Recensione “I RAZZIATORI DI ETSIQAAR -Le Cronache di Tharamys ” di Andrea Venturo a cura di Sara Canini

Una recensione, di quelle belle.
Spero vi divertiate a leggerla e che vi piaccia almeno quanto è piaciuta a me!

Sogni di Carta e altre storie

Seconda avventura autoconclusiva per Conrad. Sembrano lontani i tempi in cui doveva vedersela coi coboldi ladri di torte, e invece sono passati appena due mesi. Stavolta dovrà vedersela con una banda di commercianti di schiavi col solo aiuto di un fuggitivo dai modi spicci e una ragazzina dalla lingua tagliente quanto i suoi coltelli.

Un uso della magia non proprio ortodosso e monete che cambiano colore possono sembrare poca cosa in confronto a quaranta banditi organizzati, ma mai sottovalutare i ragazzini: sanno essere molto più ingegnosi degli adulti.

“Le Cronache di Tharamys” di Andrea Venturo è un progetto a metà strada tra una
raccolta di racconti e una di romanzi brevi.
La prima storia autoconclusiva, “Il Torto”, tratta del misterioso mago Flantius Mijosot e di ciò che accade ben quattrocento anni dopo al piccolo Conrad, bambino di soli undici anni che deve vedersela con una banda di ladri di torte. La verità si intreccia presto con la scomparsa del…

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Esame (di coscienza) per scrittori fantasy ver. 0.1

Questo non è un esame universitario, piuttosto una guasconata spassosa per ridere un po’ sopra cliché e luoghi comuni.

È nato scherzando su un gruppo facebook “Scrittori & Lettori Fantasy” S&LF per gli amici.

Al momento consta di 80 domande cui rispondere sapendo che è impossibile mentire: non c’è un voto, ma solo un confronto con la propria consapevolezza.
In fondo una spiegazione delle domande, così da non influenzare.

Magari in futuro potrebbe diventare una cosa più seria, ma in mezzo ci lascerò sempre qualche domanda spassosa perché, ricordiamocelo, il primo che si diverte come un matto a raccontare una storia è proprio il narratore.

Ecco dunque il test, buon divertimento.

 

