Difensore (ram)

Quello che segue è il mio primo racconto pubblicato. Era il 1991, la rivista MC Microcomputer aveva lanciato la rubrica “Storyware” curata da Elvezio Petrozzi, giornalista (ormai credo in pensione) informatico.
C’è un aneddoto dietro questa storia.  La redazione della rivista era in un vicoletto  di Pietralata, sorvegliata a vista da una nutrita colonia felina. Leggere l’annuncio su MC Microcomputer mi galvanizzò oltre misura e cominciai a scrivere racconti da pubblicare, uno a settimana. Poi siccome le poste italiane erano quello che erano, decisi che la consegna andava fatta a manina e così invece di spedirla come facevano tutti… mi armai di blocchetto di biglietti dell’atac e mi misi in viaggio attraverso la città. Avevo già la patente, ma non la macchina.

Davanti l’ingresso fui circondato dai felini in cerca di C&C: coccole e crocchette. E allora ecco il “lampo di genio” feci un salto dal “pizzicagnolo” (in dialetto romanesco è uno che vende generi alimentari di ogni genere) lì vicino e comprai una scatoletta di kitekat per omaggiare i felini e compiacere Bastet. La cosa non funzionò, e continuò a non funzionare per ben tre numeri della rivista, finché sul numero di Febbraio… sorpresa! Trovai una delle mie storie pubblicata.
Eccola.

Il sole splendeva alto in quella prima mattina di giugno scaldando Roma con i suoi raggi.

Le scuole erano chiuse per via dell’ennesimo referendum con grande gioia di studenti e professori che ne approfittarono per andare a spasso.

Vi sembrerà Strano ma un ragazzo era rimasto a casa.

Costui, pur non avendo un cappello nero a tre punte con un teschio sopra, la benda su un occhio, una sciabola ed una gamba di legno poteva essere tranquillamente chiamato pirata.

Questo pirata si firmava «Thor» poiché era un vero padreterno in fatto di cracking

Da otto ore teneva sotto assedio con bordate di bit incandescenti un Bunker IV (versione2.3) messo a protezione di un dischetto pieno di programmi alquanto appetitosi.

Chino sulla tastiera sbatteva furiosamente le dita sui tasti imprecando come se stesse giocando ad un incasinatissimo spara e fuggi.

Il Bunker si era rivelato un osso piu duro del previsto, ma Thor riteneva di essere molto piu duro.

Pochi minuti dopo il Bunker salto in aria e Thor gridò di gioia. Inserì un dischetto vergine per effettuare il back-up del disco ora sprotetto e caricato un buon copiatore lasciò al computer il rognoso compito di effettuare il copiato. Piu che soddisfatto se ne andò in cucina e preso un brik da un litro di succo d’ananas, vi infilò una cannuccia dentro e succhiò avidamente.

Il Bunker era saltato, i solidi muri da 2048 bit di spessore erano stati semplicemente spazzati via come se fossero stati di carta-velina e cosi lui. Defender, era rimasto allo scoperto.

Rinchiuso in una cella RAM in attesa della sua cancellazione (a mezzo spegnimento del sistema)

Difensore cercò tra le subroutine del suo programma quella per il calcolo dei codici HEX e dopo averla trovata la attivò.

I bit della sua mano destra cambiarono di configurazione trasformandola in un Passepartout, con il quale apri la cella.

Si ritrovò cosi davanti ad uno spettacolo impressionante: un fiume di dati, proveniente dalla torre di Input/Output seriale scorreva sotto di lui verso il centro di controllo delle periferiche, da là veniva dirottato verso il centro di controllo per essere decrittato e poi lungo un percorso parallelo al nuovo disco destinazione.

In sostanza stava accadendo ciò per cui Difensore era stato creato affinché non succedesse: la copia illegale del programma.

Adesso però era libero ed avrebbe impedito tutto ciò.

In una parte del suo programma stava scritto ciò che doveva fare e si mise all’opera .

Per prima cosa gli occorreva del materiale da costruzione e utilizzo i 64KB della

cella adiacente poi avrebbe avuto bisogno dell’energia per attivare il tutto.

Essendo il computer acceso non ebbe problemi nel reperire anche quest’ultima.

In pochi istanti prese forma, bit dopo bit, un grande dragone nel quale inscrisse parte del proprio codice, poi vi balzò in sella  e lo guidò nel fiume di dati.

Giunto presso il centro di controllo dell’l/O si staccò dalla corrente principale e prima di imboccare il condotto per la CPU si duplicò inviando la copia di se stesso

nel disco di destinazione per criptare nuovamente i dati, rendere inutile la copia e ritentare in caso di fallimento E di un nuovo tentativo di effrazione del bunker.

Con suo disappunto trovò il passaggio per la CPU bloccato da una barriera crittografica, ma prima che questa potesse attivare le proprie difese il dragone assorbì energia dalla corrente principale e poi vomitò centinaia di bit incandescenti sul passaggio che venne spazzato via.

«Bel colpo vecchio mio!» – disse il Difensore elogiandola propria cavalcatura «ora vai» e lo spronò a entrare nel passaggio appena aperto.

Thor rientrò nella stanza succhiando beatamente il suo succo semi-ghiacciato, gustando ogni singola goccia di quel liquido zuccherino mentre transitava tra la bocca e la gola, prima di finire nel suo stomaco.

Notò con piacere che il computer aveva finito, adesso avrebbe passato il dischetto nel copiatore industriale ad alta velocità per produrre le copie richieste dai suoi numerosi clienti.

Il Difensore s’accorse troppo tardi di aver preso il condotto sbagliato, la copia era stata effettuata e lui non aveva fatto in tempo a ricevere il segnale ACK dalla propria copia per avere conferma dell’avvenuta ricodifica dei dati e dell’installazione del nuovo Bunker. In termini informatici equivaleva ad una grande frustrazione e lui odiava sentirsi frustrato, cosi spronò nuovamente la sua cavalcatura e ritentò l’accesso alla CPU.

Thor inserì il dischetto dell’antivirus nel drive, questa era un’operazione che effettuava sempre sia prima che dopo aver effettuato una copia. Il difensore aveva imboccato il passaggio buono e stavolta la CPU era a pochi balzi dalla sua cavalcatura.

Ancora una volta il destino gli fu avverso impedendogli, sotto forma di bestia con fauci spalancate, l’accesso.
«Sacro sudore di puzzola: un Antivirus!»

Sul monitor di Thor comparve il messaggio «Virus detected, Killing in progress».

«T’ho fottuto, c’hai provato eh?» disse il pirata ridacchiando  «il virus che fotterà Thor non e nemmeno in “mens programmators!”»

«Virus Killed» annunciò il computer con una bella scritta rossa sparata a video, con un paio di pixel fuori-posto che Thor osservò con sufficienza.

