I 5 giorni del Torto

Che succede? A partire dal 10 luglio il Torto, il primo libro da me pubblicato, sarà liberamente scaricabile. Fin qui nulla di straordinario. Un giveaway come tanti.
Al torto è legato, a doppio filo, il destino di mia figlia Noemi. Devo portarla a Innsbruck per farla visitare da un esperto neuropsichiatra infantile e, manco a dirlo, ogni euro che riuscirò a guadagnare sarà d’aiuto.
Questo non è un giveaway come gli altri.

Cosa si fa di bello dal 10 al 15?
Facile: scaricate il libro da Amazon (o mi mandate un messaggio privato tramite la sezione “contatti” del sito specificando nell’oggetto “Il Torto“) e vi invierò la copia “pulita” del libro in formato PDF.
Recensite il libro su Amazon, inviatemi la foto della recensione via email o via messenger e vi invierò un piccolo grande dono. Una “edizione speciale” unica e resa preziosa tanto dal gesto quanto dalla gratitudine che avrò per chiunque tra voi che spenderà il proprio tempo per recensire il libro. Non chiedo “Solo recensioni a 5 stelle”, vanno benissimo anche quelle a “1 stella sola” se motivate da una spiegazione convincente. Le critiche costruttive mi fanno un gran bene ed è grazie a esse che riesco a migliorare di libro in libro.

Tra tutti coloro che avranno inviato la foto della recensione estrarrò una copia elettronica de “I Razziatori di Etsiqaar”, sempre con dedica.

Tra tutte le recensioni ricevute tra il 10 e il 15 (fa fede la data del server di posta elettronica) selezionerò, a insindacabile giudizio di Laura e Manuel (i fratellini di Noemi), quella più emozionante che finirà sulla bacheca della pagina “Le cronache di Tharamys” e sulla homepage di questo sito per un mese.

È un modo per tirare su le recensioni e quindi incrementare le vendite… e giocoforza aiutare Noemi, soprattutto nel lungo periodo. Le cure costano e i libri possono dare una mano, dato che a venderli e a spedirli ci pensa Amazon e io, nel frattempo, posso fare altro.

Chi ha voglia di aiutarci?

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Esame (di coscienza) per scrittori fantasy ver. 0.1

Questo non è un esame universitario, piuttosto una guasconata spassosa per ridere un po’ sopra cliché e luoghi comuni.

È nato scherzando su un gruppo facebook “Scrittori & Lettori Fantasy” S&LF per gli amici.

Al momento consta di 80 domande cui rispondere sapendo che è impossibile mentire: non c’è un voto, ma solo un confronto con la propria consapevolezza.
In fondo una spiegazione delle domande, così da non influenzare.

Magari in futuro potrebbe diventare una cosa più seria, ma in mezzo ci lascerò sempre qualche domanda spassosa perché, ricordiamocelo, il primo che si diverte come un matto a raccontare una storia è proprio il narratore.

Ecco dunque il test, buon divertimento.

 

