L’Agente immobiliare

Il genere erotico è sempre un’incognita, per me almeno. Quanto mostrare? Che parole usare? Il dialetto romanesco ha una regola: due parole sono troppe, una è troppo poco. Credo valga anche per questo genere di storie, tanto particolari quanto estremamente impegnative se si desidera rimanere nel campo dell’Eros senza saltare nel Porno con tutte le scarpe. Non è elegante.

Così mi son messo a sperimentare anche questo genere e, in tempi non sospetti, l’ho caricato su wattpad. Di tutte le storie pubblicate questa è quella che ha ottenuto più visualizzazioni e incitazioni a proseguire. Non è per cattiveria se non l’ho portata avanti, ma per me è “ricerca” su un genere che se pure non mi attira ho voluto sperimentare. A mio avviso la storia non è particolarmente piccante e si basa molto sui sottintesi e sul non verbale… almeno finché non si arriva al dunque. Trattandosi di genere erotico devo mettere il testo a parte e l’avviso che si tratta di una lettura riservata a un pubblico adulto. Per proseguire occorre cliccare sul link qui in basso e accedere a una delle (poche) pagine non indicizzate di questo sito.

Buona lettura!

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I Carzelloddi Verdeoro.

Non si tratta di una ricetta brasiliana, ma di un piatto tipico della cultura Elasson a base di carzelloddi (un tipo di pasta senza uova), zingiber, turmerico e crespetrella. Non è difficile da preparare.

Cosa sono quelle facce? Oggi è domenica, mettiamoci a tavola e dimentichiamo per qualche ora le furibonde cagnare attorno al concorso “Io Scrittore”. Lunedì mattina, con l’umore giusto, le faremo ritornare più vivaci e agguerrite che mai.

Si mettono sul fuoco una pentola piena d’acqua e una padella con circa una tazza d’acqua per ogni dose di pasta che si intende cucinare. Nella padella vanno aggiunti una spolverata di turmerico, una fetta spessa un dito di zingiber tritata, due cucchiai di olio di oliva (per ogni dose) e un pizzico di sale. Se l’acqua nella padella evapora ne va aggiunta dell’altra per mantenere il livello circa costante.

Quando l’acqua nella pentola bolle si aggiunge il sale e si cala la pasta. Quando la pasta è a poco più di metà cottura (i carzelloddi sono di farina di grano duro, se no scuociono subito) va spostata nella padella, ma l’acqua di cottura della pasta non va assolutamente buttata. Per trasformare i carzelloddi nel tipico piatto della cucina elasson tanto apprezzato in tutta Kirezia occorre fare in modo che la pasta non asciughi del tutto e va aggiunta un poco d’acqua di cottura avendo ben presente che:
troppa acqua = la pasta naviga che sembra una minestra e scuoce.
poca acqua = la pasta si attacca alla padella e brucia.
acqua giusta = la pasta non brucia e non scuoce, l’acqua si trasforma in una sorta di crema giallo-oro che si attacca ai carzelloddi (ma funziona per qualsiasi altro tipo di pasta).

A cottura completa togliere dal fuoco e cospargere di abbondante crespetrella tritata e aggiungere pepe o peperoncino a seconda dei gusti (ma attenti che lo zingiber è un po’ piccante di suo). Vedrete che il verde-smeraldo di quell’erbetta dal gusto aspro e dolciastro si abbinerà in modo sovrannaturale agli altri ingredienti.

Questa ricetta, raccontata da Luigi Scaldapentole in persona la ritroverete anche in appendice allo “Specchio di Nadear” e se vi è venuta fame sappiate che, sempre in appendice, ho anche trascritto come sfruttare gli ingredienti del nostro mondo per ottenere la stessa deliziosa ricetta.

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Piccola storia triste

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Titolone a tutta pagina per il mio ultimo lavoro.

PICCOLA STORIA TRISTE DI UNA PERSONA TRISTE
E PICCOLA!

Non senza uno smisurato orgoglio vi presento il mio ultimo lavoro.

Alt! Come? Niente maghi, Nani, orchi e tutto l’armamentario Fantasy che accompagna le mie storie?

Quasi. In compenso compaiono sciabole affilate con una firma illustre assai, Zorro con tanto di maschera e mantello e poi altri personaggi altrettanto coloriti come l’Innominabile, Maurizio (chi ha visto il Piccolo Diavolo?) e la professoressa Castelnuovo.

Stavolta si parla di esami di maturità, per chi ha letto la mia biografia “In Punta di Penna” potrebbe non essere una sorpresa. Infatti per scrivere questo libro ho attinto a piene mani dal mio passato e ci ho aggiunto il passato di tanti altri “colleghi” studenti che nel 1991 hanno affrontato gli esami di maturità. Visto il periodo mi pare giusto uscire con una storia del genere, specie quest’anno di “Didattica a Distanza”. DaD invece di D&D mi pare un buon compromesso, che ne pensate?

La storia narra di uno studentello semi-nullafacente di nome Prossimo Leoni che, dopo quattro anni e mezzo di beato fancazzismo la cui “maxima summa” è la messa in vendita della scuola, si ritroverà solo al banco perché il suo compagno di bravate è finito in ospedale dopo un brutto incidente in motorino. Privato del suo “mentore” si ritroverà da solo a fronteggiare l’Innominabile, professoressa di Italiano e Latino, che tenterà in ogni modo di rovinargli l’esistenza e la carriera scolastica.

Il modo in cui Prossimo reagirà, perché reagirà eccome se lo farà, sarà parecchio lontano da quello che avrei fatto io o chiunque altro di mia conoscenza… ma mettendo insieme i ricordi miei e di tanti altri studenti di quell’epoca ecco una storia che avrebbe potuto essere vera e che, se ci crederai anche tu, sarà stata vera in tutti i sensi.
Se lo hai pensato, lo hai creato… in qualche universo.
Allora: lo facciamo questo salto nel 1991?

Il tono è quello della commedia, la storia è totalmente inventata così come ben spiegato nell’incipit e posso assicurarvi sin da ora che “Nessun edificio scolastico, studente, docente o bidello è stato maltrattato per raccontare questa vicenda”, ma le risate non mancheranno né mancherà l’occasione per riflettere e ricordare che “Non scholae sed vitae discimus” vale a dire che a scuola si va per imparare a vivere, oltre che per studiare. Niente come l’andare a scuola ti insegna a come relazionarti con le persone che incontrerai nella vita e sono lezioni preziosissime: a scuola puoi permetterti di sbagliare, dopo non potrai più farlo senza pagare conseguenze salatissime.

Anche questo libro andrà a sostenere le cure per mia figlia Noemi, mi aiutate?

Dal 15 giugno sarà disponibile in doppio formato: ebook e kindle.

Chi desidera una copia con dedica può contattarmi al solito indirizzo o se si trova a passare dalla Val Rendena si riesce a prendere anche un caffè insieme.

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Lo Specchio di Nadear

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Metà copertina è visibile, l’altra metà la ammireranno quelli che si accaparreranno una copia dell’edizione limitata che da stamattina è disponibile per essere ordinata in libreria.

Le prime copie (numerate) sono state spedite oggi, altre partiranno domani e così via fino a esaurimento. Sono duecento in totale, ma il mio editore giura che stanno finendo in fretta anche grazie al fatto che chi acquista sul suo sito ha le spese di spedizione incluse nel prezzo.

Come già detto in altre occasioni si tratta di un Giallo, cioè una di quelle storie dove l’indagine è la colonna portante della trama. Cioè una delle colonne, mica l’unica.

