I Racconti di Enthalassia – La grande migrazione

Intervista con l’autore – Andrea Villa

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I Racconti di Enthalassia – La Grande Migrazione è un libro di ambientazione fantasy dove l’autore si è divertito, e non poco, a stravolgere un po’ i canoni del genere. Ho conosciuto l’autore attraverso il portale “ilmiolibro.it” tre anni fa e mi aveva colpito la ricchezza di ambientazione e personaggi, oltre che a quel che scoprirete leggendo questa intervista.

Sono sicuro che poi vorrete leggere anche il libro.

 

 

 

Ciao Andrea, mi rendo conto che, un po’ perché ci scriviamo da parecchio tempo, non ti ho mai chiesto niente di te e per dare inizio a questa intervista direi proprio di cominciare da qui: chi sei e dove vivi?
Il mio nome è Andrea Villa e sono un giovane scrittore esordiente attualmente residente ad Arcore, nella provincia di Monza, la piccola cittadina dove sono cresciuto e a cui appartiene il mio cuore. La città ha una piccola biblioteca, del quale sono assiduo frequentatore e dove mi piace recarmi, in determinati giorni, per scrivere i miei libri ed è qui che io ho iniziato il mio “amore” per la Letteratura.

Giusto! Per scrivere ci vogliono passione, cultura e pazienza. Come è nata la tua passione per la scrittura?
Le prime storie che ricordo di avere scritto erano brevi fanfiction, che scrivevo da solo o assieme ad altri scrittori maggiormente esperti. Spesso tali fanfiction erano storie senza né capo né coda, e la gente di Internet non aveva paura di dirmelo in faccia. A forza di accumulare esperienza, ho iniziato a scrivere storie più lunghe e dettagliate, che con il tempo mi hanno aiutato a raccogliere pareri maggiormente positivi. Tuttavia, non avevo ancora raggiunto uno scopo per la mia scrittura: scrivevo quando mi andava, senza disciplina e senza ritmo di lavoro, senza un obbiettivo su cui focalizzarmi.
Poi venne Tharax.

Eh, me lo ricordo bene Tharax: l’orco a cui non bisogna pestare i calli. Sono stato uno dei tuoi primi “lettori”, ho seguito con attenzione il percorso che ti ha portato a uscire con questo gioiellino intitolato “I Racconti di Enthalassia”. Adesso sono proprio curioso di conoscere tutta la storia… cioè non quella del libro, quella dovrei ricordarmela ancora bene. Piuttosto vorrei conoscere cosa è successo da quando hai pubblicato come “self” su ilmiolibro.it e poi sei approdato… su Maratta Edizioni, vero?
La storia del mio dattiloscritto è quasi un libro a parte. Ho avuto l’ispirazione per il mio romanzo in una calda estate di molti anni fa, quando immaginai una scena di orchi cattivi che aggredivano un castello fantasy abitato da principesse simil-Disney. L’idea mi piacque tanto che inizia a scrivere un bozzetto, e da quel bozzetto nacque successivamente la trama per il mio libro, che pubblicai come self su IlMioLibro.
Tuttavia su quella piattaforma non mi trovavo a mio agio, sia perché dovevo occuparmi personalmente di cose che non sapevo come gestire (ad esempio la copertina o la promozione) sia perché le possibilità di essere notati erano molto scarse. Il colpo di grazia avvenne quando un hater-troll, che aveva travisato la trama del libro, senza neanche leggerlo, lasciò commenti negativi aggredendo verbalmente me e tutti coloro che ne avevano acquistato una copia.
Dopo questo spiacevole evento, presi la decisione di ritirare il mio libro e di impegnarmi a migliorarne l’editing e lo stile di scrittura. Per fare questo ho deciso di frequentare il corso triennale di Storytelling alla Scuola Mohole di Milano Lambrate, dove ho appreso le migliori tecniche di scrittura e le strategie per affrontare le difficoltà tipiche di uno scrittore alle prima armi. Durante questo lasso di tempo, accantonata l’idea di pubblicare il mio libro in self, ho preso la decisione di rivolgermi a un editore che potesse aiutarmi e supportarmi nella promozione del mio libro. Credo di averlo inviato ad oltre cento case editrici nella sola Italia, e quasi sempre la risposta era una sola…. Il silenzio o nella migliore delle ipotesi il classico “il suo libro non corrisponde al nostro piano editoriale” frase che ogni scrittore ha imparato ad odiare.
Finché, grazie ad un amico, non sono venuto a conoscenza della Maratta Edizioni, che all’epoca era appena nata e non aveva pubblicato ancora nulla. Ho così inviato ancora una volta il libro, aspettandomi l’ennesimo silenzio o rifiuto, e invece, immagina la mia sorpresa quando aprendo un giorno la mail ho letto la loro risposta positiva! Credi è stato uno dei più bei giorni della mia vita!

