Worldbuilding – 2 ambientiamoci meglio.

Normalmente uno scrittore non può starsene solo seduto alla tastiera. Deve nutrire il suo cervello con esperienze convincenti o comunque diverse dallo starsene seduto davanti ad un monitor ad immaginare cose. Cioè può anche starsene sempre seduto a leggere articoli, libri scritti da altri, vedere film magari in una lingua diversa dalla propria lingua madre, ascoltare musica… ma appunto: sta nutrendo il proprio cervello.

La realtà virtuale può essere un modo: i videogiochi sono perfetti esempi di viaggi attraverso realtà differenti. A me piace quella… reale. Hanno pregi e difetti tutte e due. Per descrivere un combattimento all’arma bianca puoi pagarti un maestro di scherma e passare due ore con lui/lei e apprendere almeno i rudimenti. Puoi sciropparti 2-3 ore di video di combattimenti con spade-sciabole-cukri-uallere-fioretti e altre amenità d’acciaio, legno, pietra o altro, così da avere comunque un po’ di cultura in materia. Puoi anche riempire uno zaino di oggetti che, più o meno,pesano come quelli che il tuo eroe si porta dietro e capire se effettivamente, con quella zavorra sulle spalle, può spiccare i balzi che gli hai fatto fare nel tuo libro. Ok, scherzavo, posate quello zaino prima che vi facciate male sul serio.
Quello che mi preme spiegare è, per la mia esperienza, che il cervello impara meglio se lavora in presa diretta: leggere di tabelle che mettono in relazione il peso trasportato e la distanza percorsa è utile, ma sentire sulla propria schiena quanto pesano 15kg di equipaggiamento è tutta un’altra cosa.
Le spade pesano, le corazze ancora di più, gli scudi oltre a pesare ingombrano e quando il vostro eroe non li usa: dove se li mette? Sperimentare su se stessi che significa tirarsi dietro 30kg sulle spalle tra corazza, zaino, armi e scudo… (e sono stato buono: di solito 30kg era il peso di una corazza e basta) significa poi ritrovarsi a raccontare in maniera molto plausibile quello che accade nella finzione delle proprie storie.
Tuttavia ci sono storie dove quello che accade non è plausibile ed è proprio la “non plausibilità” a renderle speciali. Ad esempio: il “Temibile Pirata” Guybrush Threepwood, cui Conrad ha preso in prestito il giustacuore, ha un inventario di tutto rispetto nella sua camicia: ne esce fuori di tutto e in un modo graficamente ineccepibile. Tutto dipende dalle regole che vi siete dati prima di iniziare la narrazione e dal taglio che si intende dare. I racconti di Ron Gilbert su cui sono costruiti i videogiochi “The secret of Monkey Island” e “The secret of Monkey Island II: Big Whoop” hanno un retrogusto umoristico molto spassoso, specie per chi mastica bene l’inglese, per cui il protagonista che tira fuori dalla camicia un sacchettone con dentro migliaia di “pezzi da otto” più grande di lui, fa ridere e non intacca la sospensione dell’incredulità che, anzi, si diverte.
Nel mondo raccontato dai due videogiochi gli oggetti trasportati, anche i più improbabili, cessano di pesare se messi nell’inventario e se possono entrare nell’inventario allora l’eroe può maneggiarli. Questa strana regola, plausibile in un videogioco, ha richiesto la creazione di numerose animazioni del personaggio una per ogni oggetto singolo o frutto di combinazione tra oggetti, così da evitare sgradevoli perdite di risoluzione. Quando si racconta una scena occorre fare lo stesso lavoro. Potete non immaginare come andrà a finire e scriverla di getto, ma dovrete avere ben chiaro, fino alla nausea, come sono fatti tutti i dettagli di contorno o non riuscirete a dargli il “taglio” giusto.
Vale la regola del palloncino: per disegnare una faccia su un palloncino puoi disegnare la faccia a palloncino sgonfio e poi gonfiarlo, ma otterrai un oggetto ingombrante con un uno scarabocchio che, una volta sgonfiato il pallone, somiglierà ad una faccia. Puoi disegnare la faccia, dettagliatissima, sul palloncino gonfio (hai per giunta un sacco di spazio a disposizione per tutti i dettagli) e poi sgonfiarlo. Ti ritroverai con un oggetto molto maneggevole e con un disegno incredibilmente dettagliato sopra.

Come per le innumerevoli animazioni di Monkey Island, al lettore non arriverà una virgola del lavoro certosino che avrete svolto, ma potrà goderne dei frutti con somma soddisfazione.

