7 motivi per cui è meglio non cavalcar draghi…

…non tanto facilmente almeno. La letteratura è piena di cavalieri in sella a destrieri più o meno interessanti. C’è stato Perseo in sella a Pegàso, ma non è stato mica l’unico. Astolfo e il suo Ippogrifo per citare un altro eroe leggendario… ma sicuramente il “top di gamma” delle cavalcature mitiche è il drago. Vedremo ora come questa specie di Rolls Royce dei cieli è piuttosto scomoda da gestire se non si ha una cultura ben solida.

In occidente il drago è una bestiaccia. Nella letteratura medioevale occidentale è sempre stato legato al maligno, complice un passo dell’apocalisse di S. Giovanni. Ma non è ch ei popoli nordici ne andassero pazzi: Miðgarðsormr è il drago che distruggerà l’albero del mondo rosicchiandone le radici e dando così inizio al crepuscolo degli dei, il Ragnarok. Ne consegue che a cavalcar draghi erano sempre personaggi legati a Satana e alle sue molteplici apparizioni, per i cristiani e per i nordici era “l’inizio della fine”. Nella letteratura Cinese e in generale nella mitologia orientale invece il drago è un elemento positivo, portatore di fortuna, di armonia, equilibrio… compare un po’ in tutte le culture, talvolta è un dio (per gli Atzechi è Qezalcoatl, il serpente piumato), talvolta no, ma comunque dotato di poteri soprannaturali.
Per vedere la figura del drago riabilitata anche in occidente, almeno in parte, bisognerà attendere la seconda metà del XX secolo.

1) Un drago vola veloce, mai sotto i 30km/h del volo planato o anche le sue ali prodigiose vanno in stallo (a patto di avere una bella termica sotto la coda), se no si sale fino a 80-90km/h. Per una creatura vivente è una signora velocità di crociera, date anche le dimensioni. Se pensate che questo non sia un problema vi invito a fare questo esperimento: viaggiate per una mezz’oretta a 30km o più con gli occhi ben spalacati, senza alcuna protezione.
Bene, ora procuratevi un buon collirio, che deve diventare ottimo se avete viaggiato per lo stesso tempo a 60km/h. Tutti i volatili hanno una membrana nittitante che protegge la cornea durante il volo. I draghi non fanno eccezione. Il pilota deve possedere una qualche protezione, magica o naturale, altrimenti dopo i primi dieci minuti di volo rimane semi accecato… e non è bello rimanere in questo stato quando devi far atterrare un bestio con un apertura alare degna di un jet.

2) Un drago ha la corazza. Le sue scaglie dure e leggerissime hanno la stessa struttura della pelle di squalo. Questa è chiamata anche “smeriglio” per via dell’effetto che ha sui subacquei quando accidentalmente vengono “strusciati” da uno squaletto di barriera. Ora immaginatevi che fine fa il fondello dei calzoni di un cavaliere, ma pure le cinghie di una sella dopo qualche ora di volo. Non parlo del fondoschiena del cavaliere solo per una questione di decoro.

3) Come mezzo di trasporto il drago è costoso. Sebbene integri la sua dieta con elementi di origine minerale quali quarzo, granito e metalli, predilige gemme ad elevato contenuto di carbonio (vedi alla voce diamanti) e metalli compatibili con la propria corazza, così da mantenerla in buona efficienza. In alternativa si accontenta di un quantitativo di vergini… o mucche (o altro animale di stazza equivalente) pari al suo peso ogni mese. Avete idea di quanto costa una mucca?

4) Come arma in battaglia: certo è un valido motivo per avere un drago, ma essendo senziente decide lui se attenersi agli ordini o suggerirne di migliori. Di certo non ha bisogno di un peso supplementare sulla schiena dalla vista corta, limitate capacità belliche (una spada ha un raggio d’azione inferiore al soffio e agli artigli del drago, una balestra colpisce più lontano, ma è imprecisa a causa delle condizioni di volo e comunque è inefficace contro un altro drago) e capacità intellettive ancora meno entusiasmanti. Un improbabile cavaliere, oltre ad avere dei calzoni davvero resistenti, avrebbe il ruolo di portafortuna… avete presente quelle cose che si appendono al retrovisore? Se volete che il vostro drago abbia un cavaliere dategli un valido motivo per compiere lo sforzo.

5) Impossibilità di usare armi convenzionali. Vediamolo da vicino questo “cavaliere” dei draghi: che arma usa? Una spada? E che ci fa in volo con una spada? Quando l’avversario è a portata (1,5 metri) la sua cavalcatura ha dovuto compiere una bella serie di acrobazie per permettergli di colpire… fa prima a colpire lei con la coda, gli artigli, il morso o il soffio. Una lancia come in Dragonlance? Certo, ma deve essere, come lunghezza, pari almeno al collo del drago così che, al momento buono, quest’ultimo si scansa in basso e il cavaliere infilza l’avversario. Come farà il cavaliere a recuperare la lancia che è rimasta nel corpo dell’avversario è un problema da risolvere e non è banale. Inoltre maneggiare una lancia lunga anche più di otto metri richiede una forza non comune il che aumenta di molto il peso che il povero drago deve caricarsi sul groppone. Le armi da tiro sono più leggere, ma hanno un limite legato alla modalità di volo del drago che, per ovvi motivi, fa su e giù a meno che non sia in picchiata o volo planato. Dunque l’arciere deve avere un’arma e capacità straordinarie per mirare stando in sella e in volo. Armi da fuoco? Be’ ho conosciuto draghi che avevano, come cavaliere, un pistolero, ma… avete presente la questione del soffio? Il drago in questione con un soffio ha tirato giù due elicotteri apache. Che gli fa una pistola a un elicottero? Altro discorso è se il cavaliere ha una RPG o un bazooka, la cosa diventa più movimentata, ma mi sa che stiamo uscendo fuori dal fantasy per entrare in un altro regno.

6) No, dai veramente: a che ti serve un drago? A far volare il tuo eroe e a farlo apparire figo? “Tostezza e Miticità non hanno prezzo (Po – Kung Fu Panda)”. Un drago è la creatura magica più potente che sia mai stata immaginata. Rappresenta per le creature magiche quello che il mito di Atlantide rappresenta per il genere umano. Si tratta di un archetipo complesso da gestire. Ci riesce Zelazny in spellsinger, ci riescono Weis e Hickman con Dragonlance, ci riesce un pochino Tolkien anche se fa cadere Smaug in un modo… ma possiamo perdonarlo perché lo Hobbit nasce come storia per bambini e, dopotutto, l’arma utilizzata non era proprio un’arma qualsiasi.
Se vuoi dare tostezza e miticità al tuo personaggio devi descriverlo in modo che il lettore lo veda tosto e mitico e non come uno sfigato che fa la voce grossa solo perché in sella a un drago. Drago che, viceversa, rischia di diventare poco credibile con un cretino avvitato sulla schiena.