Grosso scoglio da superare è la presenza della magia. Che se ne fa un mondo fantasy di un detective, se con la magia si può fare di tutto incluso scrutare in una sfera di cristallo dove trovare il colpevole?

Su Tharamys la magia esiste e le sue regole sono severe. Sbagliare equivale a condannare a morte se stessi e chi passa nelle vicinanze. Regole tanto stringenti comporta che siano note a tutti coloro che desiderano sopravvivere, l’alternativa è la consapevolezza che una morte atroce è solo un inizio di qualcosa che è meglio non approfondire. Stando così le cose è chiaro che tutti conoscono almeno le basi, quel minimo che è necessario sapere per sopravvivere. Vale pure la regola che “più sai e meno rischi vorrai correre”, per cui un ladro che volesse far carriera saprà che dovrà evitare di lasciare qualsiasi elemento che possa ricondurre a lui, anche attraverso la magia. Lo stesso vale per gli altri professionisti del crimine come falsari, spacciatori, ruffiani o meri taccheggiatori.

Anche il lettore imparerà a conoscere le regole della magia, non sono molto differenti da quelle delle altre forze della natura e sapendo che il colpevole rispetta quelle stesse leggi diventa comprensibile perché riesce a sfuggire alla cattura. D’altro canto quello che fanno i nostri carabinieri del RIS non è molto differente: esaminano tracce impalpabili per ricostruire delitti e ottengono informazioni che li portano diritti come segugi al colpevole. Più metodi di indagine conosce il colpevole e più s’ingegnerà per sviarli di modo da giungere, se non al delitto perfetto, a una buona approssimazione di un delitto accettabile.

In questo modo, facendo assomigliare la magia a forze più note come elettromagnetismo e interazione nucleare forte, ecco che appare un po’ meno soprannaturale e un po’ più concreta. E può essere “sdoganata” in un giallo.

Il lavoro di costruzione del mondo che c’è dietro questa storia, e chi ha seguito le pagine di questo blog lo sa bene, è enorme. Ogni strada, ogni piazza, ogni elemento architettonico ha la sua storia e il suo passato, che è breve perché la città ha “appena” quattro secoli, ma è stato un lavoro che si è reso necessario per rendere il luogo dove Conrad e i suoi amici svolgono le loro indagini “reale”.

Come nella migliore tradizione ci vorrà una robusta dose di acume per riuscire a stanare il ladro e incastrarlo a dovere. Tutto risolto allora? Tutto a posto? Il colpevole in galera e il detective a festeggiare? Questo “Giallo” riserverà molte sorprese fino all’ultima pagina e pure un po’ dopo. C’è chi adora ravanare oltre la superficie delle pagine e scovare dettagli che ai più sfuggono, bene  ho pensato anche a voi con qualche paginetta di appendice.

Il mio editore Myth Press offre il libro in edizione numerata e limitata, chi lo acquisterà direttamente dal sito avrà la certezza di avere la spedizione in omaggio. Tutti gli altri potranno ordinarlo in libreria e attendere il suo arrivo.

Buona Lettura

 

SIRACVSA (pars II)

