#Memories

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Questa pagina è dedicata a Jordan River, amico, scrittore e capitano come ne ho conosciuti pochi.
L’equipaggio ti manda i suoi saluti, tra una bottiglia di rhum e l’altra. Sappi che questa è la cosa più vicina a un messaggio in bottiglia che siamo riusciti a trovare. Dovunque tu sia e qualunque cosa tu stia facendo: so che ogni tanto apri il mio sito e, be’, spero ti farà piacere trovarci un po’ di pensieri e parole con cui la ciurma ha imbrattat ha abbellito la nave.
E se dovessi riaprire l’account facebook sappi che questo è solo l’antipasto.
Io ti ricorderò sempre con quella bella immagine che poi è finita sulla tua carta:

Jordan River

#memories a me piace imbrattare carta… Soprattutto per i miei bambini che ancora non sanno leggere.
Siccome il postino di questa storia porta il nome dello zio … Non sarà che è andato su quella barchina sgangherata a fare una consegna importante?
No, chiedo eh!
A parte gli scherzi, posto questo solo perché lo Zio per me è una figura importante. Sa incoraggiarmi anche quando io sono lì che annego nel caos con la mia ciambella mezza sgonfia. È una di quelle persone che nonostante abbia conosciuto giocando, molti anni fa.. quando ancora non si fidava dei social, rimane a tutti gli effetti una persona importante. Sono davvero felice che il gruppo sia rimasto attivo, grazie all’iniziativa di Marco e Andrea, perché forse non si è reso conto di aver messo su una stramba ciurma e che non avrebbe potuto smontarla così come l’aveva messa su.
Anche se io qui dentro sono più un’esperta in caccole e menzogne da pasti di pongo immangiabili, mi piace stare qui e rimango sempre meravigliata dai vostri lavori.
Buona giornata, ciurma!
Sara Ciuchi
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#memories

Sono andato per curiosità a vedere quale fosse il primo messaggio mandatomi dal capitano. Ci conoscevamo virtualmente e solo da poco.

Eppure eccolo qui. 02 giugno, il giorno dopo il mio matrimonio con Alice.

Una benedizione.

Perché il Capitano Jordan è questo, un uomo buono e attento. Un tesoro.

Aspetto il suo ritorno.

Corrado Sambe Tregambe

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#memories
In questi anni da scrittore ho sempre sperato, in cuor mio, di poter incontrare il capitano di persona. Inutile dire, da questa premessa, che non vi è stata l’occasione.
Ricordo però bene, impressa in quelle sfere delle memorie importanti (un po’ come accadeva in inside out) la prima volta in cui vidi il profilo autore di Jordan.
“Chi ca**o è? Adam Kadmon?” pensai tra me e me. Un profilo misterioso per il quale però , tra quelle particelle d’inchiostro, scattò subito una scintilla. Una scintilla che, da parte di entrambi, si è subito trasformata in un’amicizia. Com’è possibile, chiederete voi? Ebbene, ciurma, non lo so. Penso che, però, Jordan fosse una di quelle persone speciali, un magnete che attrae noi menti artistiche…rinomate per esser colme di limatura di ferro!!
Insomma, non starò a farla troppo lunga. Con il capitano mi sono sempre trovato. Ho imparato ad udirne la voce e rispettare i silenzi. Abbiamo convissuto un periodo della nostra vita estremamente simile ed estremamente duro. Ci siamo confrontati e supportati.
Quindi, questo è ciò che mi ha spinto a prendere il timone… Non per sostituirlo, ma per onorarlo. So che per Andrea è lo stesso, e tutti voi, con la vostra presenza, testimoniate la stessa cosa 🙂
Grazie ciurma, grazie a ognuno di voi. E grazie a te, Jordan: cercheremo di essere all’altezza.
Marco Volpe

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#memories

Non avevo capito fino a oggi che il mio adorato clone lasciasse la ciurma e l’oceano intero. Di ricordi con lui ne ho diversi e sono certo che in futuro ne avrò altri, facenti parti della medesima scuderia. Eppure ognuno e speciale, allora ne condivido alcuni qui con voi…

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#memories

È il momento di svelare questa cosa…
Vincenzo Romano

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#memories

Ho incontrato il capitano per la prima volta lo scorso maggio al Salone del libro. Mi ha abbracciata, come se ci conoscessimo da sempre. Chi mi conosce almeno un po’sa che importanza io attribuisca agli abbracci. Sono un essere inutilmente espansivo.

Mi sono trovata imbarcata senza rendermene conto, e in questi pochi mesi mi sono sentita a casa, su questa nave. Qualche sia il motivo che ha portato il Capitano lontano da noi, spero che il mare gli sia propizio.
Federica Soprani

#memories
Il capitano, lo zio, il fratellone….
Lui mi ha guardata dritta negli occhi in una sera di febbraio di due anni fa e ha visto cose che io, non sapevo di me stessa!

