Io Scrittore – Quello che è passato.

Titolo: Sarebbe Scorretto Rivelarlo.
Genere: Fantasy
Valutazione Trama 4, Originalità 8, personaggi 5, Italiano 5.
media: 5.5
Risultato: È passato nei 300

Giudizio:
Fare o non fare, non c’è provare! (Yoda). Amo le citazioni e ne infilo una ovunque. Hai provato a scrivere un romanzo, ma non lo sai fare. Non sai formattare un testo in base al normario che ti viene fornito (Times new roman, corpo 12, interlinea doppia), non sai correggere una bozza (il testo pullula di ripetizioni e altri errori di medio livello), non sai gestire troppi personaggi senza che questi comincino ad assomigliarsi o ad agire in modi strani. Conosci bene l’ambientazione dove il tuo eroe si muove, ma non ne sai costruire una di sana pianta e renderla plausibile. Il tuo stile richiede molto, ma davvero molto lavoro… e quando dico molto te ne devi immaginare un quantitativo pari al denaro che Han Solo ha immaginato quando Luke gli suggerì che Leia era ricca. Ti dico questo perché hai talento. Nessun principiante (e il tuo è il tipico testo di un principiante) che io abbia mai letto ha prodotto personaggi con una capacità di introspezione come il tuo protagonista. Non solo: sai gestire il conflitto minore, la “fatal flaw” che influisce in modo determinante nelle scelte di un personaggio. Per tutti gli altri aspetti la soluzione c’è: si chiama duro lavoro. Leggi molto e poi prova a riscrivere tu una scena di un libro che ti ha colpito. Smonta i personaggi cercando di capire come sono fatti. Smonta le trame e cerca di trovare cosa mai possono avere in comune opere differenti come West Side Story e Romeo e Giulietta. Hai bisogno di lavorare. Quando ho cominciato a scrivere non riuscivo proprio a produrre personaggi così profondi. Ho impiegato anni di costante e continuo lavoro per arrivare a realizzare bei prodotti di artigianato: in una scala da 1 a 10 posso considerarmi un 8. Tu meriteresti un tre, tre e mezzo… ma il talento che possiedi ti alza la media di 1 e quindi quando leggerai i voti sappi che devi togliere 1 a tutti i punteggi. Se ti metterai sotto, magari trovi un bel corso di scrittura creativa tra i ventordicimila presenti nel web, magari ti darai alla lettura seriale e poi all’analisi profonda del testo (si, ma studiala un po’ di narratologia: ti serve), potrai alzare la tua media alla sufficienza e allora il tuo talento ti porterà al sette. Se insisti, riesci a trovare un buon editor che per un prezzo ragionevole ti farà da spalla, potrai apprendere ancora meglio l’arte della scrittura e raggiungere la parte alta della classifica. Ma se ti impegnerai al massimo per raggiungere l’eccellenza nella scrittura e ottenere il tanto agognato 10 e lode… be’ tu possiedi talento, te l’ho detto. Ti ritroverai con un +1 ed essere per la letteratura ciò Pelè è stato per il calcio. Il tuo protagonista sembra vivo, lo hai raccontato proprio bene. Tutto il resto è da rivedere in modo più o meno massiccio. Non mollare.

In ultima analisi, lo dico senza peli sulla lingua, questo era poco meglio del romanzo sui robot che si ribellano. Uno Urban Fantasy a là Harry Potter con ragazzi dotati di talenti speciali arruolati in una misteriosa Accademia dove i loro talenti diventeranno veri e propri superpoteri. L’idea in sé non è originale e avrei messo volentieri 6 sotto la voce “Originalità”, ma come ho scritto nel giudizio l’autore ha fatto una cosa in modo molto valido, una sola e ho voluto premiarlo così. Il protagonista è raccontato, o meglio, è mostrato in modo perfetto. Si riesce a empatizzare con lui all’istante: si comprende bene cosa vuole e di cosa ha realmente bisogno in poche righe e per tutta la narrazione (poco più di 25000 battute) rimane coerente. Purtroppo gli altri personaggi sono monodimensionali e tutto quel che gli accade attorno è poco meno di un’accozzaglia di cliché, allitterazioni, ripetizioni ed errori sgradevoli (come lo spazio che separa il testo dalle caporali) che mi causa rabbia. La piattezza dei personaggi mi fa pensare che il protagonista sia in realtà l’avatar dell’autore. Che è un’abitudine che hanno anche altri scrittori grandi e piccini: mettere una copia di se stessi nel libro, ma crescendo si impara a tenere il proprio ego in disparte e a far parlare i personaggi con la loro voce. Cussler ironizzò su questo aspetto inserendo se stesso in molte delle sue opere.

Gli errori poi sono un vero incubo. Da un punto di vista ortografico il testo era ineccepibile, come può esserlo un testo dove passa il correttore di Word. Ogni errore, se preso singolarmente, è una sciocchezza: uno scherzuccio di dozzina (per dirla come il Parini). Messi insieme fanno una montagna alta e maleodorante come quelle di Malagrotta (la ex discarica della Capitale) e farebbero tremare i polsi anche all’editor più esperto per quantità e pervasività. Segno questo che l’autore si è addirittura impegnato per scrivere in quel modo o che abbia utilizzato un software che gli ha “corretto” il testo in quel modo balordo (e ha sFormattato ogni elemento), magari entrambe le cose: ripetizioni e allitterazioni sono farina del sacco dell’autore, i personaggi in fotocopia sottendono a uno scarso lavoro di worldbuilding (e almeno questo aspetto lo conosco bene). In tutta onestà non mi aspettavo che questo incipit sarebbe passato, ma spero che (anche) grazie a quel che ho scritto della sua opera l’autore non si abbatta e si sforzi di migliorare. Mi farebbe piacere leggere qualcosa di suo… ma solo dopo che abbia migliorato il proprio stile in modo significativo!

Incipit e Giudizi

sarralga_GIUDIZIOE venne il giorno.

Oggi sarete misurati. Oggi sarete pesati. Oggi sarete giudicati.
Voi che per primi avete giudicato.

Avete letto i miei giudizi, per quanto possibile mi sono sforzato di aiutare gli autori a migliorare là dove le mie scarne competenze potevano essere d’aiuto. Alcuni hanno ricevuto molto, moltissimo, altri hanno ricevuto molti complimenti e nessuno è rimasto a mani vuote. Ora vediamo cosa è arrivato a me.

I giudizi sono stati valutati in base ai seguenti parametri:
a) Lunghezza. Più scrivi e più tempo hai dedicato a valutare la mia opera.
b) Qualità. Più un testo appare curato da un punto di vista visivo (ortografia, sintassi, presenza di puntini di sospensione = linguaggio immaturo)
c) Presenza di elementi e dettagli dell’incipit inviato per la valutazione.
d) Ricchezza linguistica del testo.
e) Trollosità/Cazzimma.
Il primo parametro è relativo: quando scrivo e sono ispirato viaggio a 12000 battute/ora. Quindi una risposta da 3000 battute richiede circa 15′ di tempo. Valore da 0 a 2 punti.

Il secondo prevede che l’autore abbia riletto almeno una volta il proprio operato e dedicato tempo alla correzione e quindi circa 30′ di tempo. Valore da 0 a 2 punti.

Il terzo parametro indica che il giudice ha letto in maniera approfondita le circa 18 cartelle di testo inviate per il concorso.  Valore da 0 a 2 punti.

Il quarto parametro indica se l’autore ha usato parole “elevate” come “splendido” invece di “bello” o “fatto bene”. Oppure “infimo” o “pessimo” invece di “brutto” o “fatto male”. Chi mi conosce sa che sono allergico al “fare” polivalente e lo elimino a vista. Anche qui: l’autore ha speso tempo per migliorare la propria cultura e offrirla al sottoscritto. Valore da 0 a 2 punti.

Il quinto parametro è puramente soggettivo, ma dato l’intento di questo articolo ci sta tutto. Si tratta di una valutazione del tutto soggettiva e di parte circa l’animosità del giudice nei confronti del sottoscritto, del torneo, dell’universo in generale. Valore da 2 a 0 punti. Ovviamente questo va al contrario.

Giudizio #1 – Il più lusinghiero.
Lunghezza: 1612 caratteri, 1 punto.
Presenza di errori: non rilevati, 2 punti.
Presenza di elementi dell’incipit, 2 punti.
Ricchezza linguistica: ampia e curata, 2 punti.
Cazzimma: assente, 2 punti.
Voto: 9

Nell’incipit non abbiamo l’occasione di conoscere il protagonista di cui si parla nella sinossi. Immagino che i personaggi qui esposti non siano centrali allo svolgimento del testo, ma che servano principalmente per introdurre la vicenda. Chi scrive, tuttavia, non li tratta con superficialità come ci si potrebbe aspettare. Non dedica meno attenzione alla costruzione dei personaggi non centrali, ma li caratterizza con cura e attenzione attraverso vari espedienti: la descrizione di gesti piccoli e non significativi, ricordi personali che aprono una finestra sul loro passato, intenzioni che ne aprono una sul futuro, senza essere eccessivo né pesante nella descrizione di particolari superflui. Si vede che lo scrittore ha impiegato tempo e cura nell’ideazione del mondo fantastico in cui avviene la vicenda di cui parla, si è premurato di immaginare unità di misura, tradizioni, ruoli e costumi. L’ambientazione è particolare e ben descritta, si discosta da quelle più tipiche del genere. In un orizzonte ampio e sabbioso, desolato, si delineano i profili di carovane guidate da burberi condottieri esperti e scaltri, che proteggono la merce da agguati ed assalti alle diligenze. L’incipit è quello di un fantasy-western, magari vedremo se cambierà nello svolgimento. Linguaggio ben utilizzato, piegato con destrezza alle esigenze dello scrittore. Non ci sono errori né di grammatica né di sintassi, fila tutto liscio senza intoppi.Non l’ho letto in cinque minuti col fiato sospeso, ma credo solo perché non sono amante del genere: lo scrittore non ha che meriti. Nessun commento negativo, bravo (o brava).

E che ti devo dire? Se spendevi ancora qualche parola ti mettevo 10 e lode. Al di là del numero grazie: hai speso tempo per leggere in maniera approfondita il mio incipit. Hai notato molti aspetti della mia scrittura, tra cui la gestualità dei personaggi, che di solito viene solo percepita e mai notata se non quando è assente. In realtà qualche errorino c’era, ma la cosa bella dello scrivere è che prima di pubblicare un giro dal correttore di bozze lo pago ben volentieri. Pagare per partecipare a Io Scrittore sarebbe una contraddizione in termini. Se non li hai notati vuol dire che, nonostante il fantasy non sia il genere che preferisci, quello che ho scritto ti è piaciuto. Ne sono felice e onorato.

Giudizio #2 – Poche sentite parole.
Lunghezza: 674 caratteri 0,5 punti.
Presenza di errori: non rilevati, 2 punti.
Presenza di elementi dell’incipit nessuno, 0 punti.
Ricchezza linguistica: ampia e curata, 2 punti.
Cazzimma: assente, 2 punti.
Voto: 6,5

Finalmente un buon libro. Dialoghi curati, punteggiatura ben disposta, testo scarno ma aderente alla trama.Una piacevole scoperta, davvero.Strizza forse un po’ troppo l’occhio ai classici dello stile Fantasy, un po’ Signore degli anelli, un po’ game of thrones, ma si lascia leggere, con uno stile crudo ed essenziale che mi piace molto.Non sono un’amante né una conoscitrice di questo genere, quindi non posso dire se l’opera sia originale, in questo senso. Se apporti davvero una folata di novità in un settore molto inflazionato, ma di sicuro è ben scritta. L’interesse del lettore viene catturato e tenuto vivo. Se prosegue come è iniziato, mi sembra un ottimo romanzo.

Mi sarebbe piaciuto sapere cosa hai pensato mentre valutavi il mio lavoro riguardo la forza dei personaggi e la trama, per esempio. Comprendo che non si tratta del tuo genere preferito, ma quando si partecipa a “Io Scrittore” be’, si deve far conto che difficilmente si leggerà qualcosa che piace. Non prendertela per il voto: come vedrai più avanti si tratta comunque di un buon risultato e, dopotutto, è solo un numero. Ho molto apprezzato l’assenza di astio e cattiveria e il fatto che hai tentato di rimanere imparziale. Se non hai notato errori vuol dire che quel che hai letto, tutto sommato, ti è piaciuto.

Giudizio #3 – Poche parole e mirate.
Lunghezza: 561 caratteri 0,5 punti.
Presenza di errori: non rilevati, 2 punti.
Presenza di elementi dell’incipit pochi, 1 punti.
Ricchezza linguistica: media, 1 punto.
Cazzimma: assente, 2 punti.
Voto 6,5

Ho letto questo incipit tutto d’un fiato e devo dire che mi è piaciuto molto. Il suo merito principale consiste nello scorrere fluido della trama che ti tiene avvinto con svariati colpi di scena. I personaggi sono appena accennati, compreso Marcus, il protagonista, un po’ snobbati dall’incalzare dell’azione. Pur rientrando pienamente nel genere “fantasy” sia il contesto in cui è ambientato che le invenzioni creative messe in campo introducono elementi nuovi. Anche la forma si rivela concisa e scorrevole. Unica pecca:un’ortografia non sempre all’altezza.

Sì, capisco: ti è piaciuto. Ma in questo torneo si danno i propri giudizi con lo scopo di aiutare altri scrittori a migliorare il proprio stile, il proprio modo di scrivere… questi “preziosi” 561 caratteri che mi hai dedicato mostrano quello che hai apprezzato e cosa ti è piaciuto rivelando un certo grado di narcisismo da parte tua. Mi hai raccontato cosa funziona per 9/10 del tuo giudizio e dedicato ben 8 parole a quel che non va. Senza nemmeno portare un esempio, pur avendo a disposizione ben 3000 caratteri per scrivere. Ho apprezzato l’italiano curato quasi sempre (se escludiamo la tripla virgola che spezza un inciso quando accenni i personaggi che è più una caduta di stile che un errore) e il fatto che mostri di possedere una cultura sopra la media per via del tuo ventaglio diafasico, se pure appena accennato. Per il prossimo anno, se parteciperai, datti questo obiettivo: scrivere quattro giudizi invece di uno soltanto, dedicati ai vari aspetti “trama, originalità, forza dei personaggi, uso dell’italiano”. Dedica a ogni aspetto tra le 400 e le 600 battute e ti usciranno giudizi da 10 e lode. Per l’ortografia non ti preoccupare: prima di pubblicare il testo sarà stato corretto da un professionista.

