Faccia a Faccia con…

…piccola rubrica dedicata ai personaggi. Un po’ per conoscerli meglio un po’ per giocarci e vedere se mi esce qualche altra idea da mettere da parte per, uh, dopo.

Il primo articolo di questa serie tocca, manco a dirlo, al protagonista.

Conrad Musìn

Ciao Conrad come và?

«Bene grazie, che ci faccio qui?»

Sei sul mio computer per rispondere a qualche domanda per i miei amici e quei quattro gatti che leggono il mio Blog.

«Cos’è un Computer? Mi sembra di stare solo in una stanza bianca a parlare con una voce che esce dal soffitto!»

Acciderba ecco una cosa a cui non avevo pensato, provvedo subito.

«Ehi! Qua siamo sulla mia collina, dentro la siepe di ginestre che c’è sulla cima!»

Un autore delle mie parti era molto affezionato al suo “ermo colle” e alla siepe che ” tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude” mi piaceva ricrearla quassù.

«Senti, ma non hai una faccia… qualcosa con cui possa parlare senza sentirmi stupido?»

Va meglio così?

«Hai dei vestiti molto strani… devi venire da un posto davvero lontano»

Mi fa piacere la tua sospensione del giudizio. Per rispondere alla tua domanda: il mio popolo vive molto lontano da qui, dentro a uno stivale.

«Lo dicevo che eri strano, Hai piantato tu la siepe?»

Più che altro l’ho fatta crescere mentre tuo nonno Tonio tirava sù il nucleo centrale della fattoria dalle rovine della villa di Colle Ondoso. Ho visto che ti ci sei trovato bene: vieni quassù spesso?

«Prima dell’incidente con la torta venivo qui spesso, ma adesso che ci sono anche Diana e La-Wonlot alla fattoria passo molto più tempo con loro… Lawon mi sta insegnando a cacciare e Diana conosce tantissimi trucchi, si sa arrampicare, lanciare coltelli… »

E poi devi studiare parecchio… Francisco ti fa sudare eh?

«Francisco è simpatico finché non cominciamo ad allenarci con la spada. Poi mi riempie di lividi. Come hai fatto a portarmi quassù?»

Con una magia che si chiama letteratura. Che studi con lui oltre la scherma?

«Di tutto: diritto, matematica, geografia, come stimare una merce… »

Ti ha insegnato lui a fare magie?

«Come sai che so lanciare magie?»

Le voci corrono, Conrad e io ho un punto di osservazione… privilegiato. Ti piace usare la magia?

«È strana, pericolosa… »

Ma non riesci a farne a meno per via degli effetti che ha su di te: ogni volta che lanci un incantesimo vorresti subito usarne un’altro e poi un’altro ancora.

«…lo sai anche tu eh? Ivilas mi ha messo in guardia: molti apprendisti muoiono proprio perché non riescono a fare a meno di lanciare magie, si lasciano prendere dalla frenesia e commettono errori. A volte… »

Ivilas è una mia cara amica, tieni i suoi insegnamenti in grandissima considerazione.

«Allora puoi insegnarmi qualcosa anche tu! Come hai fatto a portarmi in cima alla mia collina? Neanche mi ricordo dov’ero prima!»

Eri a dormire, Conrad, in viaggio per Lain-Crugòn coi cavalli di tuo padre. Ne ho approfittato per farti un salutino e una veloce intervista.

«Inter… che? È un sogno, sto sognando tutto, non c’è niente di reale?»

Attento Conrad: il fatto che i sogni riguardano quel che accade nella tua testa non li rende meno reali. Però puoi sempre assumere il controllo, se la tua mente è abbastanza forte, e decidere tu come concludere.

«Quindi se questo è il mio sogno posso far apparire quello che voglio?»

Certamente.
In un attimo lo vedo correre giù per il pendio della collina mentre lo sento gridare “Mamma!”

In teoria dovrei avere il controllo dei miei personaggi, in teoria dovrei conoscere tutto quello che gli passa per la testa. La verità è in una parolina che presa singolarmente vuol dire poco, ma se metto “quasi” tra “conoscere” e “tutto” mi dice che Conrad ha ancora parecchie sorprese da svelare persino a me.

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Il blocco dello scrittore

“Il mattino ha l’oro in bocca” scriveva Jack Torrance mentre se ne stava a fare il guardiano invernale all’Overlook Hotel, sepolto sotto metri di neve.

Purtroppo per il “collega” isolarsi dal mondo non è stata un’idea felice. Sua moglie Wendy e il loro pargoletto possono confermarlo.

Chi non ha capito vada a leggersi Shining e pure di corsa.

Che fico, ho appena dato del “collega” a un personaggio creato da Stephen King.

Prima o poi riuscirò a chiamare Lui “collega”.

Nel mio caso il blocco non c’è più. Eppure son rimasto bloccato dal 1994 al 2012 più o meno. Le storie iniziavano e non finivano mai rimanendo lettera morta in un cassetto prima e in un disco poi.

Tutto è accaduto nel 2012, durante il viaggio di nozze. Avevo già iniziato a fare altro: molto trekking e dentro di me elaboravo quelle esperienze alla luce degli anni trascorsi a raccontarle mediante schede e lanci di dado a tante facce.

Durante il volo che da Roma portò me e mia moglie (e ancora non lo sapevo, ma c’era nostra figlia Laura in cantiere) a Christchurch in Nuova Zelanda cominciai ad annotare sul mio inseparabile quaderno qualche appunto su Tharamys. Sentivo la nostalgia delle sedute a D&D e allora cominciai a ricreare quel mondo, ma in una versione che mi appartenesse interamente. La magia doveva funzionare e non in virtù di un non ben precisato “abracadabra” e poi mi piaceva il fatto di un mago che “predispone” e poi lancia: era ben diverso dal solito incantatore da strapazzo che spara palle di fuoco a tutto andare. Il mago è uno che pensa, prima ancora di picchiare. Con questi pensieri cominciai a ridisegnare tutto l’atlante di Mysthara. Nacquero Malichar e Kirezia, Meroikanev e Maor. Nelle 30 ore di volo, mentre mia moglie sonnecchiava o scattava foto dal finestrino, io scrivevo come non avevo più scritto da anni. Solo che non si trattava di storie, ma di descrizioni di elementi dell’ambientazione. Com’è fatto il mondo, come funziona la magia, quali divinità, la storia del continente… ecc… ecc… ecc…

E poi, non contento, cominciai a definire la lingua: l’idea di usare i dialetti italiani come base linguistica nacque su quel volo. Maor (l’anagramma di Roma) me lo suggerirono i Maori del Te Papa museum tra una risata e un Haka. Insomma avevo dato vita ad un mondo con i suoi popoli, le sue tradizioni, personaggi, leggi fisiche e tantissimo altro che non smetteva più di venir fuori (e ancora adesso contina a uscire roba che annoto e metto da parte).
Poi ripresi in mano il “Torto della Torta” e “Il mistero delle Brulle” e cominciai a riadattare quelle due storie alla nuova ambientazione.
Solomon Kane divenne Conrad Musìn e i Colli Ondosi divennero la sua casa. In un attimo presero forma anche le storie che collegavano il Torto al Mistero ovvero “I Razziatori di Etsiqaar” e “Il Furfante Derubato” che dovrebbe aver trovato finalmente il titolo definitivo.

