Avatar

No, non il film.

Deriva dalla resa anglosassone della parola sanscrita अवतार Avatāra e che indica l’apparizione o la discesa sulla terra della divinità avente lo scopo di ristabilire o tutelare il Dharma… l’ordine naturale delle cose, la legge divina… insomma credo abbiate capito.
Ora immaginatevi per un momento nei panni di Visnu e che nel vostro mondo le cose non stiano andando come avete previsto.

Stato A
Prendete il controllo della persona, delle persone che commetteranno un torto alla vostra “legge” e le costringete ad agire come avete deciso voi, in barba a quello che sono loro. In fondo: anche un maialino si arrampica su un albero quando viene adulato! (citazione)

Stato B
Scendete voi stessi scegliendo un corpo adatto alla vostra persona (un avatar, appunto) e sistemate le cose facendo sfoggio di fenomenali poteri cosmici, talvolta celati sotto forma di colpi di fortuna sfacciata (uno in fila all’altro) per non dar troppo nell’occhio.

…e poi c’è C come la fortuna quando ha la prima lettera maiuscola.
Riavvolgete il nastro del tempo, inserite “a monte” una serie di piccoli eventi e/o uno o più personaggi differenti e spingete tutta la storia nella direzione che avete previsto riscrivendola o riscrivendo la parte in questione. Se non funziona si ritenta e si ritenta finché le cose non vanno proprio come devono andare, ma senza aver “violato” il libero arbitrio… ma in fondo: se no che gusto c’è ad essere onnipotenti?

Perché questo incipit tanto strano?
Quando uno scrittore è all’opera parla sempre di sé stesso, del suo mondo, del suo modo di guardare le cose. Quanto più è abile, sensibile, capace… ecc… riesce a distaccarsi dalla propria realtà e usarla per guardare con gli occhi di un altro. Qualcosa di suo rimane sempre, alla fin fine è lui o lei che scrive, ma questo cambiamento permette a chi legge di immedesimarsi ed entrare lui nella vicenda. A mio avviso è la differenza che passa tra un bravo scrittore e uno che deve ancora imparare parecchio. Non che uno bravo non debba imparare e migliorarsi, ma almeno ha capito che si scrive per chi legge e non per sé stessi.
Poco prima di scrivere questo articolo ho letto la recensione scritta da Luca F. Morandi, un Blogger e un appassionato lettore (oltre che molte altre cose tra cui, da pochi giorni, anche laureato, congratulazioni Dottore!),  su un libro di cui non dirò il titolo. Nella recensione Luca parla dell’autrice e del suo personaggio principale che compie imprese mirabolanti e a volte apparentemente impossibili come spingere via l’uomo che la sta strangolando (sì anche il personaggio principale è una lei) e spedirlo a infilzarsi contro la lancia del compare e rimanere illesa.
Miracolo!
Vi ricorda nulla? Nella recensione Luca fa presenti errori come questo (cattiva gestione delle scene dinamiche), errori di punteggiatura ancora da limare e una certa ingenuità a livello di trama che consente al lettore di prevedere con largo anticipo gli esiti della storia. Per contro fa un raffronto con un libro precedente dell’autrice e apprezza il miglioramento dello stile e lo sforzo di produrre un testo migliore. Lo Sforzo vince sempre, lo dico sempre, ma battute a parte è stato corretto nei confronti di autrice e lettori mettendo in evidenza punti di forza e debolezze del libro in modo imparziale.

Spesso capita che in una narrazione ci sia l’avatar dell’autore: talvolta è un gioco voluto e controllato dall’autore stesso, come in alcuni romanzi di Clive Cussler dove passa proprio Clive Cussler che dà una mano al personaggio e poi sparisce. Altre volte sono personaggi “epici” che sopravvivono in modo un po’ rocambolesco e divertente. Molti sospettano che il “Nano” Tyrion Lannister sia l’avatar di Martin in Games of Thrones.
Altre volte l’autore risolve il conflitto ammantandosi da supereroe per cui finché il personaggio è sé stesso si comporta e agisce “da personaggio”, quando però veste i panni dell’eroe si trasforma completamente e diventa un altro. Vedi alla voce Zorro, Green Arrow, Batman, Superman… ecc…
Sembra un tocco di schizofrenia, forse, ma nel caso degli eroi mascherati ci può stare.

Chi scrive però dovrebbe tenere a mente che quello “sotto la penna” è un personaggio e in quei panni ci entrerà qualcun altro, il lettore presumibilmente. Scrivere usando un personaggio come avatar porta a trascurare dettagli che per un lettore, cui manca tutto il background dell’autore e conosce solo quello che viene mostrato dal testo, invece sono fondamentali. Se manca l’immedesimazione viene meno tutto il patto narrativo e la storia diventa difficile e pesante da seguire. Cosa si ascolta più volentieri? Un affabulatore esperto e capace di regalare emozioni, o l’amico fanfarone e un po’ logorroico col complesso del barone di Münchausen?

Uno scrittore in “Stato A” sta scrivendo male, tratta i personaggi come marionette e attrarrà lettori cui piacciono le marionette. Belle eh? Non dico di no, ma allora meglio andare a vedere le marionette a teatro, piuttosto che ritrovarsele di carta stampata.

Uno in “Stato B” invece ama il proprio mondo e ci si tuffa dentro, il che è già un bel passo avanti e nel momento in cui riuscirà a staccarsi dai propri personaggi e a lasciarli liberi di agire limitando i propri interventi al necessario per innescare la trama… eh, diventerà davvero bravo. Immagino sia per questo che Luca abbia incoraggiato l’autrice nella sua recensione. Io una che mi sbaglia la punteggiatura la stroncherei, se fossi senza peccato.

Uno in stato C sta lavorando duramente e se si accorge che c’è qualche errore, qualche incoerenza “riavvolge il nastro” ovvero salva il pezzo che gli pare sbagliato e riscrive da capo e poi se non funziona o col nuovo pezzo emerge qualche altro errore pregresso… ricomincia con infinita pazienza e attenzione, finché panta rei tutto scorre.

Sono stato in “Stato B” per parecchio tempo, convinto di saper scrivere. La prima versione di Conrad era nerboruta, si chiamava Kane, picchiava come un fabbro, lanciava le palle di fuoco e dispensava fenonmenali poteri cosmici spacciandosi per un inetto salvo poi stupire tutti mostrando di essere un semidio un po’ in tutto. Ahemm. La prima versione del Torto era molto diversa.

