Un Piatto Freddo

UnPiattoFreddoChe sarà mai? Un’insalata di riso? Del Vitel Tonnée? O un bel piatto di prosciutto e melone?  Fosse che fosse qualcosa di più indigesto o… inquietante? Sì, lo so che la foto che ho scelto è inquietante. Contiene anche una citazione lovecraftiana se è per questo. A rischio di sembrare banale “Un Piatto Freddo” sarà il titolo del prossimo libro, che uscirà non prima di gennaio 2018. Ho ripreso in mano “il furfante derubato” e mi sono reso conto che, aldilà del titolo opinabile, c’erano parecchie cose che non funzionavano a cominciare dal punto di vista.  In un giallo è fondamentale che rimanga sempre sul detective o il lettore rischia di disporre di più informazioni di quelle minime necessarie per risolvere il mistero e anche per colpa di questo aspetto chi ha letto la “beta” ha sgamato il colpevole entro le prime cento cartelle (su quasi trecento cartelle di testo).
Non solo. Il criminale deve avere uno scopo preciso e deve essere intelligente. Non c’è nessuna bravura per il detective se riesce ad incastrare un cretino. Anzi: impiegare quasi trecento cartelle per incastrare un cretino implica che il detective non è poi ‘sto granché.
Il che ci potrebbe anche stare: la mia editor ha definito Conrad “un polletto”, di quelli che a 12 anni si credono uomini belli e fatti, salvo poi scartavetrarsi la faccia nel tentativo di far crescere la barba.
In questa storia a crescere non sarà solo Conrad, che da polletto si trasformerà, lentamente, in una persona responsabile e accorta, ma anche Diana e La-Wonlot e il trio prenderà sempre più affiatamento. La storia racconta di come i tre affronteranno la minaccia del ladro di carri e di come crescerà la loro amicizia. Corad non mancherà di mostrare quanto ha bisogno di una ragazza e di collezionare figure barbine al riguardo, nonostante i tentativi di darsi un tono.
E però c’ è sempre il gelido piattino di cui sopra, che nella foto compare la mia pianta di peperoncino durante l’ultima nevicata a Roma, che fa da “leit motif” della storia e che poco o nulla potrà l’amicizia, i buoni propositi e tutto il resto. La vendetta arriverà e colpirà, ma sarà difficile accorgersi di quale vendetta e di chi: in questa storia sono in tanti a cercarla e ad ottenerla che diventa difficile capire chi, tra tutti, vince in una gara dove ognuno pensa di essere il vincitore.

Worldbuilding – 2 ambientiamoci meglio.

Normalmente uno scrittore non può starsene solo seduto alla tastiera. Deve nutrire il suo cervello con esperienze convincenti o comunque diverse dallo starsene seduto davanti ad un monitor ad immaginare cose. Cioè può anche starsene sempre seduto a leggere articoli, libri scritti da altri, vedere film magari in una lingua diversa dalla propria lingua madre, ascoltare musica… ma appunto: sta nutrendo il proprio cervello.

La realtà virtuale può essere un modo: i videogiochi sono perfetti esempi di viaggi attraverso realtà differenti. A me piace quella… reale. Hanno pregi e difetti tutte e due. Per descrivere un combattimento all’arma bianca puoi pagarti un maestro di scherma e passare due ore con lui/lei e apprendere almeno i rudimenti. Puoi sciropparti 2-3 ore di video di combattimenti con spade-sciabole-cukri-uallere-fioretti e altre amenità d’acciaio, legno, pietra o altro, così da avere comunque un po’ di cultura in materia. Puoi anche riempire uno zaino di oggetti che, più o meno,pesano come quelli che il tuo eroe si porta dietro e capire se effettivamente, con quella zavorra sulle spalle, può spiccare i balzi che gli hai fatto fare nel tuo libro. Ok, scherzavo, posate quello zaino prima che vi facciate male sul serio.
Quello che mi preme spiegare è, per la mia esperienza, che il cervello impara meglio se lavora in presa diretta: leggere di tabelle che mettono in relazione il peso trasportato e la distanza percorsa è utile, ma sentire sulla propria schiena quanto pesano 15kg di equipaggiamento è tutta un’altra cosa.
Le spade pesano, le corazze ancora di più, gli scudi oltre a pesare ingombrano e quando il vostro eroe non li usa: dove se li mette? Sperimentare su se stessi che significa tirarsi dietro 30kg sulle spalle tra corazza, zaino, armi e scudo… (e sono stato buono: di solito 30kg era il peso di una corazza e basta) significa poi ritrovarsi a raccontare in maniera molto plausibile quello che accade nella finzione delle proprie storie.
Tuttavia ci sono storie dove quello che accade non è plausibile ed è proprio la “non plausibilità” a renderle speciali. Ad esempio: il “Temibile Pirata” Guybrush Threepwood, cui Conrad ha preso in prestito il giustacuore, ha un inventario di tutto rispetto nella sua camicia: ne esce fuori di tutto e in un modo graficamente ineccepibile. Tutto dipende dalle regole che vi siete dati prima di iniziare la narrazione e dal taglio che si intende dare. I racconti di Ron Gilbert su cui sono costruiti i videogiochi “The secret of Monkey Island” e “The secret of Monkey Island II: Big Whoop” hanno un retrogusto umoristico molto spassoso, specie per chi mastica bene l’inglese, per cui il protagonista che tira fuori dalla camicia un sacchettone con dentro migliaia di “pezzi da otto” più grande di lui, fa ridere e non intacca la sospensione dell’incredulità che, anzi, si diverte.
Nel mondo raccontato dai due videogiochi gli oggetti trasportati, anche i più improbabili, cessano di pesare se messi nell’inventario e se possono entrare nell’inventario allora l’eroe può maneggiarli. Questa strana regola, plausibile in un videogioco, ha richiesto la creazione di numerose animazioni del personaggio una per ogni oggetto singolo o frutto di combinazione tra oggetti, così da evitare sgradevoli perdite di risoluzione. Quando si racconta una scena occorre fare lo stesso lavoro. Potete non immaginare come andrà a finire e scriverla di getto, ma dovrete avere ben chiaro, fino alla nausea, come sono fatti tutti i dettagli di contorno o non riuscirete a dargli il “taglio” giusto.
Vale la regola del palloncino: per disegnare una faccia su un palloncino puoi disegnare la faccia a palloncino sgonfio e poi gonfiarlo, ma otterrai un oggetto ingombrante con un uno scarabocchio che, una volta sgonfiato il pallone, somiglierà ad una faccia. Puoi disegnare la faccia, dettagliatissima, sul palloncino gonfio (hai per giunta un sacco di spazio a disposizione per tutti i dettagli) e poi sgonfiarlo. Ti ritroverai con un oggetto molto maneggevole e con un disegno incredibilmente dettagliato sopra.