Il metodo messo a punto mi permise anche di riprendere un’altra ambientazione e un’altro progetto arenato, quello dei “Romani a Vapore” con la seconda guerra punica che si conclude con la caduta di Siracusa e la morte di Archimede… che invece nella mia storia non muore e da il via ad un Ucronia sulla quale ho potuto finalmente riprendere a lavorare. Romani vs Alieni: uno spasso. Chiamano sè stessi “Tirias” e tra loro e la distruzione della razza umana c’è un macigno con un nome ingombrante: Roma.

Ci sarebbero tanti sé e tanti ma al riguardo, ma ogni giorno è una scoperta e devo annotarmi tutto o andare a cercare su internet quel che ignoro. Compatibilmente con la situazione della mia famiglia che non è affatto buona. Nel mezzo sono saltate fuori tantissime altre storie: il condominio assassino, il Nano Sarralga (di cui si sono innamorati i miei figli), Martina e lo Scuro… sono riuscito a scrivere perfino un “corto” ispirato al più TEMIBILE pirata di tutti i Caraibi: Guybrush Threepwood.

Se mi stanco di lavorare su una cosa ne porto avanti un’altra, oppure arricchisco il vocabolario delle lingue fantasy (Maorni, Kireziano (sarebbe la lingua parlata, ma sto inserendo dei regionalismi per simulare le influenze dei paesi vicini), Elfico (mutuato dal greco antico), Nanico (tedesco quasi al rovescio), Orchesco (tedesco anagrammato), Malichano (mutuato dall’Occitano), Llenico (Occitano occidentale), Pelagico (Occitano con innesti in Sardo…) e molto altro. Non mi annoio mai, e anzi: la sera mi addormento con la speranza di svegliarmi abbastanza presto da avere tempo per scrivere.

Se non mi viene in mente niente leggo e scrivo una recensione su quel che ho  letto: un blog che me la pubblica c’è. Mi piacerebbe anche metter su qualche stroncatura, ma per quello ho trovato un modo più costruttivo: rispedisco all’autore il testo demolito da commenti precisi e lapidari tipo “Nooo! La virgola tra soggetto e predicato NON SI  METTE!!!” o “Ma devi proprio cambiare colore dei vestiti N volte in un capitolo?” dove N è un numero variabile tra 2 e 9 (un record). Io imparo qualcosa di utile (tipo riconoscere di aver prodotto errori simili nelle mie storie) e allo stesso tempo ricevo stima e ringraziamenti dall’autore demolito perché a) non l’ho sputtanato con una stroncatura e b) gli ho permesso di migliorare.

In conclusione: la scrittura è un processo costante, un esercizio che non si deve mai arrestare se si vuole che migliori. Pensi che la storia che stai scrivendo faccia schifo? Non sai come portarla avanti? Scrivi una schifezza, oppure fermati e scrivi una storia brutta ambientata nello stesso posto. Un antefatto, un prequel quello che ti pare, ma scrivi. Non fermarti. Chi si ferma è perduto e si merita la pagina bianca che ha davanti.

I Personaggi

Come li create i personaggi?
Io li partorisco in questo modo

1) Dopo aver creato l’ambientazione (fondamentale direi) o aver studiato l’ambientazione dove il personaggio si muoverà ecco che decido chi o cosa è. Sembrerà ovvio, ma deve essere qualcuno o qualcosa che è nato da elementi dell’ambientazione di riferimento ed è capace di muoversi in essa.

Nome: Daagh (è una lingua affine al deitalantino, significa “Signore degli abissi” più o meno)
Razza: Zwergbeißer (così lo chiamerà Jangar, è un orco. Significa “Divoratore”)
Età: 40 anni (è molto giovane)
Peso: circa 40kg (pure magro)
Altezza: ha un diametro di 90cm (meno male che è piccolo)
Occhi: 5, iride dorata al centro, iridi di vari colori sugli altri tentacoli.

Forza: scarsa, riesce a malapena a sollevare sé stesso (valore -5)
Agilità: quella di un palloncino gonfiato di elio in una giornata senza vento ovvero scarsa. (-5)
Intelligenza: scarsa, è giovane, può essere paragonato a un umano di 16 anni (0)
Carisma: brutto in culo per qualsiasi razza, fa venire voglia di picchiarlo appena apre bocca. (-15)
Costituzione: resistente. Nonostante gli verranno amputati tutti i tentacoli sopravviverà. (+10)

Descrizione sommaria: una sfera fluttuante con un occhio al centro e una bocca circolare irta di denti.

Descrizione dettagliata: una sfera che galleggia a mezz’aria sormontati da quattro peduncoli oculari, un grande occhio dorato al centro del corpo con sotto di esso una bocca circolare che ricorda quella di un calamaro, ma irta di denti come quella di un verme-tigre.

Capacità di combattimento in mischia: può mordere e infliggere i danni che infliggerebbe un cane di taglia media (0)
Capacità di combattimento a distanza: ogni occhio può scagliare un incantesimo per round di combattimento. Gli incantesimi di cui dispone sono: dardo magico (10), sonno (10), invisibilità (15), telecinesi (15).
Altre capacità (vantaggi): Rigenerazione (20) recupera dalle ferite molto in fretta e può far ricrescere i tentacoli amputati in un tempo misurabile in ore. Più potente è l’incantesimo che vuol metterci sopra, più tempo richiederà la ricrescita. Può cambiare incantesimo sui tentacoli sostituendoli con quelli che conosce. Purtroppo (per lui) non ne conosce altri finché la sua INT non aumenterà con l’età. Nota: più la sua INT cresce più aumentano i tentacoli oculari. La media è di 1 tentacolo in più ogni 20-30 anni. Alla nascita ne hanno chi 1 chi 2. Daagh ne ha 4, il 4° gli è spuntato da poco.
Immortalità (tratto razziale 50): cresce per tutta la durata della sua vita, non invecchia. Si accresce di circa 50cm/anno e aumenta di 100g di peso.
Coriaceo (tratto razziale 10): i danni subiti vengono in parte assorbiti dalla corazza.
Manafago (tratto razziale 20): l’occhio centrale, se aperto, annulla qualsiasi effetto magico. Gli oggetti magici permanenti cessano di funzionare se entrano nel suo raggio d’azione (e funzionano di nuovo quando escono), quelli temporanei, gli incantesimi di ogni sfera, le pozioni e le pergamene magiche sono distrutte. Ogni magia assorbita in questo modo nutre il bestio. Nota: l’occhio centrale annulla anche gli incantesimi scagliati dal bestio, se aperto. Questo significa che prima di lanciare una magia davanti a sé deve chiudere l’occhio.
Ermafrodita (tratto razziale 10): può riprodursi senza l’ausilio di un partner.

I più avranno intuito che se non viene ucciso uno di questi cosi può diventare davvero grosso. E pericoloso.
Svantaggi:
codardia (-5) è il membro più giovane del nido di cui fa parte. Picchiato e soverchiato dagli altri Zwergcosi e ha sempre paura di essere colpito.
Bugiardo (-10) è incline alla menzogna (s’è fatto l’idea che a mentire si prendono meno sberle nell’immediato)
sadico (tratto razziale -5) come tutti i Zwergbeißers gode nell’infliggere sofferenze
dipendenza (tratto razziale -5) carne condita con adrenalina. Terrorizzare le vittime prima di ucciderle rende le loro carni irresistibili per uno di loro.
legame col nido (tratto razziale): -20 questo svantaggio decresce con l’età fino a un valore di 5 al ritmo di un punto l’anno. Finché è sottoposto all’autorità dell’anziano (il capo del Nido) il B deve obbedirgli ciecamente fino al punto uccidere sé stesso per nutrire uno dei suoi “fratelli” o qualsiasi altra cosa venga in mente all’anziano. Quando il B è cresciuto troppo e il suo legame col nido tende ad essere debole (scende di 1 punto ogni 5 anni, quindi dopo 75 anni il B è bello grosso)
Totale: 115 punti.

