Delle sardine, la Storia e la destra fascista.

Questo articolo non parla di fantasy, né di tecniche narrative. Potrebbe essere il capitolo “sei” della mia biografia, ma c’è parecchio altro. Potrei cominciare col Duce e quel che ha combinato in Italia.

Me ne parlava sempre bene, mia nonna. Un grande uomo che ha fatto grandi errori, ma anche grandi cose. Questo era il suo ritornello, come un disco rotto ripeteva che non avrebbe dovuto entrare in guerra e che non avrebbe mai dovuto dar vita alle leggi razziali.

Lei ricordava bene il giorno, il 5 settembre 1938, quando furono cacciati studenti e docenti ebrei dalle scuole e poi ricordava l’11 novembre quando tutti i provvedimenti “a difesa della razza” furono ratificati dal consiglio dei ministri.
Adesso so che fu una dei tanti italiani che finalmente vide il vero volto del Duce: quello di un dittatore nient’affatto diverso da quell’Hitler che presto, prestissimo, avrebbe scatenato l’inferno in tutta europa.

Fino a quel momento mia nonna beatamente aveva ignorato cosa significasse vivere sotto il fascismo. Si era beata della propaganda, degli straordinari servizi dati agli italiani, ma aveva ignorato il prezzo o forse gli era stato tenuto nascosto da quella stessa propaganda che tanto gli piaceva.

C’è un testo virale che gira per internet e spiega le forme di governo usando “due mucche” e alla voce fascismo recita: “Hai due mucche, lo stato te le porta via, ti assume affinché te ne prende cura e ti vende il latte”. È un po’ complesso, ma alla fine della fiera è semplice: il fascismo è una autarchia, cioè determina da solo le proprie regole e i rapporti con gli altri stati incurante di trattati e accordi internazionali. Avoca tutte le risorse a sé e le redistribuisce secondo logiche di mercato stabilite a tavolino.
Nel momento in cui tutti i componenti della dittatura sono concordi e unanimi non si può neanche parlare di dittatura, ma di una sorta di utopia. Una specie di paradiso in terra capace tuttavia di pestare i piedi, in ambito internazionale, a tutto l’orbe terracqueo che non si adegua alla visione fascista coi suoi miti e la sua propaganda. Al 1938 le sedi estere del partito fascista erano circa 700. C’era chi, infatti, fino a quel momento aveva strizzato l’occhio al piccolo dittatore italiano e aveva simpatizzato per le grandi imprese volute dal regime al fine di portare l’Italia sotto i riflettori del mondo.

Le trasvolate oceaniche della regia aereonautica che portarono decine di idrovolanti a sorvolare il continente americano, l’impresa di Umberto Nobile, le ricerche di Marconi e molto, molto altro, avevano valso all’italia una fama mondiale.
Sul fronte interno c’era un sistema pensionistico d’avanguardia, assistenza sociale a tutti i livelli a partire dai più piccoli seguiti con un sistema che ricalcava pari pari lo scoutismo, solo in salsa fascista.
Una pietanza molto indigesta, come vedremo in seguito, e che era una delle colonne portanti per garantire al partito unico fascista il consenso anche nei decenni a venire.
Si nasceva figli della Lupa, crescendo si diventava Balilla, poi avanguardista e infine giovane fascista e giovane italiana. La carriera femminile finiva qui, quella maschile proseguiva nei fasci di combattimento e nela gerarchia del partito.
E gia questo aspetto avrebbe dovuto far arricciare il naso, ma il femminismo in italia aveva attecchito poco, alle donne piaceva portare la gonna e occuparsi dei figli e lasciare alla controparte maschile cose come la politica. Fu una scelta miope e poco accorta, ma d’altro canto al regime importava mantenere il consenso e quindi rafforzò tutto ciò che, nel breve periodo, contribuiva a riempire le piazze delle città di teste annuenti e facce sorridenti.
E nelle campagne? Piccoli paesi, borghi e fattorie erano isolate e i fascisti facevano un po’ quello che gli pareva. Non paghi le tasse? Ti porto via tutto. Non ti iscrivi al partito fascista? Ti faccio ingollare un bel boccale di olio di ricino e poi ti tengo là finché non hai riempito i pantaloni di merda. Insisti a non volere la tessera? Faccio irruzione in casa tua e ti carico di mazzate, magari sotto lo sguardo di moglie e figli.

Tutto questo mia nonna non lo sapeva, un po’ perché la sua sicilia non soffrì quanto soffrirono altre regioni: riservare questo trattamento alla persona sbagliata equivaleva a scatenare una epidemia di piombo (ad elevata energia cinetica) tra i membri del partito fascista. La Mafia non esiste, dicevano, ma l’inesistente onorata società aveva la lupara facile e persino Cesare Mori, il prefetto di ferro, fu costretto a fermarsi quando le sue indagini arrivarono a colpire non già la bassa e media manovalanza di cosa nostra ma le alte sfere e i contatti col mondo della politica.
Quei poteri collusi con la mafia che già allora avevano ben salde le redini del potere e che, con tutta probabilità, controllavano il governo.
Era il 1927 e il peggio doveva ancora arrivare.

Mio nonno fu spesso invitato a iscriversi al partito ma la sua posizione, di dirigente al servizio di sua maestà la Regina Elena, gli permetteva di dire “grazie no, comunque no grazie” senza subire alcuna ritorsione. D’altro canto i miei nonni vivevano a Roma e nella capitale certe attività come le purghe e i pestaggi avvenivano in sordina, senza fare troppo rumore.

Credere alle voci (perché la stampa era asservita quasi tutta al regime) o dar retta a quel Duce che tante cose buone aveva portato? Ordine, disciplina, servizi, progresso… ecc… ecc… ecc… erano tutte cose che all’apparenza erano buone e pure nella sostanza, ma lo studio dell’economia mi ha poi costretto a rivedere un po’ questa visione. Anzi: un Po.

Lo studio, già. Una maledizione per chi controlla il potere. Il Duce aveva pensato bene di “militalizzare” tutto, anche la scuola. La censura fascista lavorava moltissimo per fare in modo che tutta l’informazione fosse favorevole al regime e al duce stava particolarmente antipatica l’America, con quel suo “plutocratico liberismo nemico dei popoli”.
Ma perché era così acido nei confronti del popolo americano? Averlo come alleato gli avrebbe permesso di dire pifferomerlo a Hitler e, allo scoppio della guerra, restare saldamente sul carro dei vincitori.

E sì che con tutto quello che di bene mi diceva mia nonna sul fascismo io mi consideravo una persona di destra, favorevole allo Stato e amante della Patria, degno erede di Scipione e di Cicerone insomma poco ci mancava che salutassi la gente con “Ave”. Ancora oggi prediligo l’uso del “Salve” piuttosto che del “Ciao” che trovo troppo conviviale e allo stesso tempo di una rigidità fastidiosa e ipocrita come poco altro.

Arrivo all’età di 10 anni con un idea gloriosa del fascismo. Un po’ perché mia nonna ne era rimasta entusiasta, nonostante quel che aveva dovuto passare (che come vedremo non fu neanche 1/10 di quel che hanno dovuto subire gli italiani della resistenza, della Repubblica Sociale e degli scontri tra Asse e Alleati) e se oggi penso qualcosa di molto diverso da quello che avrebbe voluto mia nonna lo devo a un uomo straordinario… in realtà a più d’uno, ma Sandro Pertini ebbe un l’effetto di una granata nella cristalleria di racconti di mia nonna sul fascismo.

Il Presidente della Repubblica, l’Onorevole Sandro Pertini, aveva l’abitudine di ricevere le classi quinte di ogni anno scolastico. Sicuramente andavano da lui tutte le quinte della capitale. Non so come facesse a trovare il tempo, ma ogni giorno dedicava un paio d’ore a questa attività e riusciva a ricevere 4-5 classi a volta. Entrare al quirinale fu un’emozione incredibile, avevo già la mia lista di domande da porre e tra queste ne avevo alcune centrate sul fascismo, sulle cose buone che aveva portato e sul perché non si ritorna al vecchio regime.
E così dopo una raffica di domande sulla pace nel mondo, la fratellanza e l’amore tra i popoli ecco che il piccolo balilla di nonna domanda al Presidente Sandro Pertini “Perché, se il fascismo ha fatto tante cose buone per l’italia, non si ritorna al vecchio regime?”
Silenzio.
Poi Pertini scoppia a ridere e mi risponde: «Fossi matto, mi risbatterebbero in prigione!» e allora ecco che la curiosità innocente dei bambini ha il sopravvento «Allora è vero che è stato in prigione?» ed ecco che nonno Sandro si scatena e racconta dei reati d’opinione, del confino e della prigione, dei pestaggi e delle purghe e di tanti altri aspetti negativi che mia nonna aveva nascosto.

Che fare? A parte mantenere un dignitoso silenzio mi era evidente che quell’uomo sapesse di cosa stava parlando e che, tutto sommato, faceva scopa con quello che aveva poi portato alla dichiarazione di guerra e alle leggi razziali: “gli errori imperdonabili del fascismo” come li chiamava la nonna, quelli che gli erano valsi la sconfitta.

Sarebbero trascorsi altri otto anni, quando giovane universitario misi le mani su un videogioco chiamato “Civilization”, di Sid Meyer. In questo gioco si impersonava una civiltà guidata da una figura iconica, tipo “Cesare per i Romani” o “La regina Vittoria per gli Inglesi”, “Abe Lincoln per gli Americani” “Re Shaka per gli Zulu'” ecc…. e si doveva attraversare la storia ripercorrendo le scoperte scientifiche.

