In punta di Penna – 3

E così eccomi  alle medie statali: niente più suorine come prima.
Grazie ai miei genitori e alla scelta della scuola, situata in via IV novembre, quei tre anni furono una vera rivoluzione.
Fino alla V elementare, infatti, per me il mondo era quel breve spazio compreso tra il civico 8 (casa mia) e il civico 10 (scuola) con alcune parentesi per andare dai nonni e al catechismo.

Penso che se adesso dico che una delle materie in cui mi riuscì di andar bene fu religione nessuno se ne stupisce vero? Dopo tutto è dal 1978 che giocavo a fare il dio, se pure pagano e l’esperienza me l’ero fatta in prima linea. Scherzi a parte il professore era un prete E un teologo dotato di una cultura non comune, oltre che una discreta apertura mentale… discreta per un prete, s’intende, per cui si poteva anche provare a confutare l’esistenza di Dio, ma poi ci si ritrovava a convenire con lui (pena un’altra ora di tritamento di attributi) che si trattava solo di un’idea totalmente assurda. Così, complici due zii preti in famiglia, la mia preparazione in materia di antico e nuovo testamento era sopra la media e, complice il prelato-professore che sapeva fare anche il mestiere di insegnante, mi ritrovai a studiare religione.

C’è poco da ridere: le antiche scritture, anche se tradotte e massacrate dai preti, hanno un fascino incredibile specie se si pensa a quanto sono antiche… si portano sulle spalle più di 5000 anni per la Bibbia e 2000 per il Vangelo e atti vari. Studiandoci un po’ sopra si scoprono altarini niente male come la storia del cammello e della cruna… che passa per Gena e i suoi camalli. La parola maltradotta viene dal vangelo di Luca, scritto in greco intorno al 70 dC o giù di lì e il traduttore, giunto di fronte alla fatidica frase “…è più facile che un Kamilon passi per la cruna di un ago…” commise un errore di stOmpa ante litteram e tradusse kamilon con kamelon. Solo che kamilon è l’antenata delle moderne sagole d’ormeggio, mentre kamelon è il giubbuto mammifero che ancora oggi è simbolo di oasi e avventure tra palme e oceani di sabbia. Ricordo la lezione come se fosse ieri. Le altre un po’ meno, ma quel giorno capii che a grattare un poco la superficie di un testo può uscire fuori di tutto. E i camalli che c’entrano? La radice “kamil” nelle lingue derivate dall’aramaico indica un sacco di cose legate alle attività portuali, in tutto il medio evo i navigatori per eccellenza sono stati gli arabi e molto del gergo marinaro parlato ancora oggi risente di quell’influenza. Quindi se pure c’erano dei dubbi circa l’esatta traduzione del vangelo esistevano fonti alternative che avvaloravano l’ipotesi “sagola” al posto di “cammello”. Al che un certo ragazzino alzò la mano e domandò “ma una volta chiarito l’errore, perché non è stato corretto?” e il buon prete rispose “perché la volontà di Dio era di rendere chiaro il concetto con un forte contrasto e allora il cammello andava ancora meglio della sagola da ormeggio”.
Tutta pubblicità, insomma. Infatti risposi proprio così e il prete ne convenne, dicendo che fare pubblicità alla parola di Dio è cosa buona e giusta. Quello era il segnale che ogni ulteriore commento avrebbe innescato il tritamento di cui ho accennato prima, dunque era il momento di cessare le domande e tornare alla lezione.
Tutti i professori che ho incontrato alle medie erano persone di valore come quello di religione, solo che me ne sarei accorto molto tempo dopo. Se ho imparato a guardare “dietro” lo scritto di un testo e pormi domande circa le fonti, la traduzione (se proviene da un’altra lingua) e quali fossero le reali intenzioni di chi scrive lo devo a quell’uomo e al modo in cui riusciva a stuzzicare la curiosità degli studenti. Non so quanti di voi abbiano studiato religione a scuola e che ricordo avete delle lezioni. Quando in aula entrava “il prete” calava il silenzio e stavamo tutti in ascolto: per quanto certe volte fosse un “rompiballe” aveva sempre qualcosa di interessante da raccontare.

