Emeth

Titolo: Emeth
Genere: Thriller, Urban Fantasy
Autore: Aurora Stella
Editing: Carpe Liber
Pagine: 132

Questa è una storia diversa da quelle cui l’autrice ci ha abituati. Stavolta niente romani evoluti, enclavi sotterranee o orrori cosmici, niente gatti sornioni che tentano di accoppiare umani o romantiche fughe attraverso tutto il west. Stavolta abbiamo a che fare con tre assassini e una ragazza che scoprirà di doverli fermare a ogni costo, prima che possano colpire ancora.

Emeth di [Stella, Aurora]Suoi alleati in questa missione disperata sono un convento di suorine, un libraio e un gatto nero. Come armi una sola parola: Emeth. Basteranno? Non volevo crederci e infatti l’autrice non mi ha deluso.

Lo stile è asciutto, essenziale e mirato a evocare nel lettore emozioni e sensazioni attraverso l’uso di frasi brevi e dialoghi caratterizzati in modo preciso. L’uso della scrittura è condensato: ogni parola è messa là per uno scopo e, alla faccia della brevità, richiede attenzione per essere letto. Solo che ci si accorge di questo aspetto a lettura conclusa: una buona scusa per rileggere il libro e scoprire dettagli che erano sfuggiti alla prima, avida, lettura.

La trama è duplice, divisa tra un passato che travolge in senso quasi letterale la protagonista e che racconta sempre lo stesso evento. E tuttavia non sarà mai lo stesso racconto: ogni “flashback” è differente e aggiunge nuovi dettagli senza mai ripetersi pur giungendo sempre alla medesima conclusione. Nel presente l’altra metà della trama condrrà il lettore alla Verità (da cui il titolo) e alla risoluzione del conflitto il quale, man mano che il passato viene svelato, diviene via via più ampio fino a raggiungere la portata del classico scontro cosmico tra bene e male. Un classico della letteratura di ogni genere reso in modo originale e avvincente dalla penna di Aurora Stella.

La storia è ambientata a Roma, si scopre una città molto diversa da quella delle cartoline. L’autrice la conosce bene e l’ha usata come sfondo per le vicissitudini di Renée, la protagonista. Chi conosce la città non troverà nulla di strano nell’anonima periferia fatta di prati incolti, palazzi grigi e traffico soffocante, ma chi l’ha conosciuta attraverso le cartoline e i documentari di Alberto Angela potrebbe chiedersi “E i monumenti?”. La risposta viene dall’autrice stessa, menrte racconta la sua periferia che potrebbe essere quella di qualsiasi altra grande città: Milano, Napoli, Buenos Aires o Mosca. Sicuramente i monumenti sono essenziali per la vita della città, ma proprio per questo risultano… invisibili.

Una lettura che non mancherà di regalarvi qualche ora di sano divertimento e molte emozioni.
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L’Inglese e il Fantasy


In romanzi e racconti, come pure nei giochi di ruolo e nei fumetti con ambientazione fantasy leggo spesso (ma non sempre per fortuna) di personaggi, luoghi, oggetti… ecc… elementi che mi lasciano assai perplesso.
Per esempio i nomi: devono essere coerenti e invece moltissime volte trovo personaggi, luoghi, piante… ogni cosa ha nomi anglofoni.

Perché?

La lingua che parliamo deriva da una specie di dialetto, il Volgare, che a sua volta è il Latino imbastardito. Non me ne vogliano i cultori della lingua, ma questo è un blog dove si parla di fantasy e non un trattato di linguistica. Il sugo della storia è che: “In principio erano i Romani” poi man mano che si sono espansi hanno inglobato gli etruschi, i Veiani, i greci della Magna Grecia, i Galli… ecc… e da ogni unione è nato un dialetto o una lingua. In particolare il connubio latino-etrusco ha dato vita al dialetto toscano che poi è diventato il nucleo fondante dell’italiano moderno.

Una lingua straordinaria l’italiano: flessibile, descrittiva, stabile. La stabilità è l’aspetto più affascinante della nostra lingua, al punto da essere una delle più studiate al mondo.

L’opera di Dante, per quanto appaia molto differente dalla lingua contemporanea, è ancora leggibile pur scritta in un italiano vecchio di 6 secoli.

Se prendiamo un’altra lingua… l’inglese per esempio. L’inglese del XIII secolo è molto, molto diverso da quello moderno.

Tratto da “The early South-English legendary” folio 23 Sancta Crux, vv 1-9

ÞE holie rode i-founde was : ase ich eov nouþe may telle.
Costantyn þe Aumperour : muche heþene folk gan a-quelle,
For huy ore louerd iesu crist : to strongue deþe brouȝte,

And alle þe heþene men þat neiȝ him were : sone he dude to nouȝte.
Eleyne, þat was is moder : to Ierusalem he sende
to sechen after þe holie rode : and heo gladliche forth i-wende.

Þo heo cam þudere, heo liet crie : ase heo hire red hadde i-nome,
Þat alle þe giwes of þe cite : bifore hire scholden come.
Þo þe giwes i-somoned were : huy hadden grete fere;

Bon, dove voglio arrivare? In moltissime opere Fantasy abbiamo civiltà millenarie, con personaggi dai nomi anglofoni e con leggende e riferimenti antichi di secoli… nella stessa identica lingu: l’italiano moderno (o l’inglese, dipende). 

