Produrre un libro – 3

Le bozze, l’impaginazione e la cover.

La Correzione di Bozze e l’Impaginazione.

L’editor NON corregge le bozze. Può sgrossare il lavoro, ma se decidete di servirvi di un CdB avrete la certezza di pubblicare un libro privo di refusi. Dopo l’ultimo giro di editing (lo scambio di informazioni tra voi e l’editor riguardo il vostro libro) il testo vi rimane in mano e nessun altro lo controllerà. Basterebbe questo a farvi riflettere sull’utilità di una correzione.

Un bravo CdB si prende mediamente da 1€ a 2,5 eur a cartella e completa la correzione di 300 cartelle in 7-10gg

Se vi siete rivolti ad una agenzia di buon livello vi verrà proposta (o troverete la voce nell’elenco dei servizi) l’impaginazione, avete idea di cosa significhi leggere un libro male impaginato? Titoli di capitolo che iniziano a metà pagina, pagine vuote che compaiono a cucù, font che cambiano di dimensione (o di tipo) in alcune parti del testo, margini ballerini… un testo male impaginato è considerato peggio di un testo con refusi: quore può sfuggire alla vista, ma… che ne dite di questo blocco di testo allineato a destra per “sbaglio”?

Tenete bene a mente che l’impaginazione cambia in base al formato: Kindle è diverso da Kobo che è diverso da un e-pub generico, per restare sul formato elettronico. Se volete anche il cartaceo… è un’altra impaginazione ancora e più complessa. Grazie al cielo l’impaginazione spesso viene proposta per blocchi di cartelle. Per il romanzo di esempio (300 cartelle) si trovano in giro prezzi molto vari, ma si rimane entro le 100 euro per la prima impaginazione di un cartaceo e sulla settantina per un ebook. L’impaginatore sistema il layout grafico del libro, per cui se ci sono font embedded, immagini, bibliografie e quant’altro provvederà a dargli un layout adeguato alla tipologia di prodotto editoriale che avete in mente.

Cercando sul web si trova di tutto, ma attenzione: i cialtroni sono sempre dietro l’angolo, se pensate che non vi occorre questo servizio provvedete da soli, è sicuramente meglio che pagare per un lavoro fatto male. Cioè: voi (se non fate questo mestiere) lo farete male, ma almeno è gratis. Attenzione: se avete intenzione di farlo bene dovrete usare uno strumento professionale (quark XPress, Adobe InDesign) o il risultato sarà approssimativo. Word e OpenOffice non hanno strumenti validi per l’impaginazione e il risultato è strapieno di codice spurio che causerà problemi. Certo: potete sempre andare di LaTex e lavorare a “manina” sul codice sorgente. Si faceva così vent’anni fa e già c’era QuarkXpress che costava qualche milione di lire a licenza, ma svolgeva tutto il lavoro in modo impeccabile. Se lo sapete fare e avete il tempo per farlo… io no.

A causa della crisi (ormai cronica) del mercato letterario in Italia ci sono decine di professionisti che offrono i loro servizi a prezzi concorrenziali, per cui cercate bene e troverete qualcuno. Si può risparmiare molto (soldi e soprattutto TEMPO) affidando il lavoro alla stessa agenzia letteraria.

La Cover

La cover (doppio articolo stavolta) può riservare sorprese non da poco. Tra l’altro non sempre si ottiene ciò per cui si paga.

Il prezzo di un buon grafico si aggira tra i 50 e i 250 € a cover, se questa non è particolarmente complessa. Questo prezzo può lievitare fino a 1200-1500 € se andate a scomodare un Claudio Castellini qualsiasi e il disegno comprende una molteplicità di soggetti. Il numero di soggetti (umani e non) la complessità della scena possono alzare molto il prezzo e i tempi di lavorazione.

L’amico Penna Blu in un paio di articoli che ho linkato qui, spiega bene cosa succede se la cover non è all’altezza e quali sono gli elementi da considerare.

Nel mio piccolo so di aver fatto un buon lavoro rivolgendomi ad un artista con un bel po’ di esperienza in materia.

La scelta del grafico va fatta appena avete finito il manoscritto. In base al numero di cartelle (una pagina con 1800 caratteri dentro) dovrete farvi un’idea dei tempi di produzione del testo e dare la deadline, cioè la data entro la quale il lavoro va finito.

Non solo: il testo vi serve per dire al grafico cosa volete in copertina, questo potrebbe dire di vederci altro (è un artista anche lui o lei) e che non è nelle sue corde e proporrà altro (magari un lavoro riciclato). Siate precisi nella vostra richiesta e disposti ad accogliere le proposte del grafico solo se non deviano dal soggetto proposto.

Per la cover di “il torto” volevo il protagonista alle prese con un coboldo mentre esplora un corridoio buio pesto.


Come richiesta era precisa: avevo passato al grafico una descrizione scritta del corridoio, del protagonista e di un coboldo minuziose e dettagliate.

Alla fine il coboldo è stato eliminato, il protagonista è in primissimo piano e l’unico elemento visibile è la candela che tiene vicino a sé e illumina bene solo metà faccia. In questo modo si evoca il buio che lo circonda e la minaccia che esso nasconde che poi era il senso della copertina.

Di fatto è stata una risultante tra il lavoro del grafico e le mie necessità: offrire al lettore un’idea precisa del tipo di storia raccontata semplicemente con uno sguardo.

Nella seconda, quella realizzata per i razziatori di Etsiqaar, l’iter è stato più complesso, ma l’aver definito bene le caratteristiche dei personaggi ha permesso al grafico di rappresentare al meglio tanto il protagonista, stavolta a figura intera e con in mano il suo bastone magico, quanto il suo avversario.