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Il dio nel mosaico si mosse, o almeno questo credette il vecchio scienziato, ma fu un movimento ben strano: la figura appariva sempre sotto forma di tessere del mosaico, piatta, come proiettata su un piano che si era leggermente inclinato rispetto alla parete. Archimede credette di essere vittima di un’allucinazione, anche perché il centurione era immobile al punto da sembrare una statua. Apollo compì una rotazione, ma lungo un’asse che lo scienziato non riuscì a seguire e subiyo dopo gli apparve solido, le tessere del mosaico svainivano ai margini della sua figura, come a seguire una direzione che poteva essere intuita, ma non osservata.
«Sei stupito mortale?» gli chiese il dio.
«Onestamente si!» fu la sincera risposta di Archimede che, in quel momento, stava affrontando una serie di rivelazioni sconvolgenti, non ultima scoprire che un mosaico aveva preso vita e gli stava parlando.
«Resta concentrato su quello che stai osservando, mio anziano adoratore» rispose il dio «o perderai l’equilibrio, cadrai oltre le tue quattro dimensioni e intraprenderai un viaggio di sola andata verso gli inferi, talmente rapido che vi giungerai prima di Ade stesso. Non muovere i tuoi piedi, pensa solo di farlo: è importante» sottolineò l’essere «poiché è stato il tuo pensiero che ti ha condotto qui e vi rimarrai solo finché sarai in grado di vedere attraverso la tua mente questo luogo che hai raggiunto grazie a essa… e alla spada del centurione»
«La spada?» chiese Archimede sorpreso.
«Direi che è stata provvidenziale, mortale, il tuo subconscio… oh, scusa, volevo dire il tuo istinto ha percepito l’attacco del centurione e ha disperatamente ordinato a tutto te stesso di ruotare per evitare il colpo; non avresti mai potuto voltarti in tempo data la posizione che occupavi lungo le prime tre dimensioni, ma avevi appena scoperto l’esistenza delle altre poiché sei riuscito a immaginare i sei piani perpendicolari: l’ έξίχωρίον (exicoriòn), come mi piace chiamarlo» spiegò Apollo, mantenendo lo stesso tono che un meteorologo impiega quando parla del clima.
«E dato che una di quelle nuove direzioni che hai intuito è quella in cui si estendono i… uhmm… chiamiamoli pensieri, giusto per non confonderti con termini sconosciuti, il tuo pensiero ti ha permesso di “schivare il colpo” lungo la nuova direzione appena scoperta… e appena in tempo, un attimo di esitazione e saresti morto ad opera di quella spada»
Caio vide il suo bersaglio ruotare in una direzione che i suoi occhi non riuscirono a seguire divenendo dapprima piatto, poi una linea sempre più sottile e corta, fino a svanire; proseguì nel suo affondo tentando di seguire il vecchio e colpì il muro proprio sulla congiunzione delle pareti. La lama penetrò nell’intonaco come se quest’ultimo fosse stato meno palpabile dell’aria, sprofondò fino all’elsa e continuò la sua corsa, seguita dal braccio e poi da Caio stesso lungo una direzione che gli occhi non riuscivano a seguire. L’uomo gridò per lo spavento e perse la presa sull’arma nel tentativo di afferrarsi a qualsiasi cosa, pur di non essere inghiottito da quella fessura oscura e gelida che era improvvisamente apparsa là dove prima si trovava il vecchio.
Archimede vide la spada del centurione passargli accanto innocua, e proseguire il suo viaggio verso il nulla.
Il centurione, nella stanza, si ritrovò col braccio incastrato nel passaggio tra le dimensioni, gelido come le acque dello Stige, mentre i suoi commilitoni vedendolo finire risucchiato dal muro furono presi dal panico e fuggirono via terrorizzati.
«Ho capito» proseguì Archimede come se nulla fosse accaduto «ma se la quinta direzione posta ad angolo retto rispetto alle altre quattro è il pensiero, cos’è la sesta? Il semplice fatto di trovarmi qui mi dice che la mia intuizione è stata corretta: le dimensioni sono almeno sei» rispose lo scienziato, mentre la sua mente riprendeva, stavolta con prudenza e senza perdere distrarsi dal compito che gli aveva suggerito Apollo, a esplorare tutti i nuovi concetti che appena scoperti… accorgendosi solo in quel momento che “Apollo” aveva perso l’aspetto che aveva nel mosaico e ora sembrava più un uomo che un dio.
«Si» rispose Apollo «sono molte, almeno 42, la maggior parte delle quali è arrotolata su se stessa, ma non risponderò alla tua domanda: preferisco che tu lo scopra da solo; sei intelligente e meriti rispetto per questo, sono certo che troverai la risposta nel tempo che ti resta da vivere e che la troverai soddisfacente»
«Tu non sei un dio» fu la risposta dello scienziato «sei come me… e non hai trovato una soluzione finora, ma ti aspetti che sia io a trovarla!»
«Quasi esatto, mortale: delle tue affermazioni una è corretta… e ora è tempo che tu faccia ritorno allo spazio che hai abbandonato. Ho portato io luce e calore in questo… uh… luogo, si stanno esaurendo velocemente»
Solo allora Archimede notò che i loro respiri andavano condensando, come durante le mattine d’inverno più fredde e che si stava facendo buio.
«Hai ragione, so come fare per tornare» disse lo scienziato, quest’ultimo osservò nella luce che diveniva sempre più fioca la mano del centurione, ora priva della spada, dimenarsi attaccata a un braccio irto di peli che proveniva da una direzione che i suoi occhi non riuscivano a seguire. La afferrò, chiuse gli occhi e semplicemente immaginò il braccio attaccato al corpo come doveva apparire, nella direzione corretta.
«Addio Archimede da Siracusa» furono le ultime parole di Apollo mentre si allontanava in una direzione che dava le vertigini anche solo a immaginarla.
Archimede, la tunica coperta di brina, ruzzolò addosso al centurione come se fosse stato appena rigettato dall’angolo tra le mura.
«Oh dei, avevo ragione, dunque!”» esclamò, lo sguardo perso a contemplare la meraviglia che si nascondeva appena oltre la realtà circostante, incurante delle imprecazioni di Caio Terenzio che si stringeva il braccio semi-congelato al petto.
«Sono io Archimede”» aggiunse il vecchio, raggiante, rivolto al centurione «e se mi lasci in vita ancora un po’ so dove trovare del vino che ti scalderà per bene»
«Non occorre, ne avrò a sufficienza quando ti avrò accompagnato dal console» gli rispose il romano, ancora sconvolto e incapace di comprendere cosa fosse accaduto « …appena i miei uomini smetteranno di scappare come conigli»
Mentre si dirigeva all’accampamento dei Romani scortato dal centurione, Archimede sognava a occhi aperti: quarantadue dimensioni? Alcune arrotolate? E con una serie di numeri posso individuare qualsiasi punto… si ma il punto tra l’uno e il due come lo identifico? E prima dell’uno che ci metto? Il piano è infinito se lo divido con due rette perpendicolari e metto l’uno al centro devo trovare qualcosa per distinguere i numeri che stanno prima dell’uno da quelli che stanno dopo… e le quantità minori di uno? “Nessuna quantità” è sicuramente minore di uno, ma come faccio a mettere il “nulla” all’origine di un piano? Potrei rappresentarlo con un cerchio… una “Ω”, ma forse dovrei usare una “α” e se una successione infinita di rette genera un piano, cosa genera una successione infinita di piani?»
A quest’ultima domanda la risposta fu quasi automatica:
«infiniti piani generano uno spazio, capisci?”» disse rivolto al centurione, come se fosse la cosa più naturale del mondo; l’uomo lo guardava di traverso, cercando di non incrociare il suo sguardo: nei diciotto mesi che avevano preceduto la caduta di Siracusa le macchine realizzate da quell’uomo avevano sollevato e affondato intere navi in un sol colpo, scagliato proiettili con gittate inimmaginabili e appiccato incendi a distanza come per magia. Nel suo orizzonte ristretto aveva una gran voglia di uccidere l’uomo che aveva causato la morte di tanti suoi compagni e l’ordine del console riportatelo sano e salvo, ne va della vostra vita non gli facilitava certo il compito di resistere dal trucidarlo seduta stante, ma esisteva anche la ricompensa per quel soldato che avrebbe condotto lo scienziato al sicuro presso la tenda di Caio Marcello.
Archimede era in estasi: aveva appena scoperto un modo per descrivere l’universo con un grado di precisione virtualmente perfetto, aveva trovato un modo per visualizzare un impossibile oggetto con vertici di sei spigoli posti ad angolo retto tra di loro e fantasticava sui nomi per la successione di infiniti spazi necessari per creare uno spazio a quattro dimensioni, infiniti spazi quadrimensionali per crearne uno a cinque e poi a sei, in una successione apparentemente illimitata.
«Esa-spazio» disse ad alta voce, ignorando la reazione del centurione «no, non mi piace, non rende l’idea che aveva Platone al riguardo”» il matematico rimproverò se stesso per non aver pensato subito all’illustre collega «lo spazio oltre tutti gli spazi possibili”» continuò Archimede «deve essere lo spazio perfetto e incorruttibile, come l’iperuranio: il cielo delle stelle fisse… potrei chiamarlo iper… iperspazio!»
Caio Terenzio abbandonò ogni tentativo di comprendere l’incomprensibile soliloquio dello scienziato: non vedeva l’ora di consegnarlo al console. Il centurione trovava niente piacevole avere Archimede accanto: quando non blaterava frasi incomprensibili su spazi a n-dimensioni, sulla difficoltà di applicare il metodo per esaustione o altri argomenti ancora più ostici da comprendere, vedeva lo sguardo di Archimede osservare estasiato le nicchie delle porte e gli spigoli degli edifici.
A volte barcollava e Caio doveva sostenerlo, in un paio di occasioni gli era parso di vederlo ruotare come poco prima che il muro lo inghiottisse in quella pazzesca morsa gelata e la sua mano correva all’elsa del gladio che aveva perduto. Archimede non aveva l’aspetto di uno che vede la propria città distrutta e saccheggiata: pareva più come un uomo di fronte a una schiava molto bella, molto attraente e molto nuda.
«È impazzito» concluse scrollando la testa.
Archimede lanciava occhiate ovunque per cercare i passaggi dimensionali tra gli angoli: a volte sottili come righe, a volte più ampi e curvi in un modo che dava le vertigini, specie se la casa era vecchia; tutti i passaggi erano oscuri, seguivano direzioni che gli occhi faticavano a seguire e nei quali, evidentemente, nemmeno la luce riusciva a penetrare. Recessi occulti e diretti verso un luogo che fino a quel momento era stato accessibile solo agli dei… e chissà a quali altre creature.
Solo allora cominciò a preoccuparsi seriamente di cosa avrebbe potuto trovare dietro la porta di casa.