Giudizio #4 – L’entusiasmo.
Lunghezza: 782 caratteri 1 punto.
Presenza di errori: non rilevati, 2 punti.
Presenza di elementi dell’incipit: qualcosa, 0,5 punti.
Ricchezza linguistica: buona, 2 punti.
Cazzimma: assente, 2 punti.
Voto: 7,5

Giudizio:
Nel complesso, un racconto davvero interessante. Letto tutto d’un fiato senza nemmeno accorgermene.L’autore/autrice è riuscito con maestria nell’arduo compito di descrivere terre misteriose ed incantate, la sensazione provata era di trovarsi davvero lì.Ottime le atmosfere, precise le descrizioni delle scene di guerra, azzeccati i momenti di suspance.Un buon lavoro davvero, originale nonostante ricalchi il filone fantasy.Un piccolo suggerimento: attenzione alla differenza di significato tra “e pure” (inteso come “anche”) ed “eppure”, attenzione ad alcune virgole mancanti. Consiglierei una rilettura per aggiustare questi aspetti grammaticali.Rientra senza dubbio tra le migliori opere da me giudicate e spero passi alla fase successiva perché vorrei leggere anche il seguito.

Grazie davvero per aver letto e mostrato qualcosa di quel che t’è piaciuto. Creare atmosfere coerenti con la narrazione è, per me, molto difficile. Per la suspance mi sono premunito di prendere in prestito i trucchi di uno che se ne intendeva parecchio e sono proprio contento di vedere che qualcosa ha funzionato. L’ortografia è la bestia nera di molti (pure la mia) e ormai ho preso l’abitudine di ingaggiare editor e correttore di bozze per portare la qualità dei miei scritti, quando vengono pubblicati, allo stesso livello dei concorrenti più blasonati. Se invece dell’incipit avessi avuto il romanzo come sarà una volta fatti tutti i passaggi, avresti trovato pochi o nessun refuso. Se tutto va bene uscirà per la fine di ottobre, quindi se vorrai leggerlo ne avrai la possibilità.

Giudizio #5 – Poche parole e mirate.
Lunghezza: 466 caratteri 0 punti.
Presenza di errori: rilevati, 1 punto.
Presenza di elementi dell’incipit, 2 punti.
Ricchezza linguistica: medio-bassa, 0,5 punt1.
Cazzimma: assente, 2 punti.
Voto: 5

Giudizio:
Bel libro avvincente anche se l’ atmosfera un po’ lugubre. Tra il genere Fantasy e il genere fantascienza. Nome di luoghi e personaggi un po’ troppo ricercato. Ho cercato Wu-Masau, per capire se questa divinità, esistesse in qualche culto religioso ed invece mi sono imbattuta in un blog che parla le Brulle… ora non capisco se questo è un racconto a se o fa parte di una saga. Comunque l’ ho trovato abbastanza scorrevole nella lettura. il genere che piace a me

Grazie per questo giudizio, mi fa piacere che ti sia interessato a vedere se trovavi qualche elemento dell’incipit in giro per la rete: hai trovato il mio blog, dove se avessi cercato bene avresti trovato proprio tutto, incluso nome e cognome del sottoscritto (vedi sezione “contatti”). Ti ringrazio per non avermi segnalato, purtroppo questa è una zona grigia del regolamento. Il libro fa parte di un “ciclo”, vale a dire tanti romanzi autoconclusivi basati sulla medesima ambientazione e con molti personaggi in comune. A volte in provincia. Anche tu mi racconti cosa t’è piaciuto e cosa no. Atmosfera Lugubre (grazie, graziella e grazie a tu-sai-chi) il titolo è “L’ombra Scarlatta”, ma secondo te di cosa poteva parlare? Di puffetti rosa che giocano a palla sulla spiaggia?
(ah, però, questa me la segno). Anche per te vale il solito consiglio: la prossima volta MOSTRA cosa t’è piaciuto, cosa ha funzionato, cosa ha colpito la tua sensibilità e gli effetti che quel che hai letto ha avuto su di te. Se mi racconti che t’è piaciuto non hai formulato alcun giudizio: mi hai dato la tua opinione acritica. Se mi dici che il gelato al cioccolato fatto da “Tizio” è buono, bene, è la tua opinione. Se io sono Tizio con la tua opinione ci faccio poco, a parte un po’ di pubblicità. Da te ho bisogno di sapere se ti sembra abbastanza cioccolatoso, se è dolce il giusto o è amaro, salato, troppo dolce… insomma ho bisogno di sapere che effetto ti fa. Ti è parso originale o hai letto altre cose che ti ricordano questa ambientazione? I personaggi, pensi di ricordarteli? O sono simili a cento altri che hai già visto? E la trama, che hai intuito nella sinossi, ti è parsa abbastanza intricata? O è prevedibile e scontata?
almeno non hai notato gli errori (purtroppo c’erano) e questo, più di ogni altra cosa, mi dice che t’è piaciuto. Se qualcosa ti piace al punto da volerla non stai a guardarne i difetti.

Giudizio #6 – Voja de lavora’ sārtame addosso!
Lunghezza: 924/196 caratteri 2/0 punti.
Presenza di errori: rilevati, 1/0 punti.
Presenza di elementi dell’incipit, 1/00 punti.
Ricchezza linguistica: bassa, 0 punti.
Cazzimma: pienamente evidente, 0 punti.
Voto: 4
Voto reale: 0

Giudizio:
Una figura misteriosa si aggira per le Brulle, la terra più pericolosa tra quelle conosciute in tutto il continente. Interi convogli con animali carico ed equipaggio svaniscono tra le grigie pianure senza lasciare traccia. Al protagonista quasi tredicenne l’ingrato compito di scoprire di cosa si tratta, scoprire quali eventi l’hanno generata e di come tutta la vicenda è strettamente connessa al suo destino e alla sua vita. Prendere in mano la situazione e rendersi artefice del proprio destino, oltre a segnare la fine dell’infanzia e l’inizio di quel difficile cammino che è il diventare adulti, è proprio il percorso di scoperta che porterà il giovane eroe (suo malgrado) a superare con successo l’Ombra e chi l’ha creata…Ma dai. Nel 2020 Interi convogli con animali carico ed equipaggio svaniscono tra le grigie pianure senza lasciare traccia e dopo arriva Nembo kid. Perdonami ma non è proprio il mio preferito…

Io so’ de legno. E sembro bono e carmo ma le tue parole sta tranquillo che me le ricordo
e quarcevvorta me le segno! (Testardo – Daniele Silvestri)

Tu che stai leggendo questo giudizio potresti non capire, ma qui occorre introdurre una precisazione non da poco. Degli oltre 900 caratteri da cui è composto questo giudizio solo gli ultimi 197 sono farina proveniente dal sacco del giudice (sei dei quali sono puntini di sospensione). I restanti 727 sono stati copia-e-incollati dalla sinossi che avevo allegato all’incipit. Chi conosce le Cronache di Tharamys ha già capito di chi si tratta, ma sa pure che il protagonista tutto è tranne che Superman e ciò in cui eccelle non lo porta sullo stesso piano di un certo cimmero con lo spadone facile. Eppure questo signore è saltato alle conclusioni senza neanche aver letto l’incipit. Eppure il regolamento del torneo è abbastanza chiaro: la sinossi serve per avere un’idea, ma ai valutatori è esplicitamente richiesto di valutare l’originalità, la forza dei personaggi, la forza della trama e l’italiano utilizzato. Il doppio voto che ho dato a questo giudizio è, quindi, una misura del mio valore rispetto al tuo modo di scrivere: se consideriamo tutto il tuo testo, inclusa la parte che mi hai copiato, il voto finale è un bel (per modo di dire) 4, altrimenti è uno  zero pieno.

Giudizio #7 – Nanogiudizio
Lunghezza: 357 caratteri 0 punti.
Presenza di errori: nessuno, 2 punti.
Presenza di elementi dell’incipit: assenti, 0 punti.
Ricchezza linguistica: elevata, 2 punti.
Cazzimma: assente, 2 punti.
Voto: 6

Giudizio:
Si tratta di un romanzo di formazione per ragazzi, di genere fantasy. L’incipit che sfrutta moltissimo i termini sensoriali visivi (colori) è un rischio: si rischia di tagliare fuori moltissimi lettori. Non è approfondito. La trama è troppo sintetica e non si capisce l’intreccio.Se non altro, sembra sia un volume unico, il che è un vantaggio commerciale.

Anche qui: totale assenza di elementi dell’incipit, se pure mostra di aver letto in modo superficiale l’incipit. Altrimenti si sarebbe accorto che ci sono descrizioni visive (la luna che sorge sulla piana grigia), auditive (i rumori degli scontri narrati sfruttando parole onomatopeiche quali “clangore” e “scroscio” per esempio) e cinestetiche (che coinvolgono tutti gli altri sensi, anche quelli “extra”). La trama è sintetica? Cribbio, ti ho lasciato più di 3000 battute di sinossi dove è spiegato tutto, dal senso dell’incipit (tant’è che uno dei giudici ha notato la cura per i personaggi secondari) al finale e me la definisci “sintetica”? Va be’. Certo che è un volume unico: la parola “Autoconclusivo” significa che la storia inizia e finisce con la parola fine. E pure vero che anche questo romanzo va a incastonarsi in un panorama più ampio. Ogni libro del ciclo può essere preso come una storia a sé stante o come parte di una narrazione più ampia che può essere iniziata da un libro qualsiasi: l’ordine non è molto importante, ma soltanto “Comodo”. Questa cosa dei volumi autoconclusivi l’ho presa da Clive Cussler, che è stato un maestro del romanzo seriale (La serie su Dirk Pitt, quella su Isaac Bell e poi le serie “Firmate” da lui e situate nello stesso universo narrativo sono validi esempi) e so che funziona. Dato il giudizio microscopico ne approfitto per farmi un po’ di pubblicità. Non sarò ancora all’altezza di un Cussler o di un Camilleri, ma voglio arrivare a quel livello e, possibilmente, superarlo.

Giudizio #8 – Quando si dice “Leggere con attenzione”
Lunghezza: 2506 caratteri 2 punti.
Presenza di errori: qualcuno, 1,5 punti.
Presenza di elementi dell’incipit: molti, 2 punti.
Ricchezza linguistica: elevata, 2 punti.
Cazzimma: assente, 2 punti.
Voto: 9,5

Giudizio:
Il mondo sembra interessante, la storia è abbastanza intrigante da farti incuriosire e il personaggio principale è simpatico.Detto questo il libro in sé sembra necessitare di una bella rilettura. Ci sono preposizioni dimenticate, frasi un pò confusionarie, errori di distrazione e alcuni errori di punteggiatura che rovinano l’esperienza di lettura. Giusto per fare degli esempi a pag. 1 “La leggenda narra che gli dei, scontenti vita…” (presumo sia “dalla/della vita”), “veniva a sapere cosa era ne era stato stato dei convogli…” (cosa ne era stato…), “Larsen e il suo convoglio, la sua scorta e tutti i suoi compagni di viaggio era… (troppe “e”, “erano” non “era” ovvero “Larsen, il suo convoglio, la sua scorta e tutti i suoi compagni di viaggio erano…”), “Ci avesse pensato sarebbe” ( “Se ci avesse pensato” suona meglio), “Aveva la consapevolezza che nessuno dei suoi… […] erano tutti morti” ( probabilmente si intendeva dire “tutti i suoi […] erano tutti morti”, oppure “nessuno dei suoi […] era sopravvissuto” perché così com’è non ha molto senso), “Marcus si voltò di scatto: il capitano dei Dragoni di Cupial, la sua scorta, lo raggiunse in sella al suo destriero: uno splendido etsiqaano dall’inconfondibile manto nero.” (non si possono ripetere i due punti due volte nella stessa frase) etc.etc. Inoltre certe parti stonano un pochino siccome già ripetute in precedenza. Per esempio a pag. 1 si descrive il suolo delle Brulle – “il suolo delle Brulle era scivoloso e insidioso” – e poi viene descritto nuovamente praticamente all’inizio della pagina seguente – il suolo delle Brulle è la cosa più strana che si possa incontrare in tutto il continente. Duro come il cristallo… Avrebbe più senso descriverlo chiaramente o a pag.1 o a pag.2 così che il lettore si costruisce un’immagine mentale del territorio e poi non ci debba più pensare. Ultima cosa, più inerente con i gusti personali forse, mi sembra strano che il capitano dei Dragoni di Cupial che descrivi, al comando di un gruppo di mercenari molto organizzato e disciplinato si getti alla morte così, come se non avesse alcuna esperienza. E in caso motiverei la cosa, per esempio sottolineando di più il fatto che era un capitano veramente molto avido o simili. In conclusione, ho messo tutte queste osservazioni solo per consigliare all’autore una rilettura attenta di un racconto con delle potenzialità. Singolarmente non sono errori gravi, ma nel complesso rovinano la lettura e impediscono l’immersione nel mondo.

Togliere i sassi dal campo, prima dell’aratura, evita che i coltelli e il vomere vengano troppo danneggiati. Tuttavia ogni anno sembra che i sassi tornino, come se un dio dispettoso si fosse divertito a seminarli.
Coi refusi accade la stessa cosa: si può passare una vita a cercarli e a toglierli, ma qualcuno, al passaggio successivo, salterà fuori sempre. È per questo che, prima della pubblicazione, ci sono passaggi quali editing e correzione di bozze. Detto ciò è stato un piacere leggere questo giudizio: chi lo ha letto è stato attento e ha suggerito come, secondo lui (o lei) è possibile rendere l’incipit ancora più efficace. Rilevare problemi di coerenza interna non è banale e il suggerimento ricevuto lo terrò nella massima considerazione. Grazie davvero!

Giudizio #9 – Un haiku, in confronto, è prolisso e porta con sé un universo.
Lunghezza: 209 caratteri 0 punti.
Presenza di errori: non rilevati, 2 punti.
Presenza di elementi dell’incipit: nessuno, 0 punti.
Ricchezza linguistica: media, 1 punti.
Cazzimma: massima, 0 punti.
Voto: 3

Giudizio:
Illeggibile. La storia non riesce neppure a candidarsi al banalissimo genere al quale vorrebbe appartenere. Non ho altro da dire, ma sono costretto a raggiungere i duecento caratteri del giudizio da inviarle.

Che posso dirle: non ho parole per valutare il suo giudizio. Solo parolacce, ma siccome sono una persona colta e sensibile eviterò di paragonarla al concime organico di cui condivide le capacità di ragionamento. Mi limiterò a suggerirle che, anche questa estate, ci sono campi carichi di ogni ben di Dio che aspettano solo lei per essere mietuti. Non sottragga queste braccia all’agreste richiamo, vada… vada e se manterrà questi standard riuscirà nell’epica impresa di raccogliere e concimare in un unico, mirabolante, passaggio.

Giudizio #10 – Giudizio Bonsai.
Lunghezza: 238 caratteri 0 punti.
Presenza di errori: non rilevati, 2 punti.
Presenza di elementi dell’incipit: uno c’è, 1 punto.
Ricchezza linguistica: media, 1 punti.
Cazzimma: nessuna, 2 punti.
Voto: 6

Molto interessante e ben fatto. Le citazioni a H.P. Lovecraft e alla cultura fantasy e Horror sono in bella vista e aggiungono una marcia in più alla storia. C’è qualche errore di battitura però e alcuni passaggi non sono proprio chiari.