I Razziatori di Etsiqaar

Andrea Venturo - I Razziatori di Etsiqaar - copertina (2)Ed ecco qui il nuovo nato in casa “Next” vale a dire i Razziatori di Etsiqaar. Per quanto sembri strano questa cover ha richiesto più lavoro della precedente. Per il Torto non c’erano vincoli: ancora la faccia di Conrad non era stata definita, c’era solo da interpretare la descrizione cartacea. Per il nuovo capitolo invece bisognava inserire gli stessi dettagli del capitolo precedente e arricchirlo. La prima fatica è stata il giustacuore. Cos’è un giustacuore? Un vestito che si porta “addosso al corpo”, just au corp come dicevano i francesi del XII secolo. Era una sorta di sopravveste che si indossava per uscire di casa da mettere sopra i vestiti. Nel corso dei secoli ha cambiato foggia e funzioni, fino a diventare anche un pezzo preciso della corazza dei cavalieri: la protezione per il cuore, appunto. Però resta un soprabito attillato e siccome l’ambientazione è stata ispirata dalla repubblica di Venezia, tra le altre cose, ho passato al buon Gianluca tutti esempi di “Giustacuore alla veneziana” cui sono stati tolti tutti i fronzoli (merletti, ricami, stoffe pregiate) in modo da farlo somigliare ad un abito appartenente ad una classe più popolare. Del resto che abiti dareste ad un ragazzino che vive in una fattoria? Stesso lavoro per la camicia che si vede sotto e la fibbia dei calzoni che appare sovradimensionata: non si vede, ma sotto al giustacuore quella cintura gira attorno alla sua cintola quasi due volte. È la cintura di un adulto, visto che non esistono cinture per bambini. Infine il bastone: quello doveva essere identico alla descrizione, ci siam presi solo una piccola licenza sulle proporzioni. Conrad non arriva al metro e mezzo di altezza e il bastone avrebbe dovuto essere più lungo, ma è inclinato e Conrad lo sta trascinando a terra. Ultima chicca, ma solo per chi apre l’immagine a grandezza naturale.  I riflessi dorati non si vedono perché la scena ritratta è quella di Conrad che sta per… uh… niente spoiler, ma è al buio. In compenso si vedono tanti riflessi blu-zaffiro. Quando stamperò il cartaceo si vedrà benissimo.
Sì, ho detto cartaceo: il libricino è da 150 pagine, un po’ piccolo, ma sto preparando un’edizione “ricca” con il Torto e le appendici. Verrà fuori un volumetto da 250-300 pagine che sarà stampato on demand da streetlib. Naturalmente il prezzo sarà più elevato, tra 9 e 15 eur… che rispetto ai 4 eur dell’e-book è una grossa differenza, ma ci sono dei costi aggiuntivi non da poco e non si tratta della mera carta, ma del materiale che non sarà quello più economico. Se volete risparmiare comprate l’e-book, il cartaceo avrà copertina rigida, sovra-copertina, rivolti disegnati e le mappe saranno su carta patinata, se il servizio di stampa me lo consente.
Manca poco.

Torri e Torrioni – senza fondamenta crollano, anche in letteratura.

Il castello delle favole, complici le opere di ingegneria austro-ungariche, del XVIII e XIX secolo e tutto quel che sorge nella valle della Loira, ha un aspetto ben preciso.

Ha un sacco di torri, merli e passaggi sospesi merlati e merlettati, guglie, pinnacoli e altre allegre decorazioni. Un mio collega scrittore, autore di un romanzo intitolato “I Racconti dell’Orda” e che mi ha fatto ridere a crepapelle, ha spiegato bene perché i castelli, quelli che hanno resistito a guerre e invasioni, hanno tutto un altro aspetto.Forte_di_San_Leo.jpgEcco, questo è un castello. Ogni singolo elemento ha una sua funzione studiata al millimetro per magnificare la potenza delle armi installate tra le sue mura, proteggere i suoi abitanti e causare problemi a chi invece tenta di espugnarlo.

Per chi volesse farci un salto si trova a San Leo, in provincia di Rimini ed è noto anche come “Il Castello di Cagliostro” poiché il conte vi trascorse i suoi ultimi anni di vita rinchiuso.
Molto spesso invece trovo descrizioni fantasiose di veri e propri castelli in aria. Cioè: magari fossero davvero castelli volanti come in Laputa, almeno si potrebbe sognare come si deve. No: sono castelli con mura spesso d’intralcio per i difensori, torri altissime dalle quali un arciere fatica a prendere la mira e fatica ancora di più a salire in cima. La torre è alta quanto? Ogni metro sono circa 6 scalini, meglio 8. Trenta metri di torre? 240 scalini, hop: sai come ti senti dopo aver salito 240 gradini di corsa, magari con due ceste piene di frecce? Muri alti più di 10 metri? Va bene, ma aldilà dei costi di realizzazione, quanto ci mettono i rinforzi a salire sulle mura per dare manforte ai difensori? Nessuno, ma neanche gli autori più quotati, ha mai considerato il fatto che un essere umano, pur essendo in grado di affrontare scalinate anche impegnative, ha qualche noia con esse.
Insomma è dura per me credere che i difensori “balzano” sulle mura dopo che le hai descritte come ciclopiche solo il capitolo prima, alte fino al cielo. Ponendo il “cielo” a 30 metri… e ce ne vuole per costruire un muro alto quanto un palazzo di dieci piani, stiamo parlando di 22-24 gradini  per piano e quindi riecco i nostri bei 240 gradini da salire di corsa. Balzano? Sì, in una decina di minuti sono arrivati su e quel che doveva succedere è successo.
Un mio collega di scrittura, Andrea Villa autore di un libro intitolato “I racconti dell’Orda” ha condotto un analisi spietata contro certe invenzioni letterarie, molto oniriche, ma pessime sul piano difensivo.
Ha preso degli orchi, gli ha dato un cervello degno e li ha mandati ad assaltare il castello della “bella addormentata”, cioè non era quel castello lì, ma uno che gli somigliava pizzi e merletti inclusi. Potete immaginare com’è andata a finire. Il libro di Andrea è ironico e lo scambio di battute tra orchi e umani è uno spasso, ma un eventuale castello/torre/rocca costruito senza nessuno dei criteri adottati a S. Leo posso garantire che durerà meno di un Gatto sulla Salaria (un tempo breve rispetto alla sua aspettativa di vita).
E vogliamo parlare di quei personaggi a metà strada tra “Il vecchio saggio della montagna” e “mago Merlino in salsa Disney” che infestano puntualmente roccaforti e torri costruite su picchi inaccessibili?
Il ridicolo è dietro l’angolo: il castello di S. Leo sorge in cima ad un picco, ma è accessibilissimo. Una comoda salita lunga qualche centinaio di metri termina davanti al muro tra le due torri che hai visto in foto e i difensori hanno tutto il tempo di bombardare un eventuale assediante, se questo osa entrare nel raggio d’azione delle armi.
Spesso invece trovo rocche e castelli costruiti “ad minchiam” in cima ad una guglia di roccia. Molto romantico, per carità, ma se non c’è un background solidissimo su cui costruire quella rocca, nella mente del lettore si sgretolerà al primo alito di vento.
Faccio un esempio letterario: la strega di Rapunztel vive in una torre altissima e ci tiene rinchiusa la principessa. Per salire e scendere usa i capelli della ragazza. E prima come faceva? E chi ha costruito quella torre? Perché proprio in mezzo al bosco, nascosta tra gli alberi? Se voleva stare nascosta non poteva costruire una casetta a un piano solo?
La torre di Rapuntzel crolla miseramente appena una di queste domande non trova una risposta adeguata.
Invece altra torre, altra principessa: “Il castello di Cagliostro”, Hayao Miyazaki. Anche qui abbiamo un castello, ma munito di alte mura con saliscendi per portare in fretta uomini e mezzi, ascensori e sistemi di difesa adeguati a mettere in difficoltà anche Arséne Lupin III. Per quanto “Onirico” il castello immaginato da Miyazaki funziona egregiamente (non a caso è un riuscito incrocio tra la rocca di S. Marino e il castello di S. Leo, luoghi che hanno fortemente ispirato l’autore).