Il mio personale record fu la scoperta della Ferrovia nel 1200 con i Romani, al massimo livello di difficoltà.
Ero diventato talmente abile nel “governare i popoli” che mi misi di buzzo buono per capire il funzionamento del gioco a livello di programmazione (mio hobby che poi divenne il mio lavoro) che provai ad introdurre il fascismo tra le forme di governo disponibili. C’era già la “dittatura”, ma mi pareva troppo restrittiva e poco funzionale.
Così mi misi a studiare. Studiai a fondo come funzionava il fascismo per riprodurlo nel gioco sotto forma di algoritmo. In breve tempo dovetti abbandonare il progetto perché l’enormità di quello che scoprii mi lasciò interdetto.
Avevo ben chiaro, grazie alle parole di Pertini, quale fosse il lato oscuro del regime. Quello che fino a quel momento non mi era per niente chiaro era in che modo il fascismo riuscisse a finanziare progetti anche ambiziosi e riuscire nell’impresa.
La bonifica dell’agro pontino è un buon esempio.
La bonifica integrale inizia nel 1927. I lavori da compiere sono titanici: si tratta di prosciugare le acque su 135.000 ettari complessivi, dei quali circa 80.000 appartenenti all’Agro Pontino vero e proprio. L’impresa non si ferma davanti a nessun ostacolo: vengono impiegati 120.000 lavoratori. Si costruiscono migliaia di km di canali di drenaggio e più di 1000 km di strade pubbliche. La bonifica e la successiva colonizzazione vengono esaltate continuamente dalla propaganda fascista. Nascono come ruralizzazione e, di fatto, antiurbanesimo, ma si concretizzano in una nuova idea di città e in una colossale infrastrutturazione. È forse il merito più straordinario di cui il regime si fregia. Per compiere questo disegno, dal nord arrivano nel Lazio migliaia di famiglie. In breve colonizzano tutta la pianura e si stabiliscono dove un tempo nessuno osava mettere piede. Non è più tempo di capanne fatte con la paglia e il fango, ora nell’Agro Pontino sbarcano i grandi architetti e crescono le città di fondazione: nel 1932 Littoria, nel 1934 Sabaudia, nel 1935 Pontinia, e infine Aprilia, nel 1937, e Pomezia, nel 1939. A qualche chilometro l’uno dall’altro, nascono 16 borghi rurali, sparsi in punti strategici. Sono piccoli nuclei di case con qualche negozio, la posta, la Casa del Fascio e l’immancabile Dopolavoro. Vengono battezzati con nomi che ricordano le battaglie della Prima Guerra Mondiale: Borgo Grappa, Borgo Piave, Borgo Sabotino. Tutto attorno vengono attribuiti 3000 poderi con le case coloniche, 1800 dei quali assegnati a veneti e friulani, gli altri a ferraresi. Quasi nessuno a laziali o campani, primitivi padroni di quelle terre, ora esautorati da una popolazione esogena. La bonifica è un esempio paradigmatico di globalizzazione, con relativo annullamento delle aspirazioni delle popolazioni locali.
Fonte “La Stampa”.

A parte l’idiozia finale sugli abitanti locali: erano inesistenti, quella era una vera e propria jungla inospitalie dove le persone, se vi rimanevano troppo a lungo morivano, il resto è tutto vero.
120.000 operai… ma da dove li aveva pescati il duce? Dopo la I guerra mondiale il Nord era in ginocchio, l’economia stentava e in molte regioni si faceva la fame.
Specie in veneto e friuli.
Il regime pensò bene di “Dare la terra agli italiani” e devastò un’area dove la natura aveva regnato incontrastata e i Romani avevano pensato bene di non mettere piede, proprio quei Romani che il duce aveva preso a modello, e lui l’aveva “regalata” alle famiglie che avrebbero scelto di trasferirvisi.
Il regime pagò tutto: viaggio, alloggio, macchinari, materiali. Gli operai potevano avere tutto quello che serviva per domare una terra che fino a quel momento aveva resistito all’uomo.
La guerra fu violenta e senza escluione di colpi, ma alla fine la natura cedette il passo… non senza aver combattuto.

Ancora oggi stiamo pagando il prezzo di quell’azione sconsiderata e continueremo a pagarlo a lungo: la perdita di biodiversità avrà effetti che si ripercuoteranno ancora per qualche secolo.

Allora però, complice una propaganda pervasiva e davvero efficace, l’impresa fu salutata come figlia di quel progresso inarrestabile e portatore di benessere. La terra fu “curata e liberata dalla malaria” dissero. A un prezzo che oggi farebbe tremare i polsi anche al più scaltro dei politici e che resterà ignoto ai più. I dati, nudi e crudi, parlano di 120.000 operai schierati e di poco meno di 60.000 lotti assegnati. Sapendo che a ogni operaio era stato promesso un pezzo di terra si fa presto a fare un conto spannometrico su quanti quella terra l’hanno goduta dal basso, mentre le radici degli alberi li avvolgevano in un abbraccio eterno.

A mo’ di presa per i fondelli fu istituito il “Parco Nazionale del Circeo” ovvero quella parte di foresta che non era stato possibile tirare giù, che più aveva resistito agli assalti degli uomini e che non comprendeva l’aspro monte dedicato alla maga Circe. Divenne la prima area protetta d’italia. Nel male qualcosa di buono era uscito fuori? Macché! Il monte non faceva parte del parco e non ci sarebbe entrato che nel secondo dopoguerra. Prima fu oggetto di una intensa speculazione edilizia: tutti i gerarchi fascisti puntavano a farsi la villa su quelle coste ora finalmente libere dalla malaria.
Omnia munda mundi, dicevano i Romani.
E avevano ragione.
Le dune costiere e le aspre scogliere vennero colonizzate e deturpate per sempre da ville e villette, là dove non c’era il parco e il demanio concedeva facilmente la concessione edilizia se si era bene ammanicati col regime.

Dove ho già sentito una storia simile?

C’è di buono che dopo la caduta del regime il parco è più che raddoppiato e ora occupa una superficie di oltre 8500 ettari, che include anche il monte che gli da il nome.

E arriviamo al videogioco e all’algoritmo che avevo dovuto mettere in piedi basandomi sui dati storici ed economici raccolti. Per far funzionare il fascismo avrei dovuto perdere una parte della popolazione delle città per finanziare le opere pubbliche.
Se questo, in un breve periodo, mi avrebbe dato statistiche favolose: popolazione felice (anche perché gli infelici vengono eliminati fisicamente mentre tentano di diventare felici), scambi commerciali elevati, produzione alle stelle e ricerca scientifica in crescita, nel lungo periodo avrebbe indebolito oltre misura e bloccato la crescita (niente popolazione, niente gestione del territorio e quindi meno risorse per il gioco).
Era un modello semplice, eppure giocando a civilization con il “fascismo” non vinsi neanche una partita. Si arrivava ad un certo punto per cui le città non riuscivano mai a superare un livello di popolazione elevato (1 livello ogni 10000 abitanti circa) e puntualmente una popolazione vicina più bellicosa, un’orda di barbari o semplicemente la stagflazione finivano col rallentare e distruggere ogni impero faticosamente costruito.

Non contento, pensai di aver sbagliato qualcosa nel modello, poi mi ritrovai a dover affrontare l’esame di Economia Politica all’università.

Qui mi ritrovai a studiare in modo approfondito come funziona un mercato e che è governato da leggi che funzionano bene quanto quelle che regolano la caduta dei gravi.
Aumenti il prezzo? Cala la domanda. Sei monopolista? Decidi tu il prezzo e la domanda si adegua. Ci sono due beni simili? Aumenta il prezzo di entrambi, quello che aumenta di meno vende di più. L’economia non è né buona, né cattiva: è spietata. Questo ripeteva il professore e una volta viste le imprese del fascismo in chiave economica ho finalmente capito perché al Duce il liberismo economico andava per traverso.

Perché agli italiani sarebbe finalmente apparso chiaro chi era a pagare per tutte quelle cose meravigliose che riempivano i giornali e venivano trasmesse per radio.
Non Esistono Cose Come I Pasti Gratis.
Tuo figlio va all’opera balilla spesato di tutto?
Ricordati che c’è un contadino che ha perso la vita per bonificare una palude.
Per carità: quel contadino è andato spontaneamente a bonificare in cambio di un pezzo di terra. Se però ci domandiamo perché quel contadino è dovuto partire si scopre che l’alternativa era quella di morire di fame (e non c’era neanche bisogno di spranghe o olio di ricino) a causa della politica economica che dal 1925 (varo delle leggi fascistissime) ebbe conseguenze molto gravi per tutti i lavoratori.
Il Duce non avrebbe mai potuto allearsi con gli Stati Uniti. Il Colonialismo economico cui andavano soggetti tutti gli stati che entravano in contatto con gli USA lo avrebbe detronizzato in pochi anni lui e tutto il suo entourage.

E però neanche questo studio mi permise di abbandonare del tutto l’idea che il Fascismo avrebbe potuto, anche solo in una ucronia, sopravvivere se le cose fossero andate diversamente e portare l’Italia in un futuro radioso.
La spallata definitiva a queste idee l’ho data io stesso, sempre attraverso lo studio, e per motivi compleatamente differenti.

Stavo mettendo a punto l’ambientazione per i “Romani a Vapore”, una ucronia simil steampunk dove i Romani avevano scoperto la magia grazie ad Archimede di Siracusa (vedi il racconto Siracvsa pubblicato di recente su questo blog) e, alla guida di fantastici mezzi a vapore come il Ferrequus (treno) o l’aves inflatus (dirigibile), dovevano fronteggiare un’invasione aliena.

Lasciate perdere i commenti, avevo bisogno di studiare motori di ogni genere, mezzi volanti e non, dal vivo. Avevo bisogno di sentire puzza di olio e ferro surriscaldato.
Internet ormai funzinava bene, ma con cianografie e foto d’epoca ci facevo poco. Così mi recai al museo nazionale dell’Aeronautica Militare di Vigna di Valle, sul lago di Bracciano.
A pochi km da Roma.
Completamente gratuito, il museo offre la visione di mezzi volanti di ogni genere, dalla vite aerea leonardiana ai più moderni caccia come l’eurofighter.

Vi si possono ammirare motori di tutti i tipi e arei di ogni epoca come il mitico SPAD pilotato da Francesco Baracca o lo stormo della Regia Aereonautica del 1927… ancora biplani.
No aspetta, i francesi avevano adottato da tempo il motore radiale e invece in italia l’aeronautica militare usava ancora mezzi risalenti alla prima guerra mondiale?
Che è ‘sta storia?

E ancora: negli anni 30 l’ingegner Caproni, l’uomo che aveva fondato insieme ai fratelli Wright l’aeronautica e che fu ricevuto dal presidente degli stati uniti con tutti gli onori dedicato a un capo di stato proprio per i suoi meriti… fu snobbato alla grande per i suoi studi sulle “eliche intubate” e la propulsione a reazione.

Piaggio, altro nome grandioso in campo aeronautico, in Italia dovette adattarsi a fabbricare motociclette perché ai pluripremiati motori radiali costruiti dalle sue fabbriche si preferirono quelli “in linea” prodotti dalla FIAT.
E anche gli SPAD, nati da un progetto francese, erano stati rielaborati e costruiti a Torino.

