Worldbuilding 4 – Onomaturgia

worldbuildingAvete fatto i compiti? Avete scoperto millemila fenomeni di deriva linguistica?
B che diventano V, consonanti che cadono come moscerini col DDT, apostrofi che compaiono, K che diventano CH, vocali che fondono… la deriva linguistica dal Latino al Volgare e poi all’Italiano fino ai tempi moderni è lentissima e pure costante.
Se avete domande o avete scoperto qualche fenomeno linguistico particolare raccontatemelo che serve sempre.
Avevo promesso che ci saremmo divertiti…
La storia del sale è fantastica: i greci lo chiamavano ἅλες e ai romani si impappinava la lingua ogni volta che c’era da pronunciare lo spirito (la vocale aspirata a inizio parola). Così cominciarono a spostare una consonante, quella finale, davanti. E Als-Ales divenne Sale, anzi Sal. Poi lo declinarono come sapevano fare bene e da Sal ottennero tutti gli altri casi: Salis, Sali, Salem, Sal!, Sale.
Magia? Deriva linguistica. Per noi è diventato Sale tra l’ottavo e il nono secolo d.C.

Torniamo all’esempio della scorsa settimana.

La Forgia dei nomi.
Brooks nel creare la propria ambientazione sfrutta i significati portati dai nomi per evocare le immagini fantastiche.
Nel caso di Ferretti invece il protagonista Durindan, dopo aver scoperto di essere il classico orfanello contadino che sotto sotto è un Re, attraverserà lande vuote senza neanche uno straccio di villaggio/trecase e quattro gatti/cimitero, niente di niente, per andare da una grande città ad un’altra. No, sul serio: la parte più ricca di descrizioni geografiche è il primo capitolo del libro, poi queste spariscono e lasciano il posto ad una serie di azioni di spostamento che, di combattimento in combattimento (non c’è neanche un villaggio, ma è sempre pieno di nemici… mah) porteranno il nostro eroe a scontrarsi contro Zhartang.

Cosa è emerso dunque: un nome, per avere successo, non deve solo avere un suono esotico e/o veicolare un concetto preciso all’interno della narrazione.
Alla fine della fiera Durindain è molto musicale, una specie di scampanellio anche facile da ricordare. Deve essere anche collegato agli altri elementi in modo puntuale. Studiamo bene l’esempio di Brooks che, con la scrittura, se la cava decisamente meglio.

Arborlon -> Giardini della Vita -> Eterea (albero dalla vita lunghissima) e se vogliamo: è la capitale di quei grandissimi orecchiopuntuti infestatori d’alberi, gli elfi appunto. Tutto torna.

Guardia Nera (rigida e impassibile) -> Pini (proprio alla fine del paragrafo, che riempiono i giardini della vita, rigidi e impassibili pure loro e scommetto che erano pini neri).

Ad ogni elemento “alieno” brooks associa immagini reali o molto semplici da immaginare. Non è certo l’unico elemento del successo di Brooks, ma per quel che riguarda l’ambientazione è il meccanismo letterario che più sfrutta per far visualizzare le sue meraviglie. E ne ha messe, di cose, il nostro autore: porte invisibili, fontane di sangue, incubi alati e aquile giganti… ah, non scordiamoci magie di ogni genere (un must del fantasy, a mio avviso). Ogni elemento “fantastico” ha sempre una corona di elementi reali, concreti, a contorno. Sulla magia nel fantasy (ma pure no) ci sarà un’altra puntata.

Pare una sciocchezza, ma si tratta di un meccanismo semplice e potente, capace di far proiettare al lettore immagini precise ancorché aliene alla sua esperienza, così da portarlo a pensare “Non è vero, ma ci credo… fino a prova contraria”.

Non è una tecnica limitata al fantasy: unire elementi concreti per dar vita ad un luogo immaginario è una tecnica sfruttata da molti autori al di fuori del Fantasy.