Daje tutta capitano! Qui ti si aspetta con un boccale di birra in mano
Elena Galati Giordano

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L'immagine può contenere: 4 persone, tra cui Elena Galati Giordano e Alessia Cerbara, persone che sorridonoL'immagine può contenere: 3 persone, tra cui Elena Galati Giordano, persone che sorridono, persone in piedi

#memories A differenza di molti di voi, non ho la fortuna di poter esibire fotografie in compagnia del nostro amato capitano. Non l’ho mai incontrato di persona né conosco il suo vero nome. Ma la vita mi ha insegnato che spesso una stretta di mano non rende più tangibile un’amicizia, e i nomi – che siano quelli all’anagrafe, i nickname, oppure quelli affettuosi tributati alle persone con cui abbiamo maggior confidenza – non sono molto più che indumenti indossati per qualche tempo.
Difatti, al di là di barriere che non ho mai considerato tali, ho trovato nello “Zio” Jordan una persona più vera è tangibile di molti di coloro che potrei incrociare per strada ogni giorno, ma soprattutto un amico caro e sincero come lui mi ha sempre definito a sua volta, senza perdere occasione per dimostrarmi la sua stima e il suo affetto.
Capitano, ti aspetto. Insieme alla tua ciurma.

Sebastiano B. Brocchi
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#memories
«Ci sono immagini che valgono più di mille parole. E la consapevolezza che c’è chi conosce il concetto di “ciurma” e “fratellanza”. Grazie, per oggi. Per ieri. E per ciò che verrà.»
28-11-2017

Grazie a te, Jo.
Come te, lascio che a parlare sia questa immagine. Tu capiresti. E tanto basta.

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Andrea Piera Laguzzi

#memories Salone del Libro di Torino 2018, il nostro primo incontro dal vivo. Il povero Jordan era ancora ignaro del mio talento nel fare foto di nascosto cogliendo tutte le espressioni più buffe 😂

Paolo Fumagalli

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#memories Con Jordan avevo interagito parecchio su Fb ed ero rimasta colpita dalla sua gentilezza d’altri tempi e dalla sua signorilità. Poi, mi pare al Salone del libro di due anni fa, allo stand Dark Zone, mi dissero “quello è Jordan.” E niente, mi sono fiondata ad abbracciarlo ed è stato come rivedere un vecchio amico. Era speciale come mi era apparso sui social. Ci siamo rivisti anche quest’anno al Salone e ho provato la stessa sensazione di comunanza. Lo stesso affetto. Non uso questa parola a caso. Raramente mi sono tanto affezionata a qualcuno con cui ho contatti così sporadici, eppure con lui è successo. Ne percepisco la bontà e la profonda lealtà. Per questo da ieri sono molto triste, ma spero che, leggendo tutte queste esternazioni di stima, simpatia e vicinanza, cambi idea e riesca a trovare il tempo per un saluto ogni tanto. E spero che le cose per lui vadano per il meglio, perché è una persona che lo merita fuori da ogni dubbio. Per quel che vale, ti voglio bene, Jordie. Ti aspetto.
Lucia Guglielminetti

#memories
#daanan
Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro…
Eireann Leah Reid

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#memories

Io quando consco qualcuno, sia sui social che nella vita reale, ci vado con le pinze. Niente di personale, è il mio carattere! Ho conosciuto il Capitano per caso, come co-amministratore di un altro gruppo. Lo rispettavo solo per questo… cioè, ad amministrare un gruppo ci vuole un minimo di passione e organizzazione!… e, poco alla volta, l’ho conosciuto meglio.

Andavamo sempre d’accordo o avevamo lo stesso punto di vista? No. Tuttavia, c’era estrema educazione e rispetto, in ogni caso. Prima su quel famigerato gruppo, poi su un altro da lui gestito personalmente, ho iniziato a pubblicare alcuni estratti della mia attuale creaturina…

Be’,,, se non ci fosse stato lui, non avrei MAI pensato che valesse qualcosa! Col suo modo di fare, gentile e discreto, ho ripreso a valutare nuove CE dopo molti mesi che avevo accantonato l’idea. Scrivere per sè stessi è romantico, ma non fa per me… sì, mi piace oltremodo l’idea di avere un pubblico!

Spero possa esserci quando pubblicherò. Vorrei farglielo sapere, dato che una volta gli proposi di essere il mio beta-ridere (cosa che rifiutò solo perchè avrebbe voluto godersi il mio libro, tutto qui…) e VOGLIO che legga quanto mi ha stimolato a scrivere. C’è un personaggio in particolare a cui si è affezionato e spero conosca presto di persona…

Capitano… a presto!

Giulia Pozzobon

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Teresa Spes Bonaccorsi

#memories

Una persona capace di fare gruppo, unire, catalizzare le energie.

Mi ha incuriosito il suo approccio proiettato verso gli altri, mentre molti si rinchiudono nel proprio ego, poi mi sono affezionato, anche se de visu ci siam incontrati una volta sola.

Alla vostra e alla Sua

Lorenzo Basilico

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“Dalla spalla al ginocchio”. 😉
Tania Dejoannon

L'immagine può contenere: 3 persone, tra cui Rob Himmel e Tania Dejoannon, persone in piedi, scarpe e spazio al chiuso

#memories.

È già sabato?
Sono sbarcati tutti e tanto per cambiare solo l’Ultimo?
E tutte ste foto? È morto?
“Era un caro ragazzone” ah, abbiamo solo cambiato capitano in attesa del suo ritorno?
Aaaaaah, ecco.

A questo Salone del libro, mi viene incontro.
“Ciao Capitano!”
“Tu sei Ultimo!”
È stato un bel SalTo.
Ultimo, il casinis ehm carpentiere

Ps nella foto in mezzo è per mostrare quanto sia testa di… È sabato, meglio sbarcare!