Domanda Risposta A
Risposta B
Succede niente nelle prime 50 pagine? Le prime 50 pagine raccontano l’ambientazione e la storia del protagonista prima che inizi la narrazione Introduco il conflitto principale man mano che svelo ambientazione e storia del protagonista
Il tuo protagonista è un giovane contadino con antenati misteriosi? Sì! In realtà scopre che i suoi genitori erano ben altro e lui ha nobili origini No
Il tuo protagonista è l’erede al trono, ma non lo sa? Lo sa e ha una paura folle di essere scoperto, tanto per la propria vita che per la sicurezza dei suoi amici che lo credono un semplice contadino.
La tua storia riguarda un giovane che raggiunge l’età adulta, ottiene grandi poteri e sconfigge il supremo “cattivo”? E poi sposa la bellissima principessa No
La tua storia è una ricerca per un magico artefatto che salverà il mondo? No
La tua storia è una ricerca per un magico artefatto che distruggerà il mondo? No
La tua storia si sviluppa attorno a un’antica profezia riguardo “colui che salverà il mondo, i suoi abitanti e tutte le forze del bene”? No
C’è un personaggio, nella tua storia, il cui unico scopo è di comparire a casaccio nella trama e dispensare informazioni? Sì, è il mio Avatar No
La tua storia contiene un personaggio che in realtà è un dio in incognito? No
Il supremo malvagio è segretamente il padre del tuo protagonista? No
Il re del tuo mondo è un re gentile raggirato da un mago malvagio? No
Un mago dimenticato descrive uno dei protagonisti del tuo romanzo? No
Che ne pensi di un “guerriero potentissimo, ma lento e di buon cuore”? Che bella idea Anche no
Che mi dici riguardo “un saggio, un mistico sapiente che rifiuta di rivelare dettagli della trama per sue personali e misteriose ragioni?” È un’idea splendida che ho implementato in molti dei miei racconti e romanzi. Utile quanto lo zucchero nel motore della motosega mentre arrivano gli zombie.
I personaggi femminili nel tuo romanzo passano molto tempo a preoccuparsi di come appaiono, specialmente se il protagonista è nelle vicinanze? No
Un personaggio femminile esiste solamente per essere catturato e salvato? No
Un personaggio femminile esiste solamente per incarnare gli ideali femminili? No
Un umile sguattero più a suo agio con una padella che con una spada descrive uno dei tuoi personaggi femminili? No
Un coraggioso guerriero più a suo agio con una spada che con una padella descrive uno dei tuoi personaggi femminili? No
Un personaggio del tuo romanzo può essere descritto come un “Nano arcigno” No
“un mezz’elfo diviso tra la sua eredità umana ed elfica” ti sembra un’eccellente idea per un personaggio? No
Hai reso Nani ed elfi grandi amici, giusto per distinguerti? No
Qualsiasi personaggio sotto i quattro piedi di altezza esiste solo quale spassoso diversivo? No
Pensi che le navi abbiano come unici scopi la pesca e la pirateria? No
Sai in che anno è stata inventata la macchina che crea le balle di fieno? No
Hai disegnato una mappa per il tuo romanzo, questa include posti chiamati “Le terre devastate” o “La foresta della paura” o “Il deserto della desolazione” o qualsiasi cosa “della Morte”? No
La tua storia contiene un prologo che è impossibile da comprendere finché tu non hai letto l’intero libro? No
La storia che hai scritto è il primo libro di una trilogia pianificata a tavolino? No
Che ne pensi di una pentalogia o di una decalogia? Ho dodici volumi in cantiere Già tre volumi mi sembrano eccessivi.
Il tuo romanzo è spesso quanto un volume cartaceo della Treccani? No
Nel libro che hai scritto non succede praticamente nulla eppure senti che dovrai scrivere molti sequel per finire la tua storia? No
Stai scrivendo un prequel della tua quasi ultimata serie di libri? No
In realtà sei George R. R. Martin e hai mentito senza vergogna per arrivare a questo punto? No
Il tuo romanzo è basato sulle avventure giocate di ruolo coi tuoi compari? No
La tua storia contiene personaggi trasportati dal mondo reale in un mondo fantasy? No
Uno dei tuoi protagonisti ha apostrofi o trattini nel suo nome? No
Qualcuno dei tuoi personaggi ha un nome con più di tre sillabe? No
Ti sembra corretto avere due personaggi provenienti dal piccolo e isolato villaggio che si chiamano “Tor Badger” e “Nicholaus  Mikiafilis” No
La tua storia contiene orchi, elfi, nani e/o halflings? No
Che ne pensi di “orken” e “dwerrows”? Nomi splendidi per razze fantasy! Hai qualcosa di intelligente da domandare, ogni tanto?
Hai almeno una razza il cui nome è preceduto da “Half”? No
In un qualsiasi punto della tua storia il tuo protagonista decide di passare, quale scorciatoia, per antiche miniere naniche? No
Scrivi le scene di battaglia ispirandoti alle giocate di ruolo nel tuo RPG preferito? No
Hai creato delle schede per tutti i tuoi personaggi nel tuo gioco di ruolo preferito? No
Stai scrivendo un work-for-hire per la Wizard Of the Coast? (I creatori di Magic The Gathering) No
Le locande nel tuo libro esistono esclusivamente per permettere ai tuoi personaggi di avere una rissa? No
Pensi di sapere come funzionava il feudalesimo, ma in realtà non te ne importa? No
I tuoi personaggi passano uno sconquasso di tempo per viaggiare da un posto a un altro? No
C’è almeno uno dei tuoi personaggi che potrebbe e dovrebbe dire qualcosa che aiuterebbe il gruppo, ma si rifiuta di parlare perché altrimenti rovinerebbe la trama? In realtà questo cliché, se usato bene, permette di creare grandi personaggi e colpi di scena carichi di tensione.
Uno dei maghi nella tua storia lancia magie facilmente identificabili come “palle di fuoco” o “fulmini magici”? No
Utilizzi il termine “mana” nella tua storia? No
Utilizzi il termine “armatura a piastre” nella tua storia? No
Che Dio ti assista: “Hai mai usato il termine punti-ferita” nella tua storia? No e l’Altissimo non c’entra nulla.
Sai esattamente quanto pesano mille monete d’oro? No
Pensi che un cavallo possa galoppare tutto il giorno senza mai riposare? No
Chiunque, nella tua storia, può combattere per due ore indossando una corazza di piastre, calvalcare per quattro ore e far delicatamente all’amore con una locandiera compiacente e tutto nello stesso giorno? Il mio eroe ha volato a dorso di drago per un giorno intero dopo aver combattuto contro il malvagio Lhaf e il suo incubo monostatico. No, Tony Stark non è tra i miei personaggi.
Il tuo protagonista possiede un martello/ascia/arpione o altra arma che ritorna nelle sue mani quando la lancia? No, neanche Thor è tra i miei personaggi.
Qualcuno nella tua storia stordisce qualcun altro con un’alabarda? No
Qualcuno nella tua storia stordisce qualcun altro protetto da una corazza a piastre? No
Sai che vuol dire maneggiare una spada di quattro o più chilogrammi? No
Il tuo eroe si innamora di una donna “irraggiungibile”, ma che poi alla fine riesce a “raggiungere”? No
Una gran parte dell’umorismo del tuo libro consiste in giochi di parole? No
Il tuo eroe è capace di reggere numerosi colpi da quello che è l’equivalente fantasy di una spada da dieci libbre, ma è spaventato da una ragazzina con un coltello? No
Pensi realmente che sia necessaria più di una freccia nel torace per uccidere un uomo? No
Pur sapendo che sono necessarie molte ore per preparare uno stufato accettabile, lo hai piazzato come “cibo on the road” la sera attorno al fuoco di campo dei tuoi avventurieri? No
Hai barbari nomadi che vivono nella tundra e bevono barili e barili di “idromele”? No
Pensi che “idromele” sia un nome cool per la “Birra”? No
La tua storia include un numero consistente di razze differenti e che hanno esattamente un paese, un re e una sola religione? No
Il gruppo meglio organizzato e numeroso nella tua ambientazione è la gilda dei ladri? No
Il tuo cattivo principale punisce con la morte anche errori banali? No
La tua storia parla di un manipolo di guerrieri che viaggiano con un bardo, inutile in combattimento, perché suona un liuto? No
Il “Comune” è la lingua ufficiale del tuo mondo? No
La campagna nel tuo romanzo è disseminata di tombe e tombe piene di antichi bottini magici che nessuno ha pensato di rubare secoli prima? No
Il tuo libro è fondamentalmente la tua versione del Signore degli Anelli? No
I tuoi protagonisti comprano gli oggetti magici come se andassero in un supermercato? No
Trovi corretto avere, nella stessa nazione, una città di nome Arrow city e pochi chilometri dopo Port d’Aurance? No
Il luogo migliore per costruire un castello, tra i due proposti è: Un picco inaccessibile circondato da nubi di tempesta Una collina molto alta al centro di una vasta pianura
La moneta d’oro è: valuta corrente in ogni paese del tuo mondo fantasy ogni paese ha la sua valuta con le sue caratteristiche
Nella tua storia compare almeno un personaggio che è il tuo “avatar” nel mondo che hai creato: È vero, lo ammetto Non lo dirò neanche sotto tortura
Sei arrivato fino alla fine, dimmi la verità: sei John Ronald Reuel Tolkien, hai ottenuto un passaggio sul Tardis e hai risposto a tutte le domande solo per spassartela …e ho pure convinto il Dottore a portarmi su Arda No ma ho viaggiato sul Tardis per andare a conoscere Tolkien di Persona e poi rispondere correttamente a tutte le domande di questo test.