Realizzare ognuna delle cover ha richiesto poco meno di due settimane di lavoro tra invio del materiale, ricerca dei soggetti e degli elementi da rappresentare e produzione del file.
Alla fine degli articoli pubblicherò una tabella con tempi e costi, oltre ad una serie di link utili con i contatti di editor, agenzie, grafici e compagnia bella. Costo delle copertine 200 eur perché era un amico, le cover erano relativamente semplici (io rimango ancora incantato di fronte alla ricchezza di dettaglio, al modo di dosare il colore e di sfruttare il vuoto per evocare il buio) e non ho scassato la minchia (perdon) al disegnatore con richieste assillanti capaci di portare al completo rifacimento della cover tre-quattro volte. Non funziona così. Un grafico professionista deciderà insieme a voi la “scaletta” di tutta la cover: titolo e autore, dove posizionarli e se l’immagine occuperà o no tutta la facciata. Quali elementi grafici e co..me sono fatti, il colore dominante di tutta la cover, quali font usare… e altri dettagli cui adesso non avete proprio pensato. Per l’immagine di copertina vi chiederà subito quanti soggetti ci sono così da realizzare un preventivo adeguato. Nella scaletta verranno inseriti anche i piani e le inquadrature per i vari soggetti e la loro posizione rispetto agli altri elementi e che funzione avranno nell’economia della cover. In entrambe le cover (realizzate da Gianluca Serratore) c’è molto vuoto ed è stato lasciato apposta.

Prima di arrivare al prezzo di cui sopra ho contattato una ventina di grafici/illustratori/disegnatori di fumetti e ho ricevuto preventivi (per le due cover) compresi tra 40 e 500 eur… e sono stato tentato di pagare 500, sappiatelo. Lo scoglio principale tuttavia è stato il tempo. Un bravo grafico non ne ha e deve trovarvi uno spazio per dedicare tempo alla vostra cover, per cui oltre al prezzo vi dirà una cosa tipo “ho dei lavori da finire, non potrò prima di ottobre 2017” e io che volevo pubblicare “i razziatori” entro la fine di agosto mi sono ritrovato a cercare un grafico solo dopo aver completato l’editing del Torto. Come ho detto prima Gianluca oltre ad aver prodotto un lavoro eccellente è pure un amico e mi ha ritagliato qualche giorno per realizzare le cover così da averla in anticipo.

Ecco perché ho detto che il grafico va cercato subito: a differenza di editor, CdB e impaginatori, l’artista che sceglierete per la vostra cover è unico e va attivato per tempo. La lavorazione di un testo di 300 cartelle può portare via molto tempo e una stima prudente si aggira intorno ai sei mesi (se si riesce a lavorarci un paio d’ore al giorno: poi oltre alla scrittura si deve anche vivere, lavorare, seguire la propria famiglia ecc… ovviamente sto dando per scontato che editor, cdb e impaginatore siano dei professionisti e che vi abbiano dato tempi certi. Un cialtrone può dirvi che finirà il primo giro di editing in sei giorni e poi riposerà il settimo, se gli credete non lamentatevi se poi ritarderà parecchio o il lavoro non sarà all’altezza delle aspettative.

Se la sviolinata sul calcolo dei tempi vi è sembrata complessa fino a qui aspettate di leggere il prossimo ed ultimo capitolo: la promozione. Autopubblicare un libro è facile, fare in modo che sia redditizio non lo è.

7 motivi per cui è meglio non cavalcar draghi…

…non tanto facilmente almeno. La letteratura è piena di cavalieri in sella a destrieri più o meno interessanti. C’è stato Perseo in sella a Pegàso, ma non è stato mica l’unico. Astolfo e il suo Ippogrifo per citare un altro eroe leggendario… ma sicuramente il “top di gamma” delle cavalcature mitiche è il drago. Vedremo ora come questa specie di Rolls Royce dei cieli è piuttosto scomoda da gestire se non si ha una cultura ben solida.

In occidente il drago è una bestiaccia. Nella letteratura medioevale occidentale è sempre stato legato al maligno, complice un passo dell’apocalisse di S. Giovanni. Ma non è ch ei popoli nordici ne andassero pazzi: Miðgarðsormr è il drago che distruggerà l’albero del mondo rosicchiandone le radici e dando così inizio al crepuscolo degli dei, il Ragnarok. Ne consegue che a cavalcar draghi erano sempre personaggi legati a Satana e alle sue molteplici apparizioni, per i cristiani e per i nordici era “l’inizio della fine”. Nella letteratura Cinese e in generale nella mitologia orientale invece il drago è un elemento positivo, portatore di fortuna, di armonia, equilibrio… compare un po’ in tutte le culture, talvolta è un dio (per gli Atzechi è Qezalcoatl, il serpente piumato), talvolta no, ma comunque dotato di poteri soprannaturali.
Per vedere la figura del drago riabilitata anche in occidente, almeno in parte, bisognerà attendere la seconda metà del XX secolo.

1) Un drago vola veloce, mai sotto i 30km/h del volo planato o anche le sue ali prodigiose vanno in stallo (a patto di avere una bella termica sotto la coda), se no si sale fino a 80-90km/h. Per una creatura vivente è una signora velocità di crociera, date anche le dimensioni. Se pensate che questo non sia un problema vi invito a fare questo esperimento: viaggiate per una mezz’oretta a 30km o più con gli occhi ben spalacati, senza alcuna protezione.
Bene, ora procuratevi un buon collirio, che deve diventare ottimo se avete viaggiato per lo stesso tempo a 60km/h. Tutti i volatili hanno una membrana nittitante che protegge la cornea durante il volo. I draghi non fanno eccezione. Il pilota deve possedere una qualche protezione, magica o naturale, altrimenti dopo i primi dieci minuti di volo rimane semi accecato… e non è bello rimanere in questo stato quando devi far atterrare un bestio con un apertura alare degna di un jet.