Francesco Forestiere

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L'immagine può contenere: 3 persone, tra cui Rob Himmel, persone che sorridono, persone in piedi e barba

#memories
Dio ha creato la birra per non fare conquistare il mondo ai Veronesi… 🤣😂

Omar Saggiorato

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#memories Jordan River restaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!
(L’altra dove siamo solo io e te non la metto, perché sono uscita male…)

Linda Talato

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#Memories
Venditti Antonello
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…e questo per ora è tutto, ma prima o poi ci saranno altri post #messageInAbottle che mi preoccuperò di pubblicare su queste pagine, sappilo.
Manchi un po’ a tutti.

Grazie per i tuoi sorrisi, gli abbracci, le parole con cui hai saputo sostenere, incoraggiare, tenere alto il morale di ognuno di noi. Sei una persona speciale.

Andrea Venturo

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Restyling

Il Torto cambia faccia, ma non il sugo. Lo so che parlare di “sugo” in una storia ispira sensazioni manzoniane, ma pur con tutto l’odio che certi studenti hanno riversato contro il povero professor Manzoni, il “sugo della storia” è uno dei capitoli che preferisco, a cominciare dal titolo.
Così ecco una bozza della nuova cover, stavolta con un font (spero) meno sputtanato dell’Harrington. Non che andasse male eh? Ma quando ho scoperto che era il font più usato per tutto ciò che ha ispirazione fantasy ho provato a metterne un’altro, sempre in tema e meno diffuso. E sempre a proposito di citazioni: quello che cola dalla M non è sugo di fagioli.

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Nadear the White: four rings of houses in mortar and dry stone, roofed with red-tiles that are reflected in the great lake Levot, blue as the sky on a beautiful summer day.

Nadear the White: a handful of narrow streets paved with basalt quarried from the shores of the lake on which it is reflected. The blue of the water become red during the Battle of Levot, when Uruk the Might and his four thousand orcs warriors besieged the city.

Nadear the White: a circle of strong white walls, protected by thick juniper bushes and brambles. Brambles artfully arranged to convey besieging troops in the most congenial points to defenders in order to hit them whit arrows and crossbow bolts, charges of grapeshot and hot oil and, finally, let the deadly colonies of roses-vampire, shrubs-archer and tendril-strangler hidden inside complete the work.

Can this all seem dangerous? Indeed it is! Did I say that Nadear rise in a peaceful place?

Ora l’incipit appare così, non suona malaccio.  Mi sto dando da fare per tradurre il racconto lungo\romanzo breve in inglese. È difficile, ma mi costa meno ingaggiare un correttore di bozze di un traduttore. E poi, avendo scelto la narrazione al presente, ho meno problemi coi verbi. Più o meno. Vediamo come andrà…

Chi Sbaglia Paga

Questo breve racconto è una fan-fiction ispirata al romanzo “Zanne – L’eredità del cane” di Piero de Fazio. Raccomando il romanzo senza pregiudiziali: è scritto molto bene. Chi ama il thriller con un po’ di paranormale in mezzo non può assolutamente perderlo.
Nella mia modesta fiction ho infilato il personaggio di un altro amico: Eritreo Cazzulati, il tenero vecchietto creato da Enzo Lunari protagonista di meravigliose strisce sulla defunta “Cuore”. Ancora una volta: basta cercare con google per ritrovarsi innumerevoli vignette esilaranti e dall’umorismo tenero e allo stesso tempo feroce.
Bando alle ciance ecco il “corto”

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Il parco Sempione era popolato da personaggi di tutti i generi, come Eritreo Cazzulati, pensionato. Puntuale come un orologio svizzero, l’anziano signore avanzava pacifico tra i fiori e gli alberi profumati di quella calda primavera meneghina.
A guardarlo somigliava ad un riuscito incrocio tra una tartaruga, il volto segnato dal tempo e la schiena ricurva, e un monaco buddista con l’abito che gli ricadeva addosso, come una manica a vento in un giorno di bonaccia. Di lui ci si poteva scordare tutto: età, rughe, sguardo, ogni cosa tranne il sorriso: era il caldo, allegro e autentico sorriso di una persona felice.
«Scusi signore, ho dimenticato il cellulare a casa, potrebbe prestarmi il suo? Devo chiamare mia madre: se non mi sente entro dieci minuti… sa come sono le madri no?»
Eritreo ruotò lentamente il capo, scrutando il proprietario della voce attraverso lenti spesse un dito incastonate in una montatura dorata. Giovane, più di vent’anni e di sicuro non ancora arrivato a trenta, biondo, gran sorriso e barba sfatta. Lieve puzza d’alcool, ma Eritreo non ci badò più di tanto: probabilmente aveva fatto bisboccia, non era rientrato in casa la notte e adesso aveva bisogno di tranquillizzare i suoi. Senza pensarci tirò fuori lo smartphone che gli aveva regalato suo nipote proprio qualche giorno prima e, dopo averlo sbloccato, lo passò al giovanotto cui provò a dire: «Basta che…»

Il ragazzo gli strappò il telefonino dalla mano, resa quasi diafana dall’età, e corse via sghignazzando «ma che coglione!»

Eritreo continuò asorridere ma, mentre tirava fuori il vecchio cellulare, quello che sichiudeva a conchiglia e aveva i tasti grandi che poteva premere facilmente, il suo sorriso cambiò in qualcosa di affatto rassicurante. Cercò col tatto il tasto cinque e lo schiacciò a fondo e a lungo, avviando la chiamata automatica a tutti i numeri della sua rete di soccorso.