Il frammento che leggete proviene da un testo composto tra il XIII e il XIV secolo… somiglia forse alla lingua di Shakespeare? No, quella comparirà solo tre secoli più tardi, pure quattro. Nel 1695 Shakespeare scriverà di due tredicenni un po’ sfortunati e con una lingua completamente differente.

Shakespeare Quartos Project
Foto: courtesy of British Library

Non sembra la stessa lingua eh? E infatti è cambiata, ma pure il buon Shakespeare aveva ancora un po’ di strada da fare. Mentre la lingua di Dante è praticamente la stessa, anche se infarcita di espressioni e termini obsoleti (e vorrei vedere: l’ha scritta nel 1362). L’italiano ha cambiato modo di parlare, ma “Tanto gentile e tanto onesta pare” si può ancora scrivere senza ritrovarsi con il testo segnato di blu dal docente di turno. Viceversa Shakespeare doveva scrivere “Thou” per dire “Te”, mentre nel XIX secolo Conan Doyle scrivera “You” e questa forma per ora è quella corrente, ma è certo che cambierà ancora.
Chi aveva ben compreso questa cosa è stato Tolkien (niente da fare: il Professore rimane un maestro inarrivabile) e da quel buon filologo qual era aveva ipotizzato una evoluzione per le sue lingue fantastiche prevedendo più nomi per uno stesso soggetto a seconda delle circostanze. Mithrandir, Olórin, Tharkûn, Incánus, Grigio, il Grigio Pellegrino, il Bianco, il Cavaliere Bianco, Custode di Narya… tutti nomi e soprannomi per Gandalf, forse la figura magica più famosa della letteratura dopo Bryn Myrddin alias Mago Merlino.
Tornando al punto: pochissimi autori hanno osato immaginare una evoluzione linguistica, preferendo mantenere sempre la lingua del lettore anche per elementi provenienti dal passato remoto dei loro mondi. Questo per favorire la leggibilità del testo che, ricordiamocelo, deve vendere. O l’autore non campa e deve cambiar mestiere.
Difatti Tolkien non faceva lo scrittore, era professore universitario e pure con i contro-attributi, se mi si permette il termine.
Dunque è fondamentale favorire la leggibilità a scapito della verosimiglianza? Ha senso cercare la verosimiglianza in una storia fantastica? È un bel dilemma che può essere risolto almeno in parte proprio con la scelta dei nomi. Si stabiliscono delle regole generali, come per i miei kireziani che hanno il nome di provenienza mitteleuropea e il cognome veneto. Conrad Musìn, Jon Ludrò, Dario Mustazàr, Diana Latàr, Paul Carantan eccetera, sono un esempio. Si stabilisce una sorta di regola fonetica che poi permette di creare anche nomi di fantasia assonanti come Lain-Crugòn che da una parte è l’anagramma di Corunglain (città immaginaria scaturita dalla fantasia di Gary Gigax e Dave Arneson in Dungeons & Dragons) e dall’altra la fusione di due città distrutte dall’ultima orda eruttata dalle Brulle (vedi il Diario del Capitano Sarralga), a loro volta significanti “Pianura” nel caso di Laìn e il nome gentilizio del fondatore nel caso di Crugòn, che pure è un cognome diffuso nel nord di Kirezia e si incontreranno personaggi che lo portano. Del resto non è inusuale incontrare persone che hanno come cognome il nome di una città… e il motivo è commovente.
Come già detto in altri casi: studiare un poco la propria lingua aiuta anche a trovare nomi e a tenerli bene a mente. Lezione appresa a dovere da Terry Brooks che nella sua Shannara si è potuto permettere di mantenere nomi anglofoni perché… be’, è un mondo forgiato a partire dal nostro dopo un olocausto termonucleare.
E allora torno alla domanda iniziale: perché molti autori sacrificano la coerenza in favore di nomi altisonanti ed evocativi e di testi sempre leggibili anche dopo decine di secoli?
Caso 1) Perché lo ignorano, non pensano e immaginano mondi statici sempre uguali a sé stessi.
Caso 2) Preferiscono lasciare il testo leggibile e lasciare al lettore il lavoro di immaginare il “prima”.
Va da sé che nel caso due tutto ciò che riguarda il passato del mondo non può essere mostrato direttamente. Occorre raccontarlo per bocca di un personaggio che faccia da tramite e si incarichi della traduzione dalla lingua antica a quella del lettore. Se questo è agevole per la storia non lo è per i nomi: Andrea deriva dal greco antico ἀνδρεία che è il coraggio virile (sii uomo!). Eppure un sacco di genitori hanno chiamato la loro figlia “Andrea” perché finisce per a e quindi è un nome da femmina. Logica inoppugnabile che mi è stata tirata contro più di venti anni addietro da una ragazza che si chiamava proprio come me: Andrea. Lavoravo nel sottoscala dell’ANICA, per una società che produceva corsi online e questa tipa, che si occupava di tradurre dall’italiano all’inglese i testi mi prese in giro dicendomi:

«What the hell man: you have a female name! Ah ah ah!»
«Actually, my dear girl, Andrea came from the ancient greek ἀνδρεία and mean “virility” or “man’s bravery”. The root “ἀνδρ-” is the male prefix, ἀνδρός mean “male”. Do you understand mrs. Andrea?»