Il castello di Cagliostro - Locandina Come potete vedere sullo sfondo il castello è enorme, ispirato ai castelli austro-ungarici per elementi architettonici, caotico come la rocca di S. Marino e inespugnabile come S. Leo che è collocato su uno sperone. Nel film di Miyazaki il castello ha anche altri dettagli (tipo torrette da difesa laser, trabocchetti ecc… ecc… ecc…) che testimoniano un accurato lavoro di progettazione a monte: non un solo elemento visivo è messo lì per caso. Nella trama e quindi nei dialoghi è inserito ogni dettaglio necessario per rendere plausibile la presenza di un certo tipo di difese, o la posizione di un orologio, di una fontana, di una statua… se è stato disegnato potete scommettere che c’è un motivo e di solito più d’uno.  Descrizione funzionale, in questo caso “grafica”, ma comunque funzionale. Prendiamo il disegno qui a sinistra: si vede un corpo centrale costituito da un edificio di grandi dimensioni in cima, uno più basso caratterizzato dal portone e da un grande arco, la cattedrale in basso a sinistra con il campanile a vela e la torre-prigione sulla destra. Si intuisce, sopra l’edificio a sinistra sopra la cattedrale, l’eliporto. Lo stelo su cui poggia la torre del prigioniero nasconde il trabocchetto che precipita un eventuale intruso nelle segrete. Il tetto dell’edificio principale sarà usato da Lupin come trampolino per entrare nella torre del prigioniero. Ciò che mi suscita sempre grande ammirazione per questo piccolo gioiello di animazione è la coerenza con cui i dettagli vengono rappresentati, tutto considerato che si tratta di un film realizzato alla vecchia maniera: a mano. I parallelismi con la scrittura ci sono e si sentono.

Per quanto fantasiosa, la rocca dei Cagliostro è formidabile, temibile e plausibile anche  e soprattutto grazie ad un background solido e pensato con cura: tutto il film è pieno di rimandi alla storia passata, alla fine che hanno fatto i nemici del piccolo stato alpino, alla spasmodica e continua ricerca nei sistemi di sicurezza e nella falsificazione altamente sofisticata… insomma, la storia si regge bene e il castello fa la sua degna figura.

E tu: quando hai costruito il tuo castello, hai pensato di guardare su cosa poggia?

World-building – 1

Innanzitutto cos’è? Avete presente l’ameno mestiere del Demiurgo? Colui che costruisce e orchestra l’universo e tutto quel che vi accade, fino all’ultimo atomo situato nell’angolo più remoto? Si tratta proprio di questo con un importantissimo distinguo: uno scrittore non si limita a fare il Demiurgo: lo è.
Qualcuno potrebbe semplicemente chiamarla “costruzione dell’ambientazione”, ma questa locuzione è molto riduttiva. La costruzione dell’universo narrativo non riguarda solo la mera scenografia, ma coinvolge numerose altre discipline: storia, geografia, fisica, letteratura, religione, architettura e una Mole di eccetera in senso chimico. In chimica una Mole è il numero di atomi presenti in una massa in grammi pari al peso atomico e corrisponde a 6,022*10^23 cioè 6022 seguito da 20 zeri e questo per ricordare che il numero di dettagli da prendere in considerazione, durante la creazione dell’universo, deve essere grande.

Di fatto mi sono reso conto di aver messo a punto delle tecniche simili a quelle che Tolkien ha utilizzato per Arda e i libri che vi sono ambientati (Silmarillion, Hobbit, Signore degli Anelli). La differenza sostanziale tra me è Tolkien è la cultura: lui era un professore universitario, un filologo e un linguista eccezionale. Io sono un impiegato col pallino della montagna ed esperto in programmazione a oggetti…. ed espertissimo in materia di giochi di ruolo con oltre 20 anni di esperienza sulle spalle ^_^
In un confronto tra me e Tolkien, questo mi darebbe tanti di quei punti che a contarli tutti diventerei vecchio prima di finire, però come esempio calza.