Il ragazzo dopo una breve corsa si ritrovò fuori dal parco, nel bel mezzo del caos di largo Cairoli. Il vecchio non aveva nemmeno tentato di inseguirlo, era rimasto là a gesticolare, ma doveva essere rimasto senza parole per la sorpresa. Ormai era fatta: un altro telefonino aveva definitivamente cambiato proprietario.
Ripeté il gesto che aveva visto fare al vecchio per sbloccare l’apparecchio e si ritrovò a contemplare la ricca dotazione di quel Samsung S8 950G con 64Gb: nuovo costava intorno ai 600 euro, ne sarebbe uscito fuori un bel gruzzolo. In quel momento squillò il telefono: «Pietro (nipote)» lesse sul display. Stava per riattaccare quando gli venne l’idea: gli pareva troppo divertente e rispose. «Risponde la segreteria telefonica del vecchio rimbambito: potete lasciare un messaggio dopo il segnale acustico. PRRRRRRRRR» concluse e riattaccò per poi lasciarsi andare ad una risata sguaiata e appagante.
«Ecco il messaggio: chi sbaglia paga e io mi assicuro che sia così» disse la voce, a ricevitore spento, dietro di lui.
Si girò di scatto, giusto in tempo per vedere una mazza da baseball avvolta nel filo spinato venire in contro alla sua faccia a tutta velocità.

Quando riprese i sensi era stato appena immobilizzato su una barella dai sanitari del118,  sangue rappreso gli imbrattava su tutta la faccia, parte del collo e la camicia. Nel capannello di persone che si era formato attorno a lui non riconobbe nessuno, tranne il vecchietto che aveva derubato. Accanto stava in piedi uno sbirro, un tipo alto un paio di metri, con la stazza di un giocatore di rugby e il sorriso di un pitt-bull. I due si avvicinarono alla barella.

«Un momento» disse il poliziotto ai barellieri che si allontanarono prima di caricare la lettiga sull’ambulanza.
«È proprio lui, Pietro» indicò il vecchietto, la voce tremula.

Lo sbirro non disse nulla, ma estratto il proprio smartphone da una tasca della divisa ci armeggiò sopra per qualche istante.

«Google mi dice che lo smartphone di mio nonno è qui, nel raggio di un metro… ci siamo io, te, mio nonno e l’ambulanza. Le possibilità rimaste sono pochine e tutte a tuo sfavore».
«Non può parlare: ha la mascella frantumata» intervenne il medico da dentro l’ambulanza.
Il giovane, con un piccolo sforzo, riuscì ad allungare una mano fino alla tasca della giacca dove sentiva la presenza dello smartphone e lo consegnò con un sospiro al poliziotto che rispose:
«Probabilmente il ladro lo ha lasciato cadere, lo hai raccolto e, chissà come, sei andato a sbattere perdendo i sensi… è andata così?» sorrise, ma i denti di quell’uomo sarebbero tornati a tormentarlo a lungo nei suoi peggiori incubi.

Economia del Dungeon

Ovvero come passare da tunnel pieni di mostri alle scollature delle signore e fare pure la figura del saggio.

Chiunque abbia giocato di ruolo conosce la parola “Dungeon” e l’ha da sempre associata ad avventure del tipo EUMATS. Cioè avventure dal seguente plot:

Entra
Uccidi
Mostro
Arraffa
Tesoro
Scappa

Però se domandi al Master (la maiuscola è sempre d’obbligo) come mai quel dungeon si trova là, perché c’è una stanza proprio nove metri dopo l’ingresso a destra?
E la trappola a caduta che occupa tutto il corridoio? Perché sta là?
La risposta è desolante: 9 metri per non far vedere agli avventurieri che c’è una porta, ma solo un bivio e la trappola è piazzata proprio davanti la porta perché così loro, distratti dalla situazione, ci cadranno dentro.

Cari figlioli. Fino all’invenzione della polvere da sparo scavare gallerie era un’operazione lunga e, soprattutto, costosa.
In un altro articolo ho spiegato bene i costi della magia e anche l’incantesimo “tramuta roccia in fango” non è un incantesimo semplice. Un mago può convertire un certo volume di roccia in morbido fango e poi farlo rimuovere facilmente dai suoi schiavi o con un’altra magia, ma: gli schiavi mangiano (o muoiono) e creare orde di scheletri servitori, oltre a svuotare i cimiteri della zona in modo sospetto, attrae orde di paladini e altri difensori del (pfui) bene (bene per chi?) desiderosi di massacrare ed eradicare la minaccia rappresentata dall’innocuo maghetto che voleva solo risparmiare sui costi di costruzione della taverna.

Anche dopo che gli esplosivi hanno ridotto i costi di estrazione dei minerali e di scavo dei tunnel, comunque non si scava senza una ragione. Costa più che costruire una casa, dove comunque non ci sono elementi extra e ogni mattone ha la sua ragione d’essere (o la casa crolla).
E allora tornando alla trappola piazzata all’ingresso per farci cadere il party, magari, ci sarà stato anche un meccanismo nascosto che permetteva di disattivarla. Magari qualcuno avrà scritto qualcosa per spiegare agli operai come doveva essere costruita la trappola, quella e le altre disseminate per il sotterraneo. Magari invece di piazzare stanze a caso il sotterraneo ha una storia precisa e una sua precisa ragione d’essere.