Uh quanta roba! Credo di conoscere l’amico che ti ha segnalato M.E. L’istituto Mohole lo hai frequentato da casa o ti sei armato di valigia? Quali corsi hai seguito?
Per fortuna il mio paese si trova sulla tratta ferroviaria che unisce Lecco a Milano, e quindi ho potuto permettermi di recarmi ogni giorno a Milano per le lezioni.
Ho seguito il corso di Storytelling e Scrittura Creativa, che era iniziato proprio quell’anno. Sono stato anche l’unico della mia classe a decidere di frequentare il terzo anno e a seguirlo regolarmente fino alla fine. Nel corso dei tre anni, ho imparato molte cose che mi sono state poi utili nel corso della fase finale di editing del mio libro, e che mi saranno molto utili per i libri futuri che ora sto scrivendo.

Il testo, all’epoca, era grezzo, presentava qualche problema legato alla gestione del punto di vista e conteneva una marea di infodump, ma si tratta di problemi che hanno quasi tutti gli autori alle prime armi quando hanno tanti personaggi da mostrare e ancor più cose da mostrare. E infatti l’ambientazione aveva un’ottima profondità e i personaggi erano caratterizzati al punto da poterli riconoscere semplicemente dal modo in cui parlavano. Insomma era un testo su cui si poteva lavorare e tirar fuori un bel libro.
Sai che me lo hanno detto anche i miei primi lettori, i “beta” a cui ho chiesto di darmi un parere sulla storia poco dopo che l’avevo scritta? E anche la mia editrice, mi ha detto qualcosa di simile: la mia storia era come un “diamante grezzo”, che andava lavorato e raffinato.

Quando finalmente hai trovato una casa editrice con cui pubblicare come ti sei sentito?
Come mi sono sentito? Mi sono sentito… diviso, come il Visconte Dimezzato dell’opera omonima di Italo Calvino, uno dei miei autori italiani preferiti di sempre. Da un lato, ero molto felice, perché finalmente avevo un’occasione per dimostrare il mio valore come scrittore e pubblicare l’opera delle mie fatiche con un editore che avrebbe saputo guidarmi sulla giusta strada, ma dall’altro, avevo paura, perché avevo passato così tanto tempo teso a raggiungere l’obiettivo di trovare un editore disposto a pubblicarmi, che non avevo mai pensato a cosa sarebbe successo dopo. Così, quando ho smesso di saltare di gioia, mi è sorta spontanea la domanda “e adesso?”

E quando hai ricevuto l’editing, ovvero il testo commentato con tutti cambiamenti e le correzioni da apportare?
Alla prima lettura, mi sono sentito punto sul vivo, poiché le correzioni erano molte e non ero d’accordo su tutte. Ma col tempo, rileggendole e riflettendoci sopra, mi sono reso conto che esse nascondevano moltissime importanti lezioni che uno scrittore non dovrebbe mai ignorare per migliorare continuamente e rendere i propri scritti sempre più professionali.

Ti va di rivelare il nome dell’editor?
A dire il vero, ne ho avute più di una, tutte molto competenti. Una si chiama Aurora Stella, ed è stata anche la mia illustratrice. Dalle conversazioni che ho avuto con lei nei primi giorni dell’editing, mi ha fatto capire che si era innamorata del mio scritto, e ha abbondantemente dimostrato questo amore nel corso della nostra collaborazione. L’altra si chiama invece Barbara Amarotti, ed è lei che mi ha dato la maggior parte dei consigli in dettaglio per migliorare la trama e rimuovere gli “info-dump”. Vi posso solo dire che la nostra collaborazione è ancora in corso giacché, oltre ad essere una eccellente editor, è anche un’ottima promotrice social.

Com’è stato lavorare con Maratta Edizioni?
È stata un’avventura a dir poco emozionante, entusiasmante e gratificante. Monica, sebbene abbia da poco fondato la casa editrice, è molto esperta nel campo letterario (credo sia anche a causa delle sue precedenti esperienze come scrittrice) e sa esattamente come si sente uno scrittore. Lo ha dimostrato ampiamente sin dal primo giorno della nostra collaborazione: mi ha fatto sentire parte di una grande famiglia, era sempre lì quando avevo bisogno di lei e ha sempre avuto un grande rispetto per me, così come per tutti gli scrittori sotto suo contratto. Ho stretto grandi amicizie con altri scrittori come Tiziana Riccio (di cui consiglio caldamente il libro Il Fantasma e la Campana, un’avventura per grandi e piccini), Anthony Ragman (vero tasmaniano che non ha paura di esporsi in prima linea, autore del romanzo Il Viaggio Inesistente) e Marco Bacocchi (che come le “vespe” del suo romanzo Il Nido delle Vespe, sa pungere e stimolare la curiosità di ogni lettore), traendone immensi vantaggi tramite confronti diretti e discussioni che mi hanno permesso di evolvere il mio stile letterario e il mio stile di scrittura. Ma soprattutto, ho imparato che il cammino verso il successo è come una montagna: qualsiasi cima può essere raggiunta, se continui senza arrenderti.