La FIAT aveva vinto tutti gli appalti, nonostante la superiorità scientifica e tecnologica della concorrenza (e non è che ci si può sbagliare, basta vederli quei motori per capire chi aveva le tecnologie più d’avanguardia!).
Perché?
Ovviamente la risposta a questa domanda c’era e appena lessi la parola “appalto” si dipanò davanti ai miei occhi di scrittore una fantasmagorica storia di tangenti e appalti vinti a tavolino e incuranti dei meriti dei partecipanti.
C’era stata una guerra, prima dello scoppio della II guerra mondiale, ma era stata di tipo econimico e aveva visto Caproni e Piaggio (tra gli altri) uscire sconfitti, mentre Torino e la FIAT avevano svolto il ruolo dell’asso pigliatutto.
Quello era stato solo uno degli scontri, ce ne erano stati molti altri, moltissimi e tutti combattuti con armi che facevo fatica a comprendere, ma che avevano come conseguenza l’impoverimento di una regione più o meno ampia a vantaggio di un’altra.
Certo che poi il regime aveva decine di migliaia di affamati da impiegare come bassa manovalanza per azionare le idrovore di una bonifica, per esempio.

Di fronte a quella nuova valanga di dati ho definitivamente seppellito il sogno fascista, che più che sogno si è rivelato un incubo della peggior specie. Una dittatura capace di far felici tutti, anche quelli che avrebbero dovuto morire per permettere agli altri di campare più o meno bene. “Son contento di morire, ma mi dispiace… mi dispiace di morire, ma son contento” l’ironia delle parole di Petrolini riecheggia ancora mentre scrivo queste righe.
Il regime, pochi anni più tardi, avrebbe mostrato il suo vero volto e con le leggi razziali del ’38 mise una pietra tombale sul suo futuro. Il costo in vite umane si faceva di anno in anno più oneroso e le richieste dei membri del partito più pressanti per cui il duce doveva dare un segnale, qualcosa da dare in pasto a quella generazione di xenofobi e dittatori in erba che aveva allevato grazie al ministero per la cultura popolare (Min-Cul-Pop), all’opera Balilla e a tutti gli altri sistemi di indottrinamento usati per alimentare di forze nuove la macchina fascista.
La ratifica delle leggi razziali fu solo la punta dell’iceberg. E però fu anche il punto di rottura, la perdita di consenso ebbe inizio proprio l’11 novembre 1938. L’anno seguente sarebbe scoppiata la guerra, ma anche se per qualche arcano motivo, l’Italia si fosse schierata con l’inghilterra, il risultato non sarebbe cambiato.
I dati economici non sono come quelli storici che possono essere riscritti. Sono dati e tali restano: numero di morti, numero di imprese registrate, numero di fallimenti eccetera e quelli non mentono o meglio non mentono gli effetti che si portano dietro. Il fascismo spendeva più di quello che guadagnava e per pareggiare i conti toglieva a quella parte di popolazione che non poteva far altro che chinare il capo e poi redistribuiva quella ricchezza all’altra. Il Colonialismo dell’italia ha esteso la parte di popolazione sottoposta a “prelievo”, ma la meccanica non è cambiata e non sarebbe cambiata di una virgola fino alla caduta del regime. D’altro canto il regime non poteva cambiare o i consensi all’interno del partito sarebbero calati e neanche le purghe e le spranghe avrebbero potuto salvare il regime dalla caduta.
La guerra ha soltanto accelerato questo processo.

Oggi ci sono dei poveri ignoranti che aspirano a rifondare questa parodia di governo.
Poveri ignoranti perché se avessero studiato in modo approfondito non da fonti “storiche” come l’articolo di “La Stampa” citato poco prima, ma da fonti economiche oggi non starebbero qui a parlare di “camerati” o di “compagni”.
Persone che, complice la crisi economica, credono che ripristinare il modello fascista porterebbe loro dei benefici.
Forse sì, se avessero la ventura di capitare tra quelli cui non viene chiesto di morire per far vivere gli altri.
Perché ai contadini che hanno bonificato l’agro pontino è stato chiesto di andare a morire di malaria.
In cambio della terra, certo, ma la malaria era là pronta a mietere vittime su vittime, come è stato.
E il bello che, a quei poveri ignoranti, non viene mica promessa la terra eh? Oggi i premi si chiamano “lavoro”, “studio” e “banda larga”. Oggi decine di migliaia di disperati si accalcano per partecipare a un concorso per titoli ed esami, oppure espatriano e cercano fortuna all’estero e, che strano, ben pochi tornano in Italia se non per una breve vacanza.

Lo studio della storia, quello sistematico e analitico, insomma non le belle reinterpretazioni che gli storici “DOC” ci hanno lasciato, porta a una comprensione della realtà assai più profonda e che non lascia alcuno scampo alle ideologie di qualunque colore esse siano. Rosse, nere, scudocrociate o azzurrine vengono spazzate via e dissolte dalla luce della conoscenza.

Knowledge is Power

Lo hanno detto in tanti, personaggi reali e immaginari. Lo hanno detto perché è assolutamente vero in qualunque realtà si viva (la frase è stata detta, tra gli altri, da Raistlin Majere, personaggio immaginario secondo solo a Gandalf il Grigio quanto a potenza). Persino mia nonna.

Sul valore della conoscenza mia nonna dunque aveva ragione. Si è sbagaliata quando raccontava che il fascismo ha fatto tante cose buone. Il Duce non ha fatto “anche” cose buone, è stato un burattino nelle mani di altri e ha provocato la morte di milioni di persone con lo scoppio della II guerra mondiale. L’economia è spietata e, come la matematica, non mente.

Per contrastare la nuova ondata di simpaticoni abbigliati con camice nere ci si è armati di sardine.

Ho qualche dubbio.

Prendete i libri e leggeteli, studiate, scambiate opinioni che oggi è più facile che 100 anni fa. Scoprite cosa è accaduto veramente attraverso lo studio e l’esercizio del libero pensiero.

E se poi qualche testa di cazzo vestita di nero viene a dirvi che negri ed ebrei devono andare via, magari nei forni crematori, potrete rispondere con pacata ironia che furono proprio le leggi razziali italiane a determinare le sorti del II conflitto mondiale.

Albert Einstein ed Enrico Fermi vivevano in Europa. Il primo fu la mente più geniale del XX secolo e il secondo l’ultimo fisico che conosceva tutto della propria materia. Le persecuzioni naziste e le leggi razziali ne provocarono la fuga in America.

Entrambi lavorarono nel progetto Manhattan, ma fu Enrico Fermi a scoprire come produrre in fretta abbastanza U235 per confezionare tre bombe atomiche in pochi mesi.

Gli Stati Uniti, forti della loro immensa capacità produttiva e arricchiti dalle menti fuggite dall’Europa non potevano perdere la guerra. Ancora una volta a parlare sono i numeri, non gli storici. Magari questo discorso si avvicina un po’ alla Psicostoria teorizzata da Isaac Asimov, ma i fatti ci dicono che furono le leggi razziali la scintilla che provocò la fuga di Fermi. Sua moglie era ebrea. Senza Fermi gli Stati Uniti non avrebbero mai prodotto abbastanza uranio per fabbricare una sola bomba, ma in compenso avrebbero potuto riuscirci gli italiani.

Di solito considerazioni come questa hanno l’effetto di azzittire i fascistelli (qualche volta ho rimediato un po’ di legnate, ma si sa: la violenza è l’estremo rifugio degli incapaci) e la realtà è ancora più interessante di quanto l’immaginazione possa fantasticare. A fuggire non furono solo Fermi ed Einstein, ma tutti quelli che ci riuscirono prima dell’apertura dei campi di sterminio. Le migliori menti d’Europa si misero in salvo e combatterono, a modo loro, la guerra sotterranea e silenziosa che avrebbe portato gli Alleati a vincere.

Quindi, care le mie sardine, il miglior modo per mettere a tacere un fascista è lasciarlo parlare finché non si contraddice da solo con le sue cazzate, a quel punto basta il minimo sforzo di fargli notare che ha detto “A” e “il contrario di A” (cit: Van Vogt) chiedergli di risolvere il conflitto al fine di capire bene il punto.

Usciranno bestialità una dietro l’altra che neanche le ciliege, cose da segnare e poi diffondere con un coro di risate a profusione, com’è accaduto per quell’assessore leghista che sbraitava contro la povera Liliana Segre perché aveva definito Gesù “ebreo” anziché “figlio di Dio”.

Alla fine di questa lunga riflessione cosa mi rimane? Una destra che ha come valore l’onore e la patria, ma quest’ultima ora che austriaci e tedeschi sono concittadini di italiani e spagnoli, ha ancora senso? Rimane l’onore e l’orgoglio delle radici, quelle sì, Romane e Celtiche di cui si trovano tracce in tutta Europa e che ci uniscono e identificano in un unico, grandissimo, popolo ricco di impagabili diversità.

Viva l’Europa, viva la Pace, viva i popoli uniti.

Andrea Venturo

SIRACVSA (pars II)