Rise di gusto, succhiò rumoreggiando l’ultima goccia di succo d’ananas e poi afferrò un altro disco da cracckare.

Il difensore era ancora in piedi, lo scontro con il mostro l’aveva privato della sua cavalcatura, ma in compenso aveva lasciato aperto l’ingresso della CPU e ora poteva completare il proprio compito così come era stato scritto: ogni possibilità che avvenisse una nuova copia illegale doveva essere eliminata.

Thor aveva appena infilato il nuovo disco quando vide apparire  nuovamente i pixel fuoriposto che aveva notato quando l’antivirus aveva finito il lavoro.

Pochi secondi dopo una musica d’organo eseguì l’attacco della toccata e fuga in RE- di J.S. Bach e una serie di immagini apparve e scomparve rapidissima, tutta la serie era durata meno di 1/25 di secondo: troppo breve per essere vista, ma comunque venne recepita da Thor e stavolta nessun antivirus gli avrebbe impedito di legare attorno al proprio collo il cavo di alimentazione del computer e cominciare a tirare furiosamente, con tutta la potenza liberata dalla serie di comandi subliminali appena ricevuta.

Fine

Qui di seguito la scansione di quella (mitica) pagina.

Difensore

La prima recensione


Rileggendo il libro mi sono accorto di alcuni piccoli difetti che mi han messo tristezza. Poi è apparsa la prima recensione, finalmente.
Leggendola mi sono reso conto che un bel po’ di messaggi come il rapporto genitori-figli, le discriminazioni di genere e la rivisitazione dei temi classici del fantasy, la cara vecchia “Quest” trasformata in un “andare a fare la spesa” ovvero quando il “quotidiano” diventa la più fantastica delle avventure, siano stati recepiti.

Tutta la recensione potete leggerla cliccando qui e spero proprio che vi convinca a leggere il libro: merita.

A che mi serve l’Occitano?

L’occitano è una “lingua” europea parlata tra la regione dei Pirenei, praticamente tutto il sud della Francia e le valli più occidentali del Piemonte. Di fatto unisce linguisticamente Italiano, Francese e Catalano (spagnolo), mantiene fortissimi legami con il castigliano e la lingua basca.mapa-lengua-occitano

Come lingua si afferma tra il XI e il XIII secolo in europa, proprio in quella Provenza dove trovatori e cantastorie hanno avuto il loro momento di gloria. Per me è stata una mezza sorpresa. Mezza perché da una parte mi aspettavo di trovare una varietà dialettale ampia e variegata quanto quella italiana anche in Francia e in Spagna. Solo col XX secolo, grazie alla diffusione dei mezzi di comunicazione di massa e alla scuola dell’obbligo, si è realmente potuto parlare di “unità linguistica” a livello nazionale. Prima si è sempre trattato di una forma di utopia. Come ho già detto in molte occasioni la “lingua” è innanzitutto uno strumento di comunicazione e deve essere alla portata di tutti, altrimenti cessa di avere la sua funzione. La mezza sorpresa è stata data dal fatto che, appunto, mi aspettavo di trovare una varietà di dialetti francesi, ma non la ricchezza che ho trovato e che vede la Francia tagliata letteralmente a metà tra dialetti occitani e bretoni. Insomma se l’Italia può vantare piccole aree dove si parla una lingua a parte come il sardo o il ladino e più in generale dialetti regionali dove si può scavare a fondo a livello linguistico per ricavare  informazioni su popoli e usanze del passato. Così è stato appurato che la “Gorgia” toscana, la famosa “c” aspirata di ‘oca-‘ola, ‘asa e ‘appello deriva direttamente dalla lingua etrusca. E adesso mi immagino i fumetti di Asterix e Obelix che nel domandare a un soldato “tu sei romano?” quello risponde “maremma lupa, un lo vedi che so’ Etrusco?”.

Per tornare “seri” l’occitano, quando ho letto la sua storia e l’intima connessione con la nascita dei trovatori e l’eresia catara, mi ha fatto subito pensare a una lingua perfetta per il fantasy. Uno dei personaggi più legati a questo genere è quello del bardo, colui che canta le gesta di eroi e principesse, fa sognare… insomma è il narratore perfetto per qualsiasi impresa epica. E dunque la lingua dei trovatori è l’ideale per costruire un personaggio che racconta di simili imprese, tra le altre cose. E l’eresia? Be’ i catari sono stati parecchio vessati prima di essere spazzati via, anche se non sono mancate azioni violente anche da parte dei catari contro i cattolici. Però l’idea della minoranza perseguitata legata alla lingua parlata era troppo ghiotta e tanto vicina al viaggio di Bertrand de Malichar da essere, per me, irresistibile.

Il tutto nasce dal fatto che, nell’antichità, i Maorni parlavano una forma di latino. Chi ce lo ha portato, il Latino, su Tharamys è questione di un altro articolo. Quello che conta è che a seguito del crollo del “Primo Impero Maorni” avvenuto nel 980ec ad opera della “Grande Invasione” che segna l’inizio dell’era Dei-Talant il latino, o quel che fu, era diffuso in tutta la regione sud-orientale di Adra (il continente dove si svolgono le avventure di Conrad). Non che fosse granché come superficie: andava dalla penisola di Haeperis situata nell’angolo sud-orientale e centrata su Reub, la capitale maorni e correva lungo il bordo meridionale del continente fino alla regione di Levot che era impestata da orchi, viverne e altre creature troppo pericolose. Solo gli Etsiqaasit riuscivano a spravvivere da quelle parti e solo perché lo spirito di Ogofedairp li protegge fin da quando si sono insediati sull’altopiano di Etsiqaar, ben prima dell’arrivo dei Maorni.

Del resto le differenze linguistiche tra etsiqaasit e maorni sono abissali, ma d’altro canto è anche differente l’origine dei due popoli.

Con la caduta dell’impero maorni l’unità linguistica già debole, cade del tutto. Le province dell’impero, tenute unite dalla forza militare prima ancora che da altro, si separano divenendo unità politiche autonome che oppongono una fiera resistenza contro gli invasori e i loro alleati. Di fatto scoppia una vera e propria guerra civile dato che i Dei-Talant erano soliti asservire magicamente i loro sottoposti e trasformarli in schiavi dotati di una piccola quantità di arbitrio che cresceva al crescere della fiducia della razza padrona. Che, per inciso, non era umana. L’aspetto di un Dei-Talant non lo conosce nessuno, se non quegli sfortunati che finiscono nelle vasche di alimentazione.

