I Razziatori di Etsiqaar

Copertina Suona bene, vero? Pure in inglese “Etsiqaar’s Riders” mi pare accettabile (senz’ascia).
È il secondo capitolo della storia di Conrad che dopo svariati mesi di gestazione ha visto finalmente la parola fine. Si tratta della prima stesura, dapprima volevo scrivere una certa storia, con una certa estensione spaziale e far giungere il nostro fino all’altopiano di Etsiqaar, dove Dorian si procura i cavalli per la spedizione dell’anno successivo e fa gli scambi necessari per finanziare il resto della spedizione (vedi alla voce “personaggi” cosa combina ogni anno il buon Dorian ).

Inizialmente volevo incentrare la storia sull’incontro tra Lakea e Dorian, ma mi sono reso rapidamente conto che la storia era… moscia. Così ho lasciato l’incontro sullo sfondo e mi sono concentrato su altri aspetti. Ad esempio: Conrad ha vissuto per 11 anni in una fattoria dove ha conosciuto bambine figlie di braccianti e donne mature, le madri delle stesse. L’unica creatura di sesso femminile realmente piacevole da guardare è Ivilas, che tuttavia è un’elfa con una scarsa considerazione verso la razza umana. Oltretutto Ivilas non ha particolari… doti fisiche talli da renderla, come dire… interessante.

Così mi sono domandato: chi ci metto? E ho creato Diana Latàr. La fattoria dei Latàr  (Latàr, dal veneto: Lattaio) è specializzata nell’allevare vacche (ma dai?) e i suoi proprietari Diego e Virginia Latàr, oltre ai loro otto pargoli, la mandano avanti nel modo che ritengono possibile. Il che non vule assolutamente dire che sia “il migliore”. Virginia ha la fissazione di tenere “a portata di piccione viaggatore” tutti i suoi figli, ma uno di loro: Felix, appena ha potuto è scappato di casa armato solo di una chitarra all’età di 15 anni. La figlia più piccola aveva, all’epoca, solo 6 anni. Si chiama Diana. Gli altri figli o sono tutti “sistemati” (sposati e con la propria fattoria da mandare avanti) o vivono ancora presso la fattoria.
C’è da aggiungere un altro dettaglio: da queste parti si diventa adulti presto: tra i 12 ed i 14 anni. I motivi sono molteplici:
Primo: la vita è breve, la media non supera i 55 anni per gli uomini ed i 60 per le donne… e a kirezia la vita umana è consierata molto buona, per gli altri paesi ci sono statistiche diverse e decisamente meno buone.
Secondo: non esistono scuole dell’obbligo, la scuola è sempre la famiglia e se vuoi qualcosa di più devi alzare il posteriore e provare a prenertela con le tue forze (o morire privando).
Terzo: gli umani sono curiosi per natura e in un mondo popolato da creature fantastiche, con la magia e dei a profusione proprio non riescono a stare fermi neanche volendo.

Nel momento in cui ho scritto I razziatori di Etsiqaar (titolo provvisorio: i Cavalli di Etsiqaar) Diana ha 15 anni e da un paio di anni sta cercando, inutilmente, di lasciare la fattoria. Già che c’ero ho trasformato la fattoria in una sorta di fortilizio: l’ho dotata di mura di pietra, di quattro torrioni e di un robusto portone. Tutto questo per dar bene l’idea che Diego e Virginia hanno riguardo la protezione della loro famiglia. Un’idea soffocante, rafforzata dal tanfo che una fattoria fortificata può avere: mettete un po’ 150 mucche ogni notte dentro ad un recinto insieme a maiali, galline, laboratori per la produzione di formaggio e lavorazione della carne, cani, gatti, topi e una decina di esseri umani e poi annusate il risultato.