Camilleri e la sua Vigata, ad esempio, rappresentano un connubio perfetto tra la realtà e la fantasia.
Vigata non esiste. C’è un po’ di Noto, un po’ di Modica, un po’ di Licata, e poi Porto Empedocle e Ragusa, tra gli ingredienti. Il nome evoca una città meridionale (insomma non somiglia a qualcosa che finisce per -ate o -asso o l’avrebbe chiamata vigliate, vigasso o vigliategrasso), e a fare da contorno ci sono espressioni dialettali localizzate con precisione (dialetto ragusano) e cognomi e soprannomi che si rifanno sempre alla tradizione sicula. Del resto Camilleri è di quelle parti e conosce bene ciò di cui parla.

“Se puoi scrivi su ciò che sai, ma se devi scrivere su qualcosa che non sai, informati e fai ricerche.” dice Stephen King (altro grande creatore di luoghi immaginari).
Un altro straordinario creatore di città immaginarie è stato HP Lovecraft, uno dei maestri indiscussi dell’orrore. Non a caso si parla di “Lovecraft Country”, il paese di Lovecraft (inteso come nazione) con varie città tra cui Kingsport (Il terribile vecchio, 1921), Dunwich (l’orrore di Dunwich, 1928), Arkham (La cosa sulla soglia, 1933) e Innsmouth (shadow over Innsmouth, 1936). Suonano evocativi grazie alla penna di Lovecraft, ma hanno una struttura molto semplice: un suffisso che descrive la posizione geografica (-mouth = foce e -port = porto, si tratta di città di mare) uno che si autodescrive Dunwich: -wich è usato per indicare i centri abitati grandi e piccoli (Picwich, Renwich, Smallwich… ecc… ) e l’altro è una fattoria. Il suffisso -ham è la contrazione di homestead, W la deriva linguistica!
Non so quanti di voi hanno letto i racconti di Lovecraft, ma tutti questi nomi non vorrei mai trovarli sul cartello che dice “Benvenuti a…” quando viaggio.

Un altro straordinario creatore di luoghi è Stephen King, ma lavorando con l’inglese oltre a nomi di città “in scatola di montaggio” (c’è un interessante articolo sui suffissi delle città inglesi: https://en.wikipedia.org/…/List_of_generic_forms_in_place_n… ) con relativo etimo (migliorabile) e tante meravigliose idee su come sfruttarli.

Tra l’altro non è che in italia non abbiamo fenomeni simili, solo che sono molto più difficili da trovare: tutte le nostre città hanno vissuto parecchio a lungo ed è difficile che il nome non sia stato “derivato” in qualche modo. C’è un suffisso che è abbastanza frequente e conosciuto da essere facilmente riconoscibile. “Poli”: deriva dal greco πόλις e vuol dire città. Napoli, Gallipoli, Ladispoli, Carlopoli… e tanti eccetera più o meno famosi sono tutte città italiane più o meno antiche.

A scavare un po’ nel web la parola chiave è “toponimo” (topos = luogo e nomen = nome) e si può scoprire l’etimologia di un bel po’ di città. Da qui a ricavare una regola per la creazione di nomi di città “italianeggianti” ce ne vuole, ma meno di quanto crediate.
Ecco un utile aiuto: https://it.wikipedia.org/…/Etimologia_dei_toponimi_italiani…

Altro trucchetto è quello di trapiantare una città straniera in casa propria. Se siete anglofoni come Stephen King si ha il compito facilitato. Mai sentito parlare di Derry nel Maine? Sorge non lontano da Bangor… no? E ci credo: non esiste. King ha preso il nome di un’altra città (Derry esiste in Irlanda del Nord, New Hampshire e Pennsylvania) e l’ha piazzata da qualche parte lungo il Kenduskeagh. Un sistema meno elegante di quello usato da Camilleri, ma assolutamente efficace. Anche in italia abbiamo città con lo stesso nome come le città di Albano e San Gallicano, per esempio, che hanno controparti in provincia di Roma e che sul registro dell’ANCI sono Albano Laziale e San Gallicano nel Lazio.
Quindi chiamare il nostro paesino Linate sul Mincio, per dire, o Santa Croce in Fassa (per non confonderla con Santa Croce in Val d’Arno) o altri posti simili, suona molto bene. Attenzione quando si gioca con l’Italia perché ci si va a scontrare con le tradizioni locali e si rischia di ottenere un effetto cacofonico che invece di mimetizzare la città finta facendola credere vera, accende un riflettore sulla sua natura artificiale.
Vi servono nomi di città creati sulla carta e poi costruite per davvero?
Eccole: https://it.wikipedia.org/…/Città_di_fondazione_nel_periodo_… tra le tante cose realizzate durante il ventennio fascista ci sono borghi, villaggi e città per tutti i gusti. Alcuni nomi sono opinabili, ma nella maggior parte dei casi hanno retto alla prova del tempo.