Postfazione dell’autore

Giocare con la storia non è semplice. Questo racconto doveva essere la “prima pietra” di un’ambientazione ucronica in cui Archimede sopravvive all’assedio di Siracusa e cambia completamente la storia. Porta una nuova tecnologia nel mondo antico che consente di sfruttare i passaggi tra le dimensioni, un po’ come i mostri di lovecraft, e… be’ tra le altre cose riuscire a fronteggiare un’invasione aliena tirando pilum tra i motori delle navette degli omini verdi. Sulla carta sembrava facile, ma la difficoltà stava nel reperire informazioni storiche attendibili circa istituzioni, stili di vita e molto altro che quando ho dato vita al progetto non esistevano se non su qualche tomo polveroso nascosto nei meandri della Biblioteca Centrale. Oggi con internet è molto più semplice, senza contare che c’è Alberto Angela a raccontare vita, morte e miracoli dei popoli antichi, magari prima o poi riprenderò in mano il progetto.
Se lo ripubblico qui è perché qualche tempo fa un gentiluomo ha tentato di spalarmi contro qualche quintalata di fango recensendo questo racconto su amazon. Si era ben reso conto che di tutto il materiale (poco) pubblicato sulla piattaforma questo non ha mai ricevuto editing. E infatti non si è azzardato a sparare critiche sugli altri lavori. In dieci anni che sono passati dalla stesura di Siracusa e quella dello Specchio di Nadear il mio stile e le mie capacità sono molto cambiati (in meglio, voglio sperare), ma il tapiro che mi ha lasciato la sua recensione negativa ha commentato così:
“Un estratto così breve dovrebbe contenere un testo ben scritto, privo di errori e/o omissioni. Invece, proprio l’incipit che dovrebbe incuriosire e invogliare il lettore a continuare la lettura, presenta pasticci e ingenuità proprie del dilettante. Consigliamo all’autore di farsi editare il testo da un professionista e nel frattempo gli facciamo notare a titolo gratuito, dove dovrebbe intervenire. Per prima cosa l’autore dimostra di non conoscere cosa è una “d” eufonica. Basterebbe un buon manuale di scrittura o anche una ricerca in internet per correggere questo odioso difetto che disturba il lettore. Vedi “ed i soldati/ed i suoi preziosi”. La “d” si mette solo quando la parola che segue è della stessa vocale. Speriamo di essere stati sufficientemente chiari. Seconda lezione di scrittura: le ripetizioni inutili. Il testo è pieno zeppo di queste ingenuità, che senso ha scrivere: “sollevare navi/incendiare navi” nello stesso paragrafo? Ci vuole un po’ di rispetto per il lettore che è dotato di intelletto e non merita di sentirsi ripetere le cose fino allo sfinimento. Ma andiamo avanti. I dialoghi. Per quale motivo uno presenta la maiuscola e l’altro inizia con l’iniziale minuscola? Sono a piacere? Come viene viene? Suvvia, ci sono delle regole da seguire, esiste la grammatica, la sintassi e tante altre belle cosette. Non abbiamo ancora finito la lezione. Lo sa l’autore che esistono le virgole? Eh sì, qualcuno le ha inventate e talvolta devono essere usate. Vediamo dove: “prima di ucciderlo (virgola) perché” e anche qui “i suoi concittadini (virgola)”. Per finire altra regola disattesa e qui una stellina la merita tutta. Come si fa a scrivere “si” invece di “sì”? C’è una bella differenza! Ci fermiamo qui e facciamo tanti auguri a questo autore, perché ne ha bisogno.”

Se questa recensione fosse giunta 10 anni fa, quando ho scritto Siracvsa, l’avrei apprezzata moltissimo: per scrivere queste righe ha impiegato più tempo di quanto io ne avevo dedicato, all’epoca, alla scrittura del racconto. Sentirmi dire che oggi scrivo male come nel 2013 non mi ha fatto piacere. Per carità sto ancora facendo gavetta, anche se l’ultimo libro che ho scritto (finalmente) ha avuto bisogno di meno revisioni, anche se pure stavolta non son riuscito a chiudere il lavoro con meno di cinque stesure. Però mi ha dato l’impressione che il redattore di cotanta critica (oltre a sbagliare egli stesso l’uso delle virgole separando un incolpevole predicato dal suo amato soggetto) volesse in primis attaccare il sottoscritto. E in effetti è stato proprio così. A gennaio dello stesso anno una mia amica era stata colpita da una recensione ingiustamente negativa per un romanzo di fantascienza, sebbene fosse stato scritto come si deve a partire da ortografia e sintassi.

Allora dopo aver individuato il profilo del picconatore, un sedicente “utente amazon”, riuscii a scorrere l’elenco delle sue recensioni poiché non aveva blindato il profilo. Ho scorso tutte le recensioni che aveva dato e ne ho  selezionate alcune a 5 stelle sospette. Là dove gli altri utenti davano 1-2 stelle, talvolta 3 lui metteva 5 stelle e lodi sperticate.
Così sono andato a guardare e… sorpresa: erano recensioni totalmente avulse dal contenuto. Messe solo per invogliare l’acquisto e sottolineate da 5 stelline. Allora segnalai le recensioni e profilo fraudolenti e dopo poco sparì tutto. Per bilanciare la cosa lasciai una recensione quanto più onesta dei libri segnalati, incoraggiando e sostenendo gli autori a fare di meglio e a rivolgersi a un editor competente.

L’idea era proprio quella di stuzzicare il recensore fantasma e farlo tornare allo scoperto. Cosa che puntualmente è avvenuta. Mi aspettavo l’attacco su uno dei romanzi pubblicati come Self, non su un raccontino di 11 pagine, ma così è stato e avrei dovuto prevederlo: il testo di Siracvsa avrebbe bisogno di qualcuno diverso da me per essere corretto come si deve, gli altri sono stati editati.  A ogni rilettura trovo sempre qualche errore. Così quando mi sono accorto che c’era una recensione negativa su Siracvsa erano passati già sei mesi. Non tutto il male vien per nuocere: in sei mesi il tapiro aveva ricreato l’account e recensito centinaia di libri, ma aveva anche blindato il profilo così da rendere impossibile per gli altri capire cosa a veva combinato stavolta. Poco male. Di nuovo ho segnalato il profilo fraudolento e… be’, neanche ad Amazon piace vendere merce mal recensita. Aumentano i resi e i clienti insoddisfatti. Il profilo è stato bloccato e siccome era blindato stavolta non posso lasciargli alcun indizio del fatto che sono stato ancora io a rompergli le uova nel paniere.
Glielo dico ora: «Sono stato io. Io ti ho segnalato e dovessi accorgermi che stai di nuovo truffando i lettori di amazon con le tue false recensioni troverai me e tutti i miei amici pronti a cliccare su “segnala” fino a farti chiudere nuovamente l’account».
Ormai ho imparato: se un libro è fatto bene o presenta pochi difetti, va difeso e promosso. Se è scritto male vale il silenzio e un messaggio allo scrittore, in privato, dove gli si racconta cosa funziona e cosa no. In entrambe i casi si rimedia un buon contatto e un potenziale acquirente per il prossimo libro.

SIRACVSA (pars I)

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Questa Storia è dedicata a mia nonna. Fortunata di nome e di fatto aveva una riserva di favole apparentemente infinita, ma questa mi piaceva particolarmente perché era vera. Mia nonna mi raccontava spesso della morte di Archimede, lo scienziato siracusano vissuto nel III secolo a.C., per mano di un soldato romano. Il soldato domandava a tutti “Sei tu Archimende?” e se rispondevano no o li ammazzava o li prendeva come schiavi. Archimede era intento a scrivere qualcosa sulla sabbia, ma nessuno saprà mai di cosa si trattasse perché quando il soldato lo raggiunse lui non rispose, perso in chissà quale calcolo.

A me ‘sta cosa è rimasta sullo stomaco. Poteva salvarsi. Poteva dire “Sì, sono io Archimede!” e vivere ancora qualche anno. Perché? Cosa aveva scoperto da valere più della sua stessa vita? Cosa l’aveva appassionato a tal punto?

La domanda ha continuato a ronzarmi in testa fino al 2012 quando ho tirato giù questo racconto, dopo lunghe ricerche per ricostruire come si deve l’ambientazione. Siracvsa era una città molto bella e l’assedio, per i romani, fu un vero incubo, occorreva raccontare tutto il necessario per rendere la vicenda credibile.

Buona lettura!