Quando gli ho raccontato l’etimologia di Andrea gli ha preso un colpo così ho dovuto aggiungere che “al femminile” è la “forza morale”, significato ottenuto stiracchiando un poco ἀνδρεία (andreia).

Basta poco per trasformare un testo di scarsa coerenza in uno ben solido e capace di soddisfare tanto il lettore di primo pelo che vuol solo sognare a occhi aperti, quanto quello più scafato e che cerca più livelli di lettura.
Insomma volete dare un nome inglese ai vostri personaggi? Prego, fate pure, ma non ritrovatevi come i genitori di Andrea che evidentemente ignoravano l’etimologia del nome scelto per la loro figlia. Fate in modo che ciò che create, sia esso un personaggio letterario o uno in… carne ed ossa, abbia un nome sensato!

Santat!

#berefantasy
#bereFantaNo
#bereVinoMejo

La domanda che mi pongo sempre è: perché quando leggo un romanzo fantasy gli eroi bevono roba strana come l’idromele, il Bol, il sidro oppure birra? Cioè, non ho nulla in contrario, ma ci sono già ottime bevande in circolazione capaci di evocare scene epiche. Il vino, per esempio. Quello bianco o rosso: niente colori strani. Perché il bello del vino non è il colore. Fruttato, tannico, con sentori di mandorle o di gerani, frutti rossi o malva… i profumi del vino sono migliaia, non sto esagerando e non è che l’inizio della festa. Il vino è quanto di meglio si possa avere per accompagnare un pasto degno di questo nome. Esalta i sapori e ne aumenta la profondità.

brunello

Una bistecca di chianina, giusto per restare in Italia, è gustosa. Se però l’accompagnamo con un calice di Brunello di Montalcino diventa un’esperienza mistica (e non sto esagerando). E cosa c’è di meglio per ricordare la magia di un fantasy? Per giunta non occorre essere Gandalf per riuscirci, basta mettere da parte un’ottantina di euro per pagare il conto (una cenetta a due bistecca più brunello in un locale in quel di Montalcino, un paio di anni fa). Agli amici non carnivori suggerisco cose diverse, magari un vermentino di gallura servito freddo.

Però, appunto, la bevanda va preparata. Il Brunello nasce in un territorio specifico, con un preciso tipo di uva (sangiovese), altitudine, insolazione, premitura e maturazione altrettanto precisi. Chi produce il Brunello è un vero mago capace di utilizzare anche metodi industriali, ma senza mai snaturare ciò che secoli di pratica hanno concentrato in un vino di rara bontà. Se vogliamo portare una simile magia un’ambientazione Fantasy non possiamo semplicemente chiamarlo vino rosso, ma nemmeno Brunello… o no?

Zeurance è uno dei dodici principati di Malichar, famoso per le sue uve Agiodiipetes (donate dagli elfi di Invalis intorno al 920 al principe Eplîen Gaston René de Zeurance, soprannominato poi le Roi Cuiteur per motivi che vedremo tra poco) e per il vino che da allora cominciò a scorrere a fiumi.
Le rouge de Zeurance prodotto da quelle magiche uve rallegrò mezzo continente, da Maor a Kirezia, dal gelido Frisør fino alla variopinta Lleendir, ma il meglio doveva ancora venire.
Nel 1127 si narra che un viticoltore della Val d’Ambèr, un certo Eugène Feurouge de Mont Èlanin trapiantato in quel di Zeurance per tentare la fortuna con le magiche uve Agiodiipetes, dimenticò una botte di Rouge in un angolo della sua cantina per oltre due anni.
Convinto di aver prodotto dell’aceto il buon Eugène stappò la botte e…
Si dice che lo stesso Eplîen sia apparso con il calice in mano per poter sorseggiare quel nettare delizioso.
Era appena nato le Petit Brun de Zeurance.
Un vino dal gusto fortemente tannico, di buon corpo con richiami di geranio, ciliegia e spezie e dal colore rosso rubino. Il buon Eugène intuì che il merito andava attribuito tanto alla botte, che alle condizioni in cui il vino aveva riposato e recintò quell’angolo di cantina trattandolo come un tempio. Il clima della cantina, con le bocche di lupo aperte verso est, aveva favorito la maturazione del vino senza permettere la sua trasformazione in aceto, mentre il colore rosso brunito dai riflessi di rubino era dovuto alla botte.
Era una botticella da 2 mîd (parola derivata da Muid, moggio, antica unità di misura pari a 268 litri) in rovere di Landin asciata una volta. L’asciatura è quella procedura che si fa con le botti vecchie, per evitare che il marciume contamini il vino e continuare a usarla per qualche altro anno (di norma 3, a volte anche 4 anni). Una buona botte può essere asciata fino a 4 volte, ma dopo la prima il legno cede più sostanza al vino e ne cambia il sapore. Nel caso di Eugène la combinazione di legno, clima e tempo di maturazione aveva creato il miracolo.

