Una storia vecchia di 4500 anni

In realtà è anche più antica e, probabilmente, avrei dovuto intitolare l’articolo “una storia vecchia un milione di anni”.

4500 anni fa, lungo le rive dell’Eufrate, fu composto un poema epico dedicato a “Gilgameš”, il mitico re della città di Uruk. Re saggio e forte, Gilgameš compie una serie di imprese che entrano nella leggenda come domare il guerriero primevo Enkidu e trasformarlo in un potente alleato, sconfiggere il temibile Hubaba, il divino guardiano della foresta di cedri (probabilmente dietro c’è una storia legata al commercio del legname con i fenici), rifiutare una divina proposta di matrimonio nientemeno che da Ištar la splendente dea dell’amore e del sesso (e insomma, ce ne vuole per resistere a una proposta del genere), sconfiggere una bestia spaventosa tiratagli contro dalla dea stessa dopo il suo rifiuto e via così fino alla conclusione con la morte di Enkidu e il commovente incontro con lui che dal regno dei morti gli racconta della vita ultraterrena. Gilgameš era ossessionato dall’idea di divenire immortale con le proprie forze, alla fine comprende l’inutilità del proprio gesto e consapevole del destino, che tocca a tutti gli uomini, diviene un re ancora migliore, più saggio e capace.

Può sembrare una storiella tutto sommato uguale o simile a quelle che si raccontano su vari personaggi di tante epoche “mitizzati” e tramandati in veste divina o semi-divina… e lo è e vi invito proprio a riflettere su questo aspetto.

Mille e trecento anni più tardi, sempre da quelle parti, veniva scritto l’Enuma Eliš, altro poema epico stavolta con il dio Marduk protagonista, alle prese con la creazione del mondo e poi contro gli altri dei per stabilire il proprio predominio.

Parallelamente nascevano le storie di Noè, Mosè e i miti che diedero forma alle costellazioni così come le conosciamo. Tanto gli eroi biblici, che quelli legati ai miti delle costelazioni si comportano, nella sostanza, come l’eroico Gilgameš. Compiono un viaggio e una serie di imprese per poi fare ritorno trasformati e capaci di superare tutte le difficoltà che gli si pongono davanti. La storia di Mosè poi è strapiena di effetti speciali, nei miti relativi Zeus e il cielo invece è l’eros a fare da padrone: ho perso il conto delle fanciulle sedotte e poi rese madri dal divino signore dei cieli e che si concludevano con la nascita di un pupino che Era, la moglie di Zeus, per cancellare le tracce dell’infedeltà tentava di uccidere in modi molto spettacolari.

Che la civiltà ellenica fosse principalmente maschilista non ci son dubbi, ma c’è da dire che a confrontare i miti greci con quelli sumeri, ebraici, atzechi, orientali e… tiratene fuori un altro che volete, ma troverete sempre la stessa struttura. Il viaggio più famoso di tutti, l’Odissea, è pure là che ci aspetta e l’Eneide di qualche secolo dopo, racconta dell’ultimo dei Nostoi i ritorni degli eroi di cui l’Odissea è un capitolo. Poi abbiamo un periodo di buio a causa della caduta dell’impero romano, ma con Dante Alighieri il tema del viaggio ritorna prepotente e avvincente come mai: “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai in una selva oscura, che la diritta via era smarrita” hop presi. Forse il momento più emozionante per me è stato il superamento della famigerata porta “Lasciate ogni speranza, o voi ch’entrate”.

Su questa teoria Cristopher Vogler scrisse il famoso saggio “Il Viaggio dell’eroe”, ma prima di lui Joseph Campbell parlò dell’eroe dai mille volti, prima ancora ci fu Vladimir Propp che con la sua “Morfologia della Fiaba” aveva gettato le basi per i lavori di Campbell e Vogler. Tuttavia altri, prima di Propp, avevano notato le somiglianze e tentato di capire il modo in cui funziona la narrazione. Sicuramente il lavoro di Vogler è quello più articolato e soddisfacente, come spiegazione. Il sugo della storia è che se si racconta qualcosa seguendo lo schema del “viaggio” di cui magari accennerò qualcosa (ma tanto wikipedia è strapiena di informazioni al riguardo) si ottiene immediatamente l’attenzione del pubblico. Che si tratti di un romanzo, una presentazione o di fare pubblicità a un prodotto, lo schema del viaggio è il sistema migliore per trasformare uno spettatore accidentale in un pubblico attento.

Perché?

Torniamo un po’ più indietro, più o meno al paleolitico. La scrittura non era stata ancora inventata, il modo migliore per passare informazioni tra una generazione e l’altra era il racconto. Se il racconto funzionava i giovani riuscivano ad apprendere come, dove e quando cacciare; come, dove e quando raccogliere bacche, frutta e radici e poi, circa 10000 anni fa nel neolitico, come preparare un terreno per la semina, irrigare eccetera. Tutto spiegato a forza di racconti e, forse, pitture e incisioni rupestri. Se il racconto non funzionava i giovani non apprendevano, la caccia andava male e magari lo sfortunato cacciatore faceva una brutta fine. Allora la storia non veniva più tramandata, questo è ovvio. Viceversa una storia che funzionava garantiva la sopravvivenza di tutta la tribù e, di generazione in generazione, diveniva più forte.

Questo spiegherebbe perché già 4600 anni fa l’epopea di Gilgameš segue in modo pressoché perfetto l’arco di trasformazione del personaggio così come lo conosciamo oggi. Un eroe che cresce, cambia e si adatta grazie all’esperienza accumulata è garanzia di sopravvivenza, quello che ha da raccontare non solo è piacevole, ma tornerà prima o poi utile.

Quale che sia la spiegazione, se legata alle memorie ancestrali o meno, il viaggio dell’eroe funziona e raccontare una storia senza rispettare le varie fasi della narrazione equivale a scrivere una storia “senza sugo” come diceva il Manzoni. Eh già: i promessi sposi. Renzo, per ritrovare Lucia, ne fa di strada eh?  E che dire di “Ismaele” quando si mette in testa di andare per mare e si ritrova sul Pequod agli ordini del capitano Achab?

Il bello è che a sfruttare “il viaggio dell’eroe” per fare altro, se compatibile con una struttura narrativa, rende moltissimo ai fini dell’apprendimento e quindi della trasmissione dell’informazione. Se riuscissi sempre a sfruttarlo sarei uno degli scrittori più abili del pianeta. E non solo: quando si propone una presentazione, quando si pubblica un articolo di cronaca (che sia nera o sportiva non fa differenza), si cerca di vendere o pubblicizzare qualcosa ecco che il “viaggio” è lo strumento ideale per generare nello spettatore quel senso di appagamento e soddisfazione che scatena in pochi secondi la memorizzazione a lungo termine del messaggio. Per fortuna che l’uso di questo strumento richiede tempo e spazio che mal si conciliano con i costi di una pubblicità.

In conclusione la storia dell’eroe ci accompagna (come specie) fin da quando abbiamo inventato il linguaggio, continua anche oggi a svolgere un ruolo fondamentale nella vita di tutti i giorni nonostante la più che veneranda età e nonostante sia sempre la stessa storia da oltre 4500 anni.

40 regole per scrivere bene

Forse nel ’79, forse prima, lo scrittore statunitense William Safire pubblicò le “fumblerules of grammar” dove fumble indica quando un giocatore di football americano sbaglia un’azione e perde la palla. Il termine è poi passato ad altri ambiti e indica sempre quando una persona esegue un’azione e di qualche genere e fallisce. Il tiratore sbaglia a caricare l’arma, il ciclista sbaglia a salire in sella alla bici, il fantino viene lanciato via dalla sella dal cavallo che inchioda davanti l’ostacolo e così via.

Successivamente Umberto Eco si fece ispirare da questa lista per comporre le sue 40 regole per scrivere bene, che danno il titolo a questo elenco. Eco scriveva dannatamente bene. Si può obiettare che talvolta i suoi contenuti fossero soporiferi e/o poco attraenti, ma la profondità di pensiero, la cultura, l’affabulazione erano quelli di un grande scrittore. Il tutto, ma non dovrei neanche dirlo, unito a una conoscenza pressoché totale della lingua italiana.

Queste 40 regole vengono dalla storica rubrica settimanale dell’Espresso la “bustina di minerva”, mantenuta dall’autore dall’85 fino al 2016, pubblicata nel 2000.

1 Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
2 Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
3 Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
4 Esprimiti siccome ti nutri.
5 Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
6 Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
7 Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.
8 Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
9 Non generalizzare mai.
10 Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
11 Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”
12 I paragoni sono come le frasi fatte.
13 Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
14 Solo gli stronzi usano parole volgari.
15 Sii sempre più o meno specifico.
16 L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.
17 Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
18 Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
19 Metti, le virgole, al posto giusto.
20 Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.
21 Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.
22 Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
23 C’è davvero bisogno di domande retoriche?
24 Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
25 Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.
26 Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
27 Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
28 Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
29 Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
30 Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.
31 All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
32 Cura puntiliosamente l’ortograffia.
33 Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
34 Non andare troppo sovente a capo.
Almeno, non quando non serve.
35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
36 Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
37 Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
38 Non indulgere ad arcaismi, hapax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differenza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.
39 Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
40 Una frase compiuta deve avere.

