Restyling

Il Torto cambia faccia, ma non il sugo. Lo so che parlare di “sugo” in una storia ispira sensazioni manzoniane, ma pur con tutto l’odio che certi studenti hanno riversato contro il povero professor Manzoni, il “sugo della storia” è uno dei capitoli che preferisco, a cominciare dal titolo.
Così ecco una bozza della nuova cover, stavolta con un font (spero) meno sputtanato dell’Harrington. Non che andasse male eh? Ma quando ho scoperto che era il font più usato per tutto ciò che ha ispirazione fantasy ho provato a metterne un’altro, sempre in tema e meno diffuso. E sempre a proposito di citazioni: quello che cola dalla M non è sugo di fagioli.

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Nadear the White: four rings of houses in mortar and dry stone, roofed with red-tiles that are reflected in the great lake Levot, blue as the sky on a beautiful summer day.

Nadear the White: a handful of narrow streets paved with basalt quarried from the shores of the lake on which it is reflected. The blue of the water become red during the Battle of Levot, when Uruk the Might and his four thousand orcs warriors besieged the city.

Nadear the White: a circle of strong white walls, protected by thick juniper bushes and brambles. Brambles artfully arranged to convey besieging troops in the most congenial points to defenders in order to hit them whit arrows and crossbow bolts, charges of grapeshot and hot oil and, finally, let the deadly colonies of roses-vampire, shrubs-archer and tendril-strangler hidden inside complete the work.

Can this all seem dangerous? Indeed it is! Did I say that Nadear rise in a peaceful place?

Ora l’incipit appare così, non suona malaccio.  Mi sto dando da fare per tradurre il racconto lungo\romanzo breve in inglese. È difficile, ma mi costa meno ingaggiare un correttore di bozze di un traduttore. E poi, avendo scelto la narrazione al presente, ho meno problemi coi verbi. Più o meno. Vediamo come andrà…

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Chi Sbaglia Paga

Questo breve racconto è una fan-fiction ispirata al romanzo “Zanne – L’eredità del cane” di Piero de Fazio. Raccomando il romanzo senza pregiudiziali: è scritto molto bene. Chi ama il thriller con un po’ di paranormale in mezzo non può assolutamente perderlo.
Nella mia modesta fiction ho infilato il personaggio di un altro amico: Eritreo Cazzulati, il tenero vecchietto creato da Enzo Lunari protagonista di meravigliose strisce sulla defunta “Cuore”. Ancora una volta: basta cercare con google per ritrovarsi innumerevoli vignette esilaranti e dall’umorismo tenero e allo stesso tempo feroce.
Bando alle ciance ecco il “corto”

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Il parco Sempione era popolato da personaggi di tutti i generi, come Eritreo Cazzulati, pensionato. Puntuale come un orologio svizzero, l’anziano signore avanzava pacifico tra i fiori e gli alberi profumati di quella calda primavera meneghina.
A guardarlo somigliava ad un riuscito incrocio tra una tartaruga, il volto segnato dal tempo e la schiena ricurva, e un monaco buddista con l’abito che gli ricadeva addosso, come una manica a vento in un giorno di bonaccia. Di lui ci si poteva scordare tutto: età, rughe, sguardo, ogni cosa tranne il sorriso: era il caldo, allegro e autentico sorriso di una persona felice.
«Scusi signore, ho dimenticato il cellulare a casa, potrebbe prestarmi il suo? Devo chiamare mia madre: se non mi sente entro dieci minuti… sa come sono le madri no?»
Eritreo ruotò lentamente il capo, scrutando il proprietario della voce attraverso lenti spesse un dito incastonate in una montatura dorata. Giovane, più di vent’anni e di sicuro non ancora arrivato a trenta, biondo, gran sorriso e barba sfatta. Lieve puzza d’alcool, ma Eritreo non ci badò più di tanto: probabilmente aveva fatto bisboccia, non era rientrato in casa la notte e adesso aveva bisogno di tranquillizzare i suoi. Senza pensarci tirò fuori lo smartphone che gli aveva regalato suo nipote proprio qualche giorno prima e, dopo averlo sbloccato, lo passò al giovanotto cui provò a dire: «Basta che…»

Il ragazzo gli strappò il telefonino dalla mano, resa quasi diafana dall’età, e corse via sghignazzando «ma che coglione!»

Eritreo continuò asorridere ma, mentre tirava fuori il vecchio cellulare, quello che sichiudeva a conchiglia e aveva i tasti grandi che poteva premere facilmente, il suo sorriso cambiò in qualcosa di affatto rassicurante. Cercò col tatto il tasto cinque e lo schiacciò a fondo e a lungo, avviando la chiamata automatica a tutti i numeri della sua rete di soccorso.

