Adra – Storia

La storia di Adra è lunga quasi 60.000 anni, da quando i Daikiniti sorsero e tramontarono “col botto” ad opera di Wu-Masau (e del dio degli elfi Lalof-Sal) circa 50.000 anni prima della fondazione di Maor.

Orbene anche 50000 sono tantini anche per un mondo fantasy. Perché se Tharamys è così popolata Adra è rimasto spopolato per tanto tempo? Spiegone (che si può saltare in scioltezza):

le esplosioni causate dalla fine di Daikin-Jadam sollevarono migliaia di km^3 di polveri ad elevata riflettività.
Le polveri rimasero sospese in aria per millenni incrementando in modo significativo l’albedo di tutto il pianeta col conseguente abbassamento delle temperature su tutta la superficie di oltre 2°C in meno di sei mesi.
I ghiacciai di tutto il pianeta si accrebbero, in particolare quelli circumpolari che si tramutarono in vere e proprie dighe planetarie al passaggio dell’acqua nei pozzi polari, la riduzione dello scambio termico tra “interno” ed “esterno” del pianeta privò la superficie di altro calore e aumentò ulteriormente il calore trattenuto all’interno del pianeta. In questa fase si sono avute temperature interne di 40°C medie ed esterne fino a 4 gradi sotto le medie stagionali. Privati di parte della loro energia i fenomeni atmosferici della superficie si fecero più miti e le precipitazioni assai ridotte, mentre all’interno violenti uragani spazzavano ogni continente  senza alcuna pietà.
Si è avuto un progressivo abbassamento del livello dei mari con conseguente ulteriore riduzione dello scambio termico. L’energia in eccesso nei sistemi meteorologici interni al pianeta trovò nei pozzi polari l’unica via di sfogo, ma le correnti calde provenienti dall’interno a contatto con le barriere ghiacciate circumpolari generarono enormi risalite di vapore che finirono per portare energia ai vortici polari: le tempeste perpetue che circondano i pozzi polari. Il ruolo di queste tempeste è fondamentale per tutto il meteo di Tharamys dato che sono il “motore” dei jetstream, le correnti a getto stratosferiche da cui dipendono tutti i fenomeni atmosferici. Rifornite con tutta l’energia che prima contribuiva a muovere le correnti oceaniche le due tempeste crebbero fino a coprire una porzione significativa di Tharamys e bombardandola letteralmente con neve e ghiaccio.

Per farla breve l’era glaciale generata da questo meccanismo (che include variazioni di salinità nei mari e bolle di calore provenienti dai pozzi polari) interessò tutto il pianeta per circa 30.000 anni.
La glaciazione innescata dall’esplosione era destinata ad interrompersi nel momento stesso in cui ebbe inizio. I ghiacci, mentre si formavano furono “inquinati” dal pulviscolo in lenta deposizione. Nel momento in cui il quantitativo di pulviscolo atmosferico (le famigerate PM10) si sono ridotte hanno lasciato passare più luce e più energia. I granelli intrappolati nel ghiaccio hanno catturato il calore e hanno innescato la fusione.
Anche aiutati in questo modo occorsero quasi 20000 anni prima che porzioni significative di Adra fossero accessibili per i colonizzatori.
Fino a 13000 anni fa le aree abitabili di Adra erano sulle coste e nella foresta di Invalis, ma agli elfi del clima è sempre importato poco: loro riescono a controllarlo con la magia, almeno a livello locale.
In pratica su tutto il pianeta la fascia abitabile era compresa tra 35°N e 35°S oltre la quale cominciava a far freddino e superati i 45°N solo le creature avvezze al freddo come i giganti dei ghiacci, le viverne lanose e i draghi bianchi (ad esempio, ma non solo) potevano sopravvivere senza particolari problemi.
Negli ultimi 4-5000 anni , col progressivo ritiro dei ghiacci, si sono avute lente migrazioni dalle zone equatoriali dirette verso nord e sud (ogni popolazione ha il suo pantheon di dei che se ne prende cura ed è restio a fargli cambiare area per più motivi). Gli effetti del cataclisma che ha spazzato via Daikin-Jadam si sono ridotti al punto da consentire nuovamente alle razze più “calde” di espandersi nuovamente.
Nei diecimila anni che hanno preceduto l’arrivo dei coloni Maorni gli Orchi hanno tentato a più riprese di creare una propria civilizzazione, ma le condizioni climatiche di superficie erano difficili anche per una razza coriacea come la loro. Tentarono a più riprese di espugnare Invalis, ma gli elfi, per quanto pusillanimi, dimostrarono di saper combattere all’occorrenza e riuscirono a salvare gli alberi su cui si erano rifugiati per preservare le loro miserabili vite. Gli orchi tentarono pure, mostrando anche coraggio, di espugnare la Casa-Di-Roccia e ottennero di conoscere i loro nemici giurati di sempre: il fiero popolo dei figli della roccia, i Nani.

Gli studiosi sono molto incerti su cosa possa essere avvenuto in questo periodo. Alcuni Unwurdig, Nani cacciati dalla Casa-di-Roccia perché considerati “indegni”, parlano di orchi resi schiavi e fuggiti poi in tempi remoti. Altri parlano di commerci tra gli orchi e i Nani prima che una guerra li rendesse i nemici giurati che sono ora. Le poche cose certe sono che gli Orchi parlano una lingua che ha molto in comune con il Lafshuakar, la lingua nanica e sono in possesso di conoscenze metallurgiche altrimenti note solo ai Nani.

Gli orchi riuscirono a sfuggire all’ira dei Nani, ma sopravvissero solo quelli che fecero ritorno nella regione di Daikin-Jadam, ora una distesa di roccia vetrificata ancora impestata di scorie radioattive, se pure molto meno pericolose di un tempo e nota col nome di “Le Brulle”. Di fronte a quella terra anche i Nani dovettero fare un passo indietro. Gli orchi invece ci si tuffarono dentro e scomparirono nelle sue profondità. Il sottosuolo delle Brulle è pieno di cavità prodotte dall’esplosione delle macchine daikinite e, radioattività a parte, è in grado di accogliere numerose città grandi come Kirezia e Maor messe insieme. Gli orchi ci si trovarono benissimo e diedero vita a Raht, la città-stato che ancora oggi governa quella regione del sottosuolo. Finalmente al sicuro e in un luogo accogliente gli Orchi si dedicarono a colonizzare quello che chiamarono Untherveld o “Mondo-di-sotto” e lasciarono la vita in superficie recandocisi solo per brevi e intense razzie. Alcune popolazioni tentarono la colonizzazione della superficie nell’area di Levot,  nella regione semidesertica a est di Malichar e nelle steppe sempreverdi, ma gli ultimi di loro furono cancellati dall’emergere della Repubblica Kireziana e dalle bellicose tribù che nel frattempo si erano insediate nella vasta piana dove nasce il Nacal-Dengar.
Spariti gli orchi, le navi di coloni provenienti da sud invece di essere predate appena mettevano piede a terra o intercettate sottocosta da bizzarre imbarcazioni di fattura orchesca, riuscirono a sbarcare i loro passeggeri sul continente e a farli sopravvivere abbastanza a lungo per costruire fortificazioni e difendersi. I primi a riuscirci furono i Maorni, ma qui termina la “preistoria” del continente di Adra e ha inizio la parte più interessante, quella più densa di eventi. Se può sembrare strano: ricordo che la fissazione per espandersi e colonizzare è una caratteristica tipica degli umani. Nani, elfi e persino gli elasson sono più stanziali. E anche le colonie umane, quando seguite da un dio, non si spostano molto se non per necessità. Il potere di un dio è tanto più grande quanto più il suo nome è sulla bocca (e quindi tra i pensieri) di tutti e concentrato in un determinato segmento spaziotemporale… una specie di “densità” religiosa. Malattie, incidenti, calamità, mostri giganti e piccini, fanno ridurre il numero di abitanti. Le migrazioni diluiscono il potere e vanno contenute, evitate o quando “inevitabili”  vengono gestite di modo che il popolo che “migra” continui ad accrescere il potere del dio cui appartiene, ma questa è un’altra storia. La parte che mi interessa è che quando c’è una migrazione tutte le divinità esistenti si contendono la fedeltà di quel popolo a suon di missionari. Lo scongelamento di Adra ha anche fatto scattare numerosi “campanelli di allarme” circa il possibile ritrovamento di un manufatto risalente all’epoca Daikinita scampato miracolosamente all’olocausto. Così preti di ogni confessione hanno seguito i popoli in migrazione e, attraverso i loro occhi e i poteri conferiti loro dalle divinità del loro credo, tenuto d’occhio la situazione. Come si scoprirà, qualcosa è sfuggito.

La fondazione di Reub, la capitale di Maor determina l’anno zero di quella che ormai viene chiamata da tutti i popoli di Adra “era comune”, abbreviata e.c.
A partire dall’anno 0 altri popoli hanno tentato a più riprese di colonizzare Adra, ma dovettero scontrarsi con altre creature che avevano occupato quella terra in precedenza. Oltre a Nani ed Elfi vi era il drago Ogofedairp, che all’epoca era molto più attivo di adesso, una colonia di viverne sulla catena meridionale della Sierra D’Argento e nidi di Beobacht sparsi capaci di inghiottire un intero villaggio se questo si trovava entro il raggio d’azione di una di quelle micidiali creature. I Maorni fondarono una repubblica, poi un’impero e poi un paio di “crolli”: quello attuale è il loro terzo impero sorto dopo due tentativi di creare una democrazia stabile. Tentativo fallito dopo ben quattro secoli di crescita sotto la repubblica: nuovo colpo di stato e nuova fondazione dell’impero. Kirezia pure ebbe fortune alterne: inizialmente era una colonia commerciale Maorni, ma dopo la prima caduta si rese indipendente e riuscì ad arginare e contenere le ondate migratorie e le invasioni provenienti dal mare grazie al suo entroterra decisamente più accogliente di quello maorni. La prima repubblica Kireziana fu una federazione di popoli diversi. La colonizzazione dell’altopiano di Etsiqaar ad opera di popoli provenienti da Thanatos, in fuga dai tagliatori di teste, avvenne più o meno in quel periodo e il drago Ogofedairp prese a benvolere quella gente capace, a sua volta, di amare la terra e onorarla come una madre.