A rileggerle ora, a distanza di decenni, mi viene da sorridere perché molte di queste regole fanno parte del mio modo di scrivere, salvo quando volutamente le voglio disattendere: è dura imbastire una supercazzola brematurata con scappellamento a destra senza eccedere le competenze cognitive del destinatario o giocare un po’ con l’ortografia. Talvolta gioco anche con la punteggiatura e tolgo quasi tutte le virgole, lo scopo è semplice: giocare col fiato del lettore e strozzarlo durante le scene più adrenaliniche. O le citazioni: praticamente tutto quello che so, che scrivo, che penso, viene da qualcuno delle centinaia di libri che ho letto in tutta la mia vita. Anche adesso sto citando qualcuno, che mi piaccia o meno. Quel che di meglio mi riesce di esprimere, le mie migliori idee, non sono mai del tutto mie.
Ecco, l’ho rifatto. Stavolta ho citato Eco… e dire che lo detestavo 😀

#WriteTogeter

writeTogeterLogoMetti una sera alla tastiera un autore, una editor e una illustratrice. L’autore sono io e va bene, stavolta faccio testo. In fondo è una delle cose che mi riesce bene… benino… mi riesce, via.  La editor è Antonella Monterisi, che ha editato 2 romanzi su tre del sottoscritto riuscendo nell’impresa di cogliere il senso di quello che avevo scritto E di suggerire cosa cambiare senza toccare una virgola del testo per farmi tirare fuori il meglio.

L’illustre illustratrice è Francesca Resta che mi ha colpito anni fa con un’opera: Ginkgo. Oltre alla bellezza del disegno in sé, sono rimasto folgorato da come quest’artista impiega la luce per dare volume allo spazio oltre la tela. Chapeau.

Per rispondere alla domanda “Che cosa ci fanno tre persone così dentro allo stesso progetto” devo fare un salto indietro nel tempo, a circa un mesetto e mezzo fa quando sui gruppi “Scripta Manent” e “Scrittori & Lettori Fantasy” comparve una sorta di chiamata alle armi, proprio quella che vedete nell’immagine che apre l’articolo.

Cosa è successo?

È successo che numerosi autori presenti sui due gruppi sono stati invitati a scrivere un racconto di circa 15000 battute, portate poi a 19000, con una traccia che recitava:

Gli artisti son fatti di sangue e immaginazione. Spesso, molto spesso, l’artista si cala in una veste diversa dalla propria e utilizza gli strumenti necessari per esternare i propri pensieri. La domanda del tema pone le persone nell’ottica di dover entrare in empatia con l’altro. Quante volte abbiamo visto una persona vivere situazioni di disagio? Come avremmo reagito noi se avessimo avuto lo stesso problema? Tutti in un modo o nell’altro abbiamo e cerchiamo di risolvere un disagio, ma c’è chi è più “sfortunato”, c’è chi vive in una cultura diversa, chi nasce in situazioni estreme. C’è chi per vivere in maniera dignitosa deve spostarsi dal luogo in cui è nato, chi ha qualche mancanza, chi ha dipendenze e chi invece ha un colore della pelle diverso. E se tu fossi come lui/lei?

La firma era di Alessandro Gardenti (S&LF) e Mariano Lodato (Scripta Manent) e la proposta prevedeva la cessione dei diritti su tutto il materiale prodotto a favore di un ente benefico, tipo Amnesty o MSF. Questo ente avrebbe poi potuto pubblicare il materiale nella forma che avrebbe preferito a scopo di autofinanziamento. Va da sé che i testi, le immagini e poi gli audiolibri avrebbero dovuto essere di qualità eccellente (o almeno ottima).

A questo punto comparve su “S&LF” l’annuncio di Francesca Resta che si proponeva come illustratrice per un disegno in bianco e nero.

La poverina non fece in tempo a mettere online l’annuncio che si ritrovò me a raspare fuori della porta. Avrebbe potuto cacciarmi con il classico lancio della pantofola e invece restò ad ascoltare le mie idee. L’idea della storia ambientata a Roma la sera del 10/11/1938. Ho acceso ceri a ogni santo noto e gnoto, ho pregato divinità egizie, sumere, fenicie, romane, greche e nordiche. Ho invocato i Grandi Antichi e percorso il sigillo fino a scomodare colui-che-non-deve-essere-nominato affinché le persone che avevo pensato di mettere in squadra dicessero di sì. Incassato il sì di Francesca ho cominciato a scrivere col mio solito metodo, ma nel mentre ho contattato Antonella che, data la dimensione contenuta del lavoro, ha accettato forse anche grazie all’influsso delle divinità di cui sopra, o perché alla brevità del racconto si aggiungeva il fatto che come autore avrei dato pochi grattacapi. Insomma: lei conosce la mia scrittura e a me il suo metodo di lavoro calza a pennello.

Fatto sta che quando Antonella ha detto “sì” avevo la versione “0” del testo pronta. A tempo di record ha editato questa cosa che aveva più pezze e rattoppi che stoffa, chiedendomi di fare attenzione ai troppi salti di POV e indicandomi come, secondo lei, si poteva meglio rendere la storia. Sotto la sua guida ho riscritto una volta il testo (un record, di solito ci metto molto di più) e il risultato lo potrete leggere tra breve. Nel mentre Francesca ha via via mostrato il progredire del lavoro, ma già dalla prima bozza ho capito che era proprio la persona giusta sulla storia giusta.

La storia… non ve la dico. Vi dico solo che è ambientata a Roma, in quel tratto di lungotevere che sta tra l’incrocio con via dei cerchi e via Arenula, dove sorge la Sinagoga di Roma, la notte tra il 10 e l’11 novembre 1938. Non era un bel periodo: faceva freddo, di lì a poco sarebbe scoppiata la II guerra mondiale e il clima politico era dei peggiori.

Ho dovuto documentarmi un bel po’ per riuscire a ricreare l’atmosfera. Un aiutino me lo ha fornito il signor Giuseppe Scalese, grande appassionato di tram e che gestisce il sito http://tramvetti.blogspot.com. Mi ha raccontato una serie di dettagli che sono serviti a ricostruire il tram che a un certo punto del racconto gioca un ruolo fondamentale e mi ha passato il soprannome “du’ camere e cucina” che mi ha permesso di caratterizzare a dovere anche il veicolo.

Le persone del Museo Ebraico di Roma e dell’Archivio Storico del Museo, tra cui Ursula Dattilo, che hanno risposto alle mie domande con puntuale precisione (e tanta pazienza): grazie di cuore.

Mentre scrivo queste righe Alessandro e Mariano hanno ricevuto racconto e grafica di tutti e 14 i gruppi che hanno partecipato che elenco qui di seguito:

TEAM ALIENATI:
Capitano e writer 1: Linda Talato
Writer 2: Vincenzo Romano
Editor: Valentina Capaldi
Illustratore: Livia De Simone
Blogger: Caterina Franciosi
Videomaker: Michele Sbriscia

TEAM TERRAMARE
Capitano e Writer: Eireann Leah Reid
Artist: Fabio Leone
Editor: Teresa Alonzi
Blog: Alessandra Leonardi
Video Maker: Andreina Grieco

Chierici Senza Frontiere (C.S.F.)
Capitano e editor: Claudia Cintio
Writer 1: Bellard Richmont
Writer 2: Marko D’Abbruzzi
Artist: Alessandro Grillea
Blog/Video Maker: Sara Colangeli

TuttiPerBeneTranneIlGreco
Capitano e Writer: Angela Mena Perri
Artist: Simona Brunilde
Editor: Giovanni Nikiforos
Blog: Isabella Cavallari

Mith Rules
Capitano e Writer 1: Ilaria Persico
Writer 2: Marika Fanciullacci
Artist: Andrea Piera Laguzzi
Editor: Giulia Manzi
Videomaker: Sabrina Scansani
Blog: Cristina Pace

I SemiSeri
Capitano e Writer: Teresa Bonaccorsi
Artist: Elena Hayele Saluzzi
Editor: Chiara Baroncini
Blog: Alessandra Micheli
Video Maker: Pietro Tulipano

ISeeYouCreative Team
Capitano e Writer : Letizia Finato
Illustratore: Maria Rosaria Monticelli
Editor: Bianca Heinz-Kustermann (Cristina Mantione)

Team Broken
Capitano e Writer 1: Alastor Maverick
Writer 2: Melissa Francesca D’Agostino
Artist: Erika Sanciu
Editor: Eleonora Ciglio
Blog: Patrizia Gangi

Pixies band
Editor: Nicole Nolwenn Marinucci
Illustratrice: Giulia Darcy Rosati
Writer: Seenia Mihris
Writer 2: Andrea Marinucci Foa (capitano)

Team Anxious dreamers: la compagnia dei sognatori ansiosi
Capitano e Blogger: Donatella Inzerillo
Writer 1 : Zac D’aleo
Writer 2 : Angela Ferriero
Artist: Antonella Saccone
Editor: Luca F. Morandi

DYNAMIC SOULS
Capitano e writer: Barbara Repetto
Editor: Alessandra Scola
Illustratrice e Videomaker: Cyper Nelli
Blogger: Luisa Davide Distefano

gli ARGONAUTI
Capitano e writer 1: Gilbert Gallo
Editor: Moreno Pavanello
Illustratore: Andrea De Angelis

LE STREGATTE
Capitano e Writer 1: Lily Lorenzini
Editor: Giorgia Rambaldi
Illustratore: Stella Meleri
Blogger: Giorgia Rambaldi

le BUONE APOCALISSI
Capitano e writer 1: Andrea Venturo
Editor: Antonella Monterisi
Illustratore: Francesca Resta

Alcuni di essi li ho conosciuti di persona, come Alessandra Micheli che è una blogger e una lettrice fortissima (legge quasi un libro al giorno… come ci riesca è un mistero) o Alastor “Nikola” Maverick cui rinnovo gli auguri per la nascita di Ginevra avvenuta qualche giorno fa. Di altri ho avuto il piacere di leggere qualcuno dei libri che hanno pubblicato, come “Mezzosangue” di Vincenzo Romano, i Quattro Regni di Pietro Tulipano o Il Lato oscuro dei Frutti di Mare di Giovanni Nikiforos e ho lavorato a stretto contatto di gomito con Fabio Leone, per il quale ho tradotto in sindarin (e mi son divertito come non accadeva da un bel po’ di tempo) alcune iscrizioni da inserire in una delle sue mappe… potrei continuare a lungo: per molti dei nomi in elenco ho una o più opere che ho apprezzato tanto per lo stile che per la forma rigorosa.