2) Un drago ha la corazza. Le sue scaglie dure e leggerissime hanno la stessa struttura della pelle di squalo. Questa è chiamata anche “smeriglio” per via dell’effetto che ha sui subacquei quando accidentalmente vengono “strusciati” da uno squaletto di barriera. Ora immaginatevi che fine fa il fondello dei calzoni di un cavaliere, ma pure le cinghie di una sella dopo qualche ora di volo. Non parlo del fondoschiena del cavaliere solo per una questione di decoro.

3) Come mezzo di trasporto il drago è costoso. Sebbene integri la sua dieta con elementi di origine minerale quali quarzo, granito e metalli, predilige gemme ad elevato contenuto di carbonio (vedi alla voce diamanti) e metalli compatibili con la propria corazza, così da mantenerla in buona efficienza. In alternativa si accontenta di un quantitativo di vergini… o mucche (o altro animale di stazza equivalente) pari al suo peso ogni mese. Avete idea di quanto costa una mucca?

4) Come arma in battaglia: certo è un valido motivo per avere un drago, ma essendo senziente decide lui se attenersi agli ordini o suggerirne di migliori. Di certo non ha bisogno di un peso supplementare sulla schiena dalla vista corta, limitate capacità belliche (una spada ha un raggio d’azione inferiore al soffio e agli artigli del drago, una balestra colpisce più lontano, ma è imprecisa a causa delle condizioni di volo e comunque è inefficace contro un altro drago) e capacità intellettive ancora meno entusiasmanti. Un improbabile cavaliere, oltre ad avere dei calzoni davvero resistenti, avrebbe il ruolo di portafortuna… avete presente quelle cose che si appendono al retrovisore? Se volete che il vostro drago abbia un cavaliere dategli un valido motivo per compiere lo sforzo.

5) Impossibilità di usare armi convenzionali. Vediamolo da vicino questo “cavaliere” dei draghi: che arma usa? Una spada? E che ci fa in volo con una spada? Quando l’avversario è a portata (1,5 metri) la sua cavalcatura ha dovuto compiere una bella serie di acrobazie per permettergli di colpire… fa prima a colpire lei con la coda, gli artigli, il morso o il soffio. Una lancia come in Dragonlance? Certo, ma deve essere, come lunghezza, pari almeno al collo del drago così che, al momento buono, quest’ultimo si scansa in basso e il cavaliere infilza l’avversario. Come farà il cavaliere a recuperare la lancia che è rimasta nel corpo dell’avversario è un problema da risolvere e non è banale. Inoltre maneggiare una lancia lunga anche più di otto metri richiede una forza non comune il che aumenta di molto il peso che il povero drago deve caricarsi sul groppone. Le armi da tiro sono più leggere, ma hanno un limite legato alla modalità di volo del drago che, per ovvi motivi, fa su e giù a meno che non sia in picchiata o volo planato. Dunque l’arciere deve avere un’arma e capacità straordinarie per mirare stando in sella e in volo. Armi da fuoco? Be’ ho conosciuto draghi che avevano, come cavaliere, un pistolero, ma… avete presente la questione del soffio? Il drago in questione con un soffio ha tirato giù due elicotteri apache. Che gli fa una pistola a un elicottero? Altro discorso è se il cavaliere ha una RPG o un bazooka, la cosa diventa più movimentata, ma mi sa che stiamo uscendo fuori dal fantasy per entrare in un altro regno.

6) No, dai veramente: a che ti serve un drago? A far volare il tuo eroe e a farlo apparire figo? “Tostezza e Miticità non hanno prezzo (Po – Kung Fu Panda)”. Un drago è la creatura magica più potente che sia mai stata immaginata. Rappresenta per le creature magiche quello che il mito di Atlantide rappresenta per il genere umano. Si tratta di un archetipo complesso da gestire. Ci riesce Zelazny in spellsinger, ci riescono Weis e Hickman con Dragonlance, ci riesce un pochino Tolkien anche se fa cadere Smaug in un modo… ma possiamo perdonarlo perché lo Hobbit nasce come storia per bambini e, dopotutto, l’arma utilizzata non era proprio un’arma qualsiasi.
Se vuoi dare tostezza e miticità al tuo personaggio devi descriverlo in modo che il lettore lo veda tosto e mitico e non come uno sfigato che fa la voce grossa solo perché in sella a un drago. Drago che, viceversa, rischia di diventare poco credibile con un cretino avvitato sulla schiena.

7) Quindi? Non si può cavalcare un drago? Si, ma ci deve essere un motivo davvero valido per farlo. In spellsinger il drago accetta il suo cavaliere perché conosce tante canzoni e sa apprezzare la buona musica specie quando è in viaggio, inoltre le canzoni del suo amico umano hanno effetti magici molto potenti. I cavalieri di Dragonlance e i draghi metallici si alleano per un ottimo motivo (legato alla conservazione della specie). Tutti gli scrittori che hanno raccontato di draghi con un umano a cavalcioni, persino il tanto bistrattato Eragon, avevano un valido motivo per stare là sopra ed era un motivo coerente con la storia raccontata. In Dragonlance, per dire, la forgia di ogni lancia acquista toni epici al pari della creazione della sella. I dragonieri di Pern (Anne Mc Affrey) avevano un compito ben difficile da portare avanti come pure i draghi da loro allevati. Niente è stato lasciato al caso e il risultato è stato buono. Volare con un drago sotto al sedere gridando “Sono un cavaliere sull’orlo di una crisi di nervi, ho un drago e nessuna paura ad usarlo” se non ti chiami Ciuchino e non hai un amico dalla pelle verde che si fa chimare Shreck… lo vedi da te che non si regge.

