Calendiér Malicièn

 

E dunque ecco il calendario malichano, anzi Le Calendier Malicièn (e cominciamo a infilarci dentro un po’ dell’arcipelago di Vasconne da cui provengono… e ovviamente della Île de Malichar che poi è il feudo di origine del buon Bertrand)
L’idea di base era quella di partire da un calendario terrestre noto, ma ormai desueto e di “sonorità” francese. Mi sono soffermato un pochino sul calendario rivoluzionario, quello coi mesi “creativi” come “Germinale” “Pratile” o “Termidoro”. In francese era già più evocativo:

vendémiaire
brumaire
frimaire

nivôse
pluviôse
ventôse

germinal
floréal
prairial

messidor
thermidor
fructidor

i nomi sono legati alle condizioni climatiche e ad alcune attività legate ai lavori agricoli. Neve pioggia e vento d’inverno, vendemmia, nebbia e freddo per l’autunno, gemme, fiori e prati per la primavera e così via con l’estate che ha il suffisso -d’or  per indicare che è la stagione migliore.
Il calendario rivoluzionario fu deciso arbitrariamente dopo settimane di discussione, qui invece ho una civiltà millenaria controllata da un dio che ha a cuore lo studio e la conoscenza, prima di tutto, ma pure il benessere e la felicità di buona parte dei suoi fedeli. Prima che vi domandiate perché allora esistono divinità “malvage” vi ricordo che si tratta di concetti relativi: cos’è la felicità per un essere umano? E per un Elfo? E per un orco? E se l’adoratore medio di un dio è masochista piuttosto che vegano o pratica la chirurgia come arte voluttuaria? È difficile essere un dio. In un luogo poi dove la magia esiste e le idee possono condensare in divinità (se ci credono abbastanza persone) le cose si complicano ulteriormente.

Malichar esiste da circa 2600 anni, direi che un calendario ce l’ha e pure parecchio strutturato. E preciso: il 10% della popolazione pratica la magia (contro lo 0,5-0,8% delle altre nazioni). Un calendario preciso è indispensabile per garantirne la sopravvivenza, oltre alla “mitica” barriera.
Dal punto di vista geografico è un sistema di strette valli glaciali caratterizzate da boschi di conifere, fiumi a carattere torrentizio e ghiacciai in fase di arretramento. La popolazione vive concentrata nella parte più bassa delle valli, là dove l’insolazione è maggiore (e non ci sono più beholder e altre bestiacce). Il cielo è visibile, ma solo “in alto” dato che l’orizzonte è coperto da montagne che sfiorano i 4000 metri di media, ma le cime più a nord sfiorano i 6000. Uso i metri anziché i piedi kireziani perché mi tornano comodi per fare i conti.
Il giorno è suddiviso in cinque periodi di lunghezza differente. L’alba che va da quando sorge il sole a quando supera le montagne, il mattino che termina quando il sole è allo zenith, il pomeriggio che termina quando il sole sparisce dietro le montagne, il tramonto che colora di rosso il cielo, la sera che termina quando anche il crepuscolo è conclusosolare e poi la notte che ha termine con l’alba. Il “tramonto” in senso proprio (la scomparsa del sole oltre la curvatura del pianeta) è un fenomeno noto solo ai malichani che viaggiano.

Dal calendario rivoluzionario ho mutuato soprattutto le idee che esso veicolava, ma ho aggiunto parecchio di mio.

Primavera
safraneux – Safran è il nome del “Crocus Sativus” uno dei tanti bucaneve (i crochi) che fioriscono al disgelo. Da questi fiori si ricava lo zafferano, condimento molto popolare e spezia che viene esportata a carissimo prezzo. In questo periodo termina anche la stagionatura degli insaccati e lo sbottamento delle birre. Costellazione “Le safrain”, il bucaneve.
treflieux – Le Trefle è tanto il trifoglio, che abbonda nei prati. Dunque è tanto il mese del ritorno dei prati. Costellazione: “La petite Vailèt” (la vitella Minore… il nome è provvisorio come la prossima costellazione).

pelousien – il mese dei prati. Le mandrie salgono negli alpeggi e ci resteranno fino a fine estate. La grande Vailèt (Vitella Maggiore) è la costellazione che è allo zenith (a mezzanotte) in questo periodo.

Estate
Arréchaût – Mese del caldo. Il nome originario era “Rechauffageur”, ma la “R” iniziale è caduta sostituita da “arr” e a fine parola è rimasta la “û” al posto di “uffageu” mentre la r finale s’è incollata al palato diventando una t. Il solstizio cade in questo mese e poi le giornate inizierano ad accorciarsi. Le pecore vengono tosate adesso, così che al ritorno del freddo possano avere abbastanza vello da riscaldarsi di nuovo. Costellazione “les tisòires” ovvero le forbici. È anche il mese della maggior produzione di formaggi. Vacche, pecore e capre producono latte tutto l’anno.