Spero che presto, dalle pagine di questo blog, potrò annunciare che i racconti hanno trovato una casa e potranno offrire un aiuto concreto, oltre che qualche ora sano divertimento.

Federico Memola

memola-profilo-400.jpgL’8 dicembre 2019 moriva nella sua casa di Milano Federico Memola, scrittore, sceneggiatore, creatore di meravigliose storie a fumetti.

Non l’ho mai conosciuto di persona, ma le sue opere hanno avuto un ruolo nel modo in cui creo le mie.

I meno giovani ricorderanno ZonaX, un contenitore bimestrale pubblicato da Sergio Bonelli Editore e che Federico ha saputo condurre dal numero 10 al numero 45 quando ha chiuso i battenti. Oltre a curarne le scelte editoriali Federico ha sostenuto e divertito il suo pubblico con le serie “Legione Stellare” più legata alla fantascienza e alla Space Opera e  “La Stirpe di Elän” che ha saputo unire tre generi in un sol colpo: Fantasy Epico, Urban Fantasy e Steampunk. legione-stellare

Se ZonaX avesse continuato a esistere avrebbe macinato bei numeri… per questi tempi, dove vendere 10000 copie fa saltare di gioia gli editori e stappare il Berlucchi agli artisti (al posto del vinello in cartone preso al discount), invece fu chiusa perché poco redditizia. Pazienza, ma l’esperienza maturata tra quelle pagine, il seguito dei lettori affezionati alle serie cui ha dato vita diede seguito a nuove pubblicazioni, alcune sotto l’insegna della SBE, alcune altrove. Jonathan Steele e Dampyr, per esempio, fanno parte delle fenici nate dalle sue ceneri, idem per “Storie da Altrove”.

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Le sue pubblicazioni sono state tante, ha collaborato con Star Comics, che ha ospitato Jonathan Steele quando SBE decise di chiudere la serie e con Il Giornalino delle edizioni Paoline dove il personaggio di Roland ha fatto la sua comparsa.

Avrei voluto essere al suo funerale, ma la mia situazione non mi permette di lasciare sola la mia famiglia neanche per un’ora. Non avrei potuto esserci neanche se avessi abitato a Milano, invece che sopra i monti di Trento dove vivo adesso. Posso però rendergli omaggio e dirgli ancora una volta “Grazie”, anche se postumo.

Federico sapeva come raccontare una storia. Creare un incipit, portare la tensione fino al culmine al momento giusto e poi chiudere lasciando quella sensazione che i bambini adorano alla fine, quando la storia termina col finale più classico del mondo “E visssero felici e contenti” e “ancora, raccontane un’altra”.

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Che poi il finale fosse dolceamaro come l’ultima puntata della Stirpe di Elän invece che zuccheroso come quello di Biancaneve è, dal mio punto di vista, un valore aggiunto. Dalle letture su Zona X ho appreso come funziona “Il Viaggio dell’Eroe” di cui fino a quel momento avevo solo sentito parlare. Leggendo le imprese di quei personaggi ho visto, cristallizzati, gli Archetipi che tanto mi sfuggivano e che tra le righe dei libri facevo molta fatica a riconoscere. Stampati sulle tavole di un fumetto era facile fissarli nella memoria e tenerli a mente. Il fatto che fossero storie molto diverse tra loro: oggi si parla di draghi e caverne, domani di astronavi e cannoni laser, mi ha permesso di cogliere gli elementi comuni tra le varie storie e da lì, grazie allo studio, comprendere cosa avevo tra le mani. Sull’imparare a sfruttare gli archetipi… eh, è un’altra storia. Magari un giorno ci riuscirò e scriverò storie talmente intense che nessuno potrà fare a meno di leggere. Non è questo il giorno né l’occasione adatta per parlarne. Oggi è un giorno di ringraziamento a una persona che ha contribuito a rendermi ciò che sono e che nel mio ultimo libro ho voluto ricordare così

Cattura.PNGNell’ultima pagina dello Specchio di Nadear, dopo la storia, il glossario e le sorprese c’è una dedica a chi, col suo lavoro, le sue opere o il suo sostegno, mi ha permesso di portare a termine la storia. Così tra Follet, Pratchett, i creatori di Doctor Who e tanti altri grandi della narrativa contemporanea… guardate bene l’immagine: è subito dopo a Harlan Ellison (I have no mouth and I Must scream!) e accanto a Clark Ashton Smith (Averoigne).

Addio Federico e grazie per tutti i sogni che mi hai passato.

Andrea Venturo

Lo Specchio di Nadear

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Metà copertina è visibile, l’altra metà la ammireranno quelli che si accaparreranno una copia dell’edizione limitata che da stamattina è disponibile per essere ordinata in libreria.

Le prime copie (numerate) sono state spedite oggi, altre partiranno domani e così via fino a esaurimento. Sono duecento in totale, ma il mio editore giura che stanno finendo in fretta anche grazie al fatto che chi acquista sul suo sito ha le spese di spedizione incluse nel prezzo.

Come già detto in altre occasioni si tratta di un Giallo, cioè una di quelle storie dove l’indagine è la colonna portante della trama. Cioè una delle colonne, mica l’unica.

Grosso scoglio da superare è la presenza della magia. Che se ne fa un mondo fantasy di un detective, se con la magia si può fare di tutto incluso scrutare in una sfera di cristallo dove trovare il colpevole?

Su Tharamys la magia esiste e le sue regole sono severe. Sbagliare equivale a condannare a morte se stessi e chi passa nelle vicinanze. Regole tanto stringenti comporta che siano note a tutti coloro che desiderano sopravvivere, l’alternativa è la consapevolezza che una morte atroce è solo un inizio di qualcosa che è meglio non approfondire. Stando così le cose è chiaro che tutti conoscono almeno le basi, quel minimo che è necessario sapere per sopravvivere. Vale pure la regola che “più sai e meno rischi vorrai correre”, per cui un ladro che volesse far carriera saprà che dovrà evitare di lasciare qualsiasi elemento che possa ricondurre a lui, anche attraverso la magia. Lo stesso vale per gli altri professionisti del crimine come falsari, spacciatori, ruffiani o meri taccheggiatori.

Anche il lettore imparerà a conoscere le regole della magia, non sono molto differenti da quelle delle altre forze della natura e sapendo che il colpevole rispetta quelle stesse leggi diventa comprensibile perché riesce a sfuggire alla cattura. D’altro canto quello che fanno i nostri carabinieri del RIS non è molto differente: esaminano tracce impalpabili per ricostruire delitti e ottengono informazioni che li portano diritti come segugi al colpevole. Più metodi di indagine conosce il colpevole e più s’ingegnerà per sviarli di modo da giungere, se non al delitto perfetto, a una buona approssimazione di un delitto accettabile.

In questo modo, facendo assomigliare la magia a forze più note come elettromagnetismo e interazione nucleare forte, ecco che appare un po’ meno soprannaturale e un po’ più concreta. E può essere “sdoganata” in un giallo.

Il lavoro di costruzione del mondo che c’è dietro questa storia, e chi ha seguito le pagine di questo blog lo sa bene, è enorme. Ogni strada, ogni piazza, ogni elemento architettonico ha la sua storia e il suo passato, che è breve perché la città ha “appena” quattro secoli, ma è stato un lavoro che si è reso necessario per rendere il luogo dove Conrad e i suoi amici svolgono le loro indagini “reale”.

Come nella migliore tradizione ci vorrà una robusta dose di acume per riuscire a stanare il ladro e incastrarlo a dovere. Tutto risolto allora? Tutto a posto? Il colpevole in galera e il detective a festeggiare? Questo “Giallo” riserverà molte sorprese fino all’ultima pagina e pure un po’ dopo. C’è chi adora ravanare oltre la superficie delle pagine e scovare dettagli che ai più sfuggono, bene  ho pensato anche a voi con qualche paginetta di appendice.

Il mio editore Myth Press offre il libro in edizione numerata e limitata, chi lo acquisterà direttamente dal sito avrà la certezza di avere la spedizione in omaggio. Tutti gli altri potranno ordinarlo in libreria e attendere il suo arrivo.

Buona Lettura

 

Delle sardine, la Storia e la destra fascista.

Questo articolo non parla di fantasy, né di tecniche narrative. Potrebbe essere il capitolo “sei” della mia biografia, ma c’è parecchio altro. Potrei cominciare col Duce e quel che ha combinato in Italia.

Me ne parlava sempre bene, mia nonna. Un grande uomo che ha fatto grandi errori, ma anche grandi cose. Questo era il suo ritornello, come un disco rotto ripeteva che non avrebbe dovuto entrare in guerra e che non avrebbe mai dovuto dar vita alle leggi razziali.