Bon. Ora si chiama Conrad Musìn, ha 12 anni, sporca i calzoni se la paura è troppa, di esagerato ha l’opinione di sè stesso, riesce a lanciare un incantesimo (da intrattenimento) dopo ore di preparazione e cerca disperatamente di far colpo su una ragazza… insomma un adolescente con tempesta ormonale in arrivo (anzi ormai già arrivata) e una vita un pelino movimentata.

Nel caso dei guai di Conrad eccomi, sono io il colpevole, quello che se dice “Potrebbe piovere” gli garantisce un diluvio sulla testa. Ho cercato in tutti i modi di tenere lontano Conrad da me, lasciarlo crescere e farlo diventare il personaggio che è adesso. Insomma sto passando allo stato C un poco alla volta. Mi piace ancora tuffarmi dentro la narrazione nei panni del personaggio su cui ho il punto di vista. Che casino quello. Interno, esterno, non focalizzato, focalizzato… argh! Il gioco di ruolo non prepara minimamente a questa parte della scrittura. Si parla sempre in seconda e terza persona, mai in prima e il punto di vista è sempre multiplo. Però mi sforzo di trattare i personaggi da personaggi e non come se fossero dei “posseduti” che dicono di essere una cosa e poi agiscono tutti allo stesso modo, cioè come se io fossi al loro posto e avessi i fenomenali poteri cosmici del demiurgo che sono. Questi sono onanismi mentali che, per quanto divertenti, annoiano chiunque altro legga i miei testi. Tipo l’articolo che, per motivi a me imperscrutabili, sei riuscito a leggere fino a qui.
Ti è mai capitato di scrivere storie di tipo A o B?

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Bestemmie Contumelie e Insulti

I Malichani son gente di montagna. Silenziosi, operosi e poco inclini a manifestazioni d’affetto pubbliche, sanno tuttavia essere assai coloriti e schietti quando si tratta di mettere in piazza il proprio disappunto sia esso rivolto verso gli uomini, gli dei o la natura.
La lingua malichana l’ho derivata per buona parte dal francese, con un po’ di commistioni savoiarde e catare (viva internet. Se avessi dovuto fare qualcosa del genere il secolo scorso avrei dovuto procurarmi tanti di quei libri che sarei diventato matto soltanto per trovare il tempo di leggerli tutti), ma quello che mi diceva sempre la mia insegnante di latino del biennio (sottolineo questo aspetto, perché quella del triennio è stata… be’, scorretta come minimo) era che se vuoi veramente imparare una lingua devi cominciare dagli insulti. Questo rende il giapponese una delle lingue più difficili da imparare, ma il latino… eh, Marziale è stato illuminante per capire il resto.
I francesi, visto che anche loro parlano una lingua romanza, di insulti e contumelie ne hanno pure da vendere: Còn, cochon, idiot, etròn (devo spiegare?) e via discorrendo sono i tipici insulti che volano quando una discussione comincia male. Hanno poi un capitolo a parte per “les sagraments” o bestemmie che dir si voglia. Tenere a mente che qualunque cosa cominci per Sacrè (attenzione a quell’accento: fa tutta la differenza del mondo) è l’equivalente di Porco… qualcosa, anzi, qualche dio. Da notare che deriva direttamente dal latino “Sacer” che vuol dire sacrilego, blasfemo. Illuminante fu una mostra che visitai nel 2013 durante un viaggio in Canada e dedicato proprio a “Les Sagrements”. Il paesino, di cui non ricordo più il nome, si trovava da qualche parte tra il San Lorenzo e la penisola della Gaspesie e gli occhi ci caddero su questa strana mostra di “bestemmie”. Ingresso gratuito. WOW! Una lezione di antropologia coi fiocchi. Tutta in francese, d’accordo, ma gli abitanti del Quebec sono francesi, si sentono francesi e eccedono nell’iperformalismo per cui la loro pronuncia è spesso eccessiva. Ne segue un dialetto che fa della dizione e della chiarezza il suo punto  di forza. Capire un canadese francofono è molto più semplice che capire un parigino e se ti scappa una parola o due in inglese (a patto di far capire che sei un turista) o in un altra lingua, ti capiscono lo stesso e si sforzano di farsi capire usando addirittura l’inglese. Non cominciare MAI una conversazione in inglese. Non in Quebec. Sarebbe male.
Tornando a bomba su bestemmie e contumelie: Sàcre Cœur è la chiesa del Sacro Cuore a Mont Martre (Parigi), ma sbagliare accento e dire “sacrè-cœur” è un errore che può costare caro se nelle vicinanze c’è la persona sbagliata. E dunque creare giochi di parole tra parole “sacre” e “profane” è uno dei passatempo preferiti di francesi e francofoni. Qualcosa del genere l’abbiamo anche noi, per esempio “Ostrega!” o “Maremma”. La prima se la prende con l’Ost-ia, il pane consacrato. La seconda con la Madonna, cui riprende inizio e metro.

Altre imprecazioni possono avere origine da fenomeni sociali o urbani. Leggendo Salgari mi sono spesso imbattuto  in “Tonnèrre”, esclamazione spesso associata a qualcosa di pesante. Tuttavia in francese non c’è una imprecazione simile. Dove l’avrà trovata il buon Emilio?
Si riferisce al colpo di cannone che veniva sparato dal castello di Brest alle 6 e alle 19 per segnalare l’inizio e la fine delle attività. Lì per lì non avevo ben compreso il senso della bestemmia. Mi ero immaginato altro. Poi ho riflettuto: a Brest, lle 6 del mattino, c’era qualcuno che invece di suonare una tromba o un delicato carillon di campane per risvegliare la città, tirava la cordicella del cannone e faceva partire un colpo a salve. Quanti moccoli tiravano secondo voi gli abitanti della città sottostante a doversi svegliare in quel modo? Quanti ne tirereste voi? Tonnerre non la posso usare: nella mia ambientazione non ci sono cannoni e nessun metodo tanto brutale per “segnare il tempo”. Campane e campanili, gong, il messo municipale che gira gridando “è mezzanotte e tutto va bene!” sì, ma cannonate non ce ne sono e quindi la parola così non la posso mettere neanche come citazione… ma… l’idea che c’è alla base sì ed è stata una genialata da parte di Salgari che intendo copiare a mani basse.