Il primo passo è stabilire i confini del proprio universo. Eugène Ionesco nel suo “Le Sedie” offre un esempio affascinante e maneggevole per capire questo concetto. I confini delimitano tanto l’area d’azione dei personaggi di una storia quanto il raggio d’azione dei loro sensi e del loro pensiero. Questo si estende tanto nello spazio quanto nel tempo… in un certo senso stiamo parlando di un sistema in 6D come per la mia Tharamys.
I confini spaziali sono facili da individuare: nel caso de “Le sedie” sono una stanza situata in una casa in cima alla scogliera dalle cui finestre si vede il mare. Tutta la storia si svolge entro queste mura. Gli altri confini sono più difficili da individuare, ma ci sono: fuori da quella stanza ci sono una casa, una scogliera, una città situata da qualche parte lungo le coste francesi e c’è Parigi. Ci sono anche dei confini temporali che vanno dal momento in cui i due protagonisti (marito e moglie, anziani) si sono incontrati, al loro arrivo a Parigi, fino al momento in cui sono pronti per la rivelazione finale e la storia si conclude. Da un punto di vista temporale i confini vanno dall’ingresso nella stanza piena di sedie fino all’arrivo del relatore e al… gran finale (di cui non anticipo nulla) poco dopo l’uscita di scena dei protagonisti, ma l’altro estremo del confine è parecchio indietro nel tempo, almeno fino al giorno in cui i due arzilli vecchietti si incontrano per la prima volta e coprire un arco temporale di circa 60 anni o poco meno.

Quindi si procede con le descrizioni: si scrive, signori, ma nulla di quanto scritto finirà nel vostro racconto così come non se ne trova traccia nell’opera di Ionesco se non per gli innumerevoli accenni presenti nel testo e che riguardano i trascorsi del “Vecchio” (il protagonista maschile).

In questo lavoro di scrittura, tuttavia, è lecito scrivere per se stessi, lavoro facile che non richiede editing o correzione delle bozze: si possono sbagliare tutti i Punti Di Vista, i tempi e anche i congiuntivi. L’unica regola è che sia chiaro a voi che siete i destinatari di questa scrittura.

Sembrerà ovvio, ma per cominciare si deve conoscere esattamente la struttura esatta della storia: quando inizia, chi sono i personaggi e come finisce la storia o almeno un’idea di massima sul finale. Questi elementi non sono statici e immutabili, ma consentono di indirizzare la scrittura.

Si comincia dai confini “esterni” e si descrive la città, la casa dove si trova la stanza, la strada che collega la città a Parigi… Parigi che è andata distrutta per cui quella strada potrebbe nascondere numerose sorprese.

Si scrive di come è andata distrutta Parigi, si scrive di cosa è successo alla Francia e, per sommi capi, al mondo. Si scrive la storia dei due profughi, il Vecchio e la Vecchia, dalla loro nascita al loro arrivo alla città e alla casa in cui abitano e dove lui lavora come “maresciallo d’alloggio” vale a dire portiere.

Poi si passa a descrivere la stanza… se abbiamo deciso, come Ionesco, di svolgere l’intera vicenda in quel luogo, ma già la descrizione della stanza sarà influenzata da quello che abbiamo scritto riguardo la città dove si svolge la storia e i racconti relativi la città, la Francia, il mondo.

Avete mai provato a disegnare su un palloncino? A prendere un pennarello, disegnare un faccione sorridente e poi gonfiarlo? Il Faccione durante il gonfiaggio tenderà a sbiadire e a perdere i suoi connotati.
Provate a fare il contrario: con uno stilo leggero (o un pennarello a punta sottilissima) tracciate il vostro faccione sopra il palloncino gonfio, chiuso con una forcina per capelli o altro oggetto facilmente rimovibile. A disegno ultimato sgonfiatelo. Il disegno sul pallone sgonfio apparirà incredibilmente definito e nitido, ma il pallone starà comodamente in una tasca.

Tolkien ha fatto lo stesso: ha scritto una quantità di racconti mostruosa, tant’è che il figlio ci ha campato e continua a campare con i “Racconti perduti”, “Racconti ritrovati”, “Racconti incompiuti” e via discorseggiando. Poi ha messo in cantiere “Il Signore degli Anelli”, libro unico eh? La suddivisione in tre parti l’ha fatta i suoi editori. Quello che ha tirato fuori è un opera corposa, ma dove ogni singolo elemento narrativo ha una sua precisa connotazione, senza sbavature, senza elementi autodefiniti: c’è una spiegazione per tutto. Leggendo Tolkien non si ha l’impressione di muoversi su di un palco dove gli attori si arrangiano coi fondali di cartone dipinto, ma ci si trova davanti ad un mondo vivo, coi suoi popoli, ognuno con i suoi usi e tradizioni, divinità, tipi di scrittura differenti, modi di dire, stili architettonici (coerenti, tra l’altro) e innumerevoli altri dettagli amalgamati superbamente tra loro e frutto di un certosino lavoro di scrittura a monte (il Silmarillion e gli altri racconti di cui sopra).
Pochi scrittori hanno creato un continuum narrativo così ricco e denso. Ci ha provato la McAffrey coi dragonieri di Pern (un po’ monotematico). Jack Vance col suo Tschai e pure Marion Zimmer Bradley con Darkover o Clive Cussler con la National Underwater Marine Agency o NUMA con la quale ha coinvolto anche figli e amici a produrre romanzi di successo. Gli esempi di romanzi con la medesima ambientazione sono numerosissimi: Twlight, i romanzi della Cornwell, il ciclo dei “Pirati” di Salgari e le storie di Sandokhan, come pure le storie di Asimov dal ciclo dei Robot a quello della Fondazione… e altri splendidi eccetera (ok, a parte Twilight che proprio non mi è andato giù, ma è questione di gusti).
Il bello di lavorare in questo modo è che se l’ambientazione è costruita a dovere, scrivere
diventa più semplice. Non si tratta di “progettare” in senso proprio, ma una volta che hai definito certi elementi narrativi, non devi perdere tempo a ricrearli ogni volta: puoi riproporli e invece di sembrare “uguale a te stesso” offrirai ai lettori abituali un senso di familiarità e appartenenza con l’ambientazione e le vicende dei personaggi fortissimo.