La caduta del primo impero crea tre aree geografiche distinte: la penisola di Haeperis dove sarà rifondata una sorta di repubblica che poi darà origine al secondo impero Maorni, il bacino del Nacal-Dengar dove sorgerà Kirezia e il sub-continente di Lleendir che delle tre aree sarà la prima a sperimentare gli effetti dell’isolamento dalla madrepatria, prima forzato a causa delle milizie dei-talant e poi voluto. La deriva linguistica tramuterà, nel corso dei secoli, complici i contatti con le vicine isole di Pelagòs e con gli elfi che, come il prezzemolo, vanno a piantare i loro domodendri un po’ ovunque, la lingua evolverà fino a diventare una sorta di spagnolo a metà strada tra il catalano e il castigliano. Sul perché è presto detto: a me serviva e dato che la deriva linguistica può solo essere studiata, ma non prevista… cioè non è possibile prevedere con precisione come evolverà nei secoli una lingua, ma si può ricostruire cosa le sia accaduto, ho arbitrariamente deciso di far andare (dal punto di vista linguistico) le cose come piaceva a me. Alla fine dei conti sono io il demiurgo.

D’altro canto seminare le lingue “ad mintula canis” è stupido e va a minare la coerenza dell’ambientazione, così… così… ecco che il buon Bertrand si ritrova, intorno al 1200ec in una situazione piuttosto spiacevole. Il neonato regno di Lleendir (pronuncia: yēndir) aveva un bel po’ di problemi, tra cui una pesante carenza di maghi con cui combattere gli incursori dei-talant, che tentavano di stabilire una testa di ponte sull’isola principale, i pirati di pelagòs (i contatti di cui sopra: mai detto che fossero amichevoli) e gli elfi stessi che con la loro magia rappresentavano una spina nel fianco per il potere costituito. Per sopperire a tale mancanza furono istituiti dei luoghi dove formare i maghi, a ogni costo e varata la “Loi de la bonescòle” tutt’ora in vigore. Essa prevedeva che un figlio a famiglia andasse a studiare la magia, se la famiglia aveva il padre o la madre utenti di magia il numero raddoppiava fino a prendersi tutti i figli se a essere maghi erano entrambe i genitori.

Il problema era dato dai rischi che lo studio e la pratica delle arti magiche comportano: l’incantatore, quando non è guidato da una divinità, rischia di fare una brutta fine.

Proprio a causa di questa legge Bertrand e un numero piuttosto grande di suoi seguaci fuggì da Lleendir andandosi a stabilire dove sappiamo. Le migrazioni da Lleendir furono diverse e queste introdussero la variante linguistica delle isole di Vasconne (là dove viveva Bertrand) nel continente dove ricevette ulteriori strati dovuti ai contatti con i le popolazioni locali fino ad ottenere quella sorta  meta-francese parlato tra i principati di Malichar, il mezzo-spagnolo di Lleendir (olè) e il Kireziano (la lingua del lettore che in questo caso è l’italiano) con l’occitano che fa da substrato e legante filologico tra le varie parlate. Non è elegante come il sistema linguistico che Tolkien ha creato per la Terra di Mezzo, ma… oh, funziona.
E anche bene!

Clive Cussler (1931-2020)

cusslerPubblicitario, commesso, scrittore, esperto sub e grande appassionato di automobili d’epoca è stato prima di tutto un personaggio leggendario e uno dei miei mentori. Ne piango oggi la scomparsa… sempre prematura, purtroppo. Nella sua vita ha avuto di tutto e di più quindi… quindi niente, avrei letto volentieri le sue storie ancora molto a lungo e mi mancherà. Mi mancherà anche l’attesa per i suoi libri. Che fossero scritti direttamente da lui o in collaborazione con uno dei membri della NUMA, Cussler era capace di infondere nella storia il giusto ritmo e una robusta dose di adrenalina.

Si narra che alla pubblicazione di “Enigma” il suo primo romanzo, Clive adoperò un brillante stratagemma per giungere in fretta alla pubblicazione. Fabbricò una carta intestata di una agenzia teatrale con sede nella costa occidentale degli Stati Uniti. Il padre di Clive abitava in un quartiere elegante e scelse come indirizzo quello, poi scrisse una lettera di “raccomandazioni” più o meno così:

 “Carissimo, come tu sai io mi occupo di film e teatro e non di libri, ma mi sono capitati tra le mani un paio di manoscritti davvero validi, secondo me è il caso che tu ci dia un’occhiata”

Poi l’ha spedita a tutti gli agenti letterari che ha trovato nella costa orientale, perché pensava che sarebbe stato difficile rintracciarla. Il primo a rispondere è stato Peter Lampack: dopo qualche settimana è arrivata una sua lettera che diceva: “Uno dei manoscritti che mi hai segnalato è eccezionale, dimmi dove abita questo Cussler che gli faccio subito un contratto”.

Fortuna, altri tempi e un mercato con decine di milioni di lettori, non gli striminziti 6 che leggono italiano. A ripetere nel nostro paese questo stratagemma si finirebbe con l’essere sommersi da decine di EAP (editori a pagamento) coi quali perdere solo un sacco di denaro senza poter ottenere nulla di buono.

La quantità di romanzi che ha saputo sfornare, con la propria “penna” o con la collaborazione di alcuni colleghi (nonché membri della NUMA, la National Underwater Marine Agency, una sorta di club di cacciatori di relitti) è impressionante.
Dal 1973 al 2003 ben 17 romanzi, quasi uno all’anno.

Poi da una parte la produzione rallenta, dall’altra raddoppia. Nel 1996 esce “Onda d’urto” e poco dopo anche “Cacciatori del Mare” in collaborazione con Craig Dirgo. Se a prima vista sembra solo un’operazione commerciale leggere il libro cambia totalmente il mio modo di vedere il “Cussler” autore, da “semidio rinchiuso nella sua torre d’avoro con la sua fedele macchina per scrivere, circondato da auto d’epoca e macchinette per il caffè” a “persona le cui vicende terrene sono pure molto interessanti”. E si scopre che Clive ha fondato realmente la NUMA, la fantomatica agenzia governativa che fa da scenario a tutte le avventure dei suoi personaggi. Solo che si tratta di una specie di “club” per lo più finanziato da Clive Stesso dedito al recupero di antichi relitti persi in fondo al mare. Grazie a Craig Dirgo si scopre che molte delle avventure raccontate da Clive sono  esperienze vissute, anche intense, e poi tramutate in storie su cui sognare.

L’idea di scrivere “in collaborazione con” sulla cover ha successo e il nome dell’autore diventa un vero e proprio marchio, sinonimo di romanzi carichi di avventura e azione il cui mantra in sottofondo è “non è vero, ma ci credo”. Così non ci vuol molto per vedere i primi risultati di questo connubio. Nel 1998 esce “Dirk Pitt rivelato”, sempre con Craig Dirgo, ma non viene pubblicato in italia e invece “Navi Fantasma” arriva nel 2002 e ha un buon riscontro. Ormai l’idea di base è partita ed ecco che alla “ciurma” degli scrittori (nonché appassionati di immersioni) si aggiunge nel 1999 Paul Kemprecos con “Il serpente dei Maya” dove a Dirk Pitt e Al Giordino si affiancano due colleghi “di primo pelo” anche meno seri dei due “titolari”. L’idea funziona, se all’inizio potevano sembrare dei cloni, Paul è abile a seguire le direttive di Clive e a caratterizzare i due personaggi in modo che il pubblico si affezioni anche a loro.