Con questo chiudo la disanima sui giudizi ricevuti.
Alcuni ben formulati (o almeno l’intenzione era chiara), altri che avrebbero potuto esserlo e se non altro c’era molta buona volontà. Un paio erano chiaramente il prodotto di fancazzisti frustrati e infuriati contro la vita, l’universo e IoScrittore. Il che mi porta alla domanda “Ma perché?” non è che vinci un premio.

Tre anni fa ricevetti giudizi meno valudi e due valutatori, in particolare, avevano  dimostrato di non aver neanche guardato il testo proposto per la valutazione.  Mi infuriai come e più di una gorgone con la coda calpestata. Poi mi misi al lavoro per riscrivere tutto da capo. Nel mentre mi arrivò la notizia dell’arrivo di Noemi (la mia terzogenita) e pensai decisamente ad altro fino all’anno scorso, quando ripresi in mano il romanzo e lo riscrissi da capo, ma con la narrazione al presente. Il risultato è stato che è piaciuto un po’ a tutti e, forse, anche al mio editore che sta valutando l’opera in questi giorni. Speriam bene. Tre anni fa pensai bene di vendicarmi reiscrivendomi subito e preparare giudizi al fulmicotone per stroncare chiunque e qualsiasi cosa al mero scopo di ferire chi li avesse ricevuti. Bene, certo, ma a quale scopo? L’unica certezza che trovai in questa decisione era che dopo essermi sfogato avrei visto l’immagine riflessa allo specchio sussurrarmi “tu si’ ‘na mmerd” con la voce di Giancarlo Bigazzi (e chi non sa chi sia vada su wikipedia!).

Quindi: mi sono messo a studiare come produrre dei giudizi il più possibile oggettivi e cercare di aiutare i prossimi “incipisti” a migliorare le loro opere. Magari l’anno prossimo ‘sta cosa mi verrà meglio. Inoltre ero e sono ancora molto arrabbiato per il modo in cui i valutatori vengono abbandonati a se stessi da parte dell’organizzazione. Quindi con questa serie di articoli voglio mettere bene in luce le dinamiche del torneo a “futura memoria” per tutti. Magari la direzione del Torneo deciderà di apportare qualche cambiamento, tipo mettere linee-guida per i giudizi un po’ meno vaghe e un limite di caratteri per la lunghezza dei giudizi un po’ più adeguato… chessò 600 battute, minimo, massimo 6000?

Buona Giornata

IoScrittore 2020 – l’Alta Classifica

E con oggi raggiungiamo il podio, quei tre incipit che proprio mi hanno fatto dire “Ohhh!”. Mi spiace per quanto accaduto con la pubblicazione dell’articolo precedente, l’intenzione che c’è dietro questi articoli è mostrare le meccaniche del torneo, permettere così a quante più persone di formare la propria opinione al riguardo e decidere se partecipare alla prossima edizione. Nel prossimo articolo mostrerò i giudizi ricevuti assieme a un mio, personalissimo, commento. In questo modo sarà chiaro, oltre ogni ragionevole dubbio, cosa aspettarsi l’anno prossimo. Se il regolamento non cambia.

Bon, bando alle ciance eccovi i giudizi migliori che ho scritto.

Genere: Storico
Valutazione Trama 7, Originalità 8, personaggi 7, Italiano 8.
media: 7.25
Risultato: non compare nei 300

Giudizio:
Per un attimo ho sperato nei Lupi dell’Ontario, quando ho letto il nome dell’autore. L’illusione è finita quando ho letto la data di inizio del romanzo. Trama vasta e articolata, ma sostenuta da uno stile piuttosto… be’, vecchio. Mio nonno (classe 1886) parlava così. La sinossi lascia capire che di tutti i capitoli ce ne son più di metò che raccontano le vicissitudini di un oggetto attraverso i secoli, gli altri che raccontano il sugo della storia. Per quello che ho imparato sulla scrittura: o questi capitoli sono connessi in modo coerente, come altri narratori hanno fatto quando hanno raccontato storie di amplissimo respiro come il ciclo dell’Invasione di Turtledove, Fondazione di Asimov, gli Immortali di Paul Anderson o la Storia Futura di Heinlein giusto per citare qualche esempio illustre, oppure si perde il filo della narrazione dopo il primo capitolo come accade in questo “incipit”. Nihil sub sole novi, dicevano gli antichi romani; di manufatti che attraversano i secoli con scontri tra opposte fazioni per impossessarsene è piena la storia. Le leggende attorno al Graal, la Lancia di Longino, l’arca dell’alleanza e tanti leggendari eccetera non si discostano molto, come plot, da questo. Con la sostanziale differenza che gli eventi della leggenda del Graal sono stati ben collegati tra loro da una tradizione letteraria ben rodata. Purtroppo non è stato così per questo incipit: i due capitoli da cui è costituito sembrano addirittura scritti da due mani differenti! Le differenze tra la famigliola del primo capitolo e il giovane protagonista del secondo sono abissali (sembra un bene, ma non lo è). Personaggi piatti e anonimi nel primo capitolo, gente che mi sembra di conoscere da una vita nel secondo. La professoressa citata nel secondo capitolo, in particolare, mi è sembrato di conoscerla. Il paese del protagonista è sembrato tanto vero, pur nella scarna descrizione nascosta dal narratore, che sono andato a cercarlo su Google Maps. Sospetto che per il secondo capitolo l’ambientazione fosse stata ben nota all’autore, che invece ha avuto evidenti difficoltà nel raccontare la vita nel remoto passato del primo capitolo. Sia chiaro: Lo stile vetusto non ha influenzato il voto, il fatto che non sia piaciuto a me non vuol dire che non vada bene. Rilevo la presenza di fastidiose allitterazioni e ripetizioni, non molte per fortuna, ma questo esclude un voto eccellente. Moltissime parti sono raccontate da un fastidioso narratore onniscente, cosa che ho imparato a evitare: magari ai tempi di Manzoni andava bene, ma nel 2020 mi sono abituato a un tipo di narrazione più scorrevole e dinamica. Rivedrei un po’ lo Show don’t tell, concentrandomi stavolta più sul mostrare che sul raccontare. I narratori onniscenti, come sa bene ogni studente che ha dovuto studiare i Promessi Sposi, tendono a rompere i cabbasisi e questo accade nell’ultimo capoverso del secondo capitolo. Che passi o meno tra i 300 suggerisco, come minimo, di eradicare tutte le intromissioni del narratore.

Insomma un testo con una idea di base non originale, ma comunque solida se ben sfruttata. Alcuni elementi da rivedere nel testo, ma italiano di ottimo livello. Purtroppo non è passato, peccato. Ora vediamo cosa succede al secondo posto del mio personalissimo podio.

 

Genere: MTS
Valutazione Trama 9, Originalità 8, personaggi 8, Italiano 10.
media: 8,75
Risultato: non compare nei 300

Giudizio:
Ci sono alcune cose che mi sono proprio piaciute di questo incipit. Per cominciare il modo elegante e dinamico con cui sono tratteggiati i personaggi. Li si vede apparire mentre la storia comincia, fin dalle prime battute, a dipanarsi. Molto ben fatto, complimenti. Subito dopo viene l’ambientazione: sembra di starci dentro, è dinamica, profonda… sembra di stare proprio a in quella città. L’altro colpo ben riuscito è nel numero di personaggi che si muovono, con naturalezza, sulla scena: tutti hanno la loro caratterizzazione ed è facile distinguerli anche dal parlato. Cosa succederà dopo? È la domanda che mi ripeto di paragrafo in paragrafo. Il ritmo è serrato, ma con le dovute pause per far riprendere fiato e memorizzare i dettagli e i cambi di Point of View sono ben gestiti e staccati a dovere. Se proprio devo trovare una pecca… la frase “(omissis: non posso rivelarla)” pronunciata dal commissario è inutile. L’investigatore della polizia ha già lavorato con il protagonista e il commissario lo sa, il lettore lo sa perché ha seguito D’Amore e lo ha già riconosciuto per via dei dettagli forniti nella narrazione. L’aggiunta della frase “(che ho cancellato)” pare proprio un infodump buttato là per far capire al lettore tontolone chi è il protagonista. Non serve, si capisce bene anche senza. Altra pecca, ma non è colpa sua, la Sinossi non rende giustizia alla trama (ma tanto non l’ho valutata). Il voto in questo caso è sulla fiducia: sono certo che la storia sia ben raccontata anche se la trama è di quelle arcinote. Spero proprio di ritrovarla tra i 300. Così potrò scoprire come va a finire. Vorrei poter aggiungere altro, ma non arrivo (per ora) a tanta abilità nella scrittura e più che dare qualche suggerimento leggo… e imparo. Il 10 l’ho messo in grammatica perché non sono riuscito a trovare un errore neanche leggendo al contrario.

Insomma non è passato neanche lui. E sì che questo romanzo era non dico da vincitori, ma sicuramente da entrare nella schiera dei 300 e forse anche dei 10 finalisti. A mio avviso dietro questo incipit c’è una persona che è ben allenata a narrare e a farlo molto bene. Qualche peccatuccio di infodump, ma se me ne sono accorto io ci riesce anche meglio un editor di primo pelo a occhi chiusi.

Ed ecco il primo classificato che è, udite udite, uno storico. La mia amica Giovanna Barbieri (che scrive romanzi storici da una vita) ne sarà felice.

Genere: Storico
Valutazione Trama 8, Originalità 10, personaggi 9, Italiano 9.
media: 9
Risultato: non compare nei 300

Giudizio:
Non mi dispiacerebbe leggere tutto il libro per rendermi conto del peso dei capitoli iniziali su tutta la storia. Se i protagonisti sono l’animale e la persona indicati nel titolo, perché cominciare la storia con i genitori della protagonista? I fatti che precedono l’entrata in scena della persona in questione non potevano emergere dal vissuto degli altri personaggi? Non mi è dispiaciuto leggerlo, pur rendendomi conto che rispetto alla trama raccontata nella sinossi mi trovavo “fuori” della storia, al prologo del prologo. Io avrei dato inizio alla storia sacrificando il primo capitolo. Sui personaggi ti dico due volte bravo (o brava). Primo per la conoscenza dei dialetti: italiano, ciociaro (be’, gli somigliava) e siculo, secondo per essere riuscito (o riuscita) a far passare le descrizioni dei luoghi attraverso i dialoghi dei personaggi. Sono rimasto molto impressionato. L’unica pecca è che se non si conoscono bene i dialetti qualche cosa dell’ambientazione può sfuggire e in alcuni punti, a mio avviso, hai ecceduto: avrei preferito qualche chiacchiera in meno e qualche descrizione in più. Niente di trascendentale, sia chiaro. Forse attenuerei un pochino la forza dei dialetti siculo e ciociaro, perché un po’ più ostici da comprendere… specie se uno dei personaggi soffre di balbuzie. Già è difficile di suo, in quelle righe sembra di assistere a uno dei dialoghi tra Chewbacca e Han Solo dove solo uno dei due personaggi parla comprensibile e di quello che dice l’altro si può solo intuire qualcosa. Se era questo l’intento ok, viceversa io sposterei la balbuzie di quel personaggio su parti del discorso brevi, magari articoli e congiunzioni onde evitare di spezzare le parole (è solo un’idea, adoro i dialetti di tutte le lingue) e rendere il testo del dialogo accessibile. L’idea che hai avuto è buona, trasmettere l’ambientazione attraverso i dialoghi è una soluzione brillante… spero proprio che nel resto del libro avrai altre sorprese altrettanto piacevoli. Sull’ortografia non ho quasi nulla da eccepire. Punteggiatura, caporali e virgolette usate a maniera e nessun predicato è stato maltrattato da una virgola infilata su per il… soggetto. Questa frase la dice lunga sulla qualità di altri incipit da me analizzati fino a ora. Attenzione alle d eufoniche non sempre usate “a cecio”.

Anche qui nulla da eccepire, una storia bella e commovente rappresentata in modo eccellente, tra questo incipit e il precedente sono stato molto indeciso su quali voti mettere. Poco o nulla da eccepire (anche le d eufoniche non sono rientrate nella valutazione) e molto da imparare. Qui poi ho visto usare i dialoghi in modo molto efficace: tutta la narrazione, i dettagli, ogni sensazione giungeva attraverso le voci dei personaggi. Il narratore se ne stava in disparte e lasciava spazio al lettore che poteva immaginare ogni cosa con precisione.

E con questo ho quasi finito. Ne manca uno, il “vincitore”. Visto che l’incipit è ancora in gioco non posso pubblicare il giudizio al fine di non penalizzaro… anche se giuro che mi piacerebbe farlo non fosse altro che dare una mano a chi è ancora in gara e ha scritto qualcosa di valido.
Ne parlerò domani in un articolo dedicato al “vincitore”.

IoScrittore 2020 – La media classifica

In questo articolo prenderò in esame quegli incipit che si son collocati a metà, i cosiddetti “senza infamia e senza lode”. Scritti maluccio, ma non troppo. Con trame interessanti, ma anche no. Non pubblicabili senza abbondante lavoro da parte di un bravo editor e (in taluni casi) anche di un correttore di bozze esperto. Mi hanno fatto notare che trattandosi di inediti rivelare titolo e nomi dei personaggi potrebbe nuocere tanto agli autori che alle opere, anche se con tutta probabilità usciranno con un altro titolo. Mi pare corretto togliere questi dettagli: scopo di questi articoli è altro.

Genere: Fantasy
Valutazione Trama 7, Originalità 5, personaggi 6, Italiano 6.
media: 6
Risultato: non compare nei 300

Giudizio:
Quella del pesce fuor d’acqua è un tema piuttosto usuale nel fantasy: un personaggio ritagliato attorno al target del lettore-tipo viene portato in un mondo diverso. Un americano alla corte di Re Artù, Tre cuori e tre leoni, le cronache di Narnia sono tutti validi esempi. Qui abbiamo un albero “alieno” che rapisce la protagonista. Ok, è un’idea. La protagonista non è credibile. Lei per prima dovrebbe ricordare di avere dei superpoteri o non voler pensare al proprio passato a quando essi si sono manifestati. Insomma o è entusiasta e allora li usa o comunque sa di averli, non ha bisogno di un amico che gli ricordi che li possiede, oppure è ritrosa e allora al posto dei poteri mostra i danni causati dai traumi che essi le hanno causato. In quel caso il compare (una specie di quasi trentenne con l’aspetto di un manzo 28enne palestrato, ma asessuato) ha proprio il ruolo di mentore che la aiuta a “varcare la soglia”. Non solo. La protagonista ha un cane, pure bello impegnativo: sembra un terranova. Un terranova mangia circa 1kg di macinato e 500g di riso una volta al giorno. Quando lo porti a spasso non ti serve la paletta: ti serve il bulldozer. Un cane così o lo ami, o non vuoi averlo tra i piedi mai. La protagonista se lo è portato in montagna e ha scelto lei di portarlo con sé. Allora lo ama. Poi però lo lascia sempre a casa. Prima in campagna e poi dai nonni. Che se lo è portato a fare? Caro autore: avevi bisogno di un cane per scatenare il potere della fusione mentale? Potevi trovare cento(mila) altri espedienti più efficaci. La protagonista ha 25 anni e un fidanzato, siamo nel 2020 e non negli anni 60. Lei con una casa tutta per sé non si fa riaccompagnare a casa e poi resta da sola. Il compare un pensierino a concludere la serata con dolcezza lo dovrebbe proprio fare, invece sembra che sia refrattario alle curve dell’amica e a tutta la sua femminilità. Mah. Sarà che sto diventando un vecchio satiro, ma almeno un abbozzo di tentativo da parte di lui ce lo avrei messo: è un essere umano, non un termosifone. Capisco che hai previsto per la protagonista di farle incontrare il grande amore dopo che avrà toccato l’albero alieno, ma… e aggiungere un bel conflitto nella trama di relazione no? Degli altri personaggi non riesco a dire nulla: i due che compaiono nel prologo sono piatti, poco credibili. Menzione speciale per il Mostro, che se pure pieno di cliché ha il pregio di avere degli obiettivi precisi e non causare morte e distruzione a casaccio. Vedo che hai difficoltà con le È accentate e le « caporali » per i dialoghi. Mentre tieni premuto il tasto ALT digita i tasti 174 del tastierino e vedrai che appare. Altri codici utili sono 175 e 0200. Ti serviranno per la prossima volta. Per il resto del testo c’è qualche errorino qua e la che ti abbasserà la media, ma niente di trascendentale. Lavora di più sui personaggi: la protagonista vuole qualcosa, ma dentro deve avere bisogno di altro, una ferita che si porta dietro e necessita di essere curata. Qual è la  sua”fatal flaw? Se non ne ha non è interessante.

