In punta di penna – 5

Le mie letture continuavano ad allargarsi: Richard Bach, con il suo “straniero alla terra” si era fatto scambiare per un libro di fantascienza. Altro che alieni: erano aeroplani e rimasi stregato nel leggere quella storia di un pilota e del suo monomotore. La lettura del “Gabbiano Jonathan Livingstone” fu un passo obbligato, ma poi incappai nei magici mondi di Asimov dove accanto alle astronavi ci aveva infilato Giganti, Cavalieri cosmici e Maghi, e in Terry Brooks e le sue pietre magiche di Shannara. Dalle stelle alle stalle direbbe qualcuno, ma fu un vero colpo di fulmine: la narrativa fantasy popolata di elfi, draghi, Nani e tutto l’allegro bestiario mi travolse entrando nella mia vita e da allora non ne è più uscita.
Nello stesso periodo conobbi Dungeons & Dragons: per molti il primo gioco di ruolo e con esso persi ogni possibilità di conoscere una ragazza per altri quattro anni. In compenso conobbi quelli che sarebbero diventati “gli amici di una vita” e coi quali iniziai ad esplorare, se pure solo con l’immaginazione, quei mondi che prima avevo visto dalla finestra di un libro. Recitare nel ruolo di un mago, un guerriero, un elfo (bleah) o di un Nano fu un’avventura incredibile, ricca, piena di emozioni e di sorprese (per tacer delle risate). Per i 25 anni successivi, fino al 24/03/2012 ogni fine settimana c’è stata la partita con gli amici e guai a toccarla. Cos’è successo 24/03/2012? Mi sono sposato… qualcuno direbbe “Alleluja!”, ma ci sarebbe voluto tanto, tanto tempo e una donna davvero paziente.

Giunto faticosamente alla fine triennio mi sentivo forte, capace di scrivere storie finalmente credibili (come se giocare di ruolo mi avesse dato una marcia in più) e avevo preso a detestare la prof di Latino e Italiano. Non avevo più l’insegnante del biennio che si era pensionata. La nuova insegnante proponeva dei temi bellissimi, oltre a quelli tipici di indirizzo così di fronte alla scelta se parlare di “Ariosto e il senso epico nell’Orlando Furioso” e “La tecnologia informatica può arrivare a produrre un intelligenza artificiale?” (l’assenza di apostrofo è voluta: si tratta di cronaca!) io non avevo dubbi: da novello programmatore e divoratore di riviste di informatica (ai tempi c’era McMicrocomputer, tra le altre) ero aggiornatissimo e ne sapevo abbastanza da rispondere in modo convincente.
Il mio italiano era mediocre, o almeno questo ho creduto finché sono giunto al quinto anno, quando spedii ad un concorso letterario un mio scritto… la storia del mio incontro con Otto Lidenbrok e quel libro fatale che mi ha aperto le porte della lettura.
Il concorso lo aveva indetto la rivista “Millelibri” che ha cessato le pubblicazioni nel 1997 e che avevo preso a seguire con un certo interesse perché suggeriva letture ottime, di ogni genere.
Storia scritta col cuore piazzato in punta di penna, nella quale non solo dichiaravo tutto il mio amore per la letteratura di ogni epoca, ma mi candidavo a diventare scrittore a mia volta per il puro piacere che condividere con altri questa mia passione mi procura. Vinsi il secondo premio, una telecamera.
Il preside fu informato dal direttore della rivista  e mi chiamò nel suo ufficio. Proprio durante l’ora di italiano. La professoressa mi apostrofò in malo modo dicendomi “chissà cosa avrai combinato”. Io sospettavo, ma non dissi nulla e continuai a non dire nulla fino a due settimane più tardi, quando con la mia telecamera nuova ripresi un filmato durante la rituale “cena coi professori” per festeggiare la fine del V anno.
Fu una doppia soddisfazione: nel mentre che spiegavo all’erudita professoressa che cosa avevo fatto per vincere quella telecamera vidi il suo volto (filmato!) diventare via via più algido, rigido e con un colore “fuori dallo spazio” per dirla alla Lovecraft. Una specie di verde malsano e tutt’altro che piacevole da guardare. Ebbe il coraggio di dirmi che “finalmente mi ero deciso a scrivere bene” e “peccato che io non mi sia deciso prima ad operare questo cambiamento: le avrebbe senz’altro fatto piacere” e mentre stava per prendersi il merito delle sue lezioni circa il mio modo di scrivere venne interrotta dai rappresentanti di classe che posarono, senza troppe cerimonie, un pacco di cartone voluminoso e pesante, sotto al naso della gentildama.
Il calvario della prof era ancora lontano dalla conclusione. Tra gli invitati di quella gloriosa serata c’era anche la bibliotecaria e quel pacco, dall’aspetto anonimo e grave, era per lei.

Se ritrovo quella videocassetta giuro che la faccio digitalizzare e poi la condividerò su Youtube.