Equipaggiamento: nessuno.
Risorse:

2) Vedi sopra: redigo una scheda personaggio, in parte ispirata ad alcuni giochi di ruolo. Assegno ad ogni caratteristica un punteggio e tiro la somma. Il totale mi da un’idea approssimativa del valore del personaggio. Applico lo stesso metodo per tutti i personaggi della storia (questo è un personaggio secondario) e valuto se sono equilibrati.
Un antagonista troppo potente che viene sconfitto… non si regge. È come se un gigante fortissimo venisse abbattuto da un ragazzino con una fionda. Finché il ragazzino è un ragazzino e basta vince il gigante.
Dai al ragazzino un talento tipo “mira infallibile” o “aiuto divino” e racconta bene come se lo è procurato; invece di una fionda normale usa una cinghia di cuoio e come pietra un sanpietrino e allora il gigante comincierà ad avere qualche dubbio sulla propria vittoria.
Certo, fa un po’ strano vedere un ragazzino con un valore di 200 combattere contro un gigante che vale 250, ma la storia ci insegna che se il ragazzino si chiama David… comunque è importante sapere cosa può fare ogni personaggio e quanto “vale” la sua capacità.
Far scontrare personaggi di livello troppo differente da origine a situazioni da gestire con molta attenzione e in base al taglio della storia. Una storia umoristica può anche vedere situazioni paradossali come il drago che tenta di far fuori un gattino e rimedia una serie di mazzate che alla fine decide di prenderlo come alleato e gli fornisce cuccia, sabbiera e croccantini.
Un epic fantasy invece richiede personaggi bilanciati a dovere.
Sempre come parte della scheda, oltre alle abilità ci sono l’equipaggiamento (così da avere sempre sottomano cosa ha e cosa non ha un personaggio), il denaro (se ne ha e dove lo tiene), appunti su alleati (un B non ne ha), nemici e tutto quel che si porta dietro.

3) Come forse avrete notato il bestio (un Beholder, solo che non posso chiamarlo Beholder per motivi di copyright) ha dei vantaggi razziali, questo significa che tutti i B della mia ambientazione li possiedono.

4) Tutti gli elementi della scheda del personaggio concorrono a tracciare la sua storia.
Daagh è l’ultimo nato nel nido di Chtu, l’Anziano che guida la piccola comunità. Ha 40 anni, il suo fratello più anziano ne ha 50, in totale sono 8 fratelli. Appena emerso dalla carcassa del contadino usato per far crescere la spora che lo conteneva, Daagh si è era ritrovato rinchiuso in una cella assieme ad altri due fratellini. Ognuno dei piccoli B si è nutrito del cadavere della sua vittima finché è durato, poi ha iniziato ad adocchiare le risorse degli altri.
Daagh, complice il fatto che è nato con due tentacoli, ha ucciso i suoi fratelli e si è mangiato loro e i loro avanzi garantendosi così la possibilità di vivere abbastanza a lungo per essere liberato ed entrare a far parte del nido.
Da subito comprese che se avesse osato ribellarsi sarebbe finito come i suoi fratelli: divorato.
Molti dei lavori più umili come cacciare selvaggina o creature senzienti da terrorizzare prima di cena spettava a lui.
Per quaranta lunghi anni Daagh è stato un servitore sempre meno felice e frustrato perché i suoi fratelli sono tutti più forti e l’anziano è ancora più potente. Ha meditato più volte la fuga, ma anche se fosse in grado di teletrasportarsi non ha la più pallida idea di dove andare. Dai racconti delle vittime s’è fatto un’idea del mondo e brama poterlo esplorare, ma è difficile: quelli come lui sono oggetto di caccia forsennata. Il loro occhio centrale è molto richiesto poiché conserva i suoi poteri anche dopo la morte del suo proprietario.

Al momento in cui entra nella storia sta meditando sul suo piano di fuga e se gli si paleserà l’occasione tenterà di abbandonare il Nido.
Quello che non sa è l’unico modo per abbandonare il nido è uccidere l’anziano e scegliere di non prendere il suo posto. In caso contrario l’anziano ha sempre la possibilità di rintracciare, tramite la magia: si fa crescere un tentacolo ad hoc, il figliolo scappato e ri-teletrasportarlo nel nido per punirlo in modo esemplare.
I fuggitivi, di solito, vengono privati di tutti i tentacoli e braccati come bestie, uccisi prima che gli possa ricrescere anche solo un peduncolo e divorati o usati per far nascere nuovi cuccioli.

Fare un cucciolo è semplice: si trova una vittima, viva, e si inocula nel suo corpo una spora. Successivamente viene attivata con un incantesimo ad hoc lanciato attraverso il corpo della vittima che è più divertente (per il bestio). La spora inizia a crescere cibandosi della carne del suo ospite fino a diventare una sfera di 30-40cm di diametro che distrugge il corpo dell’ospite ed esce.

Prima di fare un figlio, tuttavia, un B ci pensa bene perché deve essere in grado di controllarlo o il “figlio” si mangerà il padre alla prima occasione (i cuccioli hanno sempre MOLTA fame: è questo il motivo per cui nascono rinchiusi).

Daagh medita di andarsene da quel nido e crearne uno tutto suo, ma è inconsapevole dei pericoli che questo comporta.

5) In ultima analisi il canovaccio di questo personaggio è essere catturato dai protagonisti e, in seguito, aiutarli in cambio della libertà e della promessa di uccidere l’anziano.
Daagh pensa che se l’Anziano viene impegnato molto a lungo lui potrebbe riuscire ad andare ben oltre il raggio d’azione dell’intero Nido prima di essere raggiunto dagli incantesimi di ritorno immediato. Quello che non sa è che solo con la morte dell’Anziano potrà sentirsi al sicuro.

Dunque il personaggio ha:
1) Una scheda e un background come nei migliori giochi di ruolo
2) La scheda contiene anche quegli elementi fisici e psicologici che ne possono ostacolare o comunque condizionare le decisioni (paure, psicosi, deformità ecc…) o offire una motivazione potente alle sue azioni. In questo caso ho preso spunto da GURPS, General Universal Role Playng System di Steve Jackson.
3) L’ambientazione deve contenere già una descrizione di tutti gli elementi presenti nella scheda (vantaggi, svantaggi, abilità ecc…)
4) Un canovaccio che racconta a grandi linee quali sono i suoi scopi nell’ambientazione. Daargh vuole essere libero e scappare dal Nido. Aspira ad averne uno tutto suo.

Questo mi aiuta molto nel creare personaggi che agiscono in modo coerente tra loro e con l’ambientazione, specie là dove la realtà è molto differente da quella che sperimentiamo abitualmente.

Ma tanto è fantasy…

Oggi non scrivo io. Mi sono imbattuto in una signora, signorina, non so, ma ha centrato esattamente il punto che in questi anni ho tentato di portare alla luce. Si chiama Erika Sanciu o almeno questo è il nome con cui si firma.

E questa è la sua pagina FaceBook:
https://www.facebook.com/unicornoneroatelier/

Tuttavia quello che mi preme è ciò che ha pubblicato sul suo profilo oltre che in uno dei gruppi che seguo in cui si parla di scrittura.

Quanto conta l’ambientazione? Conta. Leggete e poi ponetevi la domanda.

 

 

 

“MA TANTO È FANTASY!”