Il ragazzo dopo una breve corsa si ritrovò fuori dal parco, nel bel mezzo del caos di largo Cairoli. Il vecchio non aveva nemmeno tentato di inseguirlo, era rimasto là a gesticolare, ma doveva essere rimasto senza parole per la sorpresa. Ormai era fatta: un altro telefonino aveva definitivamente cambiato proprietario.
Ripeté il gesto che aveva visto fare al vecchio per sbloccare l’apparecchio e si ritrovò a contemplare la ricca dotazione di quel Samsung S8 950G con 64Gb: nuovo costava intorno ai 600 euro, ne sarebbe uscito fuori un bel gruzzolo. In quel momento squillò il telefono: «Pietro (nipote)» lesse sul display. Stava per riattaccare quando gli venne l’idea: gli pareva troppo divertente e rispose. «Risponde la segreteria telefonica del vecchio rimbambito: potete lasciare un messaggio dopo il segnale acustico. PRRRRRRRRR» concluse e riattaccò per poi lasciarsi andare ad una risata sguaiata e appagante.
«Ecco il messaggio: chi sbaglia paga e io mi assicuro che sia così» disse la voce, a ricevitore spento, dietro di lui.
Si girò di scatto, giusto in tempo per vedere una mazza da baseball avvolta nel filo spinato venire in contro alla sua faccia a tutta velocità.

Quando riprese i sensi era stato appena immobilizzato su una barella dai sanitari del118,  sangue rappreso gli imbrattava su tutta la faccia, parte del collo e la camicia. Nel capannello di persone che si era formato attorno a lui non riconobbe nessuno, tranne il vecchietto che aveva derubato. Accanto stava in piedi uno sbirro, un tipo alto un paio di metri, con la stazza di un giocatore di rugby e il sorriso di un pitt-bull. I due si avvicinarono alla barella.

«Un momento» disse il poliziotto ai barellieri che si allontanarono prima di caricare la lettiga sull’ambulanza.
«È proprio lui, Pietro» indicò il vecchietto, la voce tremula.

Lo sbirro non disse nulla, ma estratto il proprio smartphone da una tasca della divisa ci armeggiò sopra per qualche istante.

«Google mi dice che lo smartphone di mio nonno è qui, nel raggio di un metro… ci siamo io, te, mio nonno e l’ambulanza. Le possibilità rimaste sono pochine e tutte a tuo sfavore».
«Non può parlare: ha la mascella frantumata» intervenne il medico da dentro l’ambulanza.
Il giovane, con un piccolo sforzo, riuscì ad allungare una mano fino alla tasca della giacca dove sentiva la presenza dello smartphone e lo consegnò con un sospiro al poliziotto che rispose:
«Probabilmente il ladro lo ha lasciato cadere, lo hai raccolto e, chissà come, sei andato a sbattere perdendo i sensi… è andata così?» sorrise, ma i denti di quell’uomo sarebbero tornati a tormentarlo a lungo nei suoi peggiori incubi.

Temible!

«Perché sei qui?» domandò l’uomo, il viso nascosto dalla maschera da scherma.

«Vi ho cercato a lungo, signore e…» rispose il ragazzo appena entrato in una sala illuminata da ampie finestre.

«…era tanto difficile leggere l’insegna?»

«Non pensavo che il più grande spadaccino dei Caraibi…»

«…pensare? Hai girato attorno alla mia bottega tutto ieri perché hai pensato?»

Il ragazzo abbassò lo sguardo dagli occhi azzurri.

«Voglio essere vostro allievo» dichiarò.

«Voglio mille pezzi da otto» replicò il maestro.

Il ragazzo estrasse dalla scamiciata un sacco traboccante di monete.

«Molto meglio» commentò l’uomo dopo aver contato il denaro »mostrami cosa sai fare!» concluse estraendo la sciabola.

Senza esitare il ragazzo incrociò la propria lama con la figura mascherata. I due presero a scambiarsi stoccate e rovesci senza risparmio di energie.

«Basta così» disse il maestro dopo un buon quarto d’ora »la tecnica la conosci molto bene: pochi pirati da queste parti sono al tuo livello. Riprendi i tuoi soldi e sparisci»

Il ragazzo non si mosse e rispose:

«Io voglio…»

«So cosa volete tutti, ma adesso rispondi alla domanda: perché sei qui?»

«…essere il pirata più TEMIBILE di tutti i Caraibi!»

Il maestro rise di gusto.

«Vuoi vincere ai duelli eh? Non ci sei proprio: sai qual è l’arma che ti occorre?»

«La sciabola!» rispose sicuro l’altro.

«La lingua» replicò il maestro che si lanciò all’attacco »En Garde!»

I due ripresero a duellare; tra una stoccata e l’altra il maestro disse:

«Usi quella sciabola come una zappa, sembri un contadino!»

Il ragazzo serrò i denti e attaccò con maggior foga, ma si espose e rimediò una piattonata sulle costole lo costrinse a piegarsi in due dal dolore.

«Fa male, vero?» lo schernì il maestro da dietro la maschera »come ti sei sentito?»

«Sono un pirata, non uno zappaterra!» rispose, la voce carica di rabbia.

«E allora tira fuori il fiato e dillo! Il tuo avversario ha spostato la concentrazione sulla voce e l’ha usata per colpire il tuo spirito. Se replichi in modo efficace sarà lui a perdere le staffe e a reagire come hai reagito tu… lo avrai in pugno!» spiegò il l’uomo. »Ora riproviamo, ragazzo, en garde!»

Il maestro deviò l’affondo di apertura dell’allievo e sciabolò di roverso:

«La mia lama è conosciuta e temuta ovunque!»

Il ragazzo inarcò un sopracciglio, deviò il colpo con difficoltà e replicò:

«Peccato che nessuno abbia sentito parlare di TE»

«Ho conosciuto vermi ben più temibili» ribatté il maestro con un montante fulmineo.