Deciso a ripetere la prova Eugène, e soprattutto la sua primogenita Marianne, si procurò quante più botti di rovere di Lendin asciate una volta poté e riempì quell’angolo di cantina dove lasciò ben 30 mîd di vino a maturare.

In dieci anni di lavoro Marianne scoprì il segreto intuito dal padre e trasformò le cantine Feurouge in una leggenda. Anche se ormai i Feurouge sono estinti da secoli, il loro lavoro venne condiviso e diffuso a tutta la valle e a quelle limitrofe fino a creare una vera e propria “region du Petit Brun”, che a tutt’oggi è rinomata per il frutto delle sue cantine.

Note di colore
Le Roi Cuiteur è un titolo scherzoso. In Malichar nessuno può essere re e il titolo viene usato da millenni come presa in giro in ricordo delle origini: fu il Re di Lleendir a provocare la fuga di Bertrand de Malichar. La cuite invece è la sbronza.

Il nome “Eplîen” è la contrazione di “Eplorien”, Eploriano che è l’equivalente di Cristiano, solo che se avessi chiamato un principe malichano così sarebbe stato credibile quanto le patate arrosto che circondavano gli arrosti divorati dagli antichi romani nei film prodotti in quel di hollywood negli anni ’60. Questo perché nei principati si può praticare la fede che si vuole, ma non in pubblico. I malichani, anche dopo 2600 anni, hanno ancora il rogo facile.

Agiodiipetes = Agios dal greco è “santo” “diipetes” che è proprio di Zeus, divino.
Santo di vino, santo divino sarebbe già un bel gioco di parole. Tuttavia ricordo che Zeus = Jupiter = Giove quindi diipetes può diventare “giovese”
Prima di bannarmi del tutto c’è un’altra cosetta.

Petit Brun: il nome è nato facilmente, al di là dell’assonanza con il Brunello il colore è rosso bruno e le botti devono essere necessariamente piccole, botticelle appunto per cui Petit è stato giocoforza un passo obbligato.

Mont Élanin è un paese della val d’Amber, ma in francese élan è l’alce e quindi… Monte Alcino.

Salute o, come dicono i malichani, santat!

Maor

Nominata più volte, ma mai raccontata, occupa la parte più orientale del continente di Adra. È una terra ricca con un panorama vasto e vario come sanno esserlo pochi altri luoghi.

Maor è una città mitica situata al di là dell’oceano equatoriale. Su Tharamys ci sono 18 masse continentali abitabili e accessibili via mare. Due sono situate lungo i pozzi polari e cinque nella parte “interna” e trovare un luogo di origine diverso non è difficile.

Quando l’era glaciale scatenata dalla scomparsa di Daikin-Jadam allentò la sua presa sul continente di Adra, molti colonizzatori tentarono di posare piede sul suo suolo, ma solo i coriacei Maorni. La leggenda narra che una tempesta arenò lungo le coste di Haeperis una flotta di coloni in viaggio verso Airumel. A Lalof-Sal i coloni stavano indigesti: i suoi Elfi non avevano bisogno di scomodi vicini di casa. Wu-Masau aveva necessità di qualcuno che eliminasse le popolazioni di orchi ribelli che si erano insediati oltre la sua area di influenza e che invece di morire come avrebbero dovuto per mano dei Beobacht, prosperavano e (loro malgrado) incrementavano la popolazione di quelle pericolosissime creature. In teoria avrebbe potuto ottenere facilmente l’aiuto del trio Nanico: Ger-Mazin, Geej e Izergrend non amavano la giovane razza orchesca e per i loro figli rappresentavano una buona valvola di sfogo. D’altro canto Wu-Masau temeva il pantheon Nanico per più motivi. Primo: perché Lalof-Sal e il trio nanico aveva da eoni una contesa su quale fosse la prima razza creata su Tharamys. Secondo perché le rispettive popolazioni erano l’una la nemesi dell’altra. Le attività dei Nani sono molto dannose per l’ambiente e gli elfi faticano non poco per rimediare ai disastri che i Nani riversano fuori dalle loro montagne. Viceversa i Nani sono molto seccati dalle rimostranze elfiche per le attività di forge e miniere di cui hanno bisogno per sopravvivere. Cosa c’entrano gli elfi? Wu-Masau è l’incarnazione del concetto di morte e putrefazione elfico, divenuto un dio e manipolato da Lalof-Sal per distruggere Daikin-Jadam.

I Nani, d’altro canto, erano restii a lasciare la Casa-di-Roccia anche fosse per cacciare orchi. Si limitavano a ripulire le montagne del continente e solo quelle che ospitavano i nobili figli della roccia.

Così Wu-Masau violò una terza volta il divieto di intervenire direttamente su Tharamys e diede una leggera scossa al continuum per aprire un varco con un universo vicino. Degli infiniti universi del multiverso scelse quello che aveva un pianeta abitabile nella medesima posizione e che in quel momento aveva, nel punto giusto, una flotta di coloni equipaggiata in modo opportuno. Disponeva della potenza necessaria (10^66j/s son proprio tanti) e aveva tutte le probabilità a favore: se hai a disposizione infiniti universi trovare quello giusto è solo questione di tempo. Aveva un solo tentativo a disposizione e pur con tutta la potenza di cui disponeva sapeva che se i Maorni avessero fallito, fossero periti durante il trasferimento, non avrebbe potuto tentare una seconda volta.