Domanda Risposta A
Risposta B
Succede niente nelle prime 50 pagine? Le prime 50 pagine raccontano l’ambientazione e la storia del protagonista prima che inizi la narrazione Introduco il conflitto principale man mano che svelo ambientazione e storia del protagonista
Il tuo protagonista è un giovane contadino con antenati misteriosi? Sì! In realtà scopre che i suoi genitori erano ben altro e lui ha nobili origini No
Il tuo protagonista è l’erede al trono, ma non lo sa? Lo sa e ha una paura folle di essere scoperto, tanto per la propria vita che per la sicurezza dei suoi amici che lo credono un semplice contadino.
La tua storia riguarda un giovane che raggiunge l’età adulta, ottiene grandi poteri e sconfigge il supremo “cattivo”? E poi sposa la bellissima principessa No
La tua storia è una ricerca per un magico artefatto che salverà il mondo? No
La tua storia è una ricerca per un magico artefatto che distruggerà il mondo? No
La tua storia si sviluppa attorno a un’antica profezia riguardo “colui che salverà il mondo, i suoi abitanti e tutte le forze del bene”? No
C’è un personaggio, nella tua storia, il cui unico scopo è di comparire a casaccio nella trama e dispensare informazioni? Sì, è il mio Avatar No
La tua storia contiene un personaggio che in realtà è un dio in incognito? No
Il supremo malvagio è segretamente il padre del tuo protagonista? No
Il re del tuo mondo è un re gentile raggirato da un mago malvagio? No
Un mago dimenticato descrive uno dei protagonisti del tuo romanzo? No
Che ne pensi di un “guerriero potentissimo, ma lento e di buon cuore”? Che bella idea Anche no
Che mi dici riguardo “un saggio, un mistico sapiente che rifiuta di rivelare dettagli della trama per sue personali e misteriose ragioni?” È un’idea splendida che ho implementato in molti dei miei racconti e romanzi. Utile quanto lo zucchero nel motore della motosega mentre arrivano gli zombie.
I personaggi femminili nel tuo romanzo passano molto tempo a preoccuparsi di come appaiono, specialmente se il protagonista è nelle vicinanze? No
Un personaggio femminile esiste solamente per essere catturato e salvato? No
Un personaggio femminile esiste solamente per incarnare gli ideali femminili? No
Un umile sguattero più a suo agio con una padella che con una spada descrive uno dei tuoi personaggi femminili? No
Un coraggioso guerriero più a suo agio con una spada che con una padella descrive uno dei tuoi personaggi femminili? No
Un personaggio del tuo romanzo può essere descritto come un “Nano arcigno” No
“un mezz’elfo diviso tra la sua eredità umana ed elfica” ti sembra un’eccellente idea per un personaggio? No
Hai reso Nani ed elfi grandi amici, giusto per distinguerti? No
Qualsiasi personaggio sotto i quattro piedi di altezza esiste solo quale spassoso diversivo? No
Pensi che le navi abbiano come unici scopi la pesca e la pirateria? No
Sai in che anno è stata inventata la macchina che crea le balle di fieno? No
Hai disegnato una mappa per il tuo romanzo, questa include posti chiamati “Le terre devastate” o “La foresta della paura” o “Il deserto della desolazione” o qualsiasi cosa “della Morte”? No
La tua storia contiene un prologo che è impossibile da comprendere finché tu non hai letto l’intero libro? No
La storia che hai scritto è il primo libro di una trilogia pianificata a tavolino? No
Che ne pensi di una pentalogia o di una decalogia? Ho dodici volumi in cantiere Già tre volumi mi sembrano eccessivi.
Il tuo romanzo è spesso quanto un volume cartaceo della Treccani? No
Nel libro che hai scritto non succede praticamente nulla eppure senti che dovrai scrivere molti sequel per finire la tua storia? No
Stai scrivendo un prequel della tua quasi ultimata serie di libri? No
In realtà sei George R. R. Martin e hai mentito senza vergogna per arrivare a questo punto? No
Il tuo romanzo è basato sulle avventure giocate di ruolo coi tuoi compari? No
La tua storia contiene personaggi trasportati dal mondo reale in un mondo fantasy? No
Uno dei tuoi protagonisti ha apostrofi o trattini nel suo nome? No
Qualcuno dei tuoi personaggi ha un nome con più di tre sillabe? No
Ti sembra corretto avere due personaggi provenienti dal piccolo e isolato villaggio che si chiamano “Tor Badger” e “Nicholaus  Mikiafilis” No
La tua storia contiene orchi, elfi, nani e/o halflings? No
Che ne pensi di “orken” e “dwerrows”? Nomi splendidi per razze fantasy! Hai qualcosa di intelligente da domandare, ogni tanto?
Hai almeno una razza il cui nome è preceduto da “Half”? No
In un qualsiasi punto della tua storia il tuo protagonista decide di passare, quale scorciatoia, per antiche miniere naniche? No
Scrivi le scene di battaglia ispirandoti alle giocate di ruolo nel tuo RPG preferito? No
Hai creato delle schede per tutti i tuoi personaggi nel tuo gioco di ruolo preferito? No
Stai scrivendo un work-for-hire per la Wizard Of the Coast? (I creatori di Magic The Gathering) No
Le locande nel tuo libro esistono esclusivamente per permettere ai tuoi personaggi di avere una rissa? No
Pensi di sapere come funzionava il feudalesimo, ma in realtà non te ne importa? No
I tuoi personaggi passano uno sconquasso di tempo per viaggiare da un posto a un altro? No
C’è almeno uno dei tuoi personaggi che potrebbe e dovrebbe dire qualcosa che aiuterebbe il gruppo, ma si rifiuta di parlare perché altrimenti rovinerebbe la trama? In realtà questo cliché, se usato bene, permette di creare grandi personaggi e colpi di scena carichi di tensione.
Uno dei maghi nella tua storia lancia magie facilmente identificabili come “palle di fuoco” o “fulmini magici”? No
Utilizzi il termine “mana” nella tua storia? No
Utilizzi il termine “armatura a piastre” nella tua storia? No
Che Dio ti assista: “Hai mai usato il termine punti-ferita” nella tua storia? No e l’Altissimo non c’entra nulla.
Sai esattamente quanto pesano mille monete d’oro? No
Pensi che un cavallo possa galoppare tutto il giorno senza mai riposare? No
Chiunque, nella tua storia, può combattere per due ore indossando una corazza di piastre, calvalcare per quattro ore e far delicatamente all’amore con una locandiera compiacente e tutto nello stesso giorno? Il mio eroe ha volato a dorso di drago per un giorno intero dopo aver combattuto contro il malvagio Lhaf e il suo incubo monostatico. No, Tony Stark non è tra i miei personaggi.
Il tuo protagonista possiede un martello/ascia/arpione o altra arma che ritorna nelle sue mani quando la lancia? No, neanche Thor è tra i miei personaggi.
Qualcuno nella tua storia stordisce qualcun altro con un’alabarda? No
Qualcuno nella tua storia stordisce qualcun altro protetto da una corazza a piastre? No
Sai che vuol dire maneggiare una spada di quattro o più chilogrammi? No
Il tuo eroe si innamora di una donna “irraggiungibile”, ma che poi alla fine riesce a “raggiungere”? No
Una gran parte dell’umorismo del tuo libro consiste in giochi di parole? No
Il tuo eroe è capace di reggere numerosi colpi da quello che è l’equivalente fantasy di una spada da dieci libbre, ma è spaventato da una ragazzina con un coltello? No
Pensi realmente che sia necessaria più di una freccia nel torace per uccidere un uomo? No
Pur sapendo che sono necessarie molte ore per preparare uno stufato accettabile, lo hai piazzato come “cibo on the road” la sera attorno al fuoco di campo dei tuoi avventurieri? No
Hai barbari nomadi che vivono nella tundra e bevono barili e barili di “idromele”? No
Pensi che “idromele” sia un nome cool per la “Birra”? No
La tua storia include un numero consistente di razze differenti e che hanno esattamente un paese, un re e una sola religione? No
Il gruppo meglio organizzato e numeroso nella tua ambientazione è la gilda dei ladri? No
Il tuo cattivo principale punisce con la morte anche errori banali? No
La tua storia parla di un manipolo di guerrieri che viaggiano con un bardo, inutile in combattimento, perché suona un liuto? No
Il “Comune” è la lingua ufficiale del tuo mondo? No
La campagna nel tuo romanzo è disseminata di tombe e tombe piene di antichi bottini magici che nessuno ha pensato di rubare secoli prima? No
Il tuo libro è fondamentalmente la tua versione del Signore degli Anelli? No
I tuoi protagonisti comprano gli oggetti magici come se andassero in un supermercato? No
Trovi corretto avere, nella stessa nazione, una città di nome Arrow city e pochi chilometri dopo Port d’Aurance? No
Il luogo migliore per costruire un castello, tra i due proposti è: Un picco inaccessibile circondato da nubi di tempesta Una collina molto alta al centro di una vasta pianura
La moneta d’oro è: valuta corrente in ogni paese del tuo mondo fantasy ogni paese ha la sua valuta con le sue caratteristiche
Nella tua storia compare almeno un personaggio che è il tuo “avatar” nel mondo che hai creato: È vero, lo ammetto Non lo dirò neanche sotto tortura
Sei arrivato fino alla fine, dimmi la verità: sei John Ronald Reuel Tolkien, hai ottenuto un passaggio sul Tardis e hai risposto a tutte le domande solo per spassartela …e ho pure convinto il Dottore a portarmi su Arda No ma ho viaggiato sul Tardis per andare a conoscere Tolkien di Persona e poi rispondere correttamente a tutte le domande di questo test.