Così una prima bestemmia tutta malichana è Sacrèbar(iere) che fa un po’ il verso a Sacrèbleu (riferita al sangue di Cristo), ma che in questo caso se la piglia con la sacra barriera donata da Dar a protezione dei suoi fedeli e di chi beneficia del dono della magia. Per la quale tutti pagano una tassa, anche i non maghi. Un buon motivo per bestemmiare, se si è un commerciante o comunque uno che non gode di pieni diritti civili come invece chi la magia la sa padroneggiare.
Un altro insulto è montreux. La Montre è l’orologio (in francese sarebbe orologia, perché declinato al femminile). Orologioso è privo di senso in questo contesto. Tuttavia in occasione del secondo millennio dalla fondazione, fu costruito in Champ Malichar  il monolito su cui ogni giorno i cittadini di Lavill’ vedono giorno, ora e previsioni metereologiche.
Dato che in sei secoli il manufatto non ha mai indovinato una previsione che fosse una, talvolta procurando seri problemi agli abitanti che invece del sole si son ritrovati con una tormenta fuori stagione, la Montre de Champ Malichar è diventata oggetto di contumelie e montreux indica chi è affidabile quanto l’orologio in questione.
Mèrde è rimasto inalterato, del resto l’allevamento del bestiame è una delle industrie più diffuse anche tra gli utenti di magia e la materia prima è sempre abbondante.
Disnémêr’ invece è un insulto tutto locale, unione e poi contrazione di Disnéur (mangiatore) e merde (contratto in mêr) che non richiede spiegazione. Usato per indicare uno talmente stupido da mandar giù qualsiasi spiegazione. Da notare che tutti gli insulti sono incentrati suprattutto sulle capacità mentali, ma in un luogo dove la principale attività del paese è lo studio e la ricerca, se pure in campo magico, che altro ci si può aspettare?

Lo studio continua, ma il collegamento tra le attività produttive, sociali, religiose e scientifiche e le rispettive imprecazioni esiste. Gli unici che sagramentano poco e malvolentieri sono proprio i maghi. Le parole hanno potere e una bestemmia detta al momento sbagliato può avere conseguenze letali, senza bisogno di scomodare alcun dio.
Parbleu, mondàr e nomdœil richiedono una piccola spiegazione.
Parbleu non è la traduzione di perbacco, bleu è un gioco di parole con la locuzione “sangue blu”, i nobili, vale a dire i maghi e quelle imprecazioni leggere che cominciano per “Per” come “Per mille fulmini” o “Per la barba di…” ecc… Parbleu è “per il sangue nobile dei maghi”.
Mondàr invece è l’equivalente di Mon dieu! Ovvero mio dio! Solo che da queste parti si prega Dar il dorato, facile.
Infine nomdœil è la più difficile da capire se non si vive da queste parti. Durante i primi secoli di vita i malichani non si allontanavano troppo dalla Val D’Amber e dalla sua minuscola barriera, che all’inizio della Val du Tancour scendeva ben al di sotto del 10%.
Oggi (cioè all’epoca in cui sono ambientate le Cronache) ha questo valore ben oltre il confine politico dove vale circa il 30% (cioè su 100 incantesimi sbagliati 30 non hanno colpi di ritorno di sorta).
L’etimologia è la seguente: le valli malichane erano già libere dai ghiacci 2600 anni fa, ma infestate da beholder, les Yeux. Un beholder (segui il link) è una bestiaccia di per sé, ma avere a che fare con un nido di queste creature è un incubo senza pari. Si comprende allora il senso di nomdœil, nome d’occhio. Nom de diable era un’altro “sagrement” un’altra bestemmia assimilabile a “porco diavolo” perché nella prima sillaba “di”… si poteva celare anche un altra entità che inizia con la stessa sillaba.  In questo caso invece è proprio un invettiva contro gli occhiuti e pericolosissimi infestatori delle montagne malichane. Anche se i maghi gli hanno dato una caccia spietata, anche se la barriera sempre più forte di anno in anno li tiene sempre più a distanza, ogni tanto qualcuna di queste creature riesce ad attaccare uno dei villaggi più remoti e ad arricchire la propria dieta con carne umana. Un’imprecazione contro di loro ci sta tutta.
Viceversa alcuni atteggiamenti tipici di altri popoli, tipo aggredire direttamente elementi della religione di stato, non sono proprio tollerati e si rischia grosso.
Le biblioteche pubbliche sono i templi dove, ogni dieci giorni, i malichani si recano seguire lezioni di qualche tipo. Saper leggere e scrivere è un “sacro dovere” e imprecare contro queste attività è visto proprio male: si rischia il linciaggio e siccome il clima è rigido, si preferisce il rogo all’impiccagione che così ci si scalda un po’ tutti.

Le “Gilde”

Il Termine “Gilda” è molto abusato nel fantasy, così mi son messo a fare un poco di ricerca.

GILDA. – Il nome di gilda, di origine ed etimologia incerta (probabilmente dall’anglosassone gylta “sacrificio”) è uno dei numerosissimi termini con cui nel Medioevo s’indica il fenomeno, comune a tutti i popoli, dei vincoli associativi fra gruppi professionali (corporazioni di mestiere, arti, scole, frataglie o fraglie, paratici, gremî, mestieri, maestranze, jurandes, Zünfte, Inungen, e così via). Ci si potrebbe quindi limitare a registrare la parola, rinviando per il contenuto alle voci “arte” e “corporazione”, sotto le quali l’argomento è trattato nella sua parte generale, se nei paesi del N. e del NE. di Europa (specialmente nei paesi fiamminghi, anglosassoni e scandinavi), dove il termine gilda è stato più frequentemente usato, non si manifestassero nella vita e nelle funzioni delle corporazioni alcuni caratteri differenziali che contribuiscono a dare a quel termine un significato particolare.”

Insomma era una parola per indicare un’associazione, anzi proprio un suo sinonimo e che non aveva una connotazione precisa che ne indicasse scopo, funzioni e caratteristiche. In sostanza parlare di “Gilda dei Mercanti” o di “Conf-qualcosa” e di “Gilda dei Ladri” è la stessa cosa. Se mi si permette: è come accomunare una onesta associazione di categoria ad una associazione per delinquere. Così ho cominciato a dare ad ogni “associazione” un termine che la rendesse unica.