«Ti avranno insegnato tutto quello che sai» rispose l’altro, il clangore della parata fu secondo solo alla forza del contrattacco.

Il maestro abbozzò un cenno di assenso mentre con la sua lama stuzzicò la guardia dell’avversario:

«Ogni parola che dici è insensata»

«È per metterti a tuo agio» lo incalzò il ragazzo, ora proteso in avanti.

«Sembri un lattante che ha bisogno di un pannolino» fu il contrattacco incerto del maestro.

«…ne volevi uno?» concluse l’allievo, la sua sciabola entrò di roverso e inflisse al maestro una dura piattonata ad una spalla.

«Ouch… sei pronto» concluse il maestro lasciando cadere l’arma »Qual è il tuo nome?»

«Guybrush Threepwood e sono un TEMIBILE pirata».

 

Postfazione

Di solito non scrivo Fan Fiction, ma era da qualche giorno che avevo in testa, per motivi vari, questa storia sul duello: Zorro vs il Sergente Garcia, Emilio di Ventimiglia vs Van Gould (Dioquant’erano fighi quei due), Errol Flynn nei panni di Robin Hood vslo Sceriffo di Notthingam, l’impareggiabile Depardieu novello Ciranoalle prese col Visconte… “A la fin de l’envoi je touche!” e ilsuo alter ego Steve Martin in Roxanne dove alla sciabola si sostituisce una micidiale racchetta da tennis. Poi, dopo alcuni tentativi infruttuosi mi son detto: chi è che può spiegarmi le basidei duelli? Ok, conosco tantissime mosse di scherma, ho studiato decine di impugnature, di posizioni, le parti di una spada, tipi di lame differenti, gli scorrettissimi veneziani che nascondevano una o più canne di pistola nelle lame, ma cosa rende i duelli di cui sopra”memorabili”? Cosa rende divertente il duello alla racchetta di Steve Martin? La racchetta? No.

Steve combatte in rima come Cirano. Errol Flynn alias Robin Hood bistratta il povero sceriffo a suon di contumelie più o meno velate, prima ancora che a fil di spada. Indigo Montoya nella Storia Fantastica terrorizza l’uomo con sei dita a parole, e poi c’è il memorabile”cambio di mano” che permette di introdurre un secondo duello ancora più serrato e feroce del primo e che porta a termine la vendetta.

Dunque sono andato a ritroso nella mia personale storia dei duelli, che siano stati alla pistola, alla spada o a birra e salsicce (cit!) fino ad incontrare il mio primo maestro di duello. Il maestro di spada diMeleé Island (anzi: maestra) che si incontra nel gioco “The secret of monkey island”, i testi e la sceneggiatura scritti da un Ron Gilbert in forma come non mai. Specie se giocato in inglese. Difatto Ron spiega, all’ignaro giocatore, come funziona il duello in letteratura. Io, molto umilmente, ho riscritto l’incontro tra il maestro di spada e Guybrush Threepwood, l’eroe del videogioco di cui sopra. Lo so che alla parola “Caraibi” molti avranno pensato aJonny Depp, ma i film di Jonny Depp sono stati ispirati da Monkey Island e, soprattutto, da Tim Powers altro meraviglioso autore di testi vudù dal sapore caraibico.

Il senso del mio racconto, oltre a offrire qualche minuto di sano divertimento, vuole presentare una mia personale riflessione sul “duello” in narrativa: infarcire una storia di termini tecnici come “roverso”, “tondo”e “imbroccare la guardia” può certamente rendere l’idea a chi di scherma ne capisce salvo poi mostrare la mia incompetenza in materia, ma la vera differenza la giocano il carisma dei personaggi in scena (e inquesto Salgari è maestro inarrivabile) e la bravura dello scrittore nel rendere la situazione.

Luci di Natale

Mentre il mio profilo Wattpad si va svuotando di racconti e riempiendo di pubblicità alla mia scrittura (funziona: il traffico è in aumento e finalmente c’è qualche visualizzazione dei miei racconti) ecco che appare “luci di Natale”, un racconto semiserio sulla solitudine e sullo squallore di tante vite solitarie perse in un’ambientazione a metà strada tra Kafka, Fantozzi e la mia personalissima aggiunta. Ne ho fatto anche un audiolibro, nel caso in cui qualcuno volesse ascoltare. Come attore non son granché, ma l’audio si sente bene.