Lei ricordava bene il giorno, il 5 settembre 1938, quando furono cacciati studenti e docenti ebrei dalle scuole e poi ricordava l’11 novembre quando tutti i provvedimenti “a difesa della razza” furono ratificati dal consiglio dei ministri.
Adesso so che fu una dei tanti italiani che finalmente vide il vero volto del Duce: quello di un dittatore nient’affatto diverso da quell’Hitler che presto, prestissimo, avrebbe scatenato l’inferno in tutta europa.

Fino a quel momento mia nonna beatamente aveva ignorato cosa significasse vivere sotto il fascismo. Si era beata della propaganda, degli straordinari servizi dati agli italiani, ma aveva ignorato il prezzo o forse gli era stato tenuto nascosto da quella stessa propaganda che tanto gli piaceva.

C’è un testo virale che gira per internet e spiega le forme di governo usando “due mucche” e alla voce fascismo recita: “Hai due mucche, lo stato te le porta via, ti assume affinché te ne prende cura e ti vende il latte”. È un po’ complesso, ma alla fine della fiera è semplice: il fascismo è una autarchia, cioè determina da solo le proprie regole e i rapporti con gli altri stati incurante di trattati e accordi internazionali. Avoca tutte le risorse a sé e le redistribuisce secondo logiche di mercato stabilite a tavolino.
Nel momento in cui tutti i componenti della dittatura sono concordi e unanimi non si può neanche parlare di dittatura, ma di una sorta di utopia. Una specie di paradiso in terra capace tuttavia di pestare i piedi, in ambito internazionale, a tutto l’orbe terracqueo che non si adegua alla visione fascista coi suoi miti e la sua propaganda. Al 1938 le sedi estere del partito fascista erano circa 700. C’era chi, infatti, fino a quel momento aveva strizzato l’occhio al piccolo dittatore italiano e aveva simpatizzato per le grandi imprese volute dal regime al fine di portare l’Italia sotto i riflettori del mondo.

Le trasvolate oceaniche della regia aereonautica che portarono decine di idrovolanti a sorvolare il continente americano, l’impresa di Umberto Nobile, le ricerche di Marconi e molto, molto altro, avevano valso all’italia una fama mondiale.
Sul fronte interno c’era un sistema pensionistico d’avanguardia, assistenza sociale a tutti i livelli a partire dai più piccoli seguiti con un sistema che ricalcava pari pari lo scoutismo, solo in salsa fascista.
Una pietanza molto indigesta, come vedremo in seguito, e che era una delle colonne portanti per garantire al partito unico fascista il consenso anche nei decenni a venire.
Si nasceva figli della Lupa, crescendo si diventava Balilla, poi avanguardista e infine giovane fascista e giovane italiana. La carriera femminile finiva qui, quella maschile proseguiva nei fasci di combattimento e nela gerarchia del partito.
E gia questo aspetto avrebbe dovuto far arricciare il naso, ma il femminismo in italia aveva attecchito poco, alle donne piaceva portare la gonna e occuparsi dei figli e lasciare alla controparte maschile cose come la politica. Fu una scelta miope e poco accorta, ma d’altro canto al regime importava mantenere il consenso e quindi rafforzò tutto ciò che, nel breve periodo, contribuiva a riempire le piazze delle città di teste annuenti e facce sorridenti.
E nelle campagne? Piccoli paesi, borghi e fattorie erano isolate e i fascisti facevano un po’ quello che gli pareva. Non paghi le tasse? Ti porto via tutto. Non ti iscrivi al partito fascista? Ti faccio ingollare un bel boccale di olio di ricino e poi ti tengo là finché non hai riempito i pantaloni di merda. Insisti a non volere la tessera? Faccio irruzione in casa tua e ti carico di mazzate, magari sotto lo sguardo di moglie e figli.

Tutto questo mia nonna non lo sapeva, un po’ perché la sua sicilia non soffrì quanto soffrirono altre regioni: riservare questo trattamento alla persona sbagliata equivaleva a scatenare una epidemia di piombo (ad elevata energia cinetica) tra i membri del partito fascista. La Mafia non esiste, dicevano, ma l’inesistente onorata società aveva la lupara facile e persino Cesare Mori, il prefetto di ferro, fu costretto a fermarsi quando le sue indagini arrivarono a colpire non già la bassa e media manovalanza di cosa nostra ma le alte sfere e i contatti col mondo della politica.
Quei poteri collusi con la mafia che già allora avevano ben salde le redini del potere e che, con tutta probabilità, controllavano il governo.
Era il 1927 e il peggio doveva ancora arrivare.

Mio nonno fu spesso invitato a iscriversi al partito ma la sua posizione, di dirigente al servizio di sua maestà la Regina Elena, gli permetteva di dire “grazie no, comunque no grazie” senza subire alcuna ritorsione. D’altro canto i miei nonni vivevano a Roma e nella capitale certe attività come le purghe e i pestaggi avvenivano in sordina, senza fare troppo rumore.

Credere alle voci (perché la stampa era asservita quasi tutta al regime) o dar retta a quel Duce che tante cose buone aveva portato? Ordine, disciplina, servizi, progresso… ecc… ecc… ecc… erano tutte cose che all’apparenza erano buone e pure nella sostanza, ma lo studio dell’economia mi ha poi costretto a rivedere un po’ questa visione. Anzi: un Po.

Lo studio, già. Una maledizione per chi controlla il potere. Il Duce aveva pensato bene di “militalizzare” tutto, anche la scuola. La censura fascista lavorava moltissimo per fare in modo che tutta l’informazione fosse favorevole al regime e al duce stava particolarmente antipatica l’America, con quel suo “plutocratico liberismo nemico dei popoli”.
Ma perché era così acido nei confronti del popolo americano? Averlo come alleato gli avrebbe permesso di dire pifferomerlo a Hitler e, allo scoppio della guerra, restare saldamente sul carro dei vincitori.

E sì che con tutto quello che di bene mi diceva mia nonna sul fascismo io mi consideravo una persona di destra, favorevole allo Stato e amante della Patria, degno erede di Scipione e di Cicerone insomma poco ci mancava che salutassi la gente con “Ave”. Ancora oggi prediligo l’uso del “Salve” piuttosto che del “Ciao” che trovo troppo conviviale e allo stesso tempo di una rigidità fastidiosa e ipocrita come poco altro.

Arrivo all’età di 10 anni con un idea gloriosa del fascismo. Un po’ perché mia nonna ne era rimasta entusiasta, nonostante quel che aveva dovuto passare (che come vedremo non fu neanche 1/10 di quel che hanno dovuto subire gli italiani della resistenza, della Repubblica Sociale e degli scontri tra Asse e Alleati) e se oggi penso qualcosa di molto diverso da quello che avrebbe voluto mia nonna lo devo a un uomo straordinario… in realtà a più d’uno, ma Sandro Pertini ebbe un l’effetto di una granata nella cristalleria di racconti di mia nonna sul fascismo.

Il Presidente della Repubblica, l’Onorevole Sandro Pertini, aveva l’abitudine di ricevere le classi quinte di ogni anno scolastico. Sicuramente andavano da lui tutte le quinte della capitale. Non so come facesse a trovare il tempo, ma ogni giorno dedicava un paio d’ore a questa attività e riusciva a ricevere 4-5 classi a volta. Entrare al quirinale fu un’emozione incredibile, avevo già la mia lista di domande da porre e tra queste ne avevo alcune centrate sul fascismo, sulle cose buone che aveva portato e sul perché non si ritorna al vecchio regime.
E così dopo una raffica di domande sulla pace nel mondo, la fratellanza e l’amore tra i popoli ecco che il piccolo balilla di nonna domanda al Presidente Sandro Pertini “Perché, se il fascismo ha fatto tante cose buone per l’italia, non si ritorna al vecchio regime?”
Silenzio.
Poi Pertini scoppia a ridere e mi risponde: «Fossi matto, mi risbatterebbero in prigione!» e allora ecco che la curiosità innocente dei bambini ha il sopravvento «Allora è vero che è stato in prigione?» ed ecco che nonno Sandro si scatena e racconta dei reati d’opinione, del confino e della prigione, dei pestaggi e delle purghe e di tanti altri aspetti negativi che mia nonna aveva nascosto.

Che fare? A parte mantenere un dignitoso silenzio mi era evidente che quell’uomo sapesse di cosa stava parlando e che, tutto sommato, faceva scopa con quello che aveva poi portato alla dichiarazione di guerra e alle leggi razziali: “gli errori imperdonabili del fascismo” come li chiamava la nonna, quelli che gli erano valsi la sconfitta.

Sarebbero trascorsi altri otto anni, quando giovane universitario misi le mani su un videogioco chiamato “Civilization”, di Sid Meyer. In questo gioco si impersonava una civiltà guidata da una figura iconica, tipo “Cesare per i Romani” o “La regina Vittoria per gli Inglesi”, “Abe Lincoln per gli Americani” “Re Shaka per gli Zulu'” ecc…. e si doveva attraversare la storia ripercorrendo le scoperte scientifiche.