Di Erika Sanciu

L’avete sentita la frase incriminata maledetta?!

Io sì, si sente spesso. Di solito accompagnata da schiere di coloro che si battono per smentire, e schiere di coloro che inneggiano alla leggerezza del fantasy, in un limbo sospeso di immaginazione e libertà, scevro da ingabbiamenti mentali troppo razionali.

Ma perché dovrebbe essere importante mantenere una certa coerenza in qualcosa che non esiste?
È maniacalità? Sono seghe mentali di altissimo livello di disagio?

La risposta suprema è: ATLANTIS.

Sì, sì. Rileggete bene. Ho scritto proprio Atlantis: il film d’animazione Disney. ( Non l’avete visto? Guardatelo, pagani che non siete altro!)

Confesso che l’illustratrice-wannabe che alberga impunita in me ha un debole per i “making of” e quindi devo capitolare. Quando posso, me li spulcio a dovere per capire cosa si nasconda dietro le quinte di progetti di tale portata.

Sul concept della città sommersa, una delle cose che mi è rimasta più impressa è stata una frase che suonava più o meno così: “Ecco cosa ho STUDIATO per rendere PLAUSIBILE la vita nella città”.

Plausibile?!
Stiamo parlando di gente millenaria che vive in una città scomparsa in fondo al mare, che è tenuta in vita da cristalli magici e fluorescenti… e che viene scoperta da una spedizione di esploratori, con mezzi a vapore, nei primi del Novecento… che al mercato mio padre comprò.

Perché sbattersi per renderlo plausibile?
Perché il #worldbuilding ha bisogno di #coerenza se si parla di qualcosa che non esiste?
Semplice. Perché voi volete che esista. Nel momento stesso in cui uno scrittore crea un mondo, ha la responsabilità di renderlo funzionante.

Come quando chiamate l’idraulico in casa per sistemarvi l’impianto e vi aspettate che aprendo il rubinetto esca effettivamente l’acqua. In questo modo sentite di aver speso bene i vostri soldi. Che la vostra fiducia è stata ripagata. No?

Torniamo ad Atlantis:
– La città è sprofondata nel sottosuolo ed è sospesa sopra un fiume di lava. Questo la rende difficilmente accessibile ed estremamente difendibile. Ma la sola lava non andrebbe bene, perchè creerebbe un clima con temperature eccessivamente alte. Una città ha bisogno di acqua e questa, in particolar modo, ancora di più.
– L’acqua che sgorga dall’interno e che circonda tutta la città, si riversa con enormi cascate nel fiume di lava ( i Terrapiattisti ringraziano). Sembra inutile, ma non lo è. È questo che lo rende un’ecosistema funzionante: lo sbalzo di temperatura crea vapore acqueo e un clima vivibile.
– Il vapore acqueo crea nuvole, che creano acqua piovana potabile e che rende le colture possibili, crea cibo per gli abitanti e per gli animali che compongono l’ecosistema.
Sì, ok. Ma che tipo di ecosistema? Uno che si avvicina molto a quello tropicale e che quindi prevederà piante rampicanti, o ad alto fusto, con foglie larghe e questo si riverserà sul tipo di abitazioni costruite, sul tipo di animali presenti e sul tipo di vita svolta dai cittadini.

Capite perché è importante?
Fa la differenza fra “Ohhhh, che bello!” e “Ma che minchiata è? Come potrebbero mai vivere per così tanto tempo senza ossigeno?”

La differenza sta tutta lì: nelle fondamenta che si sono gettate.

Esiste un patto fra scrittore e lettore ( o spettatore) che riguarda la SOSPENSIONE DELL’INCREDULITÀ: io accetto di credere che Atlantide sia sprofondata e che sia ancora vivibile a patto che tu la inserisca in un contesto plausibile.
Ma esiste anche un limite a ciò che si può accettare. E quindi gli elementi “weird” vanno saputi dosare bene. In modo che siano bilanciati e coerenti fra di loro.
Il nostro cervello farà il resto: mischierà le informazioni ricevute con quelle che abbiamo nel nostro vissuto e intesserà una rete solida di fiducia in ciò che si sta guardando, o leggendo. Così, nessuno si stupirà se nel cielo di Atlantide si vedono volare animali con le ali membranose. Il cervello decreta che sì, “se po’ ffà!”.
Al contrario, inserendo elementi incoerenti, si creerà un senso di disagio che annullerà l’effetto del patto, interrompendo il “sense of wonder” in favore di un più realistico “ma cos?” ( o maccheccazz… come preferite).

Nessuno vi dice che serva lo spiegone di cosa state mettendo in piedi, anzi, la peste vi colga se vi azzardate!
Nessuno spiega come funzioni Atlantide nel film, ma lo si percepisce, perché tutte le informazioni convergono e rimangono nella pianificazione strutturale decisa.

Questo è solo un particolare; uno dei tanti.
Pensate al periodo storico, abbiamo detto primi del Novecento: ogni macchinario è concepito in modo che sia futuristico ma in una misura accettabile per il 1910. Dev’essere all’avanguardia, ma non per il 2018, per il 1910.

Riuscite a immaginare la mole immane di ricerca che è stata fatta? O il numero di domande che si sono posti per arrivare al risultato finale? Quanti confronti possono essere nati fra i membri del team di progettazione?
Non a caso progetti di questo tipo richiedono ANNI di lavoro.

Ogni parola, ogni scelta, ogni oggetto inserito nel campo visivo è stato attentamente valutato e passato al vaglio di uno specifico filtro. Un filtro coesivo che ci aiuti ad ambientarci, a provare empatia per i personaggi messi in scena e che ci trasmetta l’impulso di capire come si dipaneranno le vicende della trama.

In una parola: COERENZA.
Ma non solo negli esempi fatti, in tutto: nell’atmosfera, nel colore, nel linguaggio, nello stile, nella musica, in ogni singolo elemento che viene inserito.
Il filtro che mettete davanti agli occhi di chi guarda, fa la differenza in ciò che riuscirete a far vedere.

Ok, come si fa a capire se questo lavoro è stato fatto bene?

Facile: nessuno se ne accorge.
Il filtro deve esserci ma deve essere invisibile.

Mentre siete fra le pagine o davanti a uno schermo non notate niente di strano, perché tutto vi dice che ehi, è una figata!
Ci pensate dopo.
Perché in quel momento tutto suona sugli accordi giusti, la melodia è travolgente e il pianista sta suonando con competenza, così voi non dovete pensare alle note che vengono suonate, ma solo all’emozione che provate nel sentirle.

Ma se il pianista non fa altro che riversarvi addosso uno sproposito di stonature?
Riuscite comunque a godervi lo spettacolo?
O cominciate a pensare che potevate andare dal kebabbaro e spendere l’equivalente del biglietto del teatro in misteriosa alimentazione potenzialmente mortale, e che quel pianista è un cretino che dovrebbe cambiare mestiere?

(Non guardatelo troppo, potreste accorgervi che è il vostro idraulico…)

Alla luce di questo, riuscite ancora a prendere in giro coloro che pensano che sia importante capire se un drago depone le uova, se ha dei rituali di accoppiamento, se abita particolari ecosistemi e se questo ha un peso più o meno importante all’interno di una congrega di cavalieri di draghi?

Beh, io no. Io apprezzo persone di questo tipo.
Persone meticolose che dimostrano di avere a cuore non solo ciò che stanno creando ma anche coloro a cui poi sarà rivolto.

Siete ancora sicuri che non sia così importante essere coerenti?

