, i Veiani, i greci della Magna Grecia, i Galli… ecc… e da ogni unione è nato un dialetto o una lingua. In particolare il connubio latino-etrusco ha dato vita al dialetto toscano che poi è diventato il nucleo fondante dell’italiano moderno.

Una lingua straordinaria l’italiano: flessibile, descrittiva, stabile. La stabilità è l’aspetto più affascinante della nostra lingua, al punto da essere una delle più studiate al mondo.

L’opera di Dante, per quanto appaia molto differente dalla lingua contemporanea, è ancora leggibile pur scritta in un italiano vecchio di 6 secoli.

Se prendiamo un’altra lingua… l’inglese per esempio. L’inglese del XIII secolo è molto, molto diverso da quello moderno.

Tratto da “The early South-English legendary” folio 23 Sancta Crux, vv 1-9

ÞE holie rode i-founde was : ase ich eov nouþe may telle.
Costantyn þe Aumperour : muche heþene folk gan a-quelle,
For huy ore louerd iesu crist : to strongue deþe brouȝte,

And alle þe heþene men þat neiȝ him were : sone he dude to nouȝte.
Eleyne, þat was is moder : to Ierusalem he sende
to sechen after þe holie rode : and heo gladliche forth i-wende.

Þo heo cam þudere, heo liet crie : ase heo hire red hadde i-nome,
Þat alle þe giwes of þe cite : bifore hire scholden come.
Þo þe giwes i-somoned were : huy hadden grete fere;

Bon, dove voglio arrivare? In moltissime opere Fantasy abbiamo civiltà millenarie, con personaggi dai nomi anglofoni e con leggende e riferimenti antichi di secoli… nella stessa identica lingu: l’italiano moderno (o l’inglese, dipende). 

Il frammento che leggete proviene da un testo composto tra il XIII e il XIV secolo… somiglia forse alla lingua di Shakespeare? No, quella comparirà solo tre secoli più tardi, pure quattro. Nel 1695 Shakespeare scriverà di due tredicenni un po’ sfortunati e con una lingua completamente differente.