Come avete letto questo giudizio non sarebbe stato da 6, ma più basso. E però, via, a parte qualche sfondone sulla questione del cane e sui personaggi del prologo (il nudd che ancora devo capire cos’è, e la sciamana con la poltrona nella caverna), il fatto che riesca a visualizzarli anche adesso che è passato più di un mese vuol dire che non erano fatti malissimo. Il 6 ci poteva stare. Il grosso problema di questo incipit e della trama che si porta dietro è che di originale non ha molto. Devo riconoscere che non avevo ancora letto di un albero capace di teletrasportare in un altro universo e questo è valso un 5 che altrimenti sarebbe stato un 4. Sulla trama, be’, l’aver ricalcato le orme dei grandi con una idea tutto sommato originale (l’albero di prima) è valso il voto più alto della valutazione.

E adesso si sale

Genere: Sentimenti
Valutazione Trama 7, Originalità 8, personaggi 7, Italiano 6.
media: 7,5
Risultato: non compare nei 300

Giudizio:
Non sono pratico di letteratura rosa, ma questo è molto simile a quello che scrivevo quando… avrò avuto forse 16 anni, e immaginavo in che modo avrei conosciuto la mia prima fidanzata. Poi scrivevo tutto su carta e lo facevo accadere a uno dei miei personaggi. Con 34 anni di più posso dire che le cose sono andate oltre ogni immaginazione. È stato divertente seguire la schermaglia amorosa attraverso l’alternanza dei punti di vista di Liam e Rachele, peccato per i numerosi errori di sintassi legati a punteggiatura, uso dei pronomi e alcune infelici coniugazioni verbali… il grosso problema di questo incipit è che oltre il colpo di fulmine non succede proprio nulla. In teoria la chiamata all’avventura per il protagonista è creare una relazione con la protagonista e vivere una storia d’amore con lei, in teoria. In pratica sembra essere un eroe ritroso cui manca il mentore. L’occasione gliela offre Rachele facendosi quasi violentare da un ubriaco dopo che, vestita in modo molto appariscente, finisce per sbaglio nel proverbiale vicolo oscuro per cui più male dello stupro fa il coro de “se l’è andata a cercare” che l’avrebbe accompagnata per mesi. Da un punto di vista narrativo la cosa è ben gestita e mi ha fatto sorvolare con indulgenza la pessima formattazione del testo (le « caporali » si fanno tenendo premuto il tasto ALT e componendo i codici 174 e 175 col tastierino numerico della tastiera, ). Il buon Liam, nel vedere Rachele in pericolo (vede la posta in gioco crescere) si lancia all’attacco e liquida con un paio di pugni ben assestati il molestatore. In mezzo ci sono elementi che vanno verificati: Facoltà o Liceo? In alcuni momenti Rachele e Liam vanno al liceo (ma quale?) in altri vanno all’università. Segno questo che l’ambientazione non ti è chiara quanto dovrebbe. Punti molto sui dialoghi e poco o nulla sulle descrizioni. Se avessi dedicato un po’ più di tempo a studiare l’ambientazione avresti evitato l’errore. Far crollare la “sospensione dell’incredulità” è un errore grave, molto peggio che sbagliare un congiuntivo (si, mi sembra di aver visto anche quello). Viceversa la caratterizzazione dei personaggi principali è buona, i due protagonisti parlano in modo convincente, hanno emozioni differenti, prestano attenzione a dettagli differenti e si ha un piacevole distacco durante il cambio di punto di vista, che pure è ben gestito (cosa non banale!). A mio modesto avviso devi potenziare di più la fase preparatoria: studia bene il passato dei tuoi personaggi e attraverso di esso ogni luogo in cui i tuoi eroi hanno formato il proprio carattere e il proprio arsenale di abilità e conoscenze. In sostanza prepara bene l’ambientazione prima di iniziare a scrivere. In questo modo certi dettagli non ti sfuggiranno più e le descrizioni degli ambienti saranno pure interessanti e utili alla narrazione.

Come ho detto tante volte il “Rosa” non è il mio genere preferito, sarà perché mostrare i sentimenti degli altri mi risulta particolarmente difficile. Sarà perché all’azione amorosa preferisco un macigno sferico che rotola verso il protagonista che ha appena tolto un idolo d’oro dal suo piedistallo. Questione di gusti. In un romance il “viaggio dell’eroe” attraversa le varie fasi di schermaglia amorosa che culminano con la nascita della relazione tra i protagonisti (di solito due, un maschio e una femmina, ma esistono sfumature in tutte le… uh… direzioni) e l’immancabile lieto fine o la tragedia a seconda dello stile scelto dall’autore. Qui (a detta della sinossi) è previsto il lieto fine. La particolarità è data dal continuo alternarsi del punto di vista di lui e di lei che da ritmo alla narrazione e attira. La cosa oltre a essere molto originale richiede una certa bravura perché non è banale gestire continui cambi di “Point Of View” senza far perdere il filo della narrazione, l’empatia e giocoforza il coinvolgimento del lettore. Da migliorare l’italiano che va bene (non ho considerato virgolette e accentate un errore), ma non benissimo: buono per un temino da prima liceo, ma l’autrice deve migliorare un po’ il suo ventaglio diafasico… la varietà dei suoi registri espressivi, insomma.

E veniamo al terzo e ultimo di oggi

Genere: Giallo
Valutazione Trama 9, Originalità 7, personaggi 8, Italiano 6.
media: 7,5
Risultato: non compare nei 300

Giudizio:
Bedda matri! Ho dovuto mettermi gli occhiali perché avevo pensato a un refuso: fin dalla prima volta ho letto Ragusa. Se vuoi creare un nome di una città sicula efficace come Vigata o cambi città così da ottenere un nome più evocativo, oppure lavori di onomaturgia e crei la tua città dal nulla, magari in provincia di Enna, che ancora non è stata interessata da indagini poliziesche e c’è Piazza Armerina coi suoi mosaici che merita sempre una visita.Storia interessante, nonostante qualche errore anche grave, si lascia leggere con piacere. Il finale non è scontato per niente. Il protagonista scapolo mpenitente è, scapolo rimane (non vuole legarsi a nessuno, ma come Carabiniere non mostra di essere molto legato neanche all’Arma: alcuni carabinieri si sposano con quella) e quindi il finale è meritato. Sarà lui a capire che l’assassino era (omissis: non posso mica rivelare il finale!), ma quando ormai (omissis: e due, no spoiler). Bel finale, ottima idea. Far finire una storia in modo convincente è difficile, ma dalla sinossi riesco a intuire che almeno l’idea è stata sviluppata molto bene, ben fatto.Veniamo alle note dolenti: anche a te dico che se tieni premuto il tasto ALT e digiti 174 dal tastierino numerico ottieni « e con ALT e 175 ottieni » mentre per la È ti serve il codice 0200. Stile e italiano devono migliorare. Alcune cose possono essere corrette come “unghia” invece di “unghie” e altri problemini legati alla declinazione di plurali e singolari. In prospettiva editoriale se un testo costa troppo editarlo e correggerlo è meglio lasciarlo perdere. Non ho rilevato niente che con un po’ di esercizio non possa essere tolto di mezzo. Altri vizi di scrittura richiederanno uno sforzo maggiore da parte tua: alcuni personaggi non sono caratterizzati bene. I due collaboratori del commissario sembrano un solo carabiniere, le coppie “comiche” che agiscono insieme come una cosa sola hanno alle spalle background molto solidi che emergono nel parlato e nel modo di muoversi. Qui invece sembrava di avere davanti lo stesso personaggio. Sull’uso del punto di vista dovrai pure lavorare parecchio. Non mi puoi cambiare POV a fine capitolo e saltare, con un semplice stacco, da un carabiniere a una giovane donna che sta avendo un sogno agitato. Perché ci ritrovo la coppia dei due collaboratori e sghignazzo come se non ci fosse un domani, invece di empatizzare con la povera donna. Lì avresti dovuto chiudere il capitolo e mettere l’incubo di lei, ben raccontato stavolta, in uno dedicato a lei. L’errore, è che hai voluto cambiare POV proprio in quel punto. Fornisci al lettore una serie di informazioni inutili e che il narratore, non poteva conoscere. Imparare a usare il narratore è un’arte che ti richiederà ancora più tempo. Neanche io ci riesco bene, ma gli errori degli altri sto cominciando a notarli…

…e a farne tesoro. L’autore ha scritto un giallo con un finale dolceamaro. L’idea di base è molto bella, molto siciliana e io che per metà sono siculo (l’altra metà è veneta), mi sono sentito un po’ a casa. L’ambientazione è curatissima, i personaggi un po’ meno e anche la gestione della narrazione deve essere rivista parecchio. Però il protagonista è rappresentato in modo superbo e sembra quasi emergere dalle pagine per apparire, nonostante certi cliché di genere, in tutta la sua figura. Questo mi ha fatto propendere per un voto più alto degli altri: mi dice che c’è del buono e va sviluppato. Un bravo editor potrà sicuramente aiutare questo autore a far emergere i propri punti di forza.

Bene, anche per oggi è tutto dal torneo IoScrittore. Domani vedremo i migliori che ho valutato e perché. Mi farebbe anche piacere che gli autori mi contattassero per parlarne a quattr’occhi. Chissà…

IoScrittore 2020 – Partiamo dal basso

Anche quest’anno ho partecipato a IoScrittore, il “torneo letterario” (un’operazione di scouting su vasta scala) e anche stavolta il mio romanzo non è stato selezionato per passare nei 300. A questo punto, dato che son fuori dai giochi, nulla mi vieta di raccontare cosa ho  scritto riguardo i 10 romanzi che ho giudicato… ma mettetevi comodi che si comincia. Dal peggiore al migliore. E con sorpresina finale.

Titolo: Un sogno nel Bosco
Genere: Fantasy
Valutazione Trama 6, Originalità 7, personaggi 7, Italiano 8.
media: 7
Risultato: eliminato perché già pubblicato

Giudizio:
Sarebbe stato un romanzo interessante, con una ambientazione fatta benino… sono un pignolo: per me ogni nome deve avere una qualche spiegazione , anche banale, ma la totale assenza di indizi sull’origine di un nome implica che sia stato imposto da qualcuno. Nel caso di un animale parlante per me implica l’imposizione da parte dei genitori e, giocoforza, la presenza di una società animale che va a cozzare con quel che è conosciuto in materia di etologia. Idem per lo gnomo Tombolino. In mancanza di una spiegazione, anche appena accennata, del perché si chiama così a me torna in mente il tombolo da studio, che le mamme venete (e non solo) consegnavano alle loro figliole per insegnargli l’arte del ricamo. L’assenza di una spiegazione sull’origine del nome, pure microscopica, mi ha portato a un ulteriore rinforzo dell’Incredulità. Onomaturgia a parte (cui ho dato pochissimo peso) i personaggi sono credibili e ben caratterizzati (ho preso in simpatia la Vipera Akron) anche come etologia; il Pettirosso (mi rifiuto di chiamarlo scricciolo: è proprio un’altra specie animale) che ostenta coraggio al limite della sfrontatezza e fugge via alla prima minaccia è rappresentato proprio come appare in natura, chiacchiera a parte. Non posso valutare la trama per intero perché la sinossi non è completa, ma le premesse ci sono tutte per una bella favoletta da leggere ai bambini, che nasconde dentro di sé numerosi insegnamenti su come affrontare la montagna, a cominciare dallo stare alla larga dalle pietraie soleggiate. Ciò che ho potuto leggere non segue uno schema ben rodato. Il mondo dei protagonisti è in equilibrio e nessun conflitto lo minaccia, neanche per sbaglio. La scritta sulla pietra attiva il conflitto minore dei protagonisti, la loro curiosità prende il sopravvento e accende la magia che gli permetterà di capire il linguaggio degli animali e molte altre cose. Il fatto che il romanzo sia stato editato (e anche bene) e che a me sia arrivata la versione non editata con la punteggiatura un po’ carente e un normario fantasioso (che sia stata l’ambientazione fantastica a ispirarne le regole?) mi ha dato parecchio fastidio almeno quanto scoprire che stavo valutando un romanzo già pubblicato. Comunque rimane un prodotto gradevole, si lascia leggere dagli adulti tanto quanto dai più piccoli. Naturalmente ho dovuto segnalare la cosa alla segreteria del torneo, mi spiace, ma era mio dovere farlo anche per proteggere il lavoro di tanti altri esordienti. Voglio pensare che il libro sia stato iscritto prima della pubblicazione, che sia arrivato sugli scaffali a torneo ormai chiuso e che non sia stato ritirato per una semplice dimenticanza. Buona fortuna per il suo libro!

Insomma non è che son stato particolarmente cattivo eh? E in ogni romanzo ho puntato anche agli aspetti positivi e qui, come avete letto, ce ne erano a cominciare dall’italiano usato. Buono, ma non buonissimo: il libro è scritto anche meglio, se volete fare un regalo gradito a un ragazzino in cerca di una favoletta avvincente fateci un pensierino.