#worldbuilding #coerenza #sospensionedellincredulità

A proposito di lavoro…

Mentre il Piatto Freddo prosegue la sua riscrittura continua il lavoro sugli altri romanzi. L’ombra scarlatta è stato tagliato di tutta la parte iniziale: non importa a nessuno come fa Conrad ad arrivare a Laìn Crùgon con 200 cavalli e un carro né della pesante descrizione di come funziona la magia (già spiegata abbondantemente in I Razziatori), qui basta accennarla. Ho tenuto la parte sulla corruzione, fenomeno molto più grave in questa città dove girano molti più soldi e manca una Còngrega di assassini che tenga l’ordine. Qui le congreghe illegali si sprecano e si fanno quotidianamente la guerra per mettere le mani sul mercato dei beni illegali (come il doÿmakòn noto come l’elisir dello schiavo: una goccia annulla la volontà per un giorno intero) e dei “servizi” venduti ai mercanti in transito. Il racket delle scorte (in senso militare) è più diffuso di quel che si pensi, talvolta camuffato da assicurazione, la prostituzione (che se pure è legale, spesso per esercitare il “Mestiere” è necessario pagare anche per la “protezione” oltre che le normali tasse) e poi i ricchi appalti pubblici per la gestione dei servizi cittadini quali difesa (mura) e pulizia (che comunque lascia molto a desiderare).
Dicevo: l’Ombra Scarlatta prende il via in un posticino di cui avete appena avuto un assaggio e dal quale un trio di “puri” come Conrad, Diana e La-Wonlot non vede l’ora di allontanarsi, ma come dico sempre “amo farli cadere dalla padella nella brace” e prosegue nel più infernale dei luoghi del continente, peggio anche del deserto D’Nis che pure è tosto, ma gli umani riescono a viverci.

Nelle Brulle ci vivono bene gli orchi che allevano i vermi-tigre per molti scopi differenti… anche se talvolta sono i vermi a mangiarsi gli orchi loro la prendono con molta filosofia.

Nelle Brulle gli capiterà di tutto e la vicenda di Conrad prenderà una svolta niente male, non ultima: una profezia formulata su di lui si avvererà.

Invece si preannuncia un grosso cambio di Point Of View nel numero 5 dove la svolta portata dall’Ombra Scarlatta getterà una luce sanguinolenta sui prossimi episodi.
Insomma Nadear la Bianca, una volta debellati gli orchi e messo il territorio in sicurezza si rivelerà un’isola felice e tutto sommato tranquilla. Tranquillità pagata a caro prezzo, ma comunque un luogo dove un bambino riesce a diventare adulto prima di morire. Man mano che ci si allontana da questa oasi di tranquillità il mondo si fa più violento e poco disposto a lasciar sopravvivere chicchessia e questo rivela il grado di “resilienza” del quartetto Dorian – Francisco – Ivilas e Luigi e come mai fanno sempre ritorno alla fattoria Musìn al termine di ogni viaggio.

Mentre l’Ombra Scarlatta è scritto ed è in corso la seconda stesura, per il numero 5 che per ora si intitola il “predatore di sogni” sto studiando bene i personaggi e cosa hanno fatto prima di trovarsi sul teatro della storia.
Il teatro è la città di Lavill’ e oltre ai protagonisti conosciuti nel quarto libro, di cui non dico nulla se no mi faccio un auto-spoiler che sarebbe alquanto nocivo per tutti, ci saranno altri personaggi che avranno un ruolo centrale in questa storia.
C’è una “vittima” che muore a inizio libro e lo fa in modo spettacolare. Si chiama(va) Cosette De Naalab-Lenoir (se non gli cambierò nome) e studiava presso la Brêndienne iscritta al II anno di specializza. Gli studi sono organizzati due cicli quinquennali (formazione e specializzazione) a loro volta suddivisi in biennio e triennio. Il biennio di formazione è comune a tutti gli studenti, poi inizia la “scrematura” e si spinge la gente a lasciare la scuola e le tasse di iscrizione per gli studenti non in regola con gli esami lievitano… ma è un’altra storia.
Cosette è una studentessa molto graziosa, un po’ timida, iscritta al primo anno di specializzazione in Alchimia. Ha fallito la prova di passaggio dal secondo al terzo anno di formazione. Nulla di insolito: molti studenti falliscono quell’esame. È strutturato apposta per far sbagliare gli studenti e spingere i meno dotati a desistere. Chi insiste e chi lo supera in scioltezza merita attenzione, chi molla… no. Solo che la povera Cosette ha un problemino imprevisto in aula.
Il docente di Alchimia è m’sieu Aznable detto l’invisibile o anche l’imperturbabile. Charles Aznable (Char per gli amici, e chi vuol cogliere la citazione la colga pure) rimane colpito da quel che accade in aula proprio sotto i suoi occhi.

Tipo interessante anche Charles, ha quasi 180 anni e vive dentro alla sua tunica, bella e antica che per gli standard di Lavill’ equivale a dire “Fuori Moda” e quindi è ignorato dalla maggior parte dei malichani dell’alta società, per i quali passa inosservato. I suoi modi dimessi e poco appariscenti alimentano poi la leggenda per cui ci si accorge della sua presenza solo quando decide di prendere la parola o gli parte un colpo di tosse, da cui poi il soprannome di “invisible” che gli sta appiccicato addosso quanto quello di imperturbabile. E pure: di fronte all’incidente di Cosette rimane perturbato anche lui.

Nei suoi 180 anni di esistenza ha accumulato sapere e potere in ugual misura ed è un tipo da non far arrabbiare, anche se all’apparenza è vecchio e gracile. Purtroppo devo ancora capire come far funzionare l’alchimia da queste parti, ma penso che se comincio a parlare di molecole con legami elettronici multi-dimensionali come se fosse antani potrebbe essere un buon punto di partenza, fino ad arrivare a reazioni chimiche che innescano effetti magici, come per i rituali “congelati” nell’aura dei maghi solo che in questo caso basta agitare una fiala o berla o lanciarla… cose del genere. Ci sto lavorando sù. I maghi specializzati in Alchimia sono maestri nella fabbricazione di pietre-matrice, in particolare nella fusione di pietre di bassa qualità per produrne una di alta qualità.

Suo antagonista è il giovane (si fa per dire: ha oltre 40 anni) Alaq (diminutivo di Alarique) Doole, mago diplomato e impegnato politicamente si è diplomato a 20 anni mostrando grande tenacia. La sua famiglia infatti non è mai stata disposta a finanziare i suoi studi oltre il primo quinquennio puntando tutto sul fratello maggiore, Simon. Simon Doole è attualmente Archon come lo è suo padre e i due sono affiliati alla famiglia dei Naalab, uno dei principati più ricchi di tutta Malichar.
Alaq invece ha dovuto lavorare duramente per potersi mantenere agli studi. Dopo il primo ciclo di formazione, cui riescono ad accedere tutti i giovani dotati dei dodici principati poiché i costi sono sostenibili con lavori non troppo onerosi, riuscì a trovare uno sponsor: Guillome de Lendin, secondo cugino del principe Gustave Lendin IV attuale sovrano del principati di Lendin, principale rivale dei Naalab.
Sponsorizzare uno studente è un modo che i potenti maghi che governano Malichar impiegano per reperire persone fedeli cui affidare l’amministrazione del territorio. Così Guillome investì parecchio denaro per la formazione di Alaq e fu ampiamente ricompensato: Alaq si diplomò con un anno di anticipo. Alla fine del quarto anno di specializzazione chiese ed ottenne di affrontare la prova, l’esame finale, che superò a pieni voti (vale a dire che ne uscì vivo, ancorché malconcio).