Ho fame. Ogni anno sempre la stessa storia, ma che posso farci? Io devo nutrirmi, lo faccio anche per voi, dopotutto… tanto fate tutto da soli. Devo solo darvi il “la” e poi comincia la festa.
Buon Natale!
Dite sempre così ogni anno, in questo periodo.
Buon Natale dico anche io, buono soprattutto. Magari al sangue.
Ciao Mario, come stai? Ho visto che oggi ti sei dato un gran da fare: non ti sei messo le pantofole entrando in casa. Come? Hai perfino ignorato le proteste del geometra Razzi, al piano di sotto? Ma dai! Non ci credo! Finalmente! Sarà che è il 24 dicembre e domani è Natale… il Natale ti è sempre piaciuto, anche quando eri bambino, me lo ricordo sai? Mi ricordo di te e di tua madre che ti sgridava quando prendevi a martellate il pavimento… a proposito, faceva bene a rimproverarti: mi facevi un gran male sai? Mi ricordo di quando lei è morta cadendo dalla scala, pensa un po’, proprio mentre decorava l’albero di Natale, proprio sopra al presepe. Era anziana, le sue ossa semplicemente non hanno retto alla caduta: lo schianto l’ho sentito tutto, fin nel mio recesso più intimo. Il crepitio dei femori sbriciolati, la cassa toracica che collassava e perforava i suoi polmoni malandati, la scatola cranica che si spaccava sullo spigolo del tavolino di marmo… non posso avere orgasmi, ma tua madre quando è morta… wow, Mario, sono passati appena 10 anni da allora, ma lo ricordo come fosse accaduto ieri. Purtroppo di mamma ce ne è una sola, ma ti assicuro che potessi farei volentieri il bis.
E tu… esci di corsa sul terrazzino per accendere le luci di Natale esattamente come quando avevi 5 anni. Che tenero! Quando avevi 5 anni tuo padre ti spediva a letto con una scusa qualsiasi e poi restava alzato per vedere le pubblicità delle chat line erotiche. Penoso… in tutti i sensi. Quando lo hai trovato morto, stroncato da un attacco cardiaco ancora col pene in mano te lo ricordi?
Forse no, mi sa che hai rimosso.
Per te ci sono ancora le luci di Natale: quest’anno vedo che hai voluto esagerare. Quelle dell’anno scorso te le ha strappate via il geometra Razzi, come al solito perché infastidito dal carillon, ma tu non lo hai mai voluto sapere: la sera del 24 erano lì, la mattina del 25 PUFF… sparite! Non è stato Babbo Natale, Mario.  Non è stata la sua slitta a impigliarsi nelle luci.
Hai preso parecchio da tuo padre: anche stasera accenderai la tua TV su Hot Club o qualche altro canale per adulti, dopo aver scaldato la tua solita cenetta al lume di microonde.
Non ti sei mai voluto sposare, ma d’altro canto non hai mai cercato nessuna.
E quest’anno hai messo il proiettore laser con il carillon, sta appoggiato sul pavimento del balcone e il geometra Razzi non potrà tirartelo giù con la solita gaffa.
Grazie Mario, mi hai fatto un regalo! Quell’uomo ti odia, ne ignoro il motivo, ma dopo tutto: a me basta che sia così.
Che gusto straordinario l’odio! Mica te lo danno in gelateria, o in pizzeria: puoi ordinare una margherita, una pomodoro alici e origano, ma prova a chiedere “bianca gorgonzola e odio”. Te la immagini la faccia del cameriere? Invece tu me lo stai servendo su un piatto d’argento.
Lo vedo, il Razzi: è lì, accanto alla finestra, con quei suoi occhiali alla “ragionier Filini” spessi un pollice e rincalcati sul naso. Più che vedere sembra che stia spiando il mondo da dietro un buco di serratura, con la libido alle stelle nell’attesa che si spogli.
E adesso è lì, con la sua gaffa stretta in pugno, che aspetta che tu chiuda la serranda e poi aspetterà ancora un po’, per essere sicuro che tu ti addormenterai davanti alla TV quando uscirà sul balcone per agganciare le luci di Natale e tirarle giù perché gli danno fastidio. Solo che non troverà le luci: il proiettore è fuori della sua portata, ma di poco.
Eccolo guarda Mario! Oh se potessi vedere la sua viscida faccetta contratta, dietro quei suoi occhiali da miope, con la lingua in mezzo ai denti che cerca di infilare la gaffa oltre il parapetto del tuo balcone. Il suo odio è qualcosa di palpabile: lo cironda come un miasma malsano, un’aura venefica che avvelena chiunque gli stia vicino.
Sta mettendo un piede, con tutta la pantofola, sul parapetto ecco… flette i muscoli, sfiora il proiettore… oh, che? Mi sono sbagliata? Ah, no, eccolo che cade nel vuoto! Da piccolo sognava di volare, poi da adolescente avrebbe voluto incontrare Marilyn Monroe… pensa che fortuna che ha, Mario! Ora i suoi sogni sono realtà: sta volando e tra pochi istanti incontrerà proprio la Divina in carne e ossa. Ossa soprattutto eppure qualcosa mi dice che, da come annaspa con quella gaffa, ha desiderato per una vita le cose sbagliate.
È un po’ duro accorgersene solo adesso.
Tenta disperatamente di agganciarsi da qualche parte con la gaffa, ma ottiene solo di tranciare i cavi del bucato della signora Perotti, passando dal quarto piano abbatte le begonie della Rossi, al terzo sfreccia velocissimo e per un pelo non decapita Birillo, lo schnauzer del cavalier Bernardi, poi al secondo si aggancia al parapetto con la gaffa, ma ormai è troppo veloce e la gaffa gli scivola di mano e via verso il marciapiede che lo serra in un abbraccio indissolubile e definitivo.
Il suo sangue si è sparso su tutto il marciapiede, si infila tra le commessure del basolato e bagna le mie fondamenta. Il suo odio è ancora lì, amaro e profumato come assenzio.
Peccato, Mario, te lo sei perso per un soffio: se avessi resistito solo un minuto in più avresti sentito le sue urla disperate mentre precipitava.
Finisco di… be’ in realtà non posso farlo, ma sogno sempre di riuscirci prima o poi, dicevo: finisco di leccarmi le dita con l’odio del Razzi, oh che delizia, tu Mario sei il mio dessert e poi dovrò darmi da fare. Ho otto piani, quarantotto appartamenti dei quali due ora liberi e pronti per essere occupati: scegliere bene i miei inquilini è fondamentale per avere la dispensa piena, e io sotto le feste amo i banchetti.
Però che sfortuna Mario! Ora la scena è tutta per il Razzi, invece tu come tuo padre sei perso per sempre davanti a quella TV che non spegnerai più, e siccome hai lasciato la finestra aperta, fino alle prossime piogge nessuno si accorgerà che stanotte hai acceso le luci di Natale per l’ultima volta.