Come per le innumerevoli animazioni di Monkey Island, al lettore non arriverà una virgola del lavoro certosino che avrete svolto, ma potrà goderne dei frutti con somma soddisfazione.

I Razziatori di Etsiqaar

Andrea Venturo - I Razziatori di Etsiqaar - copertina (2)Ed ecco qui il nuovo nato in casa “Next” vale a dire i Razziatori di Etsiqaar. Per quanto sembri strano questa cover ha richiesto più lavoro della precedente. Per il Torto non c’erano vincoli: ancora la faccia di Conrad non era stata definita, c’era solo da interpretare la descrizione cartacea. Per il nuovo capitolo invece bisognava inserire gli stessi dettagli del capitolo precedente e arricchirlo. La prima fatica è stata il giustacuore. Cos’è un giustacuore? Un vestito che si porta “addosso al corpo”, just au corp come dicevano i francesi del XII secolo. Era una sorta di sopravveste che si indossava per uscire di casa da mettere sopra i vestiti. Nel corso dei secoli ha cambiato foggia e funzioni, fino a diventare anche un pezzo preciso della corazza dei cavalieri: la protezione per il cuore, appunto. Però resta un soprabito attillato e siccome l’ambientazione è stata ispirata dalla repubblica di Venezia, tra le altre cose, ho passato al buon Gianluca tutti esempi di “Giustacuore alla veneziana” cui sono stati tolti tutti i fronzoli (merletti, ricami, stoffe pregiate) in modo da farlo somigliare ad un abito appartenente ad una classe più popolare. Del resto che abiti dareste ad un ragazzino che vive in una fattoria? Stesso lavoro per la camicia che si vede sotto e la fibbia dei calzoni che appare sovradimensionata: non si vede, ma sotto al giustacuore quella cintura gira attorno alla sua cintola quasi due volte. È la cintura di un adulto, visto che non esistono cinture per bambini. Infine il bastone: quello doveva essere identico alla descrizione, ci siam presi solo una piccola licenza sulle proporzioni. Conrad non arriva al metro e mezzo di altezza e il bastone avrebbe dovuto essere più lungo, ma è inclinato e Conrad lo sta trascinando a terra. Ultima chicca, ma solo per chi apre l’immagine a grandezza naturale.  I riflessi dorati non si vedono perché la scena ritratta è quella di Conrad che sta per… uh… niente spoiler, ma è al buio. In compenso si vedono tanti riflessi blu-zaffiro. Quando stamperò il cartaceo si vedrà benissimo.
Sì, ho detto cartaceo: il libricino è da 150 pagine, un po’ piccolo, ma sto preparando un’edizione “ricca” con il Torto e le appendici. Verrà fuori un volumetto da 250-300 pagine che sarà stampato on demand da streetlib. Naturalmente il prezzo sarà più elevato, tra 9 e 15 eur… che rispetto ai 4 eur dell’e-book è una grossa differenza, ma ci sono dei costi aggiuntivi non da poco e non si tratta della mera carta, ma del materiale che non sarà quello più economico. Se volete risparmiare comprate l’e-book, il cartaceo avrà copertina rigida, sovra-copertina, rivolti disegnati e le mappe saranno su carta patinata, se il servizio di stampa me lo consente.
Manca poco.

Torri e Torrioni – senza fondamenta crollano, anche in letteratura.

Il castello delle favole, complici le opere di ingegneria austro-ungariche, del XVIII e XIX secolo e tutto quel che sorge nella valle della Loira, ha un aspetto ben preciso.

Ha un sacco di torri, merli e passaggi sospesi merlati e merlettati, guglie, pinnacoli e altre allegre decorazioni. Un mio collega scrittore, autore di un romanzo intitolato “I Racconti dell’Orda” e che mi ha fatto ridere a crepapelle, ha spiegato bene perché i castelli, quelli che hanno resistito a guerre e invasioni, hanno tutto un altro aspetto.Forte_di_San_Leo.jpgEcco, questo è un castello. Ogni singolo elemento ha una sua funzione studiata al millimetro per magnificare la potenza delle armi installate tra le sue mura, proteggere i suoi abitanti e causare problemi a chi invece tenta di espugnarlo.