Di fatto è nata una vera e proria “corrente letteraria” dove nel 2003 entrano Craig Dirgo (che già curava la sezione “biografica”) con una specie di “Capitano Nemo” alias Juan Cabrillo e una nave che non ha nulla da invidiare al Nautilus creato da Verne e lo stesso Dirk Cussler che 30 anni prima ha dato il nome all’eroe creato dal padre.

E poi nel 2007 arriva Isaac Bell, che non è un autore ma un altro personaggio scaturito dalla penna di Clive, stavolta l’ambientazione cambia e si torna indietro all’inizio del secolo. La narrazione si appoggia in modo massiccio alla storia americana e il grande terremoto del 1906 fa da sfondo, tra le altre cose. Nonostante il successo mondiale dei suoi libri e di quelli con il suo “marchio” Clive sperimenta un nuovo tipo di narrazione. Isaac è un personaggio più “serio”, riflessivo, capace anche di imprese d’azione che non guastano mai, ma non è uno spericolato. È un vero cacciatore, attento, accorto e incapace di mollare la preda anche a decenni di distanza.

Il libro ha successo e, purtroppo, sarà uno degli ultimi che porterà la firma di Clive. Tutti gli altri saranno scritti sempre in collaborazione con qualcun altro. Di fatto, dal 1996 al 2019 usciranno altri 65 romanzi più due libri per bambini (questi sì: firmati direttamente da Clive). Clive non ha semplicemente rinnovato il genere: ha proprio messo in piedi una vera e propria scuola di narrazione e anche grazie ad essa avrò un bel po’ da leggere senza che debba rimpiangere la sua scomparsa. Aveva 89 anni e un’energia che non posso che ammirare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I Racconti di Enthalassia – La grande migrazione

Intervista con l’autore – Andrea Villa

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I Racconti di Enthalassia – La Grande Migrazione è un libro di ambientazione fantasy dove l’autore si è divertito, e non poco, a stravolgere un po’ i canoni del genere. Ho conosciuto l’autore attraverso il portale “ilmiolibro.it” tre anni fa e mi aveva colpito la ricchezza di ambientazione e personaggi, oltre che a quel che scoprirete leggendo questa intervista.

Sono sicuro che poi vorrete leggere anche il libro.

 

 

 

Ciao Andrea, mi rendo conto che, un po’ perché ci scriviamo da parecchio tempo, non ti ho mai chiesto niente di te e per dare inizio a questa intervista direi proprio di cominciare da qui: chi sei e dove vivi?
Il mio nome è Andrea Villa e sono un giovane scrittore esordiente attualmente residente ad Arcore, nella provincia di Monza, la piccola cittadina dove sono cresciuto e a cui appartiene il mio cuore. La città ha una piccola biblioteca, del quale sono assiduo frequentatore e dove mi piace recarmi, in determinati giorni, per scrivere i miei libri ed è qui che io ho iniziato il mio “amore” per la Letteratura.

Giusto! Per scrivere ci vogliono passione, cultura e pazienza. Come è nata la tua passione per la scrittura?
Le prime storie che ricordo di avere scritto erano brevi fanfiction, che scrivevo da solo o assieme ad altri scrittori maggiormente esperti. Spesso tali fanfiction erano storie senza né capo né coda, e la gente di Internet non aveva paura di dirmelo in faccia. A forza di accumulare esperienza, ho iniziato a scrivere storie più lunghe e dettagliate, che con il tempo mi hanno aiutato a raccogliere pareri maggiormente positivi. Tuttavia, non avevo ancora raggiunto uno scopo per la mia scrittura: scrivevo quando mi andava, senza disciplina e senza ritmo di lavoro, senza un obbiettivo su cui focalizzarmi.
Poi venne Tharax.

Eh, me lo ricordo bene Tharax: l’orco a cui non bisogna pestare i calli. Sono stato uno dei tuoi primi “lettori”, ho seguito con attenzione il percorso che ti ha portato a uscire con questo gioiellino intitolato “I Racconti di Enthalassia”. Adesso sono proprio curioso di conoscere tutta la storia… cioè non quella del libro, quella dovrei ricordarmela ancora bene. Piuttosto vorrei conoscere cosa è successo da quando hai pubblicato come “self” su ilmiolibro.it e poi sei approdato… su Maratta Edizioni, vero?
La storia del mio dattiloscritto è quasi un libro a parte. Ho avuto l’ispirazione per il mio romanzo in una calda estate di molti anni fa, quando immaginai una scena di orchi cattivi che aggredivano un castello fantasy abitato da principesse simil-Disney. L’idea mi piacque tanto che inizia a scrivere un bozzetto, e da quel bozzetto nacque successivamente la trama per il mio libro, che pubblicai come self su IlMioLibro.
Tuttavia su quella piattaforma non mi trovavo a mio agio, sia perché dovevo occuparmi personalmente di cose che non sapevo come gestire (ad esempio la copertina o la promozione) sia perché le possibilità di essere notati erano molto scarse. Il colpo di grazia avvenne quando un hater-troll, che aveva travisato la trama del libro, senza neanche leggerlo, lasciò commenti negativi aggredendo verbalmente me e tutti coloro che ne avevano acquistato una copia.
Dopo questo spiacevole evento, presi la decisione di ritirare il mio libro e di impegnarmi a migliorarne l’editing e lo stile di scrittura. Per fare questo ho deciso di frequentare il corso triennale di Storytelling alla Scuola Mohole di Milano Lambrate, dove ho appreso le migliori tecniche di scrittura e le strategie per affrontare le difficoltà tipiche di uno scrittore alle prima armi. Durante questo lasso di tempo, accantonata l’idea di pubblicare il mio libro in self, ho preso la decisione di rivolgermi a un editore che potesse aiutarmi e supportarmi nella promozione del mio libro. Credo di averlo inviato ad oltre cento case editrici nella sola Italia, e quasi sempre la risposta era una sola…. Il silenzio o nella migliore delle ipotesi il classico “il suo libro non corrisponde al nostro piano editoriale” frase che ogni scrittore ha imparato ad odiare.
Finché, grazie ad un amico, non sono venuto a conoscenza della Maratta Edizioni, che all’epoca era appena nata e non aveva pubblicato ancora nulla. Ho così inviato ancora una volta il libro, aspettandomi l’ennesimo silenzio o rifiuto, e invece, immagina la mia sorpresa quando aprendo un giorno la mail ho letto la loro risposta positiva! Credi è stato uno dei più bei giorni della mia vita!