Quasi tutte le domande A sono legate a cliché, luoghi comuni, errori grossolani commessi da scrittori alle prime armi con il genere Fantasy e ambientazione simil medioevale. Quasi. Per alcune la risposta giusta è proprio A.
Quasi tutte le risposte B riguardano situazioni, errori e cliché in cui tutti (io per primo) sono caduti almeno una volta.

La perfezione non è di questo mondo e, personalmente, mi piace così.
…e chi ha seguito il mio blog può indovinare come ho risposto io.

Buona Scrittura!

…e venne il giorno.

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Lo avevo detto più volte, l’ho spifferato sui miei profili social e adesso che ho un’oretta tutta per me ecco l’annuncio ufficiale.

Il romanzo numero 3 ha un titolo ufficiale e un editore: Myth Press. Lo Specchio di Nadear (questo il titolo) ha concluso il primo giro di editing e sta trottando per concludere il secondo. Nel mentre ci sarà una nuova cover e qualche altra cosetta. Nel mentre sto preparando un massiccio restyling del sito e qualche altra sorpresina che porterò avanti in ogni secondo di tempo che mi rimane libero dagli impegni che ho già.

Stavolta per Conrad si profilano all’orizzonte guai molto più seri. Cioè più seri di una torta rubata o di ritrovarsi con due amici fidati contro quaranta razziatori armati fino ai denti. Tutto ha inizio con il furto di un sacchetto pieno di… lacrime. Una Fiamma che parla, Muschio che ne esegue gli ordini, una Mano che uccide… con gente del genere uno Specchio che ordisce trame non dovrebbe lasciare più stupiti di tanto. E mentre Conrad risolve i suoi problemi qualcosina della trama sottostante, quella che lega i vari episodi, procede verso i propri obiettivi.  Ritroverete Qar, l’elementale prigioniero, e troverete la new entry, il soggetto poco raccomandabile che ha dato il titolo al romanzo. Non dico altro al riguardo, se non che nella prima stesura del romanzo doveva essere una comparsa: uno di quei personaggi-meteora che faceva la sua apparizione, la figura del cretino, e poi spariva nel dimenticatoio tra i suoi simili lasciando a Conrad il trionfo da “eroe del giorno”.

Come già accaduto per Diana, anche a questo personaggio è girato il chiccherone. Così dopo altre quattro stesure siamo arrivati a un accordo onorevole: al personaggio ho dato un ruolo da super protagonista, cioè da protagonista che sta “sopra”, le sue azioni non compaiono nel testo se non quando incrociano direttamente quelle di uno dei protagonisti. Tuttavia hanno un peso enorme nell’economia della storia per i loro effetti. Contributo invisibile, successo (anche se nel male) evidente. Così il personaggio se ne è ritornato buono buono (si fa per dire) tra le pagine della storia accettando ogni singola scelta che ho deciso per la sua, uh, carriera.

Myth Press è una casa editrice giovane, presente da qualche anno sullo scenario editoriale italiano con il progetto “Onnigrafo Magazine” e con il gioco di ruolo “Incubus”. Dal 2019 ha iniziato a pubblicare libri di autori italiani: “La figlia di Caino” di Natascia Norcia è stato appena pubblicato (23 aprile 2019), nel III quadrimestre di quest’anno vedrà la luce “Le cronache di Oscailt” di Emanuele Benedetti.  Per il 2020 è prevista la pubblicazione di “Black Rose Wars: le origini” di Marco Olivieri. Possono sembrare poche,  un libro ogni sei mesi, ma come ho già detto diverse volte per produrre un libro ci vuole un certo impegno economico e tanto lavoro e alla Myth Press hanno scelto di differenziarsi grazie alla qualità dei testi.

 

Emeth

Titolo: Emeth
Genere: Thriller, Urban Fantasy
Autore: Aurora Stella
Editing: Carpe Liber
Pagine: 132

Questa è una storia diversa da quelle cui l’autrice ci ha abituati. Stavolta niente romani evoluti, enclavi sotterranee o orrori cosmici, niente gatti sornioni che tentano di accoppiare umani o romantiche fughe attraverso tutto il west. Stavolta abbiamo a che fare con tre assassini e una ragazza che scoprirà di doverli fermare a ogni costo, prima che possano colpire ancora.