Ricostituita la repubblica i Maorni tentarono a più riprese di riprendersi le province occidentali divenuti Kirezia e il nuovo territorio conquistato dai Meroikan, un popolo proveniente dal sud dominato da un’aristocrazia guerriera molto simile a quella che resse il Sacro Romano Impero tra il settimo e il nono secolo d.C. . Tentativi a volte riusciti, a volte falliti. Il confine attuale è frutto di millenni di scontri e di “aggiustamenti” e di nidi di Beobacht bruciati con incendi mirati. Nonostante la loro devastante potenza i Beobacht si ritirarono verso le montagne a nord fino a scontrarsi col fiero popolo dei Nani che ha trasformato la maggior parte di essi in manufatti difensivi di varia potenza.
Kirezia invece, complice anche un’origine linguistica comune, non ha mai avuto problemi nell’arginare la politica espansiva maorni. Piuttosto ha avuto seri problemi con gli orchi delle Brulle. L’invasione di Uruk il possente è stata solo l’ultima di una serie che ha avuto inizio circa cinquecento anni dopo la fondazione della capitale e che a intervalli di 4-500 anni si è ripetuta regolarmente. I motivi sono legati al ciclo vitale degli orchi: in 400 anni almeno tre generazioni si sono riprodotte e il numero di individui eccede la capacità delle caverne in cui vivono di sostenerli. In quelle occasioni grandi masse di giovani individui (età compresa tra 15 e 120 anni) si riversano lungo la piana del Nacal Dengar e spazzano via tutto quello che incontrano lungo il loro cammino, o almeno: questo è quello che è accaduto la prima volta, quando anche la capitale Kirezia fu saccheggiata. La volta successiva, avvenuta intorno all’anno 1000 ec, ebbe un esito meno cruento e la capitale, complici delle difese più efficaci, riuscì a spezzare l’assedio e a disperdere l’orda. La repubblica si ritrovò nuovamente in ginocchio. La terza ondata intorno al 1600ec attirò l’attenzione della Casa-di-Roccia e l’invasione degli orchi fu spezzata dall’intervento di un piccolo esercito Nanico. Tra il 1605 e il 2000 vennero stipulati una serie di trattati commerciali tra Nani e Kireziani, questi ultimi furono attratti dalla possibilità di valicare in breve tempo le montagne della Wiegenstein (meglio nota come Steinshau la Casa-di-Roccia) e giungere in pochi giorni nel Frisør, nei regni del Nord e persino in Maor. Ai Nani interessava poter massacrare gli Orchi, ma pure l’acciaio meteorico assai raro sulle loro montagne e il luppolo che i kireziani hanno imparato a coltivare in modo intensivo per rifornire i birrifici nanici. Dopo l’invasione del 2110 ai Nani fu chiesto, dietro pagamento, di riprogettare e realizzare le nuove cinte murarie delle principali città con l’eccezione di Lain e Crugòn che erano state rase al suolo. Purtroppo le due sfortunate città continueranno, complice una cattiva gestione delle risorse cittadine, ad essere distrutte ogni 5 secoli circa fino all’arrivo di Uruk che ne segnerà la fine definitiva. I superstiti fonderanno un’unica città che prenderà il nome di Lain-Crugòn, ma per motivi “storici” non chiederanno l’aiuto dei Nani per la costruzione delle mura fino al 3846 quando il numero di convogli diretto a Cupiàl crescerà a dismisura e farà temere l’arrivo di una nuova ondata orchesca.  Un reparto di genieri sarà presente in città quando si svolgeranno i fatti de “L’ombra Scarlatta” e le mura della città verranno finalmente sistemate alla maniera dei Nani.

L’arrivo dei maghi Malichani in Kirezia avviene in sordina. Il minuscolo regno dei principi fondato tra il 1240 e il 1250 e.c. non destò alcun interesse: troppi Beobacht da quelle parti e troppa poca terra da conquistare, troppo ghiaccio e poco di tutto il resto. La merce esportata dal minuscolo principato era composta perlopiù da gemme, minerale grezzo e formaggio stagionato. La fortuna di Malichar è che il suo “scudo” magico venne scoperto relativamente tardi, circa un secolo dopo l’arrivo di Bertrand de Malichar e dei suoi compagni. La comunità composta dagli esuli di Vasconne, che di lì a tre secoli sarebbero diventati i dodici principati popolò in breve tempo quella che divenne la val d’Ambèr. L’improvvisa scomparsa di Bertrand dalla scena fu l’unica vera crisi che rischiò di spazzar via tutto. La migrazione spopolò quasi interamente l’isola di Vasconne, al punto da ingenerare allarme nella monarchia del sub-continente meridionale, ora una delle più antiche monarchie di Adra, ma che all’epoca subì un brusco cambio di regnante. La scomparsa di Bertrand coincise tuttavia con la scoperta della barriera: l’area attorno a Lavill risultava essere inaccessibile alle creature extra-planari che tanti guai causano ad ogni utente di magia appena un poco disattento. Questa scoperta garantì l’arrivo di un gran numero di studiosi, quasi tutti maghi, per studiare il fenomeno o addirittura stabilirsi entro i confini della nascente Malichar. Fosse accaduto prima la piccola comunità non aveva nemmeno la parvenza di un esercito e sarebbe stata assoggettata nel volgere di una stagione a una delle altre potenze già presenti sul continente o, addirittura, dagli stessi Lleenici o dagli orchi.

La comparsa del culto di Dâr (o Dahr), il Dorato è di questo periodo. Si tratta di un culto sui generis: il nome in sé è la contrazione della parola Llenico-arcaica “daerp” che significa “barriera mistica” o “magica”, poi la e è finita inglobata nella a che s’è allungata in â e la p finale è caduta. Da sempre la presenza della mistica protezione, la cui estensione cresce lentamente di anno in anno, è associata a questo culto e al dio che rappresenta. I preti di Dâr tuttavia non sono sacerdoti in senso stretto: sono maghi. Acquisiscono potere come tutti gli altri utenti di magia, ma sono convinti che lo studio, la ricerca della conoscenza, il sapere acquisito con spirito critico, siano la preghiera e la glorificazione stessa di Dâr che ricompensa i suoi fedeli e tutti coloro che onorano la sua fede con lo studio attraverso l’efficacissima protezione che si estende fin oltre la città di Cupial, dentro le Brulle e tra Les Ertès, le montagne che circondano la val d’Ambèr. Nel corso dei secoli, tuttavia, preti di altri culti hanno tentato a più riprese di insediarsi tra la popolazione e offrire i loro servigi di guaritori. I primi che ci provarono finirono bruciati a furor di popolo anche grazie ai maghi locali che, memori delle persecuzioni subite in patria, li eliminarono senza troppo pensarci aizzando la popolazione contro di loro e contro i loro seguaci. Da qui la discutibile “tradizione” di mettere al rogo chiunque pratichi pubblicamente un culto differente da quello di Dâr. Come tutti gli dei tanto seguiti anche Dâr esiste e, come è facile intuire, non è ben visto dal resto della comunità “divina” di Tharamys. Dei tanti presenti in Adra è uno dei primi “autoctoni” del continente, cioè la sua essenza si è originata proprio grazie ai pensieri dei Malichani. Un altra divinità che è in divenire è Halden il guerriero, se i bardi elfici continueranno a cantarne le gesta e a far credere la popolazione così come stanno facendo da quattro secoli e rotti, ma anche questa… è un’altra storia. Malichar, potendo contare su una densità di utenti di magia dieci volte superiore rispetto a quella di qualsiasi altra nazione, a parte la lontana Dei-Talant, riuscì a debellare la presenza dei Beobacht da ogni valle in cui riuscì a far arrivare le torri dei suoi maghi e nei suoi duemila e seicento anni di storia ha conosciuto una lenta e costante crescita dovuta all’arretramento dei ghiacciai che, di anno in anno, donano nuove terre e con esse nuova vita ad uno degli stati più isolati e ricchi del continente.

I rapporti commerciali tra Kirezia e Malichar crescono velocemente se pure con l’ostacolo delle Brulle in mezzo. Nel 2350ec viene lanciata un’offensiva preventiva congiunta tra kireziani, malichani e Nani contro gli orchi delle Brulle. Migliaia di Orchi vengono massacrati e la temuta orda del 2500 si ripresenterà più tardi nel 2945, ma con un numero di orchi inferiore al previsto.
Dal 2950 ogni cinqant’anni viene lanciata una campagna di “deorchizzazione” delle Brulle, ma la campagna del 3000 non dà i risultati sperati e quelle successive portano all’eliminazione di poche centinaia di unità.
Laìn e Crugòn prosperano finalmente, ma non richiedono la costruzione di mura in pietra, preferendo investire le proprie risorse nel commercio con i Principati di Malichar.
L’orda del 3403 erutta dalle Brulle più di ventimila orchi, un migliaio dei quali adulti. Le città di cui sopra vengono obliterate e i loro abitanti divorati… almeno quelli che non erano scappati in tempo. Le altre, tutte dotate di mura Naniche, resistono alla furia, ma le campagne lungo il Nacal-Dengar sono devastate. La Casa di Roccia aveva inviato un manipolo di cento genieri alla neonata Nadear per la costruzione delle mura guidati dal Capitano Sarralga e poi invierà in fretta un corposo esercito che ridurrà a metà l’orda che si infrangerà contro le mura di Kirezia, mentre metà dei sopravvissuti tenterà di raggiungere la regione di Levot per reclutare gli orchi sopravvissuti alla colonizzazione kireziana e prendere la città di Nadear appena fondata. I Nani del battaglione Krorennert torneranno alla casa di roccia con il più alto numero di trofei mai riportato a memoria di Nano. A seguito di questa schiacciante vittoria il capitano Sarralga verrà prima nominato generale e poi diverrà l’attuale capo di stato maggiore. Tuttavia anche le sue campagne di deorchizzazione daranno risultati deludenti rispetto all’evento che lo ha reso celebre.
Piccola chiosa: il riprovevole comportamento avuto da Sarralga nei confronti del bardo elfico Alfos e dei suoi colleghi, sempre elfi, ebbe come conseguenza la “cancellazione totale” da canzoni e ballate sull’epica vittoria contro gli Orchi. Uruk il Pazzo, il guerriero alla guida dell’orda, venne rinominato Uruk il Possente e il giovane Halden divenne colui che lo uccise, mentre Flantius Miyosot, noto come Colle Ondoso, fu celebrato come l’artefice della strepitosa vittoria e colui che in una notte fece sorgere le mura. Ancora oggi nella città di Nadear sono ben visibili le statue in bronzo dedicate ai due eroi, mentre ai Nani del Krorennert e al capitano Sarralga sono dedicati un viale e una piazza cittadina. Nessuna statua, nessuna ballata, nessun altro “ricordo”.

