Verbi e sostantivi polisemantici…

C’era una volta l’alabarda spaziale del buon Goldrake, poi son saltati fuori i missili nucleosintetici di Trider G7 e adesso… quale super eroe spara i verbi polisemantici o polisèmici?

No, il super-eroe in questione odia i polisèmismi, sono tra le sue bestie nere per eccellenza: è lo Scrittore.

Yeeah! Fatevi una standing ovation, scrittori! Siete i miei super-eroi preferiti!!

Ci sono dei verbi, nella nostra bella lingua, che vengono usati un po’ per tutto e che sostituiscono parole decisamente più appropriate.

– Ho fame – disse Mario sbattendo la forchetta nel piatto vuoto.
– Aspetta, ancora non è pronto – rispose la madre mentre fa il pranzo usando i i fornelli.
– Ma io ho fame adesso! – disse ancora Mario, che dal basso dei suoi cinque anni aveva poco chiaro il concetto di “tempo”.

In questo dialogo ci sono due verbi “dire” e soprattutto “fare” che potrebbero tranquillamente essere sostituiti da altro.

Per esempio: il primo “dire” potrebbe rimanere o diventare “protestare”, la risposta della madre può essere introdotta da “replicare” e invece di “fare il pranzo” diventa “affaccendata ai fornelli”
Il secondo dire di Mario diventa “ribattere”.

Ed ecco il risultato:
– Ho fame – protestò Mario sbattendo la forchetta contro il piatto vuoto.
– Aspetta, ancora non è pronto – replicò la madre affaccendata ai fornelli.
– Ma io ho fame adesso! – ribatté Mario, che dal basso dei suoi cinque anni aveva poco chiaro il concetto di “tempo di attesa”.

Come esempio è deboluccio, ma introduce bene l’argomento: i verbi polisemantici. Le bestie nere dei dialoghi e delle descrizioni, tra le altre cose.
Per me ormai è un Mantra: se scrivi “fare”, comunque lo declini, c’è un verbo che descrive in modo più preciso quel che accade, trovalo e usalo.
Il che non vuol dire che il verbo fare sia “bandito” dalle mie storie eh? Solo che si incontra raramente e solo in circostanze che richiedono esplicitamente la presenza di un termine tanto ambiguo. Fare, sul dizionario treccani, ha due voci dedicate e più di 12 significati differenti, ognuno con 7-8 sfumature differenti.
Un personaggio di estrazione popolare che dice “Tu mi fai schifo” va molto meglio del borgataro che replica “tu mi susciti ribrezzo”, ma è una questione di ruoli: è corretto utilizzare un certo tipo di linguaggio quando si deve dar vita ad un determinato personaggio.

Tutto sta a conoscerli bene, questi verbi: di solito non si fa (pardon) caso al loro impiego. Li utilizziamo tutti senza particolari problemi, ma se cominciamo a porre la nostra attenzione si scopre che sostituirli con verbi più appropriati trasforma ed amplia il ventaglio diafasico (oh oh oh), cioè la gamma di registri espressivi di cui si dispone.
Come si distinguono i verbi (ma anche certe parole come “cosa”) polisemantici? Facile: si apre il dizionario e si vede quanti significati possiedono. Con 2-3 significati o meno, di solito basati sul contesto, è un buon verbo. Se ha più significati e il contesto è molto ampio… be’ di solito il dizionario suggerisce anche dei sinonimi o vale la pena cercarne uno.
Solo che al posto di “fare” c’è talmente tanto che è impossibile sostituirlo con un sinonimo. Ci vuole attenzione (cribbio: è la terza volta che rileggo questo articolo e mi ritrovo con qualche fare in mezzo ai piedi).

Fare, usare, dire, bere, mangiare, camminare… tutti i verbi di azione più comuni hanno spesso molti significati, ma sovente si tratta di una approssimazione. Cioè noi, per pigrizia, ignoranza, fretta o… boh? Semplifichiamo il linguaggio lasciando al nostro interlocutore l’ingrato compito di capire cosa stiamo dicendo.
“Ho fatto presto, hai visto?”
Visto che? Sei qui, ti vedo, ma presto per chi? Cosa hai fatto?

“Ho fatto questa cosa, guarda!” Quale cosa? Dove devo guardare? Devo esserne felice? Perché?
Possono diventare:
“Sono arrivato con cinque minuti di anticipo, hai notato?” decisamente più chiaro: tu devi notare il fatto che, rispetto all’orario prestabilito, ho ben cinque minuti di anticipo.

“Ho costruito questo oggetto, che ne pensi?” e il nostro interlocutore si concentrerà su qualsiasi cosa gli stiamo indicando per esprimere il proprio pensiero in merito alla sua realizzazione.

Dunque la presenza di parole “polisemantiche” siano essi verbi o sostantivi deve essere considerata non tanto un errore, quanto una possibilità:  quella di arricchire il nostro modo di esprimerci e di arricchire il lettore che potrà comprendere bene la storia che gli stiamo raccontando. Una sorta di competizione dove vincono tutti: chi scrive e chi legge.

E voi? Cosa gli fate (eh eh) ai verbi polisemantici?

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