Emeth di [Stella, Aurora]Suoi alleati in questa missione disperata sono un convento di suorine, un libraio e un gatto nero. Come armi una sola parola: Emeth. Basteranno? Non volevo crederci e infatti l’autrice non mi ha deluso.

Lo stile è asciutto, essenziale e mirato a evocare nel lettore emozioni e sensazioni attraverso l’uso di frasi brevi e dialoghi caratterizzati in modo preciso. L’uso della scrittura è condensato: ogni parola è messa là per uno scopo e, alla faccia della brevità, richiede attenzione per essere letto. Solo che ci si accorge di questo aspetto a lettura conclusa: una buona scusa per rileggere il libro e scoprire dettagli che erano sfuggiti alla prima, avida, lettura.

La trama è duplice, divisa tra un passato che travolge in senso quasi letterale la protagonista e che racconta sempre lo stesso evento. E tuttavia non sarà mai lo stesso racconto: ogni “flashback” è differente e aggiunge nuovi dettagli senza mai ripetersi pur giungendo sempre alla medesima conclusione. Nel presente l’altra metà della trama condrrà il lettore alla Verità (da cui il titolo) e alla risoluzione del conflitto il quale, man mano che il passato viene svelato, diviene via via più ampio fino a raggiungere la portata del classico scontro cosmico tra bene e male. Un classico della letteratura di ogni genere reso in modo originale e avvincente dalla penna di Aurora Stella.

La storia è ambientata a Roma, si scopre una città molto diversa da quella delle cartoline. L’autrice la conosce bene e l’ha usata come sfondo per le vicissitudini di Renée, la protagonista. Chi conosce la città non troverà nulla di strano nell’anonima periferia fatta di prati incolti, palazzi grigi e traffico soffocante, ma chi l’ha conosciuta attraverso le cartoline e i documentari di Alberto Angela potrebbe chiedersi “E i monumenti?”. La risposta viene dall’autrice stessa, menrte racconta la sua periferia che potrebbe essere quella di qualsiasi altra grande città: Milano, Napoli, Buenos Aires o Mosca. Sicuramente i monumenti sono essenziali per la vita della città, ma proprio per questo risultano… invisibili.

Una lettura che non mancherà di regalarvi qualche ora di sano divertimento e molte emozioni.
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L’Inglese e il Fantasy


In romanzi e racconti, come pure nei giochi di ruolo e nei fumetti con ambientazione fantasy leggo spesso (ma non sempre per fortuna) di personaggi, luoghi, oggetti… ecc… elementi che mi lasciano assai perplesso.
Per esempio i nomi: devono essere coerenti e invece moltissime volte trovo personaggi, luoghi, piante… ogni cosa ha nomi anglofoni.

Perché?

La lingua che parliamo deriva da una specie di dialetto, il Volgare, che a sua volta è il Latino imbastardito. Non me ne vogliano i cultori della lingua, ma questo è un blog dove si parla di fantasy e non un trattato di linguistica. Il sugo della storia è che: “In principio erano i Romani” poi man mano che si sono espansi hanno inglobato gli etruschi, i Veiani, i greci della Magna Grecia, i Galli… ecc… e da ogni unione è nato un dialetto o una lingua. In particolare il connubio latino-etrusco ha dato vita al dialetto toscano che poi è diventato il nucleo fondante dell’italiano moderno.

Una lingua straordinaria l’italiano: flessibile, descrittiva, stabile. La stabilità è l’aspetto più affascinante della nostra lingua, al punto da essere una delle più studiate al mondo.

L’opera di Dante, per quanto appaia molto differente dalla lingua contemporanea, è ancora leggibile pur scritta in un italiano vecchio di 6 secoli.

Se prendiamo un’altra lingua… l’inglese per esempio. L’inglese del XIII secolo è molto, molto diverso da quello moderno.

Tratto da “The early South-English legendary” folio 23 Sancta Crux, vv 1-9

ÞE holie rode i-founde was : ase ich eov nouþe may telle.
Costantyn þe Aumperour : muche heþene folk gan a-quelle,
For huy ore louerd iesu crist : to strongue deþe brouȝte,

And alle þe heþene men þat neiȝ him were : sone he dude to nouȝte.
Eleyne, þat was is moder : to Ierusalem he sende
to sechen after þe holie rode : and heo gladliche forth i-wende.

Þo heo cam þudere, heo liet crie : ase heo hire red hadde i-nome,
Þat alle þe giwes of þe cite : bifore hire scholden come.
Þo þe giwes i-somoned were : huy hadden grete fere;

Bon, dove voglio arrivare? In moltissime opere Fantasy abbiamo civiltà millenarie, con personaggi dai nomi anglofoni e con leggende e riferimenti antichi di secoli… nella stessa identica lingu: l’italiano moderno (o l’inglese, dipende). 

Il frammento che leggete proviene da un testo composto tra il XIII e il XIV secolo… somiglia forse alla lingua di Shakespeare? No, quella comparirà solo tre secoli più tardi, pure quattro. Nel 1695 Shakespeare scriverà di due tredicenni un po’ sfortunati e con una lingua completamente differente.