Nei miei romanzi Conrad si ritroverà a più volte sottoterra. Ogni centimetro di quei tunnel ha una storia e un motivo preciso. La casa di un Nano, strutture militari dismesse, una cittadella orchesca e qualche altro eccetera. Non si tratta di strutture buttate là solo perché “fa figo” e poi “tanto è fantasy”. Mi è ben chiaro che qualcuno ha scavato quei tunnel e ha speso tempo, denaro e risorse per costruirli. Così come mi è ben chiara la loro funzione e cosa vi accade dentro.
Non lascio nulla al caso: il caso è la firma che lascia il Padreterno quando vuol restare anonimo. Beh, lasciatemelo dire: in questo universo il Demiurgo sono io e non voglio concorrenti tra i piedi.
Ok, basta autocelebrarmi, ma il concetto alla base dell’economia dei dungeon si può estendere a qualsiasi altro ambiente. Per esempio: quante volte avete visto in TV o al cinema una principessa con l’abito allacciato sul davanti e una vistosa scollatura tra i lacci medesimi che sembra messa là per necessità “narrativa” e invece è solo un bieco espediente per tenere incollato allo schermo lo sguardo degli… uh… appassionati?

Ma secondo voi quanto è semplice allacciarsi la veste, con lo stesso tipo di legatura, sulla schiena?
Ecco. Ho ancora gli incubi di quando dovevo allacciarmi e slacciarmi il grembiule di scuola da solo. E secondo voi una nobile principessa deve vestirsi da sola, allacciandosi il vestito sul petto, o ha una o più serve che provvedono alla sua vestizione?
Senza contare che, se l’ambientazione è medioevale, non era il seno la parte più  interessante, ma l’addome.
Quindi: se il film/il telefilm/il libro è fatto bene la principessa avrà un abito più o meno accollato (non dimentichiamoci gli “appassionati”), ma con l’allacciatura sulla schiena, se visibile.
La locandiera, la lavandaia e altre donne di più umili origini lo avranno allacciato sul davanti dato che ben difficilmente qualcun altro le aiuterà la mattina a vestirsi.
Lo stesso discorso vale per gli elementi che rendono caratteristici alcuni personaggi come l’enorme potere che ha Luke Skywalker, o il caratteraccio di Nero Wolfe: i rispettivi autori hanno costruito il background dei loro personaggi lavorando di cesello e i risultati si vedono.
Con il dungeon è facile: disponi gli elementi, ti poni le domande ed eventualmente sposti qualcosa servendoti di gomma e matita, o un cad di qualche tipo (io uso open office draw), è una palestra molto semplice da usare e la gavetta passa che è un piacere.

Esempi di Dungeon da studiare… me ne viene in mente uno: il “Dungeon della Morte” di Riccardo Crosa, ed: Stratelibri. Si trovano ancora delle copie in giro e sicuramente un PDF da qualche parte. Ci sono una 40ina di stanze, trappole mortali con elementi spiegati nei minimi dettagli, ci sono indicazioni sul valore degli oggetti… per dire, una trappola consta di molle d’acciaio che fanno scattare altrettanti spunzoni. È riportato il valore delle molle. In un’altra del bronzo fuso investe i malcapitati. È spiegato tanto come fa il bronzo a rimanere fuso che il suo valore una volta raffreddato. C’è un lago sotterraneo e un intero ecosistema da scoprire, dal plancton assassino fino a terribili squali ciechi. La mia preferita rimane la trappola a farina (provate a entrare in una stanza chiusa, piena di farina, con una torcia accesa… no scherzo: NON FATELO!).

Il tutto tra gag e vignette esilaranti, mentre gli avventurieri muoiono come le mosche.
Se vi capita: vale la pena leggerlo. È istruttivo, oltre che spassoso.

rigorDungeonMorte

Buona scrittura a tutti

Temible!

«Perché sei qui?» domandò l’uomo, il viso nascosto dalla maschera da scherma.

«Vi ho cercato a lungo, signore e…» rispose il ragazzo appena entrato in una sala illuminata da ampie finestre.

«…era tanto difficile leggere l’insegna?»

«Non pensavo che il più grande spadaccino dei Caraibi…»

«…pensare? Hai girato attorno alla mia bottega tutto ieri perché hai pensato?»

Il ragazzo abbassò lo sguardo dagli occhi azzurri.

«Voglio essere vostro allievo» dichiarò.

«Voglio mille pezzi da otto» replicò il maestro.

Il ragazzo estrasse dalla scamiciata un sacco traboccante di monete.

«Molto meglio» commentò l’uomo dopo aver contato il denaro »mostrami cosa sai fare!» concluse estraendo la sciabola.

Senza esitare il ragazzo incrociò la propria lama con la figura mascherata. I due presero a scambiarsi stoccate e rovesci senza risparmio di energie.

«Basta così» disse il maestro dopo un buon quarto d’ora »la tecnica la conosci molto bene: pochi pirati da queste parti sono al tuo livello. Riprendi i tuoi soldi e sparisci»

Il ragazzo non si mosse e rispose:

«Io voglio…»

«So cosa volete tutti, ma adesso rispondi alla domanda: perché sei qui?»

«…essere il pirata più TEMIBILE di tutti i Caraibi!»

Il maestro rise di gusto.

«Vuoi vincere ai duelli eh? Non ci sei proprio: sai qual è l’arma che ti occorre?»

«La sciabola!» rispose sicuro l’altro.

«La lingua» replicò il maestro che si lanciò all’attacco »En Garde!»

I due ripresero a duellare; tra una stoccata e l’altra il maestro disse:

«Usi quella sciabola come una zappa, sembri un contadino!»

Il ragazzo serrò i denti e attaccò con maggior foga, ma si espose e rimediò una piattonata sulle costole lo costrinse a piegarsi in due dal dolore.