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Il dio nel mosaico si mosse, o almeno questo credette il vecchio scienziato, ma fu un movimento ben strano: la figura appariva sempre sotto forma di tessere del mosaico, piatta, come proiettata su un piano che si era leggermente inclinato rispetto alla parete. Archimede credette di essere vittima di un’allucinazione, anche perché il centurione era immobile al punto da sembrare una statua. Apollo compì una rotazione, ma lungo un’asse che lo scienziato non riuscì a seguire e subiyo dopo gli apparve solido, le tessere del mosaico svainivano ai margini della sua figura, come a seguire una direzione che poteva essere intuita, ma non osservata.
«Sei stupito mortale?» gli chiese il dio.
«Onestamente si!» fu la sincera risposta di Archimede che, in quel momento, stava affrontando una serie di rivelazioni sconvolgenti, non ultima scoprire che un mosaico aveva preso vita e gli stava parlando.
«Resta concentrato su quello che stai osservando, mio anziano adoratore» rispose il dio «o perderai l’equilibrio, cadrai oltre le tue quattro dimensioni e intraprenderai un viaggio di sola andata verso gli inferi, talmente rapido che vi giungerai prima di Ade stesso. Non muovere i tuoi piedi, pensa solo di farlo: è importante» sottolineò l’essere «poiché è stato il tuo pensiero che ti ha condotto qui e vi rimarrai solo finché sarai in grado di vedere attraverso la tua mente questo luogo che hai raggiunto grazie a essa… e alla spada del centurione»
«La spada?» chiese Archimede sorpreso.
«Direi che è stata provvidenziale, mortale, il tuo subconscio… oh, scusa, volevo dire il tuo istinto ha percepito l’attacco del centurione e ha disperatamente ordinato a tutto te stesso di ruotare per evitare il colpo; non avresti mai potuto voltarti in tempo data la posizione che occupavi lungo le prime tre dimensioni, ma avevi appena scoperto l’esistenza delle altre poiché sei riuscito a immaginare i sei piani perpendicolari: l’ έξίχωρίον (exicoriòn), come mi piace chiamarlo» spiegò Apollo, mantenendo lo stesso tono che un meteorologo impiega quando parla del clima.
«E dato che una di quelle nuove direzioni che hai intuito è quella in cui si estendono i… uhmm… chiamiamoli pensieri, giusto per non confonderti con termini sconosciuti, il tuo pensiero ti ha permesso di “schivare il colpo” lungo la nuova direzione appena scoperta… e appena in tempo, un attimo di esitazione e saresti morto ad opera di quella spada»
Caio vide il suo bersaglio ruotare in una direzione che i suoi occhi non riuscirono a seguire divenendo dapprima piatto, poi una linea sempre più sottile e corta, fino a svanire; proseguì nel suo affondo tentando di seguire il vecchio e colpì il muro proprio sulla congiunzione delle pareti. La lama penetrò nell’intonaco come se quest’ultimo fosse stato meno palpabile dell’aria, sprofondò fino all’elsa e continuò la sua corsa, seguita dal braccio e poi da Caio stesso lungo una direzione che gli occhi non riuscivano a seguire. L’uomo gridò per lo spavento e perse la presa sull’arma nel tentativo di afferrarsi a qualsiasi cosa, pur di non essere inghiottito da quella fessura oscura e gelida che era improvvisamente apparsa là dove prima si trovava il vecchio.
Archimede vide la spada del centurione passargli accanto innocua, e proseguire il suo viaggio verso il nulla.
Il centurione, nella stanza, si ritrovò col braccio incastrato nel passaggio tra le dimensioni, gelido come le acque dello Stige, mentre i suoi commilitoni vedendolo finire risucchiato dal muro furono presi dal panico e fuggirono via terrorizzati.
«Ho capito» proseguì Archimede come se nulla fosse accaduto «ma se la quinta direzione posta ad angolo retto rispetto alle altre quattro è il pensiero, cos’è la sesta? Il semplice fatto di trovarmi qui mi dice che la mia intuizione è stata corretta: le dimensioni sono almeno sei» rispose lo scienziato, mentre la sua mente riprendeva, stavolta con prudenza e senza perdere distrarsi dal compito che gli aveva suggerito Apollo, a esplorare tutti i nuovi concetti che appena scoperti… accorgendosi solo in quel momento che “Apollo” aveva perso l’aspetto che aveva nel mosaico e ora sembrava più un uomo che un dio.
«Si» rispose Apollo «sono molte, almeno 42, la maggior parte delle quali è arrotolata su se stessa, ma non risponderò alla tua domanda: preferisco che tu lo scopra da solo; sei intelligente e meriti rispetto per questo, sono certo che troverai la risposta nel tempo che ti resta da vivere e che la troverai soddisfacente»
«Tu non sei un dio» fu la risposta dello scienziato «sei come me… e non hai trovato una soluzione finora, ma ti aspetti che sia io a trovarla!»
«Quasi esatto, mortale: delle tue affermazioni una è corretta… e ora è tempo che tu faccia ritorno allo spazio che hai abbandonato. Ho portato io luce e calore in questo… uh… luogo, si stanno esaurendo velocemente»
Solo allora Archimede notò che i loro respiri andavano condensando, come durante le mattine d’inverno più fredde e che si stava facendo buio.
«Hai ragione, so come fare per tornare» disse lo scienziato, quest’ultimo osservò nella luce che diveniva sempre più fioca la mano del centurione, ora priva della spada, dimenarsi attaccata a un braccio irto di peli che proveniva da una direzione che i suoi occhi non riuscivano a seguire. La afferrò, chiuse gli occhi e semplicemente immaginò il braccio attaccato al corpo come doveva apparire, nella direzione corretta.
«Addio Archimede da Siracusa» furono le ultime parole di Apollo mentre si allontanava in una direzione che dava le vertigini anche solo a immaginarla.
Archimede, la tunica coperta di brina, ruzzolò addosso al centurione come se fosse stato appena rigettato dall’angolo tra le mura.
«Oh dei, avevo ragione, dunque!”» esclamò, lo sguardo perso a contemplare la meraviglia che si nascondeva appena oltre la realtà circostante, incurante delle imprecazioni di Caio Terenzio che si stringeva il braccio semi-congelato al petto.
«Sono io Archimede”» aggiunse il vecchio, raggiante, rivolto al centurione «e se mi lasci in vita ancora un po’ so dove trovare del vino che ti scalderà per bene»
«Non occorre, ne avrò a sufficienza quando ti avrò accompagnato dal console» gli rispose il romano, ancora sconvolto e incapace di comprendere cosa fosse accaduto « …appena i miei uomini smetteranno di scappare come conigli»
Mentre si dirigeva all’accampamento dei Romani scortato dal centurione, Archimede sognava a occhi aperti: quarantadue dimensioni? Alcune arrotolate? E con una serie di numeri posso individuare qualsiasi punto… si ma il punto tra l’uno e il due come lo identifico? E prima dell’uno che ci metto? Il piano è infinito se lo divido con due rette perpendicolari e metto l’uno al centro devo trovare qualcosa per distinguere i numeri che stanno prima dell’uno da quelli che stanno dopo… e le quantità minori di uno? “Nessuna quantità” è sicuramente minore di uno, ma come faccio a mettere il “nulla” all’origine di un piano? Potrei rappresentarlo con un cerchio… una “Ω”, ma forse dovrei usare una “α” e se una successione infinita di rette genera un piano, cosa genera una successione infinita di piani?»
A quest’ultima domanda la risposta fu quasi automatica:
«infiniti piani generano uno spazio, capisci?”» disse rivolto al centurione, come se fosse la cosa più naturale del mondo; l’uomo lo guardava di traverso, cercando di non incrociare il suo sguardo: nei diciotto mesi che avevano preceduto la caduta di Siracusa le macchine realizzate da quell’uomo avevano sollevato e affondato intere navi in un sol colpo, scagliato proiettili con gittate inimmaginabili e appiccato incendi a distanza come per magia. Nel suo orizzonte ristretto aveva una gran voglia di uccidere l’uomo che aveva causato la morte di tanti suoi compagni e l’ordine del console riportatelo sano e salvo, ne va della vostra vita non gli facilitava certo il compito di resistere dal trucidarlo seduta stante, ma esisteva anche la ricompensa per quel soldato che avrebbe condotto lo scienziato al sicuro presso la tenda di Caio Marcello.
Archimede era in estasi: aveva appena scoperto un modo per descrivere l’universo con un grado di precisione virtualmente perfetto, aveva trovato un modo per visualizzare un impossibile oggetto con vertici di sei spigoli posti ad angolo retto tra di loro e fantasticava sui nomi per la successione di infiniti spazi necessari per creare uno spazio a quattro dimensioni, infiniti spazi quadrimensionali per crearne uno a cinque e poi a sei, in una successione apparentemente illimitata.
«Esa-spazio» disse ad alta voce, ignorando la reazione del centurione «no, non mi piace, non rende l’idea che aveva Platone al riguardo”» il matematico rimproverò se stesso per non aver pensato subito all’illustre collega «lo spazio oltre tutti gli spazi possibili”» continuò Archimede «deve essere lo spazio perfetto e incorruttibile, come l’iperuranio: il cielo delle stelle fisse… potrei chiamarlo iper… iperspazio!»
Caio Terenzio abbandonò ogni tentativo di comprendere l’incomprensibile soliloquio dello scienziato: non vedeva l’ora di consegnarlo al console. Il centurione trovava niente piacevole avere Archimede accanto: quando non blaterava frasi incomprensibili su spazi a n-dimensioni, sulla difficoltà di applicare il metodo per esaustione o altri argomenti ancora più ostici da comprendere, vedeva lo sguardo di Archimede osservare estasiato le nicchie delle porte e gli spigoli degli edifici.
A volte barcollava e Caio doveva sostenerlo, in un paio di occasioni gli era parso di vederlo ruotare come poco prima che il muro lo inghiottisse in quella pazzesca morsa gelata e la sua mano correva all’elsa del gladio che aveva perduto. Archimede non aveva l’aspetto di uno che vede la propria città distrutta e saccheggiata: pareva più come un uomo di fronte a una schiava molto bella, molto attraente e molto nuda.
«È impazzito» concluse scrollando la testa.
Archimede lanciava occhiate ovunque per cercare i passaggi dimensionali tra gli angoli: a volte sottili come righe, a volte più ampi e curvi in un modo che dava le vertigini, specie se la casa era vecchia; tutti i passaggi erano oscuri, seguivano direzioni che gli occhi faticavano a seguire e nei quali, evidentemente, nemmeno la luce riusciva a penetrare. Recessi occulti e diretti verso un luogo che fino a quel momento era stato accessibile solo agli dei… e chissà a quali altre creature.
Solo allora cominciò a preoccuparsi seriamente di cosa avrebbe potuto trovare dietro la porta di casa.

Postfazione dell’autore

Giocare con la storia non è semplice. Questo racconto doveva essere la “prima pietra” di un’ambientazione ucronica in cui Archimede sopravvive all’assedio di Siracusa e cambia completamente la storia. Porta una nuova tecnologia nel mondo antico che consente di sfruttare i passaggi tra le dimensioni, un po’ come i mostri di lovecraft, e… be’ tra le altre cose riuscire a fronteggiare un’invasione aliena tirando pilum tra i motori delle navette degli omini verdi. Sulla carta sembrava facile, ma la difficoltà stava nel reperire informazioni storiche attendibili circa istituzioni, stili di vita e molto altro che quando ho dato vita al progetto non esistevano se non su qualche tomo polveroso nascosto nei meandri della Biblioteca Centrale. Oggi con internet è molto più semplice, senza contare che c’è Alberto Angela a raccontare vita, morte e miracoli dei popoli antichi, magari prima o poi riprenderò in mano il progetto.
Se lo ripubblico qui è perché qualche tempo fa un gentiluomo ha tentato di spalarmi contro qualche quintalata di fango recensendo questo racconto su amazon. Si era ben reso conto che di tutto il materiale (poco) pubblicato sulla piattaforma questo non ha mai ricevuto editing. E infatti non si è azzardato a sparare critiche sugli altri lavori. In dieci anni che sono passati dalla stesura di Siracusa e quella dello Specchio di Nadear il mio stile e le mie capacità sono molto cambiati (in meglio, voglio sperare), ma il tapiro che mi ha lasciato la sua recensione negativa ha commentato così:
“Un estratto così breve dovrebbe contenere un testo ben scritto, privo di errori e/o omissioni. Invece, proprio l’incipit che dovrebbe incuriosire e invogliare il lettore a continuare la lettura, presenta pasticci e ingenuità proprie del dilettante. Consigliamo all’autore di farsi editare il testo da un professionista e nel frattempo gli facciamo notare a titolo gratuito, dove dovrebbe intervenire. Per prima cosa l’autore dimostra di non conoscere cosa è una “d” eufonica. Basterebbe un buon manuale di scrittura o anche una ricerca in internet per correggere questo odioso difetto che disturba il lettore. Vedi “ed i soldati/ed i suoi preziosi”. La “d” si mette solo quando la parola che segue è della stessa vocale. Speriamo di essere stati sufficientemente chiari. Seconda lezione di scrittura: le ripetizioni inutili. Il testo è pieno zeppo di queste ingenuità, che senso ha scrivere: “sollevare navi/incendiare navi” nello stesso paragrafo? Ci vuole un po’ di rispetto per il lettore che è dotato di intelletto e non merita di sentirsi ripetere le cose fino allo sfinimento. Ma andiamo avanti. I dialoghi. Per quale motivo uno presenta la maiuscola e l’altro inizia con l’iniziale minuscola? Sono a piacere? Come viene viene? Suvvia, ci sono delle regole da seguire, esiste la grammatica, la sintassi e tante altre belle cosette. Non abbiamo ancora finito la lezione. Lo sa l’autore che esistono le virgole? Eh sì, qualcuno le ha inventate e talvolta devono essere usate. Vediamo dove: “prima di ucciderlo (virgola) perché” e anche qui “i suoi concittadini (virgola)”. Per finire altra regola disattesa e qui una stellina la merita tutta. Come si fa a scrivere “si” invece di “sì”? C’è una bella differenza! Ci fermiamo qui e facciamo tanti auguri a questo autore, perché ne ha bisogno.”