Uh quanta roba! Credo di conoscere l’amico che ti ha segnalato M.E. L’istituto Mohole lo hai frequentato da casa o ti sei armato di valigia? Quali corsi hai seguito?
Per fortuna il mio paese si trova sulla tratta ferroviaria che unisce Lecco a Milano, e quindi ho potuto permettermi di recarmi ogni giorno a Milano per le lezioni.
Ho seguito il corso di Storytelling e Scrittura Creativa, che era iniziato proprio quell’anno. Sono stato anche l’unico della mia classe a decidere di frequentare il terzo anno e a seguirlo regolarmente fino alla fine. Nel corso dei tre anni, ho imparato molte cose che mi sono state poi utili nel corso della fase finale di editing del mio libro, e che mi saranno molto utili per i libri futuri che ora sto scrivendo.

Il testo, all’epoca, era grezzo, presentava qualche problema legato alla gestione del punto di vista e conteneva una marea di infodump, ma si tratta di problemi che hanno quasi tutti gli autori alle prime armi quando hanno tanti personaggi da mostrare e ancor più cose da mostrare. E infatti l’ambientazione aveva un’ottima profondità e i personaggi erano caratterizzati al punto da poterli riconoscere semplicemente dal modo in cui parlavano. Insomma era un testo su cui si poteva lavorare e tirar fuori un bel libro.
Sai che me lo hanno detto anche i miei primi lettori, i “beta” a cui ho chiesto di darmi un parere sulla storia poco dopo che l’avevo scritta? E anche la mia editrice, mi ha detto qualcosa di simile: la mia storia era come un “diamante grezzo”, che andava lavorato e raffinato.

Quando finalmente hai trovato una casa editrice con cui pubblicare come ti sei sentito?
Come mi sono sentito? Mi sono sentito… diviso, come il Visconte Dimezzato dell’opera omonima di Italo Calvino, uno dei miei autori italiani preferiti di sempre. Da un lato, ero molto felice, perché finalmente avevo un’occasione per dimostrare il mio valore come scrittore e pubblicare l’opera delle mie fatiche con un editore che avrebbe saputo guidarmi sulla giusta strada, ma dall’altro, avevo paura, perché avevo passato così tanto tempo teso a raggiungere l’obiettivo di trovare un editore disposto a pubblicarmi, che non avevo mai pensato a cosa sarebbe successo dopo. Così, quando ho smesso di saltare di gioia, mi è sorta spontanea la domanda “e adesso?”

E quando hai ricevuto l’editing, ovvero il testo commentato con tutti cambiamenti e le correzioni da apportare?
Alla prima lettura, mi sono sentito punto sul vivo, poiché le correzioni erano molte e non ero d’accordo su tutte. Ma col tempo, rileggendole e riflettendoci sopra, mi sono reso conto che esse nascondevano moltissime importanti lezioni che uno scrittore non dovrebbe mai ignorare per migliorare continuamente e rendere i propri scritti sempre più professionali.

Ti va di rivelare il nome dell’editor?
A dire il vero, ne ho avute più di una, tutte molto competenti. Una si chiama Aurora Stella, ed è stata anche la mia illustratrice. Dalle conversazioni che ho avuto con lei nei primi giorni dell’editing, mi ha fatto capire che si era innamorata del mio scritto, e ha abbondantemente dimostrato questo amore nel corso della nostra collaborazione. L’altra si chiama invece Barbara Amarotti, ed è lei che mi ha dato la maggior parte dei consigli in dettaglio per migliorare la trama e rimuovere gli “info-dump”. Vi posso solo dire che la nostra collaborazione è ancora in corso giacché, oltre ad essere una eccellente editor, è anche un’ottima promotrice social.

Com’è stato lavorare con Maratta Edizioni?
È stata un’avventura a dir poco emozionante, entusiasmante e gratificante. Monica, sebbene abbia da poco fondato la casa editrice, è molto esperta nel campo letterario (credo sia anche a causa delle sue precedenti esperienze come scrittrice) e sa esattamente come si sente uno scrittore. Lo ha dimostrato ampiamente sin dal primo giorno della nostra collaborazione: mi ha fatto sentire parte di una grande famiglia, era sempre lì quando avevo bisogno di lei e ha sempre avuto un grande rispetto per me, così come per tutti gli scrittori sotto suo contratto. Ho stretto grandi amicizie con altri scrittori come Tiziana Riccio (di cui consiglio caldamente il libro Il Fantasma e la Campana, un’avventura per grandi e piccini), Anthony Ragman (vero tasmaniano che non ha paura di esporsi in prima linea, autore del romanzo Il Viaggio Inesistente) e Marco Bacocchi (che come le “vespe” del suo romanzo Il Nido delle Vespe, sa pungere e stimolare la curiosità di ogni lettore), traendone immensi vantaggi tramite confronti diretti e discussioni che mi hanno permesso di evolvere il mio stile letterario e il mio stile di scrittura. Ma soprattutto, ho imparato che il cammino verso il successo è come una montagna: qualsiasi cima può essere raggiunta, se continui senza arrenderti.

Hai nominato Aurora Stella, che idea ti sei fatto di lei? Puoi non rispondere eh!
Non rispondere? Lo faccio più che volentieri! Aurora è un editor altamente professionale e volenterosa, che si impegna sempre al massimo per supportare lo scrittore emergente ed aiutarlo a “ripulire” il suo libro da errori, dilungamenti e info-dump. Le devo molto.

Hai avuto occasione di migliorare la tua scrittura?
Ne ho avute moltissime. Come ho già detto precedentemente, non sono mancati momenti discussione e critica costruttiva con gli altri scrittori della Maratta Edizioni, così come suggerimenti e consigli da parte degli editor. A dirla tutta, essere uno scrittore di Monica è una continua occasione per migliorare ed essere sempre più professionale. La vera domanda è: sarai in grado di coglierla?

E allora vediamo un po’ cosa è cambiato… innanzitutto il titolo: quello iniziale era “I racconti dell’Orda” e invece ora abbiamo il nome del mondo su cui è ambientato. Ti va di raccontarmi come è nato? Il nome, intendo, sai: l’onomaturgia, ovvero l’arte di forgiare nomi, è una delle mie fissazioni. Già che ci sei, mi racconti come sei arrivato a darei i nomi ai tuoi personaggi e ai luoghi del libro?
Il primo titolo, “I racconti dell’Orda” era un titolo provvisorio che avevo messo solo perché sono sempre stato un grande fan della saga di Warcraft (almeno, fino a che la Blizzard non ne è uscita con Reforged Refunded) e difatti nel bozzetto originario dell’opera questa era una fanfiction ambientata nell’universo blizzardiano. Poi l’idea si è evoluta, la trama si è emancipata da legami con Warcraft diventando una storia a sé stante, ho però, mantenuto il titolo iniziale in attesa di trovarne uno più adatto.