7) Quindi? Non si può cavalcare un drago? Si, ma ci deve essere un motivo davvero valido per farlo. In spellsinger il drago accetta il suo cavaliere perché conosce tante canzoni e sa apprezzare la buona musica specie quando è in viaggio, inoltre le canzoni del suo amico umano hanno effetti magici molto potenti. I cavalieri di Dragonlance e i draghi metallici si alleano per un ottimo motivo (legato alla conservazione della specie). Tutti gli scrittori che hanno raccontato di draghi con un umano a cavalcioni, persino il tanto bistrattato Eragon, avevano un valido motivo per stare là sopra ed era un motivo coerente con la storia raccontata. In Dragonlance, per dire, la forgia di ogni lancia acquista toni epici al pari della creazione della sella. I dragonieri di Pern (Anne Mc Affrey) avevano un compito ben difficile da portare avanti come pure i draghi da loro allevati. Niente è stato lasciato al caso e il risultato è stato buono. Volare con un drago sotto al sedere gridando “Sono un cavaliere sull’orlo di una crisi di nervi, ho un drago e nessuna paura ad usarlo” se non ti chiami Ciuchino e non hai un amico dalla pelle verde che si fa chimare Shreck… lo vedi da te che non si regge.

Ricapitolando se il tuo “enroe” ha come cavalcatura un drago hai problemi logistici legati al volo “in sella” (a parità di altre cavalcature da più problemi), problemi economici legati alla vita quotidiana di un drago (alimentazione, alloggio, cure),  e di coerenza legati alla verosimiglianza rispetto all’ambientazione.
Problemi da risolvere PRIMA di iniziare a raccontare la storia. Aggiustare il tiro in corso d’opera è scomodo. Si creano incongruenze capaci di bloccare la scrittura per mesi o di far “ridere anche i polli”, altro che draghi. Certo se si vuole scrivere un libro umoristico questa è una mossa degna di un Prathett in gran forma, ma se l’intenzione è quella di sfornare la versione fantasy dell’Eneide… sono draghi tuoi, amico.

In punta di penna – 4

Ed ecco che arriva Clarissa. Non dimenticherò mai le sue curve e la sua bocca: grande, armoniosa da cui usciva una voce stupenda. Abbracciarla,  carezzarla dolcemente e farla vibrare all’unisono con la mia voce è uno dei ricordi più belli della mia adolescenza. Quel suono limpido, ma leggermente impastato, mi stregò all’istante: volevo che fosse mia, per sempre. Per chi non l’avesse capito: Clarissa era la marca della chitarra di cui mi ero invaghito e che riuscii ad ottenere non senza contrattazione: era un relitto di chitarra che mio fratello aveva rimediato diosolosadove. Dovetti rifargli il capotasto, la meccanica e, ovviamente, compragli una muta di corde che era senza e poi, con infinita pazienza, accordarla e lasciare che il legno prendesse di nuovo dimestichezza con la tensione delle corde. Devo tantissimo agli scout, che nel frattempo avevo preso a frequentare, se ho iniziato ad esercitare la memoria al punto che ho un repertorio di circa 150 brani che so eseguire senza uno spartito davanti e una quantità che non conto più se ho testo e accordi sotto al naso, lo devo a loro e alle serate trascorse attorno ad un fuoco a cantare (ululando) alla Luna. Clarissa durò poco: mio fratello la regalò, senza dirmi nulla, ad una ragazza per far colpo. Un po’ inca$$ato presi in ostaggio la sua chitarra acustica… ma non mi andava a genio: le corde di metallo mi davano troppo fastidio alle dita. Così ne rimediai un’altra. Era il 1989 e il negozio aveva, per la cifra di cui disponevo una Yamaha e una Toledo. La prima suonava molto bene, ma la voce era senza calore: le note uscivano distinte e distaccate. La seconda invece… è ancora con me e mai avrei immaginato che con quella chitarra avrei suonato anche la serenata per la mia futura moglie e la ninnananna per i miei bambini. Solo che mancavano più di venti anni a quell’appuntamento.

Al liceo le cose migliorarono: dopo la bocciatura al primo anno cominciai a scrollare la polvere dai libri di testo e a ottenere qualche risultato; convinsi i miei genitori a mandarmi a ripetizione almeno per ciò che riguardava latino (ero un disastro) e matematica (altro disastro).  Fui spedito a frequentare il centro culturale francese (perché tra le altre pensate geniali dei miei genitori ci fu lo studio del francese invece che dell’inglese) e piano piano rattoppai la situazione scolastica riuscendo, alla fine del biennio, ad ottenere un bel 7 “naturale” in latino (senza copiare la versione durante i compiti in classe) e addirittura 8 in matematica. Niente ragazze, in ogni caso. Però cominciai a scrivere di nuovo: vuoi perché gli scout mi stavano ispirando, vuoi perché avevo messo le mani su una mitica “olivetti lettera 32” e l’idea di fissare sulla carta una storia mi attraeva come poche.
Tra l’altro: lo studio del latino mi fece toccare l’italiano nelle sue fondamenta. Tradurre dall’italiano al latino offre la possibilità di vedere la lingua italiana dissezionata e smontata fin nei mattoni costitutivi e oltre.

Prima di entrare al liceo scientifico sostenevo che lo studio del latino e della filosofia erano inutili, ripetendo a pappagallo le sparate dei miei familiari al riguardo.

Quando finalmente ho compreso i meccanismi della traduzione dal latino mi sono emozionato come gli scienziati del CERN quando hanno osservato il primo jet di quark e gluoni. Magic moment… per non parlare del “questo è il più bel regalo che potevi farmi” che mi ha elargito la prof di latino nel consegnarmi l’ultimo compito in classe, su cui brillava un bel 7 e 1/2.

A fine biennio ero talmente innamorato del latino che cominciai a scrivere qualcosina traducendolo dall’italiano e scoprendo alcune cose meravigliose come la rivista “Latinitas” e “Donald Anas” i fumetti di Paperino tradotti dall’italiano, per non parlare delle contumelie riservate al bullo della classe e ai suoi compari (Quotdiebus pater tuus tibi vocat penetraturus anale modo… l’incipit lo ricordo ancora).

In italiano pure passi da gigante: lo stampatello minuscolo (e la macchina per scrivere) risolsero definitivamente il problema di far capire la mia scrittura al resto del mondo. Dunque avevo imparato a scrivere? Certo che no! Avevo fatto solo pace con grammatica e sintassi, recuperato buona parte di quello che mi ero perso alle medie e tutto quello che avevo appreso alle elementari. Insomma all’inizio del triennio potevo considerarmi alla pari dei miei colleghi.

Di quel periodo ricordo bene i racconti che scrivevo mentre fingevo di prendere appunti in classe, ricordo i tentativi di videogame scritti in basic e in particolare “Una notte a casa del DucaConte” una specie di adventure testuale con sfondo fantozziano e “Nettuno 88” simulatore di coppa del mondo di calcio “raccontato” con squadre provenienti da mezza galassia. Carino, soprattutto per la possibilità di personalizzare la squadra e coinvolgere gli amici.
Punto di forza del gioco erano le frasi a innesto multiplo. Pezzi di racconto che potevano essere agganciati gli uni agli altri senza soluzione di continuità così da dare l’impressione di avere un resoconto calcistico sotto il naso.