Così dopo Camilleri, Lovecraft, King e il ventennio fascista si torna Tolkien, che ha creato tutto questo e molto altro e lo ha messo insieme, facendo sembrare il già buono lavoro di Brooks (e le eccellenti prove di King e Camilleri) l’opera di un bambino delle medie davanti al lavoro di un docente universitario. Certo, Lovecraft ha creato pure un Pantheon divino di tutto rispetto e gettato le premesse per un’opera che, se fosse vissuto un po’ più a lungo, avrebbe pure superato il lavoro di Tolkien (e come il professore era un perfezionista anche più pignolo). Purtroppo non è sopravvissuto per riuscirci. Anche così: Chapeau, nella puntata relativa al soprannaturale ci sarà il Solitario di Providence a spiegarci un po’ di cose.

Nella prossima puntata continuerò a parlare dell’opera del Professore, che ha fatto del Worldbuilding un’arte portandola a livelli (per me) inarrivabili. Partendo da un elemento base dell’onomaturgia: la lingua.

Nel mentre si potrebbe fare qualche ricerchina su Vigata (dove un tour operator offre gite turistiche) e su Derry nel Maine. Quest’ultima, descritta nel libro-cult “It”, di certo uno dei più controversi libri di King: o si ama, o si odia è una città straordinaria.

It sembra iniziare nel 1957, durante una piovosa giornata con un bimbo che insegue una barchetta di carta.
E invece è ambientato nel 1985, 28 anni più tardi, il confine temporale è situato nel 1957 e ci sono due descrizioni distinte della città: quella del 1957-58 e quella del 1985. Inoltre il limite temporale è fissato ad alcune decine di migliaia di anni nel passato, quando la regione era disabitata.
L’enorme lavoro di King per documentarsi sui fatti trascorsi trascende i limiti umani, ma stiamo parlando del Re. Si può dire che l’amore di King per la storia, anche quella inventata, è pari a quello del Professor Tolkien per le lingue. E chi ha letto It sa che la lingua gioca un ruolo fondamentale anche in questo libro (anche se stavolta si tratta di lingua in senso proprio… brr).