Quasi tutte le domande A sono legate a cliché, luoghi comuni, errori grossolani commessi da scrittori alle prime armi con il genere Fantasy e ambientazione simil medioevale. Quasi. Per alcune la risposta giusta è proprio A.
Quasi tutte le risposte B riguardano situazioni, errori e cliché in cui tutti (io per primo) sono caduti almeno una volta.

La perfezione non è di questo mondo e, personalmente, mi piace così.
…e chi ha seguito il mio blog può indovinare come ho risposto io.

Buona Scrittura!

…e venne il giorno.

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Lo avevo detto più volte, l’ho spifferato sui miei profili social e adesso che ho un’oretta tutta per me ecco l’annuncio ufficiale.

Il romanzo numero 3 ha un titolo ufficiale e un editore: Myth Press. Lo Specchio di Nadear (questo il titolo) ha concluso il primo giro di editing e sta trottando per concludere il secondo. Nel mentre ci sarà una nuova cover e qualche altra cosetta. Nel mentre sto preparando un massiccio restyling del sito e qualche altra sorpresina che porterò avanti in ogni secondo di tempo che mi rimane libero dagli impegni che ho già.

Stavolta per Conrad si profilano all’orizzonte guai molto più seri. Cioè più seri di una torta rubata o di ritrovarsi con due amici fidati contro quaranta razziatori armati fino ai denti. Tutto ha inizio con il furto di un sacchetto pieno di… lacrime. Una Fiamma che parla, Muschio che ne esegue gli ordini, una Mano che uccide… con gente del genere uno Specchio che ordisce trame non dovrebbe lasciare più stupiti di tanto. E mentre Conrad risolve i suoi problemi qualcosina della trama sottostante, quella che lega i vari episodi, procede verso i propri obiettivi.  Ritroverete Qar, l’elementale prigioniero, e troverete la new entry, il soggetto poco raccomandabile che ha dato il titolo al romanzo. Non dico altro al riguardo, se non che nella prima stesura del romanzo doveva essere una comparsa: uno di quei personaggi-meteora che faceva la sua apparizione, la figura del cretino, e poi spariva nel dimenticatoio tra i suoi simili lasciando a Conrad il trionfo da “eroe del giorno”.

Come già accaduto per Diana, anche a questo personaggio è girato il chiccherone. Così dopo altre quattro stesure siamo arrivati a un accordo onorevole: al personaggio ho dato un ruolo da super protagonista, cioè da protagonista che sta “sopra”, le sue azioni non compaiono nel testo se non quando incrociano direttamente quelle di uno dei protagonisti. Tuttavia hanno un peso enorme nell’economia della storia per i loro effetti. Contributo invisibile, successo (anche se nel male) evidente. Così il personaggio se ne è ritornato buono buono (si fa per dire) tra le pagine della storia accettando ogni singola scelta che ho deciso per la sua, uh, carriera.