Un po’ più avanti nel tempo scriverò il mio primo “foglio di calcolo”: una specie di calendario conta-giorni… che ho usato per calcolare il tempo di crescita di una specie fungina a me molto cara: i piopparelli.
Si tratta di funghi che crescono sui pioppi, il nome ufficiale è Cyclocybe Aegerita. Nell’ameno paesello di villeggiatura si trovavano circa 255 alberi di pioppo allecciato (cioè potato e forzato a rimanere basso come un leccio) dal tronco pieno di fori. Fori che dopo una pioggia si riempivano puntualmente di piopparelli. I funghi in questione erano ricercatissimi da gente poco accorta che spaccava rami e corteccia pur di rimediare i gustosi carpofori. Un piopparello pesa pochi grammi e da un albero si possono raccogliere al massimo un 100gr di funghi.
Io avevo studiato il tempo di crescita dei funghi dallo stato di micelio (una spruzzata di puntini bianchi difficile da vedere) fino allo sviluppo completo che in condizioni di umidità normali impiega 5 giorni: tre per lo sviluppo del carpoforo e meno di 48 ore per la sua crescita a dimensioni edibili. Avevo una mappa su carta dove avevo contrassegnato tutti gli alberi del paesello da 1 a 255 e il programma di cui sopra mi chiedeva, al primo giro, lo stato di maturazione dei miceli su tutti e 255 gli alberi: inserire un numero da 1 a 5 e poi, dopo aver salvato su disco lo stato della matrice (riuscirci col basic 2.0 è stata un’impresa… cioè non il save, quello era facile, ma proprio eseguire il load senza perdere il programma in ram) iniziava l’elaborazione che ritornava, per ogni albero, la data in cui mi sarei dovuto recare per raccogliere i funghi.
La sveglia suonava intorno alle 3 del mattino.
Mi alzavo, bevevo un caffellatte velocissimo, mi infilavo la tuta da ginnastica blu, la frontale (col pacco batterie legato in vita), la scaletta di ferro legata sulla schiena (4 pioli) e il tutto in sella alla mia fedele bicicletta. Durante il periodo di studio raccolsi circa mezzo chilo di funghi al giorno visitando ogni giorno tutte e 255 le piante di pioppo. Col programma avviato… nella settimana di “avvio” raccolsi sette chili di funghi, che divennero quindici la settimana successiva e sempre visitando solo le piante con gradi di maturazione di 4 e 5 giorni. Durante quelle due gloriose settimane nessuno in tutto il paese trovò più un piopparello, poi mi dedicai ad altro… ma di ragazze ancora niente.
L’ho detto che mi trovavano strano?

In Punta di Penna – 2

Come avevo preannunciato nel post precendente: in quinta elementare ebbi l’opportunità di leggere qualcosa di molto diverso dalle solite favole, di Pinocchio, o dei racconti di De Foe. Tuttavia è l’occasione che fa l’uomo ladro… e il ragazzino lettore.

In quel periodo andavo a catechismo (del resto se i tuoi genitori ti mandano a scuola dalle suorine non puoi pensare di sfangare la via crucis di prima comunione e cresima: sono tappe fondamentali nella vita di un cristiano) e in vista c’era proprio la mia prima comunione. Devo dire che l’insegnante di catechismo sapeva bene come rendere noiosa una lezione. Era espertissima nel colorire le sue dotte anzi dottrinose spiegazioni di miracoli e segni divini che, a ripetizione, si manifestavano in sua presenza. Oggi, con la razionalità che mi contraddistingue, le avrei detto “buona donna: se lo desidera posso consigliarle un professionista in gamba”, ma a 10 anni quasi 11, no. Ero un povero cogl… un ragazzino ingenuo, con la testa infarcita di troppa televisione, cartoni animati e fumetti targati Walt Disney, che non sapeva più scrivere, che aveva problemi anche in aritmetica e la storia la conosceva per sommi capi “noi siamo un popolod’eroi e di grandiinventori e discendiamo dagli antichi romani!” (cit: “In fila per tre” di E. Bennato che, volendo, è la colonna sonora di questo brano).

Di fronte alla prospettiva di trascorrere un’altra ora in una stanza umida e fredda a sentir parlare di miracoli (e a invocarne uno  a forma di fulmine) da una suora con tutte le rotelle a posto tranne una, mi cadde l’occhio sul libro di Verne che mi aveva regalato una zia qualche giorno prima. Forse Dio esiste.
Forse quel giorno, mentre riempivo la cartella col libro e il quaderno del catechismo (per il quale avevo anche dei compiti da fare) mi ha messo una mano sulla testa e mi ha suggerito lui, senza alcuna costrizione, di mettere dentro anche Viaggio al centro della Terra… o forse è stata la mia prima idea scaturita dall’esercizio del libero arbitrio. Non lo saprò mai, ma una volta seduto in quell’aula umida, mentre la suora sproloquiava tutta intenta ad ascoltare se stessa mentre donava la luce della fede a noialtri poveri e teneri virgulti, io mi ritrovai faccia a faccia con Otto Lidenbrok, professore di geologia presso l’università di Amburgo.
Cioè non l’ho immaginato: mentre leggevo le prime parole di quel libro fatale mi ritrovai per le strade di Amburgo accanto al professore. Lo ricordo come se lo avessi incontrato oggi, gli occhiali tondi inforcati sul naso, mentre apre il libro che aveva tanto faticosamente cercato e insieme ci imbattiamo nel messaggio lasciato da Arne Saknussem tra quelle pagine.

All’epoca non capii nulla di quello che mi stava succedendo: strizzai gli occhi, mi diedi un pizzico ed ebbi conferma che avevo appena vissuto il mio primo sogno lucido. Mi ritrovai di nuovo con la suorina che sparlava e sputazzava mentre esaltava la morte del padre avvenuta proprio il giorno prima e sostenendo di aver visto la sua anima che se ne andava in cielo.
“Una morte santa!” disse in quel suo strano modo di raccontare le cose “L’ho  visto irradiare una luce mistica, diventare bellissimo e poi ha chiuso gli occhi… e se ne è andato”. Suora: è morto, la gente lo fa in continuazione, è il prezzo da pagare per poter dire “sono vivo”. Prezzo che pago ben volentieri. Questo posso dirlo adesso che di anni ne ho quattro volte tanti. All’epoca vidi i miei “colleghi” spalancare la bocca in un “ooh” stupefatto, tranne quelli che sedevano entro il raggio d’azione della suorina, quelli si erano messi la mano davanti la bocca prima di spalancarla: troppa saliva nell’aria.
Fu allora che compresi appieno il senso della locuzione “narrativa d’evasione” e ritornai tra le strade di Amburgo accanto al Professore.

In quell’ora di lezione lessi più di ottanta pagine del libro… e rispetto ad oggi posso dire di essere stato piuttosto lento, ma quell’ora volò via così in fretta che ancora oggi la delusione per il fatto che fosse già finita è rimasto vivido e indelebile.

