Non serve leggere Tolkien per scrivere fantasy…

 

tolkien_runa…magari!

Per scrivere del buon fantasy, non è certo la prima volta che lo dico, occorre molto lavoro. Personalmente credo si tratti del genere più difficile da rendere bene su carta. Se non si presta attenzione a ciò che si scrive si creano dei mostri (in senso letterario) capaci di allontanare i lettori come e peggio del peggior film di serie Z che possiate immaginare.
E allora perché tanta gente mi viene a dire “Scrivi Fantasy? Ma hai letto Tolkien?” come se la lettura di Hobbit e Signore degli Anelli (qualcuno si ricorda anche del Silmarillion e di Tom Bombadil) fosse un viatico indispensabile per poter scrivere romanzi di quel genere.

Tolkien ha scritto e pubblicato soltanto due romanzi: Lo Hobbit e Il signore degli anelli. Per chi non li ha letti: si tratta di libri la cui traduzione comincia ad avere una certa età e il linguaggio suona un po’ datato. Splendidi eh? Però capisco quei lettori con metà (o meno) dei miei anni che si avvicinano a quei volumi e storcono il naso perché abituati ad altro: cambiano i tempi e le nuove generazioni mostrano di gradire stili e prose differenti.
Eppure si continua a citare Tolkien.
Talvolta a sproposito. Perché?
Per ignoranza, suppongo, o per pigrizia.
Poco fa ho detto che Tolkien ha scritto due romanzi (ovviamente c’è anche altro: racconti, poesie e altro ancora), ma se apriamo Amazon ne troviamo un terzo: il Silmarillion. Bene: il Silmarillion non è un romanzo ed è postumo (e se Tolkien non l’ha pubblicato c’è un motivo) e non va letto se prima non si è proceduto alla lettura dello Hobbit e del SdA. E comunque ne sconsiglio la lettura a meno che non si abbia l’intenzione di sviscerare l’opera di Tolkien e capire perché ogni cosa ha un nome preciso e la storia ha una certa forma. Perché? Perché a leggere quei libri esattamente in questo ordine, oltre a leggere una bella storia si ha una percezione stranissima del Silmarillion.
Mentre nei primi due, bene o male, si riesce a seguire una storia: lo scontro col drago e il ritrovamento dell’Anello per lo Hobbit; lo scontro tra Sauron e le razze di Arda (Elfi, Nani, Uomini, Hobbit) per il SdA. Nel Silmarillion? Si racconta di come è nata Arda, chi erano gli dei, come sono nate le razze, chi è Gandalf, chi è Sauron, perché l’Anello è stato forgiato e come ha fatto Sauron a… be’, sì, metterla in quel posto a tutte le razze e ai loro re. Il Silmarillion racconta, con una prosa molto pesante intervallata da poesie molto più complesse della “filastrocca” con cui inizia il SdA, di come e perché i Nani si scontreranno con Smaug e perché sarà proprio un hobbit a portare l’anello là dove tutti gli altri falliranno e si lasceranno corrompere. Non solo: a leggere attentamente tra le righe del Silmarillion si scopre perché e percome i Nani di Arda ce l’hanno a morte con gli elfi (e viceversa)… insomma ogni evento, personaggio, stirpe, lo strano Tom Bombadil (era strano forte, per me), tutto ha una spiegazione corredata di aneddoti, miti, leggende e tanti affascinanti eccetera. Il punto è che, ormai penso sia chiaro, il S. non è un libro. Era lo “zibaldone” su cui il Professor Tolkien, ormai docente di Filologia Anglosassone presso l’università di Oxford, si dilettava ad annotare ogni cosa gli veniva in mente per colorare e popolare la Terra di Mezzo e tutto quello che c’era attorno. Insomma state leggendo una (piccola) parte degli appunti di lavoro del Professore.
Dunque per poter scrivere Fantasy occorre aver letto il SdA? No. Occorre aver letto l’opera di Tolkien completa, più i suoi appunti di lavoro relativi l’ambientazione (il Silmarillion) e ad aver qlo un po’ del suo epistolario (la maggior parte in lingua inglese) con cui scambiava opinioni con altri colleghi: gli Inklings, termine intraducibile che suona approssivativamente come “Inchiostrini”. Per quanto buffo sembri il nome, gli Inklings erano tutti docenti di Oxford e penne di prima grandezza, di essi solo Tolkien e Lewis (Narnia) sono noti in Italia, anche se uno dei membri del “club” era Christopher Tolkien (terzogenito) la cui presenza è fondamentale per la divulgazione dei suoi testi.