Arrecolt – Mese della raccolta: ha inizio adesso la raccolta delle messi dai campi e andrà avanti fino a tutto vendan. Costellazione “la Cueilleuse” (raccoglitrice di frutti). Stesso discorso per l’etimo: era Recolteur, la r iniziale è diventata Arr e poi il resto è caduto, ma trattandosi di finale di parola non è rimasta neanche una vocale circonflessa.
Nota: la “Arr” davanti deriva dalla pronuncia della R iniziale di quasi tutte le parole Maliciane… il risultato che di parole che iniziano per “r” praticamente non ce ne sono.

La Mesadoire
Anticamente (e in Lleendir è ancora così) era Meissonadoir, poi divenuto Mêsadoir e infine La Mêsadoire, ovvero la mietitrice.
La e circonflessa indica dove c’era “isson” chè è si è contratto in “ê” diventando com’è oggi e declinato al femminile. Le Meissonadoir era il modo in cui veniva citato spesso tanto l’uomo che falcia il grando, quanto un’altra figura comune a moltissime culture e che separa i vivi dai defunti: La Morte. Merat-Asua, una delle divinità più potenti da queste parti, ha di fatto infiltrato senza colpo ferire anche la rigida teocrazia maliciana. Pochi culti non ne sono permeati, quello di Einungis nei reami del nord dove ogni aspetto della vita dei fedeli è regolato dal “dio unico” (ein = uno) con metodi ancora più spietati (l’eresia è punita con la morte per crocifissione ad un albero, tradizionalmente un frassino, ma all’occorrenza va bene qualsiasi cosa: anche un muro con un albero disegnato). D’altro canto è questo mese in cui gli animali da macellare vengono uccisi, da qui il collegamento con la morte. Sempre In questo periodo si tengono le aste per le pietre-matrice migliori. Vengono avviate le produzioni di insaccati e derivati della carne che resteranno a stagionare per tutto l’inverno e parte della primavera. Quella delle pietre-matrice è una delle “industrie” più floride dei principati. Costellazione = La fille avec l’orcin d’obsidienne, la ragazza con l’orecchino di ossidiana. (piccola citazione di un certo quadro di Veermer, che adoro).

Autunno
vendan – mese della vendemmia e della preparazione del vino. Termina la raccolta di quasi ogni altro frutto. Rimangono solo alcuni frutti di bosco alle quote più basse come le more. Costellazione “l’Autinier” il vignaiolo. Ai suoi piedi c’è la costellazione della Bosarde, la Volpe. Volpi e uva hanno una lunga storia anche in Malichar. Giusto per ricordare: in francese volpe è “renard”, nei dialetti aostani/savoiardi è Bosaron. Metti insieme il prefisso Bos e il suffisso ard e una e finale per il femminile e ottieni “la bosarde” (e muta e d appena accennata) giusto per ricordare che onomaturgia, worldbuilding e “filologia” vanno di pari passo.

undès – undicesimo in antico Lleenico. Malichar ebbe origine 2600 anni fa da una diaspora guidata da Bertrand de Malichar, dall’isola di Wascòn nel sub-continente di Lleendir a sud-est di Adra. Nel corso dei secoli numerosi principi tentarono di dare un nome “mitico” a questo mese e al successivo, ma con la loro morte gli altri principi hanno sempre ripristinato il calendario tradizionale. Costellazione: “la barriere”. Tutti i cittadini pagano i tributi per mantenere e far crescere la barriera. La spiegazione ufficiale è che è la grande scuola di magia, la Brêndienne e i suoi maghi a mantenerla e farla prosperare. La spiegazione è un pelino più complicata, ma è indubbio che senza le sovvenzioni statali l’università pur con le rette elevatissime, non riuscirebbe a prosperare… il problema è costituito dalle sovvenzioni, ma siccome questo è oggetto di uno dei romanzi in costruzione non posso rivelarlo qui.

dodès – come sopra, dodicesimo e ultimo mese del calendario Lleenico che è legato agli eventi astronomici e col 30° giorno del dodicesimo mese aveva termine il calendario. Dodès è l’unico mese che può avere 31 giorni, quando capita il bisestile. Giusto per fare il pignolino: alla pubblicazione del Torto a Lavill si festeggiava il 2602° anno dalla fondazione. Costellazione: “l’Oeil”, il beholder. Durante i mesi più freddi accadeva in passato che queste creature scendessero a valle per procurarsi cibo. I malichani si son messi il promemoria in cielo.
Nota: la transizione da inverno a primavera segna l’inizio del nuovo anno in moltissime culture. Traccia di questo evento è presente anche nel nostro calendario. Dicembre è l’ultimo mese attuale, ma solo il decimo nel calendario giuliano che terminava a Febbraio. In questo caso invece si festeggia al solstizio d’inverno, quando le giornate tornano ad allungarsi. Del resto l’aumento della luce disponibile è quel che scandisce la vita in molte culture.