Il mio personale record fu la scoperta della Ferrovia nel 1200 con i Romani, al massimo livello di difficoltà.
Ero diventato talmente abile nel “governare i popoli” che mi misi di buzzo buono per capire il funzionamento del gioco a livello di programmazione (mio hobby che poi divenne il mio lavoro) che provai ad introdurre il fascismo tra le forme di governo disponibili. C’era già la “dittatura”, ma mi pareva troppo restrittiva e poco funzionale.
Così mi misi a studiare. Studiai a fondo come funzionava il fascismo per riprodurlo nel gioco sotto forma di algoritmo. In breve tempo dovetti abbandonare il progetto perché l’enormità di quello che scoprii mi lasciò interdetto.
Avevo ben chiaro, grazie alle parole di Pertini, quale fosse il lato oscuro del regime. Quello che fino a quel momento non mi era per niente chiaro era in che modo il fascismo riuscisse a finanziare progetti anche ambiziosi e riuscire nell’impresa.
La bonifica dell’agro pontino è un buon esempio.
La bonifica integrale inizia nel 1927. I lavori da compiere sono titanici: si tratta di prosciugare le acque su 135.000 ettari complessivi, dei quali circa 80.000 appartenenti all’Agro Pontino vero e proprio. L’impresa non si ferma davanti a nessun ostacolo: vengono impiegati 120.000 lavoratori. Si costruiscono migliaia di km di canali di drenaggio e più di 1000 km di strade pubbliche. La bonifica e la successiva colonizzazione vengono esaltate continuamente dalla propaganda fascista. Nascono come ruralizzazione e, di fatto, antiurbanesimo, ma si concretizzano in una nuova idea di città e in una colossale infrastrutturazione. È forse il merito più straordinario di cui il regime si fregia. Per compiere questo disegno, dal nord arrivano nel Lazio migliaia di famiglie. In breve colonizzano tutta la pianura e si stabiliscono dove un tempo nessuno osava mettere piede. Non è più tempo di capanne fatte con la paglia e il fango, ora nell’Agro Pontino sbarcano i grandi architetti e crescono le città di fondazione: nel 1932 Littoria, nel 1934 Sabaudia, nel 1935 Pontinia, e infine Aprilia, nel 1937, e Pomezia, nel 1939. A qualche chilometro l’uno dall’altro, nascono 16 borghi rurali, sparsi in punti strategici. Sono piccoli nuclei di case con qualche negozio, la posta, la Casa del Fascio e l’immancabile Dopolavoro. Vengono battezzati con nomi che ricordano le battaglie della Prima Guerra Mondiale: Borgo Grappa, Borgo Piave, Borgo Sabotino. Tutto attorno vengono attribuiti 3000 poderi con le case coloniche, 1800 dei quali assegnati a veneti e friulani, gli altri a ferraresi. Quasi nessuno a laziali o campani, primitivi padroni di quelle terre, ora esautorati da una popolazione esogena. La bonifica è un esempio paradigmatico di globalizzazione, con relativo annullamento delle aspirazioni delle popolazioni locali.
Fonte “La Stampa”.

A parte l’idiozia finale sugli abitanti locali: erano inesistenti, quella era una vera e propria jungla inospitalie dove le persone, se vi rimanevano troppo a lungo morivano, il resto è tutto vero.
120.000 operai… ma da dove li aveva pescati il duce? Dopo la I guerra mondiale il Nord era in ginocchio, l’economia stentava e in molte regioni si faceva la fame.
Specie in veneto e friuli.
Il regime pensò bene di “Dare la terra agli italiani” e devastò un’area dove la natura aveva regnato incontrastata e i Romani avevano pensato bene di non mettere piede, proprio quei Romani che il duce aveva preso a modello, e lui l’aveva “regalata” alle famiglie che avrebbero scelto di trasferirvisi.
Il regime pagò tutto: viaggio, alloggio, macchinari, materiali. Gli operai potevano avere tutto quello che serviva per domare una terra che fino a quel momento aveva resistito all’uomo.
La guerra fu violenta e senza escluione di colpi, ma alla fine la natura cedette il passo… non senza aver combattuto.

Ancora oggi stiamo pagando il prezzo di quell’azione sconsiderata e continueremo a pagarlo a lungo: la perdita di biodiversità avrà effetti che si ripercuoteranno ancora per qualche secolo.

Allora però, complice una propaganda pervasiva e davvero efficace, l’impresa fu salutata come figlia di quel progresso inarrestabile e portatore di benessere. La terra fu “curata e liberata dalla malaria” dissero. A un prezzo che oggi farebbe tremare i polsi anche al più scaltro dei politici e che resterà ignoto ai più. I dati, nudi e crudi, parlano di 120.000 operai schierati e di poco meno di 60.000 lotti assegnati. Sapendo che a ogni operaio era stato promesso un pezzo di terra si fa presto a fare un conto spannometrico su quanti quella terra l’hanno goduta dal basso, mentre le radici degli alberi li avvolgevano in un abbraccio eterno.

A mo’ di presa per i fondelli fu istituito il “Parco Nazionale del Circeo” ovvero quella parte di foresta che non era stato possibile tirare giù, che più aveva resistito agli assalti degli uomini e che non comprendeva l’aspro monte dedicato alla maga Circe. Divenne la prima area protetta d’italia. Nel male qualcosa di buono era uscito fuori? Macché! Il monte non faceva parte del parco e non ci sarebbe entrato che nel secondo dopoguerra. Prima fu oggetto di una intensa speculazione edilizia: tutti i gerarchi fascisti puntavano a farsi la villa su quelle coste ora finalmente libere dalla malaria.
Omnia munda mundi, dicevano i Romani.
E avevano ragione.
Le dune costiere e le aspre scogliere vennero colonizzate e deturpate per sempre da ville e villette, là dove non c’era il parco e il demanio concedeva facilmente la concessione edilizia se si era bene ammanicati col regime.

Dove ho già sentito una storia simile?

C’è di buono che dopo la caduta del regime il parco è più che raddoppiato e ora occupa una superficie di oltre 8500 ettari, che include anche il monte che gli da il nome.

E arriviamo al videogioco e all’algoritmo che avevo dovuto mettere in piedi basandomi sui dati storici ed economici raccolti. Per far funzionare il fascismo avrei dovuto perdere una parte della popolazione delle città per finanziare le opere pubbliche.
Se questo, in un breve periodo, mi avrebbe dato statistiche favolose: popolazione felice (anche perché gli infelici vengono eliminati fisicamente mentre tentano di diventare felici), scambi commerciali elevati, produzione alle stelle e ricerca scientifica in crescita, nel lungo periodo avrebbe indebolito oltre misura e bloccato la crescita (niente popolazione, niente gestione del territorio e quindi meno risorse per il gioco).
Era un modello semplice, eppure giocando a civilization con il “fascismo” non vinsi neanche una partita. Si arrivava ad un certo punto per cui le città non riuscivano mai a superare un livello di popolazione elevato (1 livello ogni 10000 abitanti circa) e puntualmente una popolazione vicina più bellicosa, un’orda di barbari o semplicemente la stagflazione finivano col rallentare e distruggere ogni impero faticosamente costruito.

Non contento, pensai di aver sbagliato qualcosa nel modello, poi mi ritrovai a dover affrontare l’esame di Economia Politica all’università.

Qui mi ritrovai a studiare in modo approfondito come funziona un mercato e che è governato da leggi che funzionano bene quanto quelle che regolano la caduta dei gravi.
Aumenti il prezzo? Cala la domanda. Sei monopolista? Decidi tu il prezzo e la domanda si adegua. Ci sono due beni simili? Aumenta il prezzo di entrambi, quello che aumenta di meno vende di più. L’economia non è né buona, né cattiva: è spietata. Questo ripeteva il professore e una volta viste le imprese del fascismo in chiave economica ho finalmente capito perché al Duce il liberismo economico andava per traverso.

Perché agli italiani sarebbe finalmente apparso chiaro chi era a pagare per tutte quelle cose meravigliose che riempivano i giornali e venivano trasmesse per radio.
Non Esistono Cose Come I Pasti Gratis.
Tuo figlio va all’opera balilla spesato di tutto?
Ricordati che c’è un contadino che ha perso la vita per bonificare una palude.
Per carità: quel contadino è andato spontaneamente a bonificare in cambio di un pezzo di terra. Se però ci domandiamo perché quel contadino è dovuto partire si scopre che l’alternativa era quella di morire di fame (e non c’era neanche bisogno di spranghe o olio di ricino) a causa della politica economica che dal 1925 (varo delle leggi fascistissime) ebbe conseguenze molto gravi per tutti i lavoratori.
Il Duce non avrebbe mai potuto allearsi con gli Stati Uniti. Il Colonialismo economico cui andavano soggetti tutti gli stati che entravano in contatto con gli USA lo avrebbe detronizzato in pochi anni lui e tutto il suo entourage.

E però neanche questo studio mi permise di abbandonare del tutto l’idea che il Fascismo avrebbe potuto, anche solo in una ucronia, sopravvivere se le cose fossero andate diversamente e portare l’Italia in un futuro radioso.
La spallata definitiva a queste idee l’ho data io stesso, sempre attraverso lo studio, e per motivi compleatamente differenti.

Stavo mettendo a punto l’ambientazione per i “Romani a Vapore”, una ucronia simil steampunk dove i Romani avevano scoperto la magia grazie ad Archimede di Siracusa (vedi il racconto Siracvsa pubblicato di recente su questo blog) e, alla guida di fantastici mezzi a vapore come il Ferrequus (treno) o l’aves inflatus (dirigibile), dovevano fronteggiare un’invasione aliena.