È abbastanza da far venire voglia di scappare? No? Allora aggiungiamo due genitori soffocanti, gli ormoni a mille e la “promessa” di farvi sposare qualcuno al più presto per continuare a vivere in una fattoria (= stessa puzza) ed a tirar su polli, conigli e bambini senza soluzione di continuità. Magari può sembrare una prospettiva allettante e romantica, ma ad una ragazzina di 15 anni che da due anni si sente adulta e pronta ad affrontare il mondo questa possibilità appare come minimo frustrante e limitante.
A me è parsa spaventosa.

A questo punto mi occorreva una controparte per Conrad, dato che per lui ho in mente ben altro che innamorarsi di una contadinotta rissosa e ribelle. Ho creato La-Wonlot, un guerriero etsiqaasit che parla poco, ma che agisce molto e ho spostato qualche personaggio, ho anche creato un bel cattivone “Il Cattivo Sfregiato Con la Maschera e La Voce Grossa” per la precisione. Lo so, pare un cliché… ma è un cliché e pure una citazione verso uno dei miei registi preferiti: Carletto FX. Chi fosse interessato prenda bittorrent e cerchi “Sean Connery e la leggenda degli attori inutili”, con la partecipazione di Capitan Findus tra gli altri.

Trovato il cattivone di turno, trovato un buon modo per dare un po’ di brio ad una storia altrimenti moscia e piatta, trovato un bel finale… bello per me, s’intende, signori: la storia è servita. Ora devo procedere con la rilettura per trovare gli errori, sistemare le incongruenze dovute all’abuso di copia e incolla, inserire le note a fondo pagina tipo questa:

– Sono un cretino, non ho intenzioni di letame[1]

[1] Il lettore più smaliziato avrà intuito che Conrad necessita di fare ancora un po’ di pratica con l’etsiqaasit. Molta pratica. L’errore è dovuto alla scelta del termine “disarmato” e all’uso delle armi presso gli Etsiqaasit. Nessun Etsiqaasit va in giro disarmato, perché equivale a morte certa, da cui consegue che i termini “uomo senza armi” e “uomo molto stupido” sono stretti sinonimi. Discorso analogo per il concetto di “letame” e quello di “cattivo”.

Che poi perché mai ho usato caratteri astrusi e lingue inventate per orchi, elfi, elasson, draghi e tanto altro e poi non ho usato nessun carattere per l’etsiqaasit? Semplice! Perché gli etsiqaasit non usano la scrittura, usano dei pittogrammi con cui narrano delle storie. Ad esempio: sui loro harag (un tipo di tenda simile ai tepee nord-americani) è dipinta la storia della famiglia che ci vive. Spesso sulle loro vesti sono narrate particolari vicende legate alla caccia o alla raccolta di cibo. Ogni pittogramma viene disegnato a spirale, per dare il senso del tempo, a partire dal bordo e via via fino al centro. Questo perché i primi pittogrammi venivano dipinti sugli harag quando erano già montati: si cominciava a dipingere dal basso e si saliva su spiraleggiando.

È vero che ci sono un sacco di parole “strane” come Oloba ‘njaga, e la rispettiva traduzione in… kireziano: Orso Glabro, ma ho soltanto adottato lo stesso “trucco” di Rudyard Kipling, quando ha creato l’orso Baloo, che si pronuncia Balù… e la translittazone dall’hindi in alfabeto fonetico IPA è Bhālū.
Che rimane? Definire bene quanto sono cattivi i cattivi, chiarire che un grammo di cervello funzionante vale più di tanti muscoli e lasciare spazio alla fantasia, cosa che adoro.
Ah si: mettere insieme una copertina che riassuma a dovere la storia e che attiri l’attenzione.
Come ci riesco pubblico anche quella.
Fatto: la copertina è stata realizzata da littlepoints… che ha potuto leggere la storia e ne ha tratto ispirazione. Il risultato mi è piaciuto tantissimo, ho inserito il link al suo blog così chi è curioso può sapere tutto quel che desidera al riguardo (e domandare a lei il resto).

Dulcis in fundo: ora manca solo il via libera di Amazon, che ha preso in carico il… manoscritto. Eccolo qui!

I razziatori di Etsiqaar

Annunci