Nel corso dei secoli la cittadina fittizia è sottoposta a crescite notevoli e poi a crolli improvvisi che ne rallentano lo sviluppo per qualche anno. Un incendio disastroso, l’esplosione di una fabbrica, una serie di morti improvvise… ecc… come se un’entità malvagia si divertisse a veder ingrassare la sua preda e poi ne mangiasse un pezzo.
Qui sembra che non ci sia una grande ricerca dei nomi, falso naturalmente. C’è stata, ma trattandosi di una storia ambientata nel nostro mondo ricalca le vicende di Vigata: la città non esiste, ma tutti i luoghi in essa “esistenti”, dal ponte alla biblioteca al municipio, sono tratti da elementi reali. Ricordate la tecnica di Brooks? L’elemento è “fantastico”, cioè prodotto dalla fantasia, ma i suoi mattoni sono ben consistenti e reali. Per cui King non solo prende una città reale (Derry esiste in molti altri posti), ma prende nomi e cognomi “veri” o “Verosimili”, crea giornali cittadini, autori di tutti i generi (saggisti e storici, soprattutto), artisti e quant’altro e li fa vivere o passare da Derry a lasciare il loro segno.
Di Derry sono state create molte versioni, da quella degli “albori” quando era solo un borgo di taglialegna a quella del 1957 dove sono ambientati la maggior parte dei flashback a quella del 1985 dove la vicenda si conclude. E della città “finale” ci sono comunque due versioni prima dell’arrivo dei “Perdenti” (i protagonisti) e dopo la conclusione dello scontro.
Ogni versione di Derry è credibile, segno evidente che King ha lavorato sodo per avere ben chiaro dove fossero strade, edifici e luoghi e come sono cambiati nel tempo. Non esagero nel dire che Derry si estende attraverso quattro dimensioni e leggendo IT si riesce a vederla nascere, crescere e invecchiare molto bene, come se l’autore avesse avuto la possibilità di osservarla svilupparsi sopra e sotto l’asfalto grazie all’aiuto di una ripresa a passo uno. È pur vero che si tratta di un luogo immaginario caro all’autore, Derry è per King quello che Arkham è stata per Lovecraft (ma forse dovrei dire Providence, solo che questa esiste e solo chi conosce bene Lovecraft sa di cosa sto parlando) e Vigata per Camilleri.
Il fatto che ne conosca tanto bene ogni dettaglio, dai comignoli delle villette in periferia ai tunnel fognari dimenticati a più di 40 metri di profondità non deve sorprendere.
Di Derry si può scoprire tutto: dal perché Neibolt Street si chiama così, al perché l’area dei Barrens non è mai stata edificata, basta avere pazienza e leggere. Dunque non solo la città è coerente nella struttura e nel suo sviluppo urbanistico, ma i nomi dei luoghi che la caratterizzano hanno una etimologia coerente con l’ambientazione.

La lezione di King è importante perché conferma, anche a chi è meno addentro alla questione, che la coerenza tra i nomi è fondamentale per dar vita ad una ambientazione plausibile specie se, come pure in questo caso, c’è di mezzo il sovrannaturale. Se la città di Derry fosse stata popolata da francesi o da cinesi, sarebbe stata credibile? Se King non avesse studiato in modo certosino il passato e creato una cronistoria puntuale, il lettore sarebbe comunque riuscito a districarsi tra gli innumerevoli flashback? Probabilmente no.
I protagonisti, tutti tranne It e la Tartaruga, hanno nome e cognome “Americano”. Personaggi di altre etnie appaiono a margine e sono irrilevanti ai fini della trama. Per usare un termine a me caro: si muovono appena oltre il Confine e la loro azione si riflette sulla trama in modo plausibile.

Come esercizio potrebbe essere utile individuare, nella vostra sterminata biblioteca, quei testi che parlano di luoghi immaginari-ma-reali, come Derry o Vigata, in modi plausibili. Andare a rispolverare un libro per capire in che modo l’autore ha affrontato gli elementi di fantasia, magari alla luce di quanto vi ho raccontato, può tornare comodo per capire come realizzare le vostre ambientazioni.
Non è una cosa che si fa in una settimana, specie se si legge molto. Però si ottengono bei risultati.

La prossima settimana concludo la parte legata all’onomaturgia e proverò a trarre delle conclusioni.

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3 pensieri su “Worldbuilding 4 – Onomaturgia

  1. Due cose: primo, Durindain mi ricorda moltissimo Durlindana (che poi era, mi sembra, la speda del paladino Orlando e poi, deriva linguistica, è diventato un modo di dire scherzoso/quasi dispregiativo) e secondo, più che da Derry io sono affascinata da Salem’s Lot

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    • Ti sembra bene, come nome non era “Accio”, la scelta dei nomi non sarebbe stata male è che ha mischiato le carte: Elfitex la terra degli elfi e poi Nortex la città degli umani. Stessa genesi del nome, razze (e culture) differenti: non va. Ma la cosa che mi ha stranito è stata che il cavallo di Rolando si chiamava Vegliantino ed era eroico almeno quanto il suo cavaliere.
      Qui mi sono scontrato con Bill.
      Gn’a a potevo fa’ (trad: Non ce la potevo fare)

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