Per chi volesse farci un salto si trova a San Leo, in provincia di Rimini ed è noto anche come “Il Castello di Cagliostro” poiché il conte vi trascorse i suoi ultimi anni di vita rinchiuso.
Molto spesso invece trovo descrizioni fantasiose di veri e propri castelli in aria. Cioè: magari fossero davvero castelli volanti come in Laputa, almeno si potrebbe sognare come si deve. No: sono castelli con mura spesso d’intralcio per i difensori, torri altissime dalle quali un arciere fatica a prendere la mira e fatica ancora di più a salire in cima. La torre è alta quanto? Ogni metro sono circa 6 scalini, meglio 8. Trenta metri di torre? 240 scalini, hop: sai come ti senti dopo aver salito 240 gradini di corsa, magari con due ceste piene di frecce? Muri alti più di 10 metri? Va bene, ma aldilà dei costi di realizzazione, quanto ci mettono i rinforzi a salire sulle mura per dare manforte ai difensori? Nessuno, ma neanche gli autori più quotati, ha mai considerato il fatto che un essere umano, pur essendo in grado di affrontare scalinate anche impegnative, ha qualche noia con esse.
Insomma è dura per me credere che i difensori “balzano” sulle mura dopo che le hai descritte come ciclopiche solo il capitolo prima, alte fino al cielo. Ponendo il “cielo” a 30 metri… e ce ne vuole per costruire un muro alto quanto un palazzo di dieci piani, stiamo parlando di 22-24 gradini  per piano e quindi riecco i nostri bei 240 gradini da salire di corsa. Balzano? Sì, in una decina di minuti sono arrivati su e quel che doveva succedere è successo.
Un mio collega di scrittura, Andrea Villa autore di un libro intitolato “I racconti dell’Orda” ha condotto un analisi spietata contro certe invenzioni letterarie, molto oniriche, ma pessime sul piano difensivo.
Ha preso degli orchi, gli ha dato un cervello degno e li ha mandati ad assaltare il castello della “bella addormentata”, cioè non era quel castello lì, ma uno che gli somigliava pizzi e merletti inclusi. Potete immaginare com’è andata a finire. Il libro di Andrea è ironico e lo scambio di battute tra orchi e umani è uno spasso, ma un eventuale castello/torre/rocca costruito senza nessuno dei criteri adottati a S. Leo posso garantire che durerà meno di un Gatto sulla Salaria (un tempo breve rispetto alla sua aspettativa di vita).
E vogliamo parlare di quei personaggi a metà strada tra “Il vecchio saggio della montagna” e “mago Merlino in salsa Disney” che infestano puntualmente roccaforti e torri costruite su picchi inaccessibili?
Il ridicolo è dietro l’angolo: il castello di S. Leo sorge in cima ad un picco, ma è accessibilissimo. Una comoda salita lunga qualche centinaio di metri termina davanti al muro tra le due torri che hai visto in foto e i difensori hanno tutto il tempo di bombardare un eventuale assediante, se questo osa entrare nel raggio d’azione delle armi.
Spesso invece trovo rocche e castelli costruiti “ad minchiam” in cima ad una guglia di roccia. Molto romantico, per carità, ma se non c’è un background solidissimo su cui costruire quella rocca, nella mente del lettore si sgretolerà al primo alito di vento.
Faccio un esempio letterario: la strega di Rapunztel vive in una torre altissima e ci tiene rinchiusa la principessa. Per salire e scendere usa i capelli della ragazza. E prima come faceva? E chi ha costruito quella torre? Perché proprio in mezzo al bosco, nascosta tra gli alberi? Se voleva stare nascosta non poteva costruire una casetta a un piano solo?
La torre di Rapuntzel crolla miseramente appena una di queste domande non trova una risposta adeguata.
Invece altra torre, altra principessa: “Il castello di Cagliostro”, Hayao Miyazaki. Anche qui abbiamo un castello, ma munito di alte mura con saliscendi per portare in fretta uomini e mezzi, ascensori e sistemi di difesa adeguati a mettere in difficoltà anche Arséne Lupin III. Per quanto “Onirico” il castello immaginato da Miyazaki funziona egregiamente (non a caso è un riuscito incrocio tra la rocca di S. Marino e il castello di S. Leo, luoghi che hanno fortemente ispirato l’autore).

Il castello di Cagliostro - Locandina Come potete vedere sullo sfondo il castello è enorme, ispirato ai castelli austro-ungarici per elementi architettonici, caotico come la rocca di S. Marino e inespugnabile come S. Leo che è collocato su uno sperone. Nel film di Miyazaki il castello ha anche altri dettagli (tipo torrette da difesa laser, trabocchetti ecc… ecc… ecc…) che testimoniano un accurato lavoro di progettazione a monte: non un solo elemento visivo è messo lì per caso. Nella trama e quindi nei dialoghi è inserito ogni dettaglio necessario per rendere plausibile la presenza di un certo tipo di difese, o la posizione di un orologio, di una fontana, di una statua… se è stato disegnato potete scommettere che c’è un motivo e di solito più d’uno.  Descrizione funzionale, in questo caso “grafica”, ma comunque funzionale. Prendiamo il disegno qui a sinistra: si vede un corpo centrale costituito da un edificio di grandi dimensioni in cima, uno più basso caratterizzato dal portone e da un grande arco, la cattedrale in basso a sinistra con il campanile a vela e la torre-prigione sulla destra. Si intuisce, sopra l’edificio a sinistra sopra la cattedrale, l’eliporto. Lo stelo su cui poggia la torre del prigioniero nasconde il trabocchetto che precipita un eventuale intruso nelle segrete. Il tetto dell’edificio principale sarà usato da Lupin come trampolino per entrare nella torre del prigioniero. Ciò che mi suscita sempre grande ammirazione per questo piccolo gioiello di animazione è la coerenza con cui i dettagli vengono rappresentati, tutto considerato che si tratta di un film realizzato alla vecchia maniera: a mano. I parallelismi con la scrittura ci sono e si sentono.

