Duchessa

IMG_20160425_195139.jpgLa Duchessa si cambia spesso d’abito.
Fresca e accogliente in primavera, calda e invitante d’estate, affascinante e malinconica d’autunno e rigorosamente in bianco d’inverno.
Tutte le volte che torno da queste parti so già quello che mi aspetta e ora che ci sono i bambini… è anche più divertente!
La sveglia non è mai delicata: quando la macchina, caricata la sera prima, lascia la città è ancora buio nonostante la bella stagione sia inoltrata.
A fine Aprile il sole sorge prima delle sei e mezzo e infatti mentre l’auto imbocca la Roma-L’aquila e sento russare dal sedile posteriore, vedo i primi raggi far capolino dai monti e gli occhi di mia moglie brillare mentre riflettono le montagne.
Normalmente, se a una persona piace qualcosa o qualcuno, nei fumetti gli disegnano gli occhi a forma di cuore. Per mia moglie dovrebbero farglieli a “montagne”. Non che a me dispiaccia andare in montagna eh? Anche io ho i miei monti preferiti, ma è un’altra zona, molto diversa.
Quando passiamo lo svincolo direzionale Torano è passata un’ora e mezza e i bimbi cominciano a svegliarsi.
Una volta, quando i bimbi erano poco meno di una vaga idea, ci si fermava al bar della Duchessa insieme ad altri escursionisti. Adesso… be’, si fa prima così. La macchina mi porta dritta all’uscita “Valle del Salto” e da lì è un attimo infilarsi per la stradina, ora asfaltata, per Cartore.
Nel febbraio 2012, ancora senza figli, ricordo che fummo costretti a lasciare la macchina al bar e a procedere in sci fino al paesello… che impresa anche quella! Stavolta invece è diverso. I bambini stanno imparando a sciare, ma per insegnargli ad amare lo sport è meglio iniziare con qualcosa di semplice e meno massacrante che percorrere più di dieci chilometri in sci senza nessuna possibilità di salire “a bordo” di papà. Dopodutto Laura ha quattro anni e manuel due. E poi adesso la neve è andata via.
Cartore è un gioiellino restaurato grazie ai finanziamenti della Comunità Europea: qualche casetta in pietra e legno e, dal 2014, un agriturismo sostenibile che è la fine del mondo. Caldo, accogliente… e con ristorante dove fermarsi, in caso di “necessità”.
Noi abbiamo una decorosa scorta di panini, ma i due squali di terra che si sono appena svegliati sul sedile posteriore hanno una diversa idea del “cibo adeguato per un essere umano”.  Da quando sono nati non son più andato oltre i 60kg e non è un caso, nonostante io mangi come un orco.
Parcheggio vicino la caserma della forestale e inizio a scaricare gli zaini, uno per ognuno. Sospiro. Poi tutti sul sentiero: salire al lago della Duchessa è l’impresa che “mi” attende, ma non è impossibile.
La salita pare ripida, in realtà è solo l’inizio. In realtà non è neanche una salita. È una stradina che arriva all’attacco del sentiero e qui, veramente, si sale. È una cosa da prendere di petto, in senso proprio, magari non è impegnativa come la salita al Circeo o quella al Terminillo. Tuttavia si fa sentire e non è che l’inizio.

I bambini segnalano che sono stanchi. Silvia comincia a raccontare loro una storia dove dei pirati (pirati di terra, micidiali quanto gli squali di poco prima) hanno nascosto dei tesori lungo il sentiero e mamma e papà hanno la mappa.
Per la serie: cosa ti tocca fare per salvare la schiena va ora in onda “la caccia al tesoro”. Per cui un piccolo patrimonio in cioccolatini, lecca-lecca, sorpresine varie viene accuratamente disseminato da uno dei genitori mentre l’altro distrae gli squa… la prole e spiega cosa sono funghi, licheni, sassi, alberi e che differenza passa tra un faggio e una quercia. Non ci sono querce sulla Duchessa, ma questo non mi impedisce di far notare la differenza con i lecci presenti vicino casa.
Mentre i seicento metri di dislivello cominciano a scivolare sotto i piedi uno dopo l’altro, gli zaini dei pupi si riempiono di… tesori. Solo che non ci sono solo quelli forniti da mamma e papà, no, ci sono anche certi sassolini davvero belli, rametti, mandorle di faggio… muschio no, quello serve lasciarlo dov’è. Bravi bambini, ma lo stesso: sospiro. A metà della salita Manuel è cotto: nonostante sia gasatissimo è evidente che le sue gambe non reggono più la fatica. Ci fermiamo e lo faccio entrare nello zaino porta-bimbi che ho sulle spalle, si prosegue. Cento metri più tardi anche Laura è lessa come una verza.
Cambio zaino: Manuel, semiaddormentato, va in fascia sulla schiena di mamma. Laura entra nello zaino.
Indovinate dove sono finiti i due zainetti pieni di… tesori e lo zaino di mia moglie?
3 2 1 indovinato!
Termino di legare gli zaini dei pupi al mio, metto davanti lo zaino di Silvia e infine carico lo zaino con Laura dentro sulla schiena. Hop. Si riparte. Lentamente eh? Ho percorso questo sentiero a quarantacinque anni. Mica a venti. A vent’anni mi avessero detto “salirai su una montagna con quaranta chili sulle spalle” avrei riso dicendo che al sollevamento zaini preferivo il “sollevamento forchetta”, disciplina non riconosciuta alle Olimpiadi, ma che mi ha fatto vincere numerosi riconoscimenti in passato. Ora vado per quarantasette e con la terza figlia appena arrivata devo per forza star fermo, ma appena la piccola starà bene ci sarà pane e montagna anche per lei. È questione di aver pazienza.