Inverno
Betânier – Unico mese con la maiuscola, nel 500 alf (alf è la sigla che indica la fondazione (a la fondatiòn) della prima città: Lavill’ )  il consiglio dei principi decise che il mese di Glassié (il ghiacciato: in occitano la radice glass- è legata alla parola ghiaccio) sarebbe cambiato in Bertrandier in onore del fondatore dei principati. Col tempo la r e la d sono state elise e fu segnata la a come circonflessa per ricordare che anche lì son cadute un po’ di consonanti. Tutte le feste sono concentrate in questo periodo, alla fine dell’anno solare. Del resto è il periodo con meno luce a disposizione e non è che si possa fare molto altro che starsene in casa al calduccio. L’anno inizia il primo giorno di questo mese. Eventuali aggiustamenti vengono inseriti prima del primo giorno dell’anno. Costellazione “Bertrand” c’era da chiederlo? Bertrand sorge e scaccia l’Oeil, e così inizia il nuovo anno.

neigeux – nevicoso o nevile, fate vobis. È il mese con le nevicate più abbondanti. Costellazione “les outiles” gli strumenti musicali. Bertrand ha vinto, si fa festa. Fuori di casa la neve ha bloccato tutto e l’unica cosa da fare è ballare. Ci si scalda meglio, si consuma meno combustibile e si sta allegri.
glacieux – piccolo gioco di parole, non si tratta del mese più freddo in assoluto, corrisponde infatti al periodo che sulla Terra va da fine febbraio a fine marzo. I ghiacci si staccano e scivolano a valle, a volte causando seri danni. Inoltre è la stagione in cui dalle montagne soffiano i venti più gelidi provocati proprio dalla fusione del ghiaccio. Costellazione:  la bërsache, lo zaino. La brutta stagione è al termine, il lavoro riprende e i pastori si recano a controllare, zaino in spalla, che i rifugi e i ricoveri per il bestiame siano in ordine. 

E via, si ricomincia.

Lo studio del Guascone (langued’Oc occidentale), dei dialetti Savoiardi (piemontese e valdostano), del Francese e una spolverata di Italiano sta dando vita al Malichano. Il guascone, occitano occidentale, è il medesimo strato che ha dato origine ai nomi llenici, quelli con la y tra un cognome e l’altro. Il sub-strato occitano e una spruzzatina di cataro ne influenza pronuncia e base del dizionario, il francese per quanto riguarda la pronuncia moderna e la deriva linguistica (da Meissonadoir a La Mêdoire), l’alta savoia perché comunque ci deve essere un dialetto alpino nel mio modo di vedere le cose e l’italiano. Quest’ultimo è fondamentale dato che 1) è la lingua del lettore 2) Il paese con cui Malichar ha maggior scambi in termini economici è Kirezia dove si parla italiano-veneto e che a sua volta deriva dal Maorni che invece è una forma imbastardita di Latino.
Sta diventando una cosa parecchio interessante.

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Un’ora di Razziatori

http://universi.altervista.org/i-razziatori-di-etsiqaar/

Un’ora di videoblog in cui tre recensori si sono confrontati su “I Razziatori di Etsiqaar”. Nel video oltre a metterci la faccia hanno sviscerato il mio romanzo fantasy ed espresso le loro considerazioni in modo preciso, puntuale e divertente.