Shakespeare Quartos Project
Foto: courtesy of British Library

Non sembra la stessa lingua eh? E infatti è cambiata, ma pure il buon Shakespeare aveva ancora un po’ di strada da fare. Mentre la lingua di Dante è praticamente la stessa, anche se infarcita di espressioni e termini obsoleti (e vorrei vedere: l’ha scritta nel 1362). L’italiano ha cambiato modo di parlare, ma “Tanto gentile e tanto onesta pare” si può ancora scrivere senza ritrovarsi con il testo segnato di blu dal docente di turno. Viceversa Shakespeare doveva scrivere “Thou” per dire “Te”, mentre nel XIX secolo Conan Doyle scrivera “You” e questa forma per ora è quella corrente, ma è certo che cambierà ancora.
Chi aveva ben compreso questa cosa è stato Tolkien (niente da fare: il Professore rimane un maestro inarrivabile) e da quel buon filologo qual era aveva ipotizzato una evoluzione per le sue lingue fantastiche prevedendo più nomi per uno stesso soggetto a seconda delle circostanze. Mithrandir, Olórin, Tharkûn, Incánus, Grigio, il Grigio Pellegrino, il Bianco, il Cavaliere Bianco, Custode di Narya… tutti nomi e soprannomi per Gandalf, forse la figura magica più famosa della letteratura dopo Bryn Myrddin alias Mago Merlino.
Tornando al punto: pochissimi autori hanno osato immaginare una evoluzione linguistica, preferendo mantenere sempre la lingua del lettore anche per elementi provenienti dal passato remoto dei loro mondi. Questo per favorire la leggibilità del testo che, ricordiamocelo, deve vendere. O l’autore non campa e deve cambiar mestiere.
Difatti Tolkien non faceva lo scrittore, era professore universitario e pure con i contro-attributi, se mi si permette il termine.
Dunque è fondamentale favorire la leggibilità a scapito della verosimiglianza? Ha senso cercare la verosimiglianza in una storia fantastica? È un bel dilemma che può essere risolto almeno in parte proprio con la scelta dei nomi. Si stabiliscono delle regole generali, come per i miei kireziani che hanno il nome di provenienza mitteleuropea e il cognome veneto. Conrad Musìn, Jon Ludrò, Dario Mustazàr, Diana Latàr, Paul Carantan eccetera, sono un esempio. Si stabilisce una sorta di regola fonetica che poi permette di creare anche nomi di fantasia assonanti come Lain-Crugòn che da una parte è l’anagramma di Corunglain (città immaginaria scaturita dalla fantasia di Gary Gigax e Dave Arneson in Dungeons & Dragons) e dall’altra la fusione di due città distrutte dall’ultima orda eruttata dalle Brulle (vedi il Diario del Capitano Sarralga), a loro volta significanti “Pianura” nel caso di Laìn e il nome gentilizio del fondatore nel caso di Crugòn, che pure è un cognome diffuso nel nord di Kirezia e si incontreranno personaggi che lo portano. Del resto non è inusuale incontrare persone che hanno come cognome il nome di una città… e il motivo è commovente.
Come già detto in altri casi: studiare un poco la propria lingua aiuta anche a trovare nomi e a tenerli bene a mente. Lezione appresa a dovere da Terry Brooks che nella sua Shannara si è potuto permettere di mantenere nomi anglofoni perché… be’, è un mondo forgiato a partire dal nostro dopo un olocausto termonucleare.
E allora torno alla domanda iniziale: perché molti autori sacrificano la coerenza in favore di nomi altisonanti ed evocativi e di testi sempre leggibili anche dopo decine di secoli?
Caso 1) Perché lo ignorano, non pensano e immaginano mondi statici sempre uguali a sé stessi.
Caso 2) Preferiscono lasciare il testo leggibile e lasciare al lettore il lavoro di immaginare il “prima”.
Va da sé che nel caso due tutto ciò che riguarda il passato del mondo non può essere mostrato direttamente. Occorre raccontarlo per bocca di un personaggio che faccia da tramite e si incarichi della traduzione dalla lingua antica a quella del lettore. Se questo è agevole per la storia non lo è per i nomi: Andrea deriva dal greco antico ἀνδρεία che è il coraggio virile (sii uomo!). Eppure un sacco di genitori hanno chiamato la loro figlia “Andrea” perché finisce per a e quindi è un nome da femmina. Logica inoppugnabile che mi è stata tirata contro più di venti anni addietro da una ragazza che si chiamava proprio come me: Andrea. Lavoravo nel sottoscala dell’ANICA, per una società che produceva corsi online e questa tipa, che si occupava di tradurre dall’italiano all’inglese i testi mi prese in giro dicendomi:

«What the hell man: you have a female name! Ah ah ah!»
«Actually, my dear girl, Andrea came from the ancient greek ἀνδρεία and mean “virility” or “man’s bravery”. The root “ἀνδρ-” is the male prefix, ἀνδρός mean “male”. Do you understand mrs. Andrea?»

Quando gli ho raccontato l’etimologia di Andrea gli ha preso un colpo così ho dovuto aggiungere che “al femminile” è la “forza morale”, significato ottenuto stiracchiando un poco ἀνδρεία (andreia).

Basta poco per trasformare un testo di scarsa coerenza in uno ben solido e capace di soddisfare tanto il lettore di primo pelo che vuol solo sognare a occhi aperti, quanto quello più scafato e che cerca più livelli di lettura.
Insomma volete dare un nome inglese ai vostri personaggi? Prego, fate pure, ma non ritrovatevi come i genitori di Andrea che evidentemente ignoravano l’etimologia del nome scelto per la loro figlia. Fate in modo che ciò che create, sia esso un personaggio letterario o uno in… carne ed ossa, abbia un nome sensato!