Sì perché a differenza del padre, Chris aveva una mentalità molto più… uh… imprenditoriale e di sicuro aveva ben compreso il valore dell’opera completa. Dopo la morte del padre pubblicherà il Silmarillion e sarà un successo “in sordina”, ma getterà una luce nuova sull’opera di Tolkien (padre) perché darà valore alla profondità dell’ambientazione, assolutamente inarrivabile se non da pochi, pochissimi, altri autori. Marion Zimmer Bradley (Darkover), Zelazny (Amber), Clark Ashton Smith (Zoitique, Averoigne), anche la verbosissima Ursula K. Leguin (da poco scomparsa) e la sua Earthsea… gente di questo calibro arriva quasi a uguagliare Tolkien, che tuttavia ha fatto molto altro.
Perché il Silmarillion è solo un “riassunto” degli appunti del Professore.
Mettetevi comodi.
Tolkien era un filologo quindi conosceva molto bene il modo in cui la lingua (e il suo cambiare nel corso dei secoli) influenzava i popoli e, attraverso i suoi cambiamenti, ne rifletteva la società e il suo evolversi. Non solo: conosceva molto bene i meccanismi che sono alla base dell’evoluzione di una lingua: sono gli stessi per tutte le lingue del pianeta Terra. E allora che ha fatto? Ha creato varie lingue per i popoli di Arda, basandosi sulla loro storia e su un “filone linguistico” preciso copiato pari pari dalla cara vecchia Terra e fatto evolvere fino ad ottenere il Quenya per gli Elfi che a sentire il “Maestro” è nato così:
« Actually it might be said [Quenya] to be composed on a Latin basis with two other (main) ingredients that happen to give me ‘phonaesthetic’ pleasure: Finnish and Greek. » J.R.R. Tolkien, lettera 176 (fonte: Wikipedia).
Ma il Professore è stato modesto. Latino, finlandese e greco sono stati gli ingrediendi di base per il “Proto” linguaggio, che poi ha fatto evolvere applicando le regole di cui ho parlato poco fa: erre che si “liquefanno” in elle, vocali in fine di parola che cadono e una quantità di altri dettagli che, purtroppo, mi sfuggono e continueranno a sfuggirmi. Del resto faccio il programmatore mica il filologo. La “grandezza” di Tolkien sta nella vastità della sua cultura che gli ha permesso di giocare con gli elementi delle tre lingue (tra le tante che conosceva) per ottenere il “Quendi” l’elfico arcaico e arrivare al Quenya. C’è tutto dentro: forme verbali, modi, tempi, coniugazioni varie… ci credo che è impossibile confondere un nome di origine elfica con altri. L’etimologia di ogni nome, basata sul Quenya, è potente e precisa. Ogni nome ha un significato, in una lingua costruita a tavolino da un esperto filologo, e questo se pure in modo indiretto, arriva al lettore.
Stesso lavoro per il Khudzul, la lingua dei Nani… solo che questa volta il Professore s’è rivolto al medio oriente per usare un sistema linguistico in uso da quelle parti, comune alle lingue semitiche quali Ebraico, Arabo, Aramaico… ecc… ne segue che il Khudzul è ricco di suoni duri e pure musicali come il tedesco, solo decisamente alieno e allo stesso tempo familiare.
Troppo? Signori, ricordatevi che siamo nel 2018 e non nel 1925 (quando Tolkien cominciò a lavorare alla sua Arda) per cui se vi occorre conoscere qualche parola di arabo, piuttosto che di Maori dovete solo cercare un adeguato dizionario online che Tolkien manco si sognava. Prendete esempio dal gigante che è stato lui e la prossima volta che create un nome dategli una solida base linguistica che poi userete per il resto dell’ambientazione. E questa è solo una parte di tutta la lezione.