Rispetto a Kirezia Meroikanev ha una storia più burrascosa: i primi coloni dell’area furono i Maorni, ma trovarono una micidiale “resistenza” nelle colonie di Beobacht celate nel territorio. C’era un motivo  se nemmeno gli orchi avevano mai tentato di prendersi quella terra ricca di foreste, fiumi e basse montagne. Il crollo del primo impero Maorni frammentò quello che sarebbe divenuto in il granducato in un paio di staterelli (Seravon e Avonreub) che sopravvissero per pochi decenni, prima che una nuova ondata migratoria e la caduta delle capitali ad opera di Qu, un gigantesco Beobacht con venti peduncoli, li spazzassero via quasi interamente. I superstiti, privi dell’appoggio di Maor che aveva i suoi problemi a riorganizzarsi durante il primo interregno, si unirono ai coloni, sconfissero Qu e insieme ad essi accettarono il nome di Meroikanev in onore di Meroin (la terra aldilà del mare) la patria da cui provenivano i nuovi venuti, situata a sud-ovest di Lleendir.

Per quel che riguarda i miei libri, per ora, gli eventi più importanti riguardano Malichar  i rapporti tra Impero e Granducato di Meroikanev. Il Granducato è il frutto di una intensa opera di mediazione tra meroikani e maorni. I primi sono discendenti di coloni provenienti da Meroikan (una penisola situata a sud-ovest di Lleendir, la propaggine più settentrionale di Ron-Menûr (il continente meridionale… oh, finalmente gli ho dato un nome!). La scelta del titolo “Granduca” è riguarda l’organizzazione militare-amministrativa di Meroikan, la madre-patria. Il capo di stato non può chiamarsi “Re”, quel titolo spetta al re. L’amministratore di una grande area, dove possono trovare posto marche di confine e contee abbastanza grandi da accogliere più baronie e talvolta anche feudi più piccoli, diviene un Duca e se il territorio consente la creazione di più ducati questo diventa Granduca e non più oltre. Il suffisso -ev significa “figlio” e quindi il senso del nome è molto chiaro. Meroikanev e Maor si sono fatti guerra per secoli, nel tentativo di prevalere l’uno sull’altro, ma interferenze divini soprattutto hanno sempre limitato la portata della distruzione: nessun dio è disposto a vedere il proprio potere ridotto per cause futili.

L’attuale Granduca: Stephanos I di Meroikanev è divenuto genero di sua Augusta Imperiale Grazia Neor II al fine di sugellare la pace tra i due stati. Trattative che procedono con estrema lentezza da secoli, da quando un colpo di stato provocò il crollo della fragile repubblica di Meroinia alcuni secoli prima. Il governo fantoccio installato al posto di quello legittimo era guidato da Maor e la creazione del granducato fu un tentativo di portare lentamente tutta l’area sotto la sfera di influenza maorni. La fiera resistenza dei meroikani tuttavia ha portato dapprima una guerra civile tra fazioni avverse durata alcuni anni e interrotta dall’arrivo sulla scena di Beria Tenzus-Reynek. Per chi vuol conoscere la genesi del nome… i meroikani hanno una lingua derivata dall’ungherese, poi occorre anagrammare un pochino. Beria e i suoi seguaci, con una serie di attacchi personali mirati, elimina uno dei capi delle fazioni legate a Maor e alcuni dei suoi seguaci ottenendo così l’attenzione degli altri. Si dice che abbia piegato la volontà con la magia, ma il succo fu che nessuno degli altri ci stava a farsi ammazzare, magari nel proprio letto. Beria passò alla storia come Beria il negromante, sebbene di magia non se ne intendesse molto, ma era abilissimo nel reperire informazioni e sfruttarle per eliminare un rivale. La struttura granducale instaurata da Maor, tuttavia, fu utile a Beria per mantenere il potere appena conquistato e invece di restaurare la repubblica decise di tenerselo: “Il potere logora chi non ce l’ha” è una delle frasi che ha pronunciato finché era in vita… e di sicuro non è stato l’unico politico a pronunciarla, nel corso della storia.
Dati i rapporti precari con l’impero, flottiglie di schiavisti hanno, con cadenza stagionale, razziato le coste meroikane portandosi via direttamente dalle loro case migliaia di persone nel corso dei decenni. Beria ha avuto numerosi figli e questo gli ha garantito una nutrita discendenza con cui tramandare il granducato e difenderlo.

A cambiare un poco le carte in tavola è proprio Stephanos, che in giovane età si era distinto per essersi opposto al padre Erim e per una serie di azioni di rappresaglia contro le coste maorni. Azioni che, inizialmente erano indirizzate alla raccolta di schiavi al pari dei razziatori maorni. L’incontro con Adriana di Maor mutò in modo drastico queste operazioni. Adriana, secondogenita di Neor II, era ed è molto contraria all’impiego di schiavi. Durante un assalto da parte di Stephanos alla città costiera di Epinolas la ragazza fu presa dal giovane rampollo meroikano che rimase colpito, in tutti i sensi, dall’energia di lei e dal modo in cui difendeva la libertà degli individui. Anche se molto giovane, all’epoca non aveva più di diciassette anni, Adriana aveva le idee molto chiare circa il modo di porre fine alla tratta degli schiavi e al modo in cui si poteva sviluppare un’economia capace di sostenere una popolazione senza dover ricorrere all’uso degli schiavi.
Neanche Adriana, tuttavia, rimase immune dal fascino del giovane e nerboruto meroikano, che oltretutto detestava la schiavitù e la imponeva solo per questioni di vendetta. Le razzie successive non furono più mirate a portare schiavi a Meroikanev, ma a liberarli e innescando moti di ribellione in tutta maor. Consapevole del rischio Neor prese la via della mediazione e dopo una fortunata missione diplomatica acconsentì alle nozze tra i due giovani in cambio di una cessazione delle razzie d’ambo le parti.
Poco dopo Stephanos divenne granduca, causa una malattia fulminante del genitore e ratificò la pace con Maor. Anche se ufficialmente da più di vent’anni nessuna nave maorni colpisce più le coste meroikane, di tanto in tanto una nave di razziatori tenta di assaltare i villaggi e le fattorie lungo la costa. La marina meroikana non è famosa per l’efficienza con cui  pattuglia le coste e il risultato è che Stephanos si ritrova improvvisamente con qualche decina di sudditi in meno e un’area più o meno vasta da ripopolare. Sua grazia Adriana, la granduchessa, ha mal digerito il fatto di non poter più assaltare i fori maorni dove ogni giorno decine di persone perdono la propria libertà e vengono vendute per gli scopi più vari (e abietti).
Segretamente (ma neanche troppo, visto che suo marito la appoggia) ha dato vita ad una gilda di ladri sui generis: rubano schiavi. L’attività della gilda procede indisturbata da oltre otto anni, nonostante la pressione dell’aristocrazia meroikana su Stephanos e i suoi più stretti collaboratori affinché venga estirpata questa minaccia all’economia nazionale.

Il commercio di schiavi è  ancora molto praticato in Meroikanev, specie dopo la fine di questo commercio nella vicina Kirezia: l’Anello di Ferro, dopo il varo dell’emendamento Musìn, ha trasferito in toto la sua attività nella città di Kaj Subdni al confine tra i due stati e ha dato nuova linfa vitale ad alcune delle famiglie avverse all’attuale casata regnante. La presenza dei “Ladri di schiavi”, che si fanno chiamare “Fiamme di Meroikanev”, è una tremenda spina nel fianco per ogni schiavista meroikano che vive col terrore che, prima o poi, i suoi profitti vadano in fumo e con essi la propria vita.

Di fatto vi è una contro-corrente migratoria che vede ogni giorno decine di aspiranti ex-schiavi fuggire da Maor, attraversare segretamente Meroikanev e giungere in Kirezia dove la schiavitù è abolita. Eron II sta tentando di arginare il fenomeno e, attraverso i buoni uffici di sua figlia Adriana, spera di poter convincere il genero ad agire in modo deciso contro questi criminali. Quello che non sa è che il capo dell’organizzazione è proprio Adriana la quale sta tentando di insediare un “focolaio” nella stessa Reub, la capitale di Maor. Il seguito… è oggetto del sesto e (per ora) ultimo libro delle Cronache di Tharamys, per cui non posso spoilerarne più di tanto il contenuto.

Malichar, Kirezia, Meroikanev e Maor sono tutti regni popolati in massima parte da umani. Vi sono poi Invalis (elfi) e Steinshua (Nani) che invece hanno vissuto le vicende del continente in modo del tutto differente. I primi, che hanno un collegamento magico permanente con la madrepatria su Airumel, il continente orientale, praticamente non si sono nemmeno accorti dell’era glaciale provocata dall’esplosione di Daikin-Jadam anche se quest’ultima esplosione, come ben sappiamo, ne ha ridotto notevolmente la presenza sul continente. I secondi  invece sono rimasti dapprima infastiditi dal rumore provocato e poi piacevolmente divertiti dall’arrivo degli orchi, ma ne parlerò in un altro articolo.

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Come sono nati i Principati di Malichar?

Bertrand De Malichar proviene dall’omonima isola nell’arcipelago di Vasconne situato nel canale di Lleendir 50 miglia a sud delle coste frastagliate che delimitano il confine meridionale dell’altopiano di Etsiqaar.

Lleendir era ed è una “Monarchia Teocratica” ovvero la figura del monarca è anche quella di suprema autorità religiosa.

2600 anni sembrano tanti, ma è un “tanto” relativo. Su Tharamys le divinità lavorano alacremente per frenare lo sviluppo tecnologico, onde evitare che si ripeta l’incidente occorso con Daikin-Jadam.