Rituale di Sangue

Prosegue la demolizione del profilo Wattpad, dove alla fine di tutto non resteranno altro che macerie con link che puntano alle pagine del mio blog.

Subito dopo aver pubblicato “Il Torto” qualcuno mi chiese maggiori notizie su Flantius Mijosot detto Colle Ondoso.
Cosa ne era stato di lui era la domanda che più è stata posta. Così per migliorare un po’ il worldbuilding ho scritto un micro-racconto al riguardo e, già che c’ero, ne ho fatto anche la versione “audio”.

Dura pochi minuti, ma devo dire che mi è venuta bene, una specie di audiolibro. Non si tratta di un “prequel”, né di un “sequel” visto che narra eventi avvenuti durante la narrazione del Torto. Si potrebbe parlare di “Meanwhiquel” se questo termine non mi procurasse violenti bruciori di stomaco. Godetevi la storia così com’è e buona lettura… o buon ascolto, o entrambe le cose.

Un doveroso ringraziamento ad Antonella Monterisi di  http://www.amservizieditoria.com per l’editing e se ci sono errori prendetevela con me: l’ultima versione è la mia.

***

La caverna è avvolta dalle tenebre. Due torce ardono debolmente ai lati di una statua di cui è possibile vedere solo le gambe. Un uomo è steso ai suoi piedi. È legato polsi e caviglie a quattro pali di legno-ferro infissi nella roccia, le corde sono tese allo spasimo. È completamente immobilizzato.

Dalla sua posizione vede il proprio ventre che somiglia a una collina pallida ricoperta di peli bianchi e che gli è valso il soprannome di “Colle Ondoso”. È nudo, gli è stato lasciato solo il perizoma. La tensione è terribile. I legacci che lo immobilizzano scavano profondi solchi nella pelle grassoccia. Tenta di accedere alla propria aura magica e liberarsi con gli incantesimi, ma il dolore a polsi e caviglie unito al gelo circostante è atroce e tiene la sua mente prigioniera come il corpo. Invoca i compagni, ma immagina che siano stati tutti annientati dal fulmine nero che li ha travolti. Vorrebbe urlare, ma dalla bocca fuoriescono solo deboli mugolii. Un bavaglio dal sapore terribile gli impedisce di parlare, sembra carne putrefatta.

Nel suo campo visivo entra un volto bestiale. La fronte è sfuggente, la mascella squadrata e sproporzionata rispetto al resto. Sproporzionata per un uomo. La creatura però è un orco.

Indossa una tunica nera, ricoperta da rune color bronzo e un simbolo rosso sangue al centro, una via di mezzo tra un fulmine e una clava circondata da un cerchio di fiamme: il marchio di Wu-Masau il “Benedetto dal Male”. Il dispensatore di tenebra, di dolore, di morte. Colui che divora i corpi con la putrefazione, le anime con la corruzione eterna.

«Non sforzarti, umano» l’orco è privo delle zanne tipiche della sua razza e la sua voce è accompagnata da spruzzi di saliva che ricadono sul prigioniero «Non puoi liberarti, a meno che qualcuno non riesca a giungere fino questo tempio e a spezzare i tendini di drago che ti tengono legato, ma per farlo dovrebbe sconfiggere quaranta guerrieri di Rhat.»

L’uomo, dapprima sorpreso nel vedere il capo dell’orco circondato da una corona di capelli bianchi: in tutta la sua vita non aveva mai visto un orco anziano, nel sentire la parola “tempio” inizia a sudare e al nome della leggendaria patria di quelle creature sgrana gli occhi. Le parole del proprio aguzzino lo investono con la potenza di una tempesta perfetta.

«Ora Geniesser ti darà quel che meriti, » aggiunge un’altra voce, fuori dal suo campo visivo.

«Silenzio, Ubrom» ordina il vecchio «La luna sta per sorgere!»

prosegue mentre porta nel campo visivo del prigioniero un enorme pugnale a quattro lame seghettate e affilate come rasoi.

Il terrore contrae i visceri dell’uomo, che si svuotano all’istante, senza controllo. I due aguzzini non si scompongono, sono abituati a quella scena: fa parte del rituale che è appena iniziato.

Ubrom pure si mostra: è più giovane, ha ancora le zanne e i capelli lunghi fino alle spalle, neri come l’ossidiana. Indossa una tunica identica. Il vecchio orco ora accarezza il volto del prigioniero, il corpo squassato da tremiti convulsi, col pomolo del pugnale: è un teschio umano. Lo solleva e lo fa danzare al ritmo dei gemiti e dei mugolii che il prigioniero produce come se eseguisse gli ordini del suo aguzzino.Gli occhi dell’uomo sono concentrati sulle lame del pugnale che ora sembrano divenute le gambe del cranio ghignante brandeggiato dall’orco. La folle danza si arresta e anche i gemiti hanno termine.