Alt, qualcuno potrebbe obiettare che questa è la seconda volta che il signore della Corruzione, il divoratore di Anime… insomma Wu-Masau l’infame viola il divieto. Tra i fatti di Daikin-Jadam e l’arrivo dei Maorni c’è stata un’altra occasione e questa a provocato l’arrivo di quelli che i Nani chiamano Beobacht e, credetemi sulla parola, l’arrivo dei Maorni a confronto è stata un peccatuccio veniale.

L’arrivo dei Maorni fu una iattura per gli orchi che popolavano le pianure di Adra, almeno nella parte orientale del continente. I Figli di Maor erano inizialmente inermi e divisi in tribù e gli Orchi ebbero di che sollazzarsi impiegando i nuovi arrivati come schiavi e poi come cibo. Tuttavia i Maorni erano cocciuti e coriacei così si unirono, fondarono la città di Reub e dalle sue mura partirono per conquistare dapprima tutta la penisola di Heaperis. Anche gli orchi più anziani e massicci caddero sottto i colpi della micidiale macchina bellica Maorni. Una cosa che gli orchi non hanno mai afferrato è il valore della disciplina e di una organizzazione praticamente perfetta. Gli orchi, quando si accampavano, dormivano a terra vicino a un fuoco. I Maorni tiravano su un terrapieno, una palizzata e tende ogni volta che si fermavano per dormire e riuscivano a farlo nel giro di un’ora. Gli  contavano sui loro sensi superiori per avvertire la presenza dei nemici. I Maorni organizzavano turni di guardia, se la legione disponeva di un Mago anche incantesimi di sorveglianza altrimenti sfruttavano i sensi di altre creature come i cani o i coboldi.

Altro aspetto importante della civiltà Maorni: è realmente ugualitaria. La schiavitù è ammessa, ma è sempre una condizione temporanea. Agli schiavi è permesso avere delle proprietà e del denaro che possono usare per affrancarsi e diventare cittadini liberi. I primi schiavi dei Maorni furono i coboldi che fino a quel momento avevano vissuto all’ombra delle “città” orchesche. Dapprima schiavi e poi un numero sempre maggiore divenne cittadino maorni e considerato pari per diritti e doveri. Probabilmente la città di Reub è l’unico luogo di tutta Tharamys dove si possono incontrare coboldi ricchi e rispettati e più in generale creature altrove nemiche che si salutano per strada e si rispettano.

Man mano che le cittadelle orchesche cadevano sotto i colpi degli eserciti Maorni sempre più orchi venivano resi schiavi e trasformati col tempo, grazie alla loro longevità, cittadini Maorni che poco avevano a che vedere con i barbari bellicosi che erano stati in precedenza.

Questo Wu-Masau non l’aveva previsto. Gli orchi sopravvissuti al massacro erano diventati alleati dei loro aguzzini e puntavano a salvare i loro simili che ancora vivevano, per così dire, allo stato brado.

Da un punto di vista religioso i Maorni non pregavano alcun dio tra quelli presenti, ma altri dei che nel nuovo universo non potevano rispondere alle preghiere dei loro fedeli. Una popolazione vergine e bisognosa come quella fece dimenticare il peccatuccio di Wu-Masau e provocò l’arrivo in massa di preti di ogni fede presente su Tharamys disposti a offrire i servizi degli dei in cambio di preghiere. Ai Maorni la cosa non piacque molto e i primi missionari si ritrovarono a morire in spettacoli circensi un pochino sanguinari, tipo sbranamento a mezzo cucciolo di drago o morte per piroimpalamento che non sto qua a descrivere. Poi qualcuno ebbe l’idea di associare a ognuna delle divinità originarie un dio locale e questo sbloccò il cuore dei Maorni che aderirono in massa. Se da una parte questo migliorò notevolmente la salute di tutti, schiavi e liberi, l’influenza divina ebbe come contropartita il blocco quasi totale di ogni innovazione tecnologica come già avvenuto per ogni altra civiltà presente su Tharamys. Quanto accaduto per Daikin-Jadam non doveva più ripetersi.

Conquistata tutta la penisola, conquistati i cuori dei maorni, la potenza della macchina statale ebbe un balzo formidabile quando passò dalla repubblica all’impero. Impero che ebbe vita breve. Valicare i confini e sciamare nelle pianure di quella che sarebbe diventato il granducato di Meroikanev fu un attimo e da là raggiungere la piana del Nacal-Dengar e fondare la futura Kirezia richiese un paio di secoli di continue guerre. Gli orchi fuggivano o venivano resi schiavi, tutti gli altri potevano scegliere se accettare il dominio di Maor o prenderlo a forza. Insomma da quel lato i Maorni spaccavano di brutto, ma il loro cruccio era il mare. Raggiungere l’isola dell’Alba e conquistarla era tutto un altro paio di maniche poiché quello era l’impero Dei-Talant. La guerra e la fine ebbero inizio con il tentativo di imporre il controllo maorni alle isole vicine Haeperis.