Eccone un’altra…

Genere: Fantasy
Valutazione Trama 6, Originalità 7, personaggi 7, Italiano 6.
media: 6,5
Risultato: eliminato perché facile risalire al nome dell’autore

Giudizio:
Sono molto dispiaciuto di dover scrivere questo giudizio: adoro i libri fantasy. Da Howard, Brooks, Bradley… e giù fino a Zelazny mi sono sempre concentrato su quanto di bello potevo leggere, lasciando da parte errori e piccolezze. Lovecraft era un dio nel trasmettere certe emozioni, meno bravo coi dialoghi… pazienza. Prendiamo il primo capitolo: lasciando perdere la punteggiatura, che meriterebbe un trattato a parte, ho rilevato un serio problema di gestione del punto di vista. Scarsa anche la caratterizzazione: in tutto il primo capitolo ogni personaggio utilizza lo stesso registro espressivo il che, unito alla cattiva gestione del POV, ha reso estremamente difficile capire chi fosse a parlare. La situazione non migliora nel secondo capitolo dove l’improbabile mezzosangue si rivela essere il prigioniero del primo ora evaso. Comprendo che questo personaggio sia come “er cavaliere nero” di proiettiana memoria cui “non bisogna rompere il… ” però due paroline sull’evasione io le avrei spese. L’ambientazione sembra interessante, ma alcuni elementi la distruggono. Termini come “locanda” e “oste” richiamano il tipico fantasy medioevale, idem il carro da cui la protagonista femminile è stata scaricata dalla madre. Poi però trovo che gli elfi possiedono spade, pistole e ricetrasmittenti e la bimba di prima fruga nei cassonetti dell’immondizia. Come funziona questo mondo? Non è chiaro. E che dire dei nomi? Seth è egizio, ma qui è il nome di un soldato elfo. Sono molto confuso, la mia povera SoD (suspension of disbelief) ne è uscita a pezzi e continuava a urlare “brucia ‘sto libro”. Un peccato, perché ci sono delle trovate molto divertenti come l’elfo che riconosce l’assassino psicopatico e tenta di fuggire, ma poi ci manca poco che se la faccia nei calzoni. Oppure i genitori del prigioniero evaso che, nonostante tutto, tentano di aiutare il figlio: sono rappresentati molto bene, specie la madre. Viceversa nessuno dei nomi scelti per luoghi e personaggi del libro mostra anche solo minimamente di essere stato scelto con un criterio diverso dalla “bellezza fonetica”. I nomi stridono troppo tra loro. Uniformarli senza criterio, però, non avrebbe senso. Ogni personaggio deve avere un nome “meritato” in base a razza, cultura, ceto sociale… eccetera. Deve migliorare la gestione dei POV, qualsiasi corso di scrittura andrà bene. Approfondire l’ambientazione: ogni elemento della narrazione deve avere il suo perché. Purtroppo non ho lo spazio per parlare in modo esaustivo della sua opera, il libro in se non è male, ma l’ambientazione e la caratterizzazione richiedono un grosso lavoro di restauro per rendere luoghi e personaggi credibili. Spero di esserle stato d’aiuto.

Insomma ho cercato di evidenziare in cosa si poteva migliorare (moltissimo) e cosa ha meritato i voti sopra la sufficienza. Anche se il libro non è stato pubblicato, la signora ha però dimenticato di togliere dal titolo il nome della saga:  è una parola così Google me l’ha rintracciata in un femtosecondo. Purtroppo il libro precedente: ” Cronache di un ricercato” è scritto male quanto l’incipit che ho letto. Indice che l’autrice (è una lei) non ha minimamente pensato di far editare il proprio testo e lo ha buttato su Amazon così com’era. Peccato. C’è di buono che il libro sia “Attualmente non disponibile” e, forse, posso sperare che abbia cambiato idea.

E per chiudere questo primo articolo ecco il “Top of the worst”, ovvero er peggio. Reggetevi forte.

Genere: Fantascienza
Valutazione Trama 4, Originalità 3, personaggi 3, Italiano 5.
media: 3,75
Risultato: Eliminato

Giudizio:
Accipicchiolina, mi sembra di aver letto uno dei primi racconti di Asimov con robot protagonisti, roba che non ha mai pubblicato perché si vergognava di scritti che contenevano “bash, argh” e “cose che voi umani non dovreste mai fare”. Purtroppo questo scritto non contiene nulla che non sappia di già visto e rivisto: il mondo (forse) salvato da due nerd, l’eroe che si sveglia dopo il coma e, tanto per cambiare, è paralitico. Per sua informazione: una persona in coma non mangia e non caga. Necessita di cateteri che vanno sostituiti a intervalli regolari e di un sondino che pure va sostituito ogni 2 mesi e dopo 6 mesi se non si è ripreso va operato per installare una PEG (presidio enterogastrico) per sparagli acqua e nutrienti via transaddominale con una gastrostomia e una pompa a infusione. Tutta roba facilissima da trovare mentre il mondo è in mano a macchine assassine (hint: sono stato ironico). Il sonnellino decennale del suo amico avrebbe richiesto, nella migliore delle ipotesi, non meno di 600 cateteri e almeno 20 peg (consideri che spesso si ostruiscono o danneggiano prima della scadenza). E comunque si sarebbe preso un’infezione alle vie urinarie, come minimo. Il sondino per la stomia va sostituito ogni sei mesi, anche meno ed è fatto di materiale biocompatibile tutt’altro che facile da produrre. Senza di esso la stomia si richiude in pochi minuti e ci vuole un nuovo intervento chirurgico per riaprirla. Al di là di questo la sua trama ha talmente tanti buchi che chiamarla “insensata” è un complimento.
Veniamo ai personaggi: sono piatti e, soprattutto, sanno di già visto. Ha idea di quanti orfanelli ci sono in letteratura? Poteva fargli morire i genitori a causa dei robot, sarebbe stato già più plausibile dell’incidente d’auto del 2056.
Un nerd quando descrive una sua “invenzione” è prodigo di dettagli tecnici: sa di cosa parla ed è orgoglioso di poterla raccontare. Purtroppo lo capisce solo un altro nerd. Se mi parla di una scatola di sardine (quelle rettangolari sono sgombri e sardine, il tonno ha scatole rigorosamente rotonde perché si spreca meno materia prima) lo capiscono tutti; se riempie la scatola con chip e circuiti integrati e poi ci appiccica sopra un display, una manopola e delle lucine, lo capiscono tutti al volo e capiscono che è un accrocco che non funziona. Se poi racconta che il personaggio poteva, grazie a quell’arnese, controllare quasi tutti i robot presenti sul pianeta ha spoilerato il finale E sta prendendo in giro l’intelligenza del lettore.
Per finire l’italiano usato per raccontare la storia è stato massacrato da una punteggiatura errata e parole scelte in modo non funzionale alla narrazione, funestato da ripetizioni e uso di verbi e sostantivi polisemantici (come l’abusato verbo fare) che proprio si potevano evitare. Taccio poi sulle forme verbali palesemente errate. Se vuol continuare a scrivere dovrà leggere molto, ma molto di più.

Questo era davvero scritto male. Già la formattazione era pessima, ma concedo il beneficio del dubbio poiché molti word processor non sanno gestire bene il formato RTF obbligatorio per l’invio dei manoscritti.

A cominciare dalla punteggiatura usata a sproposito.
Sembra inutile pignoleria, ma dopo il sangue versato tra medie e liceo sulla sintassi del periodo non ci sto a ritrovarmi davanti il primo ignorante che non ha curato neanche la forma basica del testo scritto. La presenza di una virgola in questo o quel punto determina in modo importante il significato che si attribuisce a una frase. Tengo a precisare, per chi non lo sapesse, che quando ho cominciato a scrivere non sapevo mettere insieme soggetto e predicato e la qualità dei testi che producevo era anche peggiore di questa. Per cui quando ho trovato ‘sta roba ho capito immediatamente con cosa avevo a che fare e come trattarla.

Se la donna sapesse con certezza il valore che ha, l’uomo andrebbe a quattro zampe alla sua ricerca.

Se la donna sapesse con certezza il valore che ha l’uomo, andrebbe a quattro zampe alla sua ricerca.

Se la donna sapesse con certezza il valore che ha l’uomo andrebbe a quattro zampe alla sua ricerca.

Stesso gruppo di proposizioni, significati molto diversi a seconda della posizione o della presenza di una sola virgola. Ribadisco: la punteggiatura è importante. Comunque: su questo genere di errori tendo a sorvolare senza bombardare a tappeto, i problemi sono altri.

A tempo di record, si erano estinte …governo degli Stati Uniti non poteva farci assolutamente niente!”. Mi permetto di estrarre questo brevissimo testo, senza mettere altro che possa “compromettere” l’autore. In un altro articolo di questo blog ho condannato in modo aspro l’abuso dei verbi polisemantici, come il verbo “Fare” che racchiude in sé una moltitudine di significati tale da riempire svariate pagine di dizionario. Una povertà di linguaggio che rende il testo scialbo e ambiguo, rendendo difficile comprendere il significato: cosa avrà voluto dire l’autore? Che il governo degli stati uniti era impossibilitato a fronteggiare la crisi ecologica? Che si era prodigato in sforzi colossali e aveva fallito? Che aveva scientemente deciso di non salvare il clima (ammesso che fosse stato possibile) e mandare il pianeta a donne perdute? E quella virgola dopo “a tempo di record” che vuol dire?
Mistero.
E ancora perché non “poteva” invece di “poté”? Il protagonista sta raccontando il suo passato, anche se non è chiaro da quale posizione è partita la narrazione se non “un qualche momento nel futuro”. Perché l’autore ha usato l’imperfetto invece che il passato remoto? Voleva forse dire che la crisi ecologica era ancora in corso e che, dopotutto, gli ecosistemi del pianeta ancora tentavano di sopravvivere nonostante (o forse grazie al) mancato intervento del governo statunitense? E gli altri paesi del mondo?
Mah.
L’ultimo periodo poi ripete lo stesso errore di sintassi con virgole che paiono piazzate qua e là senza un criterio apparente. Il testo che precede e segue questo esempio contiene pe(e)rle di pari valore con qualche spruzzatina di aggettivi e forme verbali non concordanti come qui:

Erano diventate ormai così necessarie che veniva classificate dai governi alla stregua dei WC pubblici.

Frase innocua, che non permette una facile individuazione del testo. La proposizione fa riferimento alle postazioni di ricarica per automi, l’ausiliare avere non concorda col suo participio passato e il trapassato prossimo risulta… trapassato e basta: a miglior vita.

In teoria un simile utilizzo della lingua italiana è da 3= (tre meno meno), scritto così per non mettere 2 che altrimenti in sede di scrutinio viene ignorato. Ho messo 5 perché comunque è una insufficienza (e a quanto pare voti inferiori al 4 non vengono proprio considerati) e tanto basta a far precipitare la media. Inoltre gli sfondoni grammaticali possono essere corretti: alla fine della fiera chi si ritroverebbe a bestemmiare sarebbe “soltanto” il correttore di bozze se almeno ambientazione, trama, personaggi e tutto il resto fossero stati non dico eccellenti, ma almeno buoni.  Invece l’autore (o l’autrice) sembra aver trascritto, di tutto quel che la sua mente ha ideato, solo le prime idee che gli son balzate in testa senza neanche controllare grammatica, sintassi e forma.
Il mio 3,75 di media è stato di incoraggiamento, se no sarebbe stato 2 secco.

E con questo si chiude la prima tornata di giudizi, a breve la seconda con altri tre incipit che sono andati benino, poi i tre che proprio mi son piaciuti e dulcis in fundo il… vincitore, ovvero il romanzo che è passato alla fase successiva. Che con me ha preso una media di 5,5. Come c’è riuscito? Magari col vostro aiuto potrò sciogliere l’arcano e financo… l’argatto.
So’ ironico, aho!

Piccola storia triste

piccola

Titolone a tutta pagina per il mio ultimo lavoro.

PICCOLA STORIA TRISTE DI UNA PERSONA TRISTE
E PICCOLA!

Non senza uno smisurato orgoglio vi presento il mio ultimo lavoro.

Alt! Come? Niente maghi, Nani, orchi e tutto l’armamentario Fantasy che accompagna le mie storie?

Quasi. In compenso compaiono sciabole affilate con una firma illustre assai, Zorro con tanto di maschera e mantello e poi altri personaggi altrettanto coloriti come l’Innominabile, Maurizio (chi ha visto il Piccolo Diavolo?) e la professoressa Castelnuovo.

Stavolta si parla di esami di maturità, per chi ha letto la mia biografia “In Punta di Penna” potrebbe non essere una sorpresa. Infatti per scrivere questo libro ho attinto a piene mani dal mio passato e ci ho aggiunto il passato di tanti altri “colleghi” studenti che nel 1991 hanno affrontato gli esami di maturità. Visto il periodo mi pare giusto uscire con una storia del genere, specie quest’anno di “Didattica a Distanza”. DaD invece di D&D mi pare un buon compromesso, che ne pensate?

La storia narra di uno studentello semi-nullafacente di nome Prossimo Leoni che, dopo quattro anni e mezzo di beato fancazzismo la cui “maxima summa” è la messa in vendita della scuola, si ritroverà solo al banco perché il suo compagno di bravate è finito in ospedale dopo un brutto incidente in motorino. Privato del suo “mentore” si ritroverà da solo a fronteggiare l’Innominabile, professoressa di Italiano e Latino, che tenterà in ogni modo di rovinargli l’esistenza e la carriera scolastica.

Il modo in cui Prossimo reagirà, perché reagirà eccome se lo farà, sarà parecchio lontano da quello che avrei fatto io o chiunque altro di mia conoscenza… ma mettendo insieme i ricordi miei e di tanti altri studenti di quell’epoca ecco una storia che avrebbe potuto essere vera e che, se ci crederai anche tu, sarà stata vera in tutti i sensi.
Se lo hai pensato, lo hai creato… in qualche universo.
Allora: lo facciamo questo salto nel 1991?

Il tono è quello della commedia, la storia è totalmente inventata così come ben spiegato nell’incipit e posso assicurarvi sin da ora che “Nessun edificio scolastico, studente, docente o bidello è stato maltrattato per raccontare questa vicenda”, ma le risate non mancheranno né mancherà l’occasione per riflettere e ricordare che “Non scholae sed vitae discimus” vale a dire che a scuola si va per imparare a vivere, oltre che per studiare. Niente come l’andare a scuola ti insegna a come relazionarti con le persone che incontrerai nella vita e sono lezioni preziosissime: a scuola puoi permetterti di sbagliare, dopo non potrai più farlo senza pagare conseguenze salatissime.

Anche questo libro andrà a sostenere le cure per mia figlia Noemi, mi aiutate?

Dal 15 giugno sarà disponibile in doppio formato: ebook e kindle.

Chi desidera una copia con dedica può contattarmi al solito indirizzo o se si trova a passare dalla Val Rendena si riesce a prendere anche un caffè insieme.

3dPiccola

 

 

Francesco Trento – Sceneggiatura… e tre.

Non c’è due senza tre e poi il quattro vien da sé. Ci sono state un po’ di vicissitudini da parte mia e ho avuto un bel po’ di problemi negli ultimi 15 giorni, ma ecco l’ultimo riassunto.

L’eroe arriva a casa, finalmente può godersi la sua ricompensa e vivere felice e contento per il resto dei suoi giorni.