Hai nominato Aurora Stella, che idea ti sei fatto di lei? Puoi non rispondere eh!
Non rispondere? Lo faccio più che volentieri! Aurora è un editor altamente professionale e volenterosa, che si impegna sempre al massimo per supportare lo scrittore emergente ed aiutarlo a “ripulire” il suo libro da errori, dilungamenti e info-dump. Le devo molto.

Hai avuto occasione di migliorare la tua scrittura?
Ne ho avute moltissime. Come ho già detto precedentemente, non sono mancati momenti discussione e critica costruttiva con gli altri scrittori della Maratta Edizioni, così come suggerimenti e consigli da parte degli editor. A dirla tutta, essere uno scrittore di Monica è una continua occasione per migliorare ed essere sempre più professionale. La vera domanda è: sarai in grado di coglierla?

E allora vediamo un po’ cosa è cambiato… innanzitutto il titolo: quello iniziale era “I racconti dell’Orda” e invece ora abbiamo il nome del mondo su cui è ambientato. Ti va di raccontarmi come è nato? Il nome, intendo, sai: l’onomaturgia, ovvero l’arte di forgiare nomi, è una delle mie fissazioni. Già che ci sei, mi racconti come sei arrivato a darei i nomi ai tuoi personaggi e ai luoghi del libro?
Il primo titolo, “I racconti dell’Orda” era un titolo provvisorio che avevo messo solo perché sono sempre stato un grande fan della saga di Warcraft (almeno, fino a che la Blizzard non ne è uscita con Reforged Refunded) e difatti nel bozzetto originario dell’opera questa era una fanfiction ambientata nell’universo blizzardiano. Poi l’idea si è evoluta, la trama si è emancipata da legami con Warcraft diventando una storia a sé stante, ho però, mantenuto il titolo iniziale in attesa di trovarne uno più adatto.

Il titolo successivo, legato al continente di Enthalassia (che gli orchi vogliono raggiungere) è nato dopo un trip di film a tema fantasy che ho studiato alla ricerca di cliché e stereotipi da demolire. Dopo aver visto l’intera saga del Signore degli Anelli, stavo scrivendo alcuni appunti quando mi accorsi che il nome degli Ent (I pastori degli Alberi di Tolkien), associato al nome della dea romana Talassa (che corrisponde al mare) creava il neologismo Entalassa. Mi piacque e decisi di utilizzarlo.
I nomi dei personaggi e dei luoghi del libro sono nati inizialmente come storpiature/parodie di nomi di personaggi tipici di opere che avevo letto o a cui avevo assistito e che poi ho successivamente modificato pur mantenendomi su un tono parodistico destinato a causare ilarità o simpatia nel lettore. Alcuni nomi però, li ho attinti da veri luoghi esistenti sulla Terra o nomi della storiografia (ma non vi dirò quali, eh eh eh…)

Ora però mi fai diventare curioso sulle tue letture. Puoi raccontare qualcosa, un libro che ha ispirato uno o più personaggi… senza dire quali, che così diventa divertente cercare tra le pagine.
Un libro che ha ispirato uno o più personaggi del mio? Potrei citarne molti: per esempio, vi è uno stregone che è una specie di incrocio tra Saruman, del Signore degli Anelli di Tolkien, e Durza, di Eragon; oppure, per il principe belloccio che vede il mondo in bianco e nero, ho preso ispirazione da numerosi personaggi di racconti classici (tra cui Orlando Furioso e Lancillotto). La maggior parte dei personaggi sono storpiature di personaggi del Signore degli Anelli o dell’Universo Tolkieniano, mentre molti altri si sono aggiunti successivamente come parodie di altre opere. Naturalmente, anche alcune opere italiane hanno contribuito…