Ricapitolando se il tuo “enroe” ha come cavalcatura un drago hai problemi logistici legati al volo “in sella” (a parità di altre cavalcature da più problemi), problemi economici legati alla vita quotidiana di un drago (alimentazione, alloggio, cure),  e di coerenza legati alla verosimiglianza rispetto all’ambientazione.
Problemi da risolvere PRIMA di iniziare a raccontare la storia. Aggiustare il tiro in corso d’opera è scomodo. Si creano incongruenze capaci di bloccare la scrittura per mesi o di far “ridere anche i polli”, altro che draghi. Certo se si vuole scrivere un libro umoristico questa è una mossa degna di un Prathett in gran forma, ma se l’intenzione è quella di sfornare la versione fantasy dell’Eneide… sono draghi tuoi, amico.

In punta di penna – 4

Ed ecco che arriva Clarissa. Non dimenticherò mai le sue curve e la sua bocca: grande, armoniosa da cui usciva una voce stupenda. Abbracciarla,  carezzarla dolcemente e farla vibrare all’unisono con la mia voce è uno dei ricordi più belli della mia adolescenza. Quel suono limpido, ma leggermente impastato, mi stregò all’istante: volevo che fosse mia, per sempre. Per chi non l’avesse capito: Clarissa era la marca della chitarra di cui mi ero invaghito e che riuscii ad ottenere non senza contrattazione: era un relitto di chitarra che mio fratello aveva rimediato diosolosadove. Dovetti rifargli il capotasto, la meccanica e, ovviamente, compragli una muta di corde che era senza e poi, con infinita pazienza, accordarla e lasciare che il legno prendesse di nuovo dimestichezza con la tensione delle corde. Devo tantissimo agli scout, che nel frattempo avevo preso a frequentare, se ho iniziato ad esercitare la memoria al punto che ho un repertorio di circa 150 brani che so eseguire senza uno spartito davanti e una quantità che non conto più se ho testo e accordi sotto al naso, lo devo a loro e alle serate trascorse attorno ad un fuoco a cantare (ululando) alla Luna. Clarissa durò poco: mio fratello la regalò, senza dirmi nulla, ad una ragazza per far colpo. Un po’ inca$$ato presi in ostaggio la sua chitarra acustica… ma non mi andava a genio: le corde di metallo mi davano troppo fastidio alle dita. Così ne rimediai un’altra. Era il 1989 e il negozio aveva, per la cifra di cui disponevo una Yamaha e una Toledo. La prima suonava molto bene, ma la voce era senza calore: le note uscivano distinte e distaccate. La seconda invece… è ancora con me e mai avrei immaginato che con quella chitarra avrei suonato anche la serenata per la mia futura moglie e la ninnananna per i miei bambini. Solo che mancavano più di venti anni a quell’appuntamento.

Al liceo le cose migliorarono: dopo la bocciatura al primo anno cominciai a scrollare la polvere dai libri di testo e a ottenere qualche risultato; convinsi i miei genitori a mandarmi a ripetizione almeno per ciò che riguardava latino (ero un disastro) e matematica (altro disastro).  Fui spedito a frequentare il centro culturale francese (perché tra le altre pensate geniali dei miei genitori ci fu lo studio del francese invece che dell’inglese) e piano piano rattoppai la situazione scolastica riuscendo, alla fine del biennio, ad ottenere un bel 7 “naturale” in latino (senza copiare la versione durante i compiti in classe) e addirittura 8 in matematica. Niente ragazze, in ogni caso. Però cominciai a scrivere di nuovo: vuoi perché gli scout mi stavano ispirando, vuoi perché avevo messo le mani su una mitica “olivetti lettera 32” e l’idea di fissare sulla carta una storia mi attraeva come poche.
Tra l’altro: lo studio del latino mi fece toccare l’italiano nelle sue fondamenta. Tradurre dall’italiano al latino offre la possibilità di vedere la lingua italiana dissezionata e smontata fin nei mattoni costitutivi e oltre.

Prima di entrare al liceo scientifico sostenevo che lo studio del latino e della filosofia erano inutili, ripetendo a pappagallo le sparate dei miei familiari al riguardo.

Quando finalmente ho compreso i meccanismi della traduzione dal latino mi sono emozionato come gli scienziati del CERN quando hanno osservato il primo jet di quark e gluoni. Magic moment… per non parlare del “questo è il più bel regalo che potevi farmi” che mi ha elargito la prof di latino nel consegnarmi l’ultimo compito in classe, su cui brillava un bel 7 e 1/2.

A fine biennio ero talmente innamorato del latino che cominciai a scrivere qualcosina traducendolo dall’italiano e scoprendo alcune cose meravigliose come la rivista “Latinitas” e “Donald Anas” i fumetti di Paperino tradotti dall’italiano, per non parlare delle contumelie riservate al bullo della classe e ai suoi compari (Quotdiebus pater tuus tibi vocat penetraturus anale modo… l’incipit lo ricordo ancora).

In italiano pure passi da gigante: lo stampatello minuscolo (e la macchina per scrivere) risolsero definitivamente il problema di far capire la mia scrittura al resto del mondo. Dunque avevo imparato a scrivere? Certo che no! Avevo fatto solo pace con grammatica e sintassi, recuperato buona parte di quello che mi ero perso alle medie e tutto quello che avevo appreso alle elementari. Insomma all’inizio del triennio potevo considerarmi alla pari dei miei colleghi.

Di quel periodo ricordo bene i racconti che scrivevo mentre fingevo di prendere appunti in classe, ricordo i tentativi di videogame scritti in basic e in particolare “Una notte a casa del DucaConte” una specie di adventure testuale con sfondo fantozziano e “Nettuno 88” simulatore di coppa del mondo di calcio “raccontato” con squadre provenienti da mezza galassia. Carino, soprattutto per la possibilità di personalizzare la squadra e coinvolgere gli amici.
Punto di forza del gioco erano le frasi a innesto multiplo. Pezzi di racconto che potevano essere agganciati gli uni agli altri senza soluzione di continuità così da dare l’impressione di avere un resoconto calcistico sotto il naso.