Ogni dettaglio di Arda ha alle spalle pagine e pagine di appunti, condensato in una prosa elegante e pure ricchissima di dettagli e suggestioni. La cura nell’onomaturgia, la creazione dei nomi, lega indissolubilmente nomi e culture da lui creati: gli hobbit hanno nomi a metà tra il latino e il celtico. Pipino è la contrazione di Peregrino (latino), Merry è la contrazione di Meriadoc (Celtico, gaelico credo, forse ispirato al sovrano gallese Conan Meriadoc IV sec a. C.) e si va a finire in un’altra delle numerose lingue che Tolkien ha inventato per creare lo strato culturale della terra di mezzo, l’Ovestron: una sorta di lingua universale parlata un po’ in tutta Arda se pure con vari dialetti dovuti alle barriere geografiche prima che a quelle politiche. Altro elemento che sottolinea la grandezza del Professore: tutte le lingue sono state fatte evolvere e, nel corso della narrazione (come pure a guardare la mappa) mostrano la loro presenza in base alla cultura dominante nell’area. Sei uno scrittore? Hai disegnato una mappa e l’hai infarcita di nomi? Aha. Ora valla a rivedere e, per ogni nome che compare là sopra, quanto hai lavorato? Cosa lega quel nome al territorio circostante? E agli abitanti? Tranquilli: non credo che il Professore si sia messo a tavolino e abbia dedicato chissà quante migliaia di ore di lavoro. Lo avrà fatto nei ritagli di tempo tra insegnamento, stesura delle pubblicazioni universitarie, attività legate alla sua professione: era un filologo e dunque aveva altro cui pensare che scrivere un paio di romanzi. Semplicemente aveva una cultura vasta, profonda e articolata che gli permetteva di creare anche romanzi fantasy molto curati anche dal punto di vista filologico oltre che linguistico.
Dunque: quando vi sentite dire che per scrivere Fantasy dovete aver letto Tolkien, potete star certi che ad affermare questo concetto sia una persona che non ha la più pallida idea di cosa sta dicendo. Così domandategli “come mai mi consigli questo?” e poi, se nulla vi dice del Silmarillion e, soprattutto, del fitto epistolario intrattenuto con gli altri membri degli Inklings in cui racconta la costruzione dei vari elementi di Arda (geografia, lingue, storia, mitologia, agiografia… ecc… ecc… ecc…) dedicatevi a fare a pezzi l’amor proprio di questo individuo spiegandogli dove sta la vera grandezza del Professor JRR Tolkien.
Tanto nello Hobbit che nel SdA ogni elemento, grazie al certosino lavoro del Professore, è coerente con gli altri a un livello profondo e sotto tutti i punti di vista. La storia parla di draghi, elfi, Nani, hobbit e tanto altro che non esiste nell’esperienza del lettore. Tuttavia la coerenza interna dei romanzi, che in Tolkien si genera grazie al suo essere filologo, è fortissima: non si riesce a dubitare neanche per un istante che chi sta raccontando quelle storie ha visto tutto quel che viene narrato. Moria e il Drago, i Nani e il Balrog, Saruman e il suo tradimento, Gandalf che da grigio diventa bianco… e tante altre indimenticabili leggende che hanno il sapore dei racconti epici di millenni fa. Sembra tutto “reale”. Dunque non “leggi Tolkien”, ma “studia il lavoro di Tolkien” e quindi non solo Hobbit e SdA, ma anche e in più Silmarillion, Quendi e Quenya, Khudzul, Ovestron, l’epistolario e tutto il resto che Christopher Tolkien ed eredi hanno tirato fuori dal cassetto del professore e tramutato in materiale da dare in pasto ai lettori: racconti perduti, racconti ritrovati, racconti incompiuti, mr. Bliss, l’atlante della Terra di Mezzo… e tanti altri affascinanti eccetera, perché il Professore sapeva scrivere bene anche quando tirava giù i propri appunti di lavoro. Ovviamente ogni lingua ha il suo alfabeto, il suo sistema di scrittura, verso ecc… il tutto legato filologicamente alla cultura cui appartiene. Rune, caratteri derivati dall’arabo, dal latino, dal greco… tutte cose note e studiate da Tolkien per “lavoro” divenute strumenti per “giocare” a fare il demiurgo.