«Fa male, vero?» lo schernì il maestro da dietro la maschera »come ti sei sentito?»

«Sono un pirata, non uno zappaterra!» rispose, la voce carica di rabbia.

«E allora tira fuori il fiato e dillo! Il tuo avversario ha spostato la concentrazione sulla voce e l’ha usata per colpire il tuo spirito. Se replichi in modo efficace sarà lui a perdere le staffe e a reagire come hai reagito tu… lo avrai in pugno!» spiegò il l’uomo. »Ora riproviamo, ragazzo, en garde!»

Il maestro deviò l’affondo di apertura dell’allievo e sciabolò di roverso:

«La mia lama è conosciuta e temuta ovunque!»

Il ragazzo inarcò un sopracciglio, deviò il colpo con difficoltà e replicò:

«Peccato che nessuno abbia sentito parlare di TE»

«Ho conosciuto vermi ben più temibili» ribatté il maestro con un montante fulmineo.

«Ti avranno insegnato tutto quello che sai» rispose l’altro, il clangore della parata fu secondo solo alla forza del contrattacco.

Il maestro abbozzò un cenno di assenso mentre con la sua lama stuzzicò la guardia dell’avversario:

«Ogni parola che dici è insensata»

«È per metterti a tuo agio» lo incalzò il ragazzo, ora proteso in avanti.

«Sembri un lattante che ha bisogno di un pannolino» fu il contrattacco incerto del maestro.

«…ne volevi uno?» concluse l’allievo, la sua sciabola entrò di roverso e inflisse al maestro una dura piattonata ad una spalla.

«Ouch… sei pronto» concluse il maestro lasciando cadere l’arma »Qual è il tuo nome?»

«Guybrush Threepwood e sono un TEMIBILE pirata».

 

Postfazione

Di solito non scrivo Fan Fiction, ma era da qualche giorno che avevo in testa, per motivi vari, questa storia sul duello: Zorro vs il Sergente Garcia, Emilio di Ventimiglia vs Van Gould (Dioquant’erano fighi quei due), Errol Flynn nei panni di Robin Hood vslo Sceriffo di Notthingam, l’impareggiabile Depardieu novello Ciranoalle prese col Visconte… “A la fin de l’envoi je touche!” e ilsuo alter ego Steve Martin in Roxanne dove alla sciabola si sostituisce una micidiale racchetta da tennis. Poi, dopo alcuni tentativi infruttuosi mi son detto: chi è che può spiegarmi le basidei duelli? Ok, conosco tantissime mosse di scherma, ho studiato decine di impugnature, di posizioni, le parti di una spada, tipi di lame differenti, gli scorrettissimi veneziani che nascondevano una o più canne di pistola nelle lame, ma cosa rende i duelli di cui sopra”memorabili”? Cosa rende divertente il duello alla racchetta di Steve Martin? La racchetta? No.

Steve combatte in rima come Cirano. Errol Flynn alias Robin Hood bistratta il povero sceriffo a suon di contumelie più o meno velate, prima ancora che a fil di spada. Indigo Montoya nella Storia Fantastica terrorizza l’uomo con sei dita a parole, e poi c’è il memorabile”cambio di mano” che permette di introdurre un secondo duello ancora più serrato e feroce del primo e che porta a termine la vendetta.

Dunque sono andato a ritroso nella mia personale storia dei duelli, che siano stati alla pistola, alla spada o a birra e salsicce (cit!) fino ad incontrare il mio primo maestro di duello. Il maestro di spada diMeleé Island (anzi: maestra) che si incontra nel gioco “The secret of monkey island”, i testi e la sceneggiatura scritti da un Ron Gilbert in forma come non mai. Specie se giocato in inglese. Difatto Ron spiega, all’ignaro giocatore, come funziona il duello in letteratura. Io, molto umilmente, ho riscritto l’incontro tra il maestro di spada e Guybrush Threepwood, l’eroe del videogioco di cui sopra. Lo so che alla parola “Caraibi” molti avranno pensato aJonny Depp, ma i film di Jonny Depp sono stati ispirati da Monkey Island e, soprattutto, da Tim Powers altro meraviglioso autore di testi vudù dal sapore caraibico.

Il senso del mio racconto, oltre a offrire qualche minuto di sano divertimento, vuole presentare una mia personale riflessione sul “duello” in narrativa: infarcire una storia di termini tecnici come “roverso”, “tondo”e “imbroccare la guardia” può certamente rendere l’idea a chi di scherma ne capisce salvo poi mostrare la mia incompetenza in materia, ma la vera differenza la giocano il carisma dei personaggi in scena (e inquesto Salgari è maestro inarrivabile) e la bravura dello scrittore nel rendere la situazione.

Luci di Natale

Mentre il mio profilo Wattpad si va svuotando di racconti e riempiendo di pubblicità alla mia scrittura (funziona: il traffico è in aumento e finalmente c’è qualche visualizzazione dei miei racconti) ecco che appare “luci di Natale”, un racconto semiserio sulla solitudine e sullo squallore di tante vite solitarie perse in un’ambientazione a metà strada tra Kafka, Fantozzi e la mia personalissima aggiunta. Ne ho fatto anche un audiolibro, nel caso in cui qualcuno volesse ascoltare. Come attore non son granché, ma l’audio si sente bene.