Un po’ più avanti nel tempo scriverò il mio primo “foglio di calcolo”: una specie di calendario conta-giorni… che ho usato per calcolare il tempo di crescita di una specie fungina a me molto cara: i piopparelli.
Si tratta di funghi che crescono sui pioppi, il nome ufficiale è Cyclocybe Aegerita. Nell’ameno paesello di villeggiatura si trovavano circa 255 alberi di pioppo allecciato (cioè potato e forzato a rimanere basso come un leccio) dal tronco pieno di fori. Fori che dopo una pioggia si riempivano puntualmente di piopparelli. I funghi in questione erano ricercatissimi da gente poco accorta che spaccava rami e corteccia pur di rimediare i gustosi carpofori. Un piopparello pesa pochi grammi e da un albero si possono raccogliere al massimo un 100gr di funghi.
Io avevo studiato il tempo di crescita dei funghi dallo stato di micelio (una spruzzata di puntini bianchi difficile da vedere) fino allo sviluppo completo che in condizioni di umidità normali impiega 5 giorni: tre per lo sviluppo del carpoforo e meno di 48 ore per la sua crescita a dimensioni edibili. Avevo una mappa su carta dove avevo contrassegnato tutti gli alberi del paesello da 1 a 255 e il programma di cui sopra mi chiedeva, al primo giro, lo stato di maturazione dei miceli su tutti e 255 gli alberi: inserire un numero da 1 a 5 e poi, dopo aver salvato su disco lo stato della matrice (riuscirci col basic 2.0 è stata un’impresa… cioè non il save, quello era facile, ma proprio eseguire il load senza perdere il programma in ram) iniziava l’elaborazione che ritornava, per ogni albero, la data in cui mi sarei dovuto recare per raccogliere i funghi.
La sveglia suonava intorno alle 3 del mattino.
Mi alzavo, bevevo un caffellatte velocissimo, mi infilavo la tuta da ginnastica blu, la frontale (col pacco batterie legato in vita), la scaletta di ferro legata sulla schiena (4 pioli) e il tutto in sella alla mia fedele bicicletta. Durante il periodo di studio raccolsi circa mezzo chilo di funghi al giorno visitando ogni giorno tutte e 255 le piante di pioppo. Col programma avviato… nella settimana di “avvio” raccolsi sette chili di funghi, che divennero quindici la settimana successiva e sempre visitando solo le piante con gradi di maturazione di 4 e 5 giorni. Durante quelle due gloriose settimane nessuno in tutto il paese trovò più un piopparello, poi mi dedicai ad altro… ma di ragazze ancora niente.
L’ho detto che mi trovavano strano?

In Punta di Penna – 2

Come avevo preannunciato nel post precendente: in quinta elementare ebbi l’opportunità di leggere qualcosa di molto diverso dalle solite favole, di Pinocchio, o dei racconti di De Foe. Tuttavia è l’occasione che fa l’uomo ladro… e il ragazzino lettore.

In quel periodo andavo a catechismo (del resto se i tuoi genitori ti mandano a scuola dalle suorine non puoi pensare di sfangare la via crucis di prima comunione e cresima: sono tappe fondamentali nella vita di un cristiano) e in vista c’era proprio la mia prima comunione. Devo dire che l’insegnante di catechismo sapeva bene come rendere noiosa una lezione. Era espertissima nel colorire le sue dotte anzi dottrinose spiegazioni di miracoli e segni divini che, a ripetizione, si manifestavano in sua presenza. Oggi, con la razionalità che mi contraddistingue, le avrei detto “buona donna: se lo desidera posso consigliarle un professionista in gamba”, ma a 10 anni quasi 11, no. Ero un povero cogl… un ragazzino ingenuo, con la testa infarcita di troppa televisione, cartoni animati e fumetti targati Walt Disney, che non sapeva più scrivere, che aveva problemi anche in aritmetica e la storia la conosceva per sommi capi “noi siamo un popolod’eroi e di grandiinventori e discendiamo dagli antichi romani!” (cit: “In fila per tre” di E. Bennato che, volendo, è la colonna sonora di questo brano).

Di fronte alla prospettiva di trascorrere un’altra ora in una stanza umida e fredda a sentir parlare di miracoli (e a invocarne uno  a forma di fulmine) da una suora con tutte le rotelle a posto tranne una, mi cadde l’occhio sul libro di Verne che mi aveva regalato una zia qualche giorno prima. Forse Dio esiste.
Forse quel giorno, mentre riempivo la cartella col libro e il quaderno del catechismo (per il quale avevo anche dei compiti da fare) mi ha messo una mano sulla testa e mi ha suggerito lui, senza alcuna costrizione, di mettere dentro anche Viaggio al centro della Terra… o forse è stata la mia prima idea scaturita dall’esercizio del libero arbitrio. Non lo saprò mai, ma una volta seduto in quell’aula umida, mentre la suora sproloquiava tutta intenta ad ascoltare se stessa mentre donava la luce della fede a noialtri poveri e teneri virgulti, io mi ritrovai faccia a faccia con Otto Lidenbrok, professore di geologia presso l’università di Amburgo.
Cioè non l’ho immaginato: mentre leggevo le prime parole di quel libro fatale mi ritrovai per le strade di Amburgo accanto al professore. Lo ricordo come se lo avessi incontrato oggi, gli occhiali tondi inforcati sul naso, mentre apre il libro che aveva tanto faticosamente cercato e insieme ci imbattiamo nel messaggio lasciato da Arne Saknussem tra quelle pagine.