Se paragoniamo Tolkien ad un iceberg, quella parte di ghiaccio che emerge dall’acqua e che rappresenta ciò che ha pubblicato in vita (Hobbit, SdA, le avventure di Tom Bombadil che è una raccolta di poesie, e alcuni racconti non tutti collegati alla Terra di Mezzo) rappresenta si e no 1/10 di tutto il lavoro. Sembra imponente? Quello che c’è sotto sono i 9/10 di quello che vedi “sopra” e che figlio e nipoti del professore stanno, un po’ alla volta, portando alla luce assieme alla Tolkien Society e alle migliaia di appassionati sparsi in tutto il mondo cui si devono i vari manuali per comprendere le lingue parlate su Arda e la ricostruzione del lavoro filologico seguito da Tolkien… ancora incompleto, ma molto preciso.

Per tornare al titolo di questo articolo: per essere uno scrittore di Fantasy devi aver “letto Tolkien”? No. Devi saper fare come ha fatto lui? Sicuramente è un modo. Vuoi riuscirci? Studia. Filologia, storia, tante lingue diverse, studia la tua lingua madre, impara a farla evolvere mescolandola assieme ad altre lingue (che poi è quello che succede sempre quando popoli differenti entrano in contatto per vari motivi) crea dialetti differenti… e confrontati con altri autori di grande levatura culturale prima ancora che letteraria. Quindi: per cominciare ti puoi leggere Hobbit, SdA e Silmarillion per cominciare, ma poi dovrai affrontare molto, molto altro, imparare da ciò che studierai e metterlo in pratica sapendo che questo non farà necessariamente di te un grande scrittore, ma un discreto filologo della lingua che hai studiato. La facilità rispetto ad altri autori è che moltissimo materiale è disponibile e consultabile gratuitamente o a costi molto contenuti.

La lezione del Professore qual è? Quando scrivi metti in ciò che crei quel che sai fare meglio, il meglio di te.
Buona Scrittura.

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4 pensieri su “Non serve leggere Tolkien per scrivere fantasy…

  1. Eccellente. D’accordo al 100%.
    Ho letto prima di tutto Il Silmarillion, poi Lo Hobbit e infine Il Signore degli Anelli. Dopo ho iniziato a leggere altro di Tolkien, i vari libri e antologie usciti.
    Il Silmarillion è come se fosse la nostra Bibbia.
    Vero che quasi tutti pensano che per scrivere fantasy occorra leggere ILSDA. Non sanno che per scrivere quel romanzo Tolkien, come hai mostrato, ha studiato, creato, inventato tantissimo altro.

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  2. Gran bell’articolo. Questo, secondo me, vale per molti generi. Se non hai un background solido rischi di scrivere soltanto cose trite e ritrite e nemmeno te ne accorgi.

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    • Grazie, anche se ho confuso il nome del “Proto-quenya” col nome che l’intera stirpe degli elfi da a se stessa “Quendi” in lingua quenya significa più o meno “Qualunque dannato orecchiopuntuto infestatore d’alberi”, ma che vuoi farci? Ogni volta che parlo di elfi mi si aggroviglia la barba e faccio fatica rimanere lucido mentre la mia mano corre spasmodica alla schiena dove una volta tenevo la bipenne… e ora ho solo una penna.
      Devo arrangiarmi.

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