No, dai sto scherzando. Ne è successa però di roba da “prove, alleati e nemici” dove ero rimasto l’ultima volta.

L’eroe è entrato nel mondo straordinario e da questo punto la narrazione subisce una svolta: le regole cui è abituato non valgono più. Per rimanere su “Star Wars IV” è il momento in cui Luke arriva a Mos Eisley e cerca un passaggio. Il guardiano della soglia sono i due stormtrooper cui Obi-Wan fa il lavaggio del cervello “questi non sono i droidi che state cercando, possiamo passare” e lo fa con una nonchalanche che è quasi disarmante. D’altro canto deve apparire che non è semplicemente un jedi, ma “Quel Jedi”. Specie nella versione restaurata deve apparire chiaro che il personaggio di Obi Wan ha una storia alle spalle e un’esperienza enorme. E sì: nella versione restaurata è stato fatto un “planting” all’indietro. Cronologicamente gli episodi I, II e III vengono prima, ma verranno girati e visti dal pubblico dopo, perciò occorreva “piantare” i semi così da permettere al pubblico di riconoscere subito “Obi Wan” da giovane quando sarebbe apparso sullo schermo.

A Mos Eisley Luke viene sottoposto a una serie di prove, incontra Ian Solo (il mutaforma della storia), mentre D3DO e R2D2 passano da Araldi a Buffoni e saranno la spalla comica di Luke assieme al peloso Chewbacca. Le prove per Luke continuano con la fuga a bordo del Millenium Falcon, anche qui la nave è stata rimessa a nuovo per piantare altri semi sui film che verranno. Le differenze tra la vecchia versione del ’77 e quella restaurata sono piccole, ma evidenti: il Millenium Falcon ha una sua volontà.

La fase “Prove, Alleati e Nemici” ha termine quando l’allegra brigata arriva nei pressi di Alderaan e ci trova solo un campo di asteroidi. Ovvio: il pianeta è andato in 1000 pezzettini dopo un colpo di Morte Nera. Fino a questo punto abbiamo visto parecchio di Luke: ha imparato a usare la spada laser, sa sparare con qualsiasi cosa, dai blaster ai cannoni turbolaser del Falcon, sa percepire la forza e usarla per parare colpi di laser con la spada. Questa fase è fondamentale: se lo spettatore non sa cosa sa fare il personaggio potrebbe non credere a quello che verrà dopo e la sospensione dell’incredulità va rinforzata il più possibile perché… eh, il gruppo viene catturato dalla Morte Nera e, insomma, è improbabile che ne escano vivi.  Attenzione: il planting di elementi da sfruttare successivamente è meglio se termina in questa fase, a meno di qualche evento eccezionale.

Questa fase si chiama “discesa” o “avvicinamento alla caverna”, il ritmo aumenta e ci sono le prime serie difficoltà: la nave è stata catturata, stanno per essere presi prigionieri tutti. Qui inizia il raccolto e qualunque inserimento di elementi da “piantare” non può riguardare nessuno dei personaggi, al limite qualcuno degli elementi della scena e solo per questioni secondarie.

Invece Han Solo ha un asso nella manica: vani segreti a prova di controlli imperiali, usati per il contrabbando. «Non avrei mai immaginato di contrabbandare me stesso» dirà dopo aver sopraffatto le guardie imperiali rimaste a guardia della nave in attesa di uno scanner strutturale.  Che era un contrabbandiere era un fatto noto a fin dal primo incontro a Mos Eisley e adesso si raccoglie.
Siccome siamo nella fase in cui il ritmo narrativo deve crescere e la tensione schizzare verso le stelle ecco che arriva un nuovo rilancio della posta: “la principessa Leia Organa è a bordo della Morte Nera” (altro raccolto rispetto alla scena iniziale del film) e giocoforza Luke vuole salvarla (la battuta “Oh, com’è bella!” con cui se ne è uscito quando R2D2 mostra uno spezzone del messaggio olografico è servita per questo). Purtroppo Obi Wan non c’è e quindi è Luke che deve decidere e gioca il tutto per tutto nel tentativo di convincere Han Solo ad aiutarlo. Per convincerlo usa il discorso monetario: Han ha bisogno di soldi per pagare il suo debito con Jabba De Hutt. E a questo punto che comincia la fase più intensa: salvare la principessa, fuggire nel compattatore di rifiuti e fare in modo che lo spettatore non si chieda “perché c’è luce là dentro?”. In scrittura invece questo problema va risolto: è un compattatore di rifiuti, non serve avere una luce là dentro. La cosa viene risolta mettendo un segnale di “porta chiusa” sopra l’unica via di uscita che illumina di luce rossastra tutta la stanza. Non servirebbe, ma è un semino che viene piantato a inizio scena: tutta la luce sembrerà provenire da quel segnale e tanto basterà agli spettatori per credere che sia sufficiente. Quando dicevo di piantare, da qui in poi, elementi marginali, niente di più.

Ci sarebbe l’enigma della radio che Luke usa per comunicare coi droidi, ma adesso non serve disquisire sulla tecnologia di Star Wars: basta sapere che funziona.
Quello che ci interessa sapere è che tra i rifiuti si aggira un mostro tentacoluto e spinoso che afferra Luke per una caviglia e lo tira sotto. Qui occorre riflettere un momento: perché Luke e non uno degli altri? Perché è stato il protagonista fino a questo momento.

Sotto dove? C’è dell’acqua nel compattatore, non tanta e molto sporca, ma sufficiente per tenere sott’acqua la testa di un uomo. Ed è quello che succede a Luke: il mostro tenta di affogarlo e poi papparselo. La scena “sott’acqua” dura abbastanza da far esaurire il fiato allo spettatore medio che, a questo punto, sta trattenendo il fiato assieme a Luke. C’è un rumore una specie di terremoto e niente. Esaurito il fiato nasce l’idea che Luke sia morto e che sia necessario affezionarsi a un altro personaggio tra Leia e Han, ma… sorpresa! Ecco Luke che riemerge. Il mostro lo ha lasciato andare ed è scappato via. Ovvio: il terremoto era il compattatore che si è attivato e sta per “far diventare tutti magrissimi”.

Al mostro non andava di essere strizzato e quindi ha rinunciato alla preda per tornare nel suo buco. Al di là del sollievo il punto chiave è proprio la morte apparente di Luke: il fondo della caverna è questo. L’eroe viene quasi ucciso, sconfitto, prende una batosta terribile e adesso deve riscattarsi. Infatti ecco che stavolta riesce a dare, urlando in un microfono, la svolta positiva ordinando a D3DO di fermare i compattatori di rifiuti e questo è l’unico che riesce  a parlare con R2D2 che invece sa interfacciarsi con i sistemi della Morte Nera, fermare i compattatori di rifiuti e aprire la porta di manutenzione.

E mentre i nostri eroi tornano al Millenium Falcon il buon Obi Wan si scontra con Darth Vader. Quando dicevo di piantarla con il planting tranne casi eccezionali mi riferivo a cose come questa. Dietro la maschera di Darth Vader si cela Anakin Skywalker, che Obi-Wan conosce bene, le battute che si scambiano riguardano i film I, II e III le cui sceneggiature sono state già scritte. Nel ’77 George Lucas potè girare solo il quarto film perché era l’unico autoconclusivo: se avesse fatto flop non avremmo mai saputo nient’altro di Anakin. Nel dialogo tra Obi-Wan e Vader si evince già tutta la storia che li riguarda e viene piantato un dettaglio fondamentale «Se mi uccidi diventerò più potente di quanto tu possa immaginare». Ora quella frase, visti i tre film precedenti, suona proprio come un “te lo avevo detto”: Obi è un tutt’uno con la Forza da tempo e l’unico ostacolo a questo è rappresentato dal suo corpo che continua ad abitare. Uccidendolo Darth Vader gli fa un favore. Solo che Luke non lo sa e quando lo vede morire, proprio nell’ultima scena relativa la “caverna” si innesca il meccanismo ben noto “all is lost/run/duel” che vede il gruppo in fuga dalla Morte Nera. In teoria questa dovrebbe essere la fase di “ricompensa”, ma quale ricompensa è se nessuno può festeggiare? Neanche Han Solo può festeggiare più di tanto, visto che Leia raffredda subito il suo entusiasmo definendo la loro fuga “troppo facile”.

E soprattutto: cosa ottiene l’eroe oltre a una principessa indomabile e in grado di mettere ai suoi ordini sia Han che Luke? I piani della Morte Nera, che R2D2 ha in memoria. Però durante il viaggio di ritorno, dopo la breve fase di controllo dei “premi incassati” (principessa e piani di battaglia, in questo caso) e conta dei morti ecco che inizia la “via del ritorno” vale a dire quella fase in cui la tensione narrativa ricomincia a salire in vista del “Climax”. Ultimo  dono della prova superata è dunque la consapevolezza che l’impero li sta tracciando per sapere dove trovare la base dei ribelli di cui Leia è a capo. Questa consapevolezza rafforza il meccanismo “all is lost/run/duel” che in questo caso si traduce in una corsa fino alla base ribelle e organizzare un piano disperato: studiare i piani di costruzione nel tentativo di scoprire un punto debole nella Morte Nera e distruggerla.

Avevo già accennato a questa cosa: è uno dei modi per raccontare “la via del ritorno” e condurre lo spettatore/lettore fino al climax.
Ci fossero stati dubbi poco dopo l’arrivo della principessa nella base ecco che arriva la Morte Nera e si prepara a far fuoco sul pianeta dei ribelli. Fin dall’inizio sappiamo quanto sia potente l’arma della MN e dunque sappiamo che i ribelli hanno le ore contate. Han Solo si da alla fuga, ma è il mutaforme: sta solo facendo il suo lavoro. Luke perde l’alleato più potente e adesso le cose sono diventate difficili. Tuttavia abbiamo visto l’eroe affrontare e superare molte prove, una più difficile dell’altra. Se tra queste ci fosse stata “distruggere una Morte Nera” allora il film sarebbe già finito. Creare il dubbio “basteranno le prove superate per sapere come affrontare la Morte Nera e vincere?” fa crescere ancora la tensione narrativa e l’abbandono di Han giunge a fagiolo: come farà senza uno dei suoi alleati?

Inizia l’ultima corsa e siamo arrivati al “Climax”. Ma magari mi riservo questa ultima passata per il prossimo articolo.

In ogni caso vi ricordo che su “Come scrivere una grande storia” trovate tutti i riferimenti per fare una donazione a una delle associazioni sostenute dal gruppo attraverso le lezioni gratuite.

 

Worldbuilding 9 – una prova su strada

worldbuilding

<– segue da strade e città

Alt, lettore fermati.
Prima di intraprendere la lettura di questo articolo bada bene di aver ben compreso quanto ho scritto nei capitoli precedenti in particolare in materia di

ambientazione

topografia

onomaturgia e toponomastica

 

il problema si è posto perché in uno dei racconti che ho scritto per creare l’ambientazione ho dovuto coniare due parole nuove di zecca, riutilizzare una parola francese, e riscrivere l’etimologia di due fiumi.
Vi ho messo i link, se qualcosa non è chiaro seguiteli, se ancora non è chiaro fate domande.

Bâtons e Boilhièr
Cosa sono queste parole? La prima indica una unità di misura lineare in uso tra i principati di Malichar, la seconda un leggendario albero di Larzè in grado di muoversi, parlare e combattere i temibili yeux, i mostri che infestano les Ertes e che tanto han fatto tribolare tutti e dodici i principati negli oltre 2600 anni da quando Bertrand fondò la prima città dei principati.
C’è una leggenda che si tramanda di generazione in generazione tra les Ertes, le montagne che circondano le valli malichane.

Riguarda la caduta di G’len (anagramma di Leng, per maggiori dettagli leggete i racconti di Lovecraft, in particolare la “Finestra della soffitta”), il leggendario Œil che aveva tentato di sopraffare Bertrand e i suoi compagni.

La Villa, cioè la città, era stata appena fondata: tante case in pietra e legno arroccate su un dolce promontorio che si protendeva sul lac d’Ambre. La valle che agli esuli era parsa tanto accogliente e promettente.

All’inizio era parso un miracolo che quella terra spettacolare, fatta di boschi vergini e montagne immacolate, un vero paradiso terrestre, fosse completamente disabitata. Eppure avrebbe dovuto far sorgere qualche sospetto (nella mappa che sto disegnando le valli malichane sono disposte quasi a raggio attorno a un altopiano centrale, scavate dalle acque di fusione dei numerosi ghiacciai, questo testo è basato sulla visione della mappa).

Trovare resti di costruzioni in varie parti della valle, persino di caverne costruite, secondo lo stile osservato nelle brulle, da Orchi e Coboldi e ora completamente disabitate aveva fatto sorgere qualche dubbio.

Ciò che salvò i vasconards dal seguire il destino dei precedenti abitatori della Val D’Ambre (nome che la deriva linguistica trasformerà in Ambèr) fu il ritrovamento di iscrizioni nella roccia in una delle caverne un tempo popolate da orchi e poi, in quello che doveva essere un rifugio sotterraneo scavato nella roccia sotto i resti di una casa crollata sotto l’incessante martellare del tempo, una serie di tomi. Erano scritti in maorni ma Bertrand, grazie alla magia, era in grado di tradurli senza particolari difficoltà.

Si trattava di registri pieno di scarne annotazioni, per risparmiare spazio. Probabilmente in quella casa aveva abitato il capo del villaggio che doveva essere una persona colta e attenta, Bertrand non lo scoprì mai. Ogni registro conteneva un paio di anni di annotazioni scarne e relativamente interessanti: quanto grano giungeva da sud, quanto legname veniva spedito indietro, quanta gente nasceva, quanta gente moriva e come.

Inizialmente la principale causa di morte era dovuta al trasporto della merce attraverso le Brulle: poteva capitare che un drago o un verme-tigre attaccassero il convoglio, a volte era una banda di orchi. Vi era poi una voce che era stata cerchiata e corretta più volte, da più mani. L’ultima iscrizione riportava, con la grafia energica di una mano giovane la parola disiectii, svaniti.

Autore del diario era un certo Gaius Cæcilius, nato a Reub e migrato nella provincia della Montania Cisacclivia (acclivis = ripido, il prefisso “cis” sta per al di qua, come per la Gallia: cisalpina al di qua delle alpi, transalpina al di là e ulteriore… be’ lo sapete).

Gaius aveva annotato scrupolosamente quanto veniva immagazzinato per l’inverno, quanto legname era stato spedito via fiume fino alla forra, quanto era giunto da sud per le necessità della colonia, quante nascite e quante morti e per quale motivo. In una delle ultime pagine aveva persino compilato una tabella e sottolineato che le morti “presunte” avevano superato quelle per incidente e per vecchiaia. Nell’ultimo appunto raccontava che, nell’anno trascorso la colonia aveva perso oltre metà dei suoi abitanti e le nascite non erano proprio in grado di sostenere le scomparse, senza contare che parte degli scomparsi erano proprio bambini e ragazzi. Inoltre dalla Kairitia (l’attuale Kirezia) non giungevano più tante persone come una volta e i rifornimenti si stavano facendo sempre più costosi. Sempre meno mercanti erano disposti a viaggiare oltre la Cineracea  per vendere le loro merci  in Cisacclivia, e quei pochi vendevano le loro merci a prezzi esagerati.