Se questa recensione fosse giunta 10 anni fa, quando ho scritto Siracvsa, l’avrei apprezzata moltissimo: per scrivere queste righe ha impiegato più tempo di quanto io ne avevo dedicato, all’epoca, alla scrittura del racconto. Sentirmi dire che oggi scrivo male come nel 2013 non mi ha fatto piacere. Per carità sto ancora facendo gavetta, anche se l’ultimo libro che ho scritto (finalmente) ha avuto bisogno di meno revisioni, anche se pure stavolta non son riuscito a chiudere il lavoro con meno di cinque stesure. Però mi ha dato l’impressione che il redattore di cotanta critica (oltre a sbagliare egli stesso l’uso delle virgole separando un incolpevole predicato dal suo amato soggetto) volesse in primis attaccare il sottoscritto. E in effetti è stato proprio così. A gennaio dello stesso anno una mia amica era stata colpita da una recensione ingiustamente negativa per un romanzo di fantascienza, sebbene fosse stato scritto come si deve a partire da ortografia e sintassi.

Allora dopo aver individuato il profilo del picconatore, un sedicente “utente amazon”, riuscii a scorrere l’elenco delle sue recensioni poiché non aveva blindato il profilo. Ho scorso tutte le recensioni che aveva dato e ne ho  selezionate alcune a 5 stelle sospette. Là dove gli altri utenti davano 1-2 stelle, talvolta 3 lui metteva 5 stelle e lodi sperticate.
Così sono andato a guardare e… sorpresa: erano recensioni totalmente avulse dal contenuto. Messe solo per invogliare l’acquisto e sottolineate da 5 stelline. Allora segnalai le recensioni e profilo fraudolenti e dopo poco sparì tutto. Per bilanciare la cosa lasciai una recensione quanto più onesta dei libri segnalati, incoraggiando e sostenendo gli autori a fare di meglio e a rivolgersi a un editor competente.

L’idea era proprio quella di stuzzicare il recensore fantasma e farlo tornare allo scoperto. Cosa che puntualmente è avvenuta. Mi aspettavo l’attacco su uno dei romanzi pubblicati come Self, non su un raccontino di 11 pagine, ma così è stato e avrei dovuto prevederlo: il testo di Siracvsa avrebbe bisogno di qualcuno diverso da me per essere corretto come si deve, gli altri sono stati editati.  A ogni rilettura trovo sempre qualche errore. Così quando mi sono accorto che c’era una recensione negativa su Siracvsa erano passati già sei mesi. Non tutto il male vien per nuocere: in sei mesi il tapiro aveva ricreato l’account e recensito centinaia di libri, ma aveva anche blindato il profilo così da rendere impossibile per gli altri capire cosa a veva combinato stavolta. Poco male. Di nuovo ho segnalato il profilo fraudolento e… be’, neanche ad Amazon piace vendere merce mal recensita. Aumentano i resi e i clienti insoddisfatti. Il profilo è stato bloccato e siccome era blindato stavolta non posso lasciargli alcun indizio del fatto che sono stato ancora io a rompergli le uova nel paniere.
Glielo dico ora: «Sono stato io. Io ti ho segnalato e dovessi accorgermi che stai di nuovo truffando i lettori di amazon con le tue false recensioni troverai me e tutti i miei amici pronti a cliccare su “segnala” fino a farti chiudere nuovamente l’account».
Ormai ho imparato: se un libro è fatto bene o presenta pochi difetti, va difeso e promosso. Se è scritto male vale il silenzio e un messaggio allo scrittore, in privato, dove gli si racconta cosa funziona e cosa no. In entrambe i casi si rimedia un buon contatto e un potenziale acquirente per il prossimo libro.

SIRACVSA (pars I)

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Questa Storia è dedicata a mia nonna. Fortunata di nome e di fatto aveva una riserva di favole apparentemente infinita, ma questa mi piaceva particolarmente perché era vera. Mia nonna mi raccontava spesso della morte di Archimede, lo scienziato siracusano vissuto nel III secolo a.C., per mano di un soldato romano. Il soldato domandava a tutti “Sei tu Archimende?” e se rispondevano no o li ammazzava o li prendeva come schiavi. Archimede era intento a scrivere qualcosa sulla sabbia, ma nessuno saprà mai di cosa si trattasse perché quando il soldato lo raggiunse lui non rispose, perso in chissà quale calcolo.

A me ‘sta cosa è rimasta sullo stomaco. Poteva salvarsi. Poteva dire “Sì, sono io Archimede!” e vivere ancora qualche anno. Perché? Cosa aveva scoperto da valere più della sua stessa vita? Cosa l’aveva appassionato a tal punto?

La domanda ha continuato a ronzarmi in testa fino al 2012 quando ho tirato giù questo racconto, dopo lunghe ricerche per ricostruire come si deve l’ambientazione. Siracvsa era una città molto bella e l’assedio, per i romani, fu un vero incubo, occorreva raccontare tutto il necessario per rendere la vicenda credibile.

Buona lettura!

Anno 543 ab Urbe condita

La città era perduta.
Il console Claudio Marcello, con un astuto stratagemma, era riuscito a fomentare le sue truppe e a spingerle oltre le porte della città spalancate da alcuni siracusani favorevoli ai romani. I soldati romani ora dilagavano per le vie di Siracusa trucidando gli abitanti o riducendoli in schiavitù, a eccezione di quelli rimasti fedeli a Roma e che avevano consentito alle truppe romane di entrare in città.
Rimasto solo nella sua casa sull’isola Ortigia, Archimede aveva riposto tutti i suoi scritti, i modelli delle sue macchine e i suoi preziosi rotoli di pergamena in una stanza segreta nascosta dietro a un muro e la cui porta era celata da un mosaico raffigurante il dio Apollo a bordo del suo cocchio, mentre portava in cielo il sole nascente.
L’anziano pur essendo uno scienziato e non un politico, non aveva avuto bisogno di chissà quale acume per prevedere quanto stava ora accadendo; lo aveva ripetuto ai suoi concittadini fino a perdere la voce: neanche gli dei impediranno la vendetta di Roma!
Non era stato ascoltato. I suoi concittadini udite le notizie riguardo le gesta di Annibale e delle sue schiaccianti vittorie contro i romani, stanchi di dover pagare pesanti tasse ai romani, avevano deciso di ribellarsi e fare a meno di quegli scomodi alleati ormai prossimi alla caduta. Era stata una pessima decisione: i romani non solo avevano sconfitto Annibale, ma si stavano riprendendo, con i debiti interessi, di tutte le sconfitte subite in precedenza.
Il vecchio scrollò la sua barba bianca e uscì dal vano segreto: la casa era deserta, ma da fuori si udiva sempre più forte il cozzare delle armi.
I romani erano sempre più vicini e la barca, ormeggiata vicino la fonte Aretùsa, non avrebbe atteso ancora a lungo.
Spinse la porta, un pezzo di muro incernierato su cardini di bronzo bene oliati, fino a richiuderla con un leggerissimo scatto. Dall’esterno il passaggio era indistinguibile dal resto del muro, al punto che trovare la tessera del mosaico che comandava il meccanismo di apertura, in mezzo a migliaia di altre simili, era impossibile per chi non fosse a parte del segreto.
Il vecchio si rese conto che non avrebbe potuto istruire facilmente qualcuno per recuperare le sue proprietà, d’altro canto temeva che avrebbe mai riveduto Siracusa.
Osservò il mosaico in cerca di un punto di riferimento: le tessere erano disposte in maniera estremamente regolare, come le case nella città di Mileto, in modo da nascondere le linee della porta.
Contò quante tessere separavano quella che comandava il meccanismo di apertura dalla cornice del mosaico: centodieci partendo dal basso e centoquaranta partendo da sinistra. Un metodo semplice ed essenziale: con due numeri poteva istruire facilmente una persona in grado di contare.
Un rumore proveniente dalla porta lo fece trasalire: i romani erano giunti alla sua casa, ma quei due numeri che aveva appena trovato gli avevano suggerito un’idea tanto pazzesca quanto sconvolgente, al punto da tenerlo incollato davanti al mosaico con occhi colmi di reverente stupore.
Che forse lo stesso divino Apollo avesse ispirato la sua mente vecchia e stanca, riversando in essa nuove energie?
Il vecchio scienziato si era appena accorto che attraverso una coppia di numeri poteva identificare un punto su un piano in maniera univoca: immaginò allora di avere un altro mosaico sul pavimento, perpendicolare al primo, in quel caso con tre numeri avrebbe potuto identificare in maniera univoca un qualsiasi punto all’interno della stanza… e oltre: con tre numeri poteva identificare qualsiasi punto in tutto l’universo!
Osservò il dio raffigurato nel mosaico con rinnovato rispetto ed ebbe la fugace impressione che stesse sorridendo.
Ripensò allora alle coniche e al metodo che aveva inventato per calcolare il volume dei solidi di rotazione: con quel nuovo strumento avrebbe potuto ottenere metodi di calcolo migliori, più precisi, ma la sua mente non era ancora paga di quella scoperta.
«E se ci fosse un altro numero accanto ai primi tre, cosa indicherebbe questo? Quale altra dimensione esiste perpendicolare alle altre tre?» disse rivolto al dio nel mosaico.
La risposta venne immediatamente sotto forma di una interminabile sequenza di eventi, le curve che aveva immaginato presero ad animarsi trascinate dallo scorrere del tempo.
«Il Tempo!» Archimede rimase letteralmente folgorato da questa rivelazione improvvisa. Qualcosa in lui gli suggeriva, anzi: urlava proprio, che tempo e spazio erano strettamente correlati, come altezza, lunghezza e profondità il tempo era una direzione come le altre, una direzione che l’occhio non riusciva a seguire, ma comunque possibile.
La mente dello scienziato vacillò sotto l’enormità di quella scoperta. Già Platone, secoli prima, aveva asserito che: “l’occhio inganna, la realtà non si limita necessariamente a quel che appare”.
Aveva ragione, ovviamente.
«Se le dimensioni fossero più di tre ci sarebbero aperture invisibili» disse tra sé Archimede rammentando i racconti di quando era più giovane, riguardanti persone che svanivano nei muri e di voci che si udivano attraverso pareti di roccia, spesse anche decine di piedi. Si narrava che lo stesso Dionigi avesse sfruttato queste proprietà “magiche” per origliare i discorsi degli schiavi che aveva messo al lavoro nelle cave poco lontano dalla città.
«Dunque» esordì Archimede, rivolto all’immagine di Apollo «se fossero sei le dimensioni poste ad angolo retto tra di loro, per ogni diedro sarebbero necessari almeno quattro piani perpendicolari perché si possa ottenere un diedro chiuso, mentre ogni spigolo di questa stanza è formato al massimo da due piani» e così dicendo si avviò all’angolo posto alla sua sinistra per esplorarlo con le mani. L’idea in sé era folle e tutta da verificare, ma ormai lo scienziato era decisamente “partito per la tangente”, come sempre quando trovava un’idea affascinante… e quella era un’idea in cui perdersi piacevolmente.