In quattro giorni (tre e mezzo, in realtà) finii tutte le 450 e rotte pagine del libro e poi lo rilessi una seconda volta, scoprendo dettagli che alla prima lettura mi erano sfuggiti e finendolo nuovamente in meno di tre giorni. Subito mi tuffai in un altro libro dello stesso autore: 20000 leghe sotto i mari, poi fu la volta di “Dalla terra alla Luna”, il “L’isola Misteriosa”… poi passai a Dumàs, a Calvino “Il barone Rampante”, “Favole al telefono” di Rodari… non riuscivo più a smettere. Non riesco ancora a smettere. Leggere, immaginare e immaginare così forte da trovarmi lì, sul luogo della narrazione, è un’attività di cui non riesco a fare a meno anche adesso e che insieme a mia moglie stiamo trasmettendo ai nostri figli la stessa passione per i libri, tra le altre cose.
Si stava avvicinando una rogna colossale, ma prima di andarci a sbattere contro avrei passato un’estate discreta, tante meravigliose letture e ricevuto quintali di lodi sperticate sul fatto che… ohh guardate “il bambino prodigio legge libri enormi!”.
Maremma Maiala: non è un prodigio, si chiama normalità e, anzi, ero piuttosto lento nella lettura. Altri bambini, molto più allenati di me, leggevano decine di libri l’anno: libri per ragazzi, certo, ma libri. (continua)

In punta di penna

In questo ed altri post parlerò di scrittura… personale. Cioè del mio rapporto con la scrittura, fin da quando impugnai una penna. Una gloriosa bic blu, di quelle che sul più bello smettevano di scrivere te le scordavi in tasca e poi… com’è che diceva Stephen King? Fuori dal blu e dentro al nero. Sì: l’umore di mia madre quando si ritrovava le mani color puffo e i pantaloni buoni macchiati all’inverosimile.

Avevo quattro anni e sei mesi quando scrissi per la prima volta il mio nome. Era un pezzaccio di carta riciclato da mia nonna. La A maiuscola, poi la n minuscola, la d, la r rovesciata la E di nuovo maiuscola e la a.
Il mio “primo contatto” con la scrittura aveva richiesto alla simpatica nonnina due mesi di lavoro col sottoscritto e tanta pazienza… ne avesse avuta di più e avesse aspettato un annetto o due prima di inculcarmi in testa che dovevo per forza usare la destra, adesso sarei felicemente mancino.
Invece è andata diversamente.

A scuola io ero avanti rispetto agli altri bambini: sapevo già scrivere da un pezzo e leggevo abitualmente Topolino, ma non mi limitavo alle storie a fumetti: mi piacevano proprio le rubriche. Per contro mi disinteressai totalmente a quello che la maestra spiegava. Tutta la prima elementare è dedicata ad imparare a leggere e scrivere, a fare somme e sottrazioni. Io ero già alle moltiplicazioni! Avrei potuto restarmene a casa. All’epoca nessuno avrebbe mai immaginato che arrivare così avanti poteva causare danni… e invece li causò eccome.
Le suorine dove andavo a scuola non sapevano che farsene di un allievo così avanti: i programmi ministeriali erano quelli e a quelli si attenevano. Dunque tutto il vantaggio che avevo rispetto agli altri se ne andò in fumo durante la prima elementare, con l’effetto collaterale che io non presi mai in considerazione i compiti a casa e, soprattutto il valore dello studio.

Per i primi cinque anni di studio le mie letture furono tutte o quasi dedicate ai classici di Topolino e compagnia bella. Eccezioni furono Pinocchio, letto dall’infaticabile nonnina così come pure le avventure di Robinson Crusoè. Ero arrivato in quinta elementare che odiavo i libri e chi me li regalava per ogni festa. Io volevo giocattoli!
Per la precisione quei giocattoli che mi erano stati negati quando mi sarebbero serviti e, soprattutto, l’attenzione dei miei genitori e il tempo che loro non hanno mai trascorso con me tutti presi dal loro lavoro e dal tenere in piedi l’economia di casa.
Un piccolo aneddoto riguardo quegli anni e che può descrivere meglio la situazione riguarda l’arrivo di Goldrake.
Chi, nel 1978, aveva meno di 8 anni e più di 6 non può non ricordare il suo arrivo. Finita la tenera Heidi arrivò lui: con le sue lame rotanti, l’alabarda spaziale e la voce di Romano Malaspina che, in un lampo di genio, urla il nome dell’arma “DOPPIO MAGLIO PERFORANTE!” invece di annunciarla in tono neutro seguita da un ping che simulava la pressione del comando.
L’indomani della prima puntata, nel cortile della scuola era tutto un gridare di “missili perforanti” e “tuoni spaziali” di ragazzini impazziti per l’unico cartone animato in onda su tutto il territorio nazionale.
Bene. Le suorine decisero di vietare di giocare a Goldrake minacciando e poi mettendo in pratica tutto il loro arsenale di strumenti di dissuasione: dal richiamo verbale, ai cinque minuti in panchina fino al deferimento alla direttrice con ramanzina di 15 minuti nel suo ufficio. Un incubo.
All’epoca c’erano altri due miei fratelli nella stessa scuola coi quali mi passavo un anno di differenza ciascuno, ci organizzammo per cambiare gioco. Complice una madre che, di tanto in tanto, ci raccontava i miti greci per farci addormentare, io divenni Nettuno, signore dei mari e pianeta delle acque, mio fratello divenne Saturno, signore del Tempo e pianeta con gli anelli e la sorellina si prese Venere, Dea dell’amore.
In poco tempo le suorine si ritrovarono con tre marmocchi che giocavano agli dei pagani e non capirono mai, o finsero di non capire, cosa realmente stavamo facendo.

In quinta elementare accadde l’episodio che ha cambiato per sempre il mio rapporto coi libri. Mi regalarono l’ennesimo libro. Solo che stavolta non si trattava di un libro qualsiasi. C’etait Voyage au Centre de la Terre, è stato Viaggio al Centro della Terra di Jules Verne.
<continua>

Verbi e sostantivi polisemantici…

C’era una volta l’alabarda spaziale del buon Goldrake, poi son saltati fuori i missili nucleosintetici di Trider G7 e adesso… quale super eroe spara i verbi polisemantici o polisèmici?

No, il super-eroe in questione odia i polisèmismi, sono tra le sue bestie nere per eccellenza: è lo Scrittore.

Yeeah! Fatevi una standing ovation, scrittori! Siete i miei super-eroi preferiti!!

Ci sono dei verbi, nella nostra bella lingua, che vengono usati un po’ per tutto e che sostituiscono parole decisamente più appropriate.

– Ho fame – disse Mario sbattendo la forchetta nel piatto vuoto.
– Aspetta, ancora non è pronto – rispose la madre mentre fa il pranzo usando i i fornelli.
– Ma io ho fame adesso! – disse ancora Mario, che dal basso dei suoi cinque anni aveva poco chiaro il concetto di “tempo”.

In questo dialogo ci sono due verbi “dire” e soprattutto “fare” che potrebbero tranquillamente essere sostituiti da altro.

Per esempio: il primo “dire” potrebbe rimanere o diventare “protestare”, la risposta della madre può essere introdotta da “replicare” e invece di “fare il pranzo” diventa “affaccendata ai fornelli”
Il secondo dire di Mario diventa “ribattere”.