Per quanto fantasiosa, la rocca dei Cagliostro è formidabile, temibile e plausibile anche  e soprattutto grazie ad un background solido e pensato con cura: tutto il film è pieno di rimandi alla storia passata, alla fine che hanno fatto i nemici del piccolo stato alpino, alla spasmodica e continua ricerca nei sistemi di sicurezza e nella falsificazione altamente sofisticata… insomma, la storia si regge bene e il castello fa la sua degna figura.

E tu: quando hai costruito il tuo castello, hai pensato di guardare su cosa poggia?

World-building – 1

Innanzitutto cos’è? Avete presente l’ameno mestiere del Demiurgo? Colui che costruisce e orchestra l’universo e tutto quel che vi accade, fino all’ultimo atomo situato nell’angolo più remoto? Si tratta proprio di questo con un importantissimo distinguo: uno scrittore non si limita a fare il Demiurgo: lo è.
Qualcuno potrebbe semplicemente chiamarla “costruzione dell’ambientazione”, ma questa locuzione è molto riduttiva. La costruzione dell’universo narrativo non riguarda solo la mera scenografia, ma coinvolge numerose altre discipline: storia, geografia, fisica, letteratura, religione, architettura e una Mole di eccetera in senso chimico. In chimica una Mole è il numero di atomi presenti in una massa in grammi pari al peso atomico e corrisponde a 6,022*10^23 cioè 6022 seguito da 20 zeri e questo per ricordare che il numero di dettagli da prendere in considerazione, durante la creazione dell’universo, deve essere grande.

Di fatto mi sono reso conto di aver messo a punto delle tecniche simili a quelle che Tolkien ha utilizzato per Arda e i libri che vi sono ambientati (Silmarillion, Hobbit, Signore degli Anelli). La differenza sostanziale tra me è Tolkien è la cultura: lui era un professore universitario, un filologo e un linguista eccezionale. Io sono un impiegato col pallino della montagna ed esperto in programmazione a oggetti…. ed espertissimo in materia di giochi di ruolo con oltre 20 anni di esperienza sulle spalle ^_^
In un confronto tra me e Tolkien, questo mi darebbe tanti di quei punti che a contarli tutti diventerei vecchio prima di finire, però come esempio calza.

Il primo passo è stabilire i confini del proprio universo. Eugène Ionesco nel suo “Le Sedie” offre un esempio affascinante e maneggevole per capire questo concetto. I confini delimitano tanto l’area d’azione dei personaggi di una storia quanto il raggio d’azione dei loro sensi e del loro pensiero. Questo si estende tanto nello spazio quanto nel tempo… in un certo senso stiamo parlando di un sistema in 6D come per la mia Tharamys.
I confini spaziali sono facili da individuare: nel caso de “Le sedie” sono una stanza situata in una casa in cima alla scogliera dalle cui finestre si vede il mare. Tutta la storia si svolge entro queste mura. Gli altri confini sono più difficili da individuare, ma ci sono: fuori da quella stanza ci sono una casa, una scogliera, una città situata da qualche parte lungo le coste francesi e c’è Parigi. Ci sono anche dei confini temporali che vanno dal momento in cui i due protagonisti (marito e moglie, anziani) si sono incontrati, al loro arrivo a Parigi, fino al momento in cui sono pronti per la rivelazione finale e la storia si conclude. Da un punto di vista temporale i confini vanno dall’ingresso nella stanza piena di sedie fino all’arrivo del relatore e al… gran finale (di cui non anticipo nulla) poco dopo l’uscita di scena dei protagonisti, ma l’altro estremo del confine è parecchio indietro nel tempo, almeno fino al giorno in cui i due arzilli vecchietti si incontrano per la prima volta e coprire un arco temporale di circa 60 anni o poco meno.

Quindi si procede con le descrizioni: si scrive, signori, ma nulla di quanto scritto finirà nel vostro racconto così come non se ne trova traccia nell’opera di Ionesco se non per gli innumerevoli accenni presenti nel testo e che riguardano i trascorsi del “Vecchio” (il protagonista maschile).

In questo lavoro di scrittura, tuttavia, è lecito scrivere per se stessi, lavoro facile che non richiede editing o correzione delle bozze: si possono sbagliare tutti i Punti Di Vista, i tempi e anche i congiuntivi. L’unica regola è che sia chiaro a voi che siete i destinatari di questa scrittura.

Sembrerà ovvio, ma per cominciare si deve conoscere esattamente la struttura esatta della storia: quando inizia, chi sono i personaggi e come finisce la storia o almeno un’idea di massima sul finale. Questi elementi non sono statici e immutabili, ma consentono di indirizzare la scrittura.

Si comincia dai confini “esterni” e si descrive la città, la casa dove si trova la stanza, la strada che collega la città a Parigi… Parigi che è andata distrutta per cui quella strada potrebbe nascondere numerose sorprese.

Si scrive di come è andata distrutta Parigi, si scrive di cosa è successo alla Francia e, per sommi capi, al mondo. Si scrive la storia dei due profughi, il Vecchio e la Vecchia, dalla loro nascita al loro arrivo alla città e alla casa in cui abitano e dove lui lavora come “maresciallo d’alloggio” vale a dire portiere.

Poi si passa a descrivere la stanza… se abbiamo deciso, come Ionesco, di svolgere l’intera vicenda in quel luogo, ma già la descrizione della stanza sarà influenzata da quello che abbiamo scritto riguardo la città dove si svolge la storia e i racconti relativi la città, la Francia, il mondo.