Niente più “Gilde” o non solo quelle. Anche perché nel dialetto veneto i termini più in voga erano “Congrega”, “Fraja” e “Sciapo”, così ho affiancato al termine “Gilda”, tenuto solo per ricordare al lettore di cosa si tratta, termini più precisi come quelli elencati poc’anzi.
Che poi, a pensarci bene, spesso si tratta di vere e proprie società con un numero di soci molto variabile, compreso tra una decina come nel caso della “Mano di Merat-Asua” i cui soci sono “le dita” e il loro capo si fa chiamare Mano o semplicemente M (doppia citazione: la Famiglia Addams e M. di Ian Fleming). O il Focolare i cui membri sono le Faville. Più in generale le gilde di ladri sono chiamate focolari, per meglio confondersi nella popolazione: quando si sente parlare di fiamma del focolare non si capisce mai sei si sta parlando della padrona di casa o del capo di un’associazione a delinquere dedita al furto e alla rapina. Che poi suona bene anche quando si parla di “focolaio di ladri” o “Ruòla di briganti”, per dire.

Sempre nel “gergo” dei ladri le forze di polizia (guardia cittadina) sono chiamate pompieri, vigili del fuoco, pioggia… cose del genere.
Così le “gilde dei ladri” sono sparite. Ora c’è la Ruòla, il focolare di casa il capo è la Fiamma e i suoi compari sono le faville. Avrei potuto usare Panbà e Falìve, ma poi cominciava a diventar pesante. Invece la fiamma descrive bene l’idea di un capo, mentre le faville che brillano un attimo e poi svaniscono nel nulla (con la refurtiva) si prestano bene a doppi sensi di ogni genere e più in generale alla creazione di un codice coerente.
La ruòla è un termine che non viene mai usato se non tra membri della stessa gilda e in privato. Focolare è quando si parla fuori “hai messo la legna nel focolare?” (hai versato la tua quota mensile?). Metto un paio di faville al lavoro (piazzo due dei miei a far qualcosa) e per contro tutto ciò che si oppone al fuoco segnala la presenza di problemi.

Piove! (arriva la guardia cittadina)
Acqua! (come sopra, ma pure il capo è nei guai)
S’è allagato tutto! (Le guardie hanno fatto irruzione)
Han sabbiato il focolare (la gilda è stata estinta)

Funzionicchia, ci devo lavorare ancora un poco, ma và.

Audiolibri

 Tra i miei amici di facebook  ce ne è uno che aveva qualcosa di strano nello sguardo e sembrava che non avesse visto mai un pettine. Solo dopo un suo messaggio in cui mi chiedeva di non inviargli immagini che non avrebbe mai potuto apprezzare ho capito esattamente perché.
Sono stato molto stupido.

Per rimediare ho preparato per lui e per tutti gli amici che hanno problemi con la vista la versione audio del “Diario del Capitano Sarralga”, primo audiolibro autoprodotto & interpretato con l’ausilio di “Audacity” un giocattolino open source capace di prendere un file audio e aggiustarlo un poco. Il risultato è stato apprezzato, magari l’audio è un po’ basso e migliorabile, ma… migliorerà.

Ecco il “video” in formato audio, completamente gratuito e fruibile.

Disponibilità di tempo permettendo convertirò in audiolibri tutti i racconti che ho pubblicato sul mio profilo wattpad.

Onomaturgia, questa disciplina.

Che vuol dire? Si tratta della creazione dei nomi, niente di più, niente di meno.

Avrete fatto caso che in alcuni romanzi, che siano fantasy o meno, ci sono dei personaggi, dei luoghi, degli elementi narrativi che fanno a pugni con il resto del contesto? O, il contrario: li vedete amalgamarsi tra di loro in modi armoniosi e assolutamente convincenti.
Come succede?
A me è successo così.
Mi piace molto fare trekking e per prepararmi bene mi stampo le mappe delle zone dove andrò a passeggiare, specie se non ci sono mai stato.
Preferisco carta e bussola al GPS perché non si scaricano mai le batterie.
Mi cade l’occhio su un posto dal nome curioso: le zinne. Un paio di colline dalla forma inconfondibile. Poco più in là “Fontanile dell’uccello” e subito sotto “ponton della sorca”. Cerco bene e trovo una serie di nomignoli di derivazione sessuale e non (come strada vicinale della femmina morta) che, per quanto bizzarri, erano tutti accomunati dallo stesso denominatore.
L’area si trova tra Tolfa e Cerveteri, in provincia di Roma, basta avere pazienza e cercare bene sulle cartine 1:25000 dell’istituto geografico militare. Ispirarsi ad aree esistenti, effettuare ricerche sulla storia dei nomi, la toponomastica, è il primo passo. Scoprire perché un posto si chiama in un certo modo può gettare luce su molti fatti interessanti. Così sì può scoprire un cartografo burlone che si annoiava e ha “battezzato” in modo goliardico tutta l’area di sua competenza, un passo (tra val Rendena e Val di Sole) chiamato Campo Carlo Magno perché intorno all’800 dC ci passò di là il futuro imperatore del sacro romano impero… ogni luogo ha un nome che ne riassume la storia. Aggiungete questo elemento alle vostre mappe e al nome dei vostri “luoghi” e comincerà ad accadere qualcosa.
Vi verrà voglia di aggiustare il nome, cambiare una vocale, aggiungere una consonante o magari un suffisso o un prefisso. Magari vorrete dedicare una valle o un passo ad un personaggio storico vero o inventato, per cui ecco il golfo di Malavoglia, la piana del Principe, il poggio Macchiavelli e monte Leonardo. Olè, in un colpo solo abbiamo disegnato una mappa con le parole.

Il passo successivo è più complicato: desumere lo schema che ha portato alla formazione dei nomi veri e applicarlo ad una situazione immaginaria. Con altri metodi è il lavoro che svolge un filologo. Sebbene quest’ultimo si occupi di civiltà e culture esistenti, gli stessi metodi, talvolta in modalità “reverse engineering”, possono essere applicati anche ai nomi “inventati”.