Il centurione Caio Terenzio irruppe nella stanza, mentre i suoi uomini si erano sparsi per tutta la casa in cerca di tesori o altri siracusani da catturare: vide un vecchio, con indosso una toga grigia, allontanarsi verso l’angolo più lontano da lui, nell’evidente tentativo di sfuggirgli.
«Sei tu Archimede?» gridò. Come ogni altro soldato aveva ricevuto l’ordine di trovare e scortare il matematico dal console e di uccidere tutti gli altri siracusani ostili a roma e che non erano in grado di diventare buoni schiavi.
Il vecchio si girò un istante verso di lui dicendogli, piuttosto seccato:
«vattene, che ho da fare»
Caio decise che quello non poteva essere uno scienziato né uno schiavo promettente.
Archimede scrutava l’angolo che aveva di fronte in cerca del varco tra le dimensioni, probabilmente queste erano meno di sei, forse la sua intuizione non era stata corretta: in uno spazio a quattro dimensioni il passaggio sarebbe stato percorribile solo da una retta euclidea, mentre con cinque solo da un piano. Soltanto con sei dimensioni sarebbe stato possibile il transito di un oggetto tridimensionale, o almeno questo era ciò che il suo intuito gli diceva e si voltò verso l’immagine di Apollo come a pregarlo di concedergli nuova ispirazione lui che era il nume delle arti e delle scienze. Incurante del soldato che stava per trapassarlo da parte a parte con la sua spada, Archimede vide, o forse immaginò solamente, qualcosa di incredibile: un oggetto formato da sei piani perpendicolari tra loro. L’oggetto, apparentemente impossibile, era davanti a lui con i vertici che parevano poggiare in direzioni che sfuggivano al suo sgardo non appena lo distoglieva. Sembrava animato di vita propria.
«Eureka!» disse e poi fu solo silenzio.

 

Lo Specchio di Nadear

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E venne il giorno. Ci son voluti due anni di sudore: tre stesure per arrivare al testo “zero” una stesura di editing e su quest’ultima una raffica di revisioni l’ultima conclusa stasera.

Della città di Nadear ho parlato parecchio in vari articoli, adesso è il momento di renderla viva senza rompere l’animo con spiegoni e infodump. La cover sta riscuotendo un discreto successo e mi fa solo piacere. È opera di Diana Mercolini, un’artista che collabora con Myth Press. Possiede uno stile molto dettagliato e una tecnica che le permette di giocare con i chiaroscuri e le ombre per dare più profondità al disegno. Quella che vedete è solo metà della cover, l’altra metà delizierà gli occhi di chi acquisterà il volume che è già in prevendita, uscirà “ufficialmente” il 10 dicembre. Il link è in fondo alla pagina.
Tre stesure più quella di editing… sto migliorando, visto che le volte precedenti mi ci son volute quattro stesure più quella finale e non sto a contare le revisioni.
Di che si parla stavolta?  Tante cose. Si parla di emozioni, di rapporti tra genitori e figli, di furti e di molto altro che non posso rivelare senza rovinare le sorprese.
Posso dire che ci saranno le citazioni che hanno caratterizzato i Razziatori, anche se stavolta ho lavorato duramente per fare in modo che sembrino parte della storia.
L’effetto, per chi se ne dovesse accorgere, è di sognante stupore. Ritroverete “Alt! Chi siete? Cosa trasportate?”, “Potrebbe piovere” e la “Supercazzola Brematurata” in versione fantasy, oltre a decine di altre più o meno famose.
La storia… be’, non ve la dico. Leggete il libro. Una cosa senza spoilerare posso dirla. Tanti anni fa Terry Brooks pubblicò le “Pietre magiche di Shannara”, romanzo fantasy basato sul tipico viaggio dell’eroe vogleriano. La struttura sembra proprio quella canonica per cui il finale sembra già scritto. Se non che c’è la magia di mezzo e uno degli antagonisti è in grado, agendo invece di starsene rintanato nell’ombra a tramar, di sfruttare il perverso meccanismo della quest per ritorcerlo contro i personaggi che si ritrovano a prendere una quantità di mazzate impressionanti e a dover fuggire inseguiti da un demone chiamato “il Mietitore” (un nome una garanzia).

La tensione già a 1/3 del libro raggiungeva picchi mostruosamente elevati proprio perché il lettore realizzava che il “facile finale” previsto dall’innesco del meccanismo della quest diventava impossibile e pure impossibile era fermare la quest, gli eroi sembravano destinati a fallire in poco tempo.
Infatti mentre il Mietitore mieteva un personaggio dopo l’altro a colpi di mannaia, un altro chiamato “il camaleonte” assumeva l’aspetto di qualcun altro e spiava le mosse dei buoni per sapere dove indirizzare il compare. Chi fosse questo qualcun altro era impossibile capirlo e poteva trattarsi di chiunque, anche un personaggio principale.
Un vero e proprio thriller fantasy coi fiocchi.

Nel mio piccolo ho cercato di ottenere un effetto analogo, costruendo la trama proprio attorno a quest’idea.

Dunque… attenti ai personaggi, perché qualcuno di essi riuscirà a sorprendervi non poco anche perché ho scelto di colorare di giallo la storia. Il “Facile finale” non sarà poi tanto facile neanche in questo caso.

Il 10 dicembre si va, anche in libreria.

 

Avventura sul Mignone

Se a qualcuno venisse in mente la domanda “ma come fai a inventare luoghi fantastici e pieni di magia” ecco, una mezza risposta l’avrei. Non ho inventato mai nulla: ci sono stato. Tutto sta ad avere occhi per osservare, orecchie per ascoltare e tutto il resto. A vedere e sentire ci vuol poco.

Così stavolta vi racconto di una delle tante passeggiate avvenute dall’uscita di mia figlia Noemi dall’ospedale.

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Roma 21/04/2019 ore 4:30. L’alba è ancora lontana. Affido alla penna, se pure virtuale, il compito di raccontare quanto accaduto ieri. La mia mano trema, l’emozione è forte e lascia poco spazio alla fantasia, stavolta. Ieri a quest’ora ero intento a preparare panini e riempire thermos di caffè e tisana.

Ci siamo diretti a nord di Roma, in un luogo dimenticato dal tempo e che ha richiesto molto impegno per essere raggiunto: Luni sul Mignone.

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Come passeggiata non presentava difficoltà particolari, eppure già sapevo che sarebbe stata un’impresa di quelle toste: come quando Silvia ed io ci preparammo per salire sul Kilimanjaro e ogni fine settimana ci andavamo ad arrampicare su una montagna in Abbruzzo.

Non mi ero sbagliato.

Mi è chiara la differenza tra il tetto d’Africa e la modesta Luni che sfiora i 250mslm, ma stavolta non eravamo soli. Con noi hanno camminato Laura che ha sei anni, Manuel che ne ha quattro e la piccola Noemi che ha 14 mesi e è rimasta nel passeggino durante gli spostamenti.

In totale abbiamo percorso oltre dieci chilometri, c’è stato bisogno di motivare costantemente i bambini sempre pronti a fermarsi nel bel mezzo del nulla, dove non c’è segnale di nessun tipo per chiamare aiuto e nessun modo per prenderli in braccio. Questo perché tra zaini, passeggino, cambi per i bimbi, cibo (siamo in cinque e mangiamo come lupi), acqua (1 litro a testa) e tesori ci siamo portati dietro oltre trenta chili di materiale e considerato che Silvia, a causa della sua schiena, non può portare pesi… ci vuol poco a capire chi è che ha avuto il compito dello sherpa.

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Il caffè mi da la sveglia, guardo l’ora e ricordo bene che ieri ho cominciato a caricare la macchina proprio intorno alle cinque e mezzo. Poi ho tentato di dare la sveglia Silvia e ai bambini.

Convincerli a uscire dal letto è stato impossibile per oltre mezz’ora quando finalmente Silvia è riuscita a uscire dal letargo e a trasformarsi nella nella Fata Arcobaleno. Coi suoi magici poteri ha spronato i due piccoli avventurosi a fare colazione e vestirsi. La “Fata” è stato il personaggio fantastico che si è preso l’arduo compito di guidare i piccoli in quest’avventura. Ha lasciato dietro di sé indizi da leggere e piccoli tesori da scovare e gustare (caramelle, gommose e non) e con quest’escamotage Silvia è riuscita a compiere una serie di piccoli miracoli.

Per le otto tutta la famiglia era a bordo della macchina, coi bambini eccitatissimi all’idea di trovare tanti tesori interessanti.

Durante il viaggio abbiamo ascoltato musiche rilassanti e canzoni avventurose e le due ore necessarie per raggiungere   Monte Romano, “Stazione” di Civitella Cesj sono volate in allergria.