Bestemmie Contumelie e Insulti

I Malichani son gente di montagna. Silenziosi, operosi e poco inclini a manifestazioni d’affetto pubbliche, sanno tuttavia essere assai coloriti e schietti quando si tratta di mettere in piazza il proprio disappunto sia esso rivolto verso gli uomini, gli dei o la natura.
La lingua malichana l’ho derivata per buona parte dal francese, con un po’ di commistioni savoiarde e catare (viva internet. Se avessi dovuto fare qualcosa del genere il secolo scorso avrei dovuto procurarmi tanti di quei libri che sarei diventato matto soltanto per trovare il tempo di leggerli tutti), ma quello che mi diceva sempre la mia insegnante di latino del biennio (sottolineo questo aspetto, perché quella del triennio è stata… be’, scorretta come minimo) era che se vuoi veramente imparare una lingua devi cominciare dagli insulti. Questo rende il giapponese una delle lingue più difficili da imparare, ma il latino… eh, Marziale è stato illuminante per capire il resto.
I francesi, visto che anche loro parlano una lingua romanza, di insulti e contumelie ne hanno pure da vendere: Còn, cochon, idiot, etròn (devo spiegare?) e via discorrendo sono i tipici insulti che volano quando una discussione comincia male. Hanno poi un capitolo a parte per “les sagraments” o bestemmie che dir si voglia. Tenere a mente che qualunque cosa cominci per Sacrè (attenzione a quell’accento: fa tutta la differenza del mondo) è l’equivalente di Porco… qualcosa, anzi, qualche dio. Da notare che deriva direttamente dal latino “Sacer” che vuol dire sacrilego, blasfemo. Illuminante fu una mostra che visitai nel 2013 durante un viaggio in Canada e dedicato proprio a “Les Sagrements”. Il paesino, di cui non ricordo più il nome, si trovava da qualche parte tra il San Lorenzo e la penisola della Gaspesie e gli occhi ci caddero su questa strana mostra di “bestemmie”. Ingresso gratuito. WOW! Una lezione di antropologia coi fiocchi. Tutta in francese, d’accordo, ma gli abitanti del Quebec sono francesi, si sentono francesi e eccedono nell’iperformalismo per cui la loro pronuncia è spesso eccessiva. Ne segue un dialetto che fa della dizione e della chiarezza il suo punto  di forza. Capire un canadese francofono è molto più semplice che capire un parigino e se ti scappa una parola o due in inglese (a patto di far capire che sei un turista) o in un altra lingua, ti capiscono lo stesso e si sforzano di farsi capire usando addirittura l’inglese. Non cominciare MAI una conversazione in inglese. Non in Quebec. Sarebbe male.
Tornando a bomba su bestemmie e contumelie: Sàcre Cœur è la chiesa del Sacro Cuore a Mont Martre (Parigi), ma sbagliare accento e dire “sacrè-cœur” è un errore che può costare caro se nelle vicinanze c’è la persona sbagliata. E dunque creare giochi di parole tra parole “sacre” e “profane” è uno dei passatempo preferiti di francesi e francofoni. Qualcosa del genere l’abbiamo anche noi, per esempio “Ostrega!” o “Maremma”. La prima se la prende con l’Ost-ia, il pane consacrato. La seconda con la Madonna, cui riprende inizio e metro.

Altre imprecazioni possono avere origine da fenomeni sociali o urbani. Leggendo Salgari mi sono spesso imbattuto  in “Tonnèrre”, esclamazione spesso associata a qualcosa di pesante. Tuttavia in francese non c’è una imprecazione simile. Dove l’avrà trovata il buon Emilio?
Si riferisce al colpo di cannone che veniva sparato dal castello di Brest alle 6 e alle 19 per segnalare l’inizio e la fine delle attività. Lì per lì non avevo ben compreso il senso della bestemmia. Mi ero immaginato altro. Poi ho riflettuto: a Brest, lle 6 del mattino, c’era qualcuno che invece di suonare una tromba o un delicato carillon di campane per risvegliare la città, tirava la cordicella del cannone e faceva partire un colpo a salve. Quanti moccoli tiravano secondo voi gli abitanti della città sottostante a doversi svegliare in quel modo? Quanti ne tirereste voi? Tonnerre non la posso usare: nella mia ambientazione non ci sono cannoni e nessun metodo tanto brutale per “segnare il tempo”. Campane e campanili, gong, il messo municipale che gira gridando “è mezzanotte e tutto va bene!” sì, ma cannonate non ce ne sono e quindi la parola così non la posso mettere neanche come citazione… ma… l’idea che c’è alla base sì ed è stata una genialata da parte di Salgari che intendo copiare a mani basse.

Così una prima bestemmia tutta malichana è Sacrèbar(iere) che fa un po’ il verso a Sacrèbleu (riferita al sangue di Cristo), ma che in questo caso se la piglia con la sacra barriera donata da Dar a protezione dei suoi fedeli e di chi beneficia del dono della magia. Per la quale tutti pagano una tassa, anche i non maghi. Un buon motivo per bestemmiare, se si è un commerciante o comunque uno che non gode di pieni diritti civili come invece chi la magia la sa padroneggiare.
Un altro insulto è montreux. La Montre è l’orologio (in francese sarebbe orologia, perché declinato al femminile). Orologioso è privo di senso in questo contesto. Tuttavia in occasione del secondo millennio dalla fondazione, fu costruito in Champ Malichar  il monolito su cui ogni giorno i cittadini di Lavill’ vedono giorno, ora e previsioni metereologiche.
Dato che in sei secoli il manufatto non ha mai indovinato una previsione che fosse una, talvolta procurando seri problemi agli abitanti che invece del sole si son ritrovati con una tormenta fuori stagione, la Montre de Champ Malichar è diventata oggetto di contumelie e montreux indica chi è affidabile quanto l’orologio in questione.
Mèrde è rimasto inalterato, del resto l’allevamento del bestiame è una delle industrie più diffuse anche tra gli utenti di magia e la materia prima è sempre abbondante.
Disnémêr’ invece è un insulto tutto locale, unione e poi contrazione di Disnéur (mangiatore) e merde (contratto in mêr) che non richiede spiegazione. Usato per indicare uno talmente stupido da mandar giù qualsiasi spiegazione. Da notare che tutti gli insulti sono incentrati suprattutto sulle capacità mentali, ma in un luogo dove la principale attività del paese è lo studio e la ricerca, se pure in campo magico, che altro ci si può aspettare?