Prendiamo la parola “Mûr-ku” (inventata or ora) costituita da un prefisso “mûr” e poi una radice… e decidiamo che una delle due è fissa e legata ad un concetto preciso. Per cui stabiliamo arbitrariamente che in lingua “Salsa” la radice -ku significhi “famiglia”, mentre il prefisso Mûr indica l’origine. Allora Mûr-ku può significare tanto antenato, che progenitore, avo… e con un cambio di prefisso ecco che abbiamo
Mûr-ku = antenato
Tal-ku = nonno
Dal-ku = nonna
Sal-ku = zio
Val-ku = zia
Pas-ku = padre
Ras-ku = madre… ecc…
si riempie in fretta un dizionario di parole inventate, ma coerenti. Le lingue Bantu funzionano pressappoco in questo modo. Un dizionario composto da prefissi e radici relativamente piccolo, più i composti che possono essere numerosissimi.
Un grande filologo ormai scomparso riuscì a creare una lingua “inventata” a partire dal lingue di origine semitica come l’aramaico. Si chiamava Tolkien.
Più è approfondita la conoscenza della lingua o delle lingue che si intende utilizzare per creare il proprio set di nomi e migliore sarà l’effetto finale. Dovete ricordare che una lingua è, prima di tutto, uno strumento per comunicare. Quindi deve essere “maneggevole”, perdonate l’espressione. Una lingua “bantu” è una delle cose più semplici da gestire e da far parlare. Lo studio filologico consente di espandere questa struttura a livelli epici, a riprova di ciò abbiamo varie lingue “fantastiche” tra cui il Quenya e il Kudzhul, ma pure il Klingon e il Romulano… e non so quante altre. La cosa importante della vostra lingua fantastica è che sia comoda e maneggevole.
Se non avete voglia di mettervi lì a scrivere dizionari e comporre ballate in klingoniano c’è il metodo “tognazzi”che potrebbe funzionare. Consiste nell’inventare parole che “suonano” come nella lingua madre, tipo il mitico “come fosse antani, ma onti a destra”. Sono parole prive di significato scritte nella nostra lingua, cioè nella lingua del lettore e per questo vengono riconosciute come “ingannevoli” se lette.
Adesso però mettiamoci nei panni del lettore tipo cui vi rivolgete.
Poi andate a pescare una cultura che nulla ha a che fare con lui, tipo giapponese o  uzbeco. Con l’aiuto di google translator prendete la frase che volete trasformare in una lingua “immaginaria” tipo “Buongiorno straniero, vi sentite bene?”.
Poi mettete il vostro protagonista nel quale si è immedesimato il lettore e tirate fuori

Xayrli tong
begona odam, siz o’zingizni yaxshi his qilasizmi? (la frase di prima tradotta in uzbeco con Google)
Per essere sicuro che anche un uzbeco non possa capire una beneamata basta lavorare di anagrammi.
Xyaril tnog beog’na odam, siz o’zinzikni ayxsih his qialsizmi?
le frasi suonano relativamente simili, ma le parole sono ora prive di significato e dell’uzbeco hanno solo una sorta di impronta.
Il trucco è quello di invertire o sbagliare solo alcune delle lettere all’interno della parola, ma lasciare iniziali e finali inalterate. Come per la supercazzola del conte Mascetti, le parole suonano ancora come fossero nella lingua originaria, ma nessun traduttore riuscirà mai a tradurle… come se fosse Antani, chiaro?
E allora che ci fai? Le metti in un file excel e, pian pianino, ti costruisci la tua lingua personale, magari mescolando termini provenienti da più lingue.
Sembra difficile?

Calvino nelle Cosmigoniche ha fatto qualcosa del genere. Qwfwq, protagonista di tutti i dodici racconti delle Cosmicomiche, è un nome di sole consonanti e non solo: è palindromo, ovvero lo si può leggere anche al contrario. La “regola” che emerge è particolare: tutti i nomi sembrano “alieni”, provenienti da una cultura molto diversa da quella umana e con regole sconosciute, ma precise. Qwfwq, Lll, N’ga e molti altri divengono rapidamente facili da ricordare e associare ai rispettivi personaggi. Se c’è riuscito lui possiamo farcela anche noi.

Un altro che mescolava le lingue era Kipling. Prendiamo il libro della Jungla. L’orso Baloo è la traslitterazione del termine hindi “Bhalū” e che vuol dire “Orso”. Se l’avesse semplicemente chiamato “Bhalū” il lettore più accorto, complice anche lo stretto legame tra Inghilterra e India nel XIX secolo, avrebbe fiutato subito l’inghippo. Con la traslitterazione invece ci si ritrova con un nome che non esiste nel dizionario”Baloo” e che pure si ricorda facilmente.
La genesi di Bagheera è simile, ma stavolta proviene dalla lingua malese. Kipling ha attinto a queste due lingue che conosceva bene per generare tutti i nomi del “Libro della Jungla”, da Shere-Khan a Mowgli, Kaa e tutti gli altri. Siamo nel 2018, hai svariati traduttori automatici e dizionari online di ogni lingua e dialetto parlati su questo benedetto pianeta… sicuro che non c’è qualcosa con cui puoi giocare?

Non sto qua a citare Tolkien, lui era un filologo e di queste cose ne aveva fatto un vero lavoro al punto da avere la cattedra di Filologia Anglosassone (tra le altre cose) a Oxford.

Non c’è solo l’assonanza (lettere iniziali e finali) cui fare attenzione. Quando crei i tuoi nomi usando la tua lingua “fittizia” oltre ad essere pignolo quando crei il dizionario devi anche stare attento alla lunghezza e alla forma dei nomi. Qwfwq si ricorda bene perché è un solo strano fonema e il testo è palindromo: basta che ti ricordi metà nome e trovi l’altra metà. Mowgli si ricorda perché viene ripetuto nmila volte nel libro e viene dato il suo significato: ranocchio. Importante anche questo aspetto: fai in modo che di ogni parola inventata il lettore possa conoscere il significato e ci arrivi da solo prima ancora che giunga la tua spiegazione. Meglio se con una descrizione funzionale come fece Kipling che prima descrisse l’andatura balzelloni del cucciolo d’uomo e poi gli diede nome Mowgli specificando che si trattava del ranocchio.