Il titolo successivo, legato al continente di Enthalassia (che gli orchi vogliono raggiungere) è nato dopo un trip di film a tema fantasy che ho studiato alla ricerca di cliché e stereotipi da demolire. Dopo aver visto l’intera saga del Signore degli Anelli, stavo scrivendo alcuni appunti quando mi accorsi che il nome degli Ent (I pastori degli Alberi di Tolkien), associato al nome della dea romana Talassa (che corrisponde al mare) creava il neologismo Entalassa. Mi piacque e decisi di utilizzarlo.
I nomi dei personaggi e dei luoghi del libro sono nati inizialmente come storpiature/parodie di nomi di personaggi tipici di opere che avevo letto o a cui avevo assistito e che poi ho successivamente modificato pur mantenendomi su un tono parodistico destinato a causare ilarità o simpatia nel lettore. Alcuni nomi però, li ho attinti da veri luoghi esistenti sulla Terra o nomi della storiografia (ma non vi dirò quali, eh eh eh…)

Ora però mi fai diventare curioso sulle tue letture. Puoi raccontare qualcosa, un libro che ha ispirato uno o più personaggi… senza dire quali, che così diventa divertente cercare tra le pagine.
Un libro che ha ispirato uno o più personaggi del mio? Potrei citarne molti: per esempio, vi è uno stregone che è una specie di incrocio tra Saruman, del Signore degli Anelli di Tolkien, e Durza, di Eragon; oppure, per il principe belloccio che vede il mondo in bianco e nero, ho preso ispirazione da numerosi personaggi di racconti classici (tra cui Orlando Furioso e Lancillotto). La maggior parte dei personaggi sono storpiature di personaggi del Signore degli Anelli o dell’Universo Tolkieniano, mentre molti altri si sono aggiunti successivamente come parodie di altre opere. Naturalmente, anche alcune opere italiane hanno contribuito…

Invece la trama non ha subito rimaneggiamenti. Che idea ti sei fatto (poi ti dirò la mia) sui motivi?
L’idea che mi sono fatto è che, agli occhi di chi ha letto il mio romanzo, la trama, seppur “appesantita” da numerosi info-dump e interminabili giri di parole, fosse buona e che quindi non necessitasse modifiche sostanziali… e questo è un bene, a mio parere, giacché la trama per un libro è come le fondamenta per un palazzo: cambiarla durante la costruzione può essere problematico, o addirittura impossibile…

L’ambientazione è strettamente connessa alla trama e, (e questa è l’idea che mi sono fatto leggendo il libro), si basa sulla “caricaturizzazione” dei luoghi comuni e degli stereotipi che sono stati appiccicati al genere fantasy fin da quando Conan di Cimmeria ha preso in mano una spada. L’Oscuro Signore, gli orchi alleati con goblin e troll che attaccano in massa, il manipolo di eroi che puntualmente li sconfigge prima che possano distruggere i soliti elfi e con loro tutte genti delle terre considerate civilizzate in un susseguirsi di eventi sempre uguali legati a tradizioni millenarie. Ci ho preso?
Risposta: Hai colto perfettamente il segno. Vedi, uno dei principali “cattivi” che prendo di mira nel corso del mio romanzo è quella che presso gli altri scrittori è conosciuta come Stasi medievale, e che vede passare anni, secoli o addirittura millenni senza che una società cambi minimamente. Non importa quanti anni passino, la cultura, la società, le nazioni, i governi, le tecnologie, le lingue, tutto rimane esattamente uguale senza cambiare di una virgola, anche la moda. Per fare un paragone, sarebbe come se oggi esistesse ancora l’Impero di Carlo Magno, preciso identico a come era allora, senza che nulla sia stato inventato, costruito o modificato da quando il re dei franchi è morto.
La cosa non solo è ridicola, ma è anche irrealistica: in Europa il periodo medievale classico, con cavalieri e castelli, non è durato nemmeno cinquecento anni, e in questo periodo di tempo nulla è rimasto uguale. Invece, nei romanzi fantasy classici, gli scrittori non sembrano rendersi conto che, quando dicono “il cattivo rimase imprigionato per mille anni” ciò implica che quando egli finalmente uscirà, non si troverà davanti un mondo identico a quello che ha lasciato. Quasi certamente, dovrà vedersela con carri armati e droni, o testate atomiche addirittura. Nel mio romanzo, questo è uno dei temi che ho voluto particolarmente trattare, giacché il progresso non si ferma, a meno che qualcosa non lo stia fermando di proposito.

Uno degli aspetti che mi ha colpito è stato che gli stereotipi che hai, uh, preso di mira ci sono proprio tutti. Quanto è stato complesso gettare le fondamenta di un mondo tanto ricco e variegato? Perché non hai solo colpito sotto la cintura ogni stereotipo esistente, ma sei riuscito a farne ironia.
Non ti nascondo che è stato un lavoro molto lungo e meticoloso. Dapprima ho dovuto fare ricerche adeguate, ho raccolto immagini ed illustrazioni che potessero aiutarmi nella descrizione, poi ho iniziato a delineare la trama e i personaggi. Non ho voluto lasciare nulla al caso. E naturalmente, non ho esitato a illustrare tutti gli stereotipi che conoscevo allo scopo di ridicolizzarli.

Sempre accade che nei mondi fantastici finiscano elementi del mondo che circonda l’autore. Da Howard a Bradley a Tolkien, fino ai nostri Evangelisti, Troisi e Valzania ogni autore parla di ciò che conosce e se si tratta di storie fantastiche… trasforma e ripropone in modi straordinari la propria esperienza. Tu cosa hai preso e tramutato?
Ho traslato soprattutto il mio punto di vista esterno-realista sugli elementi tipici dei fantasy. Ho letto storie fantasy sin da bambino, potrei dire che ne ero intriso, ma allo stesso tempo non potevo disgiungere questi racconti da una lettura critica che corrisponde al mio essere razionale. Ti faccio un esempio: tu non ti sei mai chiesto come fanno certe cose a funzionare nei fantasy? Ad esempio, come fa un drago a volare, se la sua membrana alare non sarebbe in grado di reggerlo realisticamente?

Comprendo che un autore deve avere una spiegazione pronta, specie in caso di domande. Anche io ho lavorato così e, nei primi due romanzi ho ceduto alle lusinghe dell’infodump. Nel terzo sono riuscito un po’ a frenarmi… tanto la scure implacabile dell’editor è arrivata comunque. Alcuni dettagli vengono lasciati all’immaginazione del lettore come il volo del drago in “Dragon Trainer” o l’economia del mondo di Harry Potter per fare un paio di esempi. Tu cosa hai scelto/dovuto, pur avendo una spiegazione perfetta, di lasciar immaginare al lettore e cosa no?
Se devo essere sincero, nella prima stesura del mio libro avevo inserito molte più cose di quelle che sono più tardi apparse nella versione finale dell’opera. Avevo addirittura creato delle lingue e alfabeti, giacché era irrealistico che i popoli di uno stesso continente parlassero solo una lingua. Mi piace prevenire se possibile le domande che sorgeranno spontanee nel lettore, quando questi immaginerà l’economia, la società, i costumi e lo sviluppo tecnologico, ma soprattutto, mi piace dimostrare, per mezzo del mio lavoro, che mi sono impegnato al massimo nel costruire un mondo interessante ma realistico. Insomma, quando scrivo sono un perfezionista!