Verso l’una siamo al rifugio delle Caparnie.
Chi è stato sulle Alpi sa che alla parola “rifugio” è associato un luogo accogliente, con cibo e bevande calde, sdraio per prendere il sole e talvolta persino la spa.
In appennino invece è: quattro mura, un tetto, una porta richiudibile e da tenere chiusa pena l’ingresso del bestiame al pascolo e la trasformazione perenne del rifugio in una stalla.
Per le sdraio c’è il prato, basta stare attenti ai sassi. Per cibo e bevande calde ci sono thermos e accendino. Lo so che non è sportivo accendere il fuoco, nel focolare del rifugio, con un accendino… è che ho fretta e usare il firesteel o il metodo dei legnetti richiede più tempo di quello che ho a disposizione.
Anche se è primavera alle 18 è buio e faccio presente che abbiamo attaccato il sentiero alle 9 e se per salire abbiamo impiegato tutte le energie e quattro ore, per scendere non ci vorrà meno tempo. Abbiamo un’ora a disposizione per riposare, mangiare e ripartire lasciando come segno della nostra presenza “niente” e “grazie”. Purtroppo non c’è tempo per andare più in alto e guardo con nostalgia il Morrone e la cima Zis lì accanto. Solo sei anni fa ci sono salito insieme a Silvia e a una manica di pazzi che si faceva chiamare ZiS (e si fa ancora chiamare così) ovvero Zaini in Spalla, per fissare su di essa la targa con il nome della cima. Mi viene da ridere: all’epoca pensai di aver fatto una fatica immane a salire lassù con lo zaino e venti chili di cemento.
Laura, da sola, ne pesa quindici e lo zaino vuoto ne pesa tre.
Poi ci sono panini, tre litri d’acqua, cambi di vestiario, pronto soccorso… ecc… ecc… d’altro canto la vista da quassù è semplicemente superba.
Il menù prevede panini al prosciutto e lattughino, formaggio “allo spiedo”, frutta e tisana mango fragola e miele calda. Si ripulisce tutto e in pochi minuti siamo di nuovo sul sentiero, in discesa stavolta.
Purtroppo il tesoro dei pirati è finito e neanche a un terzo della discesa i pargoli decidono che è ora di salire a bordo. Sob. Forse i più crederanno che il ritorno, essendo in discesa, sia meno faticoso della salita.
Quando la pendenza è elevata ci si stanca di più a scendere perché non è possibile dosare lo sforzo. Le suole in vibram degli scarponi mordono il fango e le rocce del sentiero, in parte attutiscono i contraccolpi e ci rendono meno dura la discesa, il resto neanche lo sentiamo: dopo qualche minuto un sonoro ronfare alle nostre spalle ci comunica che i passeggeri si stanno godendo il meritato riposo e così abbiamo un momentino per noi e ripeterci che anche solo nel 2012 mai avremmo immaginato di ripercorrere quel sentiero in quattro. Per non parlare della gioia di essere là in quel momento. La fatica c’è, ma è il prezzo da pagare senza il quale tutta l’impresa sarebbe, per dirla alla Manzoni, senza sugo. Parlare di sugo mi mette appetito e continuiamo la discesa che resta dura. Quando arriviamo a Cartore il sole è già dietro ai monti, anche se non è ancora tramontato. Svegliamo i passeggeri che non si fanno ripetere due volte l’invito e corrono verso l’ingresso del ristorante. Anche se abbiamo la cena in macchina una cioccolata calda e una fetta di torta sono graditissime e poi stanno arrivando altri ospiti dell’agriturismo, gente proveniente dai paesi vicini, alcuni di loro coi figli e già so che faranno comunella coi nostri per andare a far danno nei dintorni.
Ci fossimo trovati a Roma avrei dovuto precipitarmi fuori e sorvegliare con cent’occhi quel che succedeva. Invece da queste parti ci si può rilassare e confidare su quel che le orecchie riportano. Le grida dei bambini, che giocano e si divertono, giungono dentro il bar e ben si mescolano con le chiacchiere e il crepitio del caminetto. Finché gridano tutto bene, ma dovesse esserci silenzio o qualche voce di meno si deve correre fuori e dare un’occhiata per essere sicuri di quel che sta succedendo e infatti, ogni tanto, uno degli adulti a turno esce e dà una controllata, ma è solo per scrupolo: ci sono meno pericoli in montagna che in città e a differenza delle persone non esistono montagne assassine. Tutt’al più ci sono persone imprudenti.
Il sole che tramonta dà il segnale ai bambini che è ora di rientrare, fuori fa troppo freddo per giocare. Poco dopo saldiamo il conto e ci rimettiamo, con calma, in macchina: nessuno ha mai fretta di lasciare questo luogo. Il tempo si ferma e l’ultimo raggio di sole, prima di svanire dietro l’ultimo orizzonte, finisce immortalato dalla macchina fotografica. Silvia tira fuori i panini della cena e sazi e soddisfatti ce ne torniamo tutti in città, ma senza fretta: l’autostrada a quest’ora è piena di traffico e nessuno ha voglia di sostituire ai profili delle montagne, che si stagliano sul cielo al crepuscolo, la scia di luci di posizione rosso-fuoco delle auto incolonnate alla barriera di Roma-Est.

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