Ed ecco il risultato:
– Ho fame – protestò Mario sbattendo la forchetta contro il piatto vuoto.
– Aspetta, ancora non è pronto – replicò la madre affaccendata ai fornelli.
– Ma io ho fame adesso! – ribatté Mario, che dal basso dei suoi cinque anni aveva poco chiaro il concetto di “tempo di attesa”.

Come esempio è deboluccio, ma introduce bene l’argomento: i verbi polisemantici. Le bestie nere dei dialoghi e delle descrizioni, tra le altre cose.
Per me ormai è un Mantra: se scrivi “fare”, comunque lo declini, c’è un verbo che descrive in modo più preciso quel che accade, trovalo e usalo.
Il che non vuol dire che il verbo fare sia “bandito” dalle mie storie eh? Solo che si incontra raramente e solo in circostanze che richiedono esplicitamente la presenza di un termine tanto ambiguo. Fare, sul dizionario treccani, ha due voci dedicate e più di 12 significati differenti, ognuno con 7-8 sfumature differenti.
Un personaggio di estrazione popolare che dice “Tu mi fai schifo” va molto meglio del borgataro che replica “tu mi susciti ribrezzo”, ma è una questione di ruoli: è corretto utilizzare un certo tipo di linguaggio quando si deve dar vita ad un determinato personaggio.

Tutto sta a conoscerli bene, questi verbi: di solito non si fa (pardon) caso al loro impiego. Li utilizziamo tutti senza particolari problemi, ma se cominciamo a porre la nostra attenzione si scopre che sostituirli con verbi più appropriati trasforma ed amplia il ventaglio diafasico (oh oh oh), cioè la gamma di registri espressivi di cui si dispone.
Come si distinguono i verbi (ma anche certe parole come “cosa”) polisemantici? Facile: si apre il dizionario e si vede quanti significati possiedono. Con 2-3 significati o meno, di solito basati sul contesto, è un buon verbo. Se ha più significati e il contesto è molto ampio… be’ di solito il dizionario suggerisce anche dei sinonimi o vale la pena cercarne uno.
Solo che al posto di “fare” c’è talmente tanto che è impossibile sostituirlo con un sinonimo. Ci vuole attenzione (cribbio: è la terza volta che rileggo questo articolo e mi ritrovo con qualche fare in mezzo ai piedi).

Fare, usare, dire, bere, mangiare, camminare… tutti i verbi di azione più comuni hanno spesso molti significati, ma sovente si tratta di una approssimazione. Cioè noi, per pigrizia, ignoranza, fretta o… boh? Semplifichiamo il linguaggio lasciando al nostro interlocutore l’ingrato compito di capire cosa stiamo dicendo.
“Ho fatto presto, hai visto?”
Visto che? Sei qui, ti vedo, ma presto per chi? Cosa hai fatto?

“Ho fatto questa cosa, guarda!” Quale cosa? Dove devo guardare? Devo esserne felice? Perché?
Possono diventare:
“Sono arrivato con cinque minuti di anticipo, hai notato?” decisamente più chiaro: tu devi notare il fatto che, rispetto all’orario prestabilito, ho ben cinque minuti di anticipo.

“Ho costruito questo oggetto, che ne pensi?” e il nostro interlocutore si concentrerà su qualsiasi cosa gli stiamo indicando per esprimere il proprio pensiero in merito alla sua realizzazione.

Dunque la presenza di parole “polisemantiche” siano essi verbi o sostantivi deve essere considerata non tanto un errore, quanto una possibilità:  quella di arricchire il nostro modo di esprimerci e di arricchire il lettore che potrà comprendere bene la storia che gli stiamo raccontando. Una sorta di competizione dove vincono tutti: chi scrive e chi legge.

E voi? Cosa gli fate (eh eh) ai verbi polisemantici?

Qualcuno ha mai pensato al naso?

Tutto è cominciato con la lettura di Focus relativa un tema poco considerato in tutti i romanzi fantasy in cui ci sono personaggi femminili: il ciclo. L’unica scrittrice che ne parla, dandogli peraltro il giusto peso è Marion Zimmer Bradley, mentre l’unico caso in cui viene realmente nominato è “Dragon Slayer!”, un anime che in italia è stato tradotto come “Un incantesimo dischiuso tra i petali del tempo per Rina” e che, grazie alla censura da operetta che abbiamo, è stato tradotto con… INFLUENZA. Cioè la protagonista non riesce a usare la magia perché ha l’influenza, ma in tutta la puntata non caccia neanche uno sternuto. Salute eh?

Invece un po’ di sana ricerca ha prodotto alcune cose interessanti, come ad esempio scoprire i metodi utilizzati dalle signore di ogni era trascorsa per ovviare all’inconveniente mensile: dal papiro utilizzato dalle egiziane (sempre all’avanguardia loro, hanno pure inventato le scarpe col tacco!), alle pelli di pecora riutilizzabili che invece hanno spopolato tra le campagne di tutto il pianeta fin quasi a metà del XIX secolo.

Se invece un antico romano fosse entrato in una delle nostre toilette, probabilmente una volta finito di servirsene avrebbe fatto qualcosa di strano con lo scovolo del WC. Lo scopino, per intenderci. I romani usavano una spugna imbevuta d’acqua legata ad un bastone e lo scovolo, in posizione strategica accanto al WC, può essere confuso. Un po’ meno facile da immaginare è cosa potessero usare i legionari romani durante le lunghe campagne di conquista. Aglio.  I Galli erano letteralmente terrorizzati dalla puzza delle legioni romane: per tenere l’intestino libero da parassiti e malattie varie i legionari mangiavano aglio a spicchi. Parliamone eh? Una legione poteva essere fiutata a miglia di distanza! Cosa c’entra l’aglio con la carta igienica? C’entra. Mangiare aglio cambia anche l’odore della pelle e se per pulirti il lato B usi quel che capita (foglie, erba, muschio, corteccia…) e le tue mani, be’… la puzza dell’aglio copre tutto.

Gli avventurieri di ogni compagnia, da quella dell’anello a quella di Shannara, hanno tutti lo stesso problema, solo che i rispettivi narratori non aggiungono questi dettagli. Infodump, dicono. Sarà, ma io mi immagino cosa doveva essere il villaggio dei Rohirrim dove uomini e cavalli condividevano lo stesso posto… e stargli sottovento non doveva essere per niente piacevole.

Magari serve a poco, ma certe volte il destino passa per la stanza da bagno, come ben sanno Marat e Papà Lannister (GoT) e sapere come erano, tanto tempo fa, evita da una parte di scrivere corbellerie e dall’altra offre spunti narrativi intensi e inattesi.

Si pensi alla “carta igienica”: 5000 anni fa gli egizi (quelli ricchi) usavano il papiro, quelli poveri Nilo e mano, e poi spugne, muschio, scarti della tosatura, stracci, acqua, pezzi di corda (riciclabile e ecologica), bioccoli di cotone… è incredibile la varietà dei materiali impiegati per lo scopo. Chi ha letto le storie di Gargantua e Pantagruel potrebbe ricordarsi di cosa veniva suggerito allo scopo… tutto sommato viva la carta igienica, anche per rispetto del papero. Che fine umorista il Rabelais eh?