Myth Press è una casa editrice giovane, presente da qualche anno sullo scenario editoriale italiano con il progetto “Onnigrafo Magazine” e con il gioco di ruolo “Incubus”. Dal 2019 ha iniziato a pubblicare libri di autori italiani: “La figlia di Caino” di Natascia Norcia è stato appena pubblicato (23 aprile 2019), nel III quadrimestre di quest’anno vedrà la luce “Le cronache di Oscailt” di Emanuele Benedetti.  Per il 2020 è prevista la pubblicazione di “Black Rose Wars: le origini” di Marco Olivieri. Possono sembrare poche,  un libro ogni sei mesi, ma come ho già detto diverse volte per produrre un libro ci vuole un certo impegno economico e tanto lavoro e alla Myth Press hanno scelto di differenziarsi grazie alla qualità dei testi.

 

Edizione Straordinaria!

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Eh si, dopo un veloce scambio di email con la segreteria del concorso è saltato fuori che, essendo un self, è da considerarsi “inedito” e dati i quattro-cinque gatti che l’hanno letto non c’è stata alcuna remora per l’iscrizione e la valutazione del testo. Che vinca non lo so, ma ancora una volta questo libro nato (quasi) per gioco dimostra che tutto è possibile. Per metà maggio prossimo si saprà se ci sarà uno spaghetti – fantasy a vincere questa edizione (improbabile), se sarà menzionato (meno improbabile) o giudicato mancante (assai possibile) per una serie di motivi che mi verrà indicata da una adeguata scheda di valutazione.

Vedremo. Nel frattempo ne approfitto per far pubblicità 😀

Link Amazon

Duchessa

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La Duchessa si cambia spesso d’abito.
Fresca e accogliente in primavera, calda e invitante d’estate, affascinante e malinconica d’autunno e d’inverno veste sempre di bianco, sempre.
Tutte le volte che torno da queste parti so già quello che mi aspetta e ora che ci sono i bambini… è anche più divertente!
La sveglia non è mai delicata: quando la macchina, caricata la sera prima, lascia la città fuori è ancora buio nonostante la bella stagione sia inoltrata.
A fine Aprile il sole sorge prima delle sei e mezzo e infatti mentre l’auto imbocca la Roma-L’aquila e sento russare dal sedile posteriore, vedo i primi raggi far capolino dai monti e gli occhi di mia moglie brillare mentre riflettono le montagne.
Normalmente, se a una persona piace qualcosa o qualcuno, nei fumetti gli disegnano gli occhi a forma di cuore. A mia moglie dovrebbero farglieli a forma di montagne. Non che a me dispiaccia andare in montagna, sia chiaro. Anche io ho i miei monti preferiti, ma è un’altra zona, molto diversa. È che il rapporto tra Silvia e i monti è qualcosa di speciale, un legame simbiotico oserei dire.
Quando passiamo lo svincolo direzionale Torano è passata un’ora e mezza e i bimbi cominciano a svegliarsi.
Una volta, quando i piccoli erano poco meno di una vaga idea, ci si fermava al bar della Duchessa insieme ad altri escursionisti. Adesso… be’, si fa prima così. Guido diritto fino all’uscita “Valle del Salto” e da lì è un attimo infilarsi per la stradina, ora asfaltata, in direzione Cartore.
Nel febbraio 2012, ancora senza figli, ricordo che fummo costretti a lasciare la macchina al bar e a procedere in sci fino al paesello… che impresa anche quella!
Stavolta è diverso. I bambini stanno imparando a sciare, ma per permettergli di amare lo sport è meglio iniziare con qualcosa di semplice e meno massacrante che percorrere più di dieci chilometri senza nessuna possibilità di salire “a bordo” di papà. Dopodutto Laura ha quattro anni e manuel due. E poi adesso la neve è andata via.
Cartore è un gioiellino restaurato grazie ai finanziamenti della Comunità Europea: qualche casetta in pietra e legno e, dal 2014, un agriturismo sostenibile che è la fine del mondo. Caldo, accogliente… e con ristorante dove fermarsi, in caso di “necessità”.
Noi abbiamo una decorosa scorta di panini, ma i due squali di terra che si sono appena svegliati sul sedile posteriore hanno una diversa idea del “cibo adeguato per un essere umano”. Da quando sono nati il mio peso non ha mai superato i 60kg e non è un caso, nonostante io mangi come un orco.
Per Silvia invece è andata diversamente: due gravidanze e la terza in cantiere, anche se ancora non si vede, hanno lasciato dieci chili di troppo che, dislivello dopo dislivello, stanno togliendo il disturbo.
Parcheggio vicino la caserma della forestale e inizio a scaricare gli zaini, uno per ognuno. Sospiro. Poi tutti sul sentiero: salire al lago della Duchessa è l’impresa che “mi” attende, ma non è impossibile.
La salita sembra ripida, in realtà è solo l’inizio. In realtà non è neanche una salita. È una stradina che arriva all’attacco del sentiero e qui, veramente, si sale. È una cosa da prendere di petto, in senso proprio, magari non è impegnativa come la salita al Circeo o quella al Terminillo. Tuttavia si fa sentire e non è che l’inizio.