Invece la trama non ha subito rimaneggiamenti. Che idea ti sei fatto (poi ti dirò la mia) sui motivi?
L’idea che mi sono fatto è che, agli occhi di chi ha letto il mio romanzo, la trama, seppur “appesantita” da numerosi info-dump e interminabili giri di parole, fosse buona e che quindi non necessitasse modifiche sostanziali… e questo è un bene, a mio parere, giacché la trama per un libro è come le fondamenta per un palazzo: cambiarla durante la costruzione può essere problematico, o addirittura impossibile…

L’ambientazione è strettamente connessa alla trama e, (e questa è l’idea che mi sono fatto leggendo il libro), si basa sulla “caricaturizzazione” dei luoghi comuni e degli stereotipi che sono stati appiccicati al genere fantasy fin da quando Conan di Cimmeria ha preso in mano una spada. L’Oscuro Signore, gli orchi alleati con goblin e troll che attaccano in massa, il manipolo di eroi che puntualmente li sconfigge prima che possano distruggere i soliti elfi e con loro tutte genti delle terre considerate civilizzate in un susseguirsi di eventi sempre uguali legati a tradizioni millenarie. Ci ho preso?
Risposta: Hai colto perfettamente il segno. Vedi, uno dei principali “cattivi” che prendo di mira nel corso del mio romanzo è quella che presso gli altri scrittori è conosciuta come Stasi medievale, e che vede passare anni, secoli o addirittura millenni senza che una società cambi minimamente. Non importa quanti anni passino, la cultura, la società, le nazioni, i governi, le tecnologie, le lingue, tutto rimane esattamente uguale senza cambiare di una virgola, anche la moda. Per fare un paragone, sarebbe come se oggi esistesse ancora l’Impero di Carlo Magno, preciso identico a come era allora, senza che nulla sia stato inventato, costruito o modificato da quando il re dei franchi è morto.
La cosa non solo è ridicola, ma è anche irrealistica: in Europa il periodo medievale classico, con cavalieri e castelli, non è durato nemmeno cinquecento anni, e in questo periodo di tempo nulla è rimasto uguale. Invece, nei romanzi fantasy classici, gli scrittori non sembrano rendersi conto che, quando dicono “il cattivo rimase imprigionato per mille anni” ciò implica che quando egli finalmente uscirà, non si troverà davanti un mondo identico a quello che ha lasciato. Quasi certamente, dovrà vedersela con carri armati e droni, o testate atomiche addirittura. Nel mio romanzo, questo è uno dei temi che ho voluto particolarmente trattare, giacché il progresso non si ferma, a meno che qualcosa non lo stia fermando di proposito.

Uno degli aspetti che mi ha colpito è stato che gli stereotipi che hai, uh, preso di mira ci sono proprio tutti. Quanto è stato complesso gettare le fondamenta di un mondo tanto ricco e variegato? Perché non hai solo colpito sotto la cintura ogni stereotipo esistente, ma sei riuscito a farne ironia.
Non ti nascondo che è stato un lavoro molto lungo e meticoloso. Dapprima ho dovuto fare ricerche adeguate, ho raccolto immagini ed illustrazioni che potessero aiutarmi nella descrizione, poi ho iniziato a delineare la trama e i personaggi. Non ho voluto lasciare nulla al caso. E naturalmente, non ho esitato a illustrare tutti gli stereotipi che conoscevo allo scopo di ridicolizzarli.

Sempre accade che nei mondi fantastici finiscano elementi del mondo che circonda l’autore. Da Howard a Bradley a Tolkien, fino ai nostri Evangelisti, Troisi e Valzania ogni autore parla di ciò che conosce e se si tratta di storie fantastiche… trasforma e ripropone in modi straordinari la propria esperienza. Tu cosa hai preso e tramutato?
Ho traslato soprattutto il mio punto di vista esterno-realista sugli elementi tipici dei fantasy. Ho letto storie fantasy sin da bambino, potrei dire che ne ero intriso, ma allo stesso tempo non potevo disgiungere questi racconti da una lettura critica che corrisponde al mio essere razionale. Ti faccio un esempio: tu non ti sei mai chiesto come fanno certe cose a funzionare nei fantasy? Ad esempio, come fa un drago a volare, se la sua membrana alare non sarebbe in grado di reggerlo realisticamente?