Avete mai provato a disegnare su un palloncino? A prendere un pennarello, disegnare un faccione sorridente e poi gonfiarlo? Il Faccione durante il gonfiaggio tenderà a sbiadire e a perdere i suoi connotati.
Provate a fare il contrario: con uno stilo leggero (o un pennarello a punta sottilissima) tracciate il vostro faccione sopra il palloncino gonfio, chiuso con una forcina per capelli o altro oggetto facilmente rimovibile. A disegno ultimato sgonfiatelo. Il disegno sul pallone sgonfio apparirà incredibilmente definito e nitido, ma il pallone starà comodamente in una tasca.

Tolkien ha fatto lo stesso: ha scritto una quantità di racconti mostruosa, tant’è che il figlio ci ha campato e continua a campare con i “Racconti perduti”, “Racconti ritrovati”, “Racconti incompiuti” e via discorseggiando. Poi ha messo in cantiere “Il Signore degli Anelli”, libro unico eh? La suddivisione in tre parti l’ha fatta i suoi editori. Quello che ha tirato fuori è un opera corposa, ma dove ogni singolo elemento narrativo ha una sua precisa connotazione, senza sbavature, senza elementi autodefiniti: c’è una spiegazione per tutto. Leggendo Tolkien non si ha l’impressione di muoversi su di un palco dove gli attori si arrangiano coi fondali di cartone dipinto, ma ci si trova davanti ad un mondo vivo, coi suoi popoli, ognuno con i suoi usi e tradizioni, divinità, tipi di scrittura differenti, modi di dire, stili architettonici (coerenti, tra l’altro) e innumerevoli altri dettagli amalgamati superbamente tra loro e frutto di un certosino lavoro di scrittura a monte (il Silmarillion e gli altri racconti di cui sopra).
Pochi scrittori hanno creato un continuum narrativo così ricco e denso. Ci ha provato la McAffrey coi dragonieri di Pern (un po’ monotematico). Jack Vance col suo Tschai e pure Marion Zimmer Bradley con Darkover o Clive Cussler con la National Underwater Marine Agency o NUMA con la quale ha coinvolto anche figli e amici a produrre romanzi di successo. Gli esempi di romanzi con la medesima ambientazione sono numerosissimi: Twlight, i romanzi della Cornwell, il ciclo dei “Pirati” di Salgari e le storie di Sandokhan, come pure le storie di Asimov dal ciclo dei Robot a quello della Fondazione… e altri splendidi eccetera (ok, a parte Twilight che proprio non mi è andato giù, ma è questione di gusti).
Il bello di lavorare in questo modo è che se l’ambientazione è costruita a dovere, scrivere
diventa più semplice. Non si tratta di “progettare” in senso proprio, ma una volta che hai definito certi elementi narrativi, non devi perdere tempo a ricrearli ogni volta: puoi riproporli e invece di sembrare “uguale a te stesso” offrirai ai lettori abituali un senso di familiarità e appartenenza con l’ambientazione e le vicende dei personaggi fortissimo.

Nihil sub sole novi direbbero gli antichi: sono strumenti ampiamente utilizzati da scrittori di successo e che sto riproponendo in questi articoli al fine di offrire una sorta di compendio o di cassetta degli attrezzi per scrittori dilettanti come il sottoscritto.

Per chiudere questo primo articolo sul world building vi invito a pensare a quale serie di romanzi vi ha colpito, poi provate a riproporla a voi stessi un’altra ambientazione. Chessò… il Signore degli Anelli raccontato in chiave fantascientifica, per dire, con le astronavi di Mordor che sbarcano su Arda e ne avviano la conquista. Poi provate a scrivere minimo una cartella, massimo tre, per raccontare a voi stessi come può apparire questa nuova ambientazione.

Pagare per pubblicare: ecco quando conviene.

Editore a pagamento o no? È una domanda che, al pari del pollo coi peperoni mangiato a cena, si ripropone con regolarità. Cos’è un “Editore A Pagamento” o EAP come viene chiamato nel nostro ambiente? Si tratta di un soggetto che, dietro pagamento, produce un certo numero di copie del romanzo nel cassetto che molti di noi hanno.

Come funziona? Facile: si propone il romanzo ad uno di questi soggetti (di cui mi rifiuto di indicare anche un solo nome per mie convinzioni personali, ma di cui è facilissimo trovare indirizzi e contatti per motivi che pure diventaranno evidenti) e si ascolta il preventivo che questi propongono. Di solito presentano un bel pacchetto completo, incluse 100 copie da mettersi in tasca (mai meno di 2500 euro di spesa) che include l’editing, la correzione di bozze, la copertina, la quarta e qualche rarissima volta persino eventi promozionali come una o due presentazioni in un luogo molto frequentato.

…e conviene?
No.
Togliamo ogni dubbio: non conviene. In Italia si legge poco e riuscire a vendere più di 50 copie (che è tantissimo) in capo a sei mesi con uno di questi editori implica che si è incappati in una persona tutto sommato seria. Se lo trovate ditelo anche a me, io finora ho solo trovato immani fregature dalle quali mi sono ben guardato.

Però ho scritto nel titolo “ecco quando conviene” perché? Perché esiste almeno un editore serio, che ama il tuo libro, vuole che sia la rivelazione editoriale del secolo e vuole che sia tu ad arrivare a quel tanto agognato successo… non solo: è disposto a prendersi dal 10 al 30% del prezzo di copertina lasciando a te il resto.