Nihil sub sole novi direbbero gli antichi: sono strumenti ampiamente utilizzati da scrittori di successo e che sto riproponendo in questi articoli al fine di offrire una sorta di compendio o di cassetta degli attrezzi per scrittori dilettanti come il sottoscritto.

Per chiudere questo primo articolo sul world building vi invito a pensare a quale serie di romanzi vi ha colpito, poi provate a riproporla a voi stessi un’altra ambientazione. Chessò… il Signore degli Anelli raccontato in chiave fantascientifica, per dire, con le astronavi di Mordor che sbarcano su Arda e ne avviano la conquista. Poi provate a scrivere minimo una cartella, massimo tre, per raccontare a voi stessi come può apparire questa nuova ambientazione.

In punta di penna – 5

Le mie letture continuavano ad allargarsi: Richard Bach, con il suo “straniero alla terra” si era fatto scambiare per un libro di fantascienza. Altro che alieni: erano aeroplani e rimasi stregato nel leggere quella storia di un pilota e del suo monomotore. La lettura del “Gabbiano Jonathan Livingstone” fu un passo obbligato, ma poi incappai nei magici mondi di Asimov dove accanto alle astronavi ci aveva infilato Giganti, Cavalieri cosmici e Maghi, e in Terry Brooks e le sue pietre magiche di Shannara. Dalle stelle alle stalle direbbe qualcuno, ma fu un vero colpo di fulmine: la narrativa fantasy popolata di elfi, draghi, Nani e tutto l’allegro bestiario mi travolse entrando nella mia vita e da allora non ne è più uscita.
Nello stesso periodo conobbi Dungeons & Dragons: per molti il primo gioco di ruolo e con esso persi ogni possibilità di conoscere una ragazza per altri quattro anni. In compenso conobbi quelli che sarebbero diventati “gli amici di una vita” e coi quali iniziai ad esplorare, se pure solo con l’immaginazione, quei mondi che prima avevo visto dalla finestra di un libro. Recitare nel ruolo di un mago, un guerriero, un elfo (bleah) o di un Nano fu un’avventura incredibile, ricca, piena di emozioni e di sorprese (per tacer delle risate). Per i 25 anni successivi, fino al 24/03/2012 ogni fine settimana c’è stata la partita con gli amici e guai a toccarla. Cos’è successo 24/03/2012? Mi sono sposato… qualcuno direbbe “Alleluja!”, ma ci sarebbe voluto tanto, tanto tempo e una donna davvero paziente.

Giunto faticosamente alla fine triennio mi sentivo forte, capace di scrivere storie finalmente credibili (come se giocare di ruolo mi avesse dato una marcia in più) e avevo preso a detestare la prof di Latino e Italiano. Non avevo più l’insegnante del biennio che si era pensionata. La nuova insegnante proponeva dei temi bellissimi, oltre a quelli tipici di indirizzo così di fronte alla scelta se parlare di “Ariosto e il senso epico nell’Orlando Furioso” e “La tecnologia informatica può arrivare a produrre un intelligenza artificiale?” (l’assenza di apostrofo è voluta: si tratta di cronaca!) io non avevo dubbi: da novello programmatore e divoratore di riviste di informatica (ai tempi c’era McMicrocomputer, tra le altre) ero aggiornatissimo e ne sapevo abbastanza da rispondere in modo convincente.
Il mio italiano era mediocre, o almeno questo ho creduto finché sono giunto al quinto anno, quando spedii ad un concorso letterario un mio scritto… la storia del mio incontro con Otto Lidenbrok e quel libro fatale che mi ha aperto le porte della lettura.
Il concorso lo aveva indetto la rivista “Millelibri” che ha cessato le pubblicazioni nel 1997 e che avevo preso a seguire con un certo interesse perché suggeriva letture ottime, di ogni genere.
Storia scritta col cuore piazzato in punta di penna, nella quale non solo dichiaravo tutto il mio amore per la letteratura di ogni epoca, ma mi candidavo a diventare scrittore a mia volta per il puro piacere che condividere con altri questa mia passione mi procura. Vinsi il secondo premio, una telecamera.
Il preside fu informato dal direttore della rivista  e mi chiamò nel suo ufficio. Proprio durante l’ora di italiano. La professoressa mi apostrofò in malo modo dicendomi “chissà cosa avrai combinato”. Io sospettavo, ma non dissi nulla e continuai a non dire nulla fino a due settimane più tardi, quando con la mia telecamera nuova ripresi un filmato durante la rituale “cena coi professori” per festeggiare la fine del V anno.
Fu una doppia soddisfazione: nel mentre che spiegavo all’erudita professoressa che cosa avevo fatto per vincere quella telecamera vidi il suo volto (filmato!) diventare via via più algido, rigido e con un colore “fuori dallo spazio” per dirla alla Lovecraft. Una specie di verde malsano e tutt’altro che piacevole da guardare. Ebbe il coraggio di dirmi che “finalmente mi ero deciso a scrivere bene” e “peccato che io non mi sia deciso prima ad operare questo cambiamento: le avrebbe senz’altro fatto piacere” e mentre stava per prendersi il merito delle sue lezioni circa il mio modo di scrivere venne interrotta dai rappresentanti di classe che posarono, senza troppe cerimonie, un pacco di cartone voluminoso e pesante, sotto al naso della gentildama.
Il calvario della prof era ancora lontano dalla conclusione. Tra gli invitati di quella gloriosa serata c’era anche la bibliotecaria e quel pacco, dall’aspetto anonimo e grave, era per lei.