L’odio tra le genti di Maor e i signori della magia Dei-Talant ebbe inizio allora. Son passati 3847 anni dalla fondazione di Reub e ogni tanto, ancora oggi, tra le due nazioni ci sono scintille che minacciano di avvampare in una guerra sanguinosa come già accaduto più volte in passato.

Se durante la conquista dell’Haeperis i Maorni adottarono un governo di tipo repubblicano, con un senato che stabiliva gli obiettivi e un triumvirato che si occupava di muovere la macchina statale e militare per raggiungerli, a conquista ultimata il Triumviro Decio Julius Asclepiano si ritrovò da solo al potere poiché i suoi colleghi erano morti. Invece di accettare la nomina dei nuovi triumviri del senato prese a se l’imperium e fece occupare il senato dai suoi legionari più fedeli.

Forse qualcuno degli dei lo aveva, per così dire, ispirato: neanche gli dei sono mai riusciti a scoprirlo. La nascita dell’impero portò fortuna ai maorni fino alla prima guerra dei-talantina. Fortissimi sulla terraferma, i Maorni persero la flotta più volte a opera dei micidiali incantesimi dei-talant posti a difesa delle coste.  La profonda crisi economica che seguì i decenni di guerre, costosissime sia sul piano economico che sociale e ambientale, mise in ginocchio l’impero che cominciò a vacillare tanto sotto i colpi delle incursioni Dei-Talant che sulla spinta indipendentista delle provincie. 980 anni dopo la fondazione di Reub un esercito deitalantino occupò la capitale determinando la caduta del primo impero Maorni.

Tranquilli: questo è solo l’inizio. Ci sono altri 2900 anni di storia da raccontare.

 

Il risveglio di Fenrir

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Cosa posso dire di questo libro se non compratelo e leggetelo?
Molto.
Si tratta di un libro complesso.
Ogni elemento è semplice come una ruota dentata… e il fatto che tutta l’opera sia costellata di innumerevoli elementi “semplici” la trasforma in un meccanismo sofisticato e affascinante.

L’ambientazione e i personaggi
Mettiamo una sera a cena l’Impero Francese, la Prussia e un’Italia poco libera con Torino e parte del Piemonte in mano Francese e il resto suddiviso nella miriade di stati e staterelli che abbiamo imparato a conoscere tra i banchi di scuola. Questo lo scenario politico del 1811, anzi: anno 011 del nuovo secolo.

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Alexander Altenhof – Opera propria. Source of Information: – Map “L’apogée de l’Empire Français (avant la campagne de Russie)”

Un’ondata di gelo senza precedenti imperversa in tutta Europa come mai accaduto prima, un pericoloso assassino uccide in modo orribile giovani fanciulle attraverso mezzo continente.

Lord Koleberg, torinese, è a capo della gendarmeria cittadina e vuole catturare, impiccare e ghigliottinare questo feroce individuo (anche perché fare il contrario è… complesso). Feroce è proprio la parola giusta, anche efferato e sanguinario ben si adattano.

Delle sue vittime rimangono miseri resti assai difficili da ricomporre e musica scritta col sangue delle vittime. Musica che racconta, a chi la sa leggere, tutto quel che è successo sulla scena del delitto fin nei minimi dettagli.
M’sieu Vidal, cacciatore di taglie, gli sta già dando la caccia e conta di vedere i desideri di Koleberg avverarsi così da onorare la promessa fatta al Maresciallo di Francia (e vendicare la morte della sua amata).
Ci sono anche il fantasmagorico dottor Vikström e lady Lewis dotati di capacità decisamente fuori dal comune, Jhonson l’incredibile monodista che con la musica ci vive e Þålsson il brillante inventore, c’è il capitano Snowy e Graystorm il suo pilota, la principessa Lilja bella oltre ogni immaginazione e ovviamente lui, l’Evangelista ovvero l’assassino di cui sopra. Sono tutti legati dal medesimo destino: il risveglio di Fenrir e l’inizio del Ragnarök, il crepuscolo degli dei, la fine del mondo.
Ci sono poi altri personaggi che se pure secondari sono comunque ben raccontati, da Lord Ashram, alias sua eccellenza Gianluca Betti Conservatore della Regia Biblioteca di Torino a Vovin l’Uomo Elettrico, ad alcune delle vittime dell’Evangelista segno che la cura per la caratterizzazione ha interessato tutti i personaggi e non solo i nove principali.
Leggendo il libro si scopre che è proprio così.

Fatte le dovute presentazioni con protagonisti e comprimari proviamo ad immergerci un pochino nell’ambientazione. Il volo a motore non è stato ancora scoperto, le guerre che hanno spazzato via le vecchie monarchie e qualche dittatura non ci sono state, la Germania deve ancora nascere e la Prussia è a capo della Confederazione del Reno, l’inaffondabile Impero Asburgico sorge un po’ più a sud e l’Italia non esiste se non in senso geografico.
Gigantesche aeronavi, armate di cannoni, solcano i cieli mosse da turbine a vapore e pattugliano città e confini. Tra di esse navi mercenarie pilotate da individui senza scrupoli si occupano di svolgere quei lavori che, al fine di mantenere la “pace”, necessitano di agire con meno vincoli possibile.
Aeronavi, treni a vapore, monorotaie automatiche e altre mirabolanti invenzioni che sembrano uscite fuori da “Le meraviglie del 2000” di Salgari o da “Parigi nel XX secolo” di Verne fanno da contorno alle azioni dei nove e, ben lungi dall’essere parte di uno sfondo statico, contribuiscono attivamente a rendere credibile l’ambientazione.