Al netto di queste considerazioni provate ad immaginare una compagnia di avventurieri che si inoltra per mesi all’interno di un territorio sconosciuto, selvaggio e privo di civiltà. Al suo ritorno deve prima passare almeno un giorno a lavarsi, come gli equipaggi dei sottomarini classe Enrico Toti. Invece questi “eroi” puzzolenti come e peggio di una fogna di Calcutta entrano in castelli da fiaba e baciano principesse. Urgh. O principi, dipende dai gusti. Io non discuto sui gusti, ma sull’opportunità di un bagno, una doccia o un accenno  anche indiretto alla toletta prima. Come per i film di Sergio Leone: fino ad allora il “West” era quello di John Wayne, l’eroe pettinato. I cowboy erano lindi, pinti e stirati. I fuorilegge avevano il fazzoletto davanti alla bocca e nei saloon si beveva wisky. Poi ci si è accorti che se passi una giornata a cavallo sei coperto di polvere e sudore da cima a piedi, puzzi come una stalla e se in città vanno tutti a cavallo le strade sono coperte di… deiezioni equine.

Ecco, io la penso come Robert E. Howard che fa dire a Conan, la prima volta che vede una grande città: “Ma che puzza, come fa il vento ad entrarci dentro?”

In effetti, se io fossi stato vento, mi sarei tenuto alla larga da quella e da molte altre città inventate e reali.

Buone Letture…

I rischi della magia: la lezione delle navi volanti

In tutti i miei racconti si parla sempre di carovane. Damien Ludrò, il “cattivo” che agisce nell’ombra, si sposta a cavallo e via nave e molto raramente usa il teletrasporto. Se è così ricco perché non possiede una nave volante e usa quella per i suoi spostamenti?
Personalmente adoro le navi volanti: sono oggetti meravigliosi che ho apprezzato fin da quando ho cominciato a giocare a Final Fantasy. Purtroppo ho visto Peter Pan della Disney solo a 45 anni suonati, se no le avrei amate anche prima. Eppure mi sono sempre sembrate un oggetto un po’ troppo “sgravato”, cioè esageratamente potente, per un racconto. Una nave volante potrebbe raggiungere comodamente ogni angolo del pianeta e persino avventurarsi nel Maelstrom di uno dei pozzi polari. Addio viaggi avventurosi per mari e monti, addio pericolosi passaggi tra le Brulle, addio a buona parte delle storie che ho raccontato e che vedono il largo impiego di cavalli e altre bestie da traino.

Be’ come vedrete Damien non è poi così ricco. Le navi volanti, anche quelle piccine, da queste parti costano assai.

La magia ha un prezzo. Alcuni lettori mi hanno servito questo commento tra i suggerimenti su come limitare la magia. Patti con potenze infernali, pazzia, consumo di “mana”, invecchiamento precoce… a me servivano “prezzi” coerenti con il mio universo narrativo. Di potenze infernali non si può parlare: esistono centinaia di divinità (ci sono venti masse continentali, ognuna con svariate nazioni più o meno intersecate tra loro e con il rispettivo pantheon) e distinguere “buoni” e “cattivi” diventa pura filosofia. Ci sono già utenti di magia che scendono a “patti” e sono i sacerdoti delle divinità in questione. Di pazzia nemmeno: è un universo deterministico e gli effetti degli incantesimi hanno un’origine fisica, niente paradossi o cortocircuiti mentali. Il prezzo che pagano i miei utenti di magia è il “rischio” e stavolta ho capito bene come gestirlo… il metodo è il medesimo indicato nel Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro. La domanda che sorge spontanea è “ma quanto accidenti leggi ogni giorno?” e invece dovreste chiedervi “dove accidenti trovi il tempo, con due figli e un lavoro da mandare avanti, per leggere tutta ‘sta roba?”
It’s a kind of magic!
(si, mi diverto a citare anche altro, oltre agli autori fantasy è che è più difficile mettere dentro l’ouverture di Rossini alla Guglielmo Tell o le note della nona sinfonia di Beethoven… o l’emozione che mi da “La Campanella” suonata col cannone  tra le mani di Accardo)
Ok, torno serio. Il prezzo che i maghi pagano è il rischio di subire, prima o poi, un colpo di ritorno magico. Il rischio cresce all’aumentare della potenza dell’incantesimo da lanciare, poiché cresce la sua complessità e così aumenta la probabilità di commettere un errore durante la preparazione.

Predisporre un incantesimo è complesso: un mago professionista può riuscire ad approntarne uno del primo circolo in pochi minuti (Conrad impiega un’ora abbondante), uno del secondo in una decina e uno del terzo in mezz’ora. Dal quarto al sesto circolo i tempi si allungano parecchio potenza e complessità crescono esponenzialmente: bene che vada si parla di ore tant’è che i maghi meno dotati si organizzano in circoli per predisporli  in “coro”; di solito creano un oggetto magico “usa e getta” adatto allo scopo come una comoda pergamena, un proiettile di qualche tipo e cose del genere. Al crescere della complessità crescono le probabilità di commettere un errore. Le conseguenze sono sempre due: la prima è il fallimento della magia, la palla di fuoco non esplode, il fulmine non centra l’obiettivo, il bersaglio non ottiene alcun potere… e l’oggetto incantato è da rifare. Il che rappresenta già di suo una rogna. Immaginatevi la scena dell’esile maghetto di fronte alla pattuglia orchesca: “ora vi friggo con la mia rullosissima PALLA DI FUOCO!!”. Gli orchi si accucciano a terra per tentare di pararsi dal colpo imminente, ma poi non accade nulla.
Oltre a questa rogna c’è sempre il colpo di ritorno. La magia ha avuto effetto comunque, l’aura ha vibrato e ha prodotto un effetto che di solito somiglia ad un lampo di potenza proporzionale alla complessità dell’incantesimo, ma sparato in direzioni differenti rispetto a quelle del piano tridimensionale in cui opera il mago. Un enorme segnale che grida “Hey gente: IO SONO QUI!” in un luogo altrimenti oscuro e popolato da creature da incubo. L’aura del mago ossia la sua proiezione sull’exacorion, se è rimasta priva di incantesimi, rischia poco, ma se è bella piena si prende un morso o due: gli incantesimi inscritti in essa sono molto appetitosi per gli incubi monostatici, per esempio, i Beholder o le Piovre dimensionali. L’asportazione violenta di un pezzo di aura può provocare un collasso mentale, la perdita dell’aura equivale al collasso di cui sopra E alla perdita dei poteri finché non ricresce; i maghi sfortunati vengono sbranati in toto se ad attaccarli è un beholder e i più sfortunati subiscono qualcosa di peggio come essere catturato vivo da un beholder o da una Piovra (bocca irta di tentacoli, ali sul dorso e corpo tentacolare… ricorda nulla?). Ogni mago sviluppa le proprie difese al riguardo, in primis una disciplina ferrea che lo mette al riparo dagli errori più grossolani e anche da quelli meno facili da riconoscere. Più l’errore è grosso e più grandi sono le attenzioni che si ricevono… o l’accord s’elargi come dicono i malichani e come diceva anche Maurizia Paradisi: l’affare si ingrossa (ma che citazioni mi escono oggi?).
La difesa più utilizzata ed apprezzata è il custode arcano, una creatura appartenente ad un altro piano di esistenza vincolata ad un oggetto mediante un’ancora dimensionale. Qar agiva proprio in quel modo: verificava che gli incantesimi memorizzati da Flantius fossero corretti e segnalava eventuali imprecisioni. Ogni tanto sbagliava anche lui, ma molto di rado. Inoltre un custode arcano deve essere pagato in qualche modo. Spesso il pagamento consiste in conoscenza: le creature come Qar sono attirate dal piano tridimensionale (chiamato anche primo piano di esistenza) per gli scopi più vari. Qar è uno studioso, ma ci sono creature per tutti i gusti;  il denominatore comune è che il custode è vincolato volontariamente. Se è costretto con la forza gli basta provocare la morte del mago per essere di nuovo libero. Non è difficile eh? Altri custodi esigono pagamenti differenti: chi vuole sangue, chi qualcuno da sgranocchiare di tanto in tanto, chi gemme preziose… ci sono custodi per tutti i gusti, ma tutti esigono una ricompensa di qualche tipo per la loro opera e termini precisi entro i quali operare, così da avere anche del tempo libero per perseguire i propri obiettivi. Somiglia ad un “famiglio”, ma è profondamente diverso.
Tant’è che i maghi dispongono di altre difese, alcune fisiche come amuleti e stanze protette ad hoc mediante incantesimi protettivi permanenti: una stanza del genere serve quando si prova un nuovo incantesimo e svolge la funzione della sandbox usata dagli armaioli per provare un’arma da fuoco, solo che invece della sabbia ci sono rune di smorzamento e scudi magici molto potenti, di circolo pari o superiore al doppio di quello dell’incantesimo da testare. Va da se che anche queste protezioni sono parecchio costose e proteggono fino ad un certo punto.