Lo studio continua, ma il collegamento tra le attività produttive, sociali, religiose e scientifiche e le rispettive imprecazioni esiste. Gli unici che sagramentano poco e malvolentieri sono proprio i maghi. Le parole hanno potere e una bestemmia detta al momento sbagliato può avere conseguenze letali, senza bisogno di scomodare alcun dio.
Parbleu, mondàr e nomdœil richiedono una piccola spiegazione.
Parbleu non è la traduzione di perbacco, bleu è un gioco di parole con la locuzione “sangue blu”, i nobili, vale a dire i maghi e quelle imprecazioni leggere che cominciano per “Per” come “Per mille fulmini” o “Per la barba di…” ecc… Parbleu è “per il sangue nobile dei maghi”.
Mondàr invece è l’equivalente di Mon dieu! Ovvero mio dio! Solo che da queste parti si prega Dar il dorato, facile.
Infine nomdœil è la più difficile da capire se non si vive da queste parti. Durante i primi secoli di vita i malichani non si allontanavano troppo dalla Val D’Amber e dalla sua minuscola barriera, che all’inizio della Val du Tancour scendeva ben al di sotto del 10%.
Oggi (cioè all’epoca in cui sono ambientate le Cronache) ha questo valore ben oltre il confine politico dove vale circa il 30% (cioè su 100 incantesimi sbagliati 30 non hanno colpi di ritorno di sorta).
L’etimologia è la seguente: le valli malichane erano già libere dai ghiacci 2600 anni fa, ma infestate da beholder, les Yeux. Un beholder (segui il link) è una bestiaccia di per sé, ma avere a che fare con un nido di queste creature è un incubo senza pari. Si comprende allora il senso di nomdœil, nome d’occhio. Nom de diable era un’altro “sagrement” un’altra bestemmia assimilabile a “porco diavolo” perché nella prima sillaba “di”… si poteva celare anche un altra entità che inizia con la stessa sillaba.  In questo caso invece è proprio un invettiva contro gli occhiuti e pericolosissimi infestatori delle montagne malichane. Anche se i maghi gli hanno dato una caccia spietata, anche se la barriera sempre più forte di anno in anno li tiene sempre più a distanza, ogni tanto qualcuna di queste creature riesce ad attaccare uno dei villaggi più remoti e ad arricchire la propria dieta con carne umana. Un’imprecazione contro di loro ci sta tutta.
Viceversa alcuni atteggiamenti tipici di altri popoli, tipo aggredire direttamente elementi della religione di stato, non sono proprio tollerati e si rischia grosso.
Le biblioteche pubbliche sono i templi dove, ogni dieci giorni, i malichani si recano seguire lezioni di qualche tipo. Saper leggere e scrivere è un “sacro dovere” e imprecare contro queste attività è visto proprio male: si rischia il linciaggio e siccome il clima è rigido, si preferisce il rogo all’impiccagione che così ci si scalda un po’ tutti.

Duchessa

IMG_20160425_195139.jpgLa Duchessa si cambia spesso d’abito.
Fresca e accogliente in primavera, calda e invitante d’estate, affascinante e malinconica d’autunno e rigorosamente in bianco d’inverno.
Tutte le volte che torno da queste parti so già quello che mi aspetta e ora che ci sono i bambini… è anche più divertente!
La sveglia non è mai delicata: quando la macchina, caricata la sera prima, lascia la città è ancora buio nonostante la bella stagione sia inoltrata.
A fine Aprile il sole sorge prima delle sei e mezzo e infatti mentre l’auto imbocca la Roma-L’aquila e sento russare dal sedile posteriore, vedo i primi raggi far capolino dai monti e gli occhi di mia moglie brillare mentre riflettono le montagne.
Normalmente, se a una persona piace qualcosa o qualcuno, nei fumetti gli disegnano gli occhi a forma di cuore. Per mia moglie dovrebbero farglieli a “montagne”. Non che a me dispiaccia andare in montagna eh? Anche io ho i miei monti preferiti, ma è un’altra zona, molto diversa.
Quando passiamo lo svincolo direzionale Torano è passata un’ora e mezza e i bimbi cominciano a svegliarsi.
Una volta, quando i bimbi erano poco meno di una vaga idea, ci si fermava al bar della Duchessa insieme ad altri escursionisti. Adesso… be’, si fa prima così. La macchina mi porta dritta all’uscita “Valle del Salto” e da lì è un attimo infilarsi per la stradina, ora asfaltata, per Cartore.
Nel febbraio 2012, ancora senza figli, ricordo che fummo costretti a lasciare la macchina al bar e a procedere in sci fino al paesello… che impresa anche quella! Stavolta invece è diverso. I bambini stanno imparando a sciare, ma per insegnargli ad amare lo sport è meglio iniziare con qualcosa di semplice e meno massacrante che percorrere più di dieci chilometri in sci senza nessuna possibilità di salire “a bordo” di papà. Dopodutto Laura ha quattro anni e manuel due. E poi adesso la neve è andata via.
Cartore è un gioiellino restaurato grazie ai finanziamenti della Comunità Europea: qualche casetta in pietra e legno e, dal 2014, un agriturismo sostenibile che è la fine del mondo. Caldo, accogliente… e con ristorante dove fermarsi, in caso di “necessità”.
Noi abbiamo una decorosa scorta di panini, ma i due squali di terra che si sono appena svegliati sul sedile posteriore hanno una diversa idea del “cibo adeguato per un essere umano”.  Da quando sono nati non son più andato oltre i 60kg e non è un caso, nonostante io mangi come un orco.
Parcheggio vicino la caserma della forestale e inizio a scaricare gli zaini, uno per ognuno. Sospiro. Poi tutti sul sentiero: salire al lago della Duchessa è l’impresa che “mi” attende, ma non è impossibile.
La salita pare ripida, in realtà è solo l’inizio. In realtà non è neanche una salita. È una stradina che arriva all’attacco del sentiero e qui, veramente, si sale. È una cosa da prendere di petto, in senso proprio, magari non è impegnativa come la salita al Circeo o quella al Terminillo. Tuttavia si fa sentire e non è che l’inizio.