«Per prima cosa» Geniesser sorride «ti ucciderò.»

Martina e lo Scuro

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Hai paura del buio?

Che c’è da ridere, pensi sia roba da bambini?

Forse ho usato la parola sbagliata.

Tenebre.

Hai paura delle tenebre che gli esseri umani si portano dentro?

Ecco, vedo che hai cambiato espressione.

Anche Martina ha avuto a che fare con questa sottile distinzione e, credimi, non è stato piacevole per nessuno.

La prima volta che Martina vide il buio muoversi fu presa dal panico. Il suo grido di terrore, puro e cristallino, cancellò in un battito di ciglia il programma cui sua madre e il compagno avevano appena dato inizio. Lei era accorsa così com’era, Ciro aveva bestemmiato senza schiodarsi dal letto concludendo la sua litania con « …falla star zitta quella rompicoglioni!»

Il buio cessò di agitarsi, tra le ombre della cameretta, solo quando sua madre accese la luce. Lei e Martina si erano ritrovate faccia a faccia. Il fiato grosso che condensava appena. Figlia in lacrime e madre color candeggio. Prima ancora di chiedergli cos’era successo l’aveva abbracciata, poi aveva tentato di spiegarle che era stato solo un brutto sogno e che poteva tornare a dormire tranquilla. Nell’uscire controllò che il termosifone fosse ben caldo: quella stanza pareva più fredda del corridoio su cui si affacciava.

Martina non si calmò finché la madre non gli permise di trasferirsi nel lettone, attirando su di sé le ire di Ciro che, per tutta risposta, trascorse il resto della notte sul divano «Io volevo dormire con te, se volevo una bambina avrei portato quella a letto!» le sue urla giunsero attutite dalle pareti della casa; Martina lo udì appena già persa nell’abbraccio protettivo della mamma.

La mattina successiva la donna regalò una torcia alla figlia: «Ha la dinamo, così non resterai mai più al buio, qualsiasi cosa accada».

Martina fissò i grandi occhi verdi di sua madre e rispose con un sorriso, di quelli che venivano sempre ricompensati con uno ancora più grande e luminoso. Ciro si unì a loro sfoggiando una chiostra di denti ingialliti da troppe sigarette e un fiato che sapeva di brandy economico. Martina perse l’espressione felice e arricciò il naso: non gli era mai piaciuto quell’odore.

A sera la volle provare prima che tramontasse il sole: la torcia aveva una batteria che poteva essere ricaricata schiacciando un grosso pulsante incastonato nell’impugnatura. Schiacciarlo in continuazione le avrebbe garantito tanta luce a disposizione, Mamma era stata di parola. Se ne andò a dormire con il suo regalo sotto il cuscino certa di avere una spada laser travestita da torcia elettrica.

La casa dove viveva era vecchia. Appartenuta a sua nonna e alla madre di lei prima ancora; era una di quelle vecchie case piene di angoli che intere famiglie di ragni trovavano accoglienti, capace di regalare concerti di scricchiolii e gelidi spifferi anche quando tutte le porte e le finestre erano ben chiuse. Fu uno spiffero di quel genere a svegliarla, un refolo d’aria pungente e vagamente odoroso di vecchie soffitte. Il buio, sulla parete di fronte al suo letto, si mosse. Stavolta non gridò, ignorò ogni altro suono presente nella casa e afferrata la torcia girò l’interruttore… Buio.

La parete di fondo sembrò diventare più oscura, un rettangolo di tenebre pronto a inghiottirla. Represse la voglia di urlare e cominciò a schiacciare l’impugnatura della torcia come una forsennata. Un raggio bianco, purissimo, scaturì dal led ad alta intensità e squarciò l’oscurità come un ferro al calor bianco che attraversa una parete di burro, mentre il fiato le condensava attorno.

Qualcosa aveva sfrigolato?

La luce si infranse innocua sul poster delle WinX appeso alla parete.

Niente, nessuno. No: gli occhi di Martina intuirono la presenza di un movimento ai bordi della visione. Girò di scatto la torcia, il raggio prese ad affievolirsi e poco prima di arrivare sul bersaglio si spense.

Disperata schiacciò nuovamente l’impugnatura, più e più volte. Di nuovo il raggio accecante dissolse il buio della stanza al suo passaggio e non inquadrò nulla di terrorizzante nel suo cerchio luminoso.

«C’è qualcuno?» disse, ma la voce faticava a uscire e la pelle le si arricciava, per il freddo, fin sotto le coperte.

Una mezzaluna oscura scivolò di nuovo via, sempre sul limite del campo visivo e stavolta Martina si ricordò di mantenere il pulsante in azione. Tenne la torcia con tutte e due le mani e inquadrò l’armadio nel fascio. Qualcosa s’era infilata tra le ante, ne fu convinta quando osservò con attenzione lo spazio tra i due sportelli: era più nero di quel che avrebbe dovuto. Infatti poco dopo si schiarì come se tenebra liquida fosse colata a terra.