Alcuni maghi sviluppano un legame affettivo con una creatura dotata di qualche potere e condivide con essa rischi e conoscenze. La creatura, quale che sia, cambia e diventa semi-senziente e capace di esprimersi, se pure in modo comprensibile solo dal mago; diventa sensibile agli incantesimi più usati dal mago e sa dirgli in modo esatto se sono stati predisposti in modo corretto o no, si accorge dell’arrivo di una creatura extradimensionale e lo segnala. Uccelli, mammiferi di tutte le taglie, anche creature dotate di potere come unicorni, beholder e draghi possono diventare “famigli”, sebbene in questi casi è di solito il mago che diventa un famiglio per l’altra creatura (e talvolta anche la sua cena). Il grosso limite dell’avere un famiglio è che o è una creatura vulnerabile, o vive poco, o finisce col prendere il controllo del mago… e quando il legame si spezza per qualche motivo entrambi rischiano un collasso mentale e altri problemi dovuti allo shock. Il legame si spezza alla morte di uno dei due, se uno dei due cambia piano di esistenza, se uno dei due decide di abbandonare l’altro. Dunque la scelta del famiglio non è banale. Di solito questa protezione viene scelta da stregoni e simili: coloro i quali non hanno consapevolezza della magia e la usano in modo empirico e la cui speranza di vita è bassa.

Come si è visto precedentemente la creazione di un oggetto incantato richiede al mago di esporsi ad un rischio. Questo cresce esponenzialmente con la potenza richiesta all’oggetto in questione. Invece per gli utilizzatori di un oggetto magico il limite è rappresentato dall’economia.

Un mago, per soprvvivere, deve proteggersi. Per proteggersi deve riservare parte del proprio tempo allo sviluppo di difese adeguate e quindi non può lanciare incantesimi “a pagamento” giocoforza il prezzo del tempo che ha a disposizione per lavorare cresce.
Inoltre: creare un oggetto magico, come si è visto, richiede materiali particolari, non sempre costosi, ma comunque da lavorare in modo estremamente preciso specie per ciò che riguarda la creazione delle matrici. Questo allunga i tempi e quindi accresce i costi.
E ancora: gli oggetti magici permanenti, che siano “a cariche” a “utilizzi giornalieri” o solo dopo “opportuno rituale” o “attivi sempre” richiedono, salvo casi rarissimi, della manutenzione per continuare a funzionare. Anche manutenere un oggetto magico richiede tempo al mago e rischio perché la manutenzione viene effettuata mediante lancio di incantesimi ad hoc, come il riallineamento delle matrici in un oggetto permanente.
Ultima considerazione: dati i rischi che comporta fare il mago non è difficile capire perché di maghi anziani ce ne sono pochi e quei pochi siano “leggendari”, mentre tutti gli altri arrivano, se va bene, al III-IV circolo di potere, raramente al V.
E allora come fa un mago a far volare una nave? Facile: non lo fa, al limite fa volare se stesso o, quando è molto bravo, incanta qualcosa di leggero come un tappeto e fa volare anche qualche amico o amica.
Incantare una nave è un affare maledettamente serio, tipo costruire una portaerei nucleare per intenderci.

Un incantesimo di volo appartiene, per complessità, a quelli del terzo circolo e può sollevare circa un quintale di peso. Una “barca a remi” da sola pesa poco meno di un quintale e con quattro persone a bordo, più i rispettivi averi arriva a cinque quintali (ma sei è un numero più adeguato). Rendere permanente un incantesimo di quel livello costa tempo e denaro al mago che rischia la vita solo per tenere in aria una misera barchetta.

Con queste regole: 1 incantesimo di III ogni 100kg, per far volare un veliero come l’Amerigo Vespucci ad esempio, ci vuole moltissimo lavoro. Un veliero di quel genere pesa più di 4000 tonnellate quindi ci vogliono almeno 400 incantesimi di quel tipo per sollevare e spingere a una velocità media equivalente a 35km/h lo scafo di cui sopra (la velocità di un uomo in corsa). E’ una bella velocità dato che normalmente un veliero fa 13-14 nodi che equivale a 25-26km/h. I più potrebbero pensare che con un’accurata progettazione e qualche risparmio (a una nave volante non servono le vele, per esempio) si potrebbe risparmiare qualcosa… e invece no. Lo scafo deve essere ben robusto per motivi che vedremo tra poco.

Rendere permanente un incantesimo richiede la presenza di 12 matrici-specchio (2 per ogni asse della realtà) per intrappolare l’incantesimo e mantenerlo sempre attivo. Costruire una matrice specchio richiede qualche ora di lavoro, una decina di aure di origine bovina (a meno che il mago che ci lavora non decida di tagliarsi un pezzo di aura o abbia a disposizione un drago o un’altra creatura dotata di un’aura molto grande da cui attingere) e l’incantesimo appropriato per creare la matrice dove accogliere le aure tagliate agli animali. Inoltre per rendere l’incantesimo stabile occorre una catena di incantesimi di riallineamento (per mantenere gli specchi al loro posto anche dopo secoli o in seguito ad un urto) che comprende non meno di due incantesimi pure permanenti, meglio se di più (da due a sei riallineatori su ogni matrice).