Se ritrovo quella videocassetta giuro che la faccio digitalizzare e poi la condividerò su Youtube.

La prof di Italiano (di cui non faccio il nome), docente di Italiano e Latino, allieva di Ettore Paratore buonanima, per tutto il triennio si era vantata di quanto erano bravi i suoi allievi, che traducevano con medie altissime Seneca, Livio, Cicerone e tanti altri autori… e devo dire che Seneca fu il più difficile da tradurre. Fino al quinto anno arrancavo con la media del 7 faticosamente ottenuto a suon di esercizi e studio. L’altro che studiava latino prendeva addirittura 9 e talvolta 10. Tutti gli altri usavano il traduttore: prima del compito chiedevano alla prof chi sarebbe stato l’autore della versione e lei, tranquillamente, lo rivelava…  e poi manteneva quanto detto! Al che i cari compagni di classe facevano la colletta, ordinavano tre-quattro edizioni differenti di vari traduttori inter-lineari dedicati a quell’autore e poi via: tutti a copiare come disgraziati.
I più smaliziati avranno intuito perché la classe aveva una media tanto alta. Quello che forse è sfuggito è che la professoressa in questione era stata l’artefice di questo “miracolo” rivelando l’autore con una decina di giorni di anticipo, ma guardandosi bene da condividere il suo rivoluzionario metodo di insegnamento ai colleghi.
Al quinto anno anche io e l’altro studioso decidemmo di servirci dell’ottimo servizio di traduzioni, che nel frattempo aveva valicato i confini della classe e raggiunto tutta la scuola: ogni giorno venivano distribuite almeno un paio di versioni a qualche classe bisognosa di aiuto. I sistemi erano più vari, ma puntualmente i foglietti con la traduzione corretta venivano recapitati e i colleghi studenti salvati da una ignominosa figuraccia.
Quella sera in pizzeria, consci che la fornita biblioteca di traduttori interlineari non sarebbe più stata necessaria, donammo tutti i libri alla bibliotecaria, sotto al naso della prof. e di tutti i suoi colleghi presenti alla cena.
Se nel vedere la mia telecamera era diventata verde, di fronte a quel blocco di libri dai nomi ora carichi di dolci ricordi: Ovidio, Cicerone, Marziale, Seneca… e tanti illustri eccetera, l’odiata prof. divenne cianotica.
Si sarebbe pensionata con tre anni di anticipo.
Nel frattempo la maturità era in dirittura d’arrivo. Io come al solito studiavo poco, ma complice il successo “letterario” del concorso e di un racconto pubblicato su una rivista (l’ormai defunta MC Microcomputer), decisi di proporre la mia raccolta di racconti ad un editore.
Così telefonai alla casa editrice Fanucci e presi un appuntamento volante. Mi ricevette un signore azzimato e molto cordiale col quale parlai di fantascienza, fantasy… e di un mio racconto sul quale venni stroncato senza pietà, ma pure incoraggiato a continuare. Quel signore si chiamava Gianni Pilo, bontà sua: ho riletto quel racconto poco tempo fa… e io sarei stato più cattivo.

Il signor Pilo, curatore dell’opera omnia di Lovecraft, autore di romanzi e saggi, mi dedicò mezz’ora del suo tempo e mi diede i rudimenti su come rendere una storia interessante.
Rileggendo i miei lavori dell’epoca e quelli attuali, mi rendo conto che ancora non sono riuscito del tutto a metterli in pratica… ma posso sempre migliorare.
Ed ecco che arriva il gran giorno: nervi a fior di pelle, studio h24/7 (inutile! Avrei fatto meglio a prendere il sole) complici genitori e altri 4 fratelli che sono più tesi di me, e arriva la prova di italiano. Tema di indirizzo: La Fantascienza.
Sbonk.
Rido, piango, salto sulla sedia gridando Yahooo! Vengo invitato a tacere e poi mi metto a scrivere. Scrivo tutto: Asimov come divulgatore, come sono costruite le sue storie, quali personaggi, i temi centrali della sua “poetica”, i robot e le tre leggi… tutto. Fui costretto a chiedere altri due fogli, consegnai il lavoro mezz’prima della fine, dopo una correzione sommaria e, fortunatamente, efficace.
Il mio tema fu uno dei tre che, nella commissione, prese dieci come voto. Tutti gli altri che scelsero quel tema presero voti compresi tra 8 e 3 le insufficienze superarono di gran lunga le sufficienze.
Il motivo lo compresi durante la prova orale: il commissario di italiano era un grande appassionato di fantascienza. Magic Moment. L’interrogazione, dopo aver messo da parte Manzoni e i promessi sposi, fu incentrata su Asimov e il suo mondo. Almeno quella parte andò a meraviglia, mentre matematica… uff… lasciam perdere eh? Dico solo che riuscii a sfangare una risicata sufficienza grazie ad un esercizio risolto in modo creativo. Invece di stare a perdere tempo dietro alle elucubrazioni del funzionario che aveva elaborato il quiz notai che nella figura associata al quesito c’erano rette parallele e angoli di 30° e 60°. Risolsi il quesito in 5 minuti applicando la geometria studiata al III anno. Soluzione inappellabile e commento del professore “Sì è corretto, in effetti si poteva risolvere anche così…”
Sembrerà strano, ma finito il liceo non ho più avuto alcuna voglia di scrivere e per quanto ci provassi non mi è riuscito più di scrivere alcunché, nulla di serio perlomeno. La storia di Conrad è nata in quel periodo, ma tanto l’ambientazione che il protagonista erano molto diversi così finirono nel cassetto insieme a tanti altri racconti “smozzicati” e lasciati incompiuti. Sono stati ventidue anni di blocco e non mi son piaciuti per nulla.