Shakespeare Quartos Project
Foto: courtesy of British Library

Non sembra la stessa lingua eh? E infatti è cambiata, ma pure il buon Shakespeare aveva ancora un po’ di strada da fare. Mentre la lingua di Dante è praticamente la stessa, anche se infarcita di espressioni e termini obsoleti (e vorrei vedere: l’ha scritta nel 1362). L’italiano ha cambiato modo di parlare, ma “Tanto gentile e tanto onesta pare” si può ancora scrivere senza ritrovarsi con il testo segnato di blu dal docente di turno. Viceversa Shakespeare doveva scrivere “Thou” per dire “Te”, mentre nel XIX secolo Conan Doyle scrivera “You” e questa forma per ora è quella corrente, ma è certo che cambierà ancora.
Chi aveva ben compreso questa cosa è stato Tolkien (niente da fare: il Professore rimane un maestro inarrivabile) e da quel buon filologo qual era aveva ipotizzato una evoluzione per le sue lingue fantastiche prevedendo più nomi per uno stesso soggetto a seconda delle circostanze. Mithrandir, Olórin, Tharkûn, Incánus, Grigio, il Grigio Pellegrino, il Bianco, il Cavaliere Bianco, Custode di Narya… tutti nomi e soprannomi per Gandalf, forse la figura magica più famosa della letteratura dopo Bryn Myrddin alias Mago Merlino.
Tornando al punto: pochissimi autori hanno osato immaginare una evoluzione linguistica, preferendo mantenere sempre la lingua del lettore anche per elementi provenienti dal passato remoto dei loro mondi. Questo per favorire la leggibilità del testo che, ricordiamocelo, deve vendere. O l’autore non campa e deve cambiar mestiere.
Difatti Tolkien non faceva lo scrittore, era professore universitario e pure con i contro-attributi, se mi si permette il termine.
Dunque è fondamentale favorire la leggibilità a scapito della verosimiglianza? Ha senso cercare la verosimiglianza in una storia fantastica? È un bel dilemma che può essere risolto almeno in parte proprio con la scelta dei nomi. Si stabiliscono delle regole generali, come per i miei kireziani che hanno il nome di provenienza mitteleuropea e il cognome veneto. Conrad Musìn, Jon Ludrò, Dario Mustazàr, Diana Latàr, Paul Carantan eccetera, sono un esempio. Si stabilisce una sorta di regola fonetica che poi permette di creare anche nomi di fantasia assonanti come Lain-Crugòn che da una parte è l’anagramma di Corunglain (città immaginaria scaturita dalla fantasia di Gary Gigax e Dave Arneson in Dungeons & Dragons) e dall’altra la fusione di due città distrutte dall’ultima orda eruttata dalle Brulle (vedi il Diario del Capitano Sarralga), a loro volta significanti “Pianura” nel caso di Laìn e il nome gentilizio del fondatore nel caso di Crugòn, che pure è un cognome diffuso nel nord di Kirezia e si incontreranno personaggi che lo portano. Del resto non è inusuale incontrare persone che hanno come cognome il nome di una città… e il motivo è commovente.
Come già detto in altri casi: studiare un poco la propria lingua aiuta anche a trovare nomi e a tenerli bene a mente. Lezione appresa a dovere da Terry Brooks che nella sua Shannara si è potuto permettere di mantenere nomi anglofoni perché… be’, è un mondo forgiato a partire dal nostro dopo un olocausto termonucleare.
E allora torno alla domanda iniziale: perché molti autori sacrificano la coerenza in favore di nomi altisonanti ed evocativi e di testi sempre leggibili anche dopo decine di secoli?
Caso 1) Perché lo ignorano, non pensano e immaginano mondi statici sempre uguali a sé stessi.
Caso 2) Preferiscono lasciare il testo leggibile e lasciare al lettore il lavoro di immaginare il “prima”.
Va da sé che nel caso due tutto ciò che riguarda il passato del mondo non può essere mostrato direttamente. Occorre raccontarlo per bocca di un personaggio che faccia da tramite e si incarichi della traduzione dalla lingua antica a quella del lettore. Se questo è agevole per la storia non lo è per i nomi: Andrea deriva dal greco antico ἀνδρεία che è il coraggio virile (sii uomo!). Eppure un sacco di genitori hanno chiamato la loro figlia “Andrea” perché finisce per a e quindi è un nome da femmina. Logica inoppugnabile che mi è stata tirata contro più di venti anni addietro da una ragazza che si chiamava proprio come me: Andrea. Lavoravo nel sottoscala dell’ANICA, per una società che produceva corsi online e questa tipa, che si occupava di tradurre dall’italiano all’inglese i testi mi prese in giro dicendomi:

«What the hell man: you have a female name! Ah ah ah!»
«Actually, my dear girl, Andrea came from the ancient greek ἀνδρεία and mean “virility” or “man’s bravery”. The root “ἀνδρ-” is the male prefix, ἀνδρός mean “male”. Do you understand mrs. Andrea?»

Quando gli ho raccontato l’etimologia di Andrea gli ha preso un colpo così ho dovuto aggiungere che “al femminile” è la “forza morale”, significato ottenuto stiracchiando un poco ἀνδρεία (andreia).

Basta poco per trasformare un testo di scarsa coerenza in uno ben solido e capace di soddisfare tanto il lettore di primo pelo che vuol solo sognare a occhi aperti, quanto quello più scafato e che cerca più livelli di lettura.
Insomma volete dare un nome inglese ai vostri personaggi? Prego, fate pure, ma non ritrovatevi come i genitori di Andrea che evidentemente ignoravano l’etimologia del nome scelto per la loro figlia. Fate in modo che ciò che create, sia esso un personaggio letterario o uno in… carne ed ossa, abbia un nome sensato!

Santat!

