Nomi, lingue e citazioni.

Non c’è nome (o cognome) che non abbia una sua genesi. Prendiamo Kirezia, per esempio dove ho mescolato The legend of Kyrandia e Venezia, o Nadear la bianca… Nadear è l’anagramma di Andrea e il colore suggerisce la mia somiglianza con una mozzarella, specie d’estate. C’è il cognome del protagonista: Musìn. La musìna o musìn ghe se la scarséla… pardon, reminescenze del mio veneto ormai arrugginito. Kirezia fa il verso a Venezia, tutti i cognomi sono parole in dialetto veneto e da questo fatto consegue che Musìn, ovvero scarsella o salvadanaio, è il cognome perfetto per un mercante o almeno così mi è parso. Ci sono altri cognomi come latàr, ludrò e buélo che definiscono bene rispettivi possessori: Latàr è il lattaio, Ludrò è il bastardo (più precisamente l’infame) e Buélo è lo stomaco. A volte la genesi è letteraria, per cui abbiamo il giovane Halden salvato da morte certa e mi è rimasta bene impressa la storia del giovane Holden da cui quel nome è saltato fuori con un cambio di vocale.

Mi piace pure mescolare anagrammi e dialetti, a volte anche lingue straniere come è accaduto per gli abitanti della Baia dei Marosi, altre volte attingo a piene mani da Kipling o da Gigax (yeah) o autori come Ted White e il suo bellissimo Qanar.  Quasi tutte le città hanno nomi anagrammati da altre, siano esse esistenti come Maor, o provenienti da leggende arcinote come l’impero Dei-Talant. Solo Malichar è inventato di sana pianta, per tutto il resto un collegamento c’è sempre: anagrammi, sciarade, cambi di vocale e altri giochetti da settimana enigmistica innestati su luoghi reali o immaginati. Così se in dialetto veneto l’ascia se dise (pardon) si dice manàra, in Etsiqaasit diventa Raàman e anche il suono produce un effetto che rende bene l’idea. L’importante poi è mantenere la coerenza con la narrazione: ad Etsiqaar i nomi delle persone provengono dall’hindi, se pure rispecchiano la tradizione hollywoodiana per i nomi di apache & sioux, ma la lingua parlata è fatta con termini veneti anagrammati. A Kirezia si parla… la lingua di chi sta leggendo la storia, i cognomi sono veneti mentre i nomi sono tutti anglofoni. A Meroikanev si parla pure kireziano, ma i nomi sono derivati dal Serbo, mentre per l’arcipelago di Pelagòs spopola il sardo (ayò) ed i nomi sono spagnoleggianti.

Per le altre razze invece sto tentando un’altra strada, ma è davvero sfidante: usare lingue straniere con pronuncia all’italiana e rappresentate con font molto diversi. Così gli elfi parlano greco antico, i nani tedesco anagrammato (di cui sto scrivendo, a parte, dizionari e regole sintattiche che altrimenti dovrei dare l’addio alla coerenza) e tedesco appiccicato per gli orchi. Appiccicato come? Ecco un esempio: “dubist schonwach mainalter Froind” l’ultima parola è la chiave per decifrare il resto: Freund (pron: froind) è tedesco e significa amico, il resto della frase… se il traduttore di google ci ha preso è: “Du bist schon wach mein alter Freund”, l’orchesco non ha articoli, ma le parole vengono declinate in base al contesto mediante prefissi… in parole povere . Dov’è la sfida? La sfida è che se creo un documento epub posso anche decidere il tipo di font da utilizzare e, a patto di avere la licenza d’uso o usare font sotto licenza GPL, SIL o similari, creare cose che hanno un bell’effetto. Con gli elfi ci sono quasi riuscito: il tengwar mi piace assai e parlare di exacorion (pronuncia: exacorion, dal greco exa = 6 e corion = spazio) invece di spazio-6dimensionale è tutta un’altra cosa. Il punto è che legare i font al testo è difficile per me, non è impossibile: vedo che ci si riesce e, per giunta, è pure possibile nascondere i font… per cui: bella sfida, la raccolgo e procedo. Altra bella sfida è mettere a punto il font “zannuto” per la lingua orchesca… sono molto tentato dal klingon, che è pure sotto licenza open. Per ora ho trovato un font zannuto tanto promettente, quanto minaccioso a prima vista: se lo uso la frase di prima diventa:

dubist_schonvak
Promette bene.

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