Di chi sto parlando? Di Testesso Editore. La Testesso edizioni sceglie l’editor migliore sulla piazza (un editing professionale costa tra i 2 e i 5 eur a cartella) il correttore di bozze (0,5 eur a cartella), il grafico (una cover ben fatta costa intorno ai 100 eur) e sceglie i canali promozionali off e online più adatti…

Non ci credi?
Facciamo 2 conti:  il tuo romanzo nel cassetto da 300 cartelle costa 1500 eur di editor (ma a volte anche meno: quando sono opere così corpose l’editor può anche fare uno sconto e scendere fino a 1000 eur). La correzione di bozze ti costa altri 150 eur, la copertina 100 eur. Totale: da 1750 fino a 1250 eur per la produzione del testo.
Ebook o Cartaceo: perché non entrambi? A patto di curare personalmente l’impaginazione (e qui c’è parecchio lavoro da fare) esistono software open source adeguati per impaginare un ebook e un libro, così come esistono servizi che dietro un 10% del prezzo di copertina inviano a tutti gli store online e rendono disponibili offline l’ebook e il cartaceo stampato “On Demand”. Vuol dire che la libreria “Antani” di “Abbiatemagro di Brianza” riceve un ordine per il tuo libro, lo inoltra al service (tipo Pub.me o Streetlib.com) e nel giro di pochi giorni si vede recapitare la copia richiesta senza costi aggiuntivi. Miracolo? No, semplice economia: né buona, né cattiva.
Dunque al costo del 10% (o del 30% nel caso di Amazon) il libro o l’ebook arrivano al cliente. L’autore non paga altro eh? Miracoli del Print On Demand e del Digital Delivering.
A questo punto ci “avanzano” 750 eur, dal budget… vale a dire quei 2500 eur che, minimo, ci chiede l’EAP.  Come spenderli? Pubblicità. Google ADWord, Facebook e compagnia bella, a patto di individuare correttamente il nostro pubblico, ci permetteranno di vendere in sei mesi almeno un centinaio di copie.
E dunque a che prezzo devi vendere? Mettiamo che metti l’epub a 9,99 eur e il cartaceo a 15 eur. Il cartaceo vende 66 copie e l’epub 34: 990 eur e 339.66 eur rispettivamente, totale 1329 e spicci dai quali, tolta l’iva al 4%, rimangono 1276,45 e poi anche il 10% dello store online (127,6 eur) eur solo per i primi sei mesi (se tutto è andato bene eh? Io non ci sono mai riuscito). Se ci si impegna e si comincia a lavorare anche offline con presentazioni. Le librerie non ti accettano se non hanno visto i dati di vendita del tuo libro e anche così, prima di fidarsi… meglio organizzare un evento con amici e parenti e amici degli amici in una pizzeria, un bar, un altro locale in tema col libro.
Il gestore sarà contento perché gli porti gente, tu sarai contento perché venderai tante copie, i tuoi amici e gli amici degli amici pure perché se hai scelto bene il posto passeranno del tempo in modo molto piacevole.

Fatti i conti, dopo un anno sei ancora sotto di qualche centinaio di euro… però: se avessi pagato l’EAP ci avresti rimesso 2500 euro minimo, ti saresti ritrovato con un libro editato in modo sommario (nel migliore dei casi) e senza correzione di bozze accurata, una copertina da 5 e mezzo e 100 copie di un libro che probabilmente è meglio non far leggere: con tutti gli errori, i refusi, gli spaginamenti che contiene ti creeresti una fama negativa dalla quale non ti libereresti più.

Con l’autopubblicazione realizzata in modo serio invece hai realizzato un prodotto che:
1) Si può leggere senza far brutte figure perché non ha errori se non qualche minuscolo refuso come nei libri prodotti dai grandi editori (e a volte è anche meglio).
2) Ti ha fatto crescere: lavorare con un editor professionista, con un grafico, con un correttore di bozze e probabilmente anche con un commerciale ti ha permesso di acquisire delle abilità che prima non avevi e di affinare grazie al lavoro quelle che possedevi già.
3) Hai costruito il primo, fondamentale, mattone della tua personale fama. Buona o cattiva che sia ne sei stato tu l’artefice e succederà una cosa strana: quando anche a distanza di tempo prenderai in mano il libro che hai scritto non vorrai cambiarne neanche una riga.

Domande e Risposte:

perché un EAP no e invece pagare un editor va bene?
Perché l’editor è un professionista che con la parola ci campa. Se tu pubblichi un libro ed hai successo, automaticamente lui (più spesso lei) è felice perché significa attrarre nuovi clienti. Se comunque sei soddisfatto del lavoro, per l’editor sei prezioso perché ne parlerai bene (o più spesso scriverai sul tuo blog, sulla pagina autore… ecc…). Dietro pagamento di un piccolo supplemento l’editor ti scriverà la quarta di copertina (o ti indicherà cosa scriverci) per ottenere un testo d’effetto. Io suggerisco di approfittare.

Ma a che accidenti mi serve il correttore di bozze se già l’editor mi ha corretto tutto?
L’editor ti ha impostato tutto: personaggi, trama, climax, ambientazione, otturazioni dei buchi nella trama e incongruenze varie. Tu hai fatto il lavoro, l’editor corregge il testo in modo semi-approfondito (non è il suo lavoro), talvolta lavora su tre passaggi (ma non costa mai meno di 4 eur a cartella)  e quindi ti controlla ancora meglio il lavoro, ma dopo l’ultimo passaggio se fai errori non li vedrà. Il correttore di bozze prende il testo “definitivo” e scova TUTTI gli errori di ortografia e sintassi residui e lavorerà bene quanto l’editor, nel suo campo. Ama il tuo libro e vuole che risplenda anche grazie al suo contributo: non gli serve a niente intascarsi i tuoi soldi se poi parlerai male del suo lavoro. A volte il correttore ti cura anche l’impaginazione e può valere la pena pagare anche per questo servizio: il costo per cartella aumenta.