Facendo un po’ di conti ci sono, per ogni incantesimo di volo “standard”:

1 incantesimo di volo
4 riallineatori (due son troppo pochi, sei è eccessivo)

totale 5 incantesimi permanenti, ognuno con le sue 12 matrici-specchio = 60 matrici e 600 mucche (o altri animali alevati ad hoc) cui è stata “tosata” l’aura. Adesso arriva il “Botto” vale a dire: cinque incantesimi permanenti per 400 da piazzare su tutto lo scafo fa 2000 incantesimi permanenti (tra volo e stabilizzatori) ognuno richiede 12 matrici e arriviamo a 24000 e quindi va tosata l’aura a circa un quarto di milione di capi di bestiame, cui vanno aggiunti gli incantesimi usati per “fondere le aure in una matrice singola” e che sono circa 9 per matrice (ogni tanto un errore provoca danni e, come minimo, la matrice è da rifare) e si arriva a 216000 incantesimi. La fusione richiede un livello minimo, pari al I circolo, ma dato il numero di operazioni, il rischio è comunque grande. Una mucca privata dell’aura ha un collasso mentale e stramazza a terra dove resta incapace di nutrirsi per un mesetto il che equivale a dire, a meno che qualcuno non le infili a forza del fieno pre-masticato in bocca, che in capo a una settimana è bella che morta. Inoltre: stabilito che c’è circa lo 0.3% (percentuale che ho tirato fuori in modo “empirico” e che devo rivedere) di probabilità di sbagliare il lancio di un incantesimo di III circolo e che lo “stabilizzatore” ha la medesima complessità dell’incantesimo da stabilizzare la probabilità che si verifichi un “colpo di ritorno” è elevatissima: 0,003*2000 = 6 e già se il rischio è “1” occorre mitigarlo con qualche protezione. Al ritmo di 5 incantesimi al giorno impiegherebbe circa 400 giorni, un anno e mezzo (giorni di riposo inclusi), se e soltanto se non subisse mai colpi di ritorno o ne uscisse sempre indenne.
A questi 400 giorni, ovviamente, vanno aggiunti i tempi per la produzione delle 24000 matrici-specchio, che richiede un incantesimo del primo circolo, ma che comunque è impegnativa dato il numero delle matrici in gioco e pure con un indice di rischio dello 0.01% data la facilità dell’incantesimo, si parla sempre 24000 incantesimi: il rischio è 24, ovvero 4 volte più elevato che predisporre gli incantesimi del volo. Si può mitigare, ma anche qui ci sono altri costi.

Dunque quanto costerebbe una nave volante?
Il costo di uno scafo da progettare e costruire ad hoc perché non si può mica prendere una nave normale e farla volare: sarebbe instabile e ancora più lenta; 240.000 mucche (o l’equivalente costo di sostituzione: l’aura di un drago o di un beholder vale quanto quella di un migliaio di mucche, ma… non è così semplice tosargliela, senza contare le conseguenze dell’uccisione di centinaia di draghi… ho già raccontato di quanto sono permalosi?) e 400 giorni/uomo di una delle figure professionali più costose di sempre. Il costo orario si aggira intorno ai 1500 scudi o 30 corone malichane… il conto è salato: 288.000 corone, pari a 14.400.000 di scudi, mettendoci anche il costo dei materiali si arriva a poco meno del doppio (include anche la spesa per l’allevamento del bestiame). Il tesoro del principato di Naalab, il più ricco dei 12, ammonta a 4.000.000 di corone e ne aveva pagate più che altrettante per acquistare la valle di Bonespoir.
Con questi costi si evince che le navi volanti sono appannaggio di stati sovrani, superpotenze e maghi leggendari (e che comunque hanno un territorio che li sostiene). I mercanti, anche i più ricchi, ricorrono alle carovane per spostare le loro merci… e se proprio devono spostarsi in fretta pagano un mago per farsi teletrasportare a destinazione.

Veicoli del genere esistono su Tharamys, ma al pari degli incantesimi di livello superiore al VII (e già il VII è border-line) sono appannaggio di grandi potenze come Maor, Dei-Talant e Malichar o di maghi straordinariamente potenti come il leggendario Yor, che pure aveva fondato il suo regno e poteva disporre di adeguate risorse (no, non ha fatto fuori neanche una mucca, ma aveva tra i suoi alleati una coppia di draghi, un popolo capace di servirsi della magia e molti nemici che finivano con lo scontrarsi con lui e perdere tutto, anche la propria aura magica).

D’accordo, la nave grande costa troppo, ma una cosa meno pretenziosa? Chessò un bel 15 metri da diporto? Ok, diciamo che questo costa 1/20 del veliero di cui sopra e il suo costo scende intorno ai 100.000 scudi perché invece di 400 incantesimi del volo ne ha appena una 20ina, il che equivale a circa 100 incantesimi permanenti caricati sopra.

Mi sembra di aver accennato che su Tharamys la specie dominante non sono gli umani, nemmeno gli elfi, gli elasson o i Nani se pure li vedo lanciati verso la pole position. No non sono nemmeno i beholder, che pure ne basta uno per tirare giù un villaggio di 1000 abitanti in una notte, all’occorrenza. Clicca qui per scoprirlo. Una nave volante attira l’attenzione molto più di una carovana e non ha alcuna speranza di sfuggire allo scontro. L’unica possibilità è che elargisca abbastanza legnate da scoraggiare chi incontra sul proprio cammino a trasformarla in cibo e/o in un trofeo da mettere in mostra nella propria dimora. Qui mi ricollego al discorso sulla robustezza dello scafo: anche se “piccola” deve essere robusta, per cui avrebbe pochissimo spazio per il carico e i passeggeri.

Questo aspetto scoraggia e fa etichettare come “pazzo e morituro” chiunque decida di sfidare il cielo troppo a lungo, salvo poi considerarlo una divinità se riesce in qualche modo a sopravvivere. A questo va aggiunto il costo della manutenzione: anche se gli incantesimi del volo con le loro catene di stabilizzatori sono virtualmente esenti da “tagliandi” e cose simili, molte armi magiche richiedono manutenzione costante senza contare che la guida della nave richiede almeno un mago (meglio due) ai comandi e questo a prescindere dalle dimensioni del vascello. Damien non è un mago e dovrebbe pagarne uno per occuparsi della nave. Essendo un uomo d’affari ha trovato modi più efficienti per comunicare a distanza o spostarsi abbastanza rapidamente per gestire i propri affari senza correre i rischi che comporta il volo. Economia: né buona, né cattiva, ma in ogni caso spietata e inesorabile.

Come sempre tutta questa “complessità” si traduce nello stile di narrazione: non compaiono conteggi strani o richieste incomprensibili tipo “Vuoi un veliero celeste? Mi servono 250000 mucche e quattordici milioni di scudi…”, ma mi permette di far viaggiare la maggior parte dei mortali su di un carro, un cavallo o a dorso di creature simili e, al tempo stesso, di far sognare chi vorrebbe veleggiare tra le nuvole.

 E voi? Che “magia” mettete, se la mettete, nei vostri racconti?