«Chi c’è lì?» sussurrò appena per non farsi sentire da Ciro e dalla mamma. Dovevano essersi finalmente chiusi in camera da letto perché la TV era stata spenta ed era certa che presto avrebbero cominciato a fare i soliti rumori.

«Non aver paura, è solo luce non fa male vedi?» mise la mano nel fascio per mostrare che era innocua. L’ombra della sua mano si proiettò sul muro accanto all’armadio e allora lo vide.

Un ricciolo di buio si sollevò da sotto il mobile e raggiunse il confine del cono di luce, fermandosi nella penombra. Le parve attratto dalla mano proiettata. Provò a salutare e la… cosa rispose assumendo la stessa forma e muovendosi allo stesso modo. Martina rise deliziata: aveva salutato il buio e lui aveva risposto.

«Tutto bene piccola?» la voce della mamma la fece sobbalzare.

«Sì!» rispondere, infilare la torcia sotto il cuscino e sprofondare la faccia su di esso prima che lei entrasse nella stanza fu un unico, rapido ed elegante, movimento. La porta si spalancò e la luce del corridoio illuminò la stanza che divenne molto più piccola e simile a come appariva di giorno, coi giocattoli per terra e la piccola scrivania ingombra di quaderni e matite.

«Sogni d’oro amore mio» le disse la donna richiudendo la porta. Martina non attese e puntò la torcia sul muro dove prima aveva visto il buio muoversi, ma qualunque cosa fosse se ne era andata.

La notte successiva spense la luce e attese, emozionata. Di nuovo la parete del poster divenne più scura e lei sentì quello strano odore che gli ricordava luoghi polverosi e dimenticati.

Prese a schiacciare il grosso pulsante per caricare la batteria, il ronzio della dinamo coprì i rumori della vecchia casa. Quando l’odore di soffitta la raggiunse accese la torcia. Intravide l’oscurità che si ritirava dietro l’armadio.

«Ciao!» disse, mentre il fiato condensava in bianche forme. Parlò sottovoce: ancora non aveva sentito sua madre e Ciro chiudersi in camera da letto, ma sperò che stavolta nessuno entrasse a disturbarla.

L’ombra, timida e sospettosa come un animale selvatico, uscì allo scoperto. Lei riuscì a percepirla mentre si avvicinava guardinga alla zona illuminata.

D’istinto proiettò l’ombra della mano libera al confine tra il cono di luce e il buio, mentre l’altra mano era ben salda e pompava energia che la dinamo trasformava come per magia in luce.

Con un guizzo un’ombra più nera del buio circostante sfiorò quella della bambina, che ebbe un sussulto

«Mi fai il solletico!» ridacchiò sorpresa, ma non ritrasse la mano.

«Ti chiamerò Scuro, ti piace?»

L’ombra si contorse in morbide spire che a Martina piacquero tantissimo.

«È il più bel sì che abbia mai visto»

Quella notte Martina e lo Scuro divennero amici.

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Martina e lo Scuro – 2

Ogni notte Martina attendeva con impazienza il momento in cui avrebbe acceso la torcia e giocato insieme al suo nuovo amico.

Scuro ascoltava le storie che Martina gli raccontava, si arricciava tutto quando la sua ombra lo sfiorava, come la coda di un gatto quando lo si accarezza fino in fondo alla schiena. La creatura d’ombra le si avvicinava con cautela mista alla curiosità di un cucciolo e quando le loro ombre si toccavano Martina ne percepiva l’infinita attenzione che veniva dedicata a quel contatto, come se Scuro volesse essere certo di non danneggiarla neanche per sbaglio.

Non aveva mai sperimentato niente di così delicato.

Volta dopo volta Martina, gli raccontava cose che la riguardavano sempre più da vicino: la scuola, gli amici, sua madre che gli dedicava sempre meno attenzioni e Ciro che invece ne riceveva sempre di più. Se prima era intimorita dal buio adesso aveva imparato ad apprezzarlo perché gli faceva pensare al suo amico che passava a trovarla ogni notte prima che si addormentasse. Anche il suo umore ne era uscito assai sollevato e adesso invece di “non ho sonno posso restare alzata ancora un po?” era felice di poter dire lei per prima “Mamma, Ciro, sono stanca e vado a letto. Buonanotte”.

Ciro e la madre erano troppo presi da qualcos’altro. Sua madre le riservava una coccola e un bacio frettolosi, l’altro una carezza ruvida sulla schiena e, ma solo se era proprio di buonumore, un “Buonanotte piccola!” accompagnato da una zaffata di alito alle marlboro. Il compagno di sua madre le pareva una fabbrica di sigarette.

L’uomo aveva cominciato a vivere con sua madre da meno di un anno, ma era entrato in casa da padrone. Prima veniva solo il fine settimana, lei finiva a casa della tata e lui piazzava le borse nella sua cameretta. Poi una sera, dopo che la tata l’aveva riaccompagnata a casa, lo aveva trovato ed era rimasto.

Lo Scuro ascoltava tutto e rispondeva a modo suo, cambiando forma, sfiorandola o emettendo un leggerissimo soffio. Prima che arrivasse Ciro la mamma le faceva spesso le coccole e lei amava perdersi nel suo abbraccio. Nel sentire questa storia lo Scuro si era tutto contorto e quando lei aveva proiettato sé stessa nel cono d’ombra l’aveva circondata e sfiorata con infinita tenerezza.