D’altro canto la scienza avanza lentamente di suo, visto che la magia permette di arrivare velocemente là dove sarebbero necessari decenni di ricerca e sviluppo per ottenere lo stesso risultato. La magia permea molti aspetti della vita quotidiana e non è raro che privati cittadini possano disporre di un qualche dispositivo realmente funzionante o permettersi un servizio come la ricostruzione di una mano o di un’intera dentatura. Allora a che serve un medico se un prete eploriano può far sparire un cancro o addirittura richiamare alla vita chi è morto prima del suo tempo? Ben inteso: più una società umana può beneficiare di questi… ritrovati e meno è propensa a sviluppare tecnologie, tecniche e quant’altro per svincolarsi dal controllo divino. Dunque nessuna tecnologia “nuova”? Non è esatto, ma nei circa 3000 anni che il continente di Adra è stato colonizzato si è passati da una tecnologia da età del ferro a una post-rinascimentale. Grossomodo simile a quella che era presente in Europa nel XVII secolo, ma senza polvere da sparo. Dalle nostre parti questo passaggio è avvenuto in poco più di 1000 anni (polvere nera inclusa) qui dopo 3000 ci si è appena arrivati e di polvere da sparo non se ne vede… ma sto divagando.
Il motivo per cui Bertrand de Malichar ha lasciato le sue belle isole per cercare fortuna al nord (un ritornello ben conosciuto anche da noi) va ricercato proprio nei metodi usati dagli dei per tenere a freno la ricerca scientifica senza ricorrere a metodi distruttivi. In Lleendir, complice la presenza di una Repubblica scomoda (Maor) a occidente, in rapida espanzione e a numerose altre presenze sui mari tra cui i pirati di Pelagòs (nei millenni la pirateria è stata abbandonata) la ricerca per mettere a punto mezzi navali adeguati stava dando risultati preoccupanti. Dai cantieri navali oltre a uscire navi a vela singola senza rematori capaci di sfruttare una vela secondaria tra prua e albero (un antesignano dello spinnaker) cominciavano a venir fuori tecniche capaci di avere influenza anche sotto altri aspetti: tessitura, produzione di cordami, calafataggio e numerosi altri eccetera. Questo avveniva anche in altri ambiti: nuove tecniche andavano a rimpiazzare le vecchie e ispiravano anche ambiti vicini. Per fare un esempio: la tessitura delle vele, eseguita mediante speciali telai navali. Qualcuno ebbe l’idea di usare un telaio del genere per produrre il velòs, un tessuto morbido e caldo usato per abiti di pregio. Il risultato fu che con la stessa manodopera necessaria per produrre una vela (e un quantitativo di lana adeguato) si ottenne quello che altrimenti sarebbe costato quanto dieci vele.
Eplor il Buono (ma buono per chi?) che all’epoca era il dio più in voga da quelle parti (ora un po’ meno, ma comunque il Re è ancora Vicario di Eplor in Lleendir) optò per un tiro di sponda più mirato. Non avrebbe mai cercato la morte del vivace imprenditore, né avrebbe impedito ad altri di imitarlo, ma doveva far passare una volta per tutte che simili comportamenti… non pagavano, basta. In questo aspetto emerge la sua “bontà d’animo”: lo adori e segui i suoi saggi consigli e tutto andrà per il meglio. Fai di testa tua e lui fa in modo che le cose vadano bene per qualcun altro.

Devo avere accennato al fatto che il Re è anche capo di stato e dunque detiene anche il potere temporale oltre a quello spirituale.  Come la storia del nostro mondo ci ha insegnato questa combinazione è letale e genera le peggiori dittature che si siano mai viste. Per esempio quella dello Stato Pontificio lo è stata. Possono esseci dittatori “illuminati”, ma comunque dittatori col loro strascico di sopraffazione e morte e chi non è d’accordo vada indietro nel tempo, nel 1599 a Roma, a raccontare che il Sole è solo una stella come le altre nel cielo, ognuna coi suoi pianeti che gli girano intorno e che potrebbero avere altri abitanti che pregano un altro dio.
Sniff sniff… sento puzza di bruciato, chissà cos’è. Sicuramente a Giordano Bruno non è piaciuto.

Che poi una volta entrato nel meccanismo non avevi scampo: anche se ti pentivi “in extremis” ciò che ottenevi era il posto in paradiso, in terra l’espiazione richiedeva il fuoco purificatore e quindi il boia scendeva dalla pira su cui eri legato e la accendeva conscio che così avrebbe distrutto il tuo corpo, ma salvato la tua anima… e tanto poi alla fine dei giorni saremmo risorti tutti no?
Molto conveniente, sicuro!
Via dai piedi una voce scomoda, silenziati i popolani con la promessa della redenzione e della vita eterna “post mortem” dalla quale nessuno in tempi storici è mai tornato per smentire, e controllo assoluto su chi invece aveva abbastanza cervello da capire come stavano in realtà le cose e che non aveva voglia alcuna di finire arrosto.

In Lleendir le cose non andavano troppo diversamente. Al rogo si preferiva l’abbraccio del mare, ovvero si legava al condannato una pietra bella massiccia e poi si buttava giù da una scogliera, in mare o in uno dei grandi laghi dell’entroterra. Se Eplor voleva che il condannato si salvasse i nodi si sarebbero sciolti nonostante tutte le accortezze usate per impedire tale sfortunato evento. Compito della pietra era, oltre di trascinare il malcapitato a fondo,  tenere il morto ancorato al fondale e quindi inaccessibile a chi avrebbe potuto resuscitarne il corpo o interrogarne lo spirito con facilità. Capite bene che in un mondo dove, da una manciata di ceneri, si può richiamare lo spirito di un defunto e magari farlo incarnare in un nuovo corpo può essere molto seccante dover eseguire una sentenza di morte più di una volta. La seconda potrebbe rivelarsi fatale per chi l’ha ordinata… e negli ultimi 2600 anni è accaduto spesso. In ogni caso l’innovazione e il cambiamento, proprio come il disperato tentativo di Giordano Bruno, sono combattuti con pervicacia (per non dire cazzimma).

Bertrand era il figlio cadetto di Pierre De Malichar e Lyonnes Baishar. Har Prénor (una via di mezzo tra governatore e vescovo) di Vasconne, suo fratello Antòn avrebbe ereditato carica e beni terreni lui avrebbe dovuto lavorare come suo vice. Insomma una vita agiata e una carriera già definita fin dalla culla. A Bertrand la vita religiosa stava proprio stretta: troppe limitazioni, in particolare sullo studio e sul modo di pensare (ai preti eploriani è concesso un compagno o una compagna, secondo gusti e inclinazioni). Fin da piccolo Bertrand è stato un libero pensatore e poneva domande molto scomode come “chi è dio” o “perché una volta puniti con la morte i condannati non vengono resuscitati per continuare ad espiare le loro colpe con le azioni?” e cose del genere. Per caso (ma anche no: caso è il nome che Eplor usava quando voleva restare anonimo) scoprì la magia e il “sapere proibito” vale a dire la possibilità di lanciare incantesimi senza l’aiuto di dio. Un libro trovato in soffitta: un cliché dei luoghi comuni, ma efficacissimo.
Mentre un chierico, un prete insomma, riceve dal proprio dio il “download” degli incantesimi nella propria aura magica, il mago deve scriverli a manina attraverso dei rituali, delle procedure rigorose da eseguire con precisione maniacale pena la comparsa di effetti indesiderati anche letali durante la preparazione o nel momento di utilizzo dell’incantesimo. In Lleendir questi effetti sono visti come la punizione divina per aver acceduto al sapere proibito, ma per Bertrand divenne subito chiaro che si trattava “semplicemente” delle conseguenze di un errore. Divenne pure chiaro che con lo studio e la pratica tali errori potevano non solo essere prevenuti, ma addirittura sfruttati per ottenere nuova conoscenza, maggiore potere. Il libro fornito dal Caso a buon Bernard ebbe diversi effetti collaterali.

Bertrand allora dodicenne aveva un amico, Philippe Senrobon, figlio di un nobile minore che curava i beni della famiglia Malichar e col quale giocava ogni volta che poteva. Insieme ad altri ragazzi e ragazze che vivevano alla tenuta (una dozzina in tutto) avevano messo insieme un vero e proprio gruppo di studio dedito al sapere proibito. Insomma una specie di “scuola di magia” fatta in casa, che non provocò danni seri solo perché i ragazzi, oltre al libro  fornito da Caso e che conteneva rituali di una semplicità estrema, solo libri propedeutici e in grado di portare uno studente ad eseguire operazioni elementari con la propria aura magica.

Fu in quel periodo che morì Vascòn Maurice XVII il Re-Vicario e salì al trono suo  cugino, primo in linea di successione. Gualtier Maurice III aveva un’indole molto diversa. Soprannominato le Rei Chaman (il re stregone) segretamente praticava il sapere proibito fin dalla nascita o quasi. Sua madre era una strega e aveva manipolato il futuro marito per sposarla e procurargli un erede, meglio due, cui trasmettere le proprie conoscenze. Sfortuna volle che Gualtier divenne Re. Gualtier non amava molto il fatto di dover praticare la magia di nascosto, lontano da occhi indiscreti e una volta divenuto Re decise di cancellare il reato di “eresia” per i maghi. A patto che si dichiarassero pubblicamente e versassero annualmente una tassa allo stato proporzionata al reddito. Lo scopo era un altro.

Il numero di maghi “noti” passò da poche unità a qualche decina, fino a sfiorare la il centinaio nel giro di appena cinque anni. Tantissimi per gli standard Lleenici, troppo pochi per le idee di Maurice, oltretutto si trattava perlopiù di autodidatti assai difficili da convincere a collaborare (molti di essi erano, per ovvie ragioni, divenuti atei).

La “Loi de la Bonescòle” fu la risposta del Re a questa scarsità. Ogni famiglia di ogni ceto doveva inviare presso le scuole del regno almeno un figliolo, maschio o femmina non importava, per istruirlo secondo il volere di Eplor. Ne sarebbero usciti maghi votati indottrinati a dovere così da garantire al clero Lleenico maggior potere e controllo sul resto della popolazione (oltre alla possibilità di lanciare magie anche se Eplor non era proprio d’accordo).

Nei primi tempi la legge fu accolta con molto favore. L’istruzione a carico dello stato era una iniziativa senza precedenti dato che fino a quel momento entrare nella vita religiosa aveva costi che solo una famiglia benestante poteva permettersi. Il seguito tuttavia avrebbe preso una piega assai differente.

Un figlio, come tassa, è molto pesante e dopo il primo anno di funzionamento della “buona scuola” un decimo degli studenti aveva perso la vita a causa di un errore di qualche tipo. Tra le isole di Vasconne le morti piacquero ancor meno tant’è che le scuole vennero chiuse a furor di popolo nonostante i tentativi di Pièrre de Malichar di tenerle aperte. Gli edifici “scolastici” vennero presi d’assedio dai cittadini inferociti e dati alle fiamme in ogni isola dell’arcipelago. La repressione fu violenta e pesante e Bertrand assistette inerme alla distruzione di decine di famiglie la cui unica colpa era stata quella di aver perso un figlio o un fratello proprio a causa di quel re che aveva voluto la “Buona Scuola”. Con i suoi amici e compagni di gioco, ormai divenuti adulti, sognò una terra dove si potesse studiare quel che si voleva senza incorrere in punizioni tremende e che si entrasse a scuola su base volontaria e non sotto la minaccia di pesanti ritorsioni. Questo determinò il distacco definitivo tra Bertrand e il resto della sua famiglia, da sempre fedele a sua maestà il Re-Vicario. Eplor poteva far qualcosa al riguardo? Forse, ma aveva due grossi ostacoli: la capacità di libero arbitrio degli umani che li rendeva difficilmente controllabili e la necessità di agire per interposta persona. Un intervento diretto di un dio ha come risultati Daikin-Jadam, circa 30000 anni di effetti planetari dovuti al cataclisma e altri 20000 per recuperare almeno in parte. Troppi. Senza contare che il Re-Vicario poteva contare sulla magia per poter sopperire alle intemperanze di Eplor quando quest’ultimo negava il proprio aiuto.