Ho fame. Ogni anno sempre la stessa storia, ma che posso farci? Io devo nutrirmi, lo faccio anche per voi, dopotutto… tanto fate tutto da soli. Devo solo darvi il “la” e poi comincia la festa.
Buon Natale!
Dite sempre così ogni anno, in questo periodo.
Buon Natale dico anche io, buono soprattutto. Magari al sangue.
Ciao Mario, come stai? Ho visto che oggi ti sei dato un gran da fare: non ti sei messo le pantofole entrando in casa. Come? Hai perfino ignorato le proteste del geometra Razzi, al piano di sotto? Ma dai! Non ci credo! Finalmente! Sarà che è il 24 dicembre e domani è Natale… il Natale ti è sempre piaciuto, anche quando eri bambino, me lo ricordo sai? Mi ricordo di te e di tua madre che ti sgridava quando prendevi a martellate il pavimento… a proposito, faceva bene a rimproverarti: mi facevi un gran male sai? Mi ricordo di quando lei è morta cadendo dalla scala, pensa un po’, proprio mentre decorava l’albero di Natale, proprio sopra al presepe. Era anziana, le sue ossa semplicemente non hanno retto alla caduta: lo schianto l’ho sentito tutto, fin nel mio recesso più intimo. Il crepitio dei femori sbriciolati, la cassa toracica che collassava e perforava i suoi polmoni malandati, la scatola cranica che si spaccava sullo spigolo del tavolino di marmo… non posso avere orgasmi, ma tua madre quando è morta… wow, Mario, sono passati appena 10 anni da allora, ma lo ricordo come fosse accaduto ieri. Purtroppo di mamma ce ne è una sola, ma ti assicuro che potessi farei volentieri il bis.
E tu… esci di corsa sul terrazzino per accendere le luci di Natale esattamente come quando avevi 5 anni. Che tenero! Quando avevi 5 anni tuo padre ti spediva a letto con una scusa qualsiasi e poi restava alzato per vedere le pubblicità delle chat line erotiche. Penoso… in tutti i sensi. Quando lo hai trovato morto, stroncato da un attacco cardiaco ancora col pene in mano te lo ricordi?
Forse no, mi sa che hai rimosso.
Per te ci sono ancora le luci di Natale: quest’anno vedo che hai voluto esagerare. Quelle dell’anno scorso te le ha strappate via il geometra Razzi, come al solito perché infastidito dal carillon, ma tu non lo hai mai voluto sapere: la sera del 24 erano lì, la mattina del 25 PUFF… sparite! Non è stato Babbo Natale, Mario.  Non è stata la sua slitta a impigliarsi nelle luci.
Hai preso parecchio da tuo padre: anche stasera accenderai la tua TV su Hot Club o qualche altro canale per adulti, dopo aver scaldato la tua solita cenetta al lume di microonde.
Non ti sei mai voluto sposare, ma d’altro canto non hai mai cercato nessuna.
E quest’anno hai messo il proiettore laser con il carillon, sta appoggiato sul pavimento del balcone e il geometra Razzi non potrà tirartelo giù con la solita gaffa.
Grazie Mario, mi hai fatto un regalo! Quell’uomo ti odia, ne ignoro il motivo, ma dopo tutto: a me basta che sia così.
Che gusto straordinario l’odio! Mica te lo danno in gelateria, o in pizzeria: puoi ordinare una margherita, una pomodoro alici e origano, ma prova a chiedere “bianca gorgonzola e odio”. Te la immagini la faccia del cameriere? Invece tu me lo stai servendo su un piatto d’argento.
Lo vedo, il Razzi: è lì, accanto alla finestra, con quei suoi occhiali alla “ragionier Filini” spessi un pollice e rincalcati sul naso. Più che vedere sembra che stia spiando il mondo da dietro un buco di serratura, con la libido alle stelle nell’attesa che si spogli.
E adesso è lì, con la sua gaffa stretta in pugno, che aspetta che tu chiuda la serranda e poi aspetterà ancora un po’, per essere sicuro che tu ti addormenterai davanti alla TV quando uscirà sul balcone per agganciare le luci di Natale e tirarle giù perché gli danno fastidio. Solo che non troverà le luci: il proiettore è fuori della sua portata, ma di poco.
Eccolo guarda Mario! Oh se potessi vedere la sua viscida faccetta contratta, dietro quei suoi occhiali da miope, con la lingua in mezzo ai denti che cerca di infilare la gaffa oltre il parapetto del tuo balcone. Il suo odio è qualcosa di palpabile: lo cironda come un miasma malsano, un’aura venefica che avvelena chiunque gli stia vicino.
Sta mettendo un piede, con tutta la pantofola, sul parapetto ecco… flette i muscoli, sfiora il proiettore… oh, che? Mi sono sbagliata? Ah, no, eccolo che cade nel vuoto! Da piccolo sognava di volare, poi da adolescente avrebbe voluto incontrare Marilyn Monroe… pensa che fortuna che ha, Mario! Ora i suoi sogni sono realtà: sta volando e tra pochi istanti incontrerà proprio la Divina in carne e ossa. Ossa soprattutto eppure qualcosa mi dice che, da come annaspa con quella gaffa, ha desiderato per una vita le cose sbagliate.
È un po’ duro accorgersene solo adesso.
Tenta disperatamente di agganciarsi da qualche parte con la gaffa, ma ottiene solo di tranciare i cavi del bucato della signora Perotti, passando dal quarto piano abbatte le begonie della Rossi, al terzo sfreccia velocissimo e per un pelo non decapita Birillo, lo schnauzer del cavalier Bernardi, poi al secondo si aggancia al parapetto con la gaffa, ma ormai è troppo veloce e la gaffa gli scivola di mano e via verso il marciapiede che lo serra in un abbraccio indissolubile e definitivo.
Il suo sangue si è sparso su tutto il marciapiede, si infila tra le commessure del basolato e bagna le mie fondamenta. Il suo odio è ancora lì, amaro e profumato come assenzio.
Peccato, Mario, te lo sei perso per un soffio: se avessi resistito solo un minuto in più avresti sentito le sue urla disperate mentre precipitava.
Finisco di… be’ in realtà non posso farlo, ma sogno sempre di riuscirci prima o poi, dicevo: finisco di leccarmi le dita con l’odio del Razzi, oh che delizia, tu Mario sei il mio dessert e poi dovrò darmi da fare. Ho otto piani, quarantotto appartamenti dei quali due ora liberi e pronti per essere occupati: scegliere bene i miei inquilini è fondamentale per avere la dispensa piena, e io sotto le feste amo i banchetti.
Però che sfortuna Mario! Ora la scena è tutta per il Razzi, invece tu come tuo padre sei perso per sempre davanti a quella TV che non spegnerai più, e siccome hai lasciato la finestra aperta, fino alle prossime piogge nessuno si accorgerà che stanotte hai acceso le luci di Natale per l’ultima volta.