In punta di Penna – 3

E così eccomi  alle medie statali: niente più suorine come prima.
Grazie ai miei genitori e alla scelta della scuola, situata in via IV novembre, quei tre anni furono una vera rivoluzione.
Fino alla V elementare, infatti, per me il mondo era quel breve spazio compreso tra il civico 8 (casa mia) e il civico 10 (scuola) con alcune parentesi per andare dai nonni e al catechismo.

Penso che se adesso dico che una delle materie in cui mi riuscì di andar bene fu religione nessuno se ne stupisce vero? Dopo tutto è dal 1978 che giocavo a fare il dio, se pure pagano e l’esperienza me l’ero fatta in prima linea. Scherzi a parte il professore era un prete E un teologo dotato di una cultura non comune, oltre che una discreta apertura mentale… discreta per un prete, s’intende, per cui si poteva anche provare a confutare l’esistenza di Dio, ma poi ci si ritrovava a convenire con lui (pena un’altra ora di tritamento di attributi) che si trattava solo di un’idea totalmente assurda. Così, complici due zii preti in famiglia, la mia preparazione in materia di antico e nuovo testamento era sopra la media e, complice il prelato-professore che sapeva fare anche il mestiere di insegnante, mi ritrovai a studiare religione.

C’è poco da ridere: le antiche scritture, anche se tradotte e massacrate dai preti, hanno un fascino incredibile specie se si pensa a quanto sono antiche… si portano sulle spalle più di 5000 anni per la Bibbia e 2000 per il Vangelo e atti vari. Studiandoci un po’ sopra si scoprono altarini niente male come la storia del cammello e della cruna… che passa per Gena e i suoi camalli. La parola maltradotta viene dal vangelo di Luca, scritto in greco intorno al 70 dC o giù di lì e il traduttore, giunto di fronte alla fatidica frase “…è più facile che un Kamilon passi per la cruna di un ago…” commise un errore di stOmpa ante litteram e tradusse kamilon con kamelon. Solo che kamilon è l’antenata delle moderne sagole d’ormeggio, mentre kamelon è il giubbuto mammifero che ancora oggi è simbolo di oasi e avventure tra palme e oceani di sabbia. Ricordo la lezione come se fosse ieri. Le altre un po’ meno, ma quel giorno capii che a grattare un poco la superficie di un testo può uscire fuori di tutto. E i camalli che c’entrano? La radice “kamil” nelle lingue derivate dall’aramaico indica un sacco di cose legate alle attività portuali, in tutto il medio evo i navigatori per eccellenza sono stati gli arabi e molto del gergo marinaro parlato ancora oggi risente di quell’influenza. Quindi se pure c’erano dei dubbi circa l’esatta traduzione del vangelo esistevano fonti alternative che avvaloravano l’ipotesi “sagola” al posto di “cammello”. Al che un certo ragazzino alzò la mano e domandò “ma una volta chiarito l’errore, perché non è stato corretto?” e il buon prete rispose “perché la volontà di Dio era di rendere chiaro il concetto con un forte contrasto e allora il cammello andava ancora meglio della sagola da ormeggio”.
Tutta pubblicità, insomma. Infatti risposi proprio così e il prete ne convenne, dicendo che fare pubblicità alla parola di Dio è cosa buona e giusta. Quello era il segnale che ogni ulteriore commento avrebbe innescato il tritamento di cui ho accennato prima, dunque era il momento di cessare le domande e tornare alla lezione.
Tutti i professori che ho incontrato alle medie erano persone di valore come quello di religione, solo che me ne sarei accorto molto tempo dopo. Se ho imparato a guardare “dietro” lo scritto di un testo e pormi domande circa le fonti, la traduzione (se proviene da un’altra lingua) e quali fossero le reali intenzioni di chi scrive lo devo a quell’uomo e al modo in cui riusciva a stuzzicare la curiosità degli studenti. Non so quanti di voi abbiano studiato religione a scuola e che ricordo avete delle lezioni. Quando in aula entrava “il prete” calava il silenzio e stavamo tutti in ascolto: per quanto certe volte fosse un “rompiballe” aveva sempre qualcosa di interessante da raccontare.