I bambini segnalano che sono stanchi. Silvia comincia a raccontare loro una storia dove dei pirati (pirati di terra, micidiali quanto gli squali di poco prima) hanno nascosto dei tesori lungo il sentiero e mamma e papà hanno la mappa. Lo sapeva, si era preparata e adesso ecco che la vera forza di lei entra in azione.
Per cui un piccolo patrimonio in cioccolatini, lecca-lecca, sorpresine varie viene accuratamente disseminato da lei che si inoltra avanti nel sentiero mentre il sottoscritto distrae gli squa… la prole e spiega cosa sono funghi, licheni, sassi, alberi e che differenza passa tra un faggio e una quercia. Non ci sono querce sulla Duchessa, ma questo non mi impedisce di far notare la differenza con i lecci presenti vicino casa.
Mentre i seicento metri di dislivello cominciano a scivolare sotto i piedi uno dopo l’altro, gli zaini dei pupi si riempiono di… tesori. Solo che non ci sono solo quelli forniti da mamma e papà, no, ci sono anche certi sassolini davvero belli, rametti, mandorle di faggio… muschio no, quello serve lasciarlo dov’è. Bravi bambini, ma lo stesso: sospiro. A metà della salita Manuel è cotto: nonostante sia gasatissimo è evidente che le sue gambe non reggono più la fatica. Ci fermiamo e lo faccio entrare nello zaino porta-bimbi che ho sulle spalle, si prosegue. Cento metri più tardi anche Laura è lessa come una verza.
Cambio zaino: Manuel, semiaddormentato, va in marsupio sulla schiena di mamma. Laura entra nello zaino.
Indovinate dove sono finiti i due zainetti pieni di… tesori e lo zaino di mia moglie?
3, 2, 1 indovinato!
Termino di legare gli zaini dei pupi al mio, carico sul petto lo zaino di Silvia e isso lo zaino grande, con Laura dentro, sulla schiena e hop, si riparte!
Lentamente eh? Ho percorso questo sentiero la prima volta a quarant’anni. Mica a venti. Se a quell’età mi avessero detto “salirai su una montagna con quaranta chili sulle spalle” avrei riso dicendo che al sollevamento zaini preferivo il “sollevamento forchetta”, disciplina non riconosciuta alle Olimpiadi, ma che mi ha fatto vincere numerosi riconoscimenti in passato. Ora vado per quarantasette e con la terza figlia in arrivo è cambiato tutto, ma appena la piccola sarà in grado ci sarà pane e montagna anche per lei.
È questione di aver pazienza.

Verso l’una siamo al rifugio delle Caparnie.
Chi è stato sulle Alpi sa che alla parola “rifugio” è associato un luogo accogliente, con cibo e bevande calde, sdraio per prendere il sole e talvolta persino la spa.
In appennino invece è: quattro mura, un tetto, una porta richiudibile e da tenere chiusa pena l’ingresso del bestiame al pascolo e la trasformazione perenne del rifugio in una stalla.
Per le sdraio c’è il prato, basta stare attenti ai sassi. Per cibo e bevande calde ci sono thermos e accendino. Lo so che non è sportivo accendere il fuoco con un accendino… è che ho fretta e usare il firesteel o il metodo dei legnetti richiede più tempo di quello che ho a disposizione.
Silvia mi ricorda, precisa come un’orologio svizzero, i tempi che abbiamo a disposizione: a scendere ci si impiega più che a salire, che alle 18 sarà buio e che lei non ci tiene a fare la discesa con le lampade frontali e i pupi sulle spalle.
Il suo conto è un’ora a disposizione per riposare, mangiare e ripartire lasciando come segno della nostra presenza “niente” e “grazie” e anche in questi casi non sbaglia mai.
Purtroppo non c’è tempo per andare più in alto e guardo con nostalgia il Morrone e la cima Zis lì accanto. Solo sei anni fa ci sono salito insieme a Silvia e a una manica di pazzi che si faceva chiamare ZiS (e si fa ancora chiamare così) ovvero Zaini in Spalla, per fissare su di essa la targa con il nome della cima. Mi viene da ridere: all’epoca pensai di aver fatto una fatica immane a salire lassù con lo zaino e venti chili di cemento.
Laura, da sola, ne pesa quindici e lo zaino vuoto ne pesa tre.
Poi ci sono panini, tre litri d’acqua, cambi di vestiario, pronto soccorso… ecc… ecc… arrivare a 40 è un attimo, d’altro canto la vista da quassù è semplicemente superba.
«Potremmo fondare un gruppo simile chiamato “BiS” ovvero Bimbi In Spalla» dico e Silvia mi sorride e scuote la testa.
«Nessuno a Roma riesce a fare quello che facciamo noi. È da quando è nata Laura che cerchiamo gente capace di andare in montagna e portare i figli con sé, come su al nord e quello che abbiamo trovato sono sguardi spauriti di gente che ci prende per pazzi»