Tre anni dopo Bertrand aveva cominciato a farsi notare come studioso. Il padre non era riuscito a convincerlo ad entrare nella chiesa di Eplor, ma la sua mente brillante e i suoi scritti gli avevano garantito una certa agiatezza anche senza l’aiuto della famiglia. Gli scritti di Bertrand spaziavano dall’astronomia alla chimica, al modo in cui le “cose accadono”. Un libro, ora considerato eretico, dal titolo “La nature des causes” suggeriva la possibilità di operare incantesimi sfruttando le leggi che regolano gli eventi naturali, anzi di sfruttare tali leggi per consentire il funzionamento di macchine e utensili senza l’aiuto di alcuna magia.

Fu l’incontro con Ysolin Cupial, che sarebbe divenuta la sua compagna di tutta la vita, a decretare la svolta: i bambini continuavano a morire nelle torri della stregoneria e nonostante le proteste, l’accresciuto potere del clero aveva portato repressioni ancora più violente ed efficaci. Bertrand si era reso conto che presto sarebbe potuto diventare padre e almeno uno dei suoi figli sarebbe finito dentro quei luoghi infernali. Non solo: visto che i figli dei preti dovevano diventare preti a loro volta (sempre per via dei tempi di formazione di un prete che sono lunghi) il re decretò che tutti i figli di un mago o di una maga (quindi sarebbe stato sufficiente che uno dei due fosse un utente di magia) sarebbero dovuti entrare nelle torri. Questa legge è ancora in vigore, sebbene l’addestramento al giorno d’oggi abbia un tasso di mortalità inferiore.

Bertrand, con i suoi studi e le sue pubblicazioni, aveva attirato molto l’attenzione e in molti si aspettavano che se mai avesse avuto dei figli sarebbero stati l’orgoglio delle torri di tutta Vasconne. Dal canto loro Bertrand e la sua futura moglie progettarono di abbandonare Lleendir.

I tempi erano maturi per una migrazione di massa. Tutte le famiglie dell’isola di Malichar e delle isole vicine che avevano figli piccoli furono contattate tramite gli incantesimi di Bertrand e invitate a prepararsi alla fuga o ad acconsentire di inviare tutti i propri figli alle torri. Il suo piano prevedeva di non radunarsi onde evitare di essere intercettati troppo presto, se non dopo aver lasciato le acque del sub-continente. Le mappe in suo possesso parlavano di una terra a nord coperta di ghiacci , ma pronta a sbocciare a nuova vita.

Le previsioni di Bertrand e Ysolin tuttavia furono disattese: al rendez-vous fissato per il sesto plenilunio dell’anno, presso la foce del Nacal-Dengar, giunsero più di duecento vascelli Lleenici ognuno con due o tre famiglie a bordo, a volte di più. Nei giorni successivi il numero si accrebbe ancora. La maggior parte erano persone del ceto medio: artigiani facoltosi, mercanti, proprietari terrieri medi e piccoli, persone abbastanza ricche da permettersi un’istruzione e un vascello, ma non abbastanza da avere accesso alla vita politica del paese tenuta in pugno dal nobil-clero.

Non provenivano più dalla sola Vasconne, ma anche dall’isola di Lleendir, qualcuno persino dalla capitale. Bertrand immaginò che in mezzo a tanta gente ci dovevano essere anche delle spie, ma non se ne curò: les quincares avrebbero avuto quel che meritavano, ma con calma. Dove erano diretti c’era poco da riferire. Sotto gli sguardi preoccupati degli orchi che vivevano nella regione la flotta fu seguita mentre risaliva lungo il fiume e giunse alla “forchetta”, la confluenza tra il Tancour e il Nacal-Dengar. Il gradino alto cinque metri era invalicabile per le navi, ma con tutti gli orchi che vivevano da quelle parti era impensabile per gli esuli stabilirsi là.

Furono gli orchi a suggerire una soluzione. Dopo i primi scontri, conclusi sulla distanza a suon di fulmini, dardi magici e proiettili vari (è dura vedersela contro un esercito di maghi se la tua arma migliore è a due mani o ha una gittata inferiore) gli orchi si offrirono di parlamentare e indicarono la via per raggiungere una valle da poco sgombra dai ghiacci, ma troppo fredda per dei semplici orchi che non usano la magia.

In realtà gli Orchi ebbero paura che Bertrand potesse scegliere la loro terra e allearsi con uno dei loro nemici. Spedire Bertrand attraverso le brulle fino alla terra dei Tabe era la soluzione migliore per disfarsi di quegli invasori, sterminarli e magari rimediare qualcosa di utile nel caso in cui qualche superstite avesse osato riaffacciarsi nelle loro terre.

La storia ci narra che Bertrand riuscirà a portare i suoi oltre le Brulle e fino alla val d’Amber chiamata così per i faggi che d’autunno diventano del colore dell’ambra, prima di perdere le foglie. Là succederà qualcosa, ma non posso scriverlo quì perché è materia del libro  numero 5, che darà origine alla barriera. Barriera che terrà le creature extradimensionali come “Les yeux” (i famosi Tabe che tanto terrorizzavano gli orchi) e che permette ai maghi malichani di sopravvivere ai propri errori. Chi ha seguito questo blog potrebbe sapere di cosa si tratta, un indizio c’è. Pure più d’uno.
Per contro non deve stupire se i malichani per lungo tempo hanno bruciato sul rogo chiunque si facesse avanti a predicare gli insegnamenti di questo o quel dio.
Quando si rimane scottati anche l’acqua fredda fa paura.

Il danno recato da Bertrand ai piani di Gualtier fu enorme: metà dei maghi attivi di Leendir si dileguò. Dell’altra metà buona parte era impiegata nell’esercito regolare o nelle Torri della Stregoneria come docente, ma chi era libero da vincoli si imbarcò in tutta fretta e sparì a nord sulle tracce di Bertrand, che raggiunse poco tempo dopo. Gualtier si trovò a dover gestire una crisi interna più grave di quel che si possa immaginare.

Il costo di crescere ed educare una generazione si misura in anni. Una madre impiega vent’anni a fare di suo figlio un uomo (e una donna impiega 20 minuti a tramutarlo in un perfetto imbecille). Dietro questo simpatico proverbio si cela una verità importante: con Bertrand erano partiti centinaia di persone e non persone qualsiasi. Oltre ai maghi come Betrand c’erano persone colte, ricche e capaci di guidare altre persone. Nella val d’Amber giunsero circa 1200 famiglie che comprendevano almeno due generazioni se non tre. Molti villaggi Lleenici, a volte intere cittadine, restarono letteralmente senza persone capaci di guidarle. Nessuno possedeva le competenze necessarie per sostituire quelle di chi se ne era andato in fretta e furia senza lasciare neanche un erede. Ci sarebbero voluti almeno altri venti, forse trenta anni prima che Lleendir riuscisse a riprendersi dal colpo subito.

Nel giro di pochi anni centinaia di città medie e piccole di Lleendir conobbero un lungo periodo di miseria e fame. In compenso la richiesta di gente da far morire nelle scuole per produrre altri maghi crebbe. Gualtier aveva bisogno di gente colta da mettere al posto di quelli che se ne erano andati e non mostrò particolare compassione nel reclutare chiunque, anche dei bambini innocenti. Questo portò a una nuova rivolta, stavolta diretta contro il re e, già che c’era, il casato dei Maurice. Che si concluse con la salita al trono della casata dei D’Averoigne.

Ma è un’altra storia.

Il Calendario – continua

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Avevo scritto che dalle parti di Tharamys non è saggio chiedere ora e, soprattutto, giorno. Razze diverse, culture diverse, calendari che si incrociano: questa informazione, su Tharamys, può assumere moltissimi significati differenti. I Kireziani hanno adottato un conteggio brutale, per venire incontro alla maggior parte dei popoli con cui hanno affari. Hanno cifre, numeri e valute al posto del sangue e si trovano benissimo ad appuntare giorno e stagione con una lettera e un numero. E60 il compleanno di Conrad, I75 partenza di Dorian per Malichar, oggi è il 3848I87 (varianti 48I87 e I87 per l’uso più comune) e contano gli anni dalla fondazione del primo impero di Maor, il loro maggior cliente. Anche se lo chiamano calendario stagionale, poiché la lettera indica la stagione in corso e il numero è quello del giorno, di stagionale il calendario Kireziano ha ben poco. Per il tipo di calendario scelto, come vedremo tra poco, i Maorni prima e i Kireziani poi, hanno perso molti giorni fino ad avere un autunno caldo e secco nei primi venti giorni, un’inverno piovoso e una primavera gelida.

L’anno siderale di Tharamys dura 360 giorni, ovvero rotazioni del pianeta. Il pianeta ruota su se stesso una volta ogni 87600,53 secondi, pari a 1461,7 minuti cioè 24 ore e 20 minuti (più o meno, sto aggiustando i conti).  La conclusione è che ogni ora su Tharamys è più lunga di una 50ina di secondi. L’aspetto fondamentale è che non ci sono grosse discrepanze tra il numero di rotazioni del pianeta e la sua orbita. Quello che cambia è che il calendario viene quasi uguale a quello terrestre: 360 giorni, più un avanzo che ogni quattro anni porta ad aggiungere un giorno al calendario e ogni centoventotto un ulteriore giorno.