Anno 543 ab Urbe condita

La città era perduta.
Il console Claudio Marcello, con un astuto stratagemma, era riuscito a fomentare le sue truppe e a spingerle oltre le porte della città spalancate da alcuni siracusani favorevoli ai romani. I soldati romani ora dilagavano per le vie di Siracusa trucidando gli abitanti o riducendoli in schiavitù, a eccezione di quelli rimasti fedeli a Roma e che avevano consentito alle truppe romane di entrare in città.
Rimasto solo nella sua casa sull’isola Ortigia, Archimede aveva riposto tutti i suoi scritti, i modelli delle sue macchine e i suoi preziosi rotoli di pergamena in una stanza segreta nascosta dietro a un muro e la cui porta era celata da un mosaico raffigurante il dio Apollo a bordo del suo cocchio, mentre portava in cielo il sole nascente.
L’anziano pur essendo uno scienziato e non un politico, non aveva avuto bisogno di chissà quale acume per prevedere quanto stava ora accadendo; lo aveva ripetuto ai suoi concittadini fino a perdere la voce: neanche gli dei impediranno la vendetta di Roma!
Non era stato ascoltato. I suoi concittadini udite le notizie riguardo le gesta di Annibale e delle sue schiaccianti vittorie contro i romani, stanchi di dover pagare pesanti tasse ai romani, avevano deciso di ribellarsi e fare a meno di quegli scomodi alleati ormai prossimi alla caduta. Era stata una pessima decisione: i romani non solo avevano sconfitto Annibale, ma si stavano riprendendo, con i debiti interessi, di tutte le sconfitte subite in precedenza.
Il vecchio scrollò la sua barba bianca e uscì dal vano segreto: la casa era deserta, ma da fuori si udiva sempre più forte il cozzare delle armi.
I romani erano sempre più vicini e la barca, ormeggiata vicino la fonte Aretùsa, non avrebbe atteso ancora a lungo.
Spinse la porta, un pezzo di muro incernierato su cardini di bronzo bene oliati, fino a richiuderla con un leggerissimo scatto. Dall’esterno il passaggio era indistinguibile dal resto del muro, al punto che trovare la tessera del mosaico che comandava il meccanismo di apertura, in mezzo a migliaia di altre simili, era impossibile per chi non fosse a parte del segreto.
Il vecchio si rese conto che non avrebbe potuto istruire facilmente qualcuno per recuperare le sue proprietà, d’altro canto temeva che avrebbe mai riveduto Siracusa.
Osservò il mosaico in cerca di un punto di riferimento: le tessere erano disposte in maniera estremamente regolare, come le case nella città di Mileto, in modo da nascondere le linee della porta.
Contò quante tessere separavano quella che comandava il meccanismo di apertura dalla cornice del mosaico: centodieci partendo dal basso e centoquaranta partendo da sinistra. Un metodo semplice ed essenziale: con due numeri poteva istruire facilmente una persona in grado di contare.
Un rumore proveniente dalla porta lo fece trasalire: i romani erano giunti alla sua casa, ma quei due numeri che aveva appena trovato gli avevano suggerito un’idea tanto pazzesca quanto sconvolgente, al punto da tenerlo incollato davanti al mosaico con occhi colmi di reverente stupore.
Che forse lo stesso divino Apollo avesse ispirato la sua mente vecchia e stanca, riversando in essa nuove energie?
Il vecchio scienziato si era appena accorto che attraverso una coppia di numeri poteva identificare un punto su un piano in maniera univoca: immaginò allora di avere un altro mosaico sul pavimento, perpendicolare al primo, in quel caso con tre numeri avrebbe potuto identificare in maniera univoca un qualsiasi punto all’interno della stanza… e oltre: con tre numeri poteva identificare qualsiasi punto in tutto l’universo!
Osservò il dio raffigurato nel mosaico con rinnovato rispetto ed ebbe la fugace impressione che stesse sorridendo.
Ripensò allora alle coniche e al metodo che aveva inventato per calcolare il volume dei solidi di rotazione: con quel nuovo strumento avrebbe potuto ottenere metodi di calcolo migliori, più precisi, ma la sua mente non era ancora paga di quella scoperta.
«E se ci fosse un altro numero accanto ai primi tre, cosa indicherebbe questo? Quale altra dimensione esiste perpendicolare alle altre tre?» disse rivolto al dio nel mosaico.
La risposta venne immediatamente sotto forma di una interminabile sequenza di eventi, le curve che aveva immaginato presero ad animarsi trascinate dallo scorrere del tempo.
«Il Tempo!» Archimede rimase letteralmente folgorato da questa rivelazione improvvisa. Qualcosa in lui gli suggeriva, anzi: urlava proprio, che tempo e spazio erano strettamente correlati, come altezza, lunghezza e profondità il tempo era una direzione come le altre, una direzione che l’occhio non riusciva a seguire, ma comunque possibile.
La mente dello scienziato vacillò sotto l’enormità di quella scoperta. Già Platone, secoli prima, aveva asserito che: “l’occhio inganna, la realtà non si limita necessariamente a quel che appare”.
Aveva ragione, ovviamente.
«Se le dimensioni fossero più di tre ci sarebbero aperture invisibili» disse tra sé Archimede rammentando i racconti di quando era più giovane, riguardanti persone che svanivano nei muri e di voci che si udivano attraverso pareti di roccia, spesse anche decine di piedi. Si narrava che lo stesso Dionigi avesse sfruttato queste proprietà “magiche” per origliare i discorsi degli schiavi che aveva messo al lavoro nelle cave poco lontano dalla città.
«Dunque» esordì Archimede, rivolto all’immagine di Apollo «se fossero sei le dimensioni poste ad angolo retto tra di loro, per ogni diedro sarebbero necessari almeno quattro piani perpendicolari perché si possa ottenere un diedro chiuso, mentre ogni spigolo di questa stanza è formato al massimo da due piani» e così dicendo si avviò all’angolo posto alla sua sinistra per esplorarlo con le mani. L’idea in sé era folle e tutta da verificare, ma ormai lo scienziato era decisamente “partito per la tangente”, come sempre quando trovava un’idea affascinante… e quella era un’idea in cui perdersi piacevolmente.

Il centurione Caio Terenzio irruppe nella stanza, mentre i suoi uomini si erano sparsi per tutta la casa in cerca di tesori o altri siracusani da catturare: vide un vecchio, con indosso una toga grigia, allontanarsi verso l’angolo più lontano da lui, nell’evidente tentativo di sfuggirgli.
«Sei tu Archimede?» gridò. Come ogni altro soldato aveva ricevuto l’ordine di trovare e scortare il matematico dal console e di uccidere tutti gli altri siracusani ostili a roma e che non erano in grado di diventare buoni schiavi.
Il vecchio si girò un istante verso di lui dicendogli, piuttosto seccato:
«vattene, che ho da fare»
Caio decise che quello non poteva essere uno scienziato né uno schiavo promettente.
Archimede scrutava l’angolo che aveva di fronte in cerca del varco tra le dimensioni, probabilmente queste erano meno di sei, forse la sua intuizione non era stata corretta: in uno spazio a quattro dimensioni il passaggio sarebbe stato percorribile solo da una retta euclidea, mentre con cinque solo da un piano. Soltanto con sei dimensioni sarebbe stato possibile il transito di un oggetto tridimensionale, o almeno questo era ciò che il suo intuito gli diceva e si voltò verso l’immagine di Apollo come a pregarlo di concedergli nuova ispirazione lui che era il nume delle arti e delle scienze. Incurante del soldato che stava per trapassarlo da parte a parte con la sua spada, Archimede vide, o forse immaginò solamente, qualcosa di incredibile: un oggetto formato da sei piani perpendicolari tra loro. L’oggetto, apparentemente impossibile, era davanti a lui con i vertici che parevano poggiare in direzioni che sfuggivano al suo sgardo non appena lo distoglieva. Sembrava animato di vita propria.
«Eureka!» disse e poi fu solo silenzio.