Trama
La trama spazia dal XIII Secolo al tempo attuale (XIX) e coinvolge il leggendario Snorri Sturluson (Scrittore e politico islandese… anche se è riduttivo definirlo solo così), Keplero e altri grandi della storia legati dalla musica, vero filo conduttore di tutta la narrazione, che guida il lettore da una serie di eventi apparentemente scollegati tra loro al risveglio annunciato dal titolo.
Tecnologia alternativa (vapore e aria compressa muovono tutto), Alchimia, Qabbalah, Rune e altre forme di comprensione dell’universo alternative a quella illuministica sono sapientemente mescolate fino a creare un modello, nella mente del lettore, totalmente differente da quello noto e pure ben funzionante e credibile al punto da rendere possibile il risveglio di Fenrir, il figlio di Loki, il Lupo che spazzerà via gli Æsir, gli dei, e instaurerà il suo regno.
Nonostante qualche dettaglio che non ho visto andare perfettamente a posto la storia funziona come quell’orologio svizzero che deve essere per convincere il lettore che “non è vero, ma può crederci fino in fondo”; cedere al circolo vizioso di leggere ancora una pagina prima di andare a dormire e ritrovarsi alle cinque del mattino ancora a sfogliare pagine manco fossero ciliege per scoprire cosa succede. I nove personaggi si muovono “di concerto” (è proprio il caso di dirlo) e  convergono là dove devono per dare soddisfazione al titolo dell’opera. Se si chiama “il risveglio di Fenrir” un motivo c’è ed è proprio azzeccato.

A detta dell’autore ogni personaggio potrebbe dar vita a un romanzo con lui come protagonista e non faccio fatica a credergli: ognuno di loro è completo, vissuto, carico di esperienza che si evince da ogni dettaglio, dalla parlata caratteristica al modo in cui si muove prima ancora dell’abbigliamento.

La musica
Credo che la cosa più affascinante di questo libro sia il modo in cui la musica viene percepita e mostrata. Ai giorni nostri la musica è relegata a due ore a settimana di studio nelle scuole medie e nei conservatori. Fino a metà XIX secolo è stata materia di studio di importanza pari a quella di Matematica, Geometria e Fisica. Dalle pagine di questo romanzo emerge tutta la sua potenza che, ben lungi dall’essere diminuita ai giorni nostri pare del tutto trascurata e dimenticata… ma provate ad ascoltare la IX sinfonia di Beethoven e tenete a mente che quando è stata composta il suo creatore era ormai irrimediabilmente sordo. A quei tempi la musica non era semplice melodia, ma riuniva assieme tutte le discipline note: matematica, fisica, geometria, astronomia e altre meno ortodosse come numerologia, astrologia, magia e altro ancora. Altro che viene riproposto tra le righe di questo romanzo e che esiste ancora oggi, se solo ci si prendesse la briga di aprire un libro e studiare.

Ebook

Cartaceo

L’Autore
6

Paolo Vallerga è nato a Milano nel 1968, ma ha sangue e cuore tarantino. È un autore, illustratore e produttore di giochi italiano.
Oltre all’attività legata ai giochi da tavola è scrittore, autore musicale, attore, autore teatrale e televisivo.

Andrea Venturo

E il romanzo prosegue.

Il romanzo n°3 che ha finalmente un titolo, ma che non svelerò fino alla fine, è al primo giro di Editing. I primi undici capitoli, iniziati lunedì, sono stati riletti. I commenti dell’editor esaminati e in massima parte adottati.
L’editor ha sempre ragione? No. Ma ignorare i suoi commenti è stupido. Dietro ognuno di essi ci sono tempo e risorse che sono stati dedicati al solo scopo di migliorare la storia e vanno soppesati per bene.

Ho dovuto aggiungere un paio di capitoli ^^, cosa mai accaduta: di solito è tutto un tagliare, tagliare e ancora tagliar…