C’è una scena, nel libro, in cui te la prendi col castello delle favole. Cioè non è il castello delle favole, ma il “tipico” stereotipo del castello fantastico… e che a me ricorda tanto il logo della Disney, o almeno l’ho visualizzato così. Quanta documentazione hai raccolto per realizzare la scena?
Un bel po’. In particolare, mi sono immaginato che cosa sarebbe successo applicando a un assedio fantasy (tipo quelli del Fosso di Helm, o di Minas Tirith) le strategie e le tattiche del nostro mondo. Nel mondo fantasy i cattivi, sempre numerosi ma notoriamente privi di ingegno, partono alla conquista del castello in forze, senza applicare alcuna strategia per indebolirlo come utilizzare catapulte o trabucchi. Questo accade perché si è legati a stereotipi ormai consolidati. Anche gli stessi castelli sono certamente belli cinematograficamente ma nel fantasy, sono spesso privi di effettive capacità difensive, era quindi arrivato il momento di cambiare le regole.

Sì, le scene “di massa” fanno sempre un certo effetto soprattutto al cinema o in quei romanzi dove il taglio cinematografico si fa sentire come nelle opere di Brooks (specie quelle legate al ciclo di Shannara) o dei nostri Valzania e Troisi… giusto per fare qualche esempio. Anche se la battaglia del Fosso di Helm ricalca proprio la regola che hai citato: l’ambientazione è fantasy, ma la fortezza non ha nulla da invidiare a San Leo o Hochosterwitz. Del resto Tolkien ha combattuto
durante la prima guerra mondiale e ha dovuto subire la seconda, un po’ di esperienza sul campo se l’era fatta. Dove hai attinto tattiche e strategie militari per trasformare i tuoi orchi in soldati “moderni”?
Ho attinto buona parte delle strategie utilizzate da saggi o racconti storici di vere guerre di epoca romana e medievale. Per esempio, le torri d’assedio non sono un’invenzione mia, ma erano già state usate ampiamente dai Romani e da numerosi regni dell’Europa Medievale per conquistare le fortezze nemiche. Una battaglia che ho usato come fonte di ispirazione è stata quella per la conquista di Gerusalemme durante la Prima Crociata. È stata un’inestimabile fonte di ispirazione e fornisce anche un chiaro esempio della differenza tra attaccare una fortezza senza e con armi d’assedio. Altre tattiche le ho poi ideate io basandomi su quelle già esistenti e utilizzate nel “nostro” medioevo.

Cosa dobbiamo aspettarci per il futuro? Rivedremo ancora gli orchi a lottare contro gli stereotipi?
Certo che sì. Al momento sto già sviluppando il seguito del libro che ho appena pubblicato, il quale è solo il primo di una serie nella quale spero di mettere numerose sorprese per i lettori.

E allorati dico che non vedo l’ora di leggere il tuo nuovo lavoro, comunque vada sarà un successo!

Una storia vecchia di 4500 anni

In realtà è anche più antica e, probabilmente, avrei dovuto intitolare l’articolo “una storia vecchia un milione di anni”.

4500 anni fa, lungo le rive dell’Eufrate, fu composto un poema epico dedicato a “Gilgameš”, il mitico re della città di Uruk. Re saggio e forte, Gilgameš compie una serie di imprese che entrano nella leggenda come domare il guerriero primevo Enkidu e trasformarlo in un potente alleato, sconfiggere il temibile Hubaba, il divino guardiano della foresta di cedri (probabilmente dietro c’è una storia legata al commercio del legname con i fenici), rifiutare una divina proposta di matrimonio nientemeno che da Ištar la splendente dea dell’amore e del sesso (e insomma, ce ne vuole per resistere a una proposta del genere), sconfiggere una bestia spaventosa tiratagli contro dalla dea stessa dopo il suo rifiuto e via così fino alla conclusione con la morte di Enkidu e il commovente incontro con lui che dal regno dei morti gli racconta della vita ultraterrena. Gilgameš era ossessionato dall’idea di divenire immortale con le proprie forze, alla fine comprende l’inutilità del proprio gesto e consapevole del destino, che tocca a tutti gli uomini, diviene un re ancora migliore, più saggio e capace.

Può sembrare una storiella tutto sommato uguale o simile a quelle che si raccontano su vari personaggi di tante epoche “mitizzati” e tramandati in veste divina o semi-divina… e lo è e vi invito proprio a riflettere su questo aspetto.

Mille e trecento anni più tardi, sempre da quelle parti, veniva scritto l’Enuma Eliš, altro poema epico stavolta con il dio Marduk protagonista, alle prese con la creazione del mondo e poi contro gli altri dei per stabilire il proprio predominio.

Parallelamente nascevano le storie di Noè, Mosè e i miti che diedero forma alle costellazioni così come le conosciamo. Tanto gli eroi biblici, che quelli legati ai miti delle costelazioni si comportano, nella sostanza, come l’eroico Gilgameš. Compiono un viaggio e una serie di imprese per poi fare ritorno trasformati e capaci di superare tutte le difficoltà che gli si pongono davanti. La storia di Mosè poi è strapiena di effetti speciali, nei miti relativi Zeus e il cielo invece è l’eros a fare da padrone: ho perso il conto delle fanciulle sedotte e poi rese madri dal divino signore dei cieli e che si concludevano con la nascita di un pupino che Era, la moglie di Zeus, per cancellare le tracce dell’infedeltà tentava di uccidere in modi molto spettacolari.

Che la civiltà ellenica fosse principalmente maschilista non ci son dubbi, ma c’è da dire che a confrontare i miti greci con quelli sumeri, ebraici, atzechi, orientali e… tiratene fuori un altro che volete, ma troverete sempre la stessa struttura. Il viaggio più famoso di tutti, l’Odissea, è pure là che ci aspetta e l’Eneide di qualche secolo dopo, racconta dell’ultimo dei Nostoi i ritorni degli eroi di cui l’Odissea è un capitolo. Poi abbiamo un periodo di buio a causa della caduta dell’impero romano, ma con Dante Alighieri il tema del viaggio ritorna prepotente e avvincente come mai: “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai in una selva oscura, che la diritta via era smarrita” hop presi. Forse il momento più emozionante per me è stato il superamento della famigerata porta “Lasciate ogni speranza, o voi ch’entrate”.