Il menù prevede panini al prosciutto e lattughino, formaggio “allo spiedo”, frutta e tisana mango fragola e miele calda. Si spazzola tutto in pochi bocconi, si fa un’accurata pulizia e in pochi minuti siamo di nuovo sul sentiero, in discesa stavolta.
Purtroppo il tesoro dei pirati è finito e neanche a un terzo della discesa i pargoli decidono che è ora di salire a bordo. Sospiro. Forse i più crederanno che il ritorno, essendo in discesa, sia meno faticoso della salita.
Quando la pendenza è elevata ci si stanca di più perché dosare lo sforzo richiede più energia che farsi guidare dalla gravità. Le suole in vibram degli scarponi mordono il fango e le rocce del sentiero attutiscono solo in parte i contraccolpi; la discesa è dura.
Dopo qualche minuto un sonoro ronfare alle nostre spalle ci comunica che i passeggeri si stanno godendo il meritato riposo e così abbiamo un momentino per noi e ripeterci che anche solo nel 2012 mai avremmo immaginato di ripercorrere quel sentiero in quattro… e mezzo. Per non parlare della gioia di essere là in quel momento. La fatica è tanta, ma si tratta del prezzo da pagare senza il quale tutta l’impresa sarebbe, per dirla alla Manzoni, senza sugo.
Parlare di sugo mi mette appetito e continuiamo la discesa. Quando arriviamo a Cartore il sole è già dietro ai monti, anche se c’è ancora abbastanza luce. Svegliamo i passeggeri che non si fanno ripetere due volte l’invito e corrono verso l’ingresso del ristorante. Anche se abbiamo la cena in macchina una cioccolata calda e una fetta di torta sono graditissime e poi stanno arrivando altre persone, gente proveniente dai paesi vicini, alcuni di loro hanno figli e già so che faranno comunella coi nostri per andare a far danno nei dintorni.
Ci fossimo trovati a Roma Silvia si sarebbe precipitata fuori a sorvegliare con cent’occhi quel che succedeva. Invece da queste parti ci si può rilassare e confidare su quel che le orecchie riportano. Le grida dei bambini, che giocano e si divertono, giungono dentro il bar e ben si mescolano con le chiacchiere e il crepitio del caminetto. Finché gridano tutto bene, ma dovesse esserci silenzio o qualche voce di meno si deve correre fuori e dare un’occhiata per essere sicuri di quel che sta succedendo e infatti, ogni tanto, uno degli adulti a turno esce e dà una controllata, ma è solo per scrupolo: ci sono meno pericoli in montagna che in città e a differenza delle persone non esistono montagne assassine.
Tutt’al più ci sono persone imprudenti.
La comparsa delle prime stelle dà il segnale ai bambini che è ora di rientrare, fuori fa troppo freddo per giocare. Poco dopo saldiamo il conto e ci rimettiamo, con calma, in macchina: nessuno ha mai fretta di lasciare questo luogo. Il tempo si ferma e l’ultimo raggio di sole, prima di svanire dietro l’ultimo orizzonte, finisce immortalato dalla macchina fotografica. Silvia tira fuori i panini della cena e sazi e soddisfatti ce ne torniamo tutti in città, ma senza fretta: l’autostrada a quest’ora è piena di traffico e nessuno ha voglia di sostituire ai profili delle montagne, che si stagliano contro il cielo al crepuscolo, la scia di luci di posizione rosso-fuoco delle auto incolonnate alla barriera di Roma-Est.

 

Calendiér Malicièn

 

E dunque ecco il calendario malichano, anzi Le Calendier Malicièn (e cominciamo a infilarci dentro un po’ dell’arcipelago di Vasconne da cui provengono… e ovviamente della Île de Malichar che poi è il feudo di origine del buon Bertrand)
L’idea di base era quella di partire da un calendario terrestre noto, ma ormai desueto e di “sonorità” francese. Mi sono soffermato un pochino sul calendario rivoluzionario, quello coi mesi “creativi” come “Germinale” “Pratile” o “Termidoro”. In francese era già più evocativo:

vendémiaire
brumaire
frimaire

nivôse
pluviôse
ventôse

germinal
floréal
prairial

messidor
thermidor
fructidor

i nomi sono legati alle condizioni climatiche e ad alcune attività legate ai lavori agricoli. Neve pioggia e vento d’inverno, vendemmia, nebbia e freddo per l’autunno, gemme, fiori e prati per la primavera e così via con l’estate che ha il suffisso -d’or  per indicare che è la stagione migliore.
Il calendario rivoluzionario fu deciso arbitrariamente dopo settimane di discussione, qui invece ho una civiltà millenaria controllata da un dio che ha a cuore lo studio e la conoscenza, prima di tutto, ma pure il benessere e la felicità di buona parte dei suoi fedeli. Prima che vi domandiate perché allora esistono divinità “malvage” vi ricordo che si tratta di concetti relativi: cos’è la felicità per un essere umano? E per un Elfo? E per un orco? E se l’adoratore medio di un dio è masochista piuttosto che vegano o pratica la chirurgia come arte voluttuaria? È difficile essere un dio. In un luogo poi dove la magia esiste e le idee possono condensare in divinità (se ci credono abbastanza persone) le cose si complicano ulteriormente.