Felici come la Pasqua appena trascorsa Laura e Manuel son balzati a terra appena aperti gli sportelli. Ai nostri piedi il tracciato della ferrovia Civitavecchia-Capranica-Orte, che un tempo univa queste tre città e ora è una via ciclabile. Muoversi col passeggino può sembrare facile, meno facile è stato affrontare il fango e i rovi che bordeggiavano la strada e che di tanto in tanto la attraversavano. Certo, poi ci sono stati i sassi, le buche e i solchi lasciati dai trattori, ci è bastato saper spingere e stringere i denti. Nessuno di questi ostacoli è insuperabile, anche se quando capitano tutti insieme diventano più antipatici.

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Mentre il giorno avanzava e il caldo aumentava la Fata lasciava i suoi indizi in giro per il tracciato, sempre poco prima che l’entusiasmo dei bambini calasse e provocasse la fine dell’escursione. Noemi se ne rimaneva tranquilla nel passeggino, ridacchiando felice tra i sobbalzi dovuti allo sterrato e le ombre proiettate dagli alberi. Per lei è stata un’esperienza straordinaria: invece degli allarmi dei macchinari che l’hanno tenuta in vita durante il ricovero in terapia intensiva ha ricevuto stimoli che hanno coinvolto tutti i suoi sensi, stimolati al massimo grado. Il profumo dei fiori, la carezza del vento, i colori del cielo e della terra, il canto degli uccelli e praticamente ogni cosa incontrata nel cammino le ha strappato un sorriso e uno sguardo carico di meraviglia che ha commosso tutti.

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Non è stato facile organizzare questa escursione: Noemi mangia attraverso la PEG (un sondino che attraversa il pancino per portare nello stomaco il cibo) tramite una pompa, che è alloggiata nello zainetto appeso al passeggino, ma il cibo deve stare in borsa frigo e caricato nella pompa solo quando serve: non può rimanere più di tre ore a temperatura ambiente.

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Camminare coi bambini al seguito ha richiesto molta fatica: l’andatura irregolare dei piccoli stanca più in fretta e richiede una resistenza che non sono sicuro di possedere. Sia Silvia che io siamo allenati, abbiamo alle spalle trekking  impegnativi con dislivelli giornalieri che oscillavano tra i 300 e i 1500 metri, ma mai c’era capitato di dover variare in continuazione lo sforzo come imposto dai bambini. Correvano avanti, restavano indietro, si fermavano per vedere una farfalla, litigavano e si picchiavano all’improvviso e poi si lanciavano in grandi abbracci. Dove hanno trovato tutto il fiato per continuare a fare così tutto il giorno?

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La passeggiata è diventata impegnativa quando, dopo un’ora di cammino, due tunnel e rettilinei che parevano infiniti, ci siamo ritrovati nel bel mezzo del nulla in compagnia del torrente Vesca che serpeggiava in un’aspra forra alla nostra sinistra e i richiami dei cinghiali che fanno da contrappunto alle mucche intente a pascolare al riparo della boscaglia.

Laura è determinata: forte dei suoi sei anni vuole andare avanti, Manuel è stanco e vuole essere preso in braccio. Non manca molto in realtà, forse un chilometro, forse meno. Pur con tutte le sue magie la Fata non riusciva più a smuovere il cucciolo che è stato, non senza rimostranze da parte mia, fatto salire sulle mie spalle.

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Buon per la mia schiena che dopo neanche venti minuti abbiamo avvistato la stazione di Monte Romano, abbiamo così rimediato un angoletto all’ombra e fatto pranzo pranzo, godendo dell’assoluto silenzio interrotto solo dal canto del fiume Mignone che scorreva poco più in basso.

Finito di pranzare prendo i bambini con me e ci avventuriamo sul ponte ferroviario che attraversava la vallata da una parte all’altra.

Archi imponenti sostenevano la massicciata su cui abbiamo camminato. Poco più avanti lo scheletro in acciaio del ponte si è mostrato in tutta la sua forza, pronto ad accogliere treno e rotaie come se dovessero essere installati da un momento all’altro.

Ancora un passo e alla massicciata si è sostituito il grigliato Keller, che pur essendo d’acciaio e più robusto del cemento di poco prima dà la sensazione di camminare sul vuoto. Allora ho preso Laura e Manuel per mano e gli ho ordinato di restare attaccati alla mia mano, qualsiasi tentativo di liberarsi avrebbe interrotto l’escursione per entrambi e saremmo tornati indietro.

Anche se la paura c’era i bambini hanno obbedito e mi danno retta fino alla fine.


Il fiume
aveva voglia di dare spettacolo: acqua limpida color smeraldo e trasparente al punto da poter contare i sassi sul fondo. Poco più in là un airone bianco era a caccia di pesci e anfibi. Siamo rimasti in silenzio ad ammirarlo finché non ci ha visto ed è vola via, spiegando le sue grandi ali che hanno strappato un “oh” di meraviglia a tutti e tre.

Il tempo è volato e la caccia agli indizi della Fata ha ripreso a calamitare l’attenzione: c’era un tesoro da trovare, così siamo tornati indietro dalla mamma-fata che era rimasta al riparo con Noemi.

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Il ritorno è stato più difficile: la strada in salita, il caldo e l’acqua che cominciava a scarseggiare non ci hanno aiutato. Forte di aver spuntato un passaggio sulle spalle all’andata, Manuel è tornato alla carica e ha preteso di salire di nuovo al “suo” posto. 

Sono stato salvato dall’intervento della Fata che è riuscita, penso grazie alla magia, a convincere il cucciolo a desistere. È riuscita nell’impresa grazie ai sassi: la strada ne è piena, ma questa è un’antica zona vulcanica ed è facile imbattersi in pietre piene di cristalli luccicanti.


Anche così i bambini si
sono stancati più in fretta, hanno avuto molta sete e l’acqua è finita ben prima di essere arrivati. Buon per tutti che la macchina non era più molto lontana. La Fata, per continuare l’incoraggiamento, ha dovuto elargire qualche pezzetto del tesoro in anticipo: caramelle gommose a forma di orsacchiotto. “All’arrivo potrebbero essercene ancora!” ha esclamato.

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Non ho mai visto due correre così a fine escursione. Caldo, sete, fatica… di fronte alla prospettiva di altre caramelle gommose hanno divorano, anche troppo in fretta, i chilometri che mancavano all’arrivo. La Fata ha avuto difficoltà nel mantenere la necessaria disciplina ed evitare che i cuccioli corressero dei rischi eccessivi, vuoi per le scarpate presenti, vuoi per i rari veicoli di passaggio. 

Con infinito amore, pazienza e polso fermo, ha ripreso ogni volta i due piccoli e spiegato loro come comportarsi. La passeggiata si è conclusa con qualche altra caramella gommosa apparsa come per magia, e soprattutto, come se evitare rovi, scarpate, veicoli e pozze fangose (di quelle che ti risucchiano le scarpe se ci cadi dentro) fosse il gioco più bello dell’universo.

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Spingere il passeggino su quella strada non è stato facile per niente, complice la leggera salita del viaggio di ritorno e vedere la macchina in lontananza è stato per me un sollievo che cresceva al ridursi della distanza. Ho accusato la fatica e Silvia più di me. Laura e Manuel invece continuavano a saltellare felici mentre scoprivano il “Tesoro”: otto orsacchiotti gommosi verdi e gialli per ciascuno.

Hanno continuato a saltellare e a dimenarsi neanche legati ai seggiolini della macchina, sotto lo sguardo divertito di Noemi tutta intenta a godersi ogni istante. Silvia si è seduta esausta in macchina dopo aver congedato la Fata e si è ripresa mentre la macchina cullava tutti col suo rollio. La spalla lussata le faceva ancora male e aver spinto, incitato, trascinato, sollevato cuccioli per tutto il giorno,  le ha procurato una gran sofferenza. 

Ci siamo sentiti terribilmente vecchi nel domandarci: “Ma alla loro età avevamo anche noi tutta questa energia?”

Dopo una mezz’oretta di macchina finalmente tutti e tre si sono addormentati e da come parevano morti abbiamo avuto la certezza che non si sarebbero svegliati prima dell’alba successiva. 

Finalmente soli! 

Sarebbe stato facile pagare una baby sitter per ottenere lo stesso risultato, ma così il tempo guadagnato per noi ha avuto tutto un altro sapore.

#Memories

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Questa pagina è dedicata a Jordan River, amico, scrittore e capitano come ne ho conosciuti pochi.
L’equipaggio ti manda i suoi saluti, tra una bottiglia di rhum e l’altra. Sappi che questa è la cosa più vicina a un messaggio in bottiglia che siamo riusciti a trovare. Dovunque tu sia e qualunque cosa tu stia facendo: so che ogni tanto apri il mio sito e, be’, spero ti farà piacere trovarci un po’ di pensieri e parole con cui la ciurma ha imbrattat ha abbellito la nave.
E se dovessi riaprire l’account facebook sappi che questo è solo l’antipasto.
Io ti ricorderò sempre con quella bella immagine che poi è finita sulla tua carta:

Jordan River

#memories a me piace imbrattare carta… Soprattutto per i miei bambini che ancora non sanno leggere.
Siccome il postino di questa storia porta il nome dello zio … Non sarà che è andato su quella barchina sgangherata a fare una consegna importante?
No, chiedo eh!
A parte gli scherzi, posto questo solo perché lo Zio per me è una figura importante. Sa incoraggiarmi anche quando io sono lì che annego nel caos con la mia ciambella mezza sgonfia. È una di quelle persone che nonostante abbia conosciuto giocando, molti anni fa.. quando ancora non si fidava dei social, rimane a tutti gli effetti una persona importante. Sono davvero felice che il gruppo sia rimasto attivo, grazie all’iniziativa di Marco e Andrea, perché forse non si è reso conto di aver messo su una stramba ciurma e che non avrebbe potuto smontarla così come l’aveva messa su.
Anche se io qui dentro sono più un’esperta in caccole e menzogne da pasti di pongo immangiabili, mi piace stare qui e rimango sempre meravigliata dai vostri lavori.
Buona giornata, ciurma!
Sara Ciuchi
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#memories

Sono andato per curiosità a vedere quale fosse il primo messaggio mandatomi dal capitano. Ci conoscevamo virtualmente e solo da poco.

Eppure eccolo qui. 02 giugno, il giorno dopo il mio matrimonio con Alice.

Una benedizione.

Perché il Capitano Jordan è questo, un uomo buono e attento. Un tesoro.

Aspetto il suo ritorno.