Nell’ultima pagina vi era disegnato un Œil con venti peduncoli oculari, accanto vi era una specie di ghirigoro, ma quando Bertrand lo esaminò bene vide che si trattava di una vacca. La pagina raccontava di come Gaius in persona aveva assistito alla “sparizione” del suo amico Leo Proximo ad opera della gigantesca e orribile creatura. Un raggio verde era scaturito da uno dei tentacoli occhiuti e aveva disintegrato il compagno, lui era riuscito a sfuggire perché al momento dell’attacco era al riparo dietro alcune rocce e quando aveva udito l’urlo del compagno, invece di saltar fuori con l’ascia in pugno aveva prudentemente sbirciato da oltre il suo nascondiglio.
Quando aveva capito di cosa si trattava aveva scagliato un masso giù per il pendio e s’era ricoperto in fretta e furia di muschio, terra e foglie. Celato a quel modo aveva atteso. La bestia lo aveva superato fluttuando in direzione del masso scaraventato giù. Poi era rimasto inchiodato dal terrore finché non s’era fatto buio e solo allora, semi-congelato e mezzo morto per lo spavento, era tornato a casa e ordinato l’evacuazione della colonia.
Aveva lasciato il diario per mettere in guardia chi sarebbe tornato dopo di loro, specie nel caso in cui non fossero riusciti a raccontarlo ad anima viva.
In quel momento Bertrand ebbe timore di essere stato ingannato. Il governatore della Kairitia gli aveva consegnato mappe vecchie di un paio di secoli, forse più, parlandogli di una terra situata oltre la Cineracea Solitudo. Avrebbero solo dovuto seguire il fiume per sei-sette giorni, ma facendo a meno delle navi perché il Tancour non è navigabile nel tratto che attraversa la Cineracea.

Così scambiarono le navi per carri, cavalli, viveri, mappe e quant’altro gli sarebbe stato necessario per sopravvivere in quel territorio. Però gli fu ben chiaro perché il governatore avesse insistito per fargli acquistare quante più armi, anche pesanti, possibile.

La verità era che da più di un secolo nessuno si recava nella Montania Cisacclivia: non c’era niente da commerciare, nessuno viveva là e gli ultimi coloni maorni se ne erano andati via per paura: la gente spariva e nessuno sapeva dire perché.

Ora lo aveva scoperto: una creatura mostruosa e gigantesca viveva da quelle parti e rapiva le persone. Doveva prendere tutte le precauzioni possibile.

I Beobacht vivono in nidi sotterranei e catturano le loro prede con azioni fulminee servendosi della loro magia.
Il modo in cui Bertrand riuscì a risolvere il problema fu pure molto interessante.

Lavill’ aveva una specie di borgo fortificato chiamato “Vila de Matheo Palùs”, che in futuro verrà contratta in Ville de Madûs, che era collegata all’abitato principale dal fiume Neies (da negaense, anagramma con variazioni di Sagena, tipo di rete a “deriva” adatta alla pesca fluviale, ma Neies è anche l’anagramma di Seine: il maggior fiume di francia e il suo nome deriva proprio dalle sagene usate per la pesca fluviale al tempo dei romani).

I pali da ormeggio, les bastons, erano dislocati un po’ ovunque lungo il percorso: servivano soprattutto per il viaggio di ritorno per trainare le chiatte senza scendere dall’imbarcazione.
Alcuni venivano riposizionati ogni anno a causa delle piene primaverili che potevano diventare molto violente.

La cosa importante è che erano diritti. I vasconards erano gente di mare e sapevano bene come piantar pali nell’acqua. Ad aiutarli nel compito c’erano les Larzes, che i maorni kairiti chiamavano Larx: conifere d’alto fusto, robuste e straordinariamente longeve, che avevano dato il nome alla valle: Val d’Ambre deriva proprio dal colore che i larzès prendono in autunno, quando perdono gli aghi.

I loro tronchi sono molto sensibili alla forza di gravità e crescono diritti: in passato i maorni ne trasportavano grandi quantità per realizzare gli alberi delle loro navi.

Tuttavia anche le radici di queste piante straordinarie hanno una proprietà: leggono il sottosuolo.

Se c’è una frana, uno smottamento, una cavità che si forma o qualche altro problema che potrebbe minare la stabilità della pianta, esse crescono o si diradano in modo da permettere alla pianta di adattarsi al terreno che cambia fino a spostarla quel tanto che basta per evitare problemi e più la pianta è grande e più questo spostamento diventa evidente.

Da qui il nomignolo “Boilhièr” crasi tra “Bois” cioè bosco e “Oelhièr” pastore.

Pastore del Bosco perché sembra quasi che gli alberi più giovani seguano quelli più anziani per “evitare” problemi.

E questo che c’entra con gli Yeux e la loro minaccia?

Facile: gli Yeux scavano lunghi tunnel per sorprendere le loro prede direttamente dentro i loro villaggi. I Larzès percepiscono dove il terreno cede a causa del tunnel, si inclinano e, con la dovuta lentezza, si spostano prima che il crollo provochi una inclinazione che risulterà fatale sotto il peso della neve invernale.

Traguardare gli alberi del bosco attraverso un Bâton permette di capire al volo quale s’è inclinato e si sta spostando.

La stessa cosa deve aver notato il giovane Matheo quando si accorse che c’erano file di alberi leggermente storti rispetto al Bâton e che da un giorno all’altro queste file si allungavano. Non solo: poiché tutti i primi esuli erano studiosi o figli di studiosi, cose come la trigonometria erano abbastanza note a tutti i ragazzi e il giovane Matheo impiegò poco a capire che gli “alberi storti” non erano disposti casualmente, ma (con l’aiuto di una mappa della valle) disposti lungo percorsi che convergevano tutti verso la città.

Ovvio: sotto c’erano tanti yeux che scavavano come disgraziati per avvicinarsi, non visti, alle prede.
La strategia delle bestiacce era semplice: se potevano andare e venire dal villaggio degli umani a piacimento senza essere visti potevano usarli come “allevamento”. G’Len aveva deciso che quegli umani erano di sua proprietà perché si erano sistemati vicino al suo nido. Poteva contare su ben due compagni di covata (esemplari di œil di comprovata fiducia coi quali era solito accoppiarsi e fare le uova) una decina di figli “approvati” e circa sessanta otili, œil troppo giovani per essere altro che schiavi e riserva di cibo d’emergenza. E poi naturalmente c’erano gli schiavi umani. Cosa che metteva d’accordo tutti: figli e otili (anagramma di iloti) perché se c’erano loro c’era cibo e gente che poteva lavorare al posto loro. Però anche gli altri nidi della valle e delle valli vicine avevano fiutato gli umani e ambivano a conquistare qualcuna di quelle prede capaci di servire bene come schiavi, prima di diventare cibo.

Quella di passare da sottoterra era una necessità perché un oeil all’aria aperta campa poco. La loro capacità di fluttuare è dovuta a una grossa vescica interna tenuta magicamente sottovuoto così da generare una potente spinta aerostatica di natura “fisica”. L’eventuale occhiata di un altro œil non l’avrebbe mai annullata, neanche per sbaglio. Ma questo sistema li rende anche lenti e vulnerabili a colpi di vento e altro legato alla loro natura “aerostatica”. In un tunnel sotterraneo ci son pochi problemi e un tunnel ben strutturato (la sezione esagonale li aiuta anche in questo) non causa rogne.

Ciò di cui les yeux non si erano mai curati era la reazione delle piante al passaggio dei tunnel. Credevano che quei grossi cosi verdi e legnosi fossero buoni solo a produrre incendi e attirare boscaioli nei loro agguati.

Invece sarebbero diventati la loro rovina: grazie a essi e ai batons che facevano da “riferimento” e permettevano di individuare i tunnel in avvicinamento, ma pure quelli già scavati e venne il giorno che Bertrand fece irruzione nel nido di G’Len, uccise il mostro e liberò i vasconards che erano stati catturati e non ancora diventati cibo per uova e larve d’œil.

I Batons, o meglio, la distanza tra il pelo dell’acqua e la punta del bastone, divenne perciò il nuovo parametro per misurare il “livello di allerta” e, giocoforza, soppiantò l’unità di misura fondamentale del sistema metrico vasconard ed è usato ancor oggi.

Les larzès divennero sacri e intoccabili o quasi: i vasconards e poi, attraverso i secoli, i malichani impararono a coltivare i boschi facendo in modo che ci fossero sempre abbastanza Boilhièrs così da rivelare per tempo l’avvicinarsi dei mostri sottoterra.

Anche dopo che Bertrànd, poco prima di sparire per sempre, creò la Barrière ponendo un serio ostacolo ai loro attacchi, il sistema di Batons + Boilhièrs fu mantenuto ed è tutt’ora usato nelle regioni periferiche dei principati, là dove la barrière diventa meno efficace per individuare e stroncare sul nascere qualsiasi tentativo da parte degli yeux di causare fastidi.

E a proposito di ambientazione, se ci fate caso, ho infilato diverse cosette.

1) Ho usato la deriva linguistica dall’occitano al francese, ma pure dal latino al francese, per creare parole d’uso comune coerenti con l’ambientazione. In latino il “larice” è “Larx, larxis”, l’occitano tende ad addolcire e la x muta in z. Larzès suona bene, è coerente con il francese maccheronico scelto per il malichano e via, andare.
2) Ho chiarito, soprattutto a me stesso, perché i batons sono tanto importanti e così diffusi: non solo per motivi estetici e far somigliare Lavill’ a Venezia, ma soprattutto come sistema d’allarme integrato col territorio.

3) Di fatto ho caratterizzato in modo unico l’ambiente anche in funzione dei primevi occupanti della Val d’Ambèr, quelli che i Nani chiamano Beobacht e i vasconards hanno battezzato uelh (occhio) poi diventato “œil” ed è divertente capire perché si è arrivati da uelhs a yeux.

4) Ho gettato le fondamenta per la creazione della città di Madûs che nella mia mappa è a pochi km da Lavill’ e che in realtà sarebbe l’anagramma di Dumas, ma che doveva trovare una sua etimologia nella storia locale. Contrazione di Vila de Matheo Palùs → Villa de Mathe Palus → Ville de Madûs, anche se il “Ville de” non si usa quasi mai se non nella toponomastica ufficiale. E ho chiarito che “La Villa”, cioè la Città era il nome originario. Lo lleenico è una variante dello spagnolo (realizzato con la regola di Tognazzi), che a sua volta deriva sempre dal maorni con un substrato che ha la stessa origine che ha dato vita all’etsiqaasit (probabilmente sanscrito maccheronico).

5) Ma pure ho gettato le fondamenta per una toponomastica alternativa a quella kireziana: le Brulle le chiamano così i kireziani. La Grisplaz è uno dei nomi con cui le chiamano i malichani, ma nelle mappe più antiche si può ancora trovare Cineracea Solitudo il nome dato dai maorni (ricordo che maorni è l’anagramma di romani, Reub è Urbe e tanti altri eccetera). Anche nel nostro mondo culture diverse danno allo stesso luogo nomi differenti.

6) Ho approfondito un pochino la struttura sociale dei beobacht (Oeil e Beobacht sono la stessa cosa) e messo un paletto su quelli che sono i “bisogni” di un nido di beobacht. Saranno anche capaci di usare la magia a volontà e di lanciare tanti incantesimi, ogni 3-4 secondi, quanti sono i peduncoli che hanno in testa, ma devono avere anche dei punti deboli e un buon motivo per muoversi sottoterra invece che apparire nel punto che gli serve e gettare tutti nello scompiglio. Il motivo è che gli altri suoi simili potrebbero decidere di fare il tiro al piccione e mangiarselo. E quando non sono i suoi simili sono i malichani, i discendenti dei primi vasconards.
Avevo detto che i maorni avevano insistito per far acquistare agli esuli vasconards armi pesanti come baliste e trabucchi. Le baliste maorni sono ti un tipo molto compatto, detto “a torsione” perché in vece del solito (e costoso) arco di acciaio impiega corde di canapa che vengono caricate come fossero molle. A patto di curarne la manutenzione in modo scrupoloso (ma qui c’è la magia: una corda può essere rigenerata senza essere smontata dalla propria sede) è un’arma eccellente, facile da trasportare e da mettere in opera senza mai essere smontata.

E a cosa serve tutto ‘sto po’ po’ di roba? Ho tre romanzi in cantiere: l’Ombra Scarlatta che uscirà a fine ottobre (se non avrò altri contrattempi), Dal profondo della notte e le Fiamme di Meroikanev (sempre se non cambierò idea sul ttolo).
Il primo è ambientato tra Kirezia e Malichar e quindi mi serve tirare giù un po’ di storia locale, il secondo interamente a Malichar e il terzo ovviamente no. Sapere perché certi luoghi si chiamano come si chiamano, sapere perché certi elementi sono presenti non solo per decorazione come i pali da ormeggio (uguali a quelli veneziani).

Quindi: vi sembra complesso? Lo è, ma è il miglior connubio che sono riuscito a trovare tra il mio metodo preferito: scrivere a briglia sciolta, di getto e senza pensare troppo alle conseguenze delle parole e il metodo che da i risultati più solidi, vale a dire la “progettazione letteraria”.

Scrivere la prima minchiata che mi viene in testa (nella prima versione di questo pseudo testo i malichani avrebbero dovuto notare i cali di livello nella falda acquifera prodotta dallo scavo delle gallerie dei beobacht) non sempre  funziona, ma scriverla mi permette di vedere se il nuovo pezzo fa scopa col resto. Poi mi sarebbe piaciuto metterci dentro gli “ENT” stile Tolkien, solo che non potevo chiamarli Ent per ovvi motivi e poi, detto tra noi, non è che sarebbe stato molto original. Invece ho preso spunto dal nostro Larice (Larix) in latino e l’ho fatto diventare Larzè e Larzès al plurale, gli ho aggiunto una caratteristica tipica di arbusti come la Socratea Exorrhiza che è un tipo di palma capace di far ricrescere le radici molto in fretta al punto che essa riesce a spostare l’intera pianta. Sì: gli alberi che camminano esistono. Solo che si tratta di tropismi: le radici crescono di più dove c’è più acqua e muoiono dove non ce ne è. Qui ho un po’ amplificato questa proprietà e l’ho trasmessa a una creatura massiccia come il larice, dotandolo di una rozza consapevolezza su cosa gli permette di stare in piedi e cosa invece potrebbe tramutarsi in una trappola mortale per la pianta. La morena friabile, la presenza delle bestie nel sottosuolo e della magia ha permesso l’evoluzione di una pianta tutta diversa da quelle da cui ho preso spunto e be’, funziona.

Sceneggiatura e due

Il corso tenuto da Francesco Trento va avanti, provo a riassumere quanto accaduto nelle puntate precedenti.