All’epoca non capii nulla di quello che mi stava succedendo: strizzai gli occhi, mi diedi un pizzico ed ebbi conferma che avevo appena vissuto il mio primo sogno lucido. Mi ritrovai di nuovo con la suorina che sparlava e sputazzava mentre esaltava la morte del padre avvenuta proprio il giorno prima e sostenendo di aver visto la sua anima che se ne andava in cielo.
“Una morte santa!” disse in quel suo strano modo di raccontare le cose “L’ho  visto irradiare una luce mistica, diventare bellissimo e poi ha chiuso gli occhi… e se ne è andato”. Suora: è morto, la gente lo fa in continuazione, è il prezzo da pagare per poter dire “sono vivo”. Prezzo che pago ben volentieri. Questo posso dirlo adesso che di anni ne ho quattro volte tanti. All’epoca vidi i miei “colleghi” spalancare la bocca in un “ooh” stupefatto, tranne quelli che sedevano entro il raggio d’azione della suorina, quelli si erano messi la mano davanti la bocca prima di spalancarla: troppa saliva nell’aria.
Fu allora che compresi appieno il senso della locuzione “narrativa d’evasione” e ritornai tra le strade di Amburgo accanto al Professore.

In quell’ora di lezione lessi più di ottanta pagine del libro… e rispetto ad oggi posso dire di essere stato piuttosto lento, ma quell’ora volò via così in fretta che ancora oggi la delusione per il fatto che fosse già finita è rimasto vivido e indelebile.

In quattro giorni (tre e mezzo, in realtà) finii tutte le 450 e rotte pagine del libro e poi lo rilessi una seconda volta, scoprendo dettagli che alla prima lettura mi erano sfuggiti e finendolo nuovamente in meno di tre giorni. Subito mi tuffai in un altro libro dello stesso autore: 20000 leghe sotto i mari, poi fu la volta di “Dalla terra alla Luna”, il “L’isola Misteriosa”… poi passai a Dumàs, a Calvino “Il barone Rampante”, “Favole al telefono” di Rodari… non riuscivo più a smettere. Non riesco ancora a smettere. Leggere, immaginare e immaginare così forte da trovarmi lì, sul luogo della narrazione, è un’attività di cui non riesco a fare a meno anche adesso e che insieme a mia moglie stiamo trasmettendo ai nostri figli la stessa passione per i libri, tra le altre cose.
Si stava avvicinando una rogna colossale, ma prima di andarci a sbattere contro avrei passato un’estate discreta, tante meravigliose letture e ricevuto quintali di lodi sperticate sul fatto che… ohh guardate “il bambino prodigio legge libri enormi!”.
Maremma Maiala: non è un prodigio, si chiama normalità e, anzi, ero piuttosto lento nella lettura. Altri bambini, molto più allenati di me, leggevano decine di libri l’anno: libri per ragazzi, certo, ma libri. (continua)

In punta di penna

In questo ed altri post parlerò di scrittura… personale. Cioè del mio rapporto con la scrittura, fin da quando impugnai una penna. Una gloriosa bic blu, di quelle che sul più bello smettevano di scrivere te le scordavi in tasca e poi… com’è che diceva Stephen King? Fuori dal blu e dentro al nero. Sì: l’umore di mia madre quando si ritrovava le mani color puffo e i pantaloni buoni macchiati all’inverosimile.

Avevo quattro anni e sei mesi quando scrissi per la prima volta il mio nome. Era un pezzaccio di carta riciclato da mia nonna. La A maiuscola, poi la n minuscola, la d, la r rovesciata la E di nuovo maiuscola e la a.
Il mio “primo contatto” con la scrittura aveva richiesto alla simpatica nonnina due mesi di lavoro col sottoscritto e tanta pazienza… ne avesse avuta di più e avesse aspettato un annetto o due prima di inculcarmi in testa che dovevo per forza usare la destra, adesso sarei felicemente mancino.
Invece è andata diversamente.

A scuola io ero avanti rispetto agli altri bambini: sapevo già scrivere da un pezzo e leggevo abitualmente Topolino, ma non mi limitavo alle storie a fumetti: mi piacevano proprio le rubriche. Per contro mi disinteressai totalmente a quello che la maestra spiegava. Tutta la prima elementare è dedicata ad imparare a leggere e scrivere, a fare somme e sottrazioni. Io ero già alle moltiplicazioni! Avrei potuto restarmene a casa. All’epoca nessuno avrebbe mai immaginato che arrivare così avanti poteva causare danni… e invece li causò eccome.
Le suorine dove andavo a scuola non sapevano che farsene di un allievo così avanti: i programmi ministeriali erano quelli e a quelli si attenevano. Dunque tutto il vantaggio che avevo rispetto agli altri se ne andò in fumo durante la prima elementare, con l’effetto collaterale che io non presi mai in considerazione i compiti a casa e, soprattutto il valore dello studio.