 

Lo Specchio di Nadear

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E venne il giorno. Ci son voluti due anni di sudore: tre stesure per arrivare al testo “zero” una stesura di editing e su quest’ultima una raffica di revisioni l’ultima conclusa stasera.

Della città di Nadear ho parlato parecchio in vari articoli, adesso è il momento di renderla viva senza rompere l’animo con spiegoni e infodump. La cover sta riscuotendo un discreto successo e mi fa solo piacere. È opera di Diana Mercolini, un’artista che collabora con Myth Press. Possiede uno stile molto dettagliato e una tecnica che le permette di giocare con i chiaroscuri e le ombre per dare più profondità al disegno. Quella che vedete è solo metà della cover, l’altra metà delizierà gli occhi di chi acquisterà il volume che è già in prevendita, uscirà “ufficialmente” il 10 dicembre. Il link è in fondo alla pagina.
Tre stesure più quella di editing… sto migliorando, visto che le volte precedenti mi ci son volute quattro stesure più quella finale e non sto a contare le revisioni.
Di che si parla stavolta?  Tante cose. Si parla di emozioni, di rapporti tra genitori e figli, di furti e di molto altro che non posso rivelare senza rovinare le sorprese.
Posso dire che ci saranno le citazioni che hanno caratterizzato i Razziatori, anche se stavolta ho lavorato duramente per fare in modo che sembrino parte della storia.
L’effetto, per chi se ne dovesse accorgere, è di sognante stupore. Ritroverete “Alt! Chi siete? Cosa trasportate?”, “Potrebbe piovere” e la “Supercazzola Brematurata” in versione fantasy, oltre a decine di altre più o meno famose.
La storia… be’, non ve la dico. Leggete il libro. Una cosa senza spoilerare posso dirla. Tanti anni fa Terry Brooks pubblicò le “Pietre magiche di Shannara”, romanzo fantasy basato sul tipico viaggio dell’eroe vogleriano. La struttura sembra proprio quella canonica per cui il finale sembra già scritto. Se non che c’è la magia di mezzo e uno degli antagonisti è in grado, agendo invece di starsene rintanato nell’ombra a tramar, di sfruttare il perverso meccanismo della quest per ritorcerlo contro i personaggi che si ritrovano a prendere una quantità di mazzate impressionanti e a dover fuggire inseguiti da un demone chiamato “il Mietitore” (un nome una garanzia).

La tensione già a 1/3 del libro raggiungeva picchi mostruosamente elevati proprio perché il lettore realizzava che il “facile finale” previsto dall’innesco del meccanismo della quest diventava impossibile e pure impossibile era fermare la quest, gli eroi sembravano destinati a fallire in poco tempo.
Infatti mentre il Mietitore mieteva un personaggio dopo l’altro a colpi di mannaia, un altro chiamato “il camaleonte” assumeva l’aspetto di qualcun altro e spiava le mosse dei buoni per sapere dove indirizzare il compare. Chi fosse questo qualcun altro era impossibile capirlo e poteva trattarsi di chiunque, anche un personaggio principale.
Un vero e proprio thriller fantasy coi fiocchi.

Nel mio piccolo ho cercato di ottenere un effetto analogo, costruendo la trama proprio attorno a quest’idea.

Dunque… attenti ai personaggi, perché qualcuno di essi riuscirà a sorprendervi non poco anche perché ho scelto di colorare di giallo la storia. Il “Facile finale” non sarà poi tanto facile neanche in questo caso.

Il 10 dicembre si va, anche in libreria.

 

Avventura sul Mignone

Se a qualcuno venisse in mente la domanda “ma come fai a inventare luoghi fantastici e pieni di magia” ecco, una mezza risposta l’avrei. Non ho inventato mai nulla: ci sono stato. Tutto sta ad avere occhi per osservare, orecchie per ascoltare e tutto il resto. A vedere e sentire ci vuol poco.

Così stavolta vi racconto di una delle tante passeggiate avvenute dall’uscita di mia figlia Noemi dall’ospedale.

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Roma 21/04/2019 ore 4:30. L’alba è ancora lontana. Affido alla penna, se pure virtuale, il compito di raccontare quanto accaduto ieri. La mia mano trema, l’emozione è forte e lascia poco spazio alla fantasia, stavolta. Ieri a quest’ora ero intento a preparare panini e riempire thermos di caffè e tisana.

Ci siamo diretti a nord di Roma, in un luogo dimenticato dal tempo e che ha richiesto molto impegno per essere raggiunto: Luni sul Mignone.

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Come passeggiata non presentava difficoltà particolari, eppure già sapevo che sarebbe stata un’impresa di quelle toste: come quando Silvia ed io ci preparammo per salire sul Kilimanjaro e ogni fine settimana ci andavamo ad arrampicare su una montagna in Abbruzzo.

Non mi ero sbagliato.

Mi è chiara la differenza tra il tetto d’Africa e la modesta Luni che sfiora i 250mslm, ma stavolta non eravamo soli. Con noi hanno camminato Laura che ha sei anni, Manuel che ne ha quattro e la piccola Noemi che ha 14 mesi e è rimasta nel passeggino durante gli spostamenti.

In totale abbiamo percorso oltre dieci chilometri, c’è stato bisogno di motivare costantemente i bambini sempre pronti a fermarsi nel bel mezzo del nulla, dove non c’è segnale di nessun tipo per chiamare aiuto e nessun modo per prenderli in braccio. Questo perché tra zaini, passeggino, cambi per i bimbi, cibo (siamo in cinque e mangiamo come lupi), acqua (1 litro a testa) e tesori ci siamo portati dietro oltre trenta chili di materiale e considerato che Silvia, a causa della sua schiena, non può portare pesi… ci vuol poco a capire chi è che ha avuto il compito dello sherpa.

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Il caffè mi da la sveglia, guardo l’ora e ricordo bene che ieri ho cominciato a caricare la macchina proprio intorno alle cinque e mezzo. Poi ho tentato di dare la sveglia Silvia e ai bambini.

Convincerli a uscire dal letto è stato impossibile per oltre mezz’ora quando finalmente Silvia è riuscita a uscire dal letargo e a trasformarsi nella nella Fata Arcobaleno. Coi suoi magici poteri ha spronato i due piccoli avventurosi a fare colazione e vestirsi. La “Fata” è stato il personaggio fantastico che si è preso l’arduo compito di guidare i piccoli in quest’avventura. Ha lasciato dietro di sé indizi da leggere e piccoli tesori da scovare e gustare (caramelle, gommose e non) e con quest’escamotage Silvia è riuscita a compiere una serie di piccoli miracoli.

Per le otto tutta la famiglia era a bordo della macchina, coi bambini eccitatissimi all’idea di trovare tanti tesori interessanti.

Durante il viaggio abbiamo ascoltato musiche rilassanti e canzoni avventurose e le due ore necessarie per raggiungere   Monte Romano, “Stazione” di Civitella Cesj sono volate in allergria.

Felici come la Pasqua appena trascorsa Laura e Manuel son balzati a terra appena aperti gli sportelli. Ai nostri piedi il tracciato della ferrovia Civitavecchia-Capranica-Orte, che un tempo univa queste tre città e ora è una via ciclabile. Muoversi col passeggino può sembrare facile, meno facile è stato affrontare il fango e i rovi che bordeggiavano la strada e che di tanto in tanto la attraversavano. Certo, poi ci sono stati i sassi, le buche e i solchi lasciati dai trattori, ci è bastato saper spingere e stringere i denti. Nessuno di questi ostacoli è insuperabile, anche se quando capitano tutti insieme diventano più antipatici.