Premio   ITALO CALVINO EDIZIONEXXXII

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Lo avevo annunciato mesi fa, ho iscritto quello che, a tutti gli effetti è il mio romanzo d’esordio, e finalmente è arrivato il giudizio. Bando alle ciance, ecco il risultato di tanta fatica dal quale ho dovuto tagliare solo la parte spoilerosa.

Giudizio

Seconda avventura (“autoconclusiva”, ci viene detto nella quarta di copertina) della saga Le  Cronachedi Tharamis, I Razziatori di Etsiqaar presenta gli stilemi del fantasy classico, con alla fine un dichiarato, lungo elenco di ispiratori più o meno noti.

La storia è focalizzata sulle vicende di alcuni giovanissimi – in particolare Diana e Conrad – a  indirizzare idealmente l’opera al bacino young adult. A dinamizzare la vicenda sono anzitutto le complicate dialettiche familiari dei due ragazzi, il loro scontro coi padri e la messa alla prova delle loro capacità nel salvare la situazione in vista di maggiori spazi di autonomia. La più interessante delle sottotrame, che innerva la prima offrendo risonanza diversa a una serie di fatti di tipo magico, riguarda l’entità elementale Qar, bloccata in un bastone magico dalla scomparsa del grande mago, padrone e amico Flantius, e costretto a parlare schizofrenicamente con un’altra parte di se stessa: l’idea non è nuovissima, pensando allo schizoide Gollum tolkieniano, ma è gestita in modo non banalmente imitativo. Al romanzo fanno seguito un glossario e alcune  appendicisu società e storia dei regni citati, e addirittura il Qr-Code per un extra scaricabile.
L’autore evoca con vivacità, ironia e intelligenza un mondo fantasy nel complesso piuttosto tradizionale con esseri umani di vari paesi (segni grafici particolari connotano i suoni di alcune lingue), altre stirpi (Elfi, Nani, Coboldi, Elasson eccetera), scontri armati e parecchia magia. L’avventura è breve, sorta di puntata di una saga più vasta, e il ritmo è buono; il registro espressivo – grammaticale, sintattico, stilistico –
appare senz’altro adeguato.
In sostanza si tratta di un testo che, se integrato – al momento è troppo breve e per quanto autoconclusivo non permette al lettore una visione abbastanza ampia – potrebbe senz’altro trovare estimatori tra i lettori di
fantasy e nell’ambito di un’editoria attenta al genere.
Questo restare all’interno di categorie nel complesso viste, apprezzate e connotanti un certo tipo di meraviglioso (a dirla con Todorov) ha ovviamente un rovescio della medaglia. Invenzioni nelle tipologie di creature o nei meccanismi magici, negli usi dei popoli (dettagliatamente analizzati) o nel loro linguaggio costituiscono elementi apprezzabili dai cultori, ma non innovativi da un punto di vista della narrazione in sé; e non lo è, sul piano della scrittura, una certa disinvoltura citazionista. Per lo stesso motivo (anche pragmatico, forse, di buona collocabilità) il registro scelto da Venturo è quello popolare facilmente avvicinabile da lettori molto giovani;
ma nel testo non si tenta un’operazione più ambiziosa sul piano della scrittura, alla scuola – per dire – di Mervyn Peake o dello stesso Tolkien, capaci di trascendere gli schemi del loro tempo. Si tratta ovviamente di libere scelte dell’autore, apprezzabili come tali, anche se il Premio Calvino ricerca uno spessore di scrittura o almeno una significativa originalità rispetto a schemi canonizzati: resta una valutazione nel complesso positiva e la sensazione di qualità narrative efficacemente spendibili.

***

Questo è quanto, non mi aspettavo di vincere il Calvino, ma un giudizio che mi aiutasse ad aggiustare il tiro, a capire dove lavorare per migliorare e, perché no? Far colpo su un preciso pubblico.

Con “Lo Specchio di Nadear” ho ulteriormente esplorato la vena citazionista e, se lo leggerete, scoprirete che ci ho giocato parecchio. Ho altresì espanso la parte relativa l’ambientazione: chi lo leggerà, pure che non ha mai letto questo blog o uno degli altri romanzi avrà comunque un’idea precisa e dettagliata del mondo in cui prospera la città di Nadear.

Scopritelo qui