In punta di penna

In questo ed altri post parlerò di scrittura… personale. Cioè del mio rapporto con la scrittura, fin da quando impugnai una penna. Una gloriosa bic blu, di quelle che sul più bello smettevano di scrivere te le scordavi in tasca e poi… com’è che diceva Stephen King? Fuori dal blu e dentro al nero. Sì: l’umore di mia madre quando si ritrovava le mani color puffo e i pantaloni buoni macchiati all’inverosimile.

Avevo quattro anni e sei mesi quando scrissi per la prima volta il mio nome. Era un pezzaccio di carta riciclato da mia nonna. La A maiuscola, poi la n minuscola, la d, la r rovesciata la E di nuovo maiuscola e la a.
Il mio “primo contatto” con la scrittura aveva richiesto alla simpatica nonnina due mesi di lavoro col sottoscritto e tanta pazienza… ne avesse avuta di più e avesse aspettato un annetto o due prima di inculcarmi in testa che dovevo per forza usare la destra, adesso sarei felicemente mancino.
Invece è andata diversamente.

A scuola io ero avanti rispetto agli altri bambini: sapevo già scrivere da un pezzo e leggevo abitualmente Topolino, ma non mi limitavo alle storie a fumetti: mi piacevano proprio le rubriche. Per contro mi disinteressai totalmente a quello che la maestra spiegava. Tutta la prima elementare è dedicata ad imparare a leggere e scrivere, a fare somme e sottrazioni. Io ero già alle moltiplicazioni! Avrei potuto restarmene a casa. All’epoca nessuno avrebbe mai immaginato che arrivare così avanti poteva causare danni… e invece li causò eccome.
Le suorine dove andavo a scuola non sapevano che farsene di un allievo così avanti: i programmi ministeriali erano quelli e a quelli si attenevano. Dunque tutto il vantaggio che avevo rispetto agli altri se ne andò in fumo durante la prima elementare, con l’effetto collaterale che io non presi mai in considerazione i compiti a casa e, soprattutto il valore dello studio.

Per i primi cinque anni di studio le mie letture furono tutte o quasi dedicate ai classici di Topolino e compagnia bella. Eccezioni furono Pinocchio, letto dall’infaticabile nonnina così come pure le avventure di Robinson Crusoè. Ero arrivato in quinta elementare che odiavo i libri e chi me li regalava per ogni festa. Io volevo giocattoli!
Per la precisione quei giocattoli che mi erano stati negati quando mi sarebbero serviti e, soprattutto, l’attenzione dei miei genitori e il tempo che loro non hanno mai trascorso con me tutti presi dal loro lavoro e dal tenere in piedi l’economia di casa.
Un piccolo aneddoto riguardo quegli anni e che può descrivere meglio la situazione riguarda l’arrivo di Goldrake.
Chi, nel 1978, aveva meno di 8 anni e più di 6 non può non ricordare il suo arrivo. Finita la tenera Heidi arrivò lui: con le sue lame rotanti, l’alabarda spaziale e la voce di Romano Malaspina che, in un lampo di genio, urla il nome dell’arma “DOPPIO MAGLIO PERFORANTE!” invece di annunciarla in tono neutro seguita da un ping che simulava la pressione del comando.
L’indomani della prima puntata, nel cortile della scuola era tutto un gridare di “missili perforanti” e “tuoni spaziali” di ragazzini impazziti per l’unico cartone animato in onda su tutto il territorio nazionale.
Bene. Le suorine decisero di vietare di giocare a Goldrake minacciando e poi mettendo in pratica tutto il loro arsenale di strumenti di dissuasione: dal richiamo verbale, ai cinque minuti in panchina fino al deferimento alla direttrice con ramanzina di 15 minuti nel suo ufficio. Un incubo.
All’epoca c’erano altri due miei fratelli nella stessa scuola coi quali mi passavo un anno di differenza ciascuno, ci organizzammo per cambiare gioco. Complice una madre che, di tanto in tanto, ci raccontava i miti greci per farci addormentare, io divenni Nettuno, signore dei mari e pianeta delle acque, mio fratello divenne Saturno, signore del Tempo e pianeta con gli anelli e la sorellina si prese Venere, Dea dell’amore.
In poco tempo le suorine si ritrovarono con tre marmocchi che giocavano agli dei pagani e non capirono mai, o finsero di non capire, cosa realmente stavamo facendo.

In quinta elementare accadde l’episodio che ha cambiato per sempre il mio rapporto coi libri. Mi regalarono l’ennesimo libro. Solo che stavolta non si trattava di un libro qualsiasi. C’etait Voyage au Centre de la Terre, è stato Viaggio al Centro della Terra di Jules Verne.
<continua>

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4 pensieri su “In punta di penna

    • Io dai feldspati e dai graniti… e tutto il resto dei nomi di rocce che, fino a quel momento, non avevo mai immaginato.
      Però… ogni volta che passo sopra ad un vulcano, pure quello di Sacrofano che è estinto da 400k anni, aguzzo la vista in cerca di una crepa, di un passaggio, qualcosa che mi porti giù.

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