E il grafico? Che ho da imparare da un grafico?
Più di quello che immagini. Se ha un minimo di esperienza in ambito pubblicitario saprà tirare fuori una copertina accattivante e ti spiegherà i motivi. Alla copertina successiva sarai in grado di dare degli ordini molto più precisi al grafico e verrà ancora meglio.

E come promuovo il mio libro?
Benvenuto nella mia scomoda barchetta: non ne ho idea. “Il Torto”, nel mentre che scrivo, ha venduto 7 copie a 2,99 eur l’una. Però ne ho distribuite gratuitamente circa 300 di queste sono state lette 1/3, di questi 100 lettori quattro hanno lasciato una recensione su Amazon, un paio mi hanno chiesto se esiste il cartaceo, molti altri solo un “grazie” e “molto carino” via email. Uno mi ha recensito in modo negativo, ma è stato piacevolmente accurato e mi ha dato tante idee su come migliorare il seguito. La distribuzione “gratuita” avviene col contagocce (non ho speso in pubblicità) ma conto di arrivare a 400 copie distribuite prima che esca il seguito del Torto e poi, si spera, quelli cui è piaciuto il primo libro decideranno di acquistare il seguito. Che non è il seguito, ma un’avventura che si colloca temporalmente dopo i fatti narrati nel “Torto” e che può essere letta anche in modo autonomo.
Se tutto va bene potrei vendere da 20 a 50 copie.
Però se mi chiedi “come fai a vendere” ti rispondo: chiedi altrove, io non ho venduto che 7 copie, per ora, ma se il metodo che sto mettendo in pratica funziona lo scriverò su queste pagine.

Quindi non si guadagna niente?
Dipende cosa intendi per “guadagnare”: ti ho appena dimostrato che con l’autopubblicazione ottieni più che con un EAP, senza contare che un buon corso di scrittura, creativa e non, costa circa 10.000 eur l’anno per tre anni (fonte: scuola Holden) invece un’autopubblicazione realizzata in modo serio ti porta via un anno e costa 1/4 o anche meno. Se il tuo obiettivo è pubblicare il tuo libro e basta allora mi spiace di averti fatto perdere tempo. Se invece vuoi essere uno scrittore, be’ l’autopubblicazione è una strada percorribile, più costosa di quello che ti racconta Amazon KDP, ma comunque ricca di soddisfazioni.
I guadagni… magari arriveranno anche quelli, ricorda che la conoscenza paga sempre e con interessi elevati, anche se a volte lo fa in modi… oltre ogni immaginazione.

7 motivi per cui è meglio non cavalcar draghi…

…non tanto facilmente almeno. La letteratura è piena di cavalieri in sella a destrieri più o meno interessanti. C’è stato Perseo in sella a Pegàso, ma non è stato mica l’unico. Astolfo e il suo Ippogrifo per citare un altro eroe leggendario… ma sicuramente il “top di gamma” delle cavalcature mitiche è il drago. Vedremo ora come questa specie di Rolls Royce dei cieli è piuttosto scomoda da gestire se non si ha una cultura ben solida.

In occidente il drago è una bestiaccia. Nella letteratura medioevale occidentale è sempre stato legato al maligno, complice un passo dell’apocalisse di S. Giovanni. Ma non è ch ei popoli nordici ne andassero pazzi: Miðgarðsormr è il drago che distruggerà l’albero del mondo rosicchiandone le radici e dando così inizio al crepuscolo degli dei, il Ragnarok. Ne consegue che a cavalcar draghi erano sempre personaggi legati a Satana e alle sue molteplici apparizioni, per i cristiani e per i nordici era “l’inizio della fine”. Nella letteratura Cinese e in generale nella mitologia orientale invece il drago è un elemento positivo, portatore di fortuna, di armonia, equilibrio… compare un po’ in tutte le culture, talvolta è un dio (per gli Atzechi è Qezalcoatl, il serpente piumato), talvolta no, ma comunque dotato di poteri soprannaturali.
Per vedere la figura del drago riabilitata anche in occidente, almeno in parte, bisognerà attendere la seconda metà del XX secolo.

1) Un drago vola veloce, mai sotto i 30km/h del volo planato o anche le sue ali prodigiose vanno in stallo (a patto di avere una bella termica sotto la coda), se no si sale fino a 80-90km/h. Per una creatura vivente è una signora velocità di crociera, date anche le dimensioni. Se pensate che questo non sia un problema vi invito a fare questo esperimento: viaggiate per una mezz’oretta a 30km o più con gli occhi ben spalacati, senza alcuna protezione.
Bene, ora procuratevi un buon collirio, che deve diventare ottimo se avete viaggiato per lo stesso tempo a 60km/h. Tutti i volatili hanno una membrana nittitante che protegge la cornea durante il volo. I draghi non fanno eccezione. Il pilota deve possedere una qualche protezione, magica o naturale, altrimenti dopo i primi dieci minuti di volo rimane semi accecato… e non è bello rimanere in questo stato quando devi far atterrare un bestio con un apertura alare degna di un jet.

2) Un drago ha la corazza. Le sue scaglie dure e leggerissime hanno la stessa struttura della pelle di squalo. Questa è chiamata anche “smeriglio” per via dell’effetto che ha sui subacquei quando accidentalmente vengono “strusciati” da uno squaletto di barriera. Ora immaginatevi che fine fa il fondello dei calzoni di un cavaliere, ma pure le cinghie di una sella dopo qualche ora di volo. Non parlo del fondoschiena del cavaliere solo per una questione di decoro.

3) Come mezzo di trasporto il drago è costoso. Sebbene integri la sua dieta con elementi di origine minerale quali quarzo, granito e metalli, predilige gemme ad elevato contenuto di carbonio (vedi alla voce diamanti) e metalli compatibili con la propria corazza, così da mantenerla in buona efficienza. In alternativa si accontenta di un quantitativo di vergini… o mucche (o altro animale di stazza equivalente) pari al suo peso ogni mese. Avete idea di quanto costa una mucca?