Santat!

#berefantasy
#bereFantaNo
#bereVinoMejo

La domanda che mi pongo sempre è: perché quando leggo un romanzo fantasy gli eroi bevono roba strana come l’idromele, il Bol, il sidro oppure birra? Cioè, non ho nulla in contrario, ma ci sono già ottime bevande in circolazione capaci di evocare scene epiche. Il vino, per esempio. Quello bianco o rosso: niente colori strani. Perché il bello del vino non è il colore. Fruttato, tannico, con sentori di mandorle o di gerani, frutti rossi o malva… i profumi del vino sono migliaia, non sto esagerando e non è che l’inizio della festa. Il vino è quanto di meglio si possa avere per accompagnare un pasto degno di questo nome. Esalta i sapori e ne aumenta la profondità.

brunello

Una bistecca di chianina, giusto per restare in Italia, è gustosa. Se però l’accompagnamo con un calice di Brunello di Montalcino diventa un’esperienza mistica (e non sto esagerando). E cosa c’è di meglio per ricordare la magia di un fantasy? Per giunta non occorre essere Gandalf per riuscirci, basta mettere da parte un’ottantina di euro per pagare il conto (una cenetta a due bistecca più brunello in un locale in quel di Montalcino, un paio di anni fa). Agli amici non carnivori suggerisco cose diverse, magari un vermentino di gallura servito freddo.

Però, appunto, la bevanda va preparata. Il Brunello nasce in un territorio specifico, con un preciso tipo di uva (sangiovese), altitudine, insolazione, premitura e maturazione altrettanto precisi. Chi produce il Brunello è un vero mago capace di utilizzare anche metodi industriali, ma senza mai snaturare ciò che secoli di pratica hanno concentrato in un vino di rara bontà. Se vogliamo portare una simile magia un’ambientazione Fantasy non possiamo semplicemente chiamarlo vino rosso, ma nemmeno Brunello… o no?

Zeurance è uno dei dodici principati di Malichar, famoso per le sue uve Agiodiipetes (donate dagli elfi di Invalis intorno al 920 al principe Eplîen Gaston René de Zeurance, soprannominato poi le Roi Cuiteur per motivi che vedremo tra poco) e per il vino che da allora cominciò a scorrere a fiumi.
Le rouge de Zeurance prodotto da quelle magiche uve rallegrò mezzo continente, da Maor a Kirezia, dal gelido Frisør fino alla variopinta Lleendir, ma il meglio doveva ancora venire.
Nel 1127 si narra che un viticoltore della Val d’Ambèr, un certo Eugène Feurouge de Mont Èlanin trapiantato in quel di Zeurance per tentare la fortuna con le magiche uve Agiodiipetes, dimenticò una botte di Rouge in un angolo della sua cantina per oltre due anni.
Convinto di aver prodotto dell’aceto il buon Eugène stappò la botte e…
Si dice che lo stesso Eplîen sia apparso con il calice in mano per poter sorseggiare quel nettare delizioso.
Era appena nato le Petit Brun de Zeurance.
Un vino dal gusto fortemente tannico, di buon corpo con richiami di geranio, ciliegia e spezie e dal colore rosso rubino. Il buon Eugène intuì che il merito andava attribuito tanto alla botte, che alle condizioni in cui il vino aveva riposato e recintò quell’angolo di cantina trattandolo come un tempio. Il clima della cantina, con le bocche di lupo aperte verso est, aveva favorito la maturazione del vino senza permettere la sua trasformazione in aceto, mentre il colore rosso brunito dai riflessi di rubino era dovuto alla botte.
Era una botticella da 2 mîd (parola derivata da Muid, moggio, antica unità di misura pari a 268 litri) in rovere di Landin asciata una volta. L’asciatura è quella procedura che si fa con le botti vecchie, per evitare che il marciume contamini il vino e continuare a usarla per qualche altro anno (di norma 3, a volte anche 4 anni). Una buona botte può essere asciata fino a 4 volte, ma dopo la prima il legno cede più sostanza al vino e ne cambia il sapore. Nel caso di Eugène la combinazione di legno, clima e tempo di maturazione aveva creato il miracolo.

Deciso a ripetere la prova Eugène, e soprattutto la sua primogenita Marianne, si procurò quante più botti di rovere di Lendin asciate una volta poté e riempì quell’angolo di cantina dove lasciò ben 30 mîd di vino a maturare.

In dieci anni di lavoro Marianne scoprì il segreto intuito dal padre e trasformò le cantine Feurouge in una leggenda. Anche se ormai i Feurouge sono estinti da secoli, il loro lavoro venne condiviso e diffuso a tutta la valle e a quelle limitrofe fino a creare una vera e propria “region du Petit Brun”, che a tutt’oggi è rinomata per il frutto delle sue cantine.

Note di colore
Le Roi Cuiteur è un titolo scherzoso. In Malichar nessuno può essere re e il titolo viene usato da millenni come presa in giro in ricordo delle origini: fu il Re di Lleendir a provocare la fuga di Bertrand de Malichar. La cuite invece è la sbronza.

Il nome “Eplîen” è la contrazione di “Eplorien”, Eploriano che è l’equivalente di Cristiano, solo che se avessi chiamato un principe malichano così sarebbe stato credibile quanto le patate arrosto che circondavano gli arrosti divorati dagli antichi romani nei film prodotti in quel di hollywood negli anni ’60. Questo perché nei principati si può praticare la fede che si vuole, ma non in pubblico. I malichani, anche dopo 2600 anni, hanno ancora il rogo facile.