Anche la lunghezza di un nome va considerata: due, tre fonemi al massimo e poi basta. Parole troppo lunghe sono difficili da ricordare e stancano il lettore. Non dico di non usarle, ma di usarle con criterio. In fondo i miei Nani forniscono i visitatori di narrenssapmok per permettergli di orientarsi nei tunnel della Casa di Roccia senza stare a chiedere informazioni ad ogni passante. Narren = stupido, ssapmok = bussola. Facile no? Parlano tedesco al contrario, quasi. Suona come il tedesco, sembra tedesco, ma un tedesco non ci capisce una beneamata finché non si accorge che son tutti anagrammi, sciarade, inversioni e via discorrendo, in parte. In parte sono frasi costruite con le parole ottenute dai giochi linguistici utilizzando regole filologiche. Come lingua funziona. I nomi dei luoghi diventano così evocativi e unici, se poi sono corredati della loro scheda che spiega l’etimologia e magari la storia, l’ambientazione acquista profondità e offre innumerevoli spunti narrativi.

 

 

Non serve leggere Tolkien per scrivere fantasy…

 

tolkien_runa…magari!

Per scrivere del buon fantasy, non è certo la prima volta che lo dico, occorre molto lavoro. Personalmente credo si tratti del genere più difficile da rendere bene su carta. Se non si presta attenzione a ciò che si scrive si creano dei mostri (in senso letterario) capaci di allontanare i lettori come e peggio del peggior film di serie Z che possiate immaginare.
E allora perché tanta gente mi viene a dire “Scrivi Fantasy? Ma hai letto Tolkien?” come se la lettura di Hobbit e Signore degli Anelli (qualcuno si ricorda anche del Silmarillion e di Tom Bombadil) fosse un viatico indispensabile per poter scrivere romanzi di quel genere.