Per i primi cinque anni di studio le mie letture furono tutte o quasi dedicate ai classici di Topolino e compagnia bella. Eccezioni furono Pinocchio, letto dall’infaticabile nonnina così come pure le avventure di Robinson Crusoè. Ero arrivato in quinta elementare che odiavo i libri e chi me li regalava per ogni festa. Io volevo giocattoli!
Per la precisione quei giocattoli che mi erano stati negati quando mi sarebbero serviti e, soprattutto, l’attenzione dei miei genitori e il tempo che loro non hanno mai trascorso con me tutti presi dal loro lavoro e dal tenere in piedi l’economia di casa.
Un piccolo aneddoto riguardo quegli anni e che può descrivere meglio la situazione riguarda l’arrivo di Goldrake.
Chi, nel 1978, aveva meno di 8 anni e più di 6 non può non ricordare il suo arrivo. Finita la tenera Heidi arrivò lui: con le sue lame rotanti, l’alabarda spaziale e la voce di Romano Malaspina che, in un lampo di genio, urla il nome dell’arma “DOPPIO MAGLIO PERFORANTE!” invece di annunciarla in tono neutro seguita da un ping che simulava la pressione del comando.
L’indomani della prima puntata, nel cortile della scuola era tutto un gridare di “missili perforanti” e “tuoni spaziali” di ragazzini impazziti per l’unico cartone animato in onda su tutto il territorio nazionale.
Bene. Le suorine decisero di vietare di giocare a Goldrake minacciando e poi mettendo in pratica tutto il loro arsenale di strumenti di dissuasione: dal richiamo verbale, ai cinque minuti in panchina fino al deferimento alla direttrice con ramanzina di 15 minuti nel suo ufficio. Un incubo.
All’epoca c’erano altri due miei fratelli nella stessa scuola coi quali mi passavo un anno di differenza ciascuno, ci organizzammo per cambiare gioco. Complice una madre che, di tanto in tanto, ci raccontava i miti greci per farci addormentare, io divenni Nettuno, signore dei mari e pianeta delle acque, mio fratello divenne Saturno, signore del Tempo e pianeta con gli anelli e la sorellina si prese Venere, Dea dell’amore.
In poco tempo le suorine si ritrovarono con tre marmocchi che giocavano agli dei pagani e non capirono mai, o finsero di non capire, cosa realmente stavamo facendo.

In quinta elementare accadde l’episodio che ha cambiato per sempre il mio rapporto coi libri. Mi regalarono l’ennesimo libro. Solo che stavolta non si trattava di un libro qualsiasi. C’etait Voyage au Centre de la Terre, è stato Viaggio al Centro della Terra di Jules Verne.
<continua>

Verbi e sostantivi polisemantici…

C’era una volta l’alabarda spaziale del buon Goldrake, poi son saltati fuori i missili nucleosintetici di Trider G7 e adesso… quale super eroe spara i verbi polisemantici o polisèmici?

No, il super-eroe in questione odia i polisèmismi, sono tra le sue bestie nere per eccellenza: è lo Scrittore.

Yeeah! Fatevi una standing ovation, scrittori! Siete i miei super-eroi preferiti!!

Ci sono dei verbi, nella nostra bella lingua, che vengono usati un po’ per tutto e che sostituiscono parole decisamente più appropriate.

– Ho fame – disse Mario sbattendo la forchetta nel piatto vuoto.
– Aspetta, ancora non è pronto – rispose la madre mentre fa il pranzo usando i i fornelli.
– Ma io ho fame adesso! – disse ancora Mario, che dal basso dei suoi cinque anni aveva poco chiaro il concetto di “tempo”.

In questo dialogo ci sono due verbi “dire” e soprattutto “fare” che potrebbero tranquillamente essere sostituiti da altro.

Per esempio: il primo “dire” potrebbe rimanere o diventare “protestare”, la risposta della madre può essere introdotta da “replicare” e invece di “fare il pranzo” diventa “affaccendata ai fornelli”
Il secondo dire di Mario diventa “ribattere”.

Ed ecco il risultato:
– Ho fame – protestò Mario sbattendo la forchetta contro il piatto vuoto.
– Aspetta, ancora non è pronto – replicò la madre affaccendata ai fornelli.
– Ma io ho fame adesso! – ribatté Mario, che dal basso dei suoi cinque anni aveva poco chiaro il concetto di “tempo di attesa”.

Come esempio è deboluccio, ma introduce bene l’argomento: i verbi polisemantici. Le bestie nere dei dialoghi e delle descrizioni, tra le altre cose.
Per me ormai è un Mantra: se scrivi “fare”, comunque lo declini, c’è un verbo che descrive in modo più preciso quel che accade, trovalo e usalo.
Il che non vuol dire che il verbo fare sia “bandito” dalle mie storie eh? Solo che si incontra raramente e solo in circostanze che richiedono esplicitamente la presenza di un termine tanto ambiguo. Fare, sul dizionario treccani, ha due voci dedicate e più di 12 significati differenti, ognuno con 7-8 sfumature differenti.
Un personaggio di estrazione popolare che dice “Tu mi fai schifo” va molto meglio del borgataro che replica “tu mi susciti ribrezzo”, ma è una questione di ruoli: è corretto utilizzare un certo tipo di linguaggio quando si deve dar vita ad un determinato personaggio.

Tutto sta a conoscerli bene, questi verbi: di solito non si fa (pardon) caso al loro impiego. Li utilizziamo tutti senza particolari problemi, ma se cominciamo a porre la nostra attenzione si scopre che sostituirli con verbi più appropriati trasforma ed amplia il ventaglio diafasico (oh oh oh), cioè la gamma di registri espressivi di cui si dispone.
Come si distinguono i verbi (ma anche certe parole come “cosa”) polisemantici? Facile: si apre il dizionario e si vede quanti significati possiedono. Con 2-3 significati o meno, di solito basati sul contesto, è un buon verbo. Se ha più significati e il contesto è molto ampio… be’ di solito il dizionario suggerisce anche dei sinonimi o vale la pena cercarne uno.
Solo che al posto di “fare” c’è talmente tanto che è impossibile sostituirlo con un sinonimo. Ci vuole attenzione (cribbio: è la terza volta che rileggo questo articolo e mi ritrovo con qualche fare in mezzo ai piedi).

Fare, usare, dire, bere, mangiare, camminare… tutti i verbi di azione più comuni hanno spesso molti significati, ma sovente si tratta di una approssimazione. Cioè noi, per pigrizia, ignoranza, fretta o… boh? Semplifichiamo il linguaggio lasciando al nostro interlocutore l’ingrato compito di capire cosa stiamo dicendo.
“Ho fatto presto, hai visto?”
Visto che? Sei qui, ti vedo, ma presto per chi? Cosa hai fatto?