Qualche giorno fa una mia amica mi ha chiesto come faccio a dare a ogni capitolo una lunghezza precisa o quasi. Non è che ci voglia chissà quale scienza, ma poi mi son dovuto ricredere.
Primo: il romanzo è alla sua quinta stesura. Di ogni scena conosco a menadito l’ambientazione, i personaggi, le battute e il perché ogni personaggio dice quello che dice e il modo in cui lo dice. Perciò è come se io fossi giunto alla stesura del mio quindicesimo romanzo (ne ho pubblicati altri due come self). L’allenamento non mi manca.
Secondo: non solo conosco tutto della storia, ma conosco anche i retroscena e so cosa sta accadendo anche in parti dell’ambientazione che il narratore non nomina. Questa parte è tutta annotata negli appunti relativi personaggi e ambientazione. Ci metto poco a spostare la “telecamera” su un’altra di queste vicende e raccontarla.
Terzo: ancora allenamento. Negli ultimi quattro anni ho perso il conto dei contest cui ho partecipato, per sport, dove le regole erano molto stringenti. Numero di battute limitato, tema obbligatorio e obbligatorio leggere e confrontare per partecipare. Premi? Una giornata passata a rispondere alle domande degli altri partecipanti.
Sembra una cosa inutile, ma invece è un esercizio formidabile per imparare a restare focalizzati e crearsi un pubblico di lettori esperti.
“Scrivere un racconto a tema Horror che contenga le seguenti parole: cuoio, denti, unghie, stivali, maschera; lunghezza massima 3000 battute +- 300”, la storia di “Tentacoli” è nata più o meno così.
Partecipa a una decina di contest e più di questo genere e in poco tempo ti ritroverai con una gran quantità di “corti” dalla lunghezza precisa e con le parole utilizzate in modi che adesso neanche immagini.

Rituale di Sangue è nato così

https://www.wattpad.com/story/92668783-rituale-di-sangue

…e racconta la fine di un certo mago il cui nome riempie le mie storie, in senso proprio.

Con questo allenamento, quando arrivo alla “stesura definitiva” ovvero la penultima stesura (non è che lo faccio apposta: finora ho scritto in modo molto inefficiente) spero sempre di aver creato qualcosa che non richieda altro lavoro. Non è mai stato così e temo che mai lo sarà. Comunque ho già i limiti “imposti”: massimo 26000 battute più o meno 4000. Battute delle quali conosco obiettivo (cosa racconta il capitolo), personaggi e luoghi fin nei minimi dettagli. Scrivere in queste condizioni è quasi una passeggiata e in media tiro giù dalle 10k alle 12k battute in un’ora.  In linea teorica potrei scrivere un romanzo di 360k in 30 ore se solo potessi avere già tutto chiaro in testa, cosa che non è mai.

Eccezioni a questa regola sono i capitoli “speciali” come prologo ed epilogo che sono più corti. Le appendici e gli approfondimenti che metto in coda al romanzo sono pure capitoli, ma la lunghezza oscilla tra le 3600 e le 5400 battute massimo.

Anche così produrre 300 cartelle di storia più appendici varie richiede non meno di otto mesi di lavoro (dato che non ho mai più di due ore ogni giorno a disposizione per scrivere), tra prima stesura e stesure successive, e poi c’è l’editing che ha tempi lunghi o lunghissimi.

Quindi: sì, riesco a dare ai capitoli una lunghezza omogenea, ma non è né facile, né semplice riuscirci e mantenere l’efficacia della narrazione.

Conrad e soci, nel frattempo, si stanno pure scontrando con altri… uh, problemi. L’Ombra Scarlatta (o quale che sia il titolo successivo a quello in lavorazione) e qualcosa che viene “Dal Profondo della Notte” (titolo provvisorio del romanzo numero 5) su cui ho pure cominciato a mettere giù parole, mentre l’embrione delle Fiamme su Kirezia (numero 6) sta facendo capolino tra pagine di ambientazione schede dei personaggi.

Il resto della vita prosegue, ma il tempo per raccontar storie diminuisce. Certo: queste nuove mi escono (spero) più belle, ma sapere di aver superato il “giro di boa” già da un po’ mi sprona a scrivere e tirar fuori tutto il meglio che ho da raccontare.

Slada e il luccichio del Male

The Shining of Evil è la traduzione di questo racconto che vede un personaggio secondario, tratto da “I Razziatori di Etsiqaar”, alle prese col suo destino.
Alcuni lettori mi avevano fatto notare che gli sfortunati contadini del prologo non si ritrovavano più (e ci credo: rapiti nel cuore della notte e venduti come schiavi!) e ci erano rimasti male.

Torneranno eh? Ma ci vorrà del tempo. Con l’occasione di un contest tra racconti dove si parlava di diritti umani ho introdotto il tema della schiavitù, fisica e psicologica… nel mio caso rinforzata dalla magia. Tuttavia servirsi di questa potente forza per i propri scopi ha un prezzo e delle regole ferree. Se pure questo prezzo viene pagato fino in fondo non si può sfuggire alle leggi della magia che sono robuste e inossidabili quanto quelle del mondo fisico.

Le leggi degli uomini, al confronto, sono mutevoli ed effimere e ciò che in una parte del mondo è un diritto inalienabile, la libertà, un paio di nazioni più a est è merce di scambio dal costo mutevole.

Tutto questo è condensato nelle 12000 battute di Sladae il luccichio del male, protagonista: la figlia di Oznak, che compare per un attimo nel capitolo iniziale del romanzo.

Diritti umani, economia e una società brutale sono i protagonisti di una storia che, in altri termini, si verifica quotidianamente anche dalle nostre parti cui si aggiunge, alla base, un sanguinario rituale di origine etrusca che ha dato il via a tutta la storia.

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La cover è stata creata a quattro mani e fatta “brillare” grazie alle sapienti mani di Fabio Leone  (https://www.facebook.com/IllustratorFabioLeone) che ringrazio di cuore.