Il nostro Eroe, il protagonista insomma, fa la sua comparsa nel mondo ordinario. Cos’è? L’ambientazione iniziale. Il pianeta Tattooine di Luke Skywalker, Thara di Rossella O’Hara prima della guerra di secessione, l’universo pieno di astronavi e alieni cattivi di Captain Mar-Vel sono tutti esempi di mondo ordinario: un luogo dove l’eroe sa come comportarsi, cosa aspettarsi e insomma rappresenta la sua zona di comfort.

Inutile aggiungere che l’ambientazione e il background dei personaggi deve essere stato preparato in anticipo, almeno a grandi linee. Improvvisare è DIFFICILE. Questo non lo dice Francesco Trento, lo dicono i -> Fatti <-. Creare “dal nulla” qualcosa, sia essa una melodia, un disegno, una scultura… qualsiasi cosa, anche un piatto di cucina, è più impegnativo che lavorare su qualcosa di consolidato. Occorre conoscere la materia in modo più che approfondito e se essa richiede delle abilità pratiche queste devono essere ben rodate o il risultato sarà scadente o proprio disgustoso nel caso di una “carbonara improvvisata”. Perché dovrebbe essere differente per la creazione di un testo scritto? La regola aurea della scrittura è “parla di ciò che conosci” e se il personaggio è inventato lo devi inventare bene, se la città è inventata la devi fondare e guidare attraverso i secoli fino al giorno in cui diventerà lo sfondo della tua storia. Sapete bene come la penso.

Certo, si può sempre lavorare di inventiva e mettere ordine dopo, ma è un lavoro che “va fatto”. Paola Randi, protagonista del seminario di mercoledì 6 maggio sulla sceneggiatura del film “Tito e gli Alieni” ci ha raccontato di uno di questi aggiustamenti post scrittura e ci ha scritto un saggio dal titolo: “L’ho mandato a prendere i bambini all’aeroporto”. Azione che, in teoria, sembra innocua le è costata la riscrittura dell’intera sceneggiatura. Succede la stessa cosa coi romanzi. Scriverli di getto è bellissimo perché ci si ritrova esploratori in un universo sconosciuto, sia esso un mondo come Pandora, che la coscienza di un allegrone come Zeno. Però improvvisare un mondo complesso e alieno come Pandora richiede conoscenze che ben difficilmente si possono inventare: Avatar avrà pure avuto una trama “scontata”, ma l’ambientazione sembra un trattato di xenobiologia (biologia aliena) per la coerenza che offre anche nel più piccolo dei dettagli.

E la personalità di Zeno, ne vogliamo parlare? Al liceo l’ho odiato con tutto il cuore, il romanzo intendo, ma più per il modo in cui veniva presentato. Dietro l’opera di Svevo c’è un piccolo universo per quel che riguarda i personaggi. Certo: entrambe le cose, ambientazione e personaggi, si possono “improvvisare”, ma occorre conoscere molto bene (e quando dico molto intendo dire un bel po’, come diceva Han Solo) queste due “materie”.
Questo per dire che se non si conosce neanche un metodo per mettere in piedi ambientazioni coerenti e personaggi credibili, forse, è il caso di fare un passo indietro prima di scrivere di getto una storia. Il lavoro di sistemazione della stessa potrebbe richiedere qualche anno di paziente limatura e riscrittura. D’altro canto creare un’ambientazione e dei personaggi fatti bene può richiedere anche un annetto abbondante.

Altro discorso è se l’ambientazione è una e una soltanto e poi, di volta in volta, si aggiunge qualcosina. Alcuni autori hanno fatto proprio così come Cussler e Asimov, per citarne un paio. Molto lavoro per creare una ambientazione vasta nel tempo e nello spazio (soprattutto Asimov) e relativamente poco per scrivere le storie.

Ma torniamo alle lezioni di sceneggiatura: il mondo ordinario rappresenta il punto di partenza del viaggio, esso può essere in equilibrio ossia non ci sono situazioni di pericolo o di malessere per il protagonista, che potrebbe continuare a restarsene tranquillo se non avesse un autore particolarmente bastard… pardon, ispirato, che pensa a scaldargli la sedia sotto le terga con un cannello ad acetilene. Oppure potrebbe non essere affatto equilibrato, essere già sull’orlo della distruzione come il regno di Fantasia sotto l’attacco del Nulla, ne “La storia infinita”. L’importante è aver ben chiaro cosa ha perturbato il mondo ordinario perché questo rappresenterà il conflitto primario che il protagonista sarà chiamato a risolvere.

In Guerre Stellari IV sappiamo bene che c’è l’Impero che sta rivoltando tutti i pianeti della galassia come calzini per ritrovare i piani della Morte Nera trafugati in “Rogue One”. Per Luke è solo questione di tempo prima che il suo mondo ordinario vada in pezzi… eppure è un eroe ritroso. Quando la chiamata all’avventura giunge, prima annunciata dall’Araldo R2D2 e poi confermata da Obi-Wan Kenobi ecco che l’eroe si tira indietro. Non è pronto, Luke dice di dover restare coi suoi zii ancora una stagione. La verità è nascosta nella sua “Fatal Flaw”, la paura.

La ferita fatale o Fatal Flaw è quel tratto caratteriale che l’eroe si porta appresso e ne condiziona in modo anche pesante le decisioni. Al buon Luke serve una spintarella per superare la ritrosia, il fatto di sapere di aver avuto un padre straordinario lo fa sentire inadeguato e teme di non essere all’altezza. Ad aiutare Luke interviene il Mentore Obi-Wan e poi ci pensa l’Impero, con quello che a tutti gli effetti è l’incidente scatenante, ad alzare la posta in gioco uccidendo gli zii coi quali ha vissuto fino a quel momento.

Viceversa se l’eroe è entusiasta va posto un interdittore, qualcuno che come il grillo parlante di Pinocchio gli ricordi che sta commettendo un’azione avventata. Mi viene in mente Axel Lidenbrok che ricorda a suo zio Otto che è impossibile raggiungere il centro della terra, per via della lava.

In entrambe i casi la posta in gioco viene alzata. Nel libro di Verne (viaggio al centro della terra, appunto) è Axel che di fronte alla testardaggine dello zio deve cedere confidando sulla bontà dei propri studi: è certo che oltre una certa profondità non si possa scendere senza finire arrosto e lo zio dovrà per forza tornare indietro.
Il seguito prova che aveva torto, direbbe De André e infatti succederà qualcosa d’altro. Se il mondo ordinario dell’eroe non era cominciato in una condizione di dis-equilibrio è il momento di introdurla.

Il varco della soglia, il passaggio dal mondo ordinario a quello straordinario, segna il confine tra primo e secondo atto,  Un interdittore potrebbe trovarsi qui (specie nel caso di eroe entusiasta) e allora si parla di “Guardiano della Soglia”. Un eroe ritroso invece potrebbe ritrovarsi suo malgrado catapultato nel mondo straordinario come accade ne “Un americano alla corte di Re Artù” o in “Non ci resta che piangere”. L’autore, nei panni di uno scherzo del destino o di un dio dispettoso, piazza l’eroe nel mondo straordinario e succeda quel che deve accadere.

Varcare la soglia avvia la nuova fase chiamata “Prove, alleati & nemici” dove all’eroe ne succedono un po’ di tutti i colori. Come regola generale è entro questa fase che tutti i suoi alleati arrivano e tutte le sue capacità vengono mostrate attraverso una serie di eventi. Sa combattere con la spada? È pavido o coraggioso? Ha una mira infallibile? Sa risolvere enigmi? Ha la lingua sciolta? Qualsiasi cosa di buono sappia fare l’eroe o uno dei suoi alleati va piantata entro questa fase.

Il “planting” è uno strumento importantissimo per ottenere un bell’effetto sullo spettatore e più in generale sulla resa della storia. Quello che nel linguaggio della sceneggiatura è chiamato “payoff” e che, di fatto, fa apparire un racconto coerente. Lasciare un seme piantato e non curarsi poi di farlo germogliare equivale a lasciare buchi di trama, quindi attenti a cosa piantate, a quali domande si pone il lettore e a fare in modo che quando inizierà la prova centrale, quella dove l’eroe rischierà la pelle e potrebbe uscire sconfitto, si possa iniziare anche a raccogliere così da tenere la storia entro i confini della coerenza.

Col prossimo articolo dovrei mettermi in pari con quanto spiegato durante le lezioni che, ricordo, sono gratuite. Per partecipare basta inviare una mail a

scrivereunagrandestoria@gmail.com

e, se possibile, dare una mano a “Casetta Rossa” o “Nonna Roma” (ma pure entrambe) o a un’altra associazione di volontariato.

Francesco Trento – Sceneggiatura.

Da circa tre settimane, con venerdì 24 saranno 10 lezioni, sto seguendo un corso di sceneggiatura tenuto da Francesco Trento. Anche per questo motivo gli articoli sul blog si sono un po’ diradati. Questo articolo è per fare il punto su quanto appreso finora e… azz, quanta strada mi resta da fare.

Una menzione speciale per questa persona straordinaria che, in poco tempo, ha messo insieme una classe di circa 270 persone (il numero è in crescita) cui insegna sceneggiatura come farebbe in una classe di quelle che tiene normalmente, ma lo sta facendo gratuitamente. Ci sono milioni di persone bloccate in casa per via della quarantena; lui ha preso un canale su zoom da 500 posti e lo ha messo a disposizione di tutti quelli che seguono le sue lezioni. In cambio chiede che si faccia una donazione, a piacere, per una associazione di beneficienza. Lui suggerisce “Mamma Roma” e “Casetta Rossa”, ma se ne conoscete altre vanno bene ugualmente.  È un appello che sento  e devo diffondere il più possibile. In fondo a questo articolo ci sono tutti i riferimenti. Il corso è organizzato in lezioni di 90′ circa il lunedì e il venerdì dalle 17 alle 18.30 e poi un’altra mezz’oretta circa di domande e risposte. Il mercoledì invece si legge la sceneggiatura di un film, o meglio: parte di essa, e lui la commenta. Insomma si studia come “il ferro” è stato battuto da qualcuno che sa scrivere e pure bene.  Insomma tre lezioni a settimana.

Il viaggio dell’eroe.
Avevo parlato, qualche tempo fa, del viaggio vogleriano e di come ci siamo evoluti (in un certo senso) per amare le storie in quanto da esse, per molto tempo, è dipesa la nostra sopravvivenza come specie. Durante il corso è emersa una questione importante e direttamente collegata al “Viaggio” che ognuno dei miei personaggi affronta. Se una delle storie che scrivo non segue lo schema, è da rifare? La risposta è stata “Non necessariamente”, se funziona, se mantiene una sua logica, gli infodump sono al minimo, possiede stile, ritmo e, soprattutto, trasmette emozioni e tiene il lettore incollato al libro e lo spettatore contento al cinema: perché no? Viceversa se durante la scrittura ci si ferma, ci si ritrova in qualche modo bloccati o non soddisfatti di quanto prodotto il Viaggio è un ottimo strumento per riprendere le fila della trama e capire in quale parte della storia ci si trova e scoprire se occorre tagliare qualcosa, o c’è qualcosa che manca e lavorarci su. Insomma il Viaggio è una sorta di mappa, uno strumento di lavoro che può tornare utile, ma non è indispensabile. È un modello che rappresenta l’archetipo della “storia” che ci portiamo dietro, affidabile come un modello può esserlo.

Un modello non è la realtà, ma aiuta a capirla. Fino al 1582 si è continuato a usare il calendario Giuliano, le teorie di Copernico erano state diffuse a partire dal 1514, ma complice un clero piuttosto rigido, non furono accettate che 40 anni dopo la morte dello scienziato. Perché? Perché il calendario giuliano, a parte il problemino della precessione degli equinozi, funzionava bene. Ogni 128 anni si restava indietro di un giorno, ma non era un grosso problema, bastava tenerne conto e ritardare di un giorno le attività nei campi, poi di due, poi di tre… e poi il 4 ottobre 1582 divenne il 15 ottobre per decreto papale. Il nuovo modello del cosmo aveva vinto? Più o meno: ci si era accorti che il nuovo modello faceva tornare i conti meglio del vecchio e occorreva eseguire meno calcoli perché le orbite avevano perso gli epicicli.

In seguito ci si accorse che le orbite non sono mai circolari, ma ellittiche, che la gravità curva lo spaziotempo e che ci sono ulteriori effetti per cui sono stati sviluppati modelli ancora più precisi.

Lo stesso è accaduto per i modelli narrativi: fin da quando Aristotele ne parlò (e ne rimase traccia scritta) si è giunti, dopo oltre duemila anni di evoluzione, a Vogler attraverso moltissimi scrittori e narratori, ognuno dei quali ha tentato di dire la sua in materia.

Dunque cosa si è visto in queste dieci lezioni? Per prima cosa abbiamo affrontato il concetto di “Trama” come qualcosa che tutt’altro che originale, ma che può diventarlo cambiando solo alcuni parametri. Per esempio: “Balla coi lupi” e “Avatar”, il primo è ambientato durante la conquista del West, il secondo in un futuro fantascientifico su di un altro pianeta. Beowulf e Lo Squalo, Romeo e Giulietta e West Side Story… trame identiche, personaggi e ambientazione differenti = storie nuove e originali. Il fatto di dover usare una trama già nota non comporta il dover copiare. Si può produrre una storia originale anche con una trama arcinota come la guerra di Troia, magari sostituendo alla mitica città costruita da Apollo e Poseidone un bunker progettato da Renzo Piano (ma taccio su chi mettere in luogo di Achei e Troiani). Da qui siamo approdati al concetto di modello narrativo di cui sopra.

Successivamente abbiamo esplorato il Viaggio con una veloce panoramica, esaminando numerosi spezzoni di film per vedere le varie fasi del viaggio e alcune delle sequenze narrative più comuni come quella “All is lost/run/duel” molto usata tanto nei film d’azione, che nelle commedie romantiche specie dove lui rincorre lei dopo averla persa, si confronta con lei e alla fine si baciano.

Si è parlato degli archetipi e della loro funzione all’interno della narrazione, a cominciare dall’eroe e di quello che è il suo motore, cosa lo spinge a muoversi e ad agire, qual è il suo bisogno, quale ferita si porta dietro che ne condiziona la vita. La ferita è importantissima, ma possiamo stare tranquilli: tutti ne abbiamo almeno una. Come diceva un noto psichiatra: siamo tutti nevrotici e chi non lo è… è psicotico.

Nel prossimo articolo scenderò un po’ più nel dettaglio, ma il modo migliore per capire è unirsi alla classe: basta mandare una email a

scrivereunagrandestoria@gmail.com

mettendo nell’oggetto “Corso di Sceneggiatura con Francesco Trento” e due righe di presentazione nel corpo del messaggio.

Per partecipare occorre avere l’applicazione “Zoom” installata su PC o Telefono. Al momento ci sono ancora 230 posti disponibili.

Per conoscere meglio “Casetta Rossa” potete cliccare qui.