I bambini segnalano che sono stanchi. Silvia comincia a raccontare loro una storia dove dei pirati (pirati di terra, micidiali quanto gli squali di poco prima) hanno nascosto dei tesori lungo il sentiero e mamma e papà hanno la mappa.
Per la serie: cosa ti tocca fare per salvare la schiena va ora in onda “la caccia al tesoro”. Per cui un piccolo patrimonio in cioccolatini, lecca-lecca, sorpresine varie viene accuratamente disseminato da uno dei genitori mentre l’altro distrae gli squa… la prole e spiega cosa sono funghi, licheni, sassi, alberi e che differenza passa tra un faggio e una quercia. Non ci sono querce sulla Duchessa, ma questo non mi impedisce di far notare la differenza con i lecci presenti vicino casa.
Mentre i seicento metri di dislivello cominciano a scivolare sotto i piedi uno dopo l’altro, gli zaini dei pupi si riempiono di… tesori. Solo che non ci sono solo quelli forniti da mamma e papà, no, ci sono anche certi sassolini davvero belli, rametti, mandorle di faggio… muschio no, quello serve lasciarlo dov’è. Bravi bambini, ma lo stesso: sospiro. A metà della salita Manuel è cotto: nonostante sia gasatissimo è evidente che le sue gambe non reggono più la fatica. Ci fermiamo e lo faccio entrare nello zaino porta-bimbi che ho sulle spalle, si prosegue. Cento metri più tardi anche Laura è lessa come una verza.
Cambio zaino: Manuel, semiaddormentato, va in fascia sulla schiena di mamma. Laura entra nello zaino.
Indovinate dove sono finiti i due zainetti pieni di… tesori e lo zaino di mia moglie?
3 2 1 indovinato!
Termino di legare gli zaini dei pupi al mio, metto davanti lo zaino di Silvia e infine carico lo zaino con Laura dentro sulla schiena. Hop. Si riparte. Lentamente eh? Ho percorso questo sentiero a quarantacinque anni. Mica a venti. A vent’anni mi avessero detto “salirai su una montagna con quaranta chili sulle spalle” avrei riso dicendo che al sollevamento zaini preferivo il “sollevamento forchetta”, disciplina non riconosciuta alle Olimpiadi, ma che mi ha fatto vincere numerosi riconoscimenti in passato. Ora vado per quarantasette e con la terza figlia appena arrivata devo per forza star fermo, ma appena la piccola starà bene ci sarà pane e montagna anche per lei. È questione di aver pazienza.