Tolkien ha scritto e pubblicato soltanto due romanzi: Lo Hobbit e Il signore degli anelli. Per chi non li ha letti: si tratta di libri la cui traduzione comincia ad avere una certa età e il linguaggio suona un po’ datato. Splendidi eh? Però capisco quei lettori con metà (o meno) dei miei anni che si avvicinano a quei volumi e storcono il naso perché abituati ad altro: cambiano i tempi e le nuove generazioni mostrano di gradire stili e prose differenti.
Eppure si continua a citare Tolkien.
Talvolta a sproposito. Perché?
Per ignoranza, suppongo, o per pigrizia.
Poco fa ho detto che Tolkien ha scritto due romanzi (ovviamente c’è anche altro: racconti, poesie e altro ancora), ma se apriamo Amazon ne troviamo un terzo: il Silmarillion. Bene: il Silmarillion non è un romanzo ed è postumo (e se Tolkien non l’ha pubblicato c’è un motivo) e non va letto se prima non si è proceduto alla lettura dello Hobbit e del SdA. E comunque ne sconsiglio la lettura a meno che non si abbia l’intenzione di sviscerare l’opera di Tolkien e capire perché ogni cosa ha un nome preciso e la storia ha una certa forma. Perché? Perché a leggere quei libri esattamente in questo ordine, oltre a leggere una bella storia si ha una percezione stranissima del Silmarillion.
Mentre nei primi due, bene o male, si riesce a seguire una storia: lo scontro col drago e il ritrovamento dell’Anello per lo Hobbit; lo scontro tra Sauron e le razze di Arda (Elfi, Nani, Uomini, Hobbit) per il SdA. Nel Silmarillion? Si racconta di come è nata Arda, chi erano gli dei, come sono nate le razze, chi è Gandalf, chi è Sauron, perché l’Anello è stato forgiato e come ha fatto Sauron a… be’, sì, metterla in quel posto a tutte le razze e ai loro re. Il Silmarillion racconta, con una prosa molto pesante intervallata da poesie molto più complesse della “filastrocca” con cui inizia il SdA, di come e perché i Nani si scontreranno con Smaug e perché sarà proprio un hobbit a portare l’anello là dove tutti gli altri falliranno e si lasceranno corrompere. Non solo: a leggere attentamente tra le righe del Silmarillion si scopre perché e percome i Nani di Arda ce l’hanno a morte con gli elfi (e viceversa)… insomma ogni evento, personaggio, stirpe, lo strano Tom Bombadil (era strano forte, per me), tutto ha una spiegazione corredata di aneddoti, miti, leggende e tanti affascinanti eccetera. Il punto è che, ormai penso sia chiaro, il S. non è un libro. Era lo “zibaldone” su cui il Professor Tolkien, ormai docente di Filologia Anglosassone presso l’università di Oxford, si dilettava ad annotare ogni cosa gli veniva in mente per colorare e popolare la Terra di Mezzo e tutto quello che c’era attorno. Insomma state leggendo una (piccola) parte degli appunti di lavoro del Professore.
Dunque per poter scrivere Fantasy occorre aver letto il SdA? No. Occorre aver letto l’opera di Tolkien completa, più i suoi appunti di lavoro relativi l’ambientazione (il Silmarillion) e ad aver qlo un po’ del suo epistolario (la maggior parte in lingua inglese) con cui scambiava opinioni con altri colleghi: gli Inklings, termine intraducibile che suona approssivativamente come “Inchiostrini”. Per quanto buffo sembri il nome, gli Inklings erano tutti docenti di Oxford e penne di prima grandezza, di essi solo Tolkien e Lewis (Narnia) sono noti in Italia, anche se uno dei membri del “club” era Christopher Tolkien (terzogenito) la cui presenza è fondamentale per la divulgazione dei suoi testi.
Sì perché a differenza del padre, Chris aveva una mentalità molto più… uh… imprenditoriale e di sicuro aveva ben compreso il valore dell’opera completa. Dopo la morte del padre pubblicherà il Silmarillion e sarà un successo “in sordina”, ma getterà una luce nuova sull’opera di Tolkien (padre) perché darà valore alla profondità dell’ambientazione, assolutamente inarrivabile se non da pochi, pochissimi, altri autori. Marion Zimmer Bradley (Darkover), Zelazny (Amber), Clark Ashton Smith (Zoitique, Averoigne), anche la verbosissima Ursula K. Leguin (da poco scomparsa) e la sua Earthsea… gente di questo calibro arriva quasi a uguagliare Tolkien, che tuttavia ha fatto molto altro.
Perché il Silmarillion è solo un “riassunto” degli appunti del Professore.
Mettetevi comodi.
Tolkien era un filologo quindi conosceva molto bene il modo in cui la lingua (e il suo cambiare nel corso dei secoli) influenzava i popoli e, attraverso i suoi cambiamenti, ne rifletteva la società e il suo evolversi. Non solo: conosceva molto bene i meccanismi che sono alla base dell’evoluzione di una lingua: sono gli stessi per tutte le lingue del pianeta Terra. E allora che ha fatto? Ha creato varie lingue per i popoli di Arda, basandosi sulla loro storia e su un “filone linguistico” preciso copiato pari pari dalla cara vecchia Terra e fatto evolvere fino ad ottenere il Quenya per gli Elfi che a sentire il “Maestro” è nato così:
« Actually it might be said [Quenya] to be composed on a Latin basis with two other (main) ingredients that happen to give me ‘phonaesthetic’ pleasure: Finnish and Greek. » J.R.R. Tolkien, lettera 176 (fonte: Wikipedia).
Ma il Professore è stato modesto. Latino, finlandese e greco sono stati gli ingrediendi di base per il “Proto” linguaggio, che poi ha fatto evolvere applicando le regole di cui ho parlato poco fa: erre che si “liquefanno” in elle, vocali in fine di parola che cadono e una quantità di altri dettagli che, purtroppo, mi sfuggono e continueranno a sfuggirmi. Del resto faccio il programmatore mica il filologo. La “grandezza” di Tolkien sta nella vastità della sua cultura che gli ha permesso di giocare con gli elementi delle tre lingue (tra le tante che conosceva) per ottenere il “Quendi” l’elfico arcaico e arrivare al Quenya. C’è tutto dentro: forme verbali, modi, tempi, coniugazioni varie… ci credo che è impossibile confondere un nome di origine elfica con altri. L’etimologia di ogni nome, basata sul Quenya, è potente e precisa. Ogni nome ha un significato, in una lingua costruita a tavolino da un esperto filologo, e questo se pure in modo indiretto, arriva al lettore.
Stesso lavoro per il Khudzul, la lingua dei Nani… solo che questa volta il Professore s’è rivolto al medio oriente per usare un sistema linguistico in uso da quelle parti, comune alle lingue semitiche quali Ebraico, Arabo, Aramaico… ecc… ne segue che il Khudzul è ricco di suoni duri e pure musicali come il tedesco, solo decisamente alieno e allo stesso tempo familiare.
Troppo? Signori, ricordatevi che siamo nel 2018 e non nel 1925 (quando Tolkien cominciò a lavorare alla sua Arda) per cui se vi occorre conoscere qualche parola di arabo, piuttosto che di Maori dovete solo cercare un adeguato dizionario online che Tolkien manco si sognava. Prendete esempio dal gigante che è stato lui e la prossima volta che create un nome dategli una solida base linguistica che poi userete per il resto dell’ambientazione. E questa è solo una parte di tutta la lezione.
Ogni dettaglio di Arda ha alle spalle pagine e pagine di appunti, condensato in una prosa elegante e pure ricchissima di dettagli e suggestioni. La cura nell’onomaturgia, la creazione dei nomi, lega indissolubilmente nomi e culture da lui creati: gli hobbit hanno nomi a metà tra il latino e il celtico. Pipino è la contrazione di Peregrino (latino), Merry è la contrazione di Meriadoc (Celtico, gaelico credo, forse ispirato al sovrano gallese Conan Meriadoc IV sec a. C.) e si va a finire in un’altra delle numerose lingue che Tolkien ha inventato per creare lo strato culturale della terra di mezzo, l’Ovestron: una sorta di lingua universale parlata un po’ in tutta Arda se pure con vari dialetti dovuti alle barriere geografiche prima che a quelle politiche. Altro elemento che sottolinea la grandezza del Professore: tutte le lingue sono state fatte evolvere e, nel corso della narrazione (come pure a guardare la mappa) mostrano la loro presenza in base alla cultura dominante nell’area. Sei uno scrittore? Hai disegnato una mappa e l’hai infarcita di nomi? Aha. Ora valla a rivedere e, per ogni nome che compare là sopra, quanto hai lavorato? Cosa lega quel nome al territorio circostante? E agli abitanti? Tranquilli: non credo che il Professore si sia messo a tavolino e abbia dedicato chissà quante migliaia di ore di lavoro. Lo avrà fatto nei ritagli di tempo tra insegnamento, stesura delle pubblicazioni universitarie, attività legate alla sua professione: era un filologo e dunque aveva altro cui pensare che scrivere un paio di romanzi. Semplicemente aveva una cultura vasta, profonda e articolata che gli permetteva di creare anche romanzi fantasy molto curati anche dal punto di vista filologico oltre che linguistico.
Dunque: quando vi sentite dire che per scrivere Fantasy dovete aver letto Tolkien, potete star certi che ad affermare questo concetto sia una persona che non ha la più pallida idea di cosa sta dicendo. Così domandategli “come mai mi consigli questo?” e poi, se nulla vi dice del Silmarillion e, soprattutto, del fitto epistolario intrattenuto con gli altri membri degli Inklings in cui racconta la costruzione dei vari elementi di Arda (geografia, lingue, storia, mitologia, agiografia… ecc… ecc… ecc…) dedicatevi a fare a pezzi l’amor proprio di questo individuo spiegandogli dove sta la vera grandezza del Professor JRR Tolkien.
Tanto nello Hobbit che nel SdA ogni elemento, grazie al certosino lavoro del Professore, è coerente con gli altri a un livello profondo e sotto tutti i punti di vista. La storia parla di draghi, elfi, Nani, hobbit e tanto altro che non esiste nell’esperienza del lettore. Tuttavia la coerenza interna dei romanzi, che in Tolkien si genera grazie al suo essere filologo, è fortissima: non si riesce a dubitare neanche per un istante che chi sta raccontando quelle storie ha visto tutto quel che viene narrato. Moria e il Drago, i Nani e il Balrog, Saruman e il suo tradimento, Gandalf che da grigio diventa bianco… e tante altre indimenticabili leggende che hanno il sapore dei racconti epici di millenni fa. Sembra tutto “reale”. Dunque non “leggi Tolkien”, ma “studia il lavoro di Tolkien” e quindi non solo Hobbit e SdA, ma anche e in più Silmarillion, Quendi e Quenya, Khudzul, Ovestron, l’epistolario e tutto il resto che Christopher Tolkien ed eredi hanno tirato fuori dal cassetto del professore e tramutato in materiale da dare in pasto ai lettori: racconti perduti, racconti ritrovati, racconti incompiuti, mr. Bliss, l’atlante della Terra di Mezzo… e tanti altri affascinanti eccetera, perché il Professore sapeva scrivere bene anche quando tirava giù i propri appunti di lavoro. Ovviamente ogni lingua ha il suo alfabeto, il suo sistema di scrittura, verso ecc… il tutto legato filologicamente alla cultura cui appartiene. Rune, caratteri derivati dall’arabo, dal latino, dal greco… tutte cose note e studiate da Tolkien per “lavoro” divenute strumenti per “giocare” a fare il demiurgo.