#berefantasy
#bereFantaNo
#bereVinoMejo

La domanda che mi pongo sempre è: perché quando leggo un romanzo fantasy gli eroi bevono roba strana come l’idromele, il Bol, il sidro oppure birra? Cioè, non ho nulla in contrario, ma ci sono già ottime bevande in circolazione capaci di evocare scene epiche. Il vino, per esempio. Quello bianco o rosso: niente colori strani. Perché il bello del vino non è il colore. Fruttato, tannico, con sentori di mandorle o di gerani, frutti rossi o malva… i profumi del vino sono migliaia, non sto esagerando e non è che l’inizio della festa. Il vino è quanto di meglio si possa avere per accompagnare un pasto degno di questo nome. Esalta i sapori e ne aumenta la profondità.

brunello

Una bistecca di chianina, giusto per restare in Italia, è gustosa. Se però l’accompagnamo con un calice di Brunello di Montalcino diventa un’esperienza mistica (e non sto esagerando). E cosa c’è di meglio per ricordare la magia di un fantasy? Per giunta non occorre essere Gandalf per riuscirci, basta mettere da parte un’ottantina di euro per pagare il conto (una cenetta a due bistecca più brunello in un locale in quel di Montalcino, un paio di anni fa). Agli amici non carnivori suggerisco cose diverse, magari un vermentino di gallura servito freddo.

Però, appunto, la bevanda va preparata. Il Brunello nasce in un territorio specifico, con un preciso tipo di uva (sangiovese), altitudine, insolazione, premitura e maturazione altrettanto precisi. Chi produce il Brunello è un vero mago capace di utilizzare anche metodi industriali, ma senza mai snaturare ciò che secoli di pratica hanno concentrato in un vino di rara bontà. Se vogliamo portare una simile magia un’ambientazione Fantasy non possiamo semplicemente chiamarlo vino rosso, ma nemmeno Brunello… o no?

Zeurance è uno dei dodici principati di Malichar, famoso per le sue uve Agiodiipetes (donate dagli elfi di Invalis intorno al 920 al principe Eplîen Gaston René de Zeurance, soprannominato poi le Roi Cuiteur per motivi che vedremo tra poco) e per il vino che da allora cominciò a scorrere a fiumi.
Le rouge de Zeurance prodotto da quelle magiche uve rallegrò mezzo continente, da Maor a Kirezia, dal gelido Frisør fino alla variopinta Lleendir, ma il meglio doveva ancora venire.
Nel 1127 si narra che un viticoltore della Val d’Ambèr, un certo Eugène Feurouge de Mont Èlanin trapiantato in quel di Zeurance per tentare la fortuna con le magiche uve Agiodiipetes, dimenticò una botte di Rouge in un angolo della sua cantina per oltre due anni.
Convinto di aver prodotto dell’aceto il buon Eugène stappò la botte e…
Si dice che lo stesso Eplîen sia apparso con il calice in mano per poter sorseggiare quel nettare delizioso.
Era appena nato le Petit Brun de Zeurance.
Un vino dal gusto fortemente tannico, di buon corpo con richiami di geranio, ciliegia e spezie e dal colore rosso rubino. Il buon Eugène intuì che il merito andava attribuito tanto alla botte, che alle condizioni in cui il vino aveva riposato e recintò quell’angolo di cantina trattandolo come un tempio. Il clima della cantina, con le bocche di lupo aperte verso est, aveva favorito la maturazione del vino senza permettere la sua trasformazione in aceto, mentre il colore rosso brunito dai riflessi di rubino era dovuto alla botte.
Era una botticella da 2 mîd (parola derivata da Muid, moggio, antica unità di misura pari a 268 litri) in rovere di Landin asciata una volta. L’asciatura è quella procedura che si fa con le botti vecchie, per evitare che il marciume contamini il vino e continuare a usarla per qualche altro anno (di norma 3, a volte anche 4 anni). Una buona botte può essere asciata fino a 4 volte, ma dopo la prima il legno cede più sostanza al vino e ne cambia il sapore. Nel caso di Eugène la combinazione di legno, clima e tempo di maturazione aveva creato il miracolo.