Verso l’una siamo al rifugio delle Caparnie.
Chi è stato sulle Alpi sa che alla parola “rifugio” è associato un luogo accogliente, con cibo e bevande calde, sdraio per prendere il sole e talvolta persino la spa.
In appennino invece è: quattro mura, un tetto, una porta richiudibile e da tenere chiusa pena l’ingresso del bestiame al pascolo e la trasformazione perenne del rifugio in una stalla.
Per le sdraio c’è il prato, basta stare attenti ai sassi. Per cibo e bevande calde ci sono thermos e accendino. Lo so che non è sportivo accendere il fuoco, nel focolare del rifugio, con un accendino… è che ho fretta e usare il firesteel o il metodo dei legnetti richiede più tempo di quello che ho a disposizione.
Anche se è primavera alle 18 è buio e faccio presente che abbiamo attaccato il sentiero alle 9 e se per salire abbiamo impiegato tutte le energie e quattro ore, per scendere non ci vorrà meno tempo. Abbiamo un’ora a disposizione per riposare, mangiare e ripartire lasciando come segno della nostra presenza “niente” e “grazie”. Purtroppo non c’è tempo per andare più in alto e guardo con nostalgia il Morrone e la cima Zis lì accanto. Solo sei anni fa ci sono salito insieme a Silvia e a una manica di pazzi che si faceva chiamare ZiS (e si fa ancora chiamare così) ovvero Zaini in Spalla, per fissare su di essa la targa con il nome della cima. Mi viene da ridere: all’epoca pensai di aver fatto una fatica immane a salire lassù con lo zaino e venti chili di cemento.
Laura, da sola, ne pesa quindici e lo zaino vuoto ne pesa tre.
Poi ci sono panini, tre litri d’acqua, cambi di vestiario, pronto soccorso… ecc… ecc… d’altro canto la vista da quassù è semplicemente superba.
Il menù prevede panini al prosciutto e lattughino, formaggio “allo spiedo”, frutta e tisana mango fragola e miele calda. Si ripulisce tutto e in pochi minuti siamo di nuovo sul sentiero, in discesa stavolta.
Purtroppo il tesoro dei pirati è finito e neanche a un terzo della discesa i pargoli decidono che è ora di salire a bordo. Sob. Forse i più crederanno che il ritorno, essendo in discesa, sia meno faticoso della salita.
Quando la pendenza è elevata ci si stanca di più a scendere perché non è possibile dosare lo sforzo. Le suole in vibram degli scarponi mordono il fango e le rocce del sentiero, in parte attutiscono i contraccolpi e ci rendono meno dura la discesa, il resto neanche lo sentiamo: dopo qualche minuto un sonoro ronfare alle nostre spalle ci comunica che i passeggeri si stanno godendo il meritato riposo e così abbiamo un momentino per noi e ripeterci che anche solo nel 2012 mai avremmo immaginato di ripercorrere quel sentiero in quattro. Per non parlare della gioia di essere là in quel momento. La fatica c’è, ma è il prezzo da pagare senza il quale tutta l’impresa sarebbe, per dirla alla Manzoni, senza sugo. Parlare di sugo mi mette appetito e continuiamo la discesa che resta dura. Quando arriviamo a Cartore il sole è già dietro ai monti, anche se non è ancora tramontato. Svegliamo i passeggeri che non si fanno ripetere due volte l’invito e corrono verso l’ingresso del ristorante. Anche se abbiamo la cena in macchina una cioccolata calda e una fetta di torta sono graditissime e poi stanno arrivando altri ospiti dell’agriturismo, gente proveniente dai paesi vicini, alcuni di loro coi figli e già so che faranno comunella coi nostri per andare a far danno nei dintorni.
Ci fossimo trovati a Roma avrei dovuto precipitarmi fuori e sorvegliare con cent’occhi quel che succedeva. Invece da queste parti ci si può rilassare e confidare su quel che le orecchie riportano. Le grida dei bambini, che giocano e si divertono, giungono dentro il bar e ben si mescolano con le chiacchiere e il crepitio del caminetto. Finché gridano tutto bene, ma dovesse esserci silenzio o qualche voce di meno si deve correre fuori e dare un’occhiata per essere sicuri di quel che sta succedendo e infatti, ogni tanto, uno degli adulti a turno esce e dà una controllata, ma è solo per scrupolo: ci sono meno pericoli in montagna che in città e a differenza delle persone non esistono montagne assassine. Tutt’al più ci sono persone imprudenti.
Il sole che tramonta dà il segnale ai bambini che è ora di rientrare, fuori fa troppo freddo per giocare. Poco dopo saldiamo il conto e ci rimettiamo, con calma, in macchina: nessuno ha mai fretta di lasciare questo luogo. Il tempo si ferma e l’ultimo raggio di sole, prima di svanire dietro l’ultimo orizzonte, finisce immortalato dalla macchina fotografica. Silvia tira fuori i panini della cena e sazi e soddisfatti ce ne torniamo tutti in città, ma senza fretta: l’autostrada a quest’ora è piena di traffico e nessuno ha voglia di sostituire ai profili delle montagne, che si stagliano sul cielo al crepuscolo, la scia di luci di posizione rosso-fuoco delle auto incolonnate alla barriera di Roma-Est.

Giveaway Etsiqaasit

Si racconta che sull’altopiano, al rientro dalla migrazione invernale, le tribù dell’altopiano si scambino doni per festeggiare l’inizio del nuovo anno.  Bene, anche se mi trovo a qualche universo di distanza da loro mi va di festeggiare alla stessa maniera.

Più o meno.

Così ecco la sorpresa in arrivo: una copia cartacea dei “Razziatori di Etsiqaar” con tanto di autografo del sottoscritto sarà sorteggiata tra tutti quelli che mi avranno posto una domanda a proposito di Tharamys, dei personaggi delle mie storie, sulle storie che ho scritto, che sto scrivendo o su quelle che scriverò.
Una domanda “Inedita” cioé che nessun altro ha posto fa ottenere un codice (uno  soltanto). Ovvero il numero che, se estratto, vi farà vincere il tanto sudato premio.