Lasciate perdere i commenti, avevo bisogno di studiare motori di ogni genere, mezzi volanti e non, dal vivo. Avevo bisogno di sentire puzza di olio e ferro surriscaldato.
Internet ormai funzinava bene, ma con cianografie e foto d’epoca ci facevo poco. Così mi recai al museo nazionale dell’Aeronautica Militare di Vigna di Valle, sul lago di Bracciano.
A pochi km da Roma.
Completamente gratuito, il museo offre la visione di mezzi volanti di ogni genere, dalla vite aerea leonardiana ai più moderni caccia come l’eurofighter.

Vi si possono ammirare motori di tutti i tipi e arei di ogni epoca come il mitico SPAD pilotato da Francesco Baracca o lo stormo della Regia Aereonautica del 1927… ancora biplani.
No aspetta, i francesi avevano adottato da tempo il motore radiale e invece in italia l’aeronautica militare usava ancora mezzi risalenti alla prima guerra mondiale?
Che è ‘sta storia?

E ancora: negli anni 30 l’ingegner Caproni, l’uomo che aveva fondato insieme ai fratelli Wright l’aeronautica e che fu ricevuto dal presidente degli stati uniti con tutti gli onori dedicato a un capo di stato proprio per i suoi meriti… fu snobbato alla grande per i suoi studi sulle “eliche intubate” e la propulsione a reazione.

Piaggio, altro nome grandioso in campo aeronautico, in Italia dovette adattarsi a fabbricare motociclette perché ai pluripremiati motori radiali costruiti dalle sue fabbriche si preferirono quelli “in linea” prodotti dalla FIAT.
E anche gli SPAD, nati da un progetto francese, erano stati rielaborati e costruiti a Torino.

La FIAT aveva vinto tutti gli appalti, nonostante la superiorità scientifica e tecnologica della concorrenza (e non è che ci si può sbagliare, basta vederli quei motori per capire chi aveva le tecnologie più d’avanguardia!).
Perché?
Ovviamente la risposta a questa domanda c’era e appena lessi la parola “appalto” si dipanò davanti ai miei occhi di scrittore una fantasmagorica storia di tangenti e appalti vinti a tavolino e incuranti dei meriti dei partecipanti.
C’era stata una guerra, prima dello scoppio della II guerra mondiale, ma era stata di tipo econimico e aveva visto Caproni e Piaggio (tra gli altri) uscire sconfitti, mentre Torino e la FIAT avevano svolto il ruolo dell’asso pigliatutto.
Quello era stato solo uno degli scontri, ce ne erano stati molti altri, moltissimi e tutti combattuti con armi che facevo fatica a comprendere, ma che avevano come conseguenza l’impoverimento di una regione più o meno ampia a vantaggio di un’altra.
Certo che poi il regime aveva decine di migliaia di affamati da impiegare come bassa manovalanza per azionare le idrovore di una bonifica, per esempio.

Di fronte a quella nuova valanga di dati ho definitivamente seppellito il sogno fascista, che più che sogno si è rivelato un incubo della peggior specie. Una dittatura capace di far felici tutti, anche quelli che avrebbero dovuto morire per permettere agli altri di campare più o meno bene. “Son contento di morire, ma mi dispiace… mi dispiace di morire, ma son contento” l’ironia delle parole di Petrolini riecheggia ancora mentre scrivo queste righe.
Il regime, pochi anni più tardi, avrebbe mostrato il suo vero volto e con le leggi razziali del ’38 mise una pietra tombale sul suo futuro. Il costo in vite umane si faceva di anno in anno più oneroso e le richieste dei membri del partito più pressanti per cui il duce doveva dare un segnale, qualcosa da dare in pasto a quella generazione di xenofobi e dittatori in erba che aveva allevato grazie al ministero per la cultura popolare (Min-Cul-Pop), all’opera Balilla e a tutti gli altri sistemi di indottrinamento usati per alimentare di forze nuove la macchina fascista.
La ratifica delle leggi razziali fu solo la punta dell’iceberg. E però fu anche il punto di rottura, la perdita di consenso ebbe inizio proprio l’11 novembre 1938. L’anno seguente sarebbe scoppiata la guerra, ma anche se per qualche arcano motivo, l’Italia si fosse schierata con l’inghilterra, il risultato non sarebbe cambiato.
I dati economici non sono come quelli storici che possono essere riscritti. Sono dati e tali restano: numero di morti, numero di imprese registrate, numero di fallimenti eccetera e quelli non mentono o meglio non mentono gli effetti che si portano dietro. Il fascismo spendeva più di quello che guadagnava e per pareggiare i conti toglieva a quella parte di popolazione che non poteva far altro che chinare il capo e poi redistribuiva quella ricchezza all’altra. Il Colonialismo dell’italia ha esteso la parte di popolazione sottoposta a “prelievo”, ma la meccanica non è cambiata e non sarebbe cambiata di una virgola fino alla caduta del regime. D’altro canto il regime non poteva cambiare o i consensi all’interno del partito sarebbero calati e neanche le purghe e le spranghe avrebbero potuto salvare il regime dalla caduta.
La guerra ha soltanto accelerato questo processo.

Oggi ci sono dei poveri ignoranti che aspirano a rifondare questa parodia di governo.
Poveri ignoranti perché se avessero studiato in modo approfondito non da fonti “storiche” come l’articolo di “La Stampa” citato poco prima, ma da fonti economiche oggi non starebbero qui a parlare di “camerati” o di “compagni”.
Persone che, complice la crisi economica, credono che ripristinare il modello fascista porterebbe loro dei benefici.
Forse sì, se avessero la ventura di capitare tra quelli cui non viene chiesto di morire per far vivere gli altri.
Perché ai contadini che hanno bonificato l’agro pontino è stato chiesto di andare a morire di malaria.
In cambio della terra, certo, ma la malaria era là pronta a mietere vittime su vittime, come è stato.
E il bello che, a quei poveri ignoranti, non viene mica promessa la terra eh? Oggi i premi si chiamano “lavoro”, “studio” e “banda larga”. Oggi decine di migliaia di disperati si accalcano per partecipare a un concorso per titoli ed esami, oppure espatriano e cercano fortuna all’estero e, che strano, ben pochi tornano in Italia se non per una breve vacanza.

Lo studio della storia, quello sistematico e analitico, insomma non le belle reinterpretazioni che gli storici “DOC” ci hanno lasciato, porta a una comprensione della realtà assai più profonda e che non lascia alcuno scampo alle ideologie di qualunque colore esse siano. Rosse, nere, scudocrociate o azzurrine vengono spazzate via e dissolte dalla luce della conoscenza.

Knowledge is Power

Lo hanno detto in tanti, personaggi reali e immaginari. Lo hanno detto perché è assolutamente vero in qualunque realtà si viva (la frase è stata detta, tra gli altri, da Raistlin Majere, personaggio immaginario secondo solo a Gandalf il Grigio quanto a potenza). Persino mia nonna.

Sul valore della conoscenza mia nonna dunque aveva ragione. Si è sbagaliata quando raccontava che il fascismo ha fatto tante cose buone. Il Duce non ha fatto “anche” cose buone, è stato un burattino nelle mani di altri e ha provocato la morte di milioni di persone con lo scoppio della II guerra mondiale. L’economia è spietata e, come la matematica, non mente.

Per contrastare la nuova ondata di simpaticoni abbigliati con camice nere ci si è armati di sardine.

Ho qualche dubbio.

Prendete i libri e leggeteli, studiate, scambiate opinioni che oggi è più facile che 100 anni fa. Scoprite cosa è accaduto veramente attraverso lo studio e l’esercizio del libero pensiero.

E se poi qualche testa di cazzo vestita di nero viene a dirvi che negri ed ebrei devono andare via, magari nei forni crematori, potrete rispondere con pacata ironia che furono proprio le leggi razziali italiane a determinare le sorti del II conflitto mondiale.

Albert Einstein ed Enrico Fermi vivevano in Europa. Il primo fu la mente più geniale del XX secolo e il secondo l’ultimo fisico che conosceva tutto della propria materia. Le persecuzioni naziste e le leggi razziali ne provocarono la fuga in America.

Entrambi lavorarono nel progetto Manhattan, ma fu Enrico Fermi a scoprire come produrre in fretta abbastanza U235 per confezionare tre bombe atomiche in pochi mesi.

Gli Stati Uniti, forti della loro immensa capacità produttiva e arricchiti dalle menti fuggite dall’Europa non potevano perdere la guerra. Ancora una volta a parlare sono i numeri, non gli storici. Magari questo discorso si avvicina un po’ alla Psicostoria teorizzata da Isaac Asimov, ma i fatti ci dicono che furono le leggi razziali la scintilla che provocò la fuga di Fermi. Sua moglie era ebrea. Senza Fermi gli Stati Uniti non avrebbero mai prodotto abbastanza uranio per fabbricare una sola bomba, ma in compenso avrebbero potuto riuscirci gli italiani.

Di solito considerazioni come questa hanno l’effetto di azzittire i fascistelli (qualche volta ho rimediato un po’ di legnate, ma si sa: la violenza è l’estremo rifugio degli incapaci) e la realtà è ancora più interessante di quanto l’immaginazione possa fantasticare. A fuggire non furono solo Fermi ed Einstein, ma tutti quelli che ci riuscirono prima dell’apertura dei campi di sterminio. Le migliori menti d’Europa si misero in salvo e combatterono, a modo loro, la guerra sotterranea e silenziosa che avrebbe portato gli Alleati a vincere.

Quindi, care le mie sardine, il miglior modo per mettere a tacere un fascista è lasciarlo parlare finché non si contraddice da solo con le sue cazzate, a quel punto basta il minimo sforzo di fargli notare che ha detto “A” e “il contrario di A” (cit: Van Vogt) chiedergli di risolvere il conflitto al fine di capire bene il punto.