Deciso a ripetere la prova Eugène, e soprattutto la sua primogenita Marianne, si procurò quante più botti di rovere di Lendin asciate una volta poté e riempì quell’angolo di cantina dove lasciò ben 30 mîd di vino a maturare.

In dieci anni di lavoro Marianne scoprì il segreto intuito dal padre e trasformò le cantine Feurouge in una leggenda. Anche se ormai i Feurouge sono estinti da secoli, il loro lavoro venne condiviso e diffuso a tutta la valle e a quelle limitrofe fino a creare una vera e propria “region du Petit Brun”, che a tutt’oggi è rinomata per il frutto delle sue cantine.

Note di colore
Le Roi Cuiteur è un titolo scherzoso. In Malichar nessuno può essere re e il titolo viene usato da millenni come presa in giro in ricordo delle origini: fu il Re di Lleendir a provocare la fuga di Bertrand de Malichar. La cuite invece è la sbronza.

Il nome “Eplîen” è la contrazione di “Eplorien”, Eploriano che è l’equivalente di Cristiano, solo che se avessi chiamato un principe malichano così sarebbe stato credibile quanto le patate arrosto che circondavano gli arrosti divorati dagli antichi romani nei film prodotti in quel di hollywood negli anni ’60. Questo perché nei principati si può praticare la fede che si vuole, ma non in pubblico. I malichani, anche dopo 2600 anni, hanno ancora il rogo facile.

Agiodiipetes = Agios dal greco è “santo” “diipetes” che è proprio di Zeus, divino.
Santo di vino, santo divino sarebbe già un bel gioco di parole. Tuttavia ricordo che Zeus = Jupiter = Giove quindi diipetes può diventare “giovese”
Prima di bannarmi del tutto c’è un’altra cosetta.

Petit Brun: il nome è nato facilmente, al di là dell’assonanza con il Brunello il colore è rosso bruno e le botti devono essere necessariamente piccole, botticelle appunto per cui Petit è stato giocoforza un passo obbligato.

Mont Élanin è un paese della val d’Amber, ma in francese élan è l’alce e quindi… Monte Alcino.

Salute o, come dicono i malichani, santat!

Maor

Nominata più volte, ma mai raccontata, occupa la parte più orientale del continente di Adra. È una terra ricca con un panorama vasto e vario come sanno esserlo pochi altri luoghi.

Maor è una città mitica situata al di là dell’oceano equatoriale. Su Tharamys ci sono 18 masse continentali abitabili e accessibili via mare. Due sono situate lungo i pozzi polari e cinque nella parte “interna” e trovare un luogo di origine diverso non è difficile.

Quando l’era glaciale scatenata dalla scomparsa di Daikin-Jadam allentò la sua presa sul continente di Adra, molti colonizzatori tentarono di posare piede sul suo suolo, ma solo i coriacei Maorni. La leggenda narra che una tempesta arenò lungo le coste di Haeperis una flotta di coloni in viaggio verso Airumel. A Lalof-Sal i coloni stavano indigesti: i suoi Elfi non avevano bisogno di scomodi vicini di casa. Wu-Masau aveva necessità di qualcuno che eliminasse le popolazioni di orchi ribelli che si erano insediati oltre la sua area di influenza e che invece di morire come avrebbero dovuto per mano dei Beobacht, prosperavano e (loro malgrado) incrementavano la popolazione di quelle pericolosissime creature. In teoria avrebbe potuto ottenere facilmente l’aiuto del trio Nanico: Ger-Mazin, Geej e Izergrend non amavano la giovane razza orchesca e per i loro figli rappresentavano una buona valvola di sfogo. D’altro canto Wu-Masau temeva il pantheon Nanico per più motivi. Primo: perché Lalof-Sal e il trio nanico aveva da eoni una contesa su quale fosse la prima razza creata su Tharamys. Secondo perché le rispettive popolazioni erano l’una la nemesi dell’altra. Le attività dei Nani sono molto dannose per l’ambiente e gli elfi faticano non poco per rimediare ai disastri che i Nani riversano fuori dalle loro montagne. Viceversa i Nani sono molto seccati dalle rimostranze elfiche per le attività di forge e miniere di cui hanno bisogno per sopravvivere. Cosa c’entrano gli elfi? Wu-Masau è l’incarnazione del concetto di morte e putrefazione elfico, divenuto un dio e manipolato da Lalof-Sal per distruggere Daikin-Jadam.