4) Come arma in battaglia: certo è un valido motivo per avere un drago, ma essendo senziente decide lui se attenersi agli ordini o suggerirne di migliori. Di certo non ha bisogno di un peso supplementare sulla schiena dalla vista corta, limitate capacità belliche (una spada ha un raggio d’azione inferiore al soffio e agli artigli del drago, una balestra colpisce più lontano, ma è imprecisa a causa delle condizioni di volo e comunque è inefficace contro un altro drago) e capacità intellettive ancora meno entusiasmanti. Un improbabile cavaliere, oltre ad avere dei calzoni davvero resistenti, avrebbe il ruolo di portafortuna… avete presente quelle cose che si appendono al retrovisore? Se volete che il vostro drago abbia un cavaliere dategli un valido motivo per compiere lo sforzo.

5) Impossibilità di usare armi convenzionali. Vediamolo da vicino questo “cavaliere” dei draghi: che arma usa? Una spada? E che ci fa in volo con una spada? Quando l’avversario è a portata (1,5 metri) la sua cavalcatura ha dovuto compiere una bella serie di acrobazie per permettergli di colpire… fa prima a colpire lei con la coda, gli artigli, il morso o il soffio. Una lancia come in Dragonlance? Certo, ma deve essere, come lunghezza, pari almeno al collo del drago così che, al momento buono, quest’ultimo si scansa in basso e il cavaliere infilza l’avversario. Come farà il cavaliere a recuperare la lancia che è rimasta nel corpo dell’avversario è un problema da risolvere e non è banale. Inoltre maneggiare una lancia lunga anche più di otto metri richiede una forza non comune il che aumenta di molto il peso che il povero drago deve caricarsi sul groppone. Le armi da tiro sono più leggere, ma hanno un limite legato alla modalità di volo del drago che, per ovvi motivi, fa su e giù a meno che non sia in picchiata o volo planato. Dunque l’arciere deve avere un’arma e capacità straordinarie per mirare stando in sella e in volo. Armi da fuoco? Be’ ho conosciuto draghi che avevano, come cavaliere, un pistolero, ma… avete presente la questione del soffio? Il drago in questione con un soffio ha tirato giù due elicotteri apache. Che gli fa una pistola a un elicottero? Altro discorso è se il cavaliere ha una RPG o un bazooka, la cosa diventa più movimentata, ma mi sa che stiamo uscendo fuori dal fantasy per entrare in un altro regno.

6) No, dai veramente: a che ti serve un drago? A far volare il tuo eroe e a farlo apparire figo? “Tostezza e Miticità non hanno prezzo (Po – Kung Fu Panda)”. Un drago è la creatura magica più potente che sia mai stata immaginata. Rappresenta per le creature magiche quello che il mito di Atlantide rappresenta per il genere umano. Si tratta di un archetipo complesso da gestire. Ci riesce Zelazny in spellsinger, ci riescono Weis e Hickman con Dragonlance, ci riesce un pochino Tolkien anche se fa cadere Smaug in un modo… ma possiamo perdonarlo perché lo Hobbit nasce come storia per bambini e, dopotutto, l’arma utilizzata non era proprio un’arma qualsiasi.
Se vuoi dare tostezza e miticità al tuo personaggio devi descriverlo in modo che il lettore lo veda tosto e mitico e non come uno sfigato che fa la voce grossa solo perché in sella a un drago. Drago che, viceversa, rischia di diventare poco credibile con un cretino avvitato sulla schiena.

7) Quindi? Non si può cavalcare un drago? Si, ma ci deve essere un motivo davvero valido per farlo. In spellsinger il drago accetta il suo cavaliere perché conosce tante canzoni e sa apprezzare la buona musica specie quando è in viaggio, inoltre le canzoni del suo amico umano hanno effetti magici molto potenti. I cavalieri di Dragonlance e i draghi metallici si alleano per un ottimo motivo (legato alla conservazione della specie). Tutti gli scrittori che hanno raccontato di draghi con un umano a cavalcioni, persino il tanto bistrattato Eragon, avevano un valido motivo per stare là sopra ed era un motivo coerente con la storia raccontata. In Dragonlance, per dire, la forgia di ogni lancia acquista toni epici al pari della creazione della sella. I dragonieri di Pern (Anne Mc Affrey) avevano un compito ben difficile da portare avanti come pure i draghi da loro allevati. Niente è stato lasciato al caso e il risultato è stato buono. Volare con un drago sotto al sedere gridando “Sono un cavaliere sull’orlo di una crisi di nervi, ho un drago e nessuna paura ad usarlo” se non ti chiami Ciuchino e non hai un amico dalla pelle verde che si fa chimare Shreck… lo vedi da te che non si regge.

Ricapitolando se il tuo “enroe” ha come cavalcatura un drago hai problemi logistici legati al volo “in sella” (a parità di altre cavalcature da più problemi), problemi economici legati alla vita quotidiana di un drago (alimentazione, alloggio, cure),  e di coerenza legati alla verosimiglianza rispetto all’ambientazione.
Problemi da risolvere PRIMA di iniziare a raccontare la storia. Aggiustare il tiro in corso d’opera è scomodo. Si creano incongruenze capaci di bloccare la scrittura per mesi o di far “ridere anche i polli”, altro che draghi. Certo se si vuole scrivere un libro umoristico questa è una mossa degna di un Prathett in gran forma, ma se l’intenzione è quella di sfornare la versione fantasy dell’Eneide… sono draghi tuoi, amico.