In quei tre anni tanto intensi quanto diversi mi ritrovai da una parte con la mia famiglia che mi fomentava dicendomi che ero un genio perché avevo imparato a leggere e scrivere prima di tutti gli altri, dall’altra c’erano quelle persone meravigliose dei miei insegnanti che rilevavano con orrore la vastità delle mie lacune in matematica, italiano, storia, geografia… no, quella no: grazie a Verne avevo recuperato tutto ed ero pure avanti. Però matematica e scienze ero un mezzo disastro: conoscevo orbite e periodi di tutti e nove i pianeti, sapevo cos’erano l’itterbio e la differenza tra U235 e U238, ma non avevo la più pallida idea di come si risolvesse un problema geometrico. Perfino in educazione fisica ero un disastro su due gambe, ma del resto con due genitori che “scendi dall’albero che ti fai male! ” o “Corri ma non sudare!” e altre amenità del genere, per me fino a quel momento la “ginnastica” era una tortura settimanale con una specie di istruttore simil-nazista assoldato dalle suorine. Ci fu anche un tentativo da parte di mio padre: “Per imparare a nuotare ti tiro in acqua e tu esci” e grazie a questa simpatica esperienza sono rientrato in acqua senza ciambella superati i 13 anni.
Il mio cruccio peggiore era la scrittura. Non avendola mai esercitata per cinque anni, tranne un breve periodo in quinta elementare, la mia calligrafia sembrava un’altra lingua, della quale ora ho dimenticato pietosamente i rudimenti. Sapevo leggere, sapevo disegnare le lettere, ma la scrittura in corsivo… nyet, l’avevo persa per sempre, complice anche una professoressa di italiano dolcissima e fin troppo abile nel decifrare i miei geroglifici. Alle medie avrei avuto bisogno di qualcuno che mi dicesse quello che non mi era mai stato detto alle elementari, non di interpretare la mia scrittura.
Tuttavia mi ero messo in testa l’idea di scrivere storie. Me ne venivano in mente decine e fu mortalmente frustrante non trovare nessuno disposto a leggerle… perché, come ho detto, ero convintissimo di essere un “bravissimo scrittore”. Tale convinzione, corroborata dai miei genitori che mi dicevano “sono i tuoi professori che non ti capiscono”, perdurò fino al 1985 quando andai per la prima volta al liceo.
Scelsi lo scientifico e insistetti per andare ad una scuola che fosse vicino a casa, anziché al centro di Roma.
La perdita della capacità di scrivere era stata solo l’inizio.
Le ragazze? Scoprii che erano interessanti, ma pure più irraggiungibili della Luna.
Ovviamente anche qui, dalla mia famiglia arrivarono messaggi assurdi tipo “sono tutte puttanelle, lascia perdere”.
Adesso che scrivo questo articolo, se ci ripenso, mi incavolo come una bestia: ho una figlia che mentre scrivo dorme beata nel sonno dei suoi quattro anni. Se tra meno di dieci anni qualcuno oserà chiamarla puttanella scriverò “perché certe cose non si possono dire ad una ragazzina” sopra la mazza da hockey su prato (autocostruita) che tengo in cantina per ricordo e che somiglia più ad una falce e poi imprimerò alla spiegazione sufficiente energia cinetica in modo che giunga in testa a chi ha insultato con l’intensità appropriata a lasciare un segno tangibile.
Invece, completamente succube dei miei genitori e con in testa una pseudo morale che di cristiano aveva solo la facciata, a quell’epoca accettai il giudizio paterno e considerai accettabili alternative ad un rapporto con l’altro sesso.
I libri: sempre a portata di mano e subito disponibili erano l’alternativa perfetta per una fuga in un luogo sicuro e lontano da giudizi lapidari, anzi: vedermi curvo sui libri, per i miei genitori, era motivo di orgoglio quindi tanto valeva continuare. Poco importava se invece di “storia e geometria” leggevo Trilussa e Calvino.
In realtà c’erano due o tre cosette che avrei dovuto considerare, come il fatto che le ragazze mi consideravano “strano”: ma agli occhi dei miei genitori ero sempre a) Bellissimo, b) Un genio, c) Col “fisicaccio”. In realtà ero un preadolescente con seri problemi psicologici, biondo con gli occhi azzurri (questo sì) e con un certo intuito che sopperiva alla carenza di studio in modo a volte accettabile, ma quanto a “fisicaccio” lasciamo perdere. Avevo la coordinazione di un bradipo e nessuna resistenza fisica.
E infatti…
I cinque anni del liceo divennero subito sei, perché al primo anno venni bocciato senza speranza: non sapevo più scrivere, non riuscivo a concentrarmi nello studio (e grazie: in otto anni mai nessuno si era preso la briga di dirmi come si studia, ma solo a ordinarmi di farlo e per i primi cinque non avevo mai aperto libro o quasi) e passavo le mie giornate a leggere libri di narrativa varia… la logica prosecuzione dei testi di Verne. Al liceo scoprii la biblioteca di istituto e lì dentro Asimov, poi Bradbury e Clarke e senza saperlo scoprii l’ABC della fantascienza, che proseguì con una soddisfacente carrellata fino a Zelazny. Scoprii Poe e poi il mitico Lovecraft, imparai a programmare in Basic e a scrivere in stampatello minuscolo così da aggirare il problema della scrittura in corsivo, scoprii gli scout e cominciai ad appassionarmi a qualcosa che fino a quel momento un topo di biblioteca come me non aveva mai considerato: la vita all’aria aperta.
Con gli scout entrerà nella mia vita la mia prima… uh… fidanzata. Qualcuno penserà “era ora” e invece…

Piacevoli Sorprese…

Dopo un articolo “de fuego” pubblicato dall’amico Penna Blu ho avuto un leggero sospetto anche io. E se qualcuno mi avesse copiato i contenuti del blog? Poco importa: è sotto licenza CC con il solo vincolo della citazione. Però sono andato dal mio amico Google a chiedergli “Scusa, hai mica visto testi come i miei in giro per la rete?” e il motore di ricerca mi ha risposto, prolisso come al solito, che no: non c’è nulla. Poi, già che c’ero, ho cercato il mio libro. Dopo qualche secondo ho realizzato che invece di leggere la solita serqua di siti pirata che promettevano, previa installazione di qualche megabyte di porcherie informatiche, il download del libro in questione c’era una serie di siti che recensivano il libro o ne offrivano un’estratto più o meno parziale per permetterne la valutazione.
Eccoli:

http://www.sviluppomontagna.it/libri/il-torto/

http://peccati-di-penna.blogspot.it/2017/02/pagina69-84.html

http://it.paperblog.com/pagina69-84-il-torto-le-cronache-di-tharamys-vol-1-di-andrea-venturo-self-3479721/

…che dire: grazie! Se ho venduto ben due copie il primo giorno di pubblicazione lo devo anche a voi!