I Maorni che crearono questo calendario (ma con suddivisione in mesi da 30gg) non considerarono l’aggiustamento secolare perdendo un giorno ogni cento anni, come per il calendario Giuliano. I Kireziani rifecero i conti e si accorsero dell’errore più e più volte, ma a loro importava poco: grandi mercanti e contabili a loro interessava che i contratti stipulati restassero di lunghezza invariata e se di secolo in secolo si perdeva un giorno poco importava e introdussero la “correzione” in un colpo solo al cambio di calendario la cui transizione richiedette vent’anni. Invece del vecchio computo con i mesi scanditi dalla luna venne introdotto quello attuale basato su equinozi e solstizi e considerato, a ragione, infallibile. Dalle nostre parti c’era un “calcolatore astronomico” molto preciso e accurato vecchio di 5000 anni circa: Stonehenge (i primi elementi sono stati costruiti nel 3100 aC) e oggetti simili si trovano, anche se meno ingombranti, un po’ ovunque su Tharamys. Visti i problemi che i sapienti di ogni casta combinano con le date, meglio avere degli strumenti stabili e precisi. I Nani sono maestri nella costruzione di simili manufatti, anche se a loro non servono granché: vivendo sottoterra la maggior parte del tempo il loro calendario è di tipo geodinamico ed essi sono in grado di percepire le variazioni cicliche del campo magnetico e gravitazionale dovute alla forma del pianeta e alla posizione di sole e luna. D’altro canto se qualcuno li paga per tirare su pietre con la massima precisione possibile, chi sono loro  per rifiutare un bel po’ d’oro in cambio di qualcosa che a loro non solo piace fare (lavorare la pietra), ma li diverte proprio? I calcolatori solari sono presenti in ogni continente di Tharamys dove sono presenti umani e Nani. Agli elfi invece importa poco. Popolo narcisista congenito sono consapevoli dei cambi di stagione perché la natura gli parla e loro le obbediscono. Se nevica è inverno, se spuntano nuove piante è primavera, fa caldo, sbocciano fiori e c’è abbondanza di frutta è estate, cadono le foglie è autunno: facile no? Sicuramente lo è per chi può misurare la propria vita in secoli.

Anche se le giornate su Tharamys sono un pelino più lunghe che sulla Terra, la suddivisione del tempo rimane pressoché la stessa. I vari momenti della giornata: alba, mattino, mezzodì, pomeriggio, tramonto, sera, notte in tutte le culture rimangono invariati. La luna fa la differenza: più grande e vicina non ruota in sincrono, ma ha una regolarità che la nostra si sogna (il bello di fare il demiurgo…): completa una rivoluzione esattamente ogni 28 rotazioni del pianeta principale, e ha periodo di rotazione identico a quello del pianeta principale (attenzione: non me ne sto fregando bellamente della legge di conservazione del momento angolare, ma aggiusterò massa e densità del satellite in modo da far tornare i conti, se mai fosse necessario). Quasi come la nostra luna. La differenza sta nel verso: luna e Terra sono sincrone, con qualche librazione che consente di vedere più del 50% della superficie “nascosta”. Qui invece abbiamo la luna che ruota su se stessa come il pianeta principale solo in senso antiorario, che succede? Succede che ogni giorno la luna ha una faccia diversa, letteralmente. Gli abitanti di Tharamys possono tracciare, da terra, una mappa dell’intera luna e qualcuno lo ha fatto. La variazione della superficie mostrata si combina poi con le fasi del ciclo lunare di 28 giorni e questo permette di usare la luna come un calendario perfetto. Lleendir e Pelagòs hanno calendari lunari, sono popoli legati al mare e da sempre hanno bisogno di sapere quando arrivano le maree e quanto saranno intense… e quando la luna sarà allineata col Sole (maree massime). Per contro il calendario sinodico (lunare) ha un problemino non da poco: non è per niente allineato con quello siderale o meglio, data la discrepanza tra anno siderale e anno sinodico di circa 24 giorni (+6 ore, 9 minuti ecc…) i due calendari non coincidono mai, o meglio: quello siderale e quello sinodico non hanno mai coinciso da che Adra è stata colonizzata. Neanche gli elfi, che vivono su Adra fin dai tempi di Daikin-Jadam di cui ricordano solo il cataclisma, hanno memoria di una ripetizione del calendario sinodico rispetto a quello siderale e a loro la luna piace assai. Insomma se sulla terra, che ha un ciclo lunare molto meno variegato poiché è sincrona e mostra sempre la stessa faccia, su Tharamys il termine “lunatico” è ancora più carico di significato.

Nel prossimo articolo ci sarà ancora un calendario, quello Malichano. Tutto ‘sto giro di calendari mi è servito solo per “avvicinarmi” a quello centrale per la narrazione dei libri 4 e 5.

 

Bestemmie Contumelie e Insulti

I Malichani son gente di montagna. Silenziosi, operosi e poco inclini a manifestazioni d’affetto pubbliche, sanno tuttavia essere assai coloriti e schietti quando si tratta di mettere in piazza il proprio disappunto sia esso rivolto verso gli uomini, gli dei o la natura.
La lingua malichana l’ho derivata per buona parte dal francese, con un po’ di commistioni savoiarde e catare (viva internet. Se avessi dovuto fare qualcosa del genere il secolo scorso avrei dovuto procurarmi tanti di quei libri che sarei diventato matto soltanto per trovare il tempo di leggerli tutti), ma quello che mi diceva sempre la mia insegnante di latino del biennio (sottolineo questo aspetto, perché quella del triennio è stata… be’, scorretta come minimo) era che se vuoi veramente imparare una lingua devi cominciare dagli insulti. Questo rende il giapponese una delle lingue più difficili da imparare, ma il latino… eh, Marziale è stato illuminante per capire il resto.
I francesi, visto che anche loro parlano una lingua romanza, di insulti e contumelie ne hanno pure da vendere: Còn, cochon, idiot, etròn (devo spiegare?) e via discorrendo sono i tipici insulti che volano quando una discussione comincia male. Hanno poi un capitolo a parte per “les sagraments” o bestemmie che dir si voglia. Tenere a mente che qualunque cosa cominci per Sacrè (attenzione a quell’accento: fa tutta la differenza del mondo) è l’equivalente di Porco… qualcosa, anzi, qualche dio. Da notare che deriva direttamente dal latino “Sacer” che vuol dire sacrilego, blasfemo. Illuminante fu una mostra che visitai nel 2013 durante un viaggio in Canada e dedicato proprio a “Les Sagrements”. Il paesino, di cui non ricordo più il nome, si trovava da qualche parte tra il San Lorenzo e la penisola della Gaspesie e gli occhi ci caddero su questa strana mostra di “bestemmie”. Ingresso gratuito. WOW! Una lezione di antropologia coi fiocchi. Tutta in francese, d’accordo, ma gli abitanti del Quebec sono francesi, si sentono francesi e eccedono nell’iperformalismo per cui la loro pronuncia è spesso eccessiva. Ne segue un dialetto che fa della dizione e della chiarezza il suo punto  di forza. Capire un canadese francofono è molto più semplice che capire un parigino e se ti scappa una parola o due in inglese (a patto di far capire che sei un turista) o in un altra lingua, ti capiscono lo stesso e si sforzano di farsi capire usando addirittura l’inglese. Non cominciare MAI una conversazione in inglese. Non in Quebec. Sarebbe male.
Tornando a bomba su bestemmie e contumelie: Sàcre Cœur è la chiesa del Sacro Cuore a Mont Martre (Parigi), ma sbagliare accento e dire “sacrè-cœur” è un errore che può costare caro se nelle vicinanze c’è la persona sbagliata. E dunque creare giochi di parole tra parole “sacre” e “profane” è uno dei passatempo preferiti di francesi e francofoni. Qualcosa del genere l’abbiamo anche noi, per esempio “Ostrega!” o “Maremma”. La prima se la prende con l’Ost-ia, il pane consacrato. La seconda con la Madonna, cui riprende inizio e metro.

Altre imprecazioni possono avere origine da fenomeni sociali o urbani. Leggendo Salgari mi sono spesso imbattuto  in “Tonnèrre”, esclamazione spesso associata a qualcosa di pesante. Tuttavia in francese non c’è una imprecazione simile. Dove l’avrà trovata il buon Emilio?
Si riferisce al colpo di cannone che veniva sparato dal castello di Brest alle 6 e alle 19 per segnalare l’inizio e la fine delle attività. Lì per lì non avevo ben compreso il senso della bestemmia. Mi ero immaginato altro. Poi ho riflettuto: a Brest, lle 6 del mattino, c’era qualcuno che invece di suonare una tromba o un delicato carillon di campane per risvegliare la città, tirava la cordicella del cannone e faceva partire un colpo a salve. Quanti moccoli tiravano secondo voi gli abitanti della città sottostante a doversi svegliare in quel modo? Quanti ne tirereste voi? Tonnerre non la posso usare: nella mia ambientazione non ci sono cannoni e nessun metodo tanto brutale per “segnare il tempo”. Campane e campanili, gong, il messo municipale che gira gridando “è mezzanotte e tutto va bene!” sì, ma cannonate non ce ne sono e quindi la parola così non la posso mettere neanche come citazione… ma… l’idea che c’è alla base sì ed è stata una genialata da parte di Salgari che intendo copiare a mani basse.

Così una prima bestemmia tutta malichana è Sacrèbar(iere) che fa un po’ il verso a Sacrèbleu (riferita al sangue di Cristo), ma che in questo caso se la piglia con la sacra barriera donata da Dar a protezione dei suoi fedeli e di chi beneficia del dono della magia. Per la quale tutti pagano una tassa, anche i non maghi. Un buon motivo per bestemmiare, se si è un commerciante o comunque uno che non gode di pieni diritti civili come invece chi la magia la sa padroneggiare.
Un altro insulto è montreux. La Montre è l’orologio (in francese sarebbe orologia, perché declinato al femminile). Orologioso è privo di senso in questo contesto. Tuttavia in occasione del secondo millennio dalla fondazione, fu costruito in Champ Malichar  il monolito su cui ogni giorno i cittadini di Lavill’ vedono giorno, ora e previsioni metereologiche.
Dato che in sei secoli il manufatto non ha mai indovinato una previsione che fosse una, talvolta procurando seri problemi agli abitanti che invece del sole si son ritrovati con una tormenta fuori stagione, la Montre de Champ Malichar è diventata oggetto di contumelie e montreux indica chi è affidabile quanto l’orologio in questione.
Mèrde è rimasto inalterato, del resto l’allevamento del bestiame è una delle industrie più diffuse anche tra gli utenti di magia e la materia prima è sempre abbondante.
Disnémêr’ invece è un insulto tutto locale, unione e poi contrazione di Disnéur (mangiatore) e merde (contratto in mêr) che non richiede spiegazione. Usato per indicare uno talmente stupido da mandar giù qualsiasi spiegazione. Da notare che tutti gli insulti sono incentrati suprattutto sulle capacità mentali, ma in un luogo dove la principale attività del paese è lo studio e la ricerca, se pure in campo magico, che altro ci si può aspettare?