Malichar esiste da circa 2600 anni, direi che un calendario ce l’ha e pure parecchio strutturato. E preciso: il 10% della popolazione pratica la magia (contro lo 0,5-0,8% delle altre nazioni). Un calendario preciso è indispensabile per garantirne la sopravvivenza, oltre alla “mitica” barriera.
Dal punto di vista geografico è un sistema di strette valli glaciali caratterizzate da boschi di conifere, fiumi a carattere torrentizio e ghiacciai in fase di arretramento. La popolazione vive concentrata nella parte più bassa delle valli, là dove l’insolazione è maggiore (e non ci sono più beholder e altre bestiacce). Il cielo è visibile, ma solo “in alto” dato che l’orizzonte è coperto da montagne che sfiorano i 4000 metri di media, ma le cime più a nord sfiorano i 6000. Uso i metri anziché i piedi kireziani perché mi tornano comodi per fare i conti.
Il giorno è suddiviso in cinque periodi di lunghezza differente. L’alba che va da quando sorge il sole a quando supera le montagne, il mattino che termina quando il sole è allo zenith, il pomeriggio che termina quando il sole sparisce dietro le montagne, il tramonto che colora di rosso il cielo, la sera che termina quando anche il crepuscolo è conclusosolare e poi la notte che ha termine con l’alba. Il “tramonto” in senso proprio (la scomparsa del sole oltre la curvatura del pianeta) è un fenomeno noto solo ai malichani che viaggiano.

Dal calendario rivoluzionario ho mutuato soprattutto le idee che esso veicolava, ma ho aggiunto parecchio di mio.

Primavera
safraneux – Safran è il nome del “Crocus Sativus” uno dei tanti bucaneve (i crochi) che fioriscono al disgelo. Da questi fiori si ricava lo zafferano, condimento molto popolare e spezia che viene esportata a carissimo prezzo. In questo periodo termina anche la stagionatura degli insaccati e lo sbottamento delle birre. Costellazione “Le safrain”, il bucaneve.
treflieux – Le Trefle è tanto il trifoglio, che abbonda nei prati. Dunque è tanto il mese del ritorno dei prati. Costellazione: “La petite Vailèt” (la vitella Minore… il nome è provvisorio come la prossima costellazione).

pelousien – il mese dei prati. Le mandrie salgono negli alpeggi e ci resteranno fino a fine estate. La grande Vailèt (Vitella Maggiore) è la costellazione che è allo zenith (a mezzanotte) in questo periodo.

Estate
Arréchaût – Mese del caldo. Il nome originario era “Rechauffageur”, ma la “R” iniziale è caduta sostituita da “arr” e a fine parola è rimasta la “û” al posto di “uffageu” mentre la r finale s’è incollata al palato diventando una t. Il solstizio cade in questo mese e poi le giornate inizierano ad accorciarsi. Le pecore vengono tosate adesso, così che al ritorno del freddo possano avere abbastanza vello da riscaldarsi di nuovo. Costellazione “les tisòires” ovvero le forbici. È anche il mese della maggior produzione di formaggi. Vacche, pecore e capre producono latte tutto l’anno.

Arrecolt – Mese della raccolta: ha inizio adesso la raccolta delle messi dai campi e andrà avanti fino a tutto vendan. Costellazione “la Cueilleuse” (raccoglitrice di frutti). Stesso discorso per l’etimo: era Recolteur, la r iniziale è diventata Arr e poi il resto è caduto, ma trattandosi di finale di parola non è rimasta neanche una vocale circonflessa.
Nota: la “Arr” davanti deriva dalla pronuncia della R iniziale di quasi tutte le parole Maliciane… il risultato che di parole che iniziano per “r” praticamente non ce ne sono.

La Mesadoire
Anticamente (e in Lleendir è ancora così) era Meissonadoir, poi divenuto Mêsadoir e infine La Mêsadoire, ovvero la mietitrice.
La e circonflessa indica dove c’era “isson” chè è si è contratto in “ê” diventando com’è oggi e declinato al femminile. Le Meissonadoir era il modo in cui veniva citato spesso tanto l’uomo che falcia il grando, quanto un’altra figura comune a moltissime culture e che separa i vivi dai defunti: La Morte. Merat-Asua, una delle divinità più potenti da queste parti, ha di fatto infiltrato senza colpo ferire anche la rigida teocrazia maliciana. Pochi culti non ne sono permeati, quello di Einungis nei reami del nord dove ogni aspetto della vita dei fedeli è regolato dal “dio unico” (ein = uno) con metodi ancora più spietati (l’eresia è punita con la morte per crocifissione ad un albero, tradizionalmente un frassino, ma all’occorrenza va bene qualsiasi cosa: anche un muro con un albero disegnato). D’altro canto è questo mese in cui gli animali da macellare vengono uccisi, da qui il collegamento con la morte. Sempre In questo periodo si tengono le aste per le pietre-matrice migliori. Vengono avviate le produzioni di insaccati e derivati della carne che resteranno a stagionare per tutto l’inverno e parte della primavera. Quella delle pietre-matrice è una delle “industrie” più floride dei principati. Costellazione = La fille avec l’orcin d’obsidienne, la ragazza con l’orecchino di ossidiana. (piccola citazione di un certo quadro di Veermer, che adoro).