In palio ci saranno:
1 Copia cartacea de “i Razziatori di Etsiqaar”
2 Copie elettroniche de “Il Torto”
7 (esageriamo, via) Copie elettroniche dell’avventura, multi-sistema, basata sul libro “i Razziatori di Etsiqaar” da poter giocare con gli amici.

Insomma cose da leccarsi le orecchie.

Seguite le mie pagine facebook, seguite il blog, seguite pure i Razziatori se pensate sia utile, ma se volete vincere vi conviene preparare le vostre domande e spararle più velocemente di chiunque altro. Risponderò a tutti.
Dieci premi in palio.

No pizza e fichi
No Pugnette
No letame

cover

Le “Gilde”

Il Termine “Gilda” è molto abusato nel fantasy, così mi son messo a fare un poco di ricerca.

GILDA. – Il nome di gilda, di origine ed etimologia incerta (probabilmente dall’anglosassone gylta “sacrificio”) è uno dei numerosissimi termini con cui nel Medioevo s’indica il fenomeno, comune a tutti i popoli, dei vincoli associativi fra gruppi professionali (corporazioni di mestiere, arti, scole, frataglie o fraglie, paratici, gremî, mestieri, maestranze, jurandes, Zünfte, Inungen, e così via). Ci si potrebbe quindi limitare a registrare la parola, rinviando per il contenuto alle voci “arte” e “corporazione”, sotto le quali l’argomento è trattato nella sua parte generale, se nei paesi del N. e del NE. di Europa (specialmente nei paesi fiamminghi, anglosassoni e scandinavi), dove il termine gilda è stato più frequentemente usato, non si manifestassero nella vita e nelle funzioni delle corporazioni alcuni caratteri differenziali che contribuiscono a dare a quel termine un significato particolare.”

Insomma era una parola per indicare un’associazione, anzi proprio un suo sinonimo e che non aveva una connotazione precisa che ne indicasse scopo, funzioni e caratteristiche. In sostanza parlare di “Gilda dei Mercanti” o di “Conf-qualcosa” e di “Gilda dei Ladri” è la stessa cosa. Se mi si permette: è come accomunare una onesta associazione di categoria ad una associazione per delinquere. Così ho cominciato a dare ad ogni “associazione” un termine che la rendesse unica.

Niente più “Gilde” o non solo quelle. Anche perché nel dialetto veneto i termini più in voga erano “Congrega”, “Fraja” e “Sciapo”, così ho affiancato al termine “Gilda”, tenuto solo per ricordare al lettore di cosa si tratta, termini più precisi come quelli elencati poc’anzi.
Che poi, a pensarci bene, spesso si tratta di vere e proprie società con un numero di soci molto variabile, compreso tra una decina come nel caso della “Mano di Merat-Asua” i cui soci sono “le dita” e il loro capo si fa chiamare Mano o semplicemente M (doppia citazione: la Famiglia Addams e M. di Ian Fleming). O il Focolare i cui membri sono le Faville. Più in generale le gilde di ladri sono chiamate focolari, per meglio confondersi nella popolazione: quando si sente parlare di fiamma del focolare non si capisce mai sei si sta parlando della padrona di casa o del capo di un’associazione a delinquere dedita al furto e alla rapina. Che poi suona bene anche quando si parla di “focolaio di ladri” o “Ruòla di briganti”, per dire.

Sempre nel “gergo” dei ladri le forze di polizia (guardia cittadina) sono chiamate pompieri, vigili del fuoco, pioggia… cose del genere.
Così le “gilde dei ladri” sono sparite. Ora c’è la Ruòla, il focolare di casa il capo è la Fiamma e i suoi compari sono le faville. Avrei potuto usare Panbà e Falìve, ma poi cominciava a diventar pesante. Invece la fiamma descrive bene l’idea di un capo, mentre le faville che brillano un attimo e poi svaniscono nel nulla (con la refurtiva) si prestano bene a doppi sensi di ogni genere e più in generale alla creazione di un codice coerente.
La ruòla è un termine che non viene mai usato se non tra membri della stessa gilda e in privato. Focolare è quando si parla fuori “hai messo la legna nel focolare?” (hai versato la tua quota mensile?). Metto un paio di faville al lavoro (piazzo due dei miei a far qualcosa) e per contro tutto ciò che si oppone al fuoco segnala la presenza di problemi.

Piove! (arriva la guardia cittadina)
Acqua! (come sopra, ma pure il capo è nei guai)
S’è allagato tutto! (Le guardie hanno fatto irruzione)
Han sabbiato il focolare (la gilda è stata estinta)

Funzionicchia, ci devo lavorare ancora un poco, ma và.