In quei tre anni tanto intensi quanto diversi mi ritrovai da una parte con la mia famiglia che mi fomentava dicendomi che ero un genio perché avevo imparato a leggere e scrivere prima di tutti gli altri, dall’altra c’erano quelle persone meravigliose dei miei insegnanti che rilevavano con orrore la vastità delle mie lacune in matematica, italiano, storia, geografia… no, quella no: grazie a Verne avevo recuperato tutto ed ero pure avanti. Però matematica e scienze ero un mezzo disastro: conoscevo orbite e periodi di tutti e nove i pianeti, sapevo cos’erano l’itterbio e la differenza tra U235 e U238, ma non avevo la più pallida idea di come si risolvesse un problema geometrico. Perfino in educazione fisica ero un disastro su due gambe, ma del resto con due genitori che “scendi dall’albero che ti fai male! ” o “Corri ma non sudare!” e altre amenità del genere, per me fino a quel momento la “ginnastica” era una tortura settimanale con una specie di istruttore simil-nazista assoldato dalle suorine. Ci fu anche un tentativo da parte di mio padre: “Per imparare a nuotare ti tiro in acqua e tu esci” e grazie a questa simpatica esperienza sono rientrato in acqua senza ciambella superati i 13 anni.
Il mio cruccio peggiore era la scrittura. Non avendola mai esercitata per cinque anni, tranne un breve periodo in quinta elementare, la mia calligrafia sembrava un’altra lingua, della quale ora ho dimenticato pietosamente i rudimenti. Sapevo leggere, sapevo disegnare le lettere, ma la scrittura in corsivo… nyet, l’avevo persa per sempre, complice anche una professoressa di italiano dolcissima e fin troppo abile nel decifrare i miei geroglifici. Alle medie avrei avuto bisogno di qualcuno che mi dicesse quello che non mi era mai stato detto alle elementari, non di interpretare la mia scrittura.
Tuttavia mi ero messo in testa l’idea di scrivere storie. Me ne venivano in mente decine e fu mortalmente frustrante non trovare nessuno disposto a leggerle… perché, come ho detto, ero convintissimo di essere un “bravissimo scrittore”. Tale convinzione, corroborata dai miei genitori che mi dicevano “sono i tuoi professori che non ti capiscono”, perdurò fino al 1985 quando andai per la prima volta al liceo.
Scelsi lo scientifico e insistetti per andare ad una scuola che fosse vicino a casa, anziché al centro di Roma.
La perdita della capacità di scrivere era stata solo l’inizio.
Le ragazze? Scoprii che erano interessanti, ma pure più irraggiungibili della Luna.
Ovviamente anche qui, dalla mia famiglia arrivarono messaggi assurdi tipo “sono tutte puttanelle, lascia perdere”.
Adesso che scrivo questo articolo, se ci ripenso, mi incavolo come una bestia: ho una figlia che mentre scrivo dorme beata nel sonno dei suoi quattro anni. Se tra meno di dieci anni qualcuno oserà chiamarla puttanella scriverò “perché certe cose non si possono dire ad una ragazzina” sopra la mazza da hockey su prato (autocostruita) che tengo in cantina per ricordo e che somiglia più ad una falce e poi imprimerò alla spiegazione sufficiente energia cinetica in modo che giunga in testa a chi ha insultato con l’intensità appropriata a lasciare un segno tangibile.
Invece, completamente succube dei miei genitori e con in testa una pseudo morale che di cristiano aveva solo la facciata, a quell’epoca accettai il giudizio paterno e considerai accettabili alternative ad un rapporto con l’altro sesso.
I libri: sempre a portata di mano e subito disponibili erano l’alternativa perfetta per una fuga in un luogo sicuro e lontano da giudizi lapidari, anzi: vedermi curvo sui libri, per i miei genitori, era motivo di orgoglio quindi tanto valeva continuare. Poco importava se invece di “storia e geometria” leggevo Trilussa e Calvino.
In realtà c’erano due o tre cosette che avrei dovuto considerare, come il fatto che le ragazze mi consideravano “strano”: ma agli occhi dei miei genitori ero sempre a) Bellissimo, b) Un genio, c) Col “fisicaccio”. In realtà ero un preadolescente con seri problemi psicologici, biondo con gli occhi azzurri (questo sì) e con un certo intuito che sopperiva alla carenza di studio in modo a volte accettabile, ma quanto a “fisicaccio” lasciamo perdere. Avevo la coordinazione di un bradipo e nessuna resistenza fisica.
E infatti…
I cinque anni del liceo divennero subito sei, perché al primo anno venni bocciato senza speranza: non sapevo più scrivere, non riuscivo a concentrarmi nello studio (e grazie: in otto anni mai nessuno si era preso la briga di dirmi come si studia, ma solo a ordinarmi di farlo e per i primi cinque non avevo mai aperto libro o quasi) e passavo le mie giornate a leggere libri di narrativa varia… la logica prosecuzione dei testi di Verne. Al liceo scoprii la biblioteca di istituto e lì dentro Asimov, poi Bradbury e Clarke e senza saperlo scoprii l’ABC della fantascienza, che proseguì con una soddisfacente carrellata fino a Zelazny. Scoprii Poe e poi il mitico Lovecraft, imparai a programmare in Basic e a scrivere in stampatello minuscolo così da aggirare il problema della scrittura in corsivo, scoprii gli scout e cominciai ad appassionarmi a qualcosa che fino a quel momento un topo di biblioteca come me non aveva mai considerato: la vita all’aria aperta.
Con gli scout entrerà nella mia vita la mia prima… uh… fidanzata. Qualcuno penserà “era ora” e invece…

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