Autunno
vendan – mese della vendemmia e della preparazione del vino. Termina la raccolta di quasi ogni altro frutto. Rimangono solo alcuni frutti di bosco alle quote più basse come le more. Costellazione “l’Autinier” il vignaiolo. Ai suoi piedi c’è la costellazione della Bosarde, la Volpe. Volpi e uva hanno una lunga storia anche in Malichar. Giusto per ricordare: in francese volpe è “renard”, nei dialetti aostani/savoiardi è Bosaron. Metti insieme il prefisso Bos e il suffisso ard e una e finale per il femminile e ottieni “la bosarde” (e muta e d appena accennata) giusto per ricordare che onomaturgia, worldbuilding e “filologia” vanno di pari passo.

undès – undicesimo in antico Lleenico. Malichar ebbe origine 2600 anni fa da una diaspora guidata da Bertrand de Malichar, dall’isola di Wascòn nel sub-continente di Lleendir a sud-est di Adra. Nel corso dei secoli numerosi principi tentarono di dare un nome “mitico” a questo mese e al successivo, ma con la loro morte gli altri principi hanno sempre ripristinato il calendario tradizionale. Costellazione: “la barriere”. Tutti i cittadini pagano i tributi per mantenere e far crescere la barriera. La spiegazione ufficiale è che è la grande scuola di magia, la Brêndienne e i suoi maghi a mantenerla e farla prosperare. La spiegazione è un pelino più complicata, ma è indubbio che senza le sovvenzioni statali l’università pur con le rette elevatissime, non riuscirebbe a prosperare… il problema è costituito dalle sovvenzioni, ma siccome questo è oggetto di uno dei romanzi in costruzione non posso rivelarlo qui.

dodès – come sopra, dodicesimo e ultimo mese del calendario Lleenico che è legato agli eventi astronomici e col 30° giorno del dodicesimo mese aveva termine il calendario. Dodès è l’unico mese che può avere 31 giorni, quando capita il bisestile. Giusto per fare il pignolino: alla pubblicazione del Torto a Lavill si festeggiava il 2602° anno dalla fondazione. Costellazione: “l’Oeil”, il beholder. Durante i mesi più freddi accadeva in passato che queste creature scendessero a valle per procurarsi cibo. I malichani si son messi il promemoria in cielo.
Nota: la transizione da inverno a primavera segna l’inizio del nuovo anno in moltissime culture. Traccia di questo evento è presente anche nel nostro calendario. Dicembre è l’ultimo mese attuale, ma solo il decimo nel calendario giuliano che terminava a Febbraio. In questo caso invece si festeggia al solstizio d’inverno, quando le giornate tornano ad allungarsi. Del resto l’aumento della luce disponibile è quel che scandisce la vita in molte culture.

Inverno
Betânier – Unico mese con la maiuscola, nel 500 alf (alf è la sigla che indica la fondazione (a la fondatiòn) della prima città: Lavill’ )  il consiglio dei principi decise che il mese di Glassié (il ghiacciato: in occitano la radice glass- è legata alla parola ghiaccio) sarebbe cambiato in Bertrandier in onore del fondatore dei principati. Col tempo la r e la d sono state elise e fu segnata la a come circonflessa per ricordare che anche lì son cadute un po’ di consonanti. Tutte le feste sono concentrate in questo periodo, alla fine dell’anno solare. Del resto è il periodo con meno luce a disposizione e non è che si possa fare molto altro che starsene in casa al calduccio. L’anno inizia il primo giorno di questo mese. Eventuali aggiustamenti vengono inseriti prima del primo giorno dell’anno. Costellazione “Bertrand” c’era da chiederlo? Bertrand sorge e scaccia l’Oeil, e così inizia il nuovo anno.

neigeux – nevicoso o nevile, fate vobis. È il mese con le nevicate più abbondanti. Costellazione “les outiles” gli strumenti musicali. Bertrand ha vinto, si fa festa. Fuori di casa la neve ha bloccato tutto e l’unica cosa da fare è ballare. Ci si scalda meglio, si consuma meno combustibile e si sta allegri.
glacieux – piccolo gioco di parole, non si tratta del mese più freddo in assoluto, corrisponde infatti al periodo che sulla Terra va da fine febbraio a fine marzo. I ghiacci si staccano e scivolano a valle, a volte causando seri danni. Inoltre è la stagione in cui dalle montagne soffiano i venti più gelidi provocati proprio dalla fusione del ghiaccio. Costellazione:  la bërsache, lo zaino. La brutta stagione è al termine, il lavoro riprende e i pastori si recano a controllare, zaino in spalla, che i rifugi e i ricoveri per il bestiame siano in ordine. 

E via, si ricomincia.

Lo studio del Guascone (langued’Oc occidentale), dei dialetti Savoiardi (piemontese e valdostano), del Francese e una spolverata di Italiano sta dando vita al Malichano. Il guascone, occitano occidentale, è il medesimo strato che ha dato origine ai nomi llenici, quelli con la y tra un cognome e l’altro. Il sub-strato occitano e una spruzzatina di cataro ne influenza pronuncia e base del dizionario, il francese per quanto riguarda la pronuncia moderna e la deriva linguistica (da Meissonadoir a La Mêdoire), l’alta savoia perché comunque ci deve essere un dialetto alpino nel mio modo di vedere le cose e l’italiano. Quest’ultimo è fondamentale dato che 1) è la lingua del lettore 2) Il paese con cui Malichar ha maggior scambi in termini economici è Kirezia dove si parla italiano-veneto e che a sua volta deriva dal Maorni che invece è una forma imbastardita di Latino.
Sta diventando una cosa parecchio interessante.