“Ho fatto questa cosa, guarda!” Quale cosa? Dove devo guardare? Devo esserne felice? Perché?
Possono diventare:
“Sono arrivato con cinque minuti di anticipo, hai notato?” decisamente più chiaro: tu devi notare il fatto che, rispetto all’orario prestabilito, ho ben cinque minuti di anticipo.

“Ho costruito questo oggetto, che ne pensi?” e il nostro interlocutore si concentrerà su qualsiasi cosa gli stiamo indicando per esprimere il proprio pensiero in merito alla sua realizzazione.

Dunque la presenza di parole “polisemantiche” siano essi verbi o sostantivi deve essere considerata non tanto un errore, quanto una possibilità:  quella di arricchire il nostro modo di esprimerci e di arricchire il lettore che potrà comprendere bene la storia che gli stiamo raccontando. Una sorta di competizione dove vincono tutti: chi scrive e chi legge.

E voi? Cosa gli fate (eh eh) ai verbi polisemantici?

Qualcuno ha mai pensato al naso?

Tutto è cominciato con la lettura di Focus relativa un tema poco considerato in tutti i romanzi fantasy in cui ci sono personaggi femminili: il ciclo. L’unica scrittrice che ne parla, dandogli peraltro il giusto peso è Marion Zimmer Bradley, mentre l’unico caso in cui viene realmente nominato è “Dragon Slayer!”, un anime che in italia è stato tradotto come “Un incantesimo dischiuso tra i petali del tempo per Rina” e che, grazie alla censura da operetta che abbiamo, è stato tradotto con… INFLUENZA. Cioè la protagonista non riesce a usare la magia perché ha l’influenza, ma in tutta la puntata non caccia neanche uno sternuto. Salute eh?

Invece un po’ di sana ricerca ha prodotto alcune cose interessanti, come ad esempio scoprire i metodi utilizzati dalle signore di ogni era trascorsa per ovviare all’inconveniente mensile: dal papiro utilizzato dalle egiziane (sempre all’avanguardia loro, hanno pure inventato le scarpe col tacco!), alle pelli di pecora riutilizzabili che invece hanno spopolato tra le campagne di tutto il pianeta fin quasi a metà del XIX secolo.

Se invece un antico romano fosse entrato in una delle nostre toilette, probabilmente una volta finito di servirsene avrebbe fatto qualcosa di strano con lo scovolo del WC. Lo scopino, per intenderci. I romani usavano una spugna imbevuta d’acqua legata ad un bastone e lo scovolo, in posizione strategica accanto al WC, può essere confuso. Un po’ meno facile da immaginare è cosa potessero usare i legionari romani durante le lunghe campagne di conquista. Aglio.  I Galli erano letteralmente terrorizzati dalla puzza delle legioni romane: per tenere l’intestino libero da parassiti e malattie varie i legionari mangiavano aglio a spicchi. Parliamone eh? Una legione poteva essere fiutata a miglia di distanza! Cosa c’entra l’aglio con la carta igienica? C’entra. Mangiare aglio cambia anche l’odore della pelle e se per pulirti il lato B usi quel che capita (foglie, erba, muschio, corteccia…) e le tue mani, be’… la puzza dell’aglio copre tutto.

Gli avventurieri di ogni compagnia, da quella dell’anello a quella di Shannara, hanno tutti lo stesso problema, solo che i rispettivi narratori non aggiungono questi dettagli. Infodump, dicono. Sarà, ma io mi immagino cosa doveva essere il villaggio dei Rohirrim dove uomini e cavalli condividevano lo stesso posto… e stargli sottovento non doveva essere per niente piacevole.

Magari serve a poco, ma certe volte il destino passa per la stanza da bagno, come ben sanno Marat e Papà Lannister (GoT) e sapere come erano, tanto tempo fa, evita da una parte di scrivere corbellerie e dall’altra offre spunti narrativi intensi e inattesi.

Si pensi alla “carta igienica”: 5000 anni fa gli egizi (quelli ricchi) usavano il papiro, quelli poveri Nilo e mano, e poi spugne, muschio, scarti della tosatura, stracci, acqua, pezzi di corda (riciclabile e ecologica), bioccoli di cotone… è incredibile la varietà dei materiali impiegati per lo scopo. Chi ha letto le storie di Gargantua e Pantagruel potrebbe ricordarsi di cosa veniva suggerito allo scopo… tutto sommato viva la carta igienica, anche per rispetto del papero. Che fine umorista il Rabelais eh?

Al netto di queste considerazioni provate ad immaginare una compagnia di avventurieri che si inoltra per mesi all’interno di un territorio sconosciuto, selvaggio e privo di civiltà. Al suo ritorno deve prima passare almeno un giorno a lavarsi, come gli equipaggi dei sottomarini classe Enrico Toti. Invece questi “eroi” puzzolenti come e peggio di una fogna di Calcutta entrano in castelli da fiaba e baciano principesse. Urgh. O principi, dipende dai gusti. Io non discuto sui gusti, ma sull’opportunità di un bagno, una doccia o un accenno  anche indiretto alla toletta prima. Come per i film di Sergio Leone: fino ad allora il “West” era quello di John Wayne, l’eroe pettinato. I cowboy erano lindi, pinti e stirati. I fuorilegge avevano il fazzoletto davanti alla bocca e nei saloon si beveva wisky. Poi ci si è accorti che se passi una giornata a cavallo sei coperto di polvere e sudore da cima a piedi, puzzi come una stalla e se in città vanno tutti a cavallo le strade sono coperte di… deiezioni equine.

Ecco, io la penso come Robert E. Howard che fa dire a Conan, la prima volta che vede una grande città: “Ma che puzza, come fa il vento ad entrarci dentro?”

In effetti, se io fossi stato vento, mi sarei tenuto alla larga da quella e da molte altre città inventate e reali.

Buone Letture…