Usciranno bestialità una dietro l’altra che neanche le ciliege, cose da segnare e poi diffondere con un coro di risate a profusione, com’è accaduto per quell’assessore leghista che sbraitava contro la povera Liliana Segre perché aveva definito Gesù “ebreo” anziché “figlio di Dio”.

Alla fine di questa lunga riflessione cosa mi rimane? Una destra che ha come valore l’onore e la patria, ma quest’ultima ora che austriaci e tedeschi sono concittadini di italiani e spagnoli, ha ancora senso? Rimane l’onore e l’orgoglio delle radici, quelle sì, Romane e Celtiche di cui si trovano tracce in tutta Europa e che ci uniscono e identificano in un unico, grandissimo, popolo ricco di impagabili diversità.

Viva l’Europa, viva la Pace, viva i popoli uniti.

Andrea Venturo

SIRACVSA (pars II)

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Il dio nel mosaico si mosse, o almeno questo credette il vecchio scienziato, ma fu un movimento ben strano: la figura appariva sempre sotto forma di tessere del mosaico, piatta, come proiettata su un piano che si era leggermente inclinato rispetto alla parete. Archimede credette di essere vittima di un’allucinazione, anche perché il centurione era immobile al punto da sembrare una statua. Apollo compì una rotazione, ma lungo un’asse che lo scienziato non riuscì a seguire e subiyo dopo gli apparve solido, le tessere del mosaico svainivano ai margini della sua figura, come a seguire una direzione che poteva essere intuita, ma non osservata.
«Sei stupito mortale?» gli chiese il dio.
«Onestamente si!» fu la sincera risposta di Archimede che, in quel momento, stava affrontando una serie di rivelazioni sconvolgenti, non ultima scoprire che un mosaico aveva preso vita e gli stava parlando.
«Resta concentrato su quello che stai osservando, mio anziano adoratore» rispose il dio «o perderai l’equilibrio, cadrai oltre le tue quattro dimensioni e intraprenderai un viaggio di sola andata verso gli inferi, talmente rapido che vi giungerai prima di Ade stesso. Non muovere i tuoi piedi, pensa solo di farlo: è importante» sottolineò l’essere «poiché è stato il tuo pensiero che ti ha condotto qui e vi rimarrai solo finché sarai in grado di vedere attraverso la tua mente questo luogo che hai raggiunto grazie a essa… e alla spada del centurione»
«La spada?» chiese Archimede sorpreso.
«Direi che è stata provvidenziale, mortale, il tuo subconscio… oh, scusa, volevo dire il tuo istinto ha percepito l’attacco del centurione e ha disperatamente ordinato a tutto te stesso di ruotare per evitare il colpo; non avresti mai potuto voltarti in tempo data la posizione che occupavi lungo le prime tre dimensioni, ma avevi appena scoperto l’esistenza delle altre poiché sei riuscito a immaginare i sei piani perpendicolari: l’ έξίχωρίον (exicoriòn), come mi piace chiamarlo» spiegò Apollo, mantenendo lo stesso tono che un meteorologo impiega quando parla del clima.
«E dato che una di quelle nuove direzioni che hai intuito è quella in cui si estendono i… uhmm… chiamiamoli pensieri, giusto per non confonderti con termini sconosciuti, il tuo pensiero ti ha permesso di “schivare il colpo” lungo la nuova direzione appena scoperta… e appena in tempo, un attimo di esitazione e saresti morto ad opera di quella spada»
Caio vide il suo bersaglio ruotare in una direzione che i suoi occhi non riuscirono a seguire divenendo dapprima piatto, poi una linea sempre più sottile e corta, fino a svanire; proseguì nel suo affondo tentando di seguire il vecchio e colpì il muro proprio sulla congiunzione delle pareti. La lama penetrò nell’intonaco come se quest’ultimo fosse stato meno palpabile dell’aria, sprofondò fino all’elsa e continuò la sua corsa, seguita dal braccio e poi da Caio stesso lungo una direzione che gli occhi non riuscivano a seguire. L’uomo gridò per lo spavento e perse la presa sull’arma nel tentativo di afferrarsi a qualsiasi cosa, pur di non essere inghiottito da quella fessura oscura e gelida che era improvvisamente apparsa là dove prima si trovava il vecchio.
Archimede vide la spada del centurione passargli accanto innocua, e proseguire il suo viaggio verso il nulla.
Il centurione, nella stanza, si ritrovò col braccio incastrato nel passaggio tra le dimensioni, gelido come le acque dello Stige, mentre i suoi commilitoni vedendolo finire risucchiato dal muro furono presi dal panico e fuggirono via terrorizzati.
«Ho capito» proseguì Archimede come se nulla fosse accaduto «ma se la quinta direzione posta ad angolo retto rispetto alle altre quattro è il pensiero, cos’è la sesta? Il semplice fatto di trovarmi qui mi dice che la mia intuizione è stata corretta: le dimensioni sono almeno sei» rispose lo scienziato, mentre la sua mente riprendeva, stavolta con prudenza e senza perdere distrarsi dal compito che gli aveva suggerito Apollo, a esplorare tutti i nuovi concetti che appena scoperti… accorgendosi solo in quel momento che “Apollo” aveva perso l’aspetto che aveva nel mosaico e ora sembrava più un uomo che un dio.
«Si» rispose Apollo «sono molte, almeno 42, la maggior parte delle quali è arrotolata su se stessa, ma non risponderò alla tua domanda: preferisco che tu lo scopra da solo; sei intelligente e meriti rispetto per questo, sono certo che troverai la risposta nel tempo che ti resta da vivere e che la troverai soddisfacente»
«Tu non sei un dio» fu la risposta dello scienziato «sei come me… e non hai trovato una soluzione finora, ma ti aspetti che sia io a trovarla!»
«Quasi esatto, mortale: delle tue affermazioni una è corretta… e ora è tempo che tu faccia ritorno allo spazio che hai abbandonato. Ho portato io luce e calore in questo… uh… luogo, si stanno esaurendo velocemente»
Solo allora Archimede notò che i loro respiri andavano condensando, come durante le mattine d’inverno più fredde e che si stava facendo buio.
«Hai ragione, so come fare per tornare» disse lo scienziato, quest’ultimo osservò nella luce che diveniva sempre più fioca la mano del centurione, ora priva della spada, dimenarsi attaccata a un braccio irto di peli che proveniva da una direzione che i suoi occhi non riuscivano a seguire. La afferrò, chiuse gli occhi e semplicemente immaginò il braccio attaccato al corpo come doveva apparire, nella direzione corretta.
«Addio Archimede da Siracusa» furono le ultime parole di Apollo mentre si allontanava in una direzione che dava le vertigini anche solo a immaginarla.
Archimede, la tunica coperta di brina, ruzzolò addosso al centurione come se fosse stato appena rigettato dall’angolo tra le mura.
«Oh dei, avevo ragione, dunque!”» esclamò, lo sguardo perso a contemplare la meraviglia che si nascondeva appena oltre la realtà circostante, incurante delle imprecazioni di Caio Terenzio che si stringeva il braccio semi-congelato al petto.
«Sono io Archimede”» aggiunse il vecchio, raggiante, rivolto al centurione «e se mi lasci in vita ancora un po’ so dove trovare del vino che ti scalderà per bene»
«Non occorre, ne avrò a sufficienza quando ti avrò accompagnato dal console» gli rispose il romano, ancora sconvolto e incapace di comprendere cosa fosse accaduto « …appena i miei uomini smetteranno di scappare come conigli»
Mentre si dirigeva all’accampamento dei Romani scortato dal centurione, Archimede sognava a occhi aperti: quarantadue dimensioni? Alcune arrotolate? E con una serie di numeri posso individuare qualsiasi punto… si ma il punto tra l’uno e il due come lo identifico? E prima dell’uno che ci metto? Il piano è infinito se lo divido con due rette perpendicolari e metto l’uno al centro devo trovare qualcosa per distinguere i numeri che stanno prima dell’uno da quelli che stanno dopo… e le quantità minori di uno? “Nessuna quantità” è sicuramente minore di uno, ma come faccio a mettere il “nulla” all’origine di un piano? Potrei rappresentarlo con un cerchio… una “Ω”, ma forse dovrei usare una “α” e se una successione infinita di rette genera un piano, cosa genera una successione infinita di piani?»
A quest’ultima domanda la risposta fu quasi automatica:
«infiniti piani generano uno spazio, capisci?”» disse rivolto al centurione, come se fosse la cosa più naturale del mondo; l’uomo lo guardava di traverso, cercando di non incrociare il suo sguardo: nei diciotto mesi che avevano preceduto la caduta di Siracusa le macchine realizzate da quell’uomo avevano sollevato e affondato intere navi in un sol colpo, scagliato proiettili con gittate inimmaginabili e appiccato incendi a distanza come per magia. Nel suo orizzonte ristretto aveva una gran voglia di uccidere l’uomo che aveva causato la morte di tanti suoi compagni e l’ordine del console riportatelo sano e salvo, ne va della vostra vita non gli facilitava certo il compito di resistere dal trucidarlo seduta stante, ma esisteva anche la ricompensa per quel soldato che avrebbe condotto lo scienziato al sicuro presso la tenda di Caio Marcello.
Archimede era in estasi: aveva appena scoperto un modo per descrivere l’universo con un grado di precisione virtualmente perfetto, aveva trovato un modo per visualizzare un impossibile oggetto con vertici di sei spigoli posti ad angolo retto tra di loro e fantasticava sui nomi per la successione di infiniti spazi necessari per creare uno spazio a quattro dimensioni, infiniti spazi quadrimensionali per crearne uno a cinque e poi a sei, in una successione apparentemente illimitata.
«Esa-spazio» disse ad alta voce, ignorando la reazione del centurione «no, non mi piace, non rende l’idea che aveva Platone al riguardo”» il matematico rimproverò se stesso per non aver pensato subito all’illustre collega «lo spazio oltre tutti gli spazi possibili”» continuò Archimede «deve essere lo spazio perfetto e incorruttibile, come l’iperuranio: il cielo delle stelle fisse… potrei chiamarlo iper… iperspazio!»
Caio Terenzio abbandonò ogni tentativo di comprendere l’incomprensibile soliloquio dello scienziato: non vedeva l’ora di consegnarlo al console. Il centurione trovava niente piacevole avere Archimede accanto: quando non blaterava frasi incomprensibili su spazi a n-dimensioni, sulla difficoltà di applicare il metodo per esaustione o altri argomenti ancora più ostici da comprendere, vedeva lo sguardo di Archimede osservare estasiato le nicchie delle porte e gli spigoli degli edifici.
A volte barcollava e Caio doveva sostenerlo, in un paio di occasioni gli era parso di vederlo ruotare come poco prima che il muro lo inghiottisse in quella pazzesca morsa gelata e la sua mano correva all’elsa del gladio che aveva perduto. Archimede non aveva l’aspetto di uno che vede la propria città distrutta e saccheggiata: pareva più come un uomo di fronte a una schiava molto bella, molto attraente e molto nuda.
«È impazzito» concluse scrollando la testa.
Archimede lanciava occhiate ovunque per cercare i passaggi dimensionali tra gli angoli: a volte sottili come righe, a volte più ampi e curvi in un modo che dava le vertigini, specie se la casa era vecchia; tutti i passaggi erano oscuri, seguivano direzioni che gli occhi faticavano a seguire e nei quali, evidentemente, nemmeno la luce riusciva a penetrare. Recessi occulti e diretti verso un luogo che fino a quel momento era stato accessibile solo agli dei… e chissà a quali altre creature.
Solo allora cominciò a preoccuparsi seriamente di cosa avrebbe potuto trovare dietro la porta di casa.