Se paragoniamo Tolkien ad un iceberg, quella parte di ghiaccio che emerge dall’acqua e che rappresenta ciò che ha pubblicato in vita (Hobbit, SdA, le avventure di Tom Bombadil che è una raccolta di poesie, e alcuni racconti non tutti collegati alla Terra di Mezzo) rappresenta si e no 1/10 di tutto il lavoro. Sembra imponente? Quello che c’è sotto sono i 9/10 di quello che vedi “sopra” e che figlio e nipoti del professore stanno, un po’ alla volta, portando alla luce assieme alla Tolkien Society e alle migliaia di appassionati sparsi in tutto il mondo cui si devono i vari manuali per comprendere le lingue parlate su Arda e la ricostruzione del lavoro filologico seguito da Tolkien… ancora incompleto, ma molto preciso.

Per tornare al titolo di questo articolo: per essere uno scrittore di Fantasy devi aver “letto Tolkien”? No. Devi saper fare come ha fatto lui? Sicuramente è un modo. Vuoi riuscirci? Studia. Filologia, storia, tante lingue diverse, studia la tua lingua madre, impara a farla evolvere mescolandola assieme ad altre lingue (che poi è quello che succede sempre quando popoli differenti entrano in contatto per vari motivi) crea dialetti differenti… e confrontati con altri autori di grande levatura culturale prima ancora che letteraria. Quindi: per cominciare ti puoi leggere Hobbit, SdA e Silmarillion per cominciare, ma poi dovrai affrontare molto, molto altro, imparare da ciò che studierai e metterlo in pratica sapendo che questo non farà necessariamente di te un grande scrittore, ma un discreto filologo della lingua che hai studiato. La facilità rispetto ad altri autori è che moltissimo materiale è disponibile e consultabile gratuitamente o a costi molto contenuti.

La lezione del Professore qual è? Quando scrivi metti in ciò che crei quel che sai fare meglio, il meglio di te.
Buona Scrittura.

produrre un libro – 4 Il marketing

Questo capitolo potrei intitolarlo “Cosa non ha funzionato”.

Strategie fallimentari… insomma non fate come me.

Lo metto su amazon, è talmente figo che lo leggeranno tutti.
Non Ridete.
Sì, è stata la mia prima strategia.

Ok non piace. Forse non è editato bene o la cover non è granché.
Faccio realizzare la cover da un grafico e ingaggio una editor. Gianluca Serratore per una cifra modesta (rispetto al tipo di cover) ha realizzato due cover molto belle. Stefania Crepaldi ha editato il Torto e mi ha fatto notare che era scritto dimmer… pardon, in modo piuttosto anomalo (eufemismo).
Elevo in modo esponenziale la qualità del testo e ripubblico. Chi aveva comprato il Torto (qualche amico e un parente) ha ricevuto la versione migliorata del libro e mi ha lasciato qualche recensione positiva su Amazon.

Incoraggiato da questo risultato inizio la nuova strategia: lo spam compulsivo.
Mi iscrivo a centinaia di gruppi dove si parla di libri, di scrittura e di letture. Seguo decine di thread ogni giorno per pubblicare post interessanti e in topic, far parlare di me, degli articoli del blog e di altre cose legate la mia scrittura e non dei miei libri.
Il blog riceve traffico, 3-4 visitatori unici al giorno.

Copie vendute: zero.
Eppure vedo altri autori che spammano come se non ci fosse un domani e tra pagine K.U. e copie vendute scalano le classifiche di amazon. Niente da fare.

Nuova strategia: visto che nel frattempo ho completato “I razziatori di Etsiqaar” invio il Torto come regalo di compleanno a tutti i miei amici di facebook. Complice il fatto che non l’ha comprato nessuno, salvo pochi di cui so il nome, agli altri lo regalo e gli faccio scoprire che esistono dei seguiti. Nella copia grauita del Torto c’è il link su amazon e la richiesta di lasciare un parere sul libro. Nessuno ha postato recensioni. Ci sono quelle degli amici, quelle di alcuni blogger e basta. Speravo almeno in qualche recensione in più. Al momento ho distribuito più di 1000 copie gratuite. E’ una indicazione molto precisa. Nessun lettore è mai arrivato fino in fondo e ha deciso di lasciarmi un commento, anche solo a dire che fa schifo.

Altra strategia eseguita in parallelo: contattare blogger di ogni risma e gli passo il Torto da recensire. Dopo aver escluso tutti quelli che chiedono un compenso me ne rimangono una decina. Recensioni tutte positive, tranne quella di Sole e Luna che ho depennato dai blog perché ha recensito un altro libro. Segno che manco l’ha letto o si sarebbe accorto che il titolo è “Il Torto” e non quello che ha riportato che è il vecchio titolo, ormai non più esistente da oltre un anno. Tutti gli altri hanno apprezzato il libro e hanno scritto recensioni tutte positive. Insomma mi ha fatto piacere, ma…
Vendite: zero.

Mi sono chiesto allora se il target fosse quello corretto e mi son detto: ma se io scrivo le mie storie usando i giochi di ruolo come “scheletro” su cui costruire la narrazione, forse dovrei rivolgermi ai giocatori… o almeno ai Master. Così nella stesura de “I razzatori di Etsiqaar” ho inserito uno speciale, da scaricare a parte, con tutte le mappe, le piantine, le schede dei personaggi e i finali alternativi per offrire ai giocatori di tutto lo stivale una avventura in più. Accoglienza buona per l’avventura, è stata scaricata da qualche decina di interessati, il libro ha venduto ben 12 copie. Un successone, domani mi compro lo Yacht.

Ultimo tentativo: organizzare una presentazione. Però non da solo: in questo anno di lavoro ho conosciuto numerosi emergenti, alcuni davvero bravi, e ho tentato di far tesoro delle loro tecniche, almeno quel che traspare dal web, e di intuire il lavoro retrostante. Così ho organizzato (sto ancora organizzando) una presentazione online per i razziatori.

 

Spero che vada meglio: ora come ora vien voglia di buttare tutto a mare.

chtu