Comprendo che un autore deve avere una spiegazione pronta, specie in caso di domande. Anche io ho lavorato così e, nei primi due romanzi ho ceduto alle lusinghe dell’infodump. Nel terzo sono riuscito un po’ a frenarmi… tanto la scure implacabile dell’editor è arrivata comunque. Alcuni dettagli vengono lasciati all’immaginazione del lettore come il volo del drago in “Dragon Trainer” o l’economia del mondo di Harry Potter per fare un paio di esempi. Tu cosa hai scelto/dovuto, pur avendo una spiegazione perfetta, di lasciar immaginare al lettore e cosa no?
Se devo essere sincero, nella prima stesura del mio libro avevo inserito molte più cose di quelle che sono più tardi apparse nella versione finale dell’opera. Avevo addirittura creato delle lingue e alfabeti, giacché era irrealistico che i popoli di uno stesso continente parlassero solo una lingua. Mi piace prevenire se possibile le domande che sorgeranno spontanee nel lettore, quando questi immaginerà l’economia, la società, i costumi e lo sviluppo tecnologico, ma soprattutto, mi piace dimostrare, per mezzo del mio lavoro, che mi sono impegnato al massimo nel costruire un mondo interessante ma realistico. Insomma, quando scrivo sono un perfezionista!

C’è una scena, nel libro, in cui te la prendi col castello delle favole. Cioè non è il castello delle favole, ma il “tipico” stereotipo del castello fantastico… e che a me ricorda tanto il logo della Disney, o almeno l’ho visualizzato così. Quanta documentazione hai raccolto per realizzare la scena?
Un bel po’. In particolare, mi sono immaginato che cosa sarebbe successo applicando a un assedio fantasy (tipo quelli del Fosso di Helm, o di Minas Tirith) le strategie e le tattiche del nostro mondo. Nel mondo fantasy i cattivi, sempre numerosi ma notoriamente privi di ingegno, partono alla conquista del castello in forze, senza applicare alcuna strategia per indebolirlo come utilizzare catapulte o trabucchi. Questo accade perché si è legati a stereotipi ormai consolidati. Anche gli stessi castelli sono certamente belli cinematograficamente ma nel fantasy, sono spesso privi di effettive capacità difensive, era quindi arrivato il momento di cambiare le regole.

Sì, le scene “di massa” fanno sempre un certo effetto soprattutto al cinema o in quei romanzi dove il taglio cinematografico si fa sentire come nelle opere di Brooks (specie quelle legate al ciclo di Shannara) o dei nostri Valzania e Troisi… giusto per fare qualche esempio. Anche se la battaglia del Fosso di Helm ricalca proprio la regola che hai citato: l’ambientazione è fantasy, ma la fortezza non ha nulla da invidiare a San Leo o Hochosterwitz. Del resto Tolkien ha combattuto
durante la prima guerra mondiale e ha dovuto subire la seconda, un po’ di esperienza sul campo se l’era fatta. Dove hai attinto tattiche e strategie militari per trasformare i tuoi orchi in soldati “moderni”?
Ho attinto buona parte delle strategie utilizzate da saggi o racconti storici di vere guerre di epoca romana e medievale. Per esempio, le torri d’assedio non sono un’invenzione mia, ma erano già state usate ampiamente dai Romani e da numerosi regni dell’Europa Medievale per conquistare le fortezze nemiche. Una battaglia che ho usato come fonte di ispirazione è stata quella per la conquista di Gerusalemme durante la Prima Crociata. È stata un’inestimabile fonte di ispirazione e fornisce anche un chiaro esempio della differenza tra attaccare una fortezza senza e con armi d’assedio. Altre tattiche le ho poi ideate io basandomi su quelle già esistenti e utilizzate nel “nostro” medioevo.

Cosa dobbiamo aspettarci per il futuro? Rivedremo ancora gli orchi a lottare contro gli stereotipi?
Certo che sì. Al momento sto già sviluppando il seguito del libro che ho appena pubblicato, il quale è solo il primo di una serie nella quale spero di mettere numerose sorprese per i lettori.

E allorati dico che non vedo l’ora di leggere il tuo nuovo lavoro, comunque vada sarà un successo!

4 pensieri su “I Racconti di Enthalassia – La grande migrazione

  1. Sono l’editor che ha curato la parte finale dell’editing di Andrea. Per prima cosa vorrei ringraziarlo per le belle parole e vi assicuro che lavorare con una persona precisa e preparata come lui è il desiderio segreto di ogni redattore editoriale. I racconti di Enthalassia è un romanzo diverso dai soliti dello stesso genere, descrive un mondo prettamente fantasy eppure incredibilmente moderno, ogni personaggio è caratterizzato al punto da riconoscerlo dalle prime parole di un dialogo e la trama tiene il lettore incollato al libro divertendo e facendo pensare allo stesso tempo. Insomma io lo avrei letto volentieri anche in veste di semplice fruitrice.

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  2. Andrea Venturo, come sempre le tue interviste e recensioni sono perfette.
    Andrea Villa, io sono innamorata del tuo libro.
    Ti confesso che ogni tanto lo rileggo e sghignazzo.
    Detto in romanaccio “Shrek te spiccia casa”

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