Poche volte era stato affidato il governo di un Archonis a un individuo tanto giovane, ma Guillome pensava di aver trovato un cavallo di razza, con grave scorno della famiglia Doole che nel vedere i brillanti risultati del figlio cadetto tentò inutilmente di riprenderlo in seno. Anzi: in seguito ai goffi tentativi del fratello prima e del padre poi, Alaq cambiò il proprio cognome in De Lendin giurando fedeltà assoluta al casato del principe Gustave e tanti saluti a casa.
Come amministratore si rivelò un’autentica miniera d’oro per il casato Lendin al punto che fu riconfermato alla guida dell’archonis per altri cinque anni. La sua laurea in alchimia gli aveva fruttato una quantità doppia di pietre matrici di qualità alta rispetto agli altri produttori e garantendo così buoni profitti anche al suo principe.

Scrivo qua ‘ste cose per mettere bene a fuoco il personaggio: Alaq è uno di quelli centrali.

Anche se l’alchimia ha un ruolo centrale nella vita economica di Malichar e di quelle Archonis che le hanno alla base dell’economia non è l’unica specializzazione. Maghi guaritori, maghi costruttori, invocatori, evocatori, aruspiciennes… le specializzazioni sono molte e tuttte importanti per l’economia del paese. Anche Alaq ha altri interessi e un debole per le donne belle e possibilmente indifese.

Come ha potuto scoprire Conrad la prima volta che ha lanciato un incantesimo, che è quasi venuto nei calzoni per la botta di sensazioni piacevoli provocate, la magia ha effetti collaterali su chi la utilizza. Il piacere è uno di essi e porta quel mago che non è capace a dominare le proprie pulsioni a indulgere nella pratica della magia a scopo… ricreativo. Insomma lanciare incantesimi è meglio che masturbarsi perché, specie per i maschi, dopo la prima devi prenderti una pausa per… uh… ricaricare le batterie. Invece con la magia puoi spararti un orgasmo dietro l’altro se hai predisposto abbastanza incantesimi e più è alto il livello e più intenso è quello che si riceve. Esistono incantesimi capaci di dare piacere puro, spesso da lanciare “a due”, ma a questo punto si incontra un limite che è dato dalla quantità di stimoli che un cervello può ricevere e si arriva al temuto collasso mentale. Il mago perde temporaneamente il controllo di sé e diventa come un neonato, incapace di provvedere a sé stesso e può rimanere in questo stato per settimane. La Barrière Malichienne non protegge da questo tipo di errori.

Come se non bastassero i pericoli che si corrono quando si pratica normalmente la magia.

Gli effetti collaterali della magia, tuttavia, hanno effetti ulteriori sulle attitudini di maghi di ogni sesso e razza. Fanno poco sesso e spessissimo non hanno figli (la pratica della magia è più appagante) o se lo fanno è fine a sé stesso: curare i figli richiede tempo da togliere allo studio. Tuttavia quello della discendenza è sentito da alcuni maghi di “nobili” origini come un dovere. Alaq  e Simon son nati per “dovere” di Gaspàr Doole il primo in qualità di “erede” e il secondo come “riserva” se al primo fosse accaduto qualcosa. Essere quello di “Backup” ha sempre fatto soffrire il povero Alaq. La digressione sul sesso è importante perché su questo aspetto verte parte della storia, decisamente più adulta delle precedenti.

Come si uniscono sesso e pietre-matrice? Eh, con un incubo. Molti incubi fanno parte degli ingredienti della storia.

Nel momento in cui inizia la storia Alaq è l’astro nascente della società malichana, è Archon per scelta, potrebbe aspirare a titoli ben più importanti, ma attende che il suo sponsor Guillome salga al vicariato del principato, o almeno questo è quello che racconta e le sue azioni sono tutte volte a rimanere ricco e felice nella sua Archonis senza minacciare in alcun modo i nobili suoi pari e superiori. In realtà ha qualche scheletruccio nell’armadio e ci tiene a mantenerli là dove sono, ma emergeranno.

L’invito alla Brêndienne per tenere una serie di seminari viene visto da Alaq come una comoda via di uscita dai guai in cui è venuto a trovarsi proprio a causa del suo successo. Un posto di docente alla più prestigiosa scuola di magia del continente, dopo quelle Dei-Talant, ma quelle son tutte sull’isola dell’Alba, nell’oceano orientale sarebbe una comoda via di uscita dal peso del governo e l’inizio di una nuova e ancor più luminosa carriera. Alaq è motivatissimo nell’ottenere quella cattedra, ma non ha fatto i conti con il Decano del dipartimento di Alchimia, Charles Aznable. Tra i due si accenderà una vivace competizione.

Altro personaggio importantissimo è Bernadette Auguillon, una delle assistenti di Charles soprannominata l’œil o la vecchia strega per via della sua bruttezza. Denti storti, arti deformi, pelle raggrinzita dal collo in giù e naso adunco. Proprio il naso è stata la causa della rovina di questa altrimenti graziosa fanciulla di circa 25 anni. Un errore nell’incantesimo per trasformare il suo “nasone” in un nasino all’insù e regalarle quella bellezza che le era sempre sfuggita. Il rapporto tra lei e Char è di reciproca stima: a lui non interessa il suo aspetto fisico, ma le sue capacità che sono molto migliorate dopo l’incidente. A lei interessa essere accettata per quello che è non per quello che appare. Indossa sempre vesti ampie e veli che ne nascondono le fattezze deformi, quando non ricorre proprio a potenti incantesimi di illusione per apparire come avrebbe voluto essere. Purtroppo per lei basta un incantesimo del terzo circolo per distruggere un incantamento e gli studenti del quinto anno di formazione lo sanno preparare alla perfezione. Spera ancora di poter avere un uomo: convinta di essere brutta a causa del naso non ha mai avuto rapporti con l’altro sesso ed è convinta che il vero amore sia molto meglio di qualsiasi incantesimo. Come ognuno di noi sa per far funzionare l’amore ci vuole impegno, altrimenti è “eterno finché dura!”. Cosette deve apprendere questa lezione e parecchio altro prima della fine. La sua famiglia di origine è benestante e tronfia del fatto che ha una figlia che insegna Alchimia alla Brêndienne.

Ci sono altri personaggi in giro per questa scuola che, oltre a non aver nulla a che fare con Hogwarts, è molto più grande all’interno che all’esterno. Da fuori somiglia più ad un incubo lovecraftiano con parti prese in prestito da R’Lyeh. Dentro ci sono parchi, decine di edifici, palais Senrobon (no, non la biblioteca) e un Domodendro di oltre 2000 anni.

Etienne d’Ambèr è il preside “millenario”, nessuno in realtà ne conosce la vera età, ma lo si vede spesso in giro per l’università se non è preso da qualche impegno di governo. A vederlo non sembra poi tanto vecchio e potente, ma nessuno osa mettersi contro di lui.