Su questa teoria Cristopher Vogler scrisse il famoso saggio “Il Viaggio dell’eroe”, ma prima di lui Joseph Campbell parlò dell’eroe dai mille volti, prima ancora ci fu Vladimir Propp che con la sua “Morfologia della Fiaba” aveva gettato le basi per i lavori di Campbell e Vogler. Tuttavia altri, prima di Propp, avevano notato le somiglianze e tentato di capire il modo in cui funziona la narrazione. Sicuramente il lavoro di Vogler è quello più articolato e soddisfacente, come spiegazione. Il sugo della storia è che se si racconta qualcosa seguendo lo schema del “viaggio” di cui magari accennerò qualcosa (ma tanto wikipedia è strapiena di informazioni al riguardo) si ottiene immediatamente l’attenzione del pubblico. Che si tratti di un romanzo, una presentazione o di fare pubblicità a un prodotto, lo schema del viaggio è il sistema migliore per trasformare uno spettatore accidentale in un pubblico attento.

Perché?

Torniamo un po’ più indietro, più o meno al paleolitico. La scrittura non era stata ancora inventata, il modo migliore per passare informazioni tra una generazione e l’altra era il racconto. Se il racconto funzionava i giovani riuscivano ad apprendere come, dove e quando cacciare; come, dove e quando raccogliere bacche, frutta e radici e poi, circa 10000 anni fa nel neolitico, come preparare un terreno per la semina, irrigare eccetera. Tutto spiegato a forza di racconti e, forse, pitture e incisioni rupestri. Se il racconto non funzionava i giovani non apprendevano, la caccia andava male e magari lo sfortunato cacciatore faceva una brutta fine. Allora la storia non veniva più tramandata, questo è ovvio. Viceversa una storia che funzionava garantiva la sopravvivenza di tutta la tribù e, di generazione in generazione, diveniva più forte.

Questo spiegherebbe perché già 4600 anni fa l’epopea di Gilgameš segue in modo pressoché perfetto l’arco di trasformazione del personaggio così come lo conosciamo oggi. Un eroe che cresce, cambia e si adatta grazie all’esperienza accumulata è garanzia di sopravvivenza, quello che ha da raccontare non solo è piacevole, ma tornerà prima o poi utile.

Quale che sia la spiegazione, se legata alle memorie ancestrali o meno, il viaggio dell’eroe funziona e raccontare una storia senza rispettare le varie fasi della narrazione equivale a scrivere una storia “senza sugo” come diceva il Manzoni. Eh già: i promessi sposi. Renzo, per ritrovare Lucia, ne fa di strada eh?  E che dire di “Ismaele” quando si mette in testa di andare per mare e si ritrova sul Pequod agli ordini del capitano Achab?

Il bello è che a sfruttare “il viaggio dell’eroe” per fare altro, se compatibile con una struttura narrativa, rende moltissimo ai fini dell’apprendimento e quindi della trasmissione dell’informazione. Se riuscissi sempre a sfruttarlo sarei uno degli scrittori più abili del pianeta. E non solo: quando si propone una presentazione, quando si pubblica un articolo di cronaca (che sia nera o sportiva non fa differenza), si cerca di vendere o pubblicizzare qualcosa ecco che il “viaggio” è lo strumento ideale per generare nello spettatore quel senso di appagamento e soddisfazione che scatena in pochi secondi la memorizzazione a lungo termine del messaggio. Per fortuna che l’uso di questo strumento richiede tempo e spazio che mal si conciliano con i costi di una pubblicità.

In conclusione la storia dell’eroe ci accompagna (come specie) fin da quando abbiamo inventato il linguaggio, continua anche oggi a svolgere un ruolo fondamentale nella vita di tutti i giorni nonostante la più che veneranda età e nonostante sia sempre la stessa storia da oltre 4500 anni.

40 regole per scrivere bene

Forse nel ’79, forse prima, lo scrittore statunitense William Safire pubblicò le “fumblerules of grammar” dove fumble indica quando un giocatore di football americano sbaglia un’azione e perde la palla. Il termine è poi passato ad altri ambiti e indica sempre quando una persona esegue un’azione e di qualche genere e fallisce. Il tiratore sbaglia a caricare l’arma, il ciclista sbaglia a salire in sella alla bici, il fantino viene lanciato via dalla sella dal cavallo che inchioda davanti l’ostacolo e così via.

Successivamente Umberto Eco si fece ispirare da questa lista per comporre le sue 40 regole per scrivere bene, che danno il titolo a questo elenco. Eco scriveva dannatamente bene. Si può obiettare che talvolta i suoi contenuti fossero soporiferi e/o poco attraenti, ma la profondità di pensiero, la cultura, l’affabulazione erano quelli di un grande scrittore. Il tutto, ma non dovrei neanche dirlo, unito a una conoscenza pressoché totale della lingua italiana.

Queste 40 regole vengono dalla storica rubrica settimanale dell’Espresso la “bustina di minerva”, mantenuta dall’autore dall’85 fino al 2016, pubblicata nel 2000.

1 Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
2 Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
3 Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
4 Esprimiti siccome ti nutri.
5 Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
6 Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
7 Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.
8 Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
9 Non generalizzare mai.
10 Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
11 Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”
12 I paragoni sono come le frasi fatte.
13 Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
14 Solo gli stronzi usano parole volgari.
15 Sii sempre più o meno specifico.
16 L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.
17 Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
18 Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
19 Metti, le virgole, al posto giusto.
20 Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.
21 Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.
22 Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
23 C’è davvero bisogno di domande retoriche?
24 Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
25 Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.
26 Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
27 Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
28 Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
29 Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
30 Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.
31 All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
32 Cura puntiliosamente l’ortograffia.
33 Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
34 Non andare troppo sovente a capo.
Almeno, non quando non serve.
35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
36 Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
37 Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
38 Non indulgere ad arcaismi, hapax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differenza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.
39 Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
40 Una frase compiuta deve avere.

A rileggerle ora, a distanza di decenni, mi viene da sorridere perché molte di queste regole fanno parte del mio modo di scrivere, salvo quando volutamente le voglio disattendere: è dura imbastire una supercazzola brematurata con scappellamento a destra senza eccedere le competenze cognitive del destinatario o giocare un po’ con l’ortografia. Talvolta gioco anche con la punteggiatura e tolgo quasi tutte le virgole, lo scopo è semplice: giocare col fiato del lettore e strozzarlo durante le scene più adrenaliniche. O le citazioni: praticamente tutto quello che so, che scrivo, che penso, viene da qualcuno delle centinaia di libri che ho letto in tutta la mia vita. Anche adesso sto citando qualcuno, che mi piaccia o meno. Quel che di meglio mi riesce di esprimere, le mie migliori idee, non sono mai del tutto mie.
Ecco, l’ho rifatto. Stavolta ho citato Eco… e dire che lo detestavo 😀