Postfazione dell’autore

Giocare con la storia non è semplice. Questo racconto doveva essere la “prima pietra” di un’ambientazione ucronica in cui Archimede sopravvive all’assedio di Siracusa e cambia completamente la storia. Porta una nuova tecnologia nel mondo antico che consente di sfruttare i passaggi tra le dimensioni, un po’ come i mostri di lovecraft, e… be’ tra le altre cose riuscire a fronteggiare un’invasione aliena tirando pilum tra i motori delle navette degli omini verdi. Sulla carta sembrava facile, ma la difficoltà stava nel reperire informazioni storiche attendibili circa istituzioni, stili di vita e molto altro che quando ho dato vita al progetto non esistevano se non su qualche tomo polveroso nascosto nei meandri della Biblioteca Centrale. Oggi con internet è molto più semplice, senza contare che c’è Alberto Angela a raccontare vita, morte e miracoli dei popoli antichi, magari prima o poi riprenderò in mano il progetto.
Se lo ripubblico qui è perché qualche tempo fa un gentiluomo ha tentato di spalarmi contro qualche quintalata di fango recensendo questo racconto su amazon. Si era ben reso conto che di tutto il materiale (poco) pubblicato sulla piattaforma questo non ha mai ricevuto editing. E infatti non si è azzardato a sparare critiche sugli altri lavori. In dieci anni che sono passati dalla stesura di Siracusa e quella dello Specchio di Nadear il mio stile e le mie capacità sono molto cambiati (in meglio, voglio sperare), ma il tapiro che mi ha lasciato la sua recensione negativa ha commentato così:
“Un estratto così breve dovrebbe contenere un testo ben scritto, privo di errori e/o omissioni. Invece, proprio l’incipit che dovrebbe incuriosire e invogliare il lettore a continuare la lettura, presenta pasticci e ingenuità proprie del dilettante. Consigliamo all’autore di farsi editare il testo da un professionista e nel frattempo gli facciamo notare a titolo gratuito, dove dovrebbe intervenire. Per prima cosa l’autore dimostra di non conoscere cosa è una “d” eufonica. Basterebbe un buon manuale di scrittura o anche una ricerca in internet per correggere questo odioso difetto che disturba il lettore. Vedi “ed i soldati/ed i suoi preziosi”. La “d” si mette solo quando la parola che segue è della stessa vocale. Speriamo di essere stati sufficientemente chiari. Seconda lezione di scrittura: le ripetizioni inutili. Il testo è pieno zeppo di queste ingenuità, che senso ha scrivere: “sollevare navi/incendiare navi” nello stesso paragrafo? Ci vuole un po’ di rispetto per il lettore che è dotato di intelletto e non merita di sentirsi ripetere le cose fino allo sfinimento. Ma andiamo avanti. I dialoghi. Per quale motivo uno presenta la maiuscola e l’altro inizia con l’iniziale minuscola? Sono a piacere? Come viene viene? Suvvia, ci sono delle regole da seguire, esiste la grammatica, la sintassi e tante altre belle cosette. Non abbiamo ancora finito la lezione. Lo sa l’autore che esistono le virgole? Eh sì, qualcuno le ha inventate e talvolta devono essere usate. Vediamo dove: “prima di ucciderlo (virgola) perché” e anche qui “i suoi concittadini (virgola)”. Per finire altra regola disattesa e qui una stellina la merita tutta. Come si fa a scrivere “si” invece di “sì”? C’è una bella differenza! Ci fermiamo qui e facciamo tanti auguri a questo autore, perché ne ha bisogno.”

Se questa recensione fosse giunta 10 anni fa, quando ho scritto Siracvsa, l’avrei apprezzata moltissimo: per scrivere queste righe ha impiegato più tempo di quanto io ne avevo dedicato, all’epoca, alla scrittura del racconto. Sentirmi dire che oggi scrivo male come nel 2013 non mi ha fatto piacere. Per carità sto ancora facendo gavetta, anche se l’ultimo libro che ho scritto (finalmente) ha avuto bisogno di meno revisioni, anche se pure stavolta non son riuscito a chiudere il lavoro con meno di cinque stesure. Però mi ha dato l’impressione che il redattore di cotanta critica (oltre a sbagliare egli stesso l’uso delle virgole separando un incolpevole predicato dal suo amato soggetto) volesse in primis attaccare il sottoscritto. E in effetti è stato proprio così. A gennaio dello stesso anno una mia amica era stata colpita da una recensione ingiustamente negativa per un romanzo di fantascienza, sebbene fosse stato scritto come si deve a partire da ortografia e sintassi.

Allora dopo aver individuato il profilo del picconatore, un sedicente “utente amazon”, riuscii a scorrere l’elenco delle sue recensioni poiché non aveva blindato il profilo. Ho scorso tutte le recensioni che aveva dato e ne ho  selezionate alcune a 5 stelle sospette. Là dove gli altri utenti davano 1-2 stelle, talvolta 3 lui metteva 5 stelle e lodi sperticate.
Così sono andato a guardare e… sorpresa: erano recensioni totalmente avulse dal contenuto. Messe solo per invogliare l’acquisto e sottolineate da 5 stelline. Allora segnalai le recensioni e profilo fraudolenti e dopo poco sparì tutto. Per bilanciare la cosa lasciai una recensione quanto più onesta dei libri segnalati, incoraggiando e sostenendo gli autori a fare di meglio e a rivolgersi a un editor competente.

L’idea era proprio quella di stuzzicare il recensore fantasma e farlo tornare allo scoperto. Cosa che puntualmente è avvenuta. Mi aspettavo l’attacco su uno dei romanzi pubblicati come Self, non su un raccontino di 11 pagine, ma così è stato e avrei dovuto prevederlo: il testo di Siracvsa avrebbe bisogno di qualcuno diverso da me per essere corretto come si deve, gli altri sono stati editati.  A ogni rilettura trovo sempre qualche errore. Così quando mi sono accorto che c’era una recensione negativa su Siracvsa erano passati già sei mesi. Non tutto il male vien per nuocere: in sei mesi il tapiro aveva ricreato l’account e recensito centinaia di libri, ma aveva anche blindato il profilo così da rendere impossibile per gli altri capire cosa a veva combinato stavolta. Poco male. Di nuovo ho segnalato il profilo fraudolento e… be’, neanche ad Amazon piace vendere merce mal recensita. Aumentano i resi e i clienti insoddisfatti. Il profilo è stato bloccato e siccome era blindato stavolta non posso lasciargli alcun indizio del fatto che sono stato ancora io a rompergli le uova nel paniere.
Glielo dico ora: «Sono stato io. Io ti ho segnalato e dovessi accorgermi che stai di nuovo truffando i lettori di amazon con le tue false recensioni troverai me e tutti i miei amici pronti a cliccare su “segnala” fino a farti chiudere nuovamente l’account».
Ormai ho imparato: se un libro è fatto bene o presenta pochi difetti, va difeso e promosso. Se è scritto male vale il silenzio e un messaggio allo scrittore, in privato, dove gli si racconta cosa funziona e cosa no. In entrambe i casi si rimedia un buon contatto e un potenziale acquirente per il prossimo libro.