Agiodiipetes = Agios dal greco è “santo” “diipetes” che è proprio di Zeus, divino.
Santo di vino, santo divino sarebbe già un bel gioco di parole. Tuttavia ricordo che Zeus = Jupiter = Giove quindi diipetes può diventare “giovese”
Prima di bannarmi del tutto c’è un’altra cosetta.

Petit Brun: il nome è nato facilmente, al di là dell’assonanza con il Brunello il colore è rosso bruno e le botti devono essere necessariamente piccole, botticelle appunto per cui Petit è stato giocoforza un passo obbligato.

Mont Élanin è un paese della val d’Amber, ma in francese élan è l’alce e quindi… Monte Alcino.

Salute o, come dicono i malichani, santat!

Maor

Nominata più volte, ma mai raccontata, occupa la parte più orientale del continente di Adra. È una terra ricca con un panorama vasto e vario come sanno esserlo pochi altri luoghi.

Maor è una città mitica situata al di là dell’oceano equatoriale. Su Tharamys ci sono 18 masse continentali abitabili e accessibili via mare. Due sono situate lungo i pozzi polari e cinque nella parte “interna” e trovare un luogo di origine diverso non è difficile.

Quando l’era glaciale scatenata dalla scomparsa di Daikin-Jadam allentò la sua presa sul continente di Adra, molti colonizzatori tentarono di posare piede sul suo suolo, ma solo i coriacei Maorni. La leggenda narra che una tempesta arenò lungo le coste di Haeperis una flotta di coloni in viaggio verso Airumel. A Lalof-Sal i coloni stavano indigesti: i suoi Elfi non avevano bisogno di scomodi vicini di casa. Wu-Masau aveva necessità di qualcuno che eliminasse le popolazioni di orchi ribelli che si erano insediati oltre la sua area di influenza e che invece di morire come avrebbero dovuto per mano dei Beobacht, prosperavano e (loro malgrado) incrementavano la popolazione di quelle pericolosissime creature. In teoria avrebbe potuto ottenere facilmente l’aiuto del trio Nanico: Ger-Mazin, Geej e Izergrend non amavano la giovane razza orchesca e per i loro figli rappresentavano una buona valvola di sfogo. D’altro canto Wu-Masau temeva il pantheon Nanico per più motivi. Primo: perché Lalof-Sal e il trio nanico aveva da eoni una contesa su quale fosse la prima razza creata su Tharamys. Secondo perché le rispettive popolazioni erano l’una la nemesi dell’altra. Le attività dei Nani sono molto dannose per l’ambiente e gli elfi faticano non poco per rimediare ai disastri che i Nani riversano fuori dalle loro montagne. Viceversa i Nani sono molto seccati dalle rimostranze elfiche per le attività di forge e miniere di cui hanno bisogno per sopravvivere. Cosa c’entrano gli elfi? Wu-Masau è l’incarnazione del concetto di morte e putrefazione elfico, divenuto un dio e manipolato da Lalof-Sal per distruggere Daikin-Jadam.

I Nani, d’altro canto, erano restii a lasciare la Casa-di-Roccia anche fosse per cacciare orchi. Si limitavano a ripulire le montagne del continente e solo quelle che ospitavano i nobili figli della roccia.

Così Wu-Masau violò una terza volta il divieto di intervenire direttamente su Tharamys e diede una leggera scossa al continuum per aprire un varco con un universo vicino. Degli infiniti universi del multiverso scelse quello che aveva un pianeta abitabile nella medesima posizione e che in quel momento aveva, nel punto giusto, una flotta di coloni equipaggiata in modo opportuno. Disponeva della potenza necessaria (10^66j/s son proprio tanti) e aveva tutte le probabilità a favore: se hai a disposizione infiniti universi trovare quello giusto è solo questione di tempo. Aveva un solo tentativo a disposizione e pur con tutta la potenza di cui disponeva sapeva che se i Maorni avessero fallito, fossero periti durante il trasferimento, non avrebbe potuto tentare una seconda volta.

Alt, qualcuno potrebbe obiettare che questa è la seconda volta che il signore della Corruzione, il divoratore di Anime… insomma Wu-Masau l’infame viola il divieto. Tra i fatti di Daikin-Jadam e l’arrivo dei Maorni c’è stata un’altra occasione e questa a provocato l’arrivo di quelli che i Nani chiamano Beobacht e, credetemi sulla parola, l’arrivo dei Maorni a confronto è stata un peccatuccio veniale.

L’arrivo dei Maorni fu una iattura per gli orchi che popolavano le pianure di Adra, almeno nella parte orientale del continente. I Figli di Maor erano inizialmente inermi e divisi in tribù e gli Orchi ebbero di che sollazzarsi impiegando i nuovi arrivati come schiavi e poi come cibo. Tuttavia i Maorni erano cocciuti e coriacei così si unirono, fondarono la città di Reub e dalle sue mura partirono per conquistare dapprima tutta la penisola di Heaperis. Anche gli orchi più anziani e massicci caddero sottto i colpi della micidiale macchina bellica Maorni. Una cosa che gli orchi non hanno mai afferrato è il valore della disciplina e di una organizzazione praticamente perfetta. Gli orchi, quando si accampavano, dormivano a terra vicino a un fuoco. I Maorni tiravano su un terrapieno, una palizzata e tende ogni volta che si fermavano per dormire e riuscivano a farlo nel giro di un’ora. Gli  contavano sui loro sensi superiori per avvertire la presenza dei nemici. I Maorni organizzavano turni di guardia, se la legione disponeva di un Mago anche incantesimi di sorveglianza altrimenti sfruttavano i sensi di altre creature come i cani o i coboldi.