Corrado Sambe Tregambe

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#memories
In questi anni da scrittore ho sempre sperato, in cuor mio, di poter incontrare il capitano di persona. Inutile dire, da questa premessa, che non vi è stata l’occasione.
Ricordo però bene, impressa in quelle sfere delle memorie importanti (un po’ come accadeva in inside out) la prima volta in cui vidi il profilo autore di Jordan.
“Chi ca**o è? Adam Kadmon?” pensai tra me e me. Un profilo misterioso per il quale però , tra quelle particelle d’inchiostro, scattò subito una scintilla. Una scintilla che, da parte di entrambi, si è subito trasformata in un’amicizia. Com’è possibile, chiederete voi? Ebbene, ciurma, non lo so. Penso che, però, Jordan fosse una di quelle persone speciali, un magnete che attrae noi menti artistiche…rinomate per esser colme di limatura di ferro!!
Insomma, non starò a farla troppo lunga. Con il capitano mi sono sempre trovato. Ho imparato ad udirne la voce e rispettare i silenzi. Abbiamo convissuto un periodo della nostra vita estremamente simile ed estremamente duro. Ci siamo confrontati e supportati.
Quindi, questo è ciò che mi ha spinto a prendere il timone… Non per sostituirlo, ma per onorarlo. So che per Andrea è lo stesso, e tutti voi, con la vostra presenza, testimoniate la stessa cosa 🙂
Grazie ciurma, grazie a ognuno di voi. E grazie a te, Jordan: cercheremo di essere all’altezza.
Marco Volpe

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#memories

Non avevo capito fino a oggi che il mio adorato clone lasciasse la ciurma e l’oceano intero. Di ricordi con lui ne ho diversi e sono certo che in futuro ne avrò altri, facenti parti della medesima scuderia. Eppure ognuno e speciale, allora ne condivido alcuni qui con voi…

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#memories

È il momento di svelare questa cosa…
Vincenzo Romano

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#memories

Ho incontrato il capitano per la prima volta lo scorso maggio al Salone del libro. Mi ha abbracciata, come se ci conoscessimo da sempre. Chi mi conosce almeno un po’sa che importanza io attribuisca agli abbracci. Sono un essere inutilmente espansivo.

Mi sono trovata imbarcata senza rendermene conto, e in questi pochi mesi mi sono sentita a casa, su questa nave. Qualche sia il motivo che ha portato il Capitano lontano da noi, spero che il mare gli sia propizio.
Federica Soprani

#memories
Il capitano, lo zio, il fratellone….
Lui mi ha guardata dritta negli occhi in una sera di febbraio di due anni fa e ha visto cose che io, non sapevo di me stessa!

Daje tutta capitano! Qui ti si aspetta con un boccale di birra in mano
Elena Galati Giordano

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L'immagine può contenere: 4 persone, tra cui Elena Galati Giordano e Alessia Cerbara, persone che sorridonoL'immagine può contenere: 3 persone, tra cui Elena Galati Giordano, persone che sorridono, persone in piedi

#memories A differenza di molti di voi, non ho la fortuna di poter esibire fotografie in compagnia del nostro amato capitano. Non l’ho mai incontrato di persona né conosco il suo vero nome. Ma la vita mi ha insegnato che spesso una stretta di mano non rende più tangibile un’amicizia, e i nomi – che siano quelli all’anagrafe, i nickname, oppure quelli affettuosi tributati alle persone con cui abbiamo maggior confidenza – non sono molto più che indumenti indossati per qualche tempo.
Difatti, al di là di barriere che non ho mai considerato tali, ho trovato nello “Zio” Jordan una persona più vera è tangibile di molti di coloro che potrei incrociare per strada ogni giorno, ma soprattutto un amico caro e sincero come lui mi ha sempre definito a sua volta, senza perdere occasione per dimostrarmi la sua stima e il suo affetto.
Capitano, ti aspetto. Insieme alla tua ciurma.

Sebastiano B. Brocchi
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#memories
«Ci sono immagini che valgono più di mille parole. E la consapevolezza che c’è chi conosce il concetto di “ciurma” e “fratellanza”. Grazie, per oggi. Per ieri. E per ciò che verrà.»
28-11-2017

Grazie a te, Jo.
Come te, lascio che a parlare sia questa immagine. Tu capiresti. E tanto basta.

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Andrea Piera Laguzzi

#memories Salone del Libro di Torino 2018, il nostro primo incontro dal vivo. Il povero Jordan era ancora ignaro del mio talento nel fare foto di nascosto cogliendo tutte le espressioni più buffe 😂

Paolo Fumagalli

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#memories Con Jordan avevo interagito parecchio su Fb ed ero rimasta colpita dalla sua gentilezza d’altri tempi e dalla sua signorilità. Poi, mi pare al Salone del libro di due anni fa, allo stand Dark Zone, mi dissero “quello è Jordan.” E niente, mi sono fiondata ad abbracciarlo ed è stato come rivedere un vecchio amico. Era speciale come mi era apparso sui social. Ci siamo rivisti anche quest’anno al Salone e ho provato la stessa sensazione di comunanza. Lo stesso affetto. Non uso questa parola a caso. Raramente mi sono tanto affezionata a qualcuno con cui ho contatti così sporadici, eppure con lui è successo. Ne percepisco la bontà e la profonda lealtà. Per questo da ieri sono molto triste, ma spero che, leggendo tutte queste esternazioni di stima, simpatia e vicinanza, cambi idea e riesca a trovare il tempo per un saluto ogni tanto. E spero che le cose per lui vadano per il meglio, perché è una persona che lo merita fuori da ogni dubbio. Per quel che vale, ti voglio bene, Jordie. Ti aspetto.
Lucia Guglielminetti

#memories
#daanan
Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro…
Eireann Leah Reid

Nessuna descrizione della foto disponibile.

#memories

Io quando consco qualcuno, sia sui social che nella vita reale, ci vado con le pinze. Niente di personale, è il mio carattere! Ho conosciuto il Capitano per caso, come co-amministratore di un altro gruppo. Lo rispettavo solo per questo… cioè, ad amministrare un gruppo ci vuole un minimo di passione e organizzazione!… e, poco alla volta, l’ho conosciuto meglio.

Andavamo sempre d’accordo o avevamo lo stesso punto di vista? No. Tuttavia, c’era estrema educazione e rispetto, in ogni caso. Prima su quel famigerato gruppo, poi su un altro da lui gestito personalmente, ho iniziato a pubblicare alcuni estratti della mia attuale creaturina…

Be’,,, se non ci fosse stato lui, non avrei MAI pensato che valesse qualcosa! Col suo modo di fare, gentile e discreto, ho ripreso a valutare nuove CE dopo molti mesi che avevo accantonato l’idea. Scrivere per sè stessi è romantico, ma non fa per me… sì, mi piace oltremodo l’idea di avere un pubblico!

Spero possa esserci quando pubblicherò. Vorrei farglielo sapere, dato che una volta gli proposi di essere il mio beta-ridere (cosa che rifiutò solo perchè avrebbe voluto godersi il mio libro, tutto qui…) e VOGLIO che legga quanto mi ha stimolato a scrivere. C’è un personaggio in particolare a cui si è affezionato e spero conosca presto di persona…

Capitano… a presto!

Giulia Pozzobon

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Teresa Spes Bonaccorsi

#memories

Una persona capace di fare gruppo, unire, catalizzare le energie.

Mi ha incuriosito il suo approccio proiettato verso gli altri, mentre molti si rinchiudono nel proprio ego, poi mi sono affezionato, anche se de visu ci siam incontrati una volta sola.

Alla vostra e alla Sua

Lorenzo Basilico

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“Dalla spalla al ginocchio”. 😉
Tania Dejoannon

L'immagine può contenere: 3 persone, tra cui Rob Himmel e Tania Dejoannon, persone in piedi, scarpe e spazio al chiuso

#memories.

È già sabato?
Sono sbarcati tutti e tanto per cambiare solo l’Ultimo?
E tutte ste foto? È morto?
“Era un caro ragazzone” ah, abbiamo solo cambiato capitano in attesa del suo ritorno?
Aaaaaah, ecco.

A questo Salone del libro, mi viene incontro.
“Ciao Capitano!”
“Tu sei Ultimo!”
È stato un bel SalTo.
Ultimo, il casinis ehm carpentiere

Ps nella foto in mezzo è per mostrare quanto sia testa di… È sabato, meglio sbarcare!

Francesco Forestiere

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L'immagine può contenere: 3 persone, tra cui Rob Himmel, persone che sorridono, persone in piedi e barba

#memories
Dio ha creato la birra per non fare conquistare il mondo ai Veronesi… 🤣😂

Omar Saggiorato

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#memories Jordan River restaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!
(L’altra dove siamo solo io e te non la metto, perché sono uscita male…)

Linda Talato

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#Memories
Venditti Antonello
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…e questo per ora è tutto, ma prima o poi ci saranno altri post #messageInAbottle che mi preoccuperò di pubblicare su queste pagine, sappilo.
Manchi un po’ a tutti.

Grazie per i tuoi sorrisi, gli abbracci, le parole con cui hai saputo sostenere, incoraggiare, tenere alto il morale di ognuno di noi. Sei una persona speciale.

Andrea Venturo

Restyling

Il Torto cambia faccia, ma non il sugo. Lo so che parlare di “sugo” in una storia ispira sensazioni manzoniane, ma pur con tutto l’odio che certi studenti hanno riversato contro il povero professor Manzoni, il “sugo della storia” è uno dei capitoli che preferisco, a cominciare dal titolo.
Così ecco una bozza della nuova cover, stavolta con un font (spero) meno sputtanato dell’Harrington. Non che andasse male eh? Ma quando ho scoperto che era il font più usato per tutto ciò che ha ispirazione fantasy ho provato a metterne un’altro, sempre in tema e meno diffuso. E sempre a proposito di citazioni: quello che cola dalla M non è sugo di fagioli.

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Nadear the White: four rings of houses in mortar and dry stone, roofed with red-tiles that are reflected in the great lake Levot, blue as the sky on a beautiful summer day.

Nadear the White: a handful of narrow streets paved with basalt quarried from the shores of the lake on which it is reflected. The blue of the water become red during the Battle of Levot, when Uruk the Might and his four thousand orcs warriors besieged the city.

Nadear the White: a circle of strong white walls, protected by thick juniper bushes and brambles. Brambles artfully arranged to convey besieging troops in the most congenial points to defenders in order to hit them whit arrows and crossbow bolts, charges of grapeshot and hot oil and, finally, let the deadly colonies of roses-vampire, shrubs-archer and tendril-strangler hidden inside complete the work.

Can this all seem dangerous? Indeed it is! Did I say that Nadear rise in a peaceful place?

Ora l’incipit appare così, non suona malaccio.  Mi sto dando da fare per tradurre il racconto lungo\romanzo breve in inglese. È difficile, ma mi costa meno ingaggiare un correttore di bozze di un traduttore. E poi, avendo scelto la narrazione al presente, ho meno problemi coi verbi. Più o meno. Vediamo come andrà…