Lo studio continua, ma il collegamento tra le attività produttive, sociali, religiose e scientifiche e le rispettive imprecazioni esiste. Gli unici che sagramentano poco e malvolentieri sono proprio i maghi. Le parole hanno potere e una bestemmia detta al momento sbagliato può avere conseguenze letali, senza bisogno di scomodare alcun dio.
Parbleu, mondàr e nomdœil richiedono una piccola spiegazione.
Parbleu non è la traduzione di perbacco, bleu è un gioco di parole con la locuzione “sangue blu”, i nobili, vale a dire i maghi e quelle imprecazioni leggere che cominciano per “Per” come “Per mille fulmini” o “Per la barba di…” ecc… Parbleu è “per il sangue nobile dei maghi”.
Mondàr invece è l’equivalente di Mon dieu! Ovvero mio dio! Solo che da queste parti si prega Dar il dorato, facile.
Infine nomdœil è la più difficile da capire se non si vive da queste parti. Durante i primi secoli di vita i malichani non si allontanavano troppo dalla Val D’Amber e dalla sua minuscola barriera, che all’inizio della Val du Tancour scendeva ben al di sotto del 10%.
Oggi (cioè all’epoca in cui sono ambientate le Cronache) ha questo valore ben oltre il confine politico dove vale circa il 30% (cioè su 100 incantesimi sbagliati 30 non hanno colpi di ritorno di sorta).
L’etimologia è la seguente: le valli malichane erano già libere dai ghiacci 2600 anni fa, ma infestate da beholder, les Yeux. Un beholder (segui il link) è una bestiaccia di per sé, ma avere a che fare con un nido di queste creature è un incubo senza pari. Si comprende allora il senso di nomdœil, nome d’occhio. Nom de diable era un’altro “sagrement” un’altra bestemmia assimilabile a “porco diavolo” perché nella prima sillaba “di”… si poteva celare anche un altra entità che inizia con la stessa sillaba.  In questo caso invece è proprio un invettiva contro gli occhiuti e pericolosissimi infestatori delle montagne malichane. Anche se i maghi gli hanno dato una caccia spietata, anche se la barriera sempre più forte di anno in anno li tiene sempre più a distanza, ogni tanto qualcuna di queste creature riesce ad attaccare uno dei villaggi più remoti e ad arricchire la propria dieta con carne umana. Un’imprecazione contro di loro ci sta tutta.
Viceversa alcuni atteggiamenti tipici di altri popoli, tipo aggredire direttamente elementi della religione di stato, non sono proprio tollerati e si rischia grosso.
Le biblioteche pubbliche sono i templi dove, ogni dieci giorni, i malichani si recano seguire lezioni di qualche tipo. Saper leggere e scrivere è un “sacro dovere” e imprecare contro queste attività è visto proprio male: si rischia il linciaggio e siccome il clima è rigido, si preferisce il rogo all’impiccagione che così ci si scalda un po’ tutti.

Adra – Morfologia

Adra è il nome che ho assegnato al continente che ospita Maor, Kirezia, Malichar e tutte le altre nazioni di cui ho parlato finora. Il nome è un anagramma che non tarderà a rivelarsi, specie agli appassionati di studi Tolkeniani. Insieme ad Airumel è il secondo continente che ho battezzato. Me ne restano altri 23… meno male che due continenti sono inabitabili.

Morfologia

Dal punto di vista morfologico Adra somiglia vagamente ad un grosso triangolo: la base va dalla penisola di Maor detta anche di Respheia a est e la penisola del drago a ovest, si individuano alcune grandi catene montuose, frutto di collisioni continentali avvenute in epoche remote. La catena vulcanica dei monti Resphidi che domina Maor, a est, seguita dal massiccio della Casa-Di-Roccia, poi la vasta pianura kireziana e, verso nord ovest, il massiccio della Sierra d’Argento che prosegue nelle Erte Malichane a Nord  e nei Colli Ondosi a sud e che fanno da baluardo al deserto D’Nis. Le Erte (Les Raides) proseguono in direzione Nord-Ovest fino alle gelide piane di H’Leyr, dove l’era glaciale non ha ancora lasciato il suo morso e gli strati di ghiaccio raggiungono uno spessore compreso tra cinquecento e seimila piedi (quasi 5900km).
Il vasto e complesso sistema di corrugamenti che attraversa il continente lungo l’asse NW-SE  termina in una lunga penisola ghiacciata in una terra senza nome e senza sole dato che si trova ben oltre il bordo del pozzo polare settentrionale. La costa orientale prosegue in direzione N-NW e man mano che i corrugamenti si spostano verso ovest il terreno diventa via via più pianeggiante e troviamo la Casa di Roccia, sulla costa i regni del Nord e le steppe sempreverdi nell’entroterra che si trasformano, verso nord, nelle gelide foreste del Frisør. Tra le due regioni l’invalicabile area dei monti “Sciabola” chiamati anche il regno dei Draghi. Come montagne non superano i tremila piedi, ma è sin troppo facile imbattersi in draghi e viverne che si contendono quel lembo di terra da che ha cominciato a spuntare da sotto i ghiacci. Il Frisør è una piana sub-glaciale, popolata perlopiù lungo la costa e caratterizzata da foreste di conifere e latifoglie. La città che domina questa regione è Nafhtagn, fondata poco prima di Nadear ed è l’unica colonia Dei-Talant sul continente. Dal golfo di Fhtagn la costa piega bruscamente verso ovest e punta, tra ghiacciai che scendono a mare e iceberg che rendono impossibile la navigazione, verso le gelide piane dove il pack e la terraferma sembrano non avere soluzione di continuità, poi man mano che la costa si avvicina al bordo del pozzo settentrionale i ghiacci si fanno sempre più alti e le montagne con loro fino a sparire, tra tempeste senza fine, oltre l’orlo del pozzo. Nota: in quest’area, complici le correnti calde provenienti dall’interno, il mare è relativamente sgombro dai ghiacci e se non fosse per le onde alte oltre trenta metri, sarebbe navigabile. Al contrario più in quota, oltre i mille metri, la temperatura è molto più bassa a causa dell’irraggiamento nullo e l’acqua torna a gelare. Il vapore che si solleva grazie al calore e alle onde sale a quella quota e si trasforma in neve che alimenta i giganteschi ghiacciai di questa penisola inospitale. Quando finalmente le gelide lingue di ghiaccio che si protendono per lo più sopra al mare cedono alla furia degli elementi generano mostruosi tsunami che devastano tutta la costa per miglia e miglia in tutte le direzioni. Superata la punta dell’istmo senza nome  (arrivare fin qui a piedi è dura e richiede tecnologia o incantesimi molto potenti) si ritorna verso sud e si incontra il terzo e ultimo grande corrugamento del continente: i monti della Follia che si estendono per oltre tremila km in direzione sud-ovest poi la catena fa una curva (in realtà si biforca, ma il corrugamento che procede verso SW entra nell’oceano occidentale ed è appena visibile sotto forma di isole vulcaniche) e prosegue verso sud fino a superare il bordo del continente e terminare nella penisola montuosa nota come “penisola del Drago” dove vivono i Ganas, chiamati anche uomini-serpente o uomini-drago. Nulla di soprannaturale in realtà: il culto più in voga da queste parti è quello di Nendos, il grande e saggio, spesso raffigurato come un drago “infinito” che si mangia la coda formando una specie di 8 orizontale. La religione si manifesta in ogni aspetto della cultura di questo popolo che intrattiene da alcuni secoli rapporti commerciali con Kirezia. Proseguendo verso est poco dopo la penisola del Drago il terreno si fa sempre più pianeggiante e arido: le nubi di piogge provenienti dall’oceano occidentale si fermano sui monti della Follia e la pianura sottostante riceve pochissime piogge, mentre la conformazione delle montagne fa in modo che quasi tutta l’acqua di fusione dei ghiacci finisca nel sottosuolo, solo lungo la costa si trovano villaggi (perlopiù umani) che vivono di pesca e pastorizia nomade con rarissime oasi dedicate all’agricoltura. L’economia dei villaggi costieri è incentivata dal transito di centinaia di convogli durante ogni mese dell’anno, diretti verso la penisola del Drago e altri luoghi che sto rifinendo in questi giorni. Circa a metà della costa meridionale di Adra vi è il massiccio di Etsiqaar dominato dall’omonimo altopiano, unica area semi-fertile perché riceve, durante la stagione invernale, precipitazioni sotto forma di neve. Come forse vi sarete accorti il clima di Adra è freddino, Etsiqaar ha un confine “a picco” sul mare dove l’accesso all’acqua è separato da un “muro” di oltre mille piedi di altezza e poi, al confine kireziano, si addolcisce bruscamente nei Colli Ondosi, dove la costa è ancora frastagliata, ma in alcuni punti accessibile via nave e incontriamo Port Enolau,  il porto più occidentale di Kirezia. Più oltre inizia il golfo di Kirezia e l’acqua diventa sempre più salmastra e poi addirittura dolce quando si incrocia la foce del Nacal-Dengar, il più grande fiume di Adra. La portata del fiume è di circa 180.000 m^3/s con punte durante le piene di oltre 200.000m^3/s, una serie di canali artificiali costruiti a monte favorisce la navigazione e, in caso di piena, un rapido deflusso delle acque verso il mare. Ancora più a est si incontra Meroikanev coi suoi boschi e si torna a Maor.