Altro aspetto importante della civiltà Maorni: è realmente ugualitaria. La schiavitù è ammessa, ma è sempre una condizione temporanea. Agli schiavi è permesso avere delle proprietà e del denaro che possono usare per affrancarsi e diventare cittadini liberi. I primi schiavi dei Maorni furono i coboldi che fino a quel momento avevano vissuto all’ombra delle “città” orchesche. Dapprima schiavi e poi un numero sempre maggiore divenne cittadino maorni e considerato pari per diritti e doveri. Probabilmente la città di Reub è l’unico luogo di tutta Tharamys dove si possono incontrare coboldi ricchi e rispettati e più in generale creature altrove nemiche che si salutano per strada e si rispettano.

Man mano che le cittadelle orchesche cadevano sotto i colpi degli eserciti Maorni sempre più orchi venivano resi schiavi e trasformati col tempo, grazie alla loro longevità, cittadini Maorni che poco avevano a che vedere con i barbari bellicosi che erano stati in precedenza.

Questo Wu-Masau non l’aveva previsto. Gli orchi sopravvissuti al massacro erano diventati alleati dei loro aguzzini e puntavano a salvare i loro simili che ancora vivevano, per così dire, allo stato brado.

Da un punto di vista religioso i Maorni non pregavano alcun dio tra quelli presenti, ma altri dei che nel nuovo universo non potevano rispondere alle preghiere dei loro fedeli. Una popolazione vergine e bisognosa come quella fece dimenticare il peccatuccio di Wu-Masau e provocò l’arrivo in massa di preti di ogni fede presente su Tharamys disposti a offrire i servizi degli dei in cambio di preghiere. Ai Maorni la cosa non piacque molto e i primi missionari si ritrovarono a morire in spettacoli circensi un pochino sanguinari, tipo sbranamento a mezzo cucciolo di drago o morte per piroimpalamento che non sto qua a descrivere. Poi qualcuno ebbe l’idea di associare a ognuna delle divinità originarie un dio locale e questo sbloccò il cuore dei Maorni che aderirono in massa. Se da una parte questo migliorò notevolmente la salute di tutti, schiavi e liberi, l’influenza divina ebbe come contropartita il blocco quasi totale di ogni innovazione tecnologica come già avvenuto per ogni altra civiltà presente su Tharamys. Quanto accaduto per Daikin-Jadam non doveva più ripetersi.

Conquistata tutta la penisola, conquistati i cuori dei maorni, la potenza della macchina statale ebbe un balzo formidabile quando passò dalla repubblica all’impero. Impero che ebbe vita breve. Valicare i confini e sciamare nelle pianure di quella che sarebbe diventato il granducato di Meroikanev fu un attimo e da là raggiungere la piana del Nacal-Dengar e fondare la futura Kirezia richiese un paio di secoli di continue guerre. Gli orchi fuggivano o venivano resi schiavi, tutti gli altri potevano scegliere se accettare il dominio di Maor o prenderlo a forza. Insomma da quel lato i Maorni spaccavano di brutto, ma il loro cruccio era il mare. Raggiungere l’isola dell’Alba e conquistarla era tutto un altro paio di maniche poiché quello era l’impero Dei-Talant. La guerra e la fine ebbero inizio con il tentativo di imporre il controllo maorni alle isole vicine Haeperis.

L’odio tra le genti di Maor e i signori della magia Dei-Talant ebbe inizio allora. Son passati 3847 anni dalla fondazione di Reub e ogni tanto, ancora oggi, tra le due nazioni ci sono scintille che minacciano di avvampare in una guerra sanguinosa come già accaduto più volte in passato.

Se durante la conquista dell’Haeperis i Maorni adottarono un governo di tipo repubblicano, con un senato che stabiliva gli obiettivi e un triumvirato che si occupava di muovere la macchina statale e militare per raggiungerli, a conquista ultimata il Triumviro Decio Julius Asclepiano si ritrovò da solo al potere poiché i suoi colleghi erano morti. Invece di accettare la nomina dei nuovi triumviri del senato prese a se l’imperium e fece occupare il senato dai suoi legionari più fedeli.

Forse qualcuno degli dei lo aveva, per così dire, ispirato: neanche gli dei sono mai riusciti a scoprirlo. La nascita dell’impero portò fortuna ai maorni fino alla prima guerra dei-talantina. Fortissimi sulla terraferma, i Maorni persero la flotta più volte a opera dei micidiali incantesimi dei-talant posti a difesa delle coste.  La profonda crisi economica che seguì i decenni di guerre, costosissime sia sul piano economico che sociale e ambientale, mise in ginocchio l’impero che cominciò a vacillare tanto sotto i colpi delle incursioni Dei-Talant che sulla spinta indipendentista delle provincie. 980 anni dopo la fondazione di Reub un esercito deitalantino occupò la capitale determinando la caduta del primo impero Maorni.

Tranquilli: questo è solo l’inizio. Ci sono altri 2900 anni di storia da raccontare.