I Nani, d’altro canto, erano restii a lasciare la Casa-di-Roccia anche fosse per cacciare orchi. Si limitavano a ripulire le montagne del continente e solo quelle che ospitavano i nobili figli della roccia.

Così Wu-Masau violò una terza volta il divieto di intervenire direttamente su Tharamys e diede una leggera scossa al continuum per aprire un varco con un universo vicino. Degli infiniti universi del multiverso scelse quello che aveva un pianeta abitabile nella medesima posizione e che in quel momento aveva, nel punto giusto, una flotta di coloni equipaggiata in modo opportuno. Disponeva della potenza necessaria (10^66j/s son proprio tanti) e aveva tutte le probabilità a favore: se hai a disposizione infiniti universi trovare quello giusto è solo questione di tempo. Aveva un solo tentativo a disposizione e pur con tutta la potenza di cui disponeva sapeva che se i Maorni avessero fallito, fossero periti durante il trasferimento, non avrebbe potuto tentare una seconda volta.

Alt, qualcuno potrebbe obiettare che questa è la seconda volta che il signore della Corruzione, il divoratore di Anime… insomma Wu-Masau l’infame viola il divieto. Tra i fatti di Daikin-Jadam e l’arrivo dei Maorni c’è stata un’altra occasione e questa a provocato l’arrivo di quelli che i Nani chiamano Beobacht e, credetemi sulla parola, l’arrivo dei Maorni a confronto è stata un peccatuccio veniale.

L’arrivo dei Maorni fu una iattura per gli orchi che popolavano le pianure di Adra, almeno nella parte orientale del continente. I Figli di Maor erano inizialmente inermi e divisi in tribù e gli Orchi ebbero di che sollazzarsi impiegando i nuovi arrivati come schiavi e poi come cibo. Tuttavia i Maorni erano cocciuti e coriacei così si unirono, fondarono la città di Reub e dalle sue mura partirono per conquistare dapprima tutta la penisola di Heaperis. Anche gli orchi più anziani e massicci caddero sottto i colpi della micidiale macchina bellica Maorni. Una cosa che gli orchi non hanno mai afferrato è il valore della disciplina e di una organizzazione praticamente perfetta. Gli orchi, quando si accampavano, dormivano a terra vicino a un fuoco. I Maorni tiravano su un terrapieno, una palizzata e tende ogni volta che si fermavano per dormire e riuscivano a farlo nel giro di un’ora. Gli  contavano sui loro sensi superiori per avvertire la presenza dei nemici. I Maorni organizzavano turni di guardia, se la legione disponeva di un Mago anche incantesimi di sorveglianza altrimenti sfruttavano i sensi di altre creature come i cani o i coboldi.

Altro aspetto importante della civiltà Maorni: è realmente ugualitaria. La schiavitù è ammessa, ma è sempre una condizione temporanea. Agli schiavi è permesso avere delle proprietà e del denaro che possono usare per affrancarsi e diventare cittadini liberi. I primi schiavi dei Maorni furono i coboldi che fino a quel momento avevano vissuto all’ombra delle “città” orchesche. Dapprima schiavi e poi un numero sempre maggiore divenne cittadino maorni e considerato pari per diritti e doveri. Probabilmente la città di Reub è l’unico luogo di tutta Tharamys dove si possono incontrare coboldi ricchi e rispettati e più in generale creature altrove nemiche che si salutano per strada e si rispettano.

Man mano che le cittadelle orchesche cadevano sotto i colpi degli eserciti Maorni sempre più orchi venivano resi schiavi e trasformati col tempo, grazie alla loro longevità, cittadini Maorni che poco avevano a che vedere con i barbari bellicosi che erano stati in precedenza.