La differenza di quel contatto le fece sgorgare grosse lacrime dagli occhi. Sua madre una volta la abbracciava proprio così, ma adesso le sue carezze erano distanti, il suo sguardo triste. Quella notte pianse in silenzio circondata dal suo amico d’ombra che, a modo suo, pianse con lei.

Ciro non smetteva di toccarla: quando era in casa era quasi automatico che le venisse vicino per farle una carezza. Sulla testa, sulle guance, sulla schiena e giù fino in fondo. Non le spiacevano le coccole, ma quello che non gradiva era l’invadenza del tocco. Sua madre sapeva sempre, almeno fino a prima che Ciro entrasse nella sua vita, quando lei ne aveva bisogno e lei continuava a sapere quando era sua madre ad aver bisogno di carezze. Scuro sapeva pure come toccarla senza mancarle di rispetto e, ecco la parola che andava cercando, il rispetto Ciro non sapeva neanche dove stava di casa.

Non riusciva a raccontarlo a sua madre che invece mostrava di gradire le mani di quell’uomo addosso, ma le riuscì di parlarne col suo amico che animava il buio.

Le carezze di Ciro divennero sempre più frequenti e fastidiose: se prima aveva considerato normale il suo aiuto per indossare i vestiti per la scuola o fare il bagno, quasi come un secondo papà, sempre più spesso aveva replicato “sono grande, faccio da sola, grazie!” pur di evitare che neanche lo sguardo di lui la sfiorasse. Il modo in cui la guardava cominciò ad instillarle addosso il dubbio, che crebbe fino a tramutarsi in paura, che lui avesse intenzioni diverse dalle attenzioni che un padre riserva a una figlia.

Sua madre invece divenne ancora più distante. E triste. Prima di uscire di casa, la mattina, si infilava degli occhiali scuri e grandi; prese a indossare vestiti che non gli aveva mai visto mettere prima e che lasciavano scoperte solo il viso e le mani. Passava molto più tempo in bagno a truccarsi e molto meno con lei cui concedeva un bacetto distratto, prima di scaricarla davanti scuola, e un altro quando la tata la riaccompagnava la sera a casa.

Una mattina le annunciò che sarebbe uscita con le amiche, ma che non doveva preoccuparsi: Ciro sarebbe rimasto con lei che tanto voleva guardare la partita del Napoli. Martina la implorò di non uscire, di non lasciarla sola, ma l’unica scusa che le riuscì di dire fu che il calcio non le piaceva. Non aveva mai trovato il coraggio di raccontarle quella paura potente e sottile che le serrava la gola ogni volta che l’uomo la sfiorava. Non si era ancora truccata e vide un segno viola sul suo viso. Lei rimase impressionata nel vederlo e domandò: «Mamma, chi ti ha colpita?». La donna sorrise, ma la risposta «Nessuno, cara, ho sbattuto» le diede i brividi.

Perché mamma ha mentito? Era la domanda che la assillò per tutto il giorno.

Trascorse un pomeriggio scandito dalla pendola di Sara, la tata, che ogni quarto d’ora le ricordava quanto mancava al ritorno a casa. Restare sola con Ciro le pareva un incubo ben peggiore di quelli che sognava quando mamma cucinava pesante. I cento passi che separavano casa di Sara da casa sua gli parvero insieme lunghissimi e fin troppo brevi allo stesso tempo. La tata tirava Martina per una mano ricordandole che tra meno di un’ora aveva un impegno dall’altra parte della città e doveva sbrigarsi. Lei le aveva addirittura proposto: “e allora vengo con te, ti aiuto!” e si era accorta che aveva urlato quell’ultima, disperata, parola. La sua richiesta cadde nell’indifferenza di una donna presa da altre preoccupazioni.

Appena entrata in casa Martina si era chiusa in camera sua e, complice la baby sitter che aveva detto “deve ancora finire i compiti”, aveva potuto restare fuori della portata di Ciro fino all’ora di cena. I compiti li aveva finiti subito, ma poi era rimasta in compagnia delle sue matite e si era dedicata al disegno. I colori che aveva consumato di più erano quelli scuri, il nero era addirittura ridotto a un mozzicone. Numerosi fogli erano stati riempiti con volute oscure, morbide e avvolgenti. In uno aveva disegnato sé stessa avvolta da enormi spire nere: era il suo preferito.

«La cena è pronta, vieni.» la voce di Ciro tuonò da dietro la porta al punto che lei saltò con tutta la sedia. Stordita da quell’ordine si alzò, spense la luce e uscì. Non voleva che Ciro vedesse cosa aveva disegnato. L’uomo tuttavia si era già avviato verso la cucina dove il televisore era acceso e mostrava le immagini in diretta di uno stadio pieno di gente. Striscioni colorati ovunque, fumogeni e tanta confusione sottolineavano l’importanza dell’evento.

Un piatto di spaghetti pomodoro e basilico la aspettava. Stava per dire “non ho fame, torno in camera” ma l’uomo la precedette:

«Devi aver finito i compiti, appena hai mangiato ti interrogo». L’idea di avere quell’essere accanto che leggeva i suoi quaderni e gli faceva domande la fece tremare di freddo peggio che quando Lo Scuro entrava nella sua cameretta per giocare con lei.

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