La prof di Italiano (di cui non faccio il nome), docente di Italiano e Latino, allieva di Ettore Paratore buonanima, per tutto il triennio si era vantata di quanto erano bravi i suoi allievi, che traducevano con medie altissime Seneca, Livio, Cicerone e tanti altri autori… e devo dire che Seneca fu il più difficile da tradurre. Fino al quinto anno arrancavo con la media del 7 faticosamente ottenuto a suon di esercizi e studio. L’altro che studiava latino prendeva addirittura 9 e talvolta 10. Tutti gli altri usavano il traduttore: prima del compito chiedevano alla prof chi sarebbe stato l’autore della versione e lei, tranquillamente, lo rivelava…  e poi manteneva quanto detto! Al che i cari compagni di classe facevano la colletta, ordinavano tre-quattro edizioni differenti di vari traduttori inter-lineari dedicati a quell’autore e poi via: tutti a copiare come disgraziati.
I più smaliziati avranno intuito perché la classe aveva una media tanto alta. Quello che forse è sfuggito è che la professoressa in questione era stata l’artefice di questo “miracolo” rivelando l’autore con una decina di giorni di anticipo, ma guardandosi bene da condividere il suo rivoluzionario metodo di insegnamento ai colleghi.
Al quinto anno anche io e l’altro studioso decidemmo di servirci dell’ottimo servizio di traduzioni, che nel frattempo aveva valicato i confini della classe e raggiunto tutta la scuola: ogni giorno venivano distribuite almeno un paio di versioni a qualche classe bisognosa di aiuto. I sistemi erano più vari, ma puntualmente i foglietti con la traduzione corretta venivano recapitati e i colleghi studenti salvati da una ignominosa figuraccia.
Quella sera in pizzeria, consci che la fornita biblioteca di traduttori interlineari non sarebbe più stata necessaria, donammo tutti i libri alla bibliotecaria, sotto al naso della prof. e di tutti i suoi colleghi presenti alla cena.
Se nel vedere la mia telecamera era diventata verde, di fronte a quel blocco di libri dai nomi ora carichi di dolci ricordi: Ovidio, Cicerone, Marziale, Seneca… e tanti illustri eccetera, l’odiata prof. divenne cianotica.
Si sarebbe pensionata con tre anni di anticipo.
Nel frattempo la maturità era in dirittura d’arrivo. Io come al solito studiavo poco, ma complice il successo “letterario” del concorso e di un racconto pubblicato su una rivista (l’ormai defunta MC Microcomputer), decisi di proporre la mia raccolta di racconti ad un editore.
Così telefonai alla casa editrice Fanucci e presi un appuntamento volante. Mi ricevette un signore azzimato e molto cordiale col quale parlai di fantascienza, fantasy… e di un mio racconto sul quale venni stroncato senza pietà, ma pure incoraggiato a continuare. Quel signore si chiamava Gianni Pilo, bontà sua: ho riletto quel racconto poco tempo fa… e io sarei stato più cattivo.

Il signor Pilo, curatore dell’opera omnia di Lovecraft, autore di romanzi e saggi, mi dedicò mezz’ora del suo tempo e mi diede i rudimenti su come rendere una storia interessante.
Rileggendo i miei lavori dell’epoca e quelli attuali, mi rendo conto che ancora non sono riuscito del tutto a metterli in pratica… ma posso sempre migliorare.
Ed ecco che arriva il gran giorno: nervi a fior di pelle, studio h24/7 (inutile! Avrei fatto meglio a prendere il sole) complici genitori e altri 4 fratelli che sono più tesi di me, e arriva la prova di italiano. Tema di indirizzo: Isaac Asimov e la Fantascienza.
Sbonk.
Rido, piango, salto sulla sedia gridando Yahooo! Vengo invitato a tacere e poi mi metto a scrivere. Scrivo tutto: Asimov come divulgatore, come sono costruite le sue storie, quali personaggi, i temi centrali della sua “poetica”, i robot e le tre leggi… tutto. Fui costretto a chiedere altri due fogli, consegnai il lavoro mezz’prima della fine, dopo una correzione sommaria e, fortunatamente, efficace.
Il mio tema fu uno dei tre che, nella commissione, prese dieci come voto. Tutti gli altri che scelsero quel tema presero voti compresi tra 8 e 3 le insufficienze superarono di gran lunga le sufficienze.
Il motivo lo compresi durante la prova orale: il commissario di italiano era un grande appassionato di fantascienza. Magic Moment. L’interrogazione, dopo aver messo da parte Manzoni e i promessi sposi, fu incentrata su Asimov e il suo mondo. Almeno quella parte andò a meraviglia, mentre matematica… uff… lasciam perdere eh? Dico solo che riuscii a sfangare una risicata sufficienza grazie ad un esercizio risolto in modo creativo. Invece di stare a perdere tempo dietro alle elucubrazioni del funzionario che aveva elaborato il quiz notai che nella figura associata al quesito c’erano rette parallele e angoli di 30° e 60°. Risolsi il quesito in 5 minuti applicando la geometria studiata al III anno. Soluzione inappellabile e commento del professore “Sì è corretto, in effetti si poteva risolvere anche così…”
Sembrerà strano, ma finito il liceo non ho più avuto alcuna voglia di scrivere e per quanto ci provassi non mi è riuscito più di scrivere alcunché, nulla di serio perlomeno. La storia di Conrad è nata in quel periodo, ma tanto l’ambientazione che il protagonista erano molto diversi così finirono nel cassetto insieme a tanti altri racconti “smozzicati” e lasciati incompiuti. Sono stati ventidue anni di blocco e non mi son piaciuti per nulla.

La storia continuerà: ci sono altri 30 anni da raccontare e ne ho viste, di cose, che includono navi in fiamme, e porte illuminate da sinistri raggi B.

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