SIRACVSA

SyrakousaiC’entra poco con le avventure di Conrad Musìn, ma era un’idea che avevo in testa da troppo tempo per poterla lasciare da parte… e questo è il posto giusto pr parlarne.

Nel 211 avanti Cristo, anno più anno meno, la città di Siracusa venne conquistata dai romani, i suoi abitanti trucidati o ridotti in schiavitù e il più grande scienziato del mondo allora conosciuto: Archimede, ucciso.

Mia nonna mi raccontava che, a dispetto del personaggio dei fumetti, Archimede era realmente esistito e aveva creato meraviglie come pochi altri avevano saputo fare. Aveva inventato la leva, tra le altre cose e gli specchi ustori capaci di appiccare il fuoco con la sola potenza del sole… una specie di raggio laser ante litteram, o almeno così io immaginavo lo specchio ustorio.

La storia era molto diversa, ma l’avrei scoperta molto, molto, molto più tardi: precisamente alle medie, quando provai a costruirne uno (con l’aiuto di tutta la classe, anzi: di tutta la sezione). Senza scendere nei dettagli dirò solo che alla fine mi ritrovai con una bella sagoma di polistirolo di forma più o meno parabolica e ricoperta di carta a specchio. Se la si posizionava sotto il sole a picco e si metteva un dito sul fuoco della parabola… ci si poteva anche scottare (il termometro che avevo  all’epoca raggiusne i 50°c ), ma il fuoco della parabola si trovava a pochi centimetri dalla stessa, mentre io volevo proiettarlo lontano per incendiare il giornale di papà che se ne stava beatamente seduto sulla sdraio. Provai a mettere una lente nel fuoco della parabola. Aldilà che la parabola era molto, ma molto imperfetta per cui il fuoco aveva la forma di un’ameba, non si riusciva a tenere la parabola e la lente allineati per più di qualche secondo ed anche così riuscivo a proiettare il raggio ad un paio di metri di distanza. A quei tempi non esisteva internet, ma ero iscritto a molte biblioteche e così riuscii a mettere le mani su una biografia dello scienziato. La prima delusione fu scoprire che gli specchi ustori erano una leggenda nata tardivamente: non ne parlava Livio, né Polibio, né altri storici. La seconda fu scoprire come, con un bagno e tanto spirito di osservazione, Archimede risolse il mistero della corona di Gerone, che non era tutta d’oro o che con una passeggiatina, una corda e numerose pulegge issò con le sue sole forze una nave a riva… per dire. Quello che capii all’età di 13 anni fu che Archimede era uno scienziato, ma che i suoi contemporanei erano del tutto digiuni in materia di scienza e lo consideravano un mago, un semidio o comunque uno da tenersi buono che non si sa mai.
Anche la vera storia dell’assedio di Siracusa fu una sorpresa: la città avrebbe potuto resistere ancora molto a lungo se non ci fossero stati dei continui  tradimenti da parte dei siracusani fedeli a Roma. Determinante fu il ruolo avuto da Archimede nella difesa: le sue macchine erano tecnologicamente superiori a quelle dei romani. Potenti gru agganciavano le navi che, a ridosso delle mura marine tentavano di far salire uomini sulle mura, le sollevavano di peso e le ri-scagliavano in mare affondandole. Al giorno d’oggi non sembra granché, ma ai tempi di Archimede non c’erano i motori diesel e i sollevatori idraulici.  Trovo più spaventoso un ordigno che esce dalle mura, aggancia la nave, la solleva e poi la sbatte di nuovo giù piuttosto che un invisibile raggio di calore che incendia le navi. Trovo davvero terrorizzante vedere un centurione che dice ai suoi uomini: “tranquilli, qui le frecce siracusane non arriveranno mai…” e poi vederlo morire impalato da un pylum siracusano scagliato grazie alle potenti baliste a torsione inventate dallo scienziato. Per dire.
E allora cosa è più semplice da immaginare: tenere a fuoco una improbabile lente su un improbabile specchio di bronzo (aldilà delle difficoltà tecniche del realizzare in poco tempo delle ottiche ultraprecise adatte allo scopo) per il numero di minuti necessari ad incendiargli le vele, oppure scagliare un palo con la punta imbevuta di pece incendiata ad una distanza che i romani (e le loro navi) neanche si immaginavano?

Romani 0, Archimede 3 palla anzi pylum al centro del petto di un altro centurione.

E allora ecco spiegato perché, probabilmente, lo scienziato fu trucidato da un soldato romano: dopo tutti i lutti che aveva causato, pur sapendo qual era la sorte per chi avesse ucciso Archimede, lo trafisse comunque a fil di spada anzi di gladio.
Però…
Così non scrivo un racconto, ma una tragedia ed io odio le storie senza lieto fine… lo considero un dovere nei confronti del lettore.
E allora torniamo alla leggenda: si dice che Archimede fosse stato trovato vicino alla spiaggia, sull’isola Ortigia, intento a tracciare segni sulla sabbia e fosse talmente concentrato sul proprio lavoro da non udire il soldato romano che gli chiedeva “Sei tu Archimede?”. Si dice che lo scienziato abbia risposto con un gesto, seccato, come per dire: “Vattene che ho da fare”, al che il soldato decise di ucciderlo perché non era Archimede e così vecchio e scontroso non sarebbe mai stato un buono schiavo.

La domanda che, leggenda alla mano, mi sono posto è stata: “ma cosa aveva di così importante da fare, Archimede, tanto da fargli dimenticare di proteggere la propria stessa vita?” e la risposta ovvia era “qualcosa di sensazionale, di incredibile e altrettanto leggendario come la sua stessa vita”.

Si, ma… cosa?

Pensa che ti ri-pensa i miei ricordi cadono sui mosaici di Piazza Armerina, che raccontano della vita alle terme in una villa romana e a come si viveva a quei tempi. Aldilà del fatto che la villa di cui sto parlando è di 5-6 secoli più tarda rispetto alla caduta di Siracusa, la mia attenzione cade sul mosaico: tante tessere una accanto all’altra e se opportunatamente disposte queste tessere possono essere usate per una partita a battaglia navale o per scoprire ciò che scoprì monsieur Descartes nel 1637 (1800 anni più tardi, anno più anno meno) spiaccicando un diptero su una finestra (nota: anche questa è una leggenda, in realtà Descartes parla di metodi per la risoluzione dei problemi nel suo libro “La Geometrie, Livre Premier: Des problèmes qu’on peut construire sans y employer que des cercles et des lignes droites“, verrà chiamato piano cartesiano solo successivamente e quella della mosca su una finestra a riquadri fa il paio con la Mela di Newton, Eppur si muove di Galilei e tante altre belle e divertenti storie di scienza).
Trovato il modo di salvare lo scienzato ecco che alla leggenda si affianca l’Ucronia, cioé quella particolare “branca” della fantascienza che si occupa di storia alternativa, ovvero l’arte spassosa di domandarsi “e cosa sarebbe accaduto se Archimede non fosse stato ucciso?” ed ecco che sugli antichi mosaici dell’isola Ortigia si innestano riferimenti Lovecraftiani, una bella citazione ad Heinlein, reminescenze classiche, dipteri spiaccicati e altre cosette che donano alla storia una direzione che l’occhio non può seguire, posta ad angolo retto rispetto alle altre tre.

Buon mal di testa a tutti (tanto lo so che ci state provando ad immaginarla quella direzione: esiste e si chiama Tempo).

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SIRACVSA
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