Etienne è “er cavaliere nero” di questa storia. Non me ne voglia l’amico Pietro Tulipano per questa mia citazione, ma Gigi Proietti l’ha coniata prima di lui e la morale che la sua storia trasmette è antica e vera come il mondo. La morale è che “ar cavaliere nero nun je devi rompe le scatole” (proverbio romano coniato per l’occasione) e uno dei personaggi di cui sopra andrà inevitabilmente a farlo. Insomma: la “Grande Barrière” che di anno in anno si espande un pochino e che protegge tutti i maghi dei principati a cominciare da Lavill’ dove questa protezione è massima. Eppure il buon Etienne si ritrova con un morto proprio nel sancta sanctorum dove il massimo degli incidenti dovuti alla magia è un collasso mentale dovuto a qualche studente che ha… uh… ecceduto. Per giunta il morto pare il risultato di un attacco da parte di una creatura extra-dimensionale, proprio quel genere di creature che la Barrière tiene alla larga con tanta efficacia. Chi è il morto? È facile da capire leggendo queste pagine. Meno facile è capire come accidenti farà Conrad a districarsi in questo casino… ma per saperlo dovreste prima scoprire se ci sarà Conrad in questa storia. Magari l’ombra scarlatta del romanzo prima non era d’accordo.

Intanto vi lascio una bozza dell’incipit

Chi ha paura del buio? Così lo chiamano i bambini. Buio. Quattro lettere che dipingono un mondo privo di luce. Hai paura del buio? Non c’è nulla di male ad avere paura. La paura è utile: tiene lontano dai guai e al buio ci si può fare davvero male se non si sta attenti. Ci sono ostacoli che fanno inciampare, oggetti aguzzi contro cui sbattere, cose che graffiano, che artigliano, che tagliano.

Che uccidono.

Hai paura del buio? Ancora no? Forse dovresti dargli il nome che io preferisco, il nome di quelle cose che ogni membro della tua razza si porta nel cuore e che mette in mostra nelle grandi occasioni come una guerra, per esempio.

Tenebre.

Lo senti come risuona questa parola? Tienila bene a mente perché è la mia casa, il mio regno e, quando sognerai di nuovo, le tenebre che ti porti dentro mi guideranno fino a te e allora mi apparterrai.

Per sempre.

L’uomo nero ha stretto il patto,
ha gli artigli come un gatto,
la sua voce fa paura,
viene dalla notte oscura.
Resta sveglia apri gli occhi
non lasciare che ti tocchi
se non vuoi svegliarti morta
chiudi subito la porta.

images

Ecco, una scena come quella di Suspiria con gli occhi che appaiono alla finestra mentre fuori piove… o così o una più degna di Wes Craven con il mitico Freddy Kruger che gioca con le sue vittime al gatto e il topo. Insomma sto studiando come far saltare sulla sedia te che leggi. A fine libro spero mi dirai se ci sono riuscito o no.

Mi auguro di sì…

…ma se hai spaventosi suggerimenti da proporre, prego, accomodati!

Calendiér Malicièn

 

E dunque ecco il calendario malichano, anzi Le Calendier Malicièn (e cominciamo a infilarci dentro un po’ dell’arcipelago di Vasconne da cui provengono… e ovviamente della Île de Malichar che poi è il feudo di origine del buon Bertrand)
L’idea di base era quella di partire da un calendario terrestre noto, ma ormai desueto e di “sonorità” francese. Mi sono soffermato un pochino sul calendario rivoluzionario, quello coi mesi “creativi” come “Germinale” “Pratile” o “Termidoro”. In francese era già più evocativo:

vendémiaire
brumaire
frimaire

nivôse
pluviôse
ventôse

germinal
floréal
prairial

messidor
thermidor
fructidor

i nomi sono legati alle condizioni climatiche e ad alcune attività legate ai lavori agricoli. Neve pioggia e vento d’inverno, vendemmia, nebbia e freddo per l’autunno, gemme, fiori e prati per la primavera e così via con l’estate che ha il suffisso -d’or  per indicare che è la stagione migliore.
Il calendario rivoluzionario fu deciso arbitrariamente dopo settimane di discussione, qui invece ho una civiltà millenaria controllata da un dio che ha a cuore lo studio e la conoscenza, prima di tutto, ma pure il benessere e la felicità di buona parte dei suoi fedeli. Prima che vi domandiate perché allora esistono divinità “malvage” vi ricordo che si tratta di concetti relativi: cos’è la felicità per un essere umano? E per un Elfo? E per un orco? E se l’adoratore medio di un dio è masochista piuttosto che vegano o pratica la chirurgia come arte voluttuaria? È difficile essere un dio. In un luogo poi dove la magia esiste e le idee possono condensare in divinità (se ci credono abbastanza persone) le cose si complicano ulteriormente.

Malichar esiste da circa 2600 anni, direi che un calendario ce l’ha e pure parecchio strutturato. E preciso: il 10% della popolazione pratica la magia (contro lo 0,5-0,8% delle altre nazioni). Un calendario preciso è indispensabile per garantirne la sopravvivenza, oltre alla “mitica” barriera.
Dal punto di vista geografico è un sistema di strette valli glaciali caratterizzate da boschi di conifere, fiumi a carattere torrentizio e ghiacciai in fase di arretramento. La popolazione vive concentrata nella parte più bassa delle valli, là dove l’insolazione è maggiore (e non ci sono più beholder e altre bestiacce). Il cielo è visibile, ma solo “in alto” dato che l’orizzonte è coperto da montagne che sfiorano i 4000 metri di media, ma le cime più a nord sfiorano i 6000. Uso i metri anziché i piedi kireziani perché mi tornano comodi per fare i conti.
Il giorno è suddiviso in cinque periodi di lunghezza differente. L’alba che va da quando sorge il sole a quando supera le montagne, il mattino che termina quando il sole è allo zenith, il pomeriggio che termina quando il sole sparisce dietro le montagne, il tramonto che colora di rosso il cielo, la sera che termina quando anche il crepuscolo è conclusosolare e poi la notte che ha termine con l’alba. Il “tramonto” in senso proprio (la scomparsa del sole oltre la curvatura del pianeta) è un fenomeno noto solo ai malichani che viaggiano.

Dal calendario rivoluzionario ho mutuato soprattutto le idee che esso veicolava, ma ho aggiunto parecchio di mio.

Primavera
safraneux – Safran è il nome del “Crocus Sativus” uno dei tanti bucaneve (i crochi) che fioriscono al disgelo. Da questi fiori si ricava lo zafferano, condimento molto popolare e spezia che viene esportata a carissimo prezzo. In questo periodo termina anche la stagionatura degli insaccati e lo sbottamento delle birre. Costellazione “Le safrain”, il bucaneve.
treflieux – Le Trefle è tanto il trifoglio, che abbonda nei prati. Dunque è tanto il mese del ritorno dei prati. Costellazione: “La petite Vailèt” (la vitella Minore… il nome è provvisorio come la prossima costellazione).

pelousien – il mese dei prati. Le mandrie salgono negli alpeggi e ci resteranno fino a fine estate. La grande Vailèt (Vitella Maggiore) è la costellazione che è allo zenith (a mezzanotte) in questo periodo.

Estate
Arréchaût – Mese del caldo. Il nome originario era “Rechauffageur”, ma la “R” iniziale è caduta sostituita da “arr” e a fine parola è rimasta la “û” al posto di “uffageu” mentre la r finale s’è incollata al palato diventando una t. Il solstizio cade in questo mese e poi le giornate inizierano ad accorciarsi. Le pecore vengono tosate adesso, così che al ritorno del freddo possano avere abbastanza vello da riscaldarsi di nuovo. Costellazione “les tisòires” ovvero le forbici. È anche il mese della maggior produzione di formaggi. Vacche, pecore e capre producono latte tutto l’anno.