Questo Wu-Masau non l’aveva previsto. Gli orchi sopravvissuti al massacro erano diventati alleati dei loro aguzzini e puntavano a salvare i loro simili che ancora vivevano, per così dire, allo stato brado.

Da un punto di vista religioso i Maorni non pregavano alcun dio tra quelli presenti, ma altri dei che nel nuovo universo non potevano rispondere alle preghiere dei loro fedeli. Una popolazione vergine e bisognosa come quella fece dimenticare il peccatuccio di Wu-Masau e provocò l’arrivo in massa di preti di ogni fede presente su Tharamys disposti a offrire i servizi degli dei in cambio di preghiere. Ai Maorni la cosa non piacque molto e i primi missionari si ritrovarono a morire in spettacoli circensi un pochino sanguinari, tipo sbranamento a mezzo cucciolo di drago o morte per piroimpalamento che non sto qua a descrivere. Poi qualcuno ebbe l’idea di associare a ognuna delle divinità originarie un dio locale e questo sbloccò il cuore dei Maorni che aderirono in massa. Se da una parte questo migliorò notevolmente la salute di tutti, schiavi e liberi, l’influenza divina ebbe come contropartita il blocco quasi totale di ogni innovazione tecnologica come già avvenuto per ogni altra civiltà presente su Tharamys. Quanto accaduto per Daikin-Jadam non doveva più ripetersi.

Conquistata tutta la penisola, conquistati i cuori dei maorni, la potenza della macchina statale ebbe un balzo formidabile quando passò dalla repubblica all’impero. Impero che ebbe vita breve. Valicare i confini e sciamare nelle pianure di quella che sarebbe diventato il granducato di Meroikanev fu un attimo e da là raggiungere la piana del Nacal-Dengar e fondare la futura Kirezia richiese un paio di secoli di continue guerre. Gli orchi fuggivano o venivano resi schiavi, tutti gli altri potevano scegliere se accettare il dominio di Maor o prenderlo a forza. Insomma da quel lato i Maorni spaccavano di brutto, ma il loro cruccio era il mare. Raggiungere l’isola dell’Alba e conquistarla era tutto un altro paio di maniche poiché quello era l’impero Dei-Talant. La guerra e la fine ebbero inizio con il tentativo di imporre il controllo maorni alle isole vicine Haeperis.

L’odio tra le genti di Maor e i signori della magia Dei-Talant ebbe inizio allora. Son passati 3847 anni dalla fondazione di Reub e ogni tanto, ancora oggi, tra le due nazioni ci sono scintille che minacciano di avvampare in una guerra sanguinosa come già accaduto più volte in passato.

Se durante la conquista dell’Haeperis i Maorni adottarono un governo di tipo repubblicano, con un senato che stabiliva gli obiettivi e un triumvirato che si occupava di muovere la macchina statale e militare per raggiungerli, a conquista ultimata il Triumviro Decio Julius Asclepiano si ritrovò da solo al potere poiché i suoi colleghi erano morti. Invece di accettare la nomina dei nuovi triumviri del senato prese a se l’imperium e fece occupare il senato dai suoi legionari più fedeli.

Forse qualcuno degli dei lo aveva, per così dire, ispirato: neanche gli dei sono mai riusciti a scoprirlo. La nascita dell’impero portò fortuna ai maorni fino alla prima guerra dei-talantina. Fortissimi sulla terraferma, i Maorni persero la flotta più volte a opera dei micidiali incantesimi dei-talant posti a difesa delle coste.  La profonda crisi economica che seguì i decenni di guerre, costosissime sia sul piano economico che sociale e ambientale, mise in ginocchio l’impero che cominciò a vacillare tanto sotto i colpi delle incursioni Dei-Talant che sulla spinta indipendentista delle provincie. 980 anni dopo la fondazione di Reub un esercito deitalantino occupò la capitale determinando la caduta del primo impero Maorni.

Tranquilli: questo è solo l’inizio. Ci sono altri 2900 anni di storia da raccontare.