Risalendo il Nacal-Dengar dalla foce si prosegue verso Nord. Da ovest il fiume riceve l’acqua del lago Levot e dei numerosi canali artificiali navigabili che uniscono il lago al fiume, da est riceve le acque della foresta di Nivalis, entro la quale pochissimi possono accedere… anche perché agli elfi disgusta avere “non-elfi” in giro per casa e ai Kireziani piace commerciare cosa che li ha avvicinati in breve tempo ai Nani della Casa-Di-Roccia situata nell’estremo occidentale dei monti Resphidi, quella che diventa la catena della Wiegestein o “Culla della vita” come la chiamano i Nani. Risalendo il fiume verso Nord si incotrano numerose città che vivono di agricoltura e allevamento: Sanavei e Zusei, Damarne, Tolseta e infine Lain-Crugòn che fino a quasi cinquecento anni fa erano due città distinte. Poco più a nord si incrocia il “gradino”, un salto di roccia alto pochi piedi, ma netto e reso tagliente dalla catastrofe che spazzò via la città-stato di Daikin-Jadam e tutti i suoi abitanti. Il fiume ha una curva verso nord-est da dove proviene arricchito dalle acque delle steppe sempreverdi, il luogo più piovoso del pianeta (o almeno uno dei più piovosi attualmente) e, complice la portata praticamente costante, mantiene il nome Nacal-Dengàr che per i nomadi è “Il grande padre”. L’altro ramo è il fiiume Tancour che scende dalla valle di Malichar e ha portata molto più variabile. Sembra provenire da una spaccatura nella dura roccia delle Brulle, che attraversa. Nota come “la bocca di Wu-Masau” la spaccatura è ampia mediamente seicento piedi e nel punto di massima profondità non si riesce a vedere il fondo situato ottocento piedi più in basso. Per chi non l’avesse capito: le Brulle sono in salita. La “spaccatura” scavata dal Tancour, il ramo nord-occidentale, proveniente da Malichar, divide le Brulle in due ed è impossibile da attraversare a meno di non utilizzare la magia. La regione situata a ovest del Tancour  è attraversata ogni anno, tranne durante la stagione più fredda, da migliaia di convogli diretti tutti a Cupial e Lavill’ le principali città di Malichar. L’origine della spaccatura è in parte tettonica (negli ultimi 50.000 anni il suolo delle brulle vicino al confine malichano si è fratturato come un gigantesco mosaico e si è sollevato di oltre 500 piedi e solo negli ultimi 1000 anni di circa 26-28piedi (le Alpi hanno avuto velocità di sollevamento quasi doppia), ma a causa della vetrificazione della superficie dovuta all’esplosione l’erosione ha avuto poco o nessun effetto. Questo ha impedito al fiume (che durante l’esplosione è stato vaporizzato interamente) di erodere lo strato superficiale portandolo a scavare in profondità rendendo l’orlo della spaccatura molto insidioso. Le brulle sono un’area di “terreno caotico” in pendenza che “parte” da 700 piedi di altitudine (la quota del gradino poco dopo Lain-Crugòn) fino ai 1300 piedi del passo di Cupiàl detta anche la porta dei Principati, dove la magica protezione contro le creature extradimensionali comincia a diventare abbastanza intensa da avere effetti apprezzabili. Il fiume ha eroso “sotto” risparmiando uno strato compreso tra 2 e 30 metri, la spinta tettonica ha poi fatto il resto, portando i bordi del profondo cañon fino a 800 piedi sopra il livello del fiume.
A ovest della spaccatura del Tancour vi sono le colline di Taztoath dove si narra che il dio del Caos superno abbia trovato un luogo degno ove riposare ed essere adorato dai suoi fedeli servitori (alcune enclavi orchesce sfuggite al controllo di Wu-Masau, gnoll, troll e soprattutto Beholder). Le “colline” sono una serie di creste che spuntano dal suolo e che di collinoso hanno solo il nome nascondono migliaia di crepe e anfratti dove creature di ogni genere trovano rifugio e cibo (di solito entrambe le cose e a spese del precedente occupante), mentre a est la catena vulcaninca del Lezardèn ospita un lago di lava e una colonia di draghi per lo più rossi.

L’ho detto che le Brulle sono un luogo inospitale per umani e bipedi di quasi tutte le razze?

A est e a ovest vivono, nel sottosuolo, numerose colonie di Orchi. Incuranti della radioattività (o forse grazie ad essa) prosperano entro le grandi cavità vetrificate create dalle violente esplosioni dei generatori MTM costruiti dai daikiniti ed escono sulla superficie quando le riserve di cibo scarseggiano e ai più giovani viene ordinato di abbandonare la colonia per “raccogliere” cibo in superficie.

In una terra del genere non ci sono vere e proprie piste: il suolo non consente di lasciare tracce durature e l’inverno è duro. Il ghiaccio si deposita sulla roccia vetrificata senza riuscire a penetrare se non dove c’è una crepa, ma anche lì riesce a fare poco sempre che la crepa non contenga materiale radioattivo: allora rimane calda anche d’inverno e il ghiaccio forma una “bolla” attorno alla fonte di calore, in equilibrio tra congelamento e sublimazione. Metterci un piede sopra significa rompere la bolla e ricevere tutte le esalazioni venefiche prodotte dalla radioattività in un colpo solo.
Superate le Brulle si entra nella valle glaciale di Malichar dalla tipica sezione a U, creata dal passaggio e poi dalla fusione del ghiacciaio che qui ha lavorato per oltre quarantamila anni. La valle termina di fronte al lago di Lavill’ che ospita al suo centro la città. Il lago è artificiale, ma esiste da quando Bertrand de Malichar fondò la sua città e scoprì la barriera che a tutt’oggi protegge i principati e i suoi utenti di magia.
I Principati sono l’ultimo “Baluardo” umano nell’entroterra adrita (di Adra NdR) più a Nord i ghiacci sono ancora ben spessi e più a ovest, oltre le montagne c’è il deserto D’Nis e il cerchio si chiude. A est dei principati, oltre le montagne che accolgono le propaggini settentrionali della Wiegenstein, si stendono le steppe Sempreverdi, l’altopiano che digrada verso nord-est fino alle gelide pianure del Frisør e che è la principale fonte di acciaio meteorico del continente. In teoria anche il deserto D’Nis ne è pieno, ma è un pelino più inospitale. Le steppe sempreverdi si interrompono di fronte ai monti della Sciabola (o delle Zanne), la catena che separa l’altopiano dall’oceano orientale, dove i Draghi hanno ciò che loro chiamano città e prima che ci facciate un pensierino: no. Non se ne esce vivi, a meno che non siate abbastanza forti da affrontare senza uccidere un paio di draghi in simultanea. Ucciderli significherebbe attirare altri draghi.
Per chiudere questa lunga carrellata sul continente di Adra: a sud-ovest dell’altopiano di Etsiqaar si trova il sub-continente di Lleendir, direttamente a sud dell’estuario del Nacal-Dengar le isole di Pelagòs, il regno (anarchico) delle mille isole (anche se sono molte di più) e poi, molto più a sud gli atolli di Thanatos dove è costretto a fare scalo chi è diretto ancora più a sud, ma che ogni volta rischia grosso con cannibali, tagliatori di teste, pirati  e schiavisti maorni. Lungo la costa orientale si incontra il sub-continente Dei-Talant, chiamato anche “Isola dell’Alba” e che accoglie l’impero omonimo i Dei-Talant. Più Oltre sorge Airumel, la patria degli elfi.

E se riesco prima o poi metto su anche una mappa, magari a penna che in questi giorni ho pochissimo tempo per fare altro.

Casa Sidràt

IngressoSidrat

La città di Nadear è in ristrutturazione. Il fatto di dover riscrivere l’avventura di Conrad e soci da quelle parti, l’introduzione di nuovi personaggi e la nuova riscrittura di tutto il testo ha imposto alcune modifiche. Simon Sidràt è il fondatore della omonima confraternita, la gilda di studiosi che offre i propri servizi a tutti quei concittadini che possono permetterselo. Sidràt è un anagramma, tanto per cambiare e non rivelerò di che si tratta, tanto mi basta dire che il palazzo è più grande all’interno che all’esterno per far capire la citazione. Devo trovare anche un logo adatto.

In questo luogo avviene uno degli eventi-chiave della vicenda per cui la descrizione deve essere quanto più minuziosa.

Che giorno è oggi?

Tharamis è un mondo complesso, l’ho già detto tante volte. Uno degli aspetti di cui mi sono reso conto è che in nessuno dei miei racconti, dei romanzi e quant’altro ho mai indicato uno straccio di data… non è che non l’ho mai indicato: me ne sono ben guardato.

Prendiamo la Terra. Siamo d’accordo che nel momento in cui scrivo quest’articolo è il 17 marzo 2017? Fidatevi: l’ho scritto in quella data.

Bene. Per gli ebrei è l’anno 5777, 2° giorno del mese di Nisan… se questo non è l’anno col mese in più e allora e Adar Sheni e se mi metto a cercare bene in rete trovo date ancora più creative basate su calendari lunari, planetari, solari, animali… e talmente tanti eccetera da procurare un mal di testa anche ad un computer.

Che data può esserci su una super-terra con 20 + 5 masse continentali, svariate specie senzienti, ognuna con una o più civiltà e religioni e tutte col loro calendario? Finora, nel “Torto” ho semplicemente accennato alle quattro stagioni… ed ecco spiegato il motivo.

Per i Kireziani i mesi non esistono, sono semplicemente numeri da mettere sulle date dei contratti, rigorosamente Anno dalla fondazione di Maor, stagione e giorno. I malichani contano gli anni dalla loro fondazione… e fin qui. Gli etsiqaasit hanno un calendario sinodico-periodico che ancora non si è ripetuto e come popolazione sono “antichi” quanto i malichani.  I Dei-Talant hanno un calendario sinodico-stellare con cicli di 19, 38 e 114 anni in cui il periodo orbitale preso in considerazione è quello della luna e non del pianeta Tharamys.

In Kirezia vivono decine di razze differenti, culture differenti con calendari spesso differenti legati anche ad aspetti tipici di una razza. Una razza con generazioni che si alternano ogni 1000 anni, come gli elfi, ha un calendario in cui le stagioni sono le settimane, gli anni i mesi e dieci anni sono un anno, per cui un contratto a 10 anni con un elfo potrebbe essere un periodo letale per un essere umano.

Poi ci sono i Nani che hanno un calendario basato sulle variazioni, 2 al giorno, che il passaggio della luna provoca nella crosta del pianeta. Le loro raffinatissime percezioni gli permettono di capire di quanti millesimi di metro varia la quota del tunnel in cui si trovano; sanno sempre quando la luna è allo zenith e se questo accade in congiunzione col sole o meno.

I draghi invece utilizzano le congiunzioni planetarie con un calendario stellare, ma a loro basta chiudere le membrane nittitanti per filtrare la luce solare e veder le stelle anche di giorno, se ne hanno voglia.
Gli orchi hanno un calendario locale, basato sulle ombre che la luce produce entrando da una fessura scavata opportunamente nella roccia: l’inizio del giorno è all’alba, mentre metà giornata è coincide col tramonto.

Anche se c’è sempre qualcuno che chiede “che giorno è oggi”, questa domanda è spesso rivolta a parenti stretti o persone che appartengono alla medesima razza, cultura e area geografica.
Gli indigeni finiscono col mettersi d’accordo sul fatto che è passato un giorno, anche se non sempre nello stesso momento e in quasi tutti i contratti viene riportato l’evento astronomico più vicino e il numero di albe per indicare quanti giorni sono trascorsi da esso. Da qui il calendario “ufficiale” kireziano: quattro “mesi” di circa novanta giorni ciascuno suddivisi in cicli di sette giorni per fare pace con il calendario lunare che tanto piace agli elfi di Nivalis. Una sigla come E60 non indica un’autostrada, o una strada internodale, ma il compleanno di Conrad: il sessantesimo giorno dell’estate.

Stabilito questo, se qualcuno domanda “scusate, che giorno è oggi?” si può star certi che  è straniero e viene davvero da lontano!