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Mentre il giorno avanzava e il caldo aumentava la Fata lasciava i suoi indizi in giro per il tracciato, sempre poco prima che l’entusiasmo dei bambini calasse e provocasse la fine dell’escursione. Noemi se ne rimaneva tranquilla nel passeggino, ridacchiando felice tra i sobbalzi dovuti allo sterrato e le ombre proiettate dagli alberi. Per lei è stata un’esperienza straordinaria: invece degli allarmi dei macchinari che l’hanno tenuta in vita durante il ricovero in terapia intensiva ha ricevuto stimoli che hanno coinvolto tutti i suoi sensi, stimolati al massimo grado. Il profumo dei fiori, la carezza del vento, i colori del cielo e della terra, il canto degli uccelli e praticamente ogni cosa incontrata nel cammino le ha strappato un sorriso e uno sguardo carico di meraviglia che ha commosso tutti.

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Non è stato facile organizzare questa escursione: Noemi mangia attraverso la PEG (un sondino che attraversa il pancino per portare nello stomaco il cibo) tramite una pompa, che è alloggiata nello zainetto appeso al passeggino, ma il cibo deve stare in borsa frigo e caricato nella pompa solo quando serve: non può rimanere più di tre ore a temperatura ambiente.

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Camminare coi bambini al seguito ha richiesto molta fatica: l’andatura irregolare dei piccoli stanca più in fretta e richiede una resistenza che non sono sicuro di possedere. Sia Silvia che io siamo allenati, abbiamo alle spalle trekking  impegnativi con dislivelli giornalieri che oscillavano tra i 300 e i 1500 metri, ma mai c’era capitato di dover variare in continuazione lo sforzo come imposto dai bambini. Correvano avanti, restavano indietro, si fermavano per vedere una farfalla, litigavano e si picchiavano all’improvviso e poi si lanciavano in grandi abbracci. Dove hanno trovato tutto il fiato per continuare a fare così tutto il giorno?

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La passeggiata è diventata impegnativa quando, dopo un’ora di cammino, due tunnel e rettilinei che parevano infiniti, ci siamo ritrovati nel bel mezzo del nulla in compagnia del torrente Vesca che serpeggiava in un’aspra forra alla nostra sinistra e i richiami dei cinghiali che fanno da contrappunto alle mucche intente a pascolare al riparo della boscaglia.

Laura è determinata: forte dei suoi sei anni vuole andare avanti, Manuel è stanco e vuole essere preso in braccio. Non manca molto in realtà, forse un chilometro, forse meno. Pur con tutte le sue magie la Fata non riusciva più a smuovere il cucciolo che è stato, non senza rimostranze da parte mia, fatto salire sulle mie spalle.

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Buon per la mia schiena che dopo neanche venti minuti abbiamo avvistato la stazione di Monte Romano, abbiamo così rimediato un angoletto all’ombra e fatto pranzo pranzo, godendo dell’assoluto silenzio interrotto solo dal canto del fiume Mignone che scorreva poco più in basso.

Finito di pranzare prendo i bambini con me e ci avventuriamo sul ponte ferroviario che attraversava la vallata da una parte all’altra.

Archi imponenti sostenevano la massicciata su cui abbiamo camminato. Poco più avanti lo scheletro in acciaio del ponte si è mostrato in tutta la sua forza, pronto ad accogliere treno e rotaie come se dovessero essere installati da un momento all’altro.

Ancora un passo e alla massicciata si è sostituito il grigliato Keller, che pur essendo d’acciaio e più robusto del cemento di poco prima dà la sensazione di camminare sul vuoto. Allora ho preso Laura e Manuel per mano e gli ho ordinato di restare attaccati alla mia mano, qualsiasi tentativo di liberarsi avrebbe interrotto l’escursione per entrambi e saremmo tornati indietro.

Anche se la paura c’era i bambini hanno obbedito e mi danno retta fino alla fine.


Il fiume
aveva voglia di dare spettacolo: acqua limpida color smeraldo e trasparente al punto da poter contare i sassi sul fondo. Poco più in là un airone bianco era a caccia di pesci e anfibi. Siamo rimasti in silenzio ad ammirarlo finché non ci ha visto ed è vola via, spiegando le sue grandi ali che hanno strappato un “oh” di meraviglia a tutti e tre.

Il tempo è volato e la caccia agli indizi della Fata ha ripreso a calamitare l’attenzione: c’era un tesoro da trovare, così siamo tornati indietro dalla mamma-fata che era rimasta al riparo con Noemi.

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Il ritorno è stato più difficile: la strada in salita, il caldo e l’acqua che cominciava a scarseggiare non ci hanno aiutato. Forte di aver spuntato un passaggio sulle spalle all’andata, Manuel è tornato alla carica e ha preteso di salire di nuovo al “suo” posto. 

Sono stato salvato dall’intervento della Fata che è riuscita, penso grazie alla magia, a convincere il cucciolo a desistere. È riuscita nell’impresa grazie ai sassi: la strada ne è piena, ma questa è un’antica zona vulcanica ed è facile imbattersi in pietre piene di cristalli luccicanti.


Anche così i bambini si
sono stancati più in fretta, hanno avuto molta sete e l’acqua è finita ben prima di essere arrivati. Buon per tutti che la macchina non era più molto lontana. La Fata, per continuare l’incoraggiamento, ha dovuto elargire qualche pezzetto del tesoro in anticipo: caramelle gommose a forma di orsacchiotto. “All’arrivo potrebbero essercene ancora!” ha esclamato.

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Non ho mai visto due correre così a fine escursione. Caldo, sete, fatica… di fronte alla prospettiva di altre caramelle gommose hanno divorano, anche troppo in fretta, i chilometri che mancavano all’arrivo. La Fata ha avuto difficoltà nel mantenere la necessaria disciplina ed evitare che i cuccioli corressero dei rischi eccessivi, vuoi per le scarpate presenti, vuoi per i rari veicoli di passaggio. 

Con infinito amore, pazienza e polso fermo, ha ripreso ogni volta i due piccoli e spiegato loro come comportarsi. La passeggiata si è conclusa con qualche altra caramella gommosa apparsa come per magia, e soprattutto, come se evitare rovi, scarpate, veicoli e pozze fangose (di quelle che ti risucchiano le scarpe se ci cadi dentro) fosse il gioco più bello dell’universo.

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Spingere il passeggino su quella strada non è stato facile per niente, complice la leggera salita del viaggio di ritorno e vedere la macchina in lontananza è stato per me un sollievo che cresceva al ridursi della distanza. Ho accusato la fatica e Silvia più di me. Laura e Manuel invece continuavano a saltellare felici mentre scoprivano il “Tesoro”: otto orsacchiotti gommosi verdi e gialli per ciascuno.

Hanno continuato a saltellare e a dimenarsi neanche legati ai seggiolini della macchina, sotto lo sguardo divertito di Noemi tutta intenta a godersi ogni istante. Silvia si è seduta esausta in macchina dopo aver congedato la Fata e si è ripresa mentre la macchina cullava tutti col suo rollio. La spalla lussata le faceva ancora male e aver spinto, incitato, trascinato, sollevato cuccioli per tutto il giorno,  le ha procurato una gran sofferenza. 

Ci siamo sentiti terribilmente vecchi nel domandarci: “Ma alla loro età avevamo anche noi tutta questa energia?”

Dopo una mezz’oretta di macchina finalmente tutti e tre si sono addormentati e da come parevano morti abbiamo avuto la certezza che non si sarebbero svegliati prima dell’alba successiva. 

Finalmente soli! 

Sarebbe stato facile pagare una baby sitter per ottenere lo stesso risultato, ma così il tempo guadagnato per noi ha avuto tutto un altro sapore.