Arrecolt – Mese della raccolta: ha inizio adesso la raccolta delle messi dai campi e andrà avanti fino a tutto vendan. Costellazione “la Cueilleuse” (raccoglitrice di frutti). Stesso discorso per l’etimo: era Recolteur, la r iniziale è diventata Arr e poi il resto è caduto, ma trattandosi di finale di parola non è rimasta neanche una vocale circonflessa.
Nota: la “Arr” davanti deriva dalla pronuncia della R iniziale di quasi tutte le parole Maliciane… il risultato che di parole che iniziano per “r” praticamente non ce ne sono.

La Mesadoire
Anticamente (e in Lleendir è ancora così) era Meissonadoir, poi divenuto Mêsadoir e infine La Mêsadoire, ovvero la mietitrice.
La e circonflessa indica dove c’era “isson” chè è si è contratto in “ê” diventando com’è oggi e declinato al femminile. Le Meissonadoir era il modo in cui veniva citato spesso tanto l’uomo che falcia il grando, quanto un’altra figura comune a moltissime culture e che separa i vivi dai defunti: La Morte. Merat-Asua, una delle divinità più potenti da queste parti, ha di fatto infiltrato senza colpo ferire anche la rigida teocrazia maliciana. Pochi culti non ne sono permeati, quello di Einungis nei reami del nord dove ogni aspetto della vita dei fedeli è regolato dal “dio unico” (ein = uno) con metodi ancora più spietati (l’eresia è punita con la morte per crocifissione ad un albero, tradizionalmente un frassino, ma all’occorrenza va bene qualsiasi cosa: anche un muro con un albero disegnato). D’altro canto è questo mese in cui gli animali da macellare vengono uccisi, da qui il collegamento con la morte. Sempre In questo periodo si tengono le aste per le pietre-matrice migliori. Vengono avviate le produzioni di insaccati e derivati della carne che resteranno a stagionare per tutto l’inverno e parte della primavera. Quella delle pietre-matrice è una delle “industrie” più floride dei principati. Costellazione = La fille avec l’orcin d’obsidienne, la ragazza con l’orecchino di ossidiana. (piccola citazione di un certo quadro di Veermer, che adoro).

Autunno
vendan – mese della vendemmia e della preparazione del vino. Termina la raccolta di quasi ogni altro frutto. Rimangono solo alcuni frutti di bosco alle quote più basse come le more. Costellazione “l’Autinier” il vignaiolo. Ai suoi piedi c’è la costellazione della Bosarde, la Volpe. Volpi e uva hanno una lunga storia anche in Malichar. Giusto per ricordare: in francese volpe è “renard”, nei dialetti aostani/savoiardi è Bosaron. Metti insieme il prefisso Bos e il suffisso ard e una e finale per il femminile e ottieni “la bosarde” (e muta e d appena accennata) giusto per ricordare che onomaturgia, worldbuilding e “filologia” vanno di pari passo.

undès – undicesimo in antico Lleenico. Malichar ebbe origine 2600 anni fa da una diaspora guidata da Bertrand de Malichar, dall’isola di Wascòn nel sub-continente di Lleendir a sud-est di Adra. Nel corso dei secoli numerosi principi tentarono di dare un nome “mitico” a questo mese e al successivo, ma con la loro morte gli altri principi hanno sempre ripristinato il calendario tradizionale. Costellazione: “la barriere”. Tutti i cittadini pagano i tributi per mantenere e far crescere la barriera. La spiegazione ufficiale è che è la grande scuola di magia, la Brêndienne e i suoi maghi a mantenerla e farla prosperare. La spiegazione è un pelino più complicata, ma è indubbio che senza le sovvenzioni statali l’università pur con le rette elevatissime, non riuscirebbe a prosperare… il problema è costituito dalle sovvenzioni, ma siccome questo è oggetto di uno dei romanzi in costruzione non posso rivelarlo qui.

dodès – come sopra, dodicesimo e ultimo mese del calendario Lleenico che è legato agli eventi astronomici e col 30° giorno del dodicesimo mese aveva termine il calendario. Dodès è l’unico mese che può avere 31 giorni, quando capita il bisestile. Giusto per fare il pignolino: alla pubblicazione del Torto a Lavill si festeggiava il 2602° anno dalla fondazione. Costellazione: “l’Oeil”, il beholder. Durante i mesi più freddi accadeva in passato che queste creature scendessero a valle per procurarsi cibo. I malichani si son messi il promemoria in cielo.
Nota: la transizione da inverno a primavera segna l’inizio del nuovo anno in moltissime culture. Traccia di questo evento è presente anche nel nostro calendario. Dicembre è l’ultimo mese attuale, ma solo il decimo nel calendario giuliano che terminava a Febbraio. In questo caso invece si festeggia al solstizio d’inverno, quando le giornate tornano ad allungarsi. Del resto l’aumento della luce disponibile è quel che scandisce la vita in molte culture.

Inverno
Betânier – Unico mese con la maiuscola, nel 500 alf (alf è la sigla che indica la fondazione (a la fondatiòn) della prima città: Lavill’ )  il consiglio dei principi decise che il mese di Glassié (il ghiacciato: in occitano la radice glass- è legata alla parola ghiaccio) sarebbe cambiato in Bertrandier in onore del fondatore dei principati. Col tempo la r e la d sono state elise e fu segnata la a come circonflessa per ricordare che anche lì son cadute un po’ di consonanti. Tutte le feste sono concentrate in questo periodo, alla fine dell’anno solare. Del resto è il periodo con meno luce a disposizione e non è che si possa fare molto altro che starsene in casa al calduccio. L’anno inizia il primo giorno di questo mese. Eventuali aggiustamenti vengono inseriti prima del primo giorno dell’anno. Costellazione “Bertrand” c’era da chiederlo? Bertrand sorge e scaccia l’Oeil, e così inizia il nuovo anno.

neigeux – nevicoso o nevile, fate vobis. È il mese con le nevicate più abbondanti. Costellazione “les outiles” gli strumenti musicali. Bertrand ha vinto, si fa festa. Fuori di casa la neve ha bloccato tutto e l’unica cosa da fare è ballare. Ci si scalda meglio, si consuma meno combustibile e si sta allegri.
glacieux – piccolo gioco di parole, non si tratta del mese più freddo in assoluto, corrisponde infatti al periodo che sulla Terra va da fine febbraio a fine marzo. I ghiacci si staccano e scivolano a valle, a volte causando seri danni. Inoltre è la stagione in cui dalle montagne soffiano i venti più gelidi provocati proprio dalla fusione del ghiaccio. Costellazione:  la bërsache, lo zaino. La brutta stagione è al termine, il lavoro riprende e i pastori si recano a controllare, zaino in spalla, che i rifugi e i ricoveri per il bestiame siano in ordine. 

E via, si ricomincia.

Lo studio del Guascone (langued’Oc occidentale), dei dialetti Savoiardi (piemontese e valdostano), del Francese e una spolverata di Italiano sta dando vita al Malichano. Il guascone, occitano occidentale, è il medesimo strato che ha dato origine ai nomi llenici, quelli con la y tra un cognome e l’altro. Il sub-strato occitano e una spruzzatina di cataro ne influenza pronuncia e base del dizionario, il francese per quanto riguarda la pronuncia moderna e la deriva linguistica (da Meissonadoir a La Mêdoire), l’alta savoia perché comunque ci deve essere un dialetto alpino nel mio modo di vedere le cose e l’italiano. Quest’ultimo è fondamentale dato che 1) è la lingua del lettore 2) Il paese con cui Malichar ha maggior scambi in termini economici è Kirezia dove si parla italiano-veneto e che a sua volta deriva dal Maorni che invece è una forma imbastardita di Latino.
Sta diventando una cosa parecchio interessante.