Restyling

Il Torto cambia faccia, ma non il sugo. Lo so che parlare di “sugo” in una storia ispira sensazioni manzoniane, ma pur con tutto l’odio che certi studenti hanno riversato contro il povero professor Manzoni, il “sugo della storia” è uno dei capitoli che preferisco, a cominciare dal titolo.
Così ecco una bozza della nuova cover, stavolta con un font (spero) meno sputtanato dell’Harrington. Non che andasse male eh? Ma quando ho scoperto che era il font più usato per tutto ciò che ha ispirazione fantasy ho provato a metterne un’altro, sempre in tema e meno diffuso. E sempre a proposito di citazioni: quello che cola dalla M non è sugo di fagioli.

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Nadear the White: four rings of houses in mortar and dry stone, roofed with red-tiles that are reflected in the great lake Levot, blue as the sky on a beautiful summer day.

Nadear the White: a handful of narrow streets paved with basalt quarried from the shores of the lake on which it is reflected. The blue of the water become red during the Battle of Levot, when Uruk the Might and his four thousand orcs warriors besieged the city.

Nadear the White: a circle of strong white walls, protected by thick juniper bushes and brambles. Brambles artfully arranged to convey besieging troops in the most congenial points to defenders in order to hit them whit arrows and crossbow bolts, charges of grapeshot and hot oil and, finally, let the deadly colonies of roses-vampire, shrubs-archer and tendril-strangler hidden inside complete the work.

Can this all seem dangerous? Indeed it is! Did I say that Nadear rise in a peaceful place?

Ora l’incipit appare così, non suona malaccio.  Mi sto dando da fare per tradurre il racconto lungo\romanzo breve in inglese. È difficile, ma mi costa meno ingaggiare un correttore di bozze di un traduttore. E poi, avendo scelto la narrazione al presente, ho meno problemi coi verbi. Più o meno. Vediamo come andrà…

Chi Sbaglia Paga

Questo breve racconto è una fan-fiction ispirata al romanzo “Zanne – L’eredità del cane” di Piero de Fazio. Raccomando il romanzo senza pregiudiziali: è scritto molto bene. Chi ama il thriller con un po’ di paranormale in mezzo non può assolutamente perderlo.
Nella mia modesta fiction ho infilato il personaggio di un altro amico: Eritreo Cazzulati, il tenero vecchietto creato da Enzo Lunari protagonista di meravigliose strisce sulla defunta “Cuore”. Ancora una volta: basta cercare con google per ritrovarsi innumerevoli vignette esilaranti e dall’umorismo tenero e allo stesso tempo feroce.
Bando alle ciance ecco il “corto”

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Il parco Sempione era popolato da personaggi di tutti i generi, come Eritreo Cazzulati, pensionato. Puntuale come un orologio svizzero, l’anziano signore avanzava pacifico tra i fiori e gli alberi profumati di quella calda primavera meneghina.
A guardarlo somigliava ad un riuscito incrocio tra una tartaruga, il volto segnato dal tempo e la schiena ricurva, e un monaco buddista con l’abito che gli ricadeva addosso, come una manica a vento in un giorno di bonaccia. Di lui ci si poteva scordare tutto: età, rughe, sguardo, ogni cosa tranne il sorriso: era il caldo, allegro e autentico sorriso di una persona felice.
«Scusi signore, ho dimenticato il cellulare a casa, potrebbe prestarmi il suo? Devo chiamare mia madre: se non mi sente entro dieci minuti… sa come sono le madri no?»
Eritreo ruotò lentamente il capo, scrutando il proprietario della voce attraverso lenti spesse un dito incastonate in una montatura dorata. Giovane, più di vent’anni e di sicuro non ancora arrivato a trenta, biondo, gran sorriso e barba sfatta. Lieve puzza d’alcool, ma Eritreo non ci badò più di tanto: probabilmente aveva fatto bisboccia, non era rientrato in casa la notte e adesso aveva bisogno di tranquillizzare i suoi. Senza pensarci tirò fuori lo smartphone che gli aveva regalato suo nipote proprio qualche giorno prima e, dopo averlo sbloccato, lo passò al giovanotto cui provò a dire: «Basta che…»

Il ragazzo gli strappò il telefonino dalla mano, resa quasi diafana dall’età, e corse via sghignazzando «ma che coglione!»

Eritreo continuò asorridere ma, mentre tirava fuori il vecchio cellulare, quello che sichiudeva a conchiglia e aveva i tasti grandi che poteva premere facilmente, il suo sorriso cambiò in qualcosa di affatto rassicurante. Cercò col tatto il tasto cinque e lo schiacciò a fondo e a lungo, avviando la chiamata automatica a tutti i numeri della sua rete di soccorso.

Il ragazzo dopo una breve corsa si ritrovò fuori dal parco, nel bel mezzo del caos di largo Cairoli. Il vecchio non aveva nemmeno tentato di inseguirlo, era rimasto là a gesticolare, ma doveva essere rimasto senza parole per la sorpresa. Ormai era fatta: un altro telefonino aveva definitivamente cambiato proprietario.
Ripeté il gesto che aveva visto fare al vecchio per sbloccare l’apparecchio e si ritrovò a contemplare la ricca dotazione di quel Samsung S8 950G con 64Gb: nuovo costava intorno ai 600 euro, ne sarebbe uscito fuori un bel gruzzolo. In quel momento squillò il telefono: «Pietro (nipote)» lesse sul display. Stava per riattaccare quando gli venne l’idea: gli pareva troppo divertente e rispose. «Risponde la segreteria telefonica del vecchio rimbambito: potete lasciare un messaggio dopo il segnale acustico. PRRRRRRRRR» concluse e riattaccò per poi lasciarsi andare ad una risata sguaiata e appagante.
«Ecco il messaggio: chi sbaglia paga e io mi assicuro che sia così» disse la voce, a ricevitore spento, dietro di lui.
Si girò di scatto, giusto in tempo per vedere una mazza da baseball avvolta nel filo spinato venire in contro alla sua faccia a tutta velocità.

Quando riprese i sensi era stato appena immobilizzato su una barella dai sanitari del118,  sangue rappreso gli imbrattava su tutta la faccia, parte del collo e la camicia. Nel capannello di persone che si era formato attorno a lui non riconobbe nessuno, tranne il vecchietto che aveva derubato. Accanto stava in piedi uno sbirro, un tipo alto un paio di metri, con la stazza di un giocatore di rugby e il sorriso di un pitt-bull. I due si avvicinarono alla barella.

«Un momento» disse il poliziotto ai barellieri che si allontanarono prima di caricare la lettiga sull’ambulanza.
«È proprio lui, Pietro» indicò il vecchietto, la voce tremula.

Lo sbirro non disse nulla, ma estratto il proprio smartphone da una tasca della divisa ci armeggiò sopra per qualche istante.

«Google mi dice che lo smartphone di mio nonno è qui, nel raggio di un metro… ci siamo io, te, mio nonno e l’ambulanza. Le possibilità rimaste sono pochine e tutte a tuo sfavore».
«Non può parlare: ha la mascella frantumata» intervenne il medico da dentro l’ambulanza.
Il giovane, con un piccolo sforzo, riuscì ad allungare una mano fino alla tasca della giacca dove sentiva la presenza dello smartphone e lo consegnò con un sospiro al poliziotto che rispose:
«Probabilmente il ladro lo ha lasciato cadere, lo hai raccolto e, chissà come, sei andato a sbattere perdendo i sensi… è andata così?» sorrise, ma i denti di quell’uomo sarebbero